Quello che ho sempre pensato, a sentir dire Alessandro Manzoni, è sempre stato: Promessi Sposi; capolavoro della letteratura italiana, ovviamente, ma oltre a quello c’è di più: e oggi voglio darvene un assaggio.
Nato a Milano nel 1785, Manzoni è prima un bambino abbandonato dalla madre e cresciuto al rigore religioso di un collegio cattolico, poi un ragazzo vitale, con in odio il cristianesimo e pieno di idee libertarie. Trascorre una giovinezza gaudente, non tralasciando mai anche il lavoro intellettuale, scrivendo molte opere concordi al gusto classicista dell’epoca.
Nel 1805, dopo la scomparsa di Carlo Imbonati, il compagno di quella madre che l’aveva abbandonato, decide di raggiungerla a Parigi. Il ritrovato e intenso rapporto con la madre e il contatto con il gruppo illuminista degli “ideologi”, segnano una svolta e una crescita importante nel Manzoni. Senza contare che l’incontro con la dottrina giansenista incise sulla sua, ormai prossima, riconversione. Il ragazzo è ormai un uomo tormentato dalle crisi nervose che trova riparo nella compagna, Enrichetta Blondel, e- sorpresa- nel cristianesimo. Torna a Milano, dopo aver soggiornato a Parigi, che è un’altra persona: profondamente cattolico, non già classicista ma romantico, sempre più schivo e geloso della sua vita che conduce sempre più lontano dai riflettori, tra la sua casa milanese e la villa di Brusuglio. Manzoni fu però un osservatore solitario: seguì il movimento romantico senza attivamente parteciparvi, così come fu di sinceri sentimenti patriottici senza che questi sfociassero in una partecipazione attiva.
In rapidi anni di fermento creativo, scrisse gli inni sacri e le odi civili, sino allo scoccare del 1827: la pubblicazione del romanzo dei promessi sposi segna la fine del periodo fertile. Manzoni rifiuta ora sia il romanzo storico sia la poesia che considera falsità contro al vero storico e morale. Si dedica a studi filosofici, storici e linguistici. Nel 1840, viene pubblicata la terza redazione del romanzo a cui l’autore ha continuato a lavorare per sole finalità linguistiche.
Nonostante questa sua indole da orso, l’ammirazione che si provava per lui crebbe sino a diventare un’esplicita venerazione unanime della borghesia italiana: egli fu per loro guida intellettuale, morale, politica, nonostante non fosse mai intervenuto sul campo.
Morì a ottantotto anni: fu celebrato con grandi onori, alla presenza del principe Umberto.
Opere e Pensiero
Durante la giovinezza, Manzoni compone opere di gusto classicista: nel 1805, viene pubblicato il celebre ” Carme in morte di Carlo Imbonati “ . Il ragazzo immagina l’uomo venirgli in sonno, secondo un modulo caro all’età classica, a dispensargli consigli di vita. Si delinea qui, per la prima volta, un’importante pietra miliare per il Manzoni adulto: il mito del giusto solitario che si ritrae davanti alla contemporaneità, rifugiandosi nelle lettere. Ben presto però una lettera che l’autore scrive a Fauriel cambia il corso delle cose: nelle righe, Manzoni preannuncia che la sua scrittura potrà solo peggiorare perchè non è più interessato a ciò che scrive. C’è bisogno che qualcosa cambi e, per tre anni, la penna rimane inusata.
l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo
ossia la nuova letteratura secondo Manzoni. Abbandonate definitivamente le tendenze classiche, spinto dal cristianesimo a guardare la realtà per come realmente è, cioè un regno del peccato dove noi poveri uomini siamo destinati a corromperci, vuole che la letteratura parli di questo, di cose vere, e lo faccia educando, essendo utile. Ovviamente per arrivare e più persone possibile, deve essere interessante.
Chiarita questa pietra miliare del suo pensiero, vi riassumo brevemente alcune altre sue opere, già citate: gli inni sacri– e come poteva essere altrimenti?- gli inni civili ( e il suo impegno civile è tutto qui), le tragedie e solo poi il grande romanzo storico, l’opera di una vita, i promessi sposi. Ne parliamo insieme nel video.
