L’Ars Amatoria di Ovidio, la modernità dell’amore

Consigli d’amore. Tecniche di corteggiamento ed errori da evitare. Non stiamo parlando dell’ultimo manuale d’amore ma di un libro che ha più di duemila anni di storia: l’Ars Amatoria di Ovidio. Di questo classico della letteratura latina e del suo autore, ne abbiamo parlato con il professor Ferdinando Stirati.

Nel bimillenario della morte di Ovidio, celebrato anche dalla mostra recentemente inaugurata alle Scuderie del Quirinale a Roma, vogliamo ricordare il grande scrittore latino attraverso una delle sue opere più celebri: l’Ars amatoria.

Concetto Marchesi, uno dei più grandi latinisti di sempre, la definì «il capolavoro della poesia erotica latina».

Per approfondire la conoscenza di quest’opera straordinaria, abbiamo incontrato il professor Ferdinando Stirati che lo scorso 25 ottobre ha tenuto una lectio magistralis proprio sull’Ars Amatoria.

Professore perché proprio l’Ars Amatoria di Ovidio per la sua lezione?

L’occasione è stato il bimillenario della morte di Ovidio avvenuta a Tomi nel 18 d.C.

La lezione è stata rivolta agli ex alunni del “Liceo Classico Augusto” che si sono costituiti in Associazione nel 1987, in occasione del cinquantenario del Liceo nato nel 1937, contemporaneamente al Virgilio e al Giulio Cesare per celebrare il bimillenario della nascita di Augusto (63 a.C.).

Ho scelto l‘Ars Amatoria (con il preambolo dei Medicamina faciei foemineae e il corollario dei Remedia Amoris) per vari motivi.

Innanzitutto era mia intenzione proporre un argomento amabile, leggero e anche divertente.

Poi volevo presentare un’opera che non fosse mai stata letta a scuola.

Il motivo? Semplice. L’Ars Amatoria come altre opere di  autori “scandalosi” come Catullo, Orazio, Petronio, Marziale o Giovenale, è stata sempre ritenuta dalla “nostra scuola” immorale.

E allora spazio ai carmi più casti o lirici, censurando quelli considerati più licenziosi.

Infine mi piaceva dimostrare che la poesia, quella vera, è universale, anche quando è l’espressione di una società di duemila anni fa.

L’Ars Amatoria è attuale, è viva anche oggi.

Esistono precedenti, nella letteratura classica, dell’opera di Ovidio?

Qui occorre fare una distinzione: l’Ovidio delle Metamorfosi, delle Heroides, dei Fasti ha infiniti precedenti in tutta la poesia ellenistica; si tratta, perlopiù, di tentativi volti a ricercare solo l’erudizione e la politezza formale perché, crollata la polis, erano scomparsi anche il polites e la parresia , cioè la libertà di parola.

L’Ovidio erotico, invece, ha tutta una serie di precedenti -letterari e non- che affondano le radici nell‘italo aceto, come diceva Orazio.

Possiamo individuare questi precedenti negli antichi e preletterari fescennini, basati quasi sempre sul sesso, ma anche nella commedia palliata e soprattutto in Plauto, nelle cui commedie il sesso, il tradimento, il corteggiamento, la conquista -reale o inventata che sia- hanno sempre uno spazio non indifferente.

Nelle opere di Plauto, tuttavia, non c’è nessun intento precettistico.

La finalità era solo quella di rispondere alle richieste di un pubblico popolare, composto perlopiù da soldati e contadini. Gente che andava a teatro essenzialmente per ridere. Un divertimento basato sul sesso, sullo scambio di persone, sul tradimento, sui doppi sensi ma anche su un linguaggio greve ed esplicito.

Infine nell’ambito dei precedenti, non va dimenticato il contributo apportato dalla tradizione pittorica e plastica, come testimoniato anche dalle opere pompeiane.

Come fu accolta l’Ars Amatoria dalla società romana?

Benissimo e al tempo stesso malissimo.

Benissimo da quella parte di romani opulenti, membri di una società “da bere” non dissimile da quella italiana degli anni Ottanta del secolo scorso.

Nella Roma di Ovidio e di Augusto, infatti, abbondavano gli scandali, i fenomeni di corruzione ma anche la caduta dei valori tradizionali.

All’epoca di Ovidio tutti, più o meno, si sentivano autorizzati a poter fare tutto.

Fu accolta malissimo proprio da Augusto.

Questi non amava Ovidio. Lo riteneva responsabile, con le sue opere e con i suoi insegnamenti, della proverbiale scostumatezza di Giulia Maggiore e di Giulia Minore, rispettivamente figlia e nipote dell’imperatore.

Fu talmente convinto di ciò che condannò il poeta alla relegatio (un confino ante litteram previsto dalle leggi romane) sulle coste del Mar Nero, dove morì nel 18 d.C., senza aver mai ottenuto né da Augusto, che dal suo successore Tiberio, il perdono.

Simile sorte toccò anche alla stessa figlia del sovrano che venne confinata sulla sperduta isola di Ventotene.

Quelle decisioni rientravano in quel clima politico di severo moralismo adottato da Augusto.

Una scelta inevitabile dopo un secolo di guerre civili. Una lunga fase, praticamente senza soluzione di continuità (Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio) che aveva distrutto la severa moralità della Roma repubblicana dei secoli precedenti.

Una rigorosa morale che, però, contrastava e non poco con i comportamenti dello stesso Augusto e dei suoi familiari, non certo improntati al rigore e alla probità.

