“Ausmerzen”: così Paolini ci racconta delle vite indegne di essere vissute

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La memoria è qualcosa di prezioso e gravoso al tempo stesso.

Ricordare è importante perché crea una base di esperienza da cui prendere le mosse per orientare le decisioni future. È istruttivo perché ci aiuta a capire chi siamo. È consolatorio perché richiamare alla mente momenti emozionanti del passato può essere molto utile alle volte. Ma non è semplice ricordare soprattutto in determinati ambiti.

Ogni anno il 27 gennaio, giornata dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto, ci viene riproposta una riflessione sulla memoria e sulla sua importanza a livello storico, sociale e culturale. E mentre il dibattito continua a muoversi tra chi sostiene che andrebbero ricordati tanti altri genocidi, chi si è stancato di parlare di questo perché è “roba vecchia”, chi continua a cercare un modo nuovo per parlarne, chi dice che bisogna ricordare tutti i giorni, forse stiamo perdendo di vista il valore e il senso della memoria che siamo chiamati a fare.

La cosa più terribile che potrebbe capitare è che la Giornata della Memoria diventi un esercizio di stile: un momento per sfoggiare della retorica, magari corretta, ma di cui non si capisce il senso più profondo. Che si faccia memoria perché ci viene imposto dall’alto. E non è semplice immergersi in quei ricordi lì. Quel capitolo della storia è una vergogna per il genere umano, anche se non ce ne sentiamo direttamente responsabili. Eppure, in qualche modo, lo siamo come specie ed è bene rendersene conto, soprattutto per il futuro.

Se alcune cose (anche atroci) succedono, ci sono delle spiegazioni.

Sono molteplici e complesse, ma di certo la Shoah non può essere spiegata solo appellandosi al razzismo e alla follia di un uomo. Sì, c’è stato quello, ma c’è stato anche un contesto tragico e difficile come quello del Primo Dopoguerra e della crisi economica del ’29 a pesare sull’andamento della storia. E la mancanza di empatia è un meccanismo di difesa potentissimo quando si vive una situazione fisica ed emotiva difficile. Da una prospettiva lontana, ci sembra ingiustificabile, ma succede. È successo e continua a verificarsi anche ora. È in questi momenti che bisognerebbe cercare di aggrapparsi agli ideali di fratellanza e sorellanza invece che agli egoismi individuali. E questo lo possiamo fare solo se ricordiamo, solo se continuiamo a sentire il peso della memoria e l’importanza di compiere la scelta idealmente e socialmente più giusta.

Tutta questa riflessione che faccio è nata a seguito della visione dello spettacolo teatrale Ausmerzen di Marco Paolini.

Andato in onda per la prima volta su La7 il 27 gennaio 2011, questo testo ha fatto così tanto parlare di sé che l’attore ha deciso di pubblicare un libro, edito da Einaudi, l’anno dopo per approfondire alcuni temi trattati durante lo spettacolo e dare ancora più spazio all’evento storico raccontato.

La parola del titolo, ausmertzen, viene dal mondo della pastorizia e indica la pratica di sopprimere gli animali del gregge più deboli che secondo i contadini non riuscirebbero a compiere la transumanza. E se questo può avvenire nel mondo animale, perché non adattarlo per gli esseri umani? È accaduto. Nella Germania nazista ci furono persone soppresse perché considerate più deboli e non stiamo parlando solo degli ebrei. In questo racconto teatrale, Paolini non si è soffermato su quanto accaduto nei campi di concentramento, ma su quanto li ha preceduti: Aktion T4.

Questo è il nome del programma nazista che dal 1933 al 1946 autorizzò prima la sterilizzazione e poi l’eutanasia di persona affette da disabilità fisiche o intellettive. Il tutto per preservare la sanità e l’integrità del buon sangue tedesco e la razza ariana. La sigla “T4” fa riferimento a un indirizzo di Berlino (in pieno centro), Tiergartenstrasse n.4, dove dal 1939 si riunirono una commissione di medici e di psichiatri con l’incarico di censire le “vite indegne di essere vissute” e di ordinare il loro trasferimento in alcuni manicomi presenti sul territorio tedesco. Questi ordini riguardarono sia bambini nati con malformazioni fisiche o con disabilità mentali, sia adulti affetti da qualche patologia psichiatrica, fisica o disabilità intellettiva. All’interno delle strutture, i più forti venivano usati come cavie per sperimentare cure. Sui più deboli, invece, si sperimentava l’uso del gas per uccidere degli esseri umani e dei forni crematori per cancellare le tracce dei corpi.