La vita di Seneca non fu l’unica ad intrecciarsi con il potere di Nerone; anche Lucano, infatti, dovette (con non poca difficoltà!) tentare di mantenere stabile il rapporto con l’imperatore, rapporto che, però, venne meno per due ragioni principali: da una parte Lucano si dimostrò più bravo di Nerone nella produzione poetica, e questo avrebbe suscitato poi la gelosia dell’imperatore; dall’altra, secondo alcune fonti storiografiche, il poeta avrebbe preso parte alla congiura dei Pisoni, un progetto di rivoluzione contro il potere di Nerone e che si rifaceva a simpatie repubblicane. Queste prese di posizione sono evidenti anche, e soprattutto, in una delle opere più importanti di Lucano: Pharsalia.
Indice
Pharsalia o Bellum civile
Pharsalia, tramandata anche con il nome di Bellum civile, tratta come argomento lo storico scontro della guerra civile tra Pompeo e Cesare. L’aspetto epico, però, è solo formale: la sostanza, infatti, è tragica, perché è forte la visione catastrofica di una Roma che ormai deve dire definitivamente addio all’antica res publica senatoria, e questo è evidente fin dall’incipit:
«Cantiamo guerre più atroci di quelle civili, combattute sui campi d’Emazia, e il delitto divenuto legalità e un popolo potente che si è rivolto contro le sue stesse viscere con la destra vittoriosa e i contrapposti eserciti appartenenti allo stesso sangue e – infranto il patto della tirannia – tutte le energie del mondo sconvolto che lottano per un comune misfatto e le insegne che vanno contro quelle avversarie e le aquile contrarie alle aquile e i giavellotti minacciosi contro i giavellotti.»
La guerra viene vista come empia, come se fosse un canto di lutto (threnos) verso Roma in decadenza.
Lucano vs Virgilio
È un fatto risaputo che il poema epico per eccellenza nella cultura latina è l’Eneide di Virgilio. In tale opera si tratta di un passato eroico (le avventure di Enea) dove a governare tutto il racconto è un disegno provvidenziale, dove le guerre civili vengono viste come una parentesi generosa ma necessaria, in modo da mettere ancora di più in risalto la positività dell’ascesa di Augusto.
Ecco, tutto ciò nella Pharsalia di Lucano viene rovesciato: tutto quello che nell’Eneide viene esaltato, perché positivo e luminoso, nella Pharsalia viene reinterpretato attraverso elementi ed atmosfere cupi, macabri e di orrore.
L’orrore delle guerre civili veniva visto, specialmente nella produzione bucolica della prima età imperiale, come una giustificazione del principato di Nerone; nell’opera poetica di Lucano, al contrario dell’Eneide, il potere imperiale viene visto come una sorta di tirannide.
Rito di necromanzia
Come abbiamo già detto, Lucano conosce molto bene il modello virgiliano, lo cita, ma lo ribalta; questa caratteristica è evidente soprattutto nel rito di necromanzia, che risulta essere il rovesciamento del sesto libro dell’Eneide, in particolare il punto in cui Anchise profetizza ad Enea la futura grandezza di Roma (vv.756-892):
Pharsalia [VI; 719-781]:
«Non appena ha pronunciato queste parole, alza il capo e la bocca piena di bava e scorge ritta in piedi l’anima del corpo disteso a terra, che paventa le membra senza vita e gli odiati sbarramenti dell’antico carcere: essa è terrorizzata al pensiero di tornare nel petto ferito, nelle viscere e negli altri organi, squarciati da colpi mortali. Oh infelice, cui è strappato ingiustamente l’estremo vantaggio della morte, il fatto cioè di non poter più morire! Eritto si meraviglia che il fato possa frapporre tali indugi e, piena d’ira contro la Morte, percuote il cadavere immobile con un serpente vivo e, attraverso le fenditure, che la terra – obbedendo all’incantesimo – ha provocato, abbaia contro i Mani, infrangendo così i silenzi del regno d’oltretomba: «O Tisìfone, o Megèra, che sei indifferente alle mie parole, perché non spingete con crudeli frustate quest’anima infelice attraverso il vuoto dell’Èrebo? Ecco che io adesso, chiamandovi con il vostro vero nome, vi costringerò ad uscire alla luce del giorno, cagne dello Stige, e lì vi abbandonerò: vi inseguirò, come se fossi custode dei cimiteri, per tombe e funerali e vi scaccerò da ogni tumulo e da ogni sepolcro. E agli dèi, ai quali sei solita mostrarti sotto un aspetto falso, svelerò te, o Ècate, putrescente nel tuo sembiante pallido, e ti impedirò di cambiare quella tua espressione infernale. Rivelerò a tutti quali banchetti, o Ennèa, ti trattengono sotto l’enorme peso della