Come è stata influenzata la letteratura nei secoli successivi dall’opera ovidiana?

Già nell’Alto Medioevo Ovidio era considerato un maestro d’amore.

Dai Carmina Burana (egregiamente musicati nel secolo scorso da Karl Orff), alla letteratura provenzale fiorita alla corte di Eleonora d’Aquitania, passando per la poesia del ciclo carolingio (Chanson de Roland, Chanson de gest) e per quella del ciclo bretone (Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda).

In tutti i casi si tratta di veri e propri manuali d’amore sulla falsariga dell’esempio ovidiano.

Ma anche la letteratura italiana del XIII e XIV secolo sentì l’influenza di Ovidio.

Non dimentichiamo che Dante, nel IV canto dell’Inferno, inserisce Ovidio tra gli Spiriti Magni accanto a Omero, Virgilio, Lucano e Orazio. Con spirito di devozione verso i maestri, ma anche di orgoglio personale Dante si pone come “sesto tra cotanto senno”.

Anche la cultura rinascimentale non rimase immune dal fascino di Ovidio. Tali richiami sono evidenti soprattutto nella precettistica del Cortegiano di Baldassar Castiglione, nel Galateo di Monsignor Della Casa e nei Carmi Carnascialeschi di Lorenzo il Magnifico.

Ma anche tutta la poesia barocca di Giovan Battista Marino finalizzata alla “meraviglia”, con le sue scorribande mitologiche, può essere intesa come naturale erede di Ovidio.

Stesso discorso per tutto il melodramma settecentesco e particolarmente per Metastasio.

Anche il “maestro d’amabil rito” Giuseppe Parini si rifece a Ovidio, con spirito non troppo diverso. Entrambi infatti riflettono su una società che non condividono.

Una certa influenza Ovidio la esercitò anche sulla produzione “libertina” dell’Illuminismo francese. In particolare elementi di contatto si notano nelle opere del Marchese De Sade, che, per i contenuti ritenuti osceni, fu rigorosamente messo all’indice.

Come in Ovidio, anche per De Sade il linguaggio esplicito ha una finalità ben precisa, quella di mettere sotto accusa i veri ipocriti e la corruzione morale della società in cui si trovava a vivere. Accusato di tutte le possibili perversioni De Sade fu perseguitato dall’Ancien Regime, ma anche dalla rivoluzione francese, cui aveva aderito e perfino da Napoleone.

Come Ovidio fu anch’egli osteggiato dal potere seppur in modi diversi.

De Sade subì la prigione, la residenza coatta, addirittura il manicomio.

Condusse senza dubbio una vita dissoluta e disonesta ma non si trattava poi di un eccezione. Quello stile, nella società di fine Settecento e inizio Ottocento, era di fatto la normalità.

Il linguaggio dei Tristia di Ovidio (opera che potremmo tradurre con il termine Tristezze e che il poeta originario di Sulmona scrisse nel periodo dell’esilio) è tragicamente simile all’epitaffio che il marchese compose per la sua tomba:

  «Passante/ inginocchiati per pregare/accanto al più sfortunato degli uomini./Egli nacque nel secolo scorso/e morì in quello presente./ Il dispotismo dal volto odioso/gli fece guerra in ogni tempo./ Sotto i re questo mostro orrendo /si impadronì della sua vita interamente./ Sotto il Terrore riapparve/ e mise Sade sul bordo dell’abisso./ Sotto il Consolato risorse/ e Sade ne fu ancora vittima.»

Credo che il Marchese de Sade abbia avuto un destino umano e letterario simile a quello di Ovidio. Con una sola ma importante differenza: per lo scrittore francese l’amore non era inteso come un “ludus“, ma come tragica esperienza esistenziale. E’ per questo motivo che il suo pensiero si ritrova in tutto l’esistenzialismo, soprattutto in Sartre, ma anche in Pasolini.

Da un punto di vista squisitamente stilistico qual è la maggiore novità dell’Ars Amatoria?

Da un punto di vista strettamente formale, la novità più significativa è l’uso del distico elegiaco (esametro + pentametro). Rispetto all’esametro di Ennio, di Lucrezio e soprattutto di Virgilio, il distico è uno schema che prevede una frattura narrativa, una diversità, una provocazione.

Forma e contenuto – dice Francesco De Sanctis- sono facce diverse della stessa medaglia.

Come è diverso e provocatorio il contenuto, altrettanto diversa e provocatoria deve essere la forma.

Parlando di Ovidio il conservatore Quintiliano, sul finire del I secolo d.C., nella sua Institutio Oratoria, lo definisce “lascivus” nel senso di frivolo e “mimium amator ingenii sui”, cioè troppo amante del proprio talento.

Questo significa che Ovidio è un barocco ante litteram, così come il suo conterraneo D’Annunzio può essere considerato, dal punto di vista stilistico, il più grande secentista.

Quanto al lessico usato da Ovidio si può dire che è sicuramente esplicito, ma mai volgare.

Risulta anzi garbato, fine, elegante e sempre spiritoso. Anche in questo caso una forma elegante corrisponde perfettamente all’idea dell’amore inteso come gioco.

Grazie professore per questa bella chiacchierata che ha rinverdito la straordinaria modernità di Ovidio e della sua bellissima Ars Amatoria.

Maurizio Carvigno

Vuoi saperne di più su Ovidio? Ecco una serie di Video su di lui per la Rubrica Letteratura Antica in Pochi Minuti!

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