L’arte di far “sentire” le storie: intervista a Pablo Trincia

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Secondo me l’audio è il mezzo più potente in assoluto perché scatena l’immaginazione. Questo ti consente di farti il tuo film, è solo tuo, e lo costruisci con i tuoi ricordi.

Pablo Trincia per CulturaMente

Il 2021 è stato l’anno dell’audio: i podcast stanno finalmente prendendo piede anche in Italia, tanto che anche noi di CulturaMente ci siamo divertiti a testare una podcast newsletter e alcune serie di podcast a tema (Backstage, Cultura & Menta, Cultura Sostenibile, Postumi Letterari).

Il podcast d’inchiesta

Oltre al podcast da intrattenimento, però, è arrivato nel nostro Paese anche quello di inchiesta. Dobbiamo fare un salto indietro, fino al 2017, quando il giornalista e autore televisivo Pablo Trincia, ispirato da un podcast americano, porta un prodotto innovativo in Italia:

«L’idea è nata nel 2014 ed è di Sara Koenig, una producer di Chicago che ha pubblicato “Serial”, la prima serie audio podcast. Si tratta di un racconto di 12 puntate da un’ora l’una, in cui analizza un cold case. Mi ci sono imbattuto e sono rimasto stregato. Ho pensato “Questo è quello che avrei sempre voluto fare”. È il formato perfetto perché ti consente di raccontare storie con un budget molto più alla mano rispetto al video e alla televisione in generale. Inoltre, ti dà lo spazio per spiegare bene le cose: quando lavori per qualsiasi media classico stai chiuso dentro un palinsesto, in uno spazio e in una durata massima, mentre io in realtà avrei voluto il tempo di sviscerare, di entrare dentro le storie e soprattutto di farlo con un mezzo meno invasivo della camera, molto più gentile, ma allo stesso tempo altrettanto – se non più – potente. È un mezzo potente, democratico e alla portata di tutti. Fai quante puntate vuoi, comanda il contenuto, hai libertà totale: per me è la cosa più bella del mondo.»

Il frutto di quella ispirazione fu “Veleno”, seguito nel 2019 da “Buio” e nel 2021 da “Il dito di Dio”. Tre prodotti che hanno tenuto noi Spacciatori di Cultura incollati alle cuffiette e che ci hanno spinto a farci raccontare da Pablo, che oggi è direttore creativo di Chora Media, la più grande podcast company italiana, quella che lui definisce l’arte di far “sentire le cose”, e che va oltre l’ascolto in sé per sé.

Un racconto “artigianale”

Pablo Trincia ha un dono, e questo dono che forse è giornalistico ma non solo, è quello di raccontare le cose come si deve. Intervistando le persone, scavando a fondo, entrando nella storia. Non serve solo una bella voce, non serve solo l’attrezzatura giusta. A volte forse non basta nemmeno una bella storia. L’arte delle storytelling è qualcosa che mischia l’indagine clinica all’esperienza umana, con quel pizzico di empatia che però non deve prendere posizione. Pablo ce lo definisce come un racconto artigianale, umile, meticoloso:

«Il paragone che mi viene meglio è quello di un artigiano davanti a un tronco di legno. Tu ce l’hai davanti, e quel legno è così: a volte è mogano, a volte è faggio, a volte è ebano, a volte è quercia. Ha una forma e tu devi girargli intorno e cercare di capire che zigrinature ha, che venature ha: te lo devi proprio studiare e toccare con mano, non lo puoi solo guardare. Equivale ad andare in un luogo a parlare con le persone, a raccogliere documenti. A quel punto, con la pazienza e l’umiltà di un artigiano, devi cominciare piano piano a lavorarlo e a raccontare una storia: il mio trip non è dovermi schierare, ma raccontare una storia e renderla avvincente restando assolutamente fedele ai fatti. Bisogna essere curiosi e non giudicare: tu non sei quelle persone, non sei il loro passato. Sei in realtà in una posizione molto privilegiata: arrivi da fuori, non sei coinvolto. Certo empatizzi, fa parte dell’essere umano, ma tu hai il grandissimo, immenso e unico privilegio di essere il narratore di quella storia. Non ti devi concentrare sulle colpe o sulle ingiustizie, quello significa essere miopi: ti devi concentrare sulla grande storia che hai davanti, perché poi ogni storia, anche quella piccola, è grande e contiene delle grandi lezioni e dei grandi messaggi. Poi ovviamente quando a una donna tolgono i figli – come nel caso di Veleno – ti accorgi che è tutto strano e sbagliato, e pensi al dolore di quella persona: certo che empatizzi e stai male.»