terra, per quale accordo ami il triste re della notte e quali contatti hai dovuto subire, per cui Cèrere non ha più voluto richiamarti. Infranti gli antri sotterranei, farò piombare il sole su di te, il peggiore tra i sovrani dell’universo, in modo che tu sia colpito dalla luce improvvisa. Obbedite, altrimenti dovrò costringere ad intervenire quell’essere, una volta invocato il quale la terra trema sconvolta, che può guardare in viso la Gòrgone, che percuote con i suoi stessi flagelli l’Erinni terrorizzata, che vi tiene in pugno, che occupa il Tàrtaro (che neanche voi riuscite a scorgere, dal momento che vi trovate più in alto rispetto ad esso) e che spergiura per le onde stigie». Subito il sangue rappreso si riscalda e ridà vita alle nere ferite e scorre nuovamente nelle vene fino all’estremità delle membra: gli organi interni, percossi nel petto gelido, palpitano e la nuova vita, scorrendo nelle midolla non più abituate alla normale attività organica, si mescola alla morte. Tutte le membra vibrano, i nervi si tendono: il cadavere non si alza dal suolo utilizzando gradatamente i suoi arti, ma, tutto in una volta, è respinto da terra ed è ritto in piedi. Aperte le fessure delle palpebre, gli occhi si spalancano: l’aspetto non è ancora quello di una persona viva, dal momento che aveva cominciato ad esser quello di un morto: predominano ancora il pallore e la rigidità ed egli si stupisce di essere stato nuovamente trasportato nel mondo. La bocca, però, ancora irrigidita, non emette alcun mormorio: la voce e la lingua gli sono state fornite soltanto per dare risposte. La maga lo apostrofa: «Dimmi quel che ti ordino e ci sarà per te una grande ricompensa: se dirai il vero, infatti, ti renderò immune dagli incantesimi tessalici per sempre: arderò il tuo corpo con un tale rogo, con tale legname e con tali formule magiche che la tua anima non dovrà più subire gli incantesimi e le formule dei maghi. Sia questo il prezzo di essere tornato in vita: né gli scongiuri né i filtri magici oseranno – una volta che io ti avrò fatto morire definitivamente – spezzare il sonno del tuo lungo Lete. I vaticini oscuri si addicono ai tripodi e ai vati degli dèi: si allontanino sicuri tutti coloro che chiedono la verità alle ombre ed affrontano coraggiosamente i responsi della dura morte. Non tener celato nulla, ti prego: svela con chiarezza e con precisione gli eventi ed i luoghi e parla con quella voce, con cui i fati mi si possano rivelare».
In questo passo di Lucano si può vedere una maga che celebra un rito empio e terribile (il timore per l’elemento magico sostituisce l’elemento divino e provvidenzialistico dell’Eneide): apre le ferite di un soldato insepolto, le riempie di elementi magici e misteriosi, poi evoca gli dei dello Stige, affinchè questi ultimi facciano ritornare l’anima nel corpo del soldato e che questo sveli il futuro. Il paesaggio presagisce l’elemento orrorifico di questa natura, e tutto questo si traduce, dal punto di vista stilistico, in un asianesimo esasperato, che potrebbe riportare alla memoria le tragedie di Seneca.
Inoltre, ritornando al verso 729, si parla di qualcosa di empio: le grida mostruose contrastano con il silenzio tipico del regno dei morti; nell’Eneide la Sibilla decide di escludere la parte orrorifica dell’oltretomba per la difesa di Enea (siccome non lo fa Virgilio, ci pensa qui Lucano). Per di più, intorno al 769 è importante notare l’elemento blasfemo: sembra che la maga sfidi la Morte e le sue divinità, sostenendo di essere lei a dare la morte.
Non bisogna, però, dimenticare la visione negativa sul destino di Roma, opposto al progetto provvidenziale dell’Eneide, è soprattutto concentrato intorno al verso 780, ma anche nei versi seguenti:
[vv.789-799]: «Catone Censore – che combatté Cartagine più accanitamente di Scipione – si rattristava per il destino del nipote, che non acconsentirà mai a servire. Soltanto te, o Bruto, che fosti il primo console, allorché cacciasti i tiranni, ho scorto pieno di gioia tra i pii Mani. Catilina esultava in atteggiamento minaccioso, spezzate e infrante le catene, e così anche i Marii torvi e i Cetèghi dalle spalle scoperte; ho visto rallegrarsi i rappresentanti della parte popolare, i Drusi, che non avevano misura nel presentare leggi, ed i Gracchi, che progettavano cose grandi e temerarie. Applaudono le mani avvinte da eterni nodi d’acciaio nelle prigioni di Dite e la folla dei dannati reclama i campi delle anime beate.»
