Borg McEnroe, quando lo sport diventa leggenda

borg mcenroe

Pur nell’invadenza eccessiva dei biopic al cinema negli ultimi anni, esistono ancora delle storie vere che si scrivono letteralmente da sole.

Borg McEnroe, senza un trattino, senza una virgola, quasi a richiamare fin dal titolo la simbiosi tra i due protagonisti, rientra in questa categoria. Anche se il tennis è uno tra gli sport meno cinematografici in assoluto, è difficile trovare una rivalità così perfetta per essere narrata. Due personaggi che rappresentano l’opposto ma in realtà due lati della stessa medaglia. Un’epoca di trasformazione per il loro sport di cui diventano il simbolo. Un passato generazionale che travalica, appunto, il significato del solo tennis.

Nella rappresentazione dell’uomo di ghiaccio, iper-logico, e del ribelle tutto emozioni, la scrittura dei caratteri ricorda molto Rush. A differenza di quel film, però, Borg McEnroe è ancora più psicologico, ancora più interiore, tutto dedicato alla scoperta di come questi due campioni siano diventati quel che sono in quel preciso momento, perché si sono scontrati. Lo sport è davvero in secondo piano, lasciato all’atto finale, l’esplosione di tutte le emozioni finora vissute in una delle partite più belle di sempre.

Il film infatti sceglie di non raccontare i tanti epici scontri tra i due tennisti. Tralascia anche ciò che è successo dopo il Wimbledon 1980, ovvero altre finali tra i due vinte tutte dal’americano. Non perché il film svedese voglia evitare di raccontare le sconfitte del proprio campione. Ma perché quel match sull’erba inglese del luglio 1980 incapsula fantasticamente, nel dramma sportivo, tutte le montagne russe emotive vissute dai due.

Borg McEnroe è un inusuale biopic sportivo scritto bene, ancor prima che ben realizzato e appassionante.

Riesce ad entrare nella testa dei protagonisti e, senza racconta qualcosa di rivoluzionario, colpisce e coinvolge. Il più grande merito, allora, è proprio aver reso incredibilmente appassionante l’atto finale. Costruito meravigliosamente nella sceneggiatura, il match appare davvero la resa dei conti assoluta non l’uno contro l’altro, ma contro loro stessi. Borg vede dall’altra parte della rete sé stesso, e viceversa McEnroe.

Se il tennis, come detto, è difficile da far rendere al cinema, è esaltante il modo con cui hanno tralasciato l’agonismo per far comprendere la guerra psicologica in campo. Il tennis è uno sport di testa, e proprio nella mente dei due riusciamo ad entrare in quel campo centrale di Wimbledon. Il più grande complimento, non a caso, è aver visto gente durante il film letteralmente tifare uno dei due, oppure impazzire dalla tensione punto dopo punto, per una partita di cui tutti conoscono il risultato. Un match di 37 anni fa.

Lo sport al cinema funziona sempre. Se poi se ne coglie l’essenza e l’importanza nella vita delle persone, diventa indubbiamente il genere più energico e trascinante possibile.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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