Veleno

Veleno, ve ne abbiamo già parlato in merito alla serie tv su Amazon Prime, è la storia di sedici bambini che vent’anni fa sono stati allontanati dalle loro famiglie accusate di pedofilia e satanismo. Accadeva in provincia di Modena. Alcuni processi si sono conclusi con delle assoluzioni, altri con delle condanne: fatto sta che i bambini non si sono mai ricongiunti con le loro famiglie.

“L’effetto Veleno” ha avuto risvolti inaspettati, emozionando il pubblico e le persone coinvolte: alcuni bambini protagonisti della vicenda sono persino usciti allo scoperto per raccontare la loro verità. Forse è in questi momenti che si capisce davvero quanto il lavoro abbia funzionato: quando si realizza una sorta di meta storia attorno al podcast che aggiunge nuovi dettagli e fa luce su quanto già raccontato.

Come funziona per chi racconta la storia, invece? Si riesce a mettere da parte le emozioni? In parte sì, perché si deve incarnare il ruolo del narratore, e in parte no, perché naturalmente siamo degli esseri umani, come ci racconta Pablo:

«Per Veleno, ero a casa di una signora che non conoscevo: una madre che non vedeva la figlia da vent’anni. E questa donna, che io conoscevo da pochi minuti e che non era molto propensa a parlare, ad un certo punto è collassata per terra e ha iniziato a piangere di fronte ai disegni della figlia. Poco dopo, non ricordo se la sera stessa o la mattina successiva, sono andato alla recita scolastica della Festa di Natale dei miei figli piccoli e sono scoppiato in un pianto così forte che sono dovuto scappare via. Ovvio che questa roba ti lascia un segno, però allo stesso tempo ti devi concentrare sulla grande storia che hai davanti e su come raccontarla in modo rispettoso per farla arrivare agli altri.»

Buio

Buio è un podcast disponibile su Audible e dedicato a persone che hanno vissuto eventi drammatici e si sono rialzate, dalla calamità naturale alla malattia, dal tentato suicidio all’omicidio, passando anche per il rapimento. Il bello di Buio, mentre l’angoscia sale episodio dopo episodio, è quel barlume di speranza che non manca mai. Ascoltare storie tragiche di persone comuni, come noi, e capire come si fa ad uscire dal buio, a brillare nell’oscurità, è un concetto di cui abbiamo fame perché spesso non si lega solo ad eventi tragici, ma alla sola condizione di esistere.

Come si fa a fare in modo che queste storie, così complesse, “arrivino” attraverso l’audio?

Pablo ci racconta che è l’istinto a guidarlo. E qui arriviamo al “Dito di Dio”, l’ultimo podcast uscito su Spotify e dedicato ai drammatici eventi accaduti nella serata del 13 gennaio 2012, quando la Costa Concordia naufragò davanti all’Isola del Giglio.

«La serie si apre con un sommozzatore che scende nella nave già naufragata: fai subito un salto nel futuro. Io prima di arrivare da lui avevo già deciso che quello sarebbe stato l’inizio della serie. Sono andato sapendo già quello che volevo mi dicesse. Mi ricordo che mi sono seduto e gli ho chiesto di raccontarmi la storia. Lui mi fa: “Niente, siamo entrati nella nave e abbiamo tirato fuori i morti.” Al che gli ho detto: Raccontami la storia in slow motion: portami dentro. Quando tu dici così alla gente, le persone poi ti raccontano minuto per minuto quello che hanno visto, quello che hanno toccato, le sensazioni che hanno avuto, e tu devi fargli dimenticare che sono lì con te e riportarle in quel momento. Ne è uscito un racconto devastante, molto sensoriale. Questa cosa la ottieni se riesci a prevedere in anticipo cosa quella persona può raccontarti. Avrà avuto paura, avrà visto delle cose, avrà sentito qualcosa, avrà avuto delle difficoltà. Sai che devi raccontare una storia che va da A a B e nel mezzo creare degli intrecci: è tutto molto istintivo. Devi registrare tutto, tagliare e ascoltare tutto. È come in cucina: quando hai tagliato tutte le verdure e – le tagli tutte bene, con precisione – inizi a cucinare. Devi avere cura di quello che fai. Tu sei come un artigiano, umile e a contatto con la materia.»

Il Dito di Dio – Voci dalla Concordia

La tragica vicenda colpì le vite di diverse famiglie perché, nonostante la nave non si trovasse al largo, le operazioni di salvataggio furono gestite male con conseguenze disastrose in termini di perdite umane. Trincia in questo caso non si preoccupa semplicemente di ricostruire oggettivamente i fatti ma dà voce ai protagonisti: cronaca oggettiva e racconti soggettivi si intersecano per dar vita a un podcast giornalisticamente preciso ed emotivamente disarmante.

L’idea, ci racconta Pablo, gli è stata suggerita da Mario Calabresi (CEO di Chora Media)

«Quando mi ha chiamato e mi ha detto “Raccontiamo la Costa Concordia”, io mi sono spaventato: ho visto una città galleggiante, enorme, davanti a me. Il problema che ho sempre è di non avere mai abbastanza persone che parlano, invece in questo caso c’era un intero mondo su quella nave, 4000 persone. Ho detto: “Ok, qui ci vuole un metodo perché tantissime persone sono scese da quella nave senza neanche accorgersi che c’era un naufragio in corso”. Bisognava trovare quelle che erano rimaste fino alla fine. Nella documentazione c’era l’elenco delle persone che avevano riportato i traumi fisici e psicologici più pesanti e allora sono partito da lì. Quindi insieme a Debora e Francesca (n.d.r. Campanella, Abbruzzese) abbiamo iniziato a cercare e a rintracciare persone che da dieci anni non parlavano di questa storia. La storia di un naufragio, con così tanta gente – lo sapevamo che era una storia da serie, da cui potevi tirare fuori un racconto avvincente, che potesse coinvolgere le persone . Perché quando facciamo podcast cerchiamo sempre di far sentire la storia, non solo di farla ascoltare, ma di farla sentire a livello sensoriale.»

Un podcast suggerito da Pablo

«La cosa più incredibile che ho sentito nella mia vita è “In the dark – season 2” di una giornalista americana che racconta un vecchio omicidio del 1996, un massacro in un negozio di arredamento: uno era entrato e aveva ucciso con un colpo alla testa 4 persone tra cui un ragazzino. Alla fine era stato condannato un ragazzo nero, e questa giornalista riesce a dimostrare – parlando con tutti i protagonisti-  che il ragazzo era innocente e che il procuratore, pur di dargli la condanna a morte, si era inventato le prove e aveva o costretto, minacciato o corrotto le persone che avevano testimoniato contro di lui. Questa ragazza riesce a parlare col testimone chiave, che era in carcere perché era un criminale: fa l’intervista sotto la coperta della sua brandina via facebook e riesce a fargli raccontare che lui si è inventato tutto. Si tratta di un podcast quasi privo di musiche e sound, completamente scondito, ma la potenza e la determinazione di questa ragazza sono tali che la segui e dici “Portami dove vuoi” perché io…

Sto per perdere il treno.»

L’audio intervista: 30 minuti con Pablo

L’intervista con Pablo Trincia è stata divertentissima: lo abbiamo accompagnato telefonicamente alla stazione vivendo la suspense tipica dei tragicomici momenti nei pressi del binario. La ricerca disperata del negozio che vendeva le mascherine FFp2, la corsa per non perdere il treno, la scoperta che il treno aveva 60 minuti di ritardo. Tutto insieme a Pablo, montato e narrato in questo audio. Naturalmente ci scusiamo se l’audio non è perfetto ma eravamo al telefono.

La Dipendenza Culturale di Pablo Trincia

La Dipendenza #1 è online: scopri la risposta di Pablo Trincia alla nostra ultima domanda e se ti piace iscriviti alla nostra nuova Newsletter su Substack!

Alessia Pizzi e Valeria de Bari

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