Perché June è madre di tutte noi

il racconto dell'ancella 3 - episodio finale

Scrivere della terza stagione de Il Racconto dell’Ancella è stato difficile dal primo articolo.

Un po’ perché ho sempre paura di dire troppo e scivolare nello spoiler spinto, un po’ perché questa stagione ha davvero tanti spunti di riflessione interessanti. Bando alle ciance, decido come sempre di pubblicare il mio commento qualche giorno dopo l’uscita dell’episodio, proprio per poter parlare il più liberamente possibile.

Il finale di stagione, questa volta, è un pretesto per raccontarvi un po’ di cosa vuol dire essere donna nel Ventunesimo secolo.

Perché, diciamocelo, il bello delle storie distopiche è proprio la malsana possibilità che quello che ci urta nella società odierna si scateni in tutta la sua prepotenza. Un esempio semplice? Apprendiamo quotidianamente l’elevato numero di stupri di cui le donne ancora sono vittime:

cosa accadrebbe se la violenza fosse legittimata in nome di un tasso di fertilità mondiale troppo basso?

Lo stupro controllato e legalizzato ha reso il Racconto dell’Ancella una serie tv degna di essere vista dal primo episodio. Dalle brutalità subite dalle donne sono scaturite molte riflessioni sul potere e sulla sopraffazione. In un mondo dove le donne sono private dei loro diritti si generano depressione, paura, ma anche ribellione e coraggio. E abbiamo visto insieme come June ha preso in mano non solo la sua vita, ma anche quella di tutti coloro abbiano incrociato la sua strada. E se in alcuni casi la manipolazione è stata una strategia di guerra, in altri la sua verve si è trasformata in vera e propria leadership.

Qual è la differenza tra comandare ed essere un leader? Il leader agisce per il bene di tutti, intanto, e non per il proprio interesse.

Il comandante è seguito per dovere o timore, il leader per passione, anche se la situazione è tragica. Pensiamo al regime di Gilead, un regime di comandanti temuti, e al team di Marte e Ancelle che seguono June nella missione di portare i bambini fuori dal Paese del Terrore.

Certo, June non è arrivata indenne a questo punto. Ma ci è arrivata da eroina, mostrando a tutti che, ancora una volta, un gesto d’amore ha più potere di mille di terrore. Questo, nell’ambito della tematica di una serie tv.

Ma c’è dell’altro, e sono sicura che le spettatrici se ne sono accorte. Quando il comandante Lawrence, preso da un attacco di vigliaccheria, ordina a June di interrompere la missione di salvataggio, lei si rifiuta e lui risponde “Sei ancora a casa mia, signorina” come se stesse parlando a una quindicenne rientrata troppo tardi la sera. La risposta di June ha scatenato quello che state leggendo ora:

Uomini. È fottutamente patologico. Tu non sei al comando, io sì.

Ora, noi viviamo in un mondo più o meno libero ed è nostro dovere non dimenticare che alcune donne, oggi, vivono un orrore simile a Gilead.

Vogliamo citare, ad esempio, le spose bambine in Asia o in Africa? Vorrei prendere spunto da questo finale di stagione per ricordare a tutte le donne che ogni tanto smarriscono l’orientamento – perché succede – che il potere è nelle loro mani.

Non in quelle del loro padre, del loro compagno, del loro capo.

Anche se una voce interna ogni tanto vi fa credere che sia il contrario, non abbiate mai paura di stringere forte le redini del vostro destino. Il caso non si può controllare: tutti prima o poi viviamo delle situazioni di merda. Anche in questi momenti, però, non dobbiamo mai dimenticare che oltre alla voce che ci fa stare zitte per paura ne esiste un’altra, che è quella dei nostri sogni, dei nostri desideri e della nostra libertà. Nessun destino è già stato scritto (anche se alcune persone vogliono farci credere il contrario): siamo noi gli artefici del nostro futuro.

Ho incontrato Filomena Lamberti a Salerno, lo scorso 25 novembre. Il marito l’ha sfregiata con l’acido, ha passato momenti terribili, ma sapete cosa va a raccontare in giro nelle scuole? Che ora è finalmente una donna libera.

La storia de Il Racconto dell’ancella è distopica, la forza delle donne no.

Per questo June è madre di tutte noi. Una protagonista che ci insegna la più grande lezione di sempre, una lezione che le donne non dovrebbero dimenticare mai: quella di far sentire la propria voce.

Il problema non sono gli uomini presuntuosi, il mansplaining o la violenza: il problema siamo noi se stiamo zitte. E se non vi credono, fate in modo che lo facciano.

Alessia Pizzi

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