Catone
Tra tutti i personaggi che popolano l’opera di Lucano, sicuramente il più idealizzato è Catone, che rappresenta in modo teorico la virtus stoica, considerata premio a se stessa. Di fronte ad un destino ormai catastrofico, il saggio, non più in grado di mantenere la propria imperturbabilità, vede come unica salvezza la morte, unico modo per rimanere fedele al suo attaccamento ai valori stoici.
Questo principio, presente in Lucano, avrà larga fortuna durante l’impero: la gloria di un martirio ostentato (ambitiosa mors) contro il potere del principato diventerà una posizione diffusa presso i circoli filosofici. Tale scelta verrà fortemente criticata da Tacito, storico romano, nella sua opera Agricola, in cui venne trattata la vita e le imprese dell’omonimo suocero: quest’ultimo, pur dovendo operare sotto un imperatore tirannico, non ha mai espresso esplicita opposizione contro il potere, attraverso queste forme narcisistiche di suicidio, ma non per questo il suo atteggiamento si è ridotto ad una forma di vergognoso servilismo.
La scelta di vita di Agricola è, dunque, “mediana”, nel senso che si cerca di evitare posizioni estreme, cercando di portare avanti quel poco di buono che ancora è possibile fare.
Agricola [1-3]: «[1] Il tramandare ai posteri le gesta e i costumi degli uomini illustri, come è consuetudine fin dai tempi antichi, non l’ha tralasciato neppure ai nostri giorni l’età presente, benché essa sia indifferente nei confronti dei contemporanei, ogni volta che qualche grande e nobile virtù abbia vinto e superato il difetto comune alle piccole e alle grandi civiltà: l’ignoranza del giusto e la malevolenza. Ma presso gli antichi, come era facile e più alla mano compiere imprese meritevoli di esser ricordate, così tutte le persone nobili di spirito erano spinte a tramandare la memoria del loro valore, senza ricompensa o brama di popolarità, soltanto dal premio della loro buona coscienza. E parecchi pensarono che scrivere la propria autobiografia fosse indice di fierezza dei propri costumi più che di presunzione, e ciò per Rutilio e per Scauro non fu una diminuzione di stima o motivo di malevolenza: a tal punto le virtù vengono tenute in considerazione soprattutto in quei tempi in cui più facilmente vengono alla luce. Ma ora, mentre mi accingo a narrare la vita di un defunto, ho bisogno di quell’indulgenza che non chiederei se stessi per accusarlo: tanto funesti ed ostili alle virtù sono i tempi attuali.
[2] Abbiamo letto che poiché Peto Trasea ed Elvidio Prisco furono lodati rispettivamente da Aruleno Rustico e da Erennio Senecione, questi ultimi furono condannati a morte, e che si infierì non solo contro gli stessi autori, ma anche contro i loro libri, dando ai triumviri l’incarico di bruciare nel comizio e nel foro le memorie di quegli eccelsi ingegni. Naturalmente con quel fuoco essi pensavano di cancellare la voce del popolo romano, la libertà del senato e la coscienza del genere umano, dopo aver inoltre cacciato i maestri di filosofia ed aver mandato in esilio tutte le buone qualità, affinché in nessun luogo ci si imbattesse in qualcosa che fosse conforme alla morale. Abbiamo senza dubbio offerto una grande prova di sopportazione; e come il tempo antico ha conosciuto il limite estremo della libertà, così noi abbiamo visto quello della schiavitù, essendoci stata tolta con lo spionaggio anche la facoltà di parlare e di ascoltare. Avremmo perduto, assieme alla voce, anche la stessa memoria, se fosse in nostro potere tanto il dimenticare che il tacere.