Aktion T4 è stata la prova generale dei campi di concentramento.

Una prova passata sotto silenzio e contro cui furono mosse delle critiche da parte della popolazione tedesca quando iniziò a sospettare qualcosa. Il programma fu ufficialmente interrotto nel 1941 anche se poi si continuò a praticare l’eutanasia sui malati fino al 1945. Furono soprattutto le famiglie delle vittime a farsi sentire. Molte di esse avevano firmato il consenso all’internamento perché gli era stato fatto credere che i figli avrebbero ricevuto un “trattamento” di guarigione. Sapevano che si sarebbe trattato di una procedura pericolosa, ma erano pur sempre genitori che volevano continuare a sperare.

Le famiglie protestarono, ma in generale non si può dire che le persone con disabilità fossero ben viste nella Germania nazista. Paolini ne indica la motivazione: sono bocche a carico dello stato. Bisogna considerare che parliamo di un paese che uscito economicamente distrutto dopo la Prima Guerra Mondiale e che soffre l’inflazione sollevata dal crollo di Wall Street molto di più dei suoi vicini europei. Dover sfamare delle persone che non contribuiscono alla cresciuta produttiva del paese inizia a essere un peso per la popolazione tedesca. E Hitler con il suo entourage sa come accrescere lo scontento. Si parte dall’educazione scolastica: i problemi che i bambini del Terzo Reich devono risolvere sono di questo tenore:

“Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50. In molti casi in un impiegato statale guadagna 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia. Un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo, in Germania gli epilettici, i pazzi, gli schizofrenici sono 300 mila. Calcoliamo quanto costano questi a un costo medio di 4 marchi. Quanti prestiti di 100 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all’anno con quella somma?”

Dallo spettacolo “Ausmertzen”.

Il racconto di Aktion T4 dura due ore.

La narrazione procede in maniera chiara tra spiegazioni generali, testimonianze dirette, lettura di documenti reali, riflessioni e ricerca di un motivo che possa giustificare un’idea così forte come quella dell’eugenetica. Paolini, secondo lo stile del teatro di narrazione al quale ormai ci ha abituato, conduce gli spettatori all’interno di questa follia razionalizzata mantenendosi sempre su toni misurati ma partecipi. Nella sua interpretazione è chiaro il peso e il bisogno della memoria. Più volte si percepisce la partecipazione dell’attore a quanto sta dicendo (come quando racconta del giovane Ernst Lossa) eppure la sua ricerca storica e soprattutto umana ha uno stampo fortemente oggettivo. Si cerca di capire il perché e le ragioni che lui trova hanno tutte radici nella natura dell’essere umano. Ecco perché diventa fondamentale conoscere e provare a imparare.

Lo spettacolo è andato in onda dall’ex ospedale psichiatra Paolo Pini a Milano. La telecamera si muove in più spazi, anche più lontani rispetto a dove è seduto il pubblico in sala. In un lato della sala, alle pareti sono appesi decine e decine di cappotti. Nel luogo in cui avviene la parte centrale della performance, ci sono le pareti bianche tipiche del manicomio con sopra delle scritte. La cinematografia ci ha abituato a vedere pareti simili piene di scarabocchi deliranti. Nella scenografia dello spettacolo di Paolini le scritte alle pareti ripropongono i numeri della strage, il nome dell’operazione, i cognomi dei nazisti che hanno dato vita a Aktion T4, i luoghi dove venivano rinchiuse le persone, i nomi delle vittime. Sono le annotazioni di una situazione delirante e difficile da credere possibile.

Contribuiscono a dare realismo al racconto i filmati e le fotografie originali dell’epoca e la presenza femminile che partecipa leggendo alcune testimonianze in tedesco. Quello di Paolini non è solo uno spettacolo teatrale adattato per la televisione, ma è anche una pagina di storia che tenta di ricostruire la vicenda nella maniera più esatta possibile.

Paolini riflette molto sul concetto di idea e su quello che succede quando esse “mettono le gambe”.

Le idee possono essere pericolose se partono da concetti potenzialmente discriminanti. Ma una deriva negativa delle idee si può combattere solo attraverso valori opposti e altrettanto forti (se non di più). E questo si può ottenere solo se si esercita la memoria. Quella responsabile. Esercitatela per bene.

Se volete vedere lo spettacolo di Paolini, qui lo trovate in versione integrate.

Federica Crisci

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