Quarto Potere, lode alla storia del cinema

Quarto Potere

“Rosabella…”

Titolo: Quarto Potere (Citizen Kane)
Regista: Orson Welles
Sceneggiatura: Orson Welles, Herman J. Mankiewicz
Cast Principale: Orson Welles, Joseph Cotten, Everett Sloane, William Alland
Nazione: USA
Anno: 1941

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Non è facile parlare di Quarto Potere, nemmeno adesso a 70 anni e più dalla sua uscita. Non è semplice descrivere quello da molti definito, e da decenni ininterrottamente ormai, il miglior film nella storia del cinema.

E c’è da ammettere che, iperboli a parte, status leggendario a parte, Quarto Potere è un’opera davvero gigantesca nel proprio fascino e magnetica nella propria profondità, non invecchiato di un solo giorno e ancora oggi innovativo.

Ma cosa è che rende veramente, tuttora, questo film una pietra miliare così incredibilmente indelebile?

Paradossalmente, la risposta è piuttosto semplice. La capacità del film di aver raggiunto la perfezione sia nella forma sia nella sostanza.

Lo si è ribadito più volte, ma Quarto Potere è formalmente e tecnicamente ineccepibile, rivoluzionario per la sua epoca.

Quando tuttora vedo un film non riuscito benissimo, e scherzosamente dico che Quarto Potere è ancora girato meglio del 90% dei film attuali, la battuta è solamente nel tono, ma non nel suo senso. Trovare dopo il 1941 altri film girati così bene è arduo.

Il film introduce la non linearità temporale. Sinceramente non so bene quanti film prima avesse optato per frammentare la propria storia, e potrei dire una falsità se affermassi che questo fu il primo esempio assoluto. Ma senza dubbio Quarto Potere è stato il primo a farlo in maniera così decisa, così massiccia, così continua, così efficace e dirompente. È il non convenzionale uso dei flashback per l’epoca a sconvolgere la grammatica cinematografica degli anni ’40. La sceneggiatura salta costantemente la continuità narrativa e soprattutto la soggettività narrativa, frammentando anche la prospettiva. Il film ad un certo punto diventa davvero un noir esistenziale, perché non sappiamo quanto sia vero ciò che i vari personaggi affermano. Uno scavo psicologico freudiano in cui, però, non sono presenti sulla scena né paziente né terapeuta.

La scomposizione narrativa è accompagnata dalla nitidezza della messa in scena. La leggendaria fotografia di Gregg Toland introduce per la prima volta la doppia messa a fuoco, sia per il campo ripreso sia per lo sfondo, permettendo allo spettatore di vedere con cura ogni angolo dell’inquadratura come mai fatto prima. E l’immersione totale nella scena è possibile grazie anche ai piani sequenza, una tecnica che permette al film di prendere per mano il proprio pubblico.

Insomma, se Lang aveva inventato l’uso di luci e ombre, Quarto Potere lo rigenera. Se Ėjzenštejn aveva rivoluzionato il montaggio, Quarto Potere lo porta a vette fondamentali. Il film letteralmente abbatte gli elementi cardini del cinema americano delle origini, e influenzerà tutte le generazioni future.

E come detto, se la forma è l’apice, nel film la sostanza è ciò che serve per il salto di qualità leggendario.

La storia di Charles Foster Kane è liberamente ispirata a quella del magnate William Randolph Hearst, che non a caso provò a sabotare l’uscita della pellicola in tutti i modi. Ma oltre l’aspetto biografico, Quarto Potere è un puzzle emotivo universale e senza tempo.

Il film esplora infatti il tema più empatico in assoluto dopo l’amore: l’aspirazione al successo personale e la paura di fallire. Il protagonista è un uomo che ottiene tutto, forse di più quanto fosse lecito immaginare, e poi per paura, debolezza, ambizione, traumi personali, perde tutto finendo da solo. Una parabola classica che, come spesso accade, ha radici nell’infanzia, e torna al sentimento citato in partenza, la necessità di amare. Moglie, amici, colleghi, rivali, Kane è circondato da uomini e donne per tutta la vita ma è costantemente incapace di amare. Il film tocca le corde emotive che tutti noi abbiamo, la paura universale di rimanere soli.

Ed è impossibile non vedere anche una metafora del sogno americano. Siamo all’inizio degli anni ’40, le prospettive sono già state tradite dal collasso economico del 1929, e l’isolamento che Kane crea attorno a sé, finendone vittima, è il medesimo degli Stati Uniti che non riescono più a garantire speranza, e nemmeno prometterla. E se il cinema di Capra degli stessi anni parlava agli umili con ottimismo, non è un caso che Quarto Potere invece si concentra con pessimismo sulle figure dei ricchi imprenditori: qui il film si crea la nicchia dell’immortalità, inquadrando figure che partono da allora e arrivano fino ai Donald Trump odierni.

Ma il vero motivo del successo, inutile girarci attorno, è Orson Welles.

Ancora non lo avevo citato, ma in realtà è come se lo avessi fatto continuamente. Quarto Potere È Orson Welles, e viceversa. Tutte le cose dette sopra, le ha capite lui, le ha pensate lui, lei ha realizzate lui. Il film ha travolto tutto e tutti perché Welles aveva un carisma innegabile e impareggiabile, un’ambizione infinita, una visione che andava addirittura stretta al cinema di quel tempo.

E, come sanno tutti, Welles aveva 25 anni, ed era il suo primo film. Giovanissimo, ha ideato, scritto, diretto, prodotto e interpretato questo capolavoro. Ci ha messo molto di più della faccia, e ha ottenuto in cambio la gloria eterna. Nessun altro avrebbe avuto l’ardire di realizzare un simile film, forse perché sulla carta appare semplice, classico, ma ha una profondità senza pari.

Se il mistero di Rosabella ha scosso per anni l’immaginario collettivo, è merito di Welles. Quel recupero della serenità infantile non è un semplice trucco narrativo che flirta con la psicologia spicciola, ma un vero manifesto personale: Welles è sempre stato un eterno bambino, uno che ha provato a fare di tutto cadendo ogni volta, come se ricercasse continuamente qualcun che lo sgridasse e lo riportasse dove non voleva stare, ovvero con i piedi per terra. Forse proprio per questo è uno dei più grandi nomi cinematografici di sempre, e per questo Quarto Potere è un capolavoro senza confini.

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3 motivi per vedere il film:
– Sottolineiamolo ancora: è la pietra miliare del cinema, un dovere per ogni singolo appassionato.

– Per quel momento di autocommiserazione in cui, superati i 26 anni, si pensa amaramente “alla mia età Orson Welles aveva già scritto, diretto e interpretato il più grande film di sempre”.

– Scoprire il segreto di Rosabella.

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Quando vedere il film:
– Sempre e comunque. Ma mai nello stesso giorno in cui si vede un altro film: qualsiasi altro, anche straordinario, non reggerebbe il confronto.

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Emanuele D’Aniello

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