“Resident Evil – Welcome to Raccoon City”: Ritorno alle origini o rapida toccata e fuga?

resident evil welcome to raccoon city recensione

Alla notizia del reboot della saga cinematografica di Resident Evil, tratta dall’omonimo franchise survival horror di casa Capcom, la domanda che milioni di appassionati si sono posti è una soltanto: “Riusciremo ad avere un adattamento accettabile di una delle serie videoludiche più amate di sempre?“. Porsi questa domanda dopo la schizofrenica e scellerata gestione del marchio da parte di Paul W.S. Anderson, per bontà divina conclusa nel 2016 (ma sempre troppo tardi), è più che lecito.


Tuttavia, il rilancio della saga cinematografica, in un momento storico dove l’industria è fortemente interessata a portare i videogames sul grande e piccolo schermo (vedi la riuscitissima “Arcane“, la produzione di “The Last of Us” targata HBO o il vicinissimo “Uncharted” con Tom Holland), era più che necessario. Questa volta in cabina di regia troviamo Johannes Roberts che, da grande appassionato dalla saga videoludica, si prende l’onere di scriverne la sceneggiatura. I suoi precedenti film non sono di certo un vanto, ma sarà riuscito nell’ardua impresa di portare un adattamento capace di mettere d’accordo vecchi e nuovi fan di Resident Evil?

“Scopri le origini del male”

Il ritorno a Raccoon City

Claire e Chris Redfield sono due orfani cresciuti all’orfanotrofio di Raccoon City gestito, come il resto della cittadina, dalla società farmaceutica Umbrella Corporation. Se da una parte il ragazzo ha intrapreso la carriera in polizia, diventando un membro della squadra speciale STARS, Claire (Kaya Scodelario) decide di scappare dalla “città dei procioni” quanto prima possibile. Il 30 settembre 1998 però, la giovane decide di far ritorno a Raccoon City per mettere in guardia il fratello sulle vere intenzioni della Umbrella Corp. Nel frattempo, il cadetto Leon S. Kennedy (Avan Jogia) è appena giunto in città e, da novellino qual è, è costretto a restare alla centrale di polizia mentre i membri STARS, Chris (Robbie Amell), Jill Valentine (Hannah John-Kamen) e Albert Wesker (Tom Hopper), dovranno recarsi nella limitrofa Villa Spencer alla ricerca dei compagni misteriosamente scomparsi.

Un grande omaggio alla saga

Fin dalla scena iniziale all’orfanotrofio di Raccoon City, che fa il suo esordio nel remake di Resident Evil 2 per PS4 nel 2019, balza subito all’occhio dell’appassionato che la cura nella trasposizione delle ambientazioni videoludiche è di tutto rispetto. Finalmente, il fan può immergersi nei luoghi che lo hanno segnato nelle notti insonni con il joypad tra le mani, alla ricerca di una via di fuga dall’iconica centrale di polizia o dalla spaventosa villa fuori città. Tuttavia, Johannes Roberts non si è limitato a voler ricreare in maniera più o meno veritiera alcune delle famose location, ma ha deciso di citare alcune delle più iconiche cutscene tratte da diversi capitoli (Resident Evil, RE2 e persino RE: Code Veronica X) quasi frame by frame.

Tutto questo farà sicuramente esaltare il fan di lunga data che può gioire nel vedere un adattamento cinematografico in grado di cogliere le atmosfere del mondo di Resident Evil, ricreandole stilisticamente nell’unico modo possibile: un B-Movie survival-horror. Discostandosi dallo stile puramente action e ricco di CGI di Paul W.S. Anderson, Johannes Roberts punta sul riuscito make-up, sull’oscurità e sul pericolo ad ogni angolo, alternando panoramiche e campi distesi a riprese da angolazioni fisse, in pieno stile videoludico Playstation di prima generazione.

È il desiderio di scappare a farla da padrone dove, anche grazie un ottimo sound design, i momenti di scontro tra vivi e morti riescono ad intrattenere anche se non a far temere per le sorti dei protagonisti, sempre salvati da un intervento terzo. Un aspetto prevedibile ma inaccettabile nei modi, per una produzione basata sullo scontro uno contro molti assetati di sangue. Infatti, dopo averne citato gli innegabili meriti è, purtroppo, giunto il momento di parlare degli aspetti che non funzionano all’interno della narrazione. E sono parecchi.

