“Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli” – L’MCU vola in Oriente

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Shang-Chi (Simu Liu) in Marvel Studios' SHANG-CHI AND THE LEGEND OF THE TEN RINGS. Photo by Jasin Boland. ©Marvel Studios 2021. All Rights Reserved.

Dopo lo scontro definitivo con Thanos in Avengers: Endgame, il Marvel Cinematic Universe ha perso tre dei suoi più grandi eroi. Avendo finalmente reso omaggio a Black Widow nei cinema d’estate, ed aver iniziato un percorso seriale per rendere centrali degli ex gregari (mi riferisco alle riuscitissime serie tv Wandavision, The Falcon and the Winter Soldier e Loki, disponibili su Disney+), è giunto il momento che vengano inseriti nuovi eroi direttamente sul grande schermo. La cosiddetta Fase 4 inizia, questa volta per davvero, anche in sala e non poteva farlo meglio di così. Con un viaggio da San Francisco alle foreste cinesi, passando per Macao, il 25° film MCU ci rende partecipi della nascita di un nuovo difensore: Shang-Chi, adattamento dell’omonimo personaggio fumettistico creato nel 1973 dalla penna e dalla matita di Steve Englehart e Jim Starling. Tutto questo presentandoci anche degli oggetti tanto potenti quanto misteriosi e che, come ci viene suggerito nella prima scena post credits, avranno un ruolo chiave nel futuro del franchise: i Dieci Anelli.

Non si può scappare dal passato

Shaun (Simi Liu) è un giovane ragazzo cinese che vive solo a San Francisco e che, per mantenersi, fa il parcheggiatore insieme alla sua migliore amica Katy (Awkwfina). In un giorno qualsiasi, la coppia viene brutalmente attaccata su di un autobus per il ciondolo che il giovane porta al collo, regalatogli dalla madre defunta. Shaun non potrà più nascondere la verità sul suo passato all’amica e le confesserà che, oltre a chiamarsi Shang-Chi, in realtà è un esperto di arti marziali, figlio del pluricentenario Wenwu (Tony Leung), possessore dei Dieci Anelli e leader dell’omonima organizzazione che li ha aggrediti. Intravedendo un disegno nelle azioni padre, i nostri protagonisti decideranno di intraprendere un viaggio in Oriente per rintracciare Xialing (Meng’er Zhang), la sorella di Shang-Chi, ed impedire che anche il secondo ciondolo possa finire nelle mani di Wenwu, alla disperata ricerca del mitologico villaggio di Ta-Lo.

Un omaggio degno di lode

Con Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli i Marvel Studios riescono, per la prima volta, a far immergere lo spettatore in un contesto fuori dagli Stati Uniti, cosa che erano riusciti a fare soltanto in parte con il similare Black Panther. A differenza della precedente narrazione ambientata in Wakanda, buona parte del film è recitato in cinese ed il cast si compone di personalità asiatiche di varia caratura e origini che, per certi versi, collimano con le loro controparti Marvel. Il protagonista Shang-Chi viene interpretato dal giovane e promettente Simu Liu, trasferitosi dalla Cina in Canada all’età di 5 anni, seguendo un destino similare al suo eroe. La newyorkese Awkwafina, qui interpreta Katy, anch’essa americana di seconda generazione e, per il ruolo di Wenwu, ecco che abbiamo uno dei nomi più potenti del cinema orientale: Tony Leung, in uno dei rari casi in cui interpreta una figura paterna (la sua infanzia fu piuttosto infelice proprio a causa del padre). Il cast è inoltre composto da Michelle Yeoh, nota al grande pubblico per l’iconico ruolo ne La tigre e il dragone, dalla malese Fala Chen, da Meng’er Zhan, all’esordio nel cinema che conta e dal ritrovato Ben Kingsley, per un inedito Mandarino.
La nuova pellicola MCU non si ferma però soltanto ad una sfilata di attori provenienti dall’altra parte del mondo. Fin dalle prime sequenze è chiaro che l’intento è anche, e soprattutto, quello di rendere omaggio ad una cultura affascinante e differente. Immediatamente lo spettatore viene incantato da una danza-combattimento in pieno stile wuxiapian che, per l’ambiente circostante e scelte stilistiche, non può che riportare alla mente le sequenze de La foresta dei pugnali volanti o gli scontri del più recente The Grandmaster del maestro Wong Kar-wai. Con una sempre presente contrapposizione tra bene e male (caratteristica cardine della filosofia taoista ma anche del mondo Disney), a differenza di molte altre produzioni a stelle e strisce, la Marvel Studios riesce a non snaturare il contesto in cui accadono le vicende, amalgamandolo coerentemente con il mondo del cinecomic.

