Riso amaro: l’evoluzione popolare del neorealismo italiano

Riso amaro

“Non lo sapevi che è sempre una questione di faccia? Io da quando sto al mondo e porto una divisa ne ho viste a migliaia e a migliaia. Anche qui, in mezzo a voi, ce n’è di tutte le razze. Ognuna ha il suo destino e nessuno può farci niente”.

Titolo originale: Riso amaro
Regista: Giuseppe De Santis

Sceneggiatura: Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Gianni Puccini, Carlo Musso, Ivo Perilli, Gianni Puccini
Cast Principale: Silvana Mangano, Doris Dowling, Vittorio Gassman, Raf Vallone

Nazione: Italia
Anno: 1949

Tra i vari film del neorealismo, “Riso amaro” è probabilmente l’esempio più popolare, avendo avuto il maggior successo di pubblico alla sua uscita nelle sale.

D’altronde, si presenta apparentemente e da subito come una pellicola attraente: una specie di “guardia e ladri” un po’ western e molto melodramma, con protagonisti belli e pieni di sex appeal.

Interamente girato nelle risaie del vercellese, interni compresi, si apre come un servizio giornalistico, con il primo piano di un giornalista di “Radio Torino” che dalla stazione ferroviaria illustra il lavoro delle mondine o “mondariso”. Segue un bellissimo piano sequenza, che inquadra i binari e i lavoratori, fino a fermarsi su due poliziotti, in cerca di un fuggitivo.

Francesca (Doris Dowling), cameriera in un albergo, è stata istigata dal suo amante, Walter Granata (Vittorio Gassman), a rubare una collana. Compiuto il furto, entrambi si nascondono tra le mondine, in attesa di partire per Vercelli dalla stazione di Torino. Salita sul treno, Francesca si imbatte in Silvana (Silvana Mangano) e arrivata alla risaia inizia anche lei a lavorare, clandestinamente, come mondina.

Silvana aiuta Francesca a farsi accettare dalle altre mondine, soprattutto quelle assunte regolarmente che si vedono sottrarre il lavoro dalle clandestine. Ma le ruba la refurtiva e si innamora del suo amante Walter, nonostante il corteggiamento di Marco (Raf Vallone), un soldato che fatica a dimenticare la trincea e sogna di andare lontano a ricominciare la sua nuova vita.

Francesca e Silvana lo incontrano nel dormitorio. Poco prima lui ha scritto su un muro del dormitorio: “vivo morendo in caserma non in tempo di guerra, ma in tempo di vita”.

Il gioco d’amore e le schermaglie tra Marco e la mondina Silvana sono classiche scene del melodramma, ma anche delle commedie italiane degli anni ’40, ’50 e ’60 del secolo scorso. Marco potrebbe denunciare Francesca, come gli chiede Silvana, ma non lo fa, perché non crede che abbia la faccia di una criminale e la galera non è il suo destino.

La trama scende presto nell’intreccio delle coppie, nelle contraddizioni che si vogliono mettere in luce. Dal dramma si passerà, infine, alla tragedia.

Al centro della storia di “Riso amaro” ci sono Francesca e Silvana. La loro rivalità è emblematica di quella tra due categorie di mondine: quelle assunte e quelle “clandestine”.

Così come la rivalità tra le donne si trasforma in amicizia (“Chi si accapiglia, si piglia”), anche tra le lavoratrici l’iniziale guerra tra povere si trasforma in una solidale lotta “sindacale”.

Il regista Giuseppe De Santis si ispira al cinema hollywoodiano e sovietico. Infatti, è evidente una grande maestria nelle scene d’insieme. Trasforma “Riso amaro” in un film impegnato, per denunciare le dure condizioni lavorative delle mondine. Non a caso, all’uscita nelle sale, Ennio Flaiano lo definì “drammatico-sindacale”.

Lavoratrici stagionali, le mondine venivano assunte per svolgere un lavoro faticosissimo, senza diritti, senza garanzie. Se pioveva, per ogni giorno in cui non si poteva lavorare si sottraeva un chilo di riso dalla paga finale, che era costituita parte in denaro e parte in natura, ovvero in parte del raccolto. Ed è proprio quello che avviene nel film: presto il pericolo non sono più le clandestine, ma il maltempo, che rischia di mandarti a casa con meno riso per la tua famiglia.

L’analisi critica di Ennio Flaiano accomunava “Riso amaro” ad altri due film usciti nello stesso periodo: “Campane a martello” e “Cielo nella palude”. Come gli altri due film, questo avrebbe una bella partenza, corse faticose, squarci notevoli e un arrivo poco felice.

Non posso che condividere l’autorevole parere su “Riso amaro”, soprattutto per quanto riguarda la bella partenza e gli squarci notevoli.

Dell’inizio vi ho già detto, ha un carattere quasi epico. Gli squarci notevoli non mancano: le scene d’insieme; il momento dell’alterco cantato tra mondine regolari e clandestine; la sensuale leggerezza delle due scene in cui Mangano e Vittorio Gassman ballano il boogie woogie.

Ennio Flaiano poi si sofferma sull’arrivo poco felice del film, sostenendo, però, che “sembra essere questo il destino di quei nostri film che aspirano ad essere considerati opere d’arte pur inseguendo in realtà altri scopi”. Il film lo aveva, dunque, “attratto, annoiato e parzialmente deluso”.

Se la delusione di Flaiano era dovuta al finale “poco felice”, anche qui concordo. Non svelerò nulla ai pochi che non l’abbiano visto, ma risulta frettolosamente tragico. La parabola discendete di Silvana appare eccessiva, ma forse lo spettatore si è affezionato troppo al personaggio per accettarne la fine.

Per quanto riguarda, invece, il destino del film, Flaiano non è stato lungimirante. Per molti “Riso amaro” è l’esempio migliore del cinema di Giuseppe De Santis. Il suo è stato un neorealismo evoluto e spettacolare. Nel film ha unito i generi e creato momenti di grande intensità visiva e coinvolgimento emotivo del pubblico

Il suo scopo, forse, era realizzare un racconto popolare che fosse anche di denuncia di una condizione di povertà della società italiana dell’epoca, che spingeva a fare sacrifici enormi per sopravvivere, ma anche a cercare delle scorciatoie, che inducevano a compromessi. Ma, di fatto, non si esagera se oggi lo consideriamo un’opera d’arte, per quanto imperfetta, tanto che è nell’elenco del “100 film italiani da salvare”.

3 motivi per guardarlo:

–          La luminosa fotografia in bianco e nero.

–          Il racconto di un’Italia povera, con condizioni di lavoro durissime, soprattutto per le donne.

–          I volti e la sensualità dei protagonisti, a partire dall’iconica Silvana Mangano a Raf Vallone, da Doris Dowling a Vittorio Gassman.

Quando vedere il film:

L’ideale sarebbe vedere il film sul grande schermo, di pomeriggio in un cinema d’essai o di sera in un’arena estiva. Ma se non è possibile, va bene qualsiasi momento in cui avete due ore libere in cui potete rilassarvi e tenere gli occhi bene aperti.

E a proposito di neorealismo, non vi sarete mica persi la precedente uscita del cineforum, vero?

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Stefania Fiducia

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