La moda gender fluid, tra vecchi e nuovi paradigmi

la moda gender fluid

L’americanissimo Tommy Hilfiger lancia TommyXIndya Summer 2021, una capsule collection unisex in collaborazione con l’attrice e attivista non-binaria Indya Moore. Sulla passerella di Altaroma la Maiani Accademia Moda ha fatto sfilare 8 abiti gender fluid, creati con stoffe tessute in Burkina Faso.

Perché vi do queste notizie? Perché grazie alla costante sensibilizzazione verso le tematiche di identità di genere, alcuni designer stanno interpretando segnali importanti che arrivano dalla società.

Una società in un certo senso liberata, che cerca su Google “gonne da uomo”, magari dopo aver visto Mahmood vestito con una chemisier Burberry a Sanremo 2021.

Androginia, a la garçonne, unisex: gli antenati del gender fluid

Dall’antica Grecia ad oggi, il superamento della dicotomia uomo/donna è sempre stata una sfida e, in molti casi, un’esigenza. L’androginia gioca sull’ambiguità estetica, l’esempio classico nella moda è Marlene Dietrich, ma molto prima, negli anni ’10, lo stilista Paul Poiret disegnava pantaloni ampi per le donne, i famosi pajama pants, creando una rivoluzione. Negli anni ’20 Louise Brooks, la prima attrice del cinema muto, stupì il mondo con un taglio cortissimo, da ragazzino. Nei decenni successivi la moda, la cultura, il cinema ci hanno proposto tantissimi esempi di questo gioco: uomini vestiti da donne, donne da uomini, dive mascolinizzate e cantanti con il make up. Madonna, Jean Paul Gaultier, YSL, Freddie Mercury, Bowie, ci hanno traghettato nella modernità dei costumi e hanno evidenziato, valicandola, quanto sia sottile -e inutile- la linea che divide i generi. Superando il concetto di unisex, ovvero uomini e donne che vestono gli stessi capi, molto visto negli anni ’80,’90 e 2000 (pensate a Benetton, Levi’s o Jil Sander), arriviamo al gender fluid. Non è un vero e proprio stile, diciamo che è più una terza via. Alcuni stilisti vicini alla Generazione Z (Telfar, Delay, Reamerei, giusto per citarne qualcuno) creano abiti per chi non si sente rappresentato dai paradigmi estetici del suo genere e ne cerca di nuovi, non necessariamente abbandonando i vecchi.

Come ha scritto Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, nell’invito alla sfilata 2019/2020:

«Il mondo antico cantava le meraviglie dell’essere tra i due sessi. Oggi è una delle maschere più difficili da indossare, ma essere un ibrido è una benedizione»

Resta da vedere se la moda accompagnerà questo profondo cambiamento culturale e sociale, o se lo userà solo come trampolino di marketing. Ma io ho fiducia nella moda!

Foto: a sinistra, Greta Garbo. A destra, fotografia di Mario Testino, abiti di YSL. Entrambe tratte dal libro “Moda Oggi” di Colin Mc Dowell.

Micaela Paciotti

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