[3] Ora finalmente riprendiamo animo; e benché al primo sorgere di questo felicissimo secolo Nerva Cesare abbia mescolato cose una volta inconciliabili, il principato e la libertà, e Nerva Traiano accresca ogni giorno la prosperità del tempo presente, e la pubblica tranquillità si attribuisca non solo speranze e voti, ma la fiducia e il vigore dello stesso voto, tuttavia per loro natura i rimedi della debolezza umana sono più lenti dei mali; e come i nostri corpi lentamente crescono e rapidamente si estinguono, così puoi soffocare gli ingegni e le passioni più facilmente che risvegliarli: subentra infatti anche un certo piacere della stessa inerzia, e alla fine si ama l’inoperosità, dapprima invisa. Perché, se per quindici anni, lungo intervallo di vita umana, molti perirono per casi fortuiti e i più attivi per la crudeltà di un principe, non siamo forse rimasti in pochi e, per così dire, superstiti non solo degli altri ma anche di noi stessi, essendoci stati sottratti dal fior della vita tanti anni, durante i quali siamo giunti in silenzio giovani alla vecchiaia e vecchi quasi agli stessi termini ultimi della vita? Tuttavia non mi dispiacerà aver messo assieme, sia pur con accenti rozzi ed ineleganti, il ricordo dell’anticha schiavitù e la testimonianza del benessere presente. Nel frattempo questo libro, destinato ad onorare mio suocero Agricola, sarà lodato o biasimato dalla stessa attestazione di affetto.»
Tacito condanna le ambitiosae mortes in quanto di nessuna utilità alla res publica; Agricola, pur non volendosi macchiare di servilismo, aveva però sempre saputo servire lo stato con fedeltà e competenza, anche sotto un principato repressivo come quello di Domiziano.
Cast principale: Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Richard Harris, Connie Nielsen, David Hemmings, Oliver Reed
Genere: Azione, Storico, Drammatico
Produzione: USA
Anno: 2000
Il Gladiatore è il tipo di film su cui una volta Hollywood ha costruito la sua reputazione ma che raramente produce più: lo spettacolo.
Pieno di personaggi straordinari, paesaggi meravigliosi, scenografie impressionanti e narrazioni epiche, Il Gladiatore è progettato non solo per intrattenere, ma per affascinare. Attira il pubblico e lo immerge in una realtà lontana piena di incanto e dolore, un film su larga scala che nel 2000 riportò al cinema il genere epico che era stato quello di Ben Hur e Lawrence D’Arabia.
Il regista Ridley Scott proveniva da un genere completamente diverso, quello della fantascienza con titoli come Alien e Blade Runner. Il Gladiatore rappresenta il secondo tentativo del regista di origine britannica in un’epopea storica, ed è di gran lunga più riuscito della sua carriera fino a quel momento. Una storia avvincente, drammatica ed epica che ancora oggi fa parlare di sè.
Il Gladiatore ha ottenuto diversi riconoscimenti dalla critica dell’epoca, oltre ad attirare nelle sale un vasto pubblico in tutto il mondo e ha vinto ben cinque premi Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior attore protagonista a Russel Crowe.
Massimo Decimo Meridio, da schiavo a gladiatore
La storia, com’è noto, è ambientata nel 180 d.C., quando l’Impero Romano è in piena fioritura, essendo sopravvissuto agli eccessi di un imperatore corrotto dopo l’altro.
L’ultimo Cesare, Marco Aurelio (Richard Harris), è uno studioso che è sceso sul campo di battaglia per respingere la minaccia dei barbari dalla Germania. A tal fine, ha invaso il territorio, facendo affidamento sulla leadership e sul valore del suo miglior generale, Massimo Decimo Meridio (Russell Crowe). Massimo non delude e l’Imperatore decide privatamente di nominarlo suo successore, una decisione che però non piace molto a Commodo (Joaquin Phoenix), il figlio di Marco Aurelio.
In un impeto di rabbia e dolore, uccide suo padre, poi fa portare via Massimo con l’intenzione di farlo giustiziare. Il generale, tuttavia, sfugge alla morte, uccidendo i suoi potenziali assassini, quindi corre a casa per proteggere sua moglie e suo figlio. Ma è troppo tardi: quando arriva, sono morti entrambi e presto viene fatto prigioniero dai mercanti di schiavi. Insieme al suo nuovo amico Juba (Djimon Hounsou), viene acquistato da Proximo (Oliver Reed), proprietario e allenatore dei Gladiatori. Riconoscendo il potenziale di Massimo, Proximo lo prepara per un viaggio al Colosseo di Roma.