Una frettolosa corsa contro il tempo

Ci sono tutti in questo “Welcome to Raccoon City”. Ci sono tutti i volti noti dei capolavori videoludici tranne uno: il dimenticato Barry, inspiegabilmente sostituito da Richard Aiken che solo i fan più sfegatati ricorderanno. Una prima decisione totalmente ininfluente ai fini della trama e gradimento del film ma che, personalmente, ho trovato essere una grossolana mancanza data la cura citazionista dell’intera produzione. Eppure, l’assenza di Barry Burton potrebbe averlo risparmiato dal sostanziale cambio d’identità, così come tristemente accaduto per Leon S. Kennedy e Albert Wesker, dove il primo è l’agnello sacrificale ridotto a spalla comica e inetta (ci sarà un girone infernale appositamente creato per chi commette queste atrocità?), mentre il secondo è stato privato di tutta la sua crudeltà e freddo arrivismo. Per contro, Claire e Jill vengono decisamente meglio trattate risultando, anche qui come nei videogames, i migliori character. Ma sono le minacce che i nostri protagonisti dovranno affrontare ad aver avuto la peggio, in una sceneggiatura che sembra aver voluto inserire forzatamente troppi elementi.

Risultando un miscuglio tra i primi tre capitoli della saga videoludica, la narrazione risulta una frettolosa corsa contro il tempo per evadere dalla città dove i rapporti causa-effetto non sempre vengono esposti chiaramente. Nella pellicola zombie-movie in esame, non è chiaro come (e perchè) il fantomatico T-Virus si sia propagato, con i cittadini che inspiegabilmente e contemporaneamente perdono il controllo di sé stessi senza alcun tipo di morso, visibile a schermo. Si intuisce che il virus sia erroneamente finito nel sistema idrico, e che si possa contrarre in diverse modalità, ma è un cambiamento radicale che necessitava anche soltanto di qualche momento in più per essere assimilato.

Ovviamente non si ricerca, in una produzione totalmente sopra le righe, la completa coerenza logica ma assistiamo a una corsa forsennata di 100 minuti mal raccontata, e dal ben più prezioso potenziale, di fronte al quale non possiamo che storcere nuovamente il naso. Gli iconici Likers, tanto amati quanto spaventosi, fanno una bellissima ma fugace apparizione ed uno dei villain più interessanti dell’intero franchise, il dottor William Birkin, subisce un triste e malriuscito taglio di motivazioni. Privato di scopo, perde la sua ragion d’essere con uno scellerato accostamento paterno alla figura di Chris, lasciando perdere le ben più interessati, nonché mostruose, relazioni con la figlia Cherry, ennesima presenza citazionista priva di reale utilità. La sua trasformazione è tanto impalpabile quanto narrativamente sprecata, causando quella mancata e necessaria sensazione di terrore data da un abominio capace di irrompere nella scena in qualsiasi momento. La decisione di unificare gli avvenimenti dei primi tre capitoli videoludici in un unico film, non permette la caratterizzazione necessaria di svariati personaggi che avrebbero necessitato di più tempo per essere rappresentati degnamente. Emotivamente, lo spettatore non riesce ad assaporare ogni frammento di paura, così come l’esperienza Resident Evil richiede, covando un crescente rammarico nel veder nuovamente sprecata la Raccoon City promessa nel titolo.

In conclusione, “Resident Evil: Welcome to Raccoon City” è un film che avrà molto più da dire agli appassionati che ai neofiti della saga, dove la cura nella trasposizione passa anche per i fedelissimi costumi e gli innumerevoli easter egg. Per quanto sia un indiscutibile passo avanti, e un ritorno alle origini estetiche, manca ancora una volta la fuga claustrofobica horrorifica a inseguimento, da assaporare a ogni titubante passo. Anziché ampliare la narrazione, gettando così le solide basi di una saga destinata ad accompagnarci per i prossimi anni, si è deciso invece di andare subito oltre, forse per allontanarsi in breve tempo dal genere zombie, così come i nuovi titoli su console. Solo il tempo ci darà risposta ma, nel frattempo, questo primo capitolo lascia l’amaro in bocca e, più che un benvenuto nella tetra Raccoon City, il tutto suona come un un “Grazie per essere passati. Per l’uscita senza acquisti: qui“.

Michele Finardi

Planner di salotti cinefili pop fin dalla tenera età, vorrei disperatamente vivere in un film ma non riesco a scegliere quale!

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui