“Lanterne rosse”: il rituale del potere

lanterne rosse recensione film

«In questa casa ci sono topi, ci sono gatti, ma non ci sono esseri umani»

Titolo originale: Dà Hóng Dēnglóng Gāogāo Guà
Regia: Zhang Yimou
Soggetto e sceneggiatura: Su Tong, Ni Zhen
Cast principale: Gong Li, He Caifei, Kong Li; Ma Jingwu
Nazione: Cina
Anno: 1991

Luci e ombre

Cina del Nord, alba del XX secolo: nelle asettiche stanze di un palazzo nobiliare si compie il destino della giovane Songlian (Gong Li). È in questo perimetro lindo, fuori dal tempo, che Zhang Yimou costruisce la sua storia. Ed è un racconto crudele, impietoso, teso allo svelamento di pratiche arcaiche, il cui carattere esemplare imprime un ‘marchio’’di riflessione. Non che Lanterne rosse si incardini in un filone civile, così altro dal cinema orientale da rischiare una deformazione. Siamo piuttosto nel campo del potere, della diffrazione dei suoi mezzi, ed è un’indagine rigorosa quella condotta da Yimou, tutta giocata sul piano estetico e sul filo delle corrispondenze, in cui è la dialettica luci-ombre a definire l’azione. Ma andiamo con ordine.

L’incipit ‘personale’ – centrato sulla protagonista – mostra già l’impalcatura filmica: all’esterno soffuso, con elementi naturali, si oppone la clausura dell’abitazione, segnata da luci dense, pulite, viranti al rosso. Sono quelle delle lanterne, la cui accensione e/o spegnimento scandisce l’intera opera. Questo espediente, tanto sagace e raffinato, consente a Yimou di penetrare l’oppressione, l’indicibile dramma ‘atavico’ delle donne qui effigiate. Songlian, difatti, non è la sola; attorno a lei – nei meandri del palazzo – si aggirano presenze statiche, figure esistenti in quanto ruoli. Le tre mogli di Chen Zouquin (il nobile proprietario del palazzo) accolgono la più giovane con ossequiosa ipocrisia: è lei la più bella, la più istruita, la prediletta. L’onore delle lanterne rosse – a simboleggiare il possesso, il diritto a disporre del corpo – è dunque, in quest’universo ‘fermo’, il solo modello aspirazionale.

Potere maschile, subalternità femminile

La scelta di rendere la fiammella simbolo innesca nell’opera una serie di suggestioni, che vanno dall’assimilazione lume-potere all’intermittenza delle relazioni. Non c’è legame, sentimento, che non sia predisposto ab origine. In tale contesto il potere è maschile: la donna fa da contorno, è un bene da accumulare, da sommare ad altri averi. Le mogli – prima tre, con Songlian quattro – costituiscono un capitale, sono il corredo di palazzo da spolverare a piacimento, a seconda della bellezza, della fecondità, dell’attitudine alla cura. E i giorni passano tutti uguali, solo il rito delle lanterne spezza il ciclo abitudinario, quando il cortile della prescelta si illumina di un rosso tenue.

Così, come la luce che cala dall’alto, Yimou fa del signore il padrone di queste donne: il suo volere è indiscutibile, radicato, dispone della vita come della morte. In un mondo del genere il rifiuto equivale allo scarto, così le lanterne creano una sorta di discrimine tra gli spazi eletti e quelli rigettati, a simboleggiare – all’interno della casa – la subalternità femminile al ‘dettato’ dell’uomo. Ne deriva, inevitabilmente, un clima di competizione fra le concubine (il romanzo di Tong Su, da cui l’opera è tratta, si intitola non a caso Mogli e concubine), reso viepiù funesto dai sotterfugi della domestica (Kong Lin). Sarà lei, col suo carattere ‘disturbante’, a provocare uno squarcio di trama, allorché Songlian – reduce da una finta gravidanza – verrà smascherata e punita con drappi neri; in assenza di luce – privata delle lanterne rosse – la giovane punirà la serva lasciandola all’addiaccio, per ore in ginocchio in mezzo alla neve.

Un’eterna finzione

È la sete di vendetta a dominare i rapporti, laddove Chen, motore immobile, dispone i fili della sua soddisfazione. Tutto è recita, nel misero angolo femminile, come afferma Meishan (Caifei He) che del padrone è terza moglie: «Bene o male, tutto è rappresentazione. Se reciti bene, inganni gli altri; se reciti male inganni te stessa. Se non sai ingannare neppure te stessa, non ti restano che i fantasmi». La risposta di Songlian è un refolo premonitore: «Tra gli uomini e i fantasmi, la sola differenza è il respiro».
Vittime di un potere cieco, dalla meccanica invisibile, le donne di casa Chen fingono per non sparire. Eppure muoiono, rovinosamente, o ancora impazziscono – in un estremo atto di opposizione.

Così Meishan che da ex soprano è un usignolo in gabbia: canta senza pubblico, quasi a evocare la morte. Così Songlian, che la farà uccidere, denunciandone il rapporto con il medico di famiglia (per le adultere, in Cina, era prevista l’impiccagione). Tutto è finzione, dunque, e lo è nel senso di un duplice mascheramento, dove la vita è predisposta da altri e alla gerarchia, al rituale, corrisponde la perdita del proprio intimo sentire.

Tragedia senza fine

Ci si annulla, nelle stanze di palazzo Chen, ed è un labirinto della mente, in cui resistono errori atavici, modelli interiorizzati. Non c’è scampo per le vittime, né alcun riscatto etico: Soglian, consumata dal senso di colpa, si ritirerà nelle sue stanze, sotto gli occhi dell’ultima (quinta) moglie. Indossa gli abiti da studentessa, che aveva smesso in overture. La macchina è implacabile, ne fissa il volto, i tratti nervosi. Ai campi lunghi, capaci di evocare l’isolamento, si alterna un feroce primo piano, che scuote lo spettatore. Il dramma è compito, la tragedia ricomincia.

Tre motivi per vedere il film

  • – L’uso espressivo del colore.
  • – La recitazione intensissima
  • – L’epilogo sconcertante

Quando vedere il film

Di notte, per godere delle atmosfere, dei suoni, dei silenzi.

Ginevra Amadio

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