I Soliti Ignoti, la dolce risata nelle vicende della povertà italiana

I soliti ignoti

“Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo…potete andare a lavorare!”

Titolo: I soliti ignoti
Regista: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Mario Monicelli, Suso Cecchi D’Amico, Age & Scarpelli
Cast Principale: Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Totò, Claudia Cardinale, Carla Gravina, Carlo Pisacane, Tiberio Murgia, Memmo Carotenuto.
Nazione: Italia
Anno: 1958

 

L’Italia del dopoguerra: un’immensa montagna da scalare. Disoccupazione, macerie, fame e valori da riscoprire. Il cinema ce l’ha descritta bene, con il ‘Neorealismo’. Vittorio de Sica e il suo Sciuscià, Roberto Rossellini e la sua Roma Città Aperta e Giuseppe De Santis e il suo Caccia tragica ci dipingono un paese che fatica a rinascere, con le tragedie della guerra e le sue conseguenze impossibili da dimenticare. Arrivano poi gli anni ’50 e con loro Mario Monicelli che decide di dare un tocco diverso al neorealismo: raccontare la realtà attraverso la satira di costume. Denuncia e verità sempre, ma con un tocco di commedia. Il primo film è Guardie e ladri, ma è ancora un po’ malinconico… Nel ’58 invece dirige I soliti ignoti, destinato a diventare un intramontabile.

La storia è di un gruppo di ladri di basso rilievo della Roma povera.

Peppe “er pantera” (Vittorio Gassman), l’anziano Capannelle (Carlo Pisacane), il siculo “Ferribotte” (Tiberio Murgia), il giovane Mario (Renato Salvatori) e il fotografo Tiberio (Marcello Mastroianni) si uniscono per un grosso colpo. Uno di quelli che potrebbe cambiare le loro vite, per cui vale la pena tentare tutto: svaligiare la cassaforte del Monte di Pietà.

La fonte di tutto è stato Cosimo (Memmo Carotenuto), ladro anche lui che, detenuto, è venuto a conoscenza di questo colpo e come praticarlo da un altro…residente. Cosimo racconta tutto a Peppe, il quale era finito dentro perché doveva fare da ‘pecora’ (cioè finisce dentro dietro compenso per fare la pena al posto di Cosimo), ma era stato incarcerato senza riuscire a scagionarlo. Peppe finge che gli hanno dato una pena esagerata, così Peppe (per scusarsi) gli racconta il piano. Ma “er pantera” è incensurato e con la condizionale esce subito, con la collera di Cosimo.

Per ripagare gli altri dei soldi per la ‘pecora’ non avvenuta, Peppe li coinvolge nel piano. Dovranno fare lavori di fino, compreso lo scassinare la cassaforte. Lavoro che nessuno ha mai fatto, ma prenderanno lezioni dallo scassinatore Dante Cruciani (Totò). Dovranno anche coinvolgere Nicoletta, senza che lei lo sappia, la giovane servetta dell’appartamento di fronte a quello del Monte (Carla Gravina).

La vita di tutti però prosegue. Tiberio deve pensare a suo figlio mentre la moglie è in prigione. Ferribotte deve pensare a far maritare la giovane sorella Carmela (Claudia Cardinale), ignaro però che nascerà qualcosa tra lei e Mario. Peppe si invaghirà di Nicoletta, mentre cerca di carpirle informazioni. Nel frattempo Cosimo esce, carico di vendetta. Non vuole dividere e vuole tutto per sé: la banda per questo lo isola. Tenta invano di rapinare da solo il Monte e, mentre prova un semplice scippo, viene travolto da un tram. Tutti sono scossi, ma il colpo si deve fare.

I soliti ignoti

Il film è considerato rivoluzionario per mille motivi.

Monicelli ci descrive un film dove la vita non è solo lacrime, ma non è al tempo stesso commedia d’amore, baci e ‘languide carezze’. Non ci sono bambini che vagano solitari nella pioggia, ma neanche figlie di gente modesta che sposano il figlio del ricco commerciante. C’è povertà, fame, necessità di arrivare al giorno dopo, con l’ironia della coscienza. Ci sono le periferie con il sorriso della sincerità della modestia e dell’ignoranza.

Un esempio tipico viene da Capanelle che cerca Mario per fare da ‘pecora’  e chiede informazioni a un gruppo di ragazzi che giocano a pallone. Questi rispondono che lì di Mario ce ne sono duecento. “Lo so-aggiunge il vecchio – ma questo è uno che ruba“; “Sempre duecento so’ ” è la replica.

Su questa ironia semplice perché inevitabile, vera perché spontanea, Monicelli dirige tutto il film. Il pubblico di allora, che cercava di essere borghese, ma non lo era del tutto, si sentiva autenticamente ritratto nella sua quotidianità.

Se c’è ironia, però, si potrebbe definire una commedia e basta. Cosa c’è che lo collega al neorealismo?

Per la prima volta, in una commedia, un personaggio muore.

Non è anziano, non straziato da un male incurabile, non trafitto da una spada dopo un leale duello: muore investito da un tram. Una cosa improvvisa, che può succedere a tutti.

Anche le scelte registiche sono rivoluzionarie. Per la prima volta infatti vediamo Vittorio Gassman in veste comiche.

È un film, insomma, che ha dimostrato che osare nel cinema serve, soprattutto se si segue la tradizione.

 

3 motivi per vedere il film:
– Vedere Roma com’era un tempo, scoprendo cose strane

– Grandi attori del cinema italiano che fu uniti e brillanti

– Osservare un po’ di vita quotidiana degli anni ’50: è sempre neorealismo no?

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Quando vedere il film:
– Quando ci si vuole fare una risata. È un film da pomeriggio, per arrivare a cena. Adatto anche a chi non conosce molto il cinema e dice che ‘i film vecchi sono noiosi‘.

 

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Francesco Fario

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