Un film epico, diventato un vero cult
Il Gladiatore, come anticipato, sposa la portata eroica di film come Ben-Hur, Spartacus, Braveheart e tanti altri, un genere che oggi è difficile da poter incontrare in una produzione cinematografica. Alcuni dei personaggi del film sono davvero esistiti nella storia, tra cui Commodo (regno: 180-192 d.C.) e Marco Aurelio (nome completo: Cesare Marco Aurelio Antonino Augusto, regno: 161-180 d.C.), quindi la storia nonostante sia di fantasia ha anche delle basi storiche dimostrabili.
l film non manca mai di essere coinvolgente, con momenti dolorosi, commoventi e pieni di adrenalina. Inoltre, la sceneggiatura riesce a evitare la trappola della prevedibilità, anche perché i personaggi cattivi sono intelligenti almeno quanto gli eroi e molto più spietati.
La scenografia di Arthur Max, Crispian Sallis e la fotografia di John Mathieson sono meravigliose, dalla sequenza di apertura iniziale ai combattimenti dei gladiatori, tutto grandioso e immenso proprio come negli storici film epici di una volta. Ridley Scott ha creato una Roma da cui lasciarsi meravigliare. Il Gladiatore è un dramma epico che funziona, quindi, su molti livelli diversi.
Personaggi ed emozioni che ci rispecchiano
La maggior parte di ciò che vediamo sullo schermo ne Il Gladiatore è un riflesso speculare delle emozioni che alimentano le nostre passioni. Come il protagonista Massimo, tutti noi prima o poi abbiamo perso qualcosa di prezioso e conosciamo l’impulso a cercare vendetta. Come lui, preferiremmo ignorare il disordinato mondo della politica a favore del calore dell’amore familiare.
Come Marco Aurelio, abbiamo cercato di fare la cosa giusta, ma spesso passiamo enormi fardelli sulle spalle di chi ci è più vicino. Come Commodo, tutti noi abbiamo sentito il dolore di essere rifiutati da qualcuno a noi vicino e caro, abbiamo reagito con risentimento e rabbia. Come Lucilla, siamo stati coinvolti nel fuoco incrociato tra due persone a noi vicine. E come Proximo, siamo stati sorpresi da momenti di grazia e bontà, quando abbiamo trasceso i nostri più vili momenti di cinismo.
In conclusione, il Gladiatore è un film molto coinvolgente, che racchiude in sè la cultura e la psicologia della Roma del II secolo.
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Francesco Aquila si aggiudica il titolo di decimo MasterChef italiano. Con la sua proclamazione si è conclusa anche questa edizione del famoso programma televisivo dedicato alla scoperta dei talenti culinari della nostra penisola. Un’edizione speciale non solo perché segna un importante anniversario per lo show, ma anche perché deve fare i conti con la pandemia di Covid-19.
La puntata di giovedì 4 marzo su Sky Uno si è aperta con la semifinale che ha visto i 4 finalisti della stagione – Aquila, Monir, Irene e Antonio – affrontarsi in uno Skill test a tre step per ottenere la tanto sognata casacca da chef. Obiettivo delle prove era quello di replicare dei piatti stellati in contemporanea agli chef che li avevano ideati. Il primo è stata una creazione a “sei mani” dei tre giudici di MasterChef: Bruno Barbieri, Giorgio Locatelli e Antonino Cannavacciuolo. Il secondo apparteneva allo chef Chicco Cerea, mentre il terzo allo chef Mauro Colagreco. Ad ogni livello veniva selezionato il migliore che otteneva come premio l’accesso in finale. Irene è stata la prima a salvarsi, seguita da Aquila e infine da Antonio. È iniziata così la finalissima in cui i tre aspiranti cuochi hanno avuto l’occasione di presentare ai giudici il loro menù a quattro portate.
Indice
La serata finale di MasterChef Italia 10
È stata una battaglia combattuta fino all’ultimo piatto. Il livello della presentazione e dei sapori è stato altissimo e gli stessi giudici hanno dovuto valutare i piatti nei minimi dettagli per eleggere il vincitore. Alla fine, l’ha spuntata Aquila con il suo “My Way”. Il menù del 34enne originario di Altamura e residente a Bellaria-Igea Marina doveva raccontare con i suoi sapori il passato, il presente e il futuro del concorrente.
I menù di Irene (“Fuori di testa”) e di Antonio (“Il viaggio dentro di me”) hanno avuto dei riscontri positivi da parte dei giudici, ma alla fine è stata premiata la tecnica, il gusto e l’abilità di Aquila.
Chi è il vincitore di Masterchef Italia 10?
Francesco Aquila si è subito fatto notare alle selezioni per il suo look completo di occhiali scuri (usa lenti da riposo), per il suo piatto – cappelletti ripieni di passatelli su crema di formaggio con vongole, pomodorini e gel di vino bianco – con cui mostrava tanta voglia di sperimentare e il suo mignolino alzato nel mettere il sale. Ha dichiarato di aver partecipato a MasterChef perché “ha fame” e soprattutto voglia di cambiare la sua condizione di vita per assicurare un futuro migliore alla sua bimba, Ludovica, di 4 anni e ai suoi genitori. Non era la prima volta che si ritrovava ad affrontare le selezioni. Ci aveva già provato nel 2015, senza successo.
Anche se inizialmente non aveva ottenuto il consenso dello chef Bruno Barbieri, alla fine è riuscito a entrare nella Masterclass e, puntata dopo puntata, ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti. Il pubblico ha avuto modo di conoscerlo e di scoprirlo. Quello che inizialmente poteva dare l’impressione di essere un “personaggio comico” si è rivelato essere un uomo dai grandi valori. Lui stesso ha dichiarato di dare a prima vista l’impressione di essere superficiale. Chi ha seguito questa edizione dello show, sa che Aquila è tutt’altro. Non solo ha sempre dimostrato un grande affetto per la sua famiglia lontana, ma anche per i suoi compagni di gara. L’amicizia con Eduard e Monir l’ha spesso portato a cercare di aiutarli anche se erano suoi avversari. Ha portato avanti i principi di una sana competizione non accanendosi contro i suoi avversari, ma piuttosto ammirandone la tecnica e le abilità.
Ha affrontato le prove che gli si ponevano davanti a suon di “Zio Bricco!” (l’esclamazione che l’ha reso famoso sul web), rivelando sempre la sua abilità e il suo talento. Questa edizione è stata vinta non solo dalla tecnica, ma anche dal cuore. A dimostrazione del fatto che per vincere non occorre pestare i piedi a nessuno, ma bisogna solo fare affidamento su se stessi e sulle proprie capacità. Dagli altri si può imparare con umiltà. Per il resto, non bisogna mai perdere di vista il proprio obiettivo e soprattutto non bisogna mai scoraggiarsi.
In generale, si potrebbe dire che la decima è stata un’edizione meno aggressiva. I concorrenti hanno dato prova di grande solidarietà tra di loro. Che sia complice la situazione che tutti stiamo vivendo?
L’intervista con il vincitore
Ho avuto il piacere di partecipare a una conferenza stampa online con il vincitore di MasterChef 10. Posso dirvi che Francesco è esattamente come è apparso in tv queste settimane: gentile, semplice, disponibile. Ancora non ha ben realizzato di essere riuscito nell’impresa e ancora non sa bene quale sarà il suo futuro. Non disdegnerebbe un lavoro in televisione visto che si sente a suo agio davanti le telecamere, ma sa di dover ancora imparare molto.
Sono in un pianeta nuovo, sconosciuto. Ancora non so cosa succederà. Devo guardarmi intorno, esplorare e crescere”
Ha rivelato che ci sono stati momenti difficili in cui ha pensato di non farcela. In particolare, ha ricordato due livelli di uno Skill Test: quello in cui ha dovuto cucinare il pollo in vescica e poi il collo di gallina. In quell’occasione si è ritrovato completamente spiazzato dagli ingredienti e ha avuto grande difficoltà a gestire la situazione. Ciò che lo ha spinto a tener duro e a impegnarsi al massimo è stato il pensiero della figlia. Tutto il tempo passato lontano da lei doveva dare i suoi frutti, non solo per assicurarle un futuro migliore, ma anche per dare un senso alla mancanza.
A chi gli ha chiesto quando ha capito che avrebbe potuto vincere questa edizione di MasterChef, ha risposto: “Mentre pensavo al menù da presentare”. L’idea di poter riuscire a tradurre un ricordo in dei sapori gli ha acceso per la prima volta la speranza di poter riuscire a vincere. Speranza che ha perso per qualche minuto durante la finale quando non è riuscito a portare a termine il primo come voleva. Doveva affumicare le patate, cosa che non è riuscito a fare per aver calcolato male i tempi. Tuttavia, si è riuscito a riprendere alla grande.
Le mie domande a Francesco sono state due. Gli ho chiesto quