Antonio e Cleopatra. In scena l’amore “hic et nunc”

antonio e cleopatra shakespeare

Arriva in prima nazionale allo Short Theatre 2018,  reduce dal Festival di Avignone 2016, uno degli spettacoli più belli che io abbia mai visto (e credetemi, ne ho visti molti).

Chiedetemi cos’è l’amore. Chiedetemelo oggi, dopo aver assistito all’”Antonio e Cleopatra” di Tiago Rodrigues, presso il MACRO Testaccio.

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L’amore è un respiro all’unisono che esce da polmoni diversi. Antonio e Cleopatra, jeans e maglietta, si raccontano l’uno con gli occhi dell’altra. Mettono in scena la passione, un intreccio di mani tra specchi fluttuanti, unico vezzo della scenografia insieme a un lettore di vinili che suona “Cleópatra” (1963) di Alex North.

Lo spettacolo, recitato interamente in portoghese (con sottotitoli proiettati), fa ridere, sorridere e commuovere. Gli amanti giocano, si provocano, si struggono: raccontano la loro unione con occhio esterno finché nei dialoghi non arriva un TU e ognuno riprende il proprio ruolo. Cleopatra è Cleopatra, Antonio è Antonio. Ma solo per pochi istanti, quando ci si confronta, ci si scontra. Per tutto il resto del tempo viene creata questa dimensione, questo occhio esterno degli amanti che si descrivono a vicenda. Fino all’ultimo respiro, letteralmente.

Antonio e Cleopatra. Due nomi, ripetuti in continuazione, come la più struggente delle poesie. Antonio respira, Cleopatra respira, Antonio inspira, Cleopatra respira. È un amplesso di quotidianità, un’àncora sul presente.

Vale solo l’hic et nunc di quello che oggi chiamiamo STORIA. Perché in fondo l’amore vive solo nel presente: è l’unica dimensione a cui si possa aggiogare.

Sofia Dias e Vítor Roriz sono perfettamente simbiotici, ma senza mai nauseare: tengono il palco alla perfezione e riescono a tenere viva l’attenzione per un’ora e venti. Lei è una Cleopatra con i capelli corti corti e il fisico asciutto, lui è un Antonio biondo con gli occhi chiari. Un principe azzurro. Non sono come ce li aspetteremmo ma è meglio così: scardinano i capisaldi dell’immaginario proiettandoci in una storia nota, a cui si aggiunge quel quid che ci fa innamorare più di quanto non abbia già fatto Shakespeare.

Qualsiasi parola banalizzerebbe il frutto di questo magnifico lavoro. Un lavoro a mio avviso senza pecche, originale, profondo, sperimentale quanto basta per regalare al teatro contemporaneo una vera perla e al pubblico un’esperienza riflessiva e piacevole sull’amore e sulle sue semplici contraddizioni.

Alessia Pizzi

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