The Handmaid’s Tale 4: recensione dell’ottavo episodio

the handmaid's tale 4 la recensione dell'ottavo episodio

Avete presente quando vi succede qualcosa di brutto e l’unica cosa che vorreste è digerirla? La sofferenza è talmente tanta, rimuginare è così facile che si vorrebbe solo dimenticare. Lo scrisse anche Pratolini, credo proprio in quel bel romanzo “Cronache di poveri amanti”: dimenticare è l’aiuto che ci offre la vita perché la viviamo.

Può valere per una litigata, può valere per un’incomprensione. Siamo certi possa valere per tutto? La paura che spesso ci corrode è proprio quella di non riuscire a superare determinati accaduti o determinati confronti. E allora accogliamo, ci raccontiamo di essere migliori, superiori. Come se ci dovessimo distaccare dal sopruso, fingendo che ci abbia toccato fino ad un certo punto.

Emily e le altre “vittime”

E così le ancelle di Gilead nei gruppi di supporto gestiti da Moira fanno kumabaya in cerchio. Tutte, tranne una. Indovinate quale? June non conosce vittimismo: anche il dolore che diventa rabbia ha diritto di esistere. Ma non tutti riescono ad accettarlo. Certo è che ci vuole coraggio a essere ipocriti dopo un’esperienza come Gilead. Ci vuole coraggio a dire che “non ci importa che fine fanno i comandanti” dopo che hanno stuprato moltissime donne in nome della religione.

La paura frena la lingua, lo sappiamo bene. Ma forse frena anche la nostra evoluzione. Quel pensiero di essere nel torto, di essere sbagliati, ma soprattutto di aver meritato quello che ci è capitato è molto pericoloso: rischia di tenerci in gabbia anche quando dalla gabbia siamo già usciti da un pezzo.

Ma la gabbia è familiare, uscirne fa quasi paura. Lo si fa in punta di piedi sperando di non svegliarsi. Provare a essere liberi significa provare a dire la nostra versione della storia senza paura di essere giudicati. Tanto lo saremo comunque, sia che diciamo una bugia, sia che diciamo la verità. Emily torna sotto i riflettori in questo ottavo episodio, “Testimony”, e si fa portavoce proprio di questo messaggio.

D’altro canto, invece, la lucidità di June in tribunale è sconvolgente: nella stanza con i coniugi Waterford, alla presenza di sua marito Luke che si presenta senza invito, la protagonista racconta la sua storia come se dovesse fornire una anamnesi. La sua rabbia è dosata e concentrata in ogni singola parola della testimonianza. June vuole giustizia. Per lei e per tutti coloro che hanno paura di chiederla. Questo, tra luci ed ombre, la rende una vera eroina.

Alessia Pizzi

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