Ancora ricordo, ma non ricordo bene quando, che ascoltai a teatro o forse in televisione, la storia di una donna che beve il cappuccino la mattina dopo. Mentre – non ricordo chi – leggeva questo breve passo, io pensavo “ma chi ha scritto questa cosa?”. E poi era uscito fuori il nome, Francesco Piccolo. E il testo era tratto da “Momenti di trascurabile felicità”, primo libro dell’unica trilogia che io abbia mai letto.
L’usus scribendi di Francesco Piccolo ha un dono su tutti: la brevità. Momenti di trascurabile felicità, Momenti di trascurabile infelicità e Momenti trascurabili Vol. 3 sono tre libelli che raccolgono per lo più aneddoti. Il fil rouge di tali aneddoti, raccontati in prima persona da Piccolo, sono proprio questi momenti felici, infelici, e apparentemente trascurabili. Attimi infinitesimali della nostra quotidianità.
In questi piccoli compendi di esperienze vengono semplicemente elencate attività, ricordi, cose che accadono nella vita di tutti: le amiche strane, le file, le fissazioni dei bambini, le cotte. Tutti si identificano, tutti prendono atto che ci sono eventi ricorrenti che amiamo o che ci infastidiscono. I momenti trascurabili sono quelli che ci uniscono, a quanto pare.
Quando capisci al primo colpo se la porta bisogna spingerla o tirarla. Ma non lo capisci quasi mai.
Momenti Trascurabili Vol. 3
Quindi si sorride molto leggendo questi libri, soprattutto perché l’altro dono di Francesco Piccolo è l’ironia. Ma lo scrittore ha qualcosa in più che tiene attaccati al testo: una penna disarmante. I suoi racconti, anche se sicuramente passano attraverso la lente dell’espediente letterario, hanno sempre una parvenza di realtà. Che siano totalmente veri, tratti dalla verità o inventati, è quasi impossibile capirlo: ma Piccolo ha il dono di far sembrare tutto reale, e con innocenza per giunta. Le storie che preferisco sono quelle in cui racconta le vicende con sua moglie e i suoi figli.
La trilogia, come scrivevo sopra, è l’unica che ho letto. La potremmo definire una trilogia per pigri: è piccola, è vivace, e come tutte le saghe letterarie crea dipendenza. O almeno lo immagino, visto che appunto io non leggo trilogie di solito.
Alessia Pizzi








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