Gli omaggi alla cultura cinese sono numerosi. Dalle creature mitologiche (quanti hanno urlato “Ninetails!” alla vista della volpe a nove code?) allo stile di combattimento tutto ci racconta di una tradizione tanto antica quanto distante. Eppure, non si può fare a meno di notare il ritorno di alcune costanti tematiche. Oltre alla già menzionata contrapposizione tra buono e cattivo, emerge in maniera preponderante il tema dei legami familiari. Il rispetto per i propri congiunti e il desiderio di compiacerli può essere associato al mondo orientale, ma non è poi così distante dal sistema di valori occidentale. Basti pensare che anche Black Widow costruisce tutta la sua storia intorno al concetto di famiglia.

Chi vede nel film Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli una pellicola riservata solo al pubblico della Cina sbaglia. Ci sono alcuni archetipi che vanno oltre la geografia e che appartengono al patrimonio culturale dell’intera umanità. Questo nuovo film della Marvel è, e vuole essere, un prodotto dai toni epici in cui il sentire orientale e i meccanismi narrativi tipici delle grandi storie si intrecciano, con la giusta dose di umorismo a cui le pellicole MCU ci hanno abituato.

Un figlio imperfetto ed un padre smarrito

Come ho già detto precedentemente, il cast è sfaccettato ma estremamente convincente. La coppia Shang Chi – Katy trasuda una chimica invidiabile con la seconda che, data l’estrema bravura di Awkwafina, riesce ad essere più di una semplice spalla comica, seppur sempre divertentissima. Non posso non farvi notare un piccolo inside joke inserito all’interno del film, dove l’attrice rimane a bocca aperta di fronte ad una creatura “magica” che ha per lei un volto noto: quello del drago Sisu, doppiato dalla stessa nell’ultimo classico Disney Raya e l’ultimo drago.
La vicenda viene narrata con i tempi giusti, facendo letteralmente volare i 132 minuti di proiezione. Priva di grandi sbavature, la sceneggiatura è capace di esplorare l’imperfezione del nostro protagonista e, come di consueto per casa Marvel, andare a trattare il tema familiare da un diverso punto di vista. Un figlio che dovrà dimostrarsi eroe non seguendo le colleriche orme paterne, ma contrapponendosi ai suoi poteri pressoché illimitati. Wenwu, capace di sconfiggere la sua stessa morte, è un villain spezzato e reso cieco dal dolore della perdita dell’amore. La morale di non cedere alla vendetta, di non serrare il pugno ma mostrare sempre il palmo di mano, viene potenziato e mostrato senza l’uso di parole, regalandoci uno dei migliori momenti dell’Universo cinematografico Marvel.

Che ai giovani tocchi rimediare agli errori paterni è un altro tema ampiamente esplorato nel mondo artistico. Shang-Chi rappresenta il tipico eroe in formazione che per arrivare a padroneggiare il potere dei Dieci Anelli dovrà prima fare i conti con il suo senso di colpa. Il viaggio è lo strumento basilare per riscoprire le proprie origini. Far morire il bambino che vide morire sua madre, sarà l’unico modo per rinascere come adulto finalmente in grado di non fuggire le sue responsabilità e di essere presente per le persone a lui care (come la sorella). Un personaggio gentile, ironico e profondamente umano nonostante sia un supereroe.

Una combattiva storia di origine

Il film risulta estremamente dinamico e coinvolgente grazie a delle scene di combattimento corpo a corpo tra le più riuscite degli ultimi anni, sia per lo stile registico che coreografico. Dopo un primo tradizionale scontro tra i genitori di Shang-Chi e Xialing alle porte di Ta-Lo, assistiamo ad uno scontro agli antipodi nella caotica San Francisco e su di un autobus in corsa. Il combattimento è degno del miglior Bruce Lee, estremamente fluido e chiaro nonostante la complessità di far sembrare il tutto su di un mezzo movimento, passeggeri inclusi! Smarrire lo spettatore con un montaggio poco chiaro o inquadrature non ottimali, tra manovre evasive, traffico, pugni e lame, sarebbe stato molto semplice. Qui tutto questo non accade e viene ulteriormente elevato nel secondo scontro in quel di Macao. Sospesi tra le impalcature di un grattacielo e degli interessanti giochi di specchi, non viene persa l’occasione di richiamare il genere gangster movie made in Hong Kong, che verrà poi ripreso nella seconda scena post credits.
Una prima ora più action, caratterizzata da combattimenti urbani, lascerà spazio ad una seconda ora caratterizzata dalla mitologia orientale e dall’esplosione della CGI. Lo scontro corpo a corpo cede il passo alle battaglie corali, con con una diversa impostazione dei quadri che permetterà di ammirare i costumi ben realizzati e la potenza delle figure della cultura orientale sul grande schermo.

L’MCU si espande, diventa sempre più multiculturale con una storia di origine forte che ci proietta verso dei nuovi Avengers, molto diversi da quello con cui siamo stati abituati. Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli è una delle migliori narrazioni del franchise che non può che riempirci di gioia per il futuro dentro e fuori l’universo supereroistico.

Michele Finardi e Federica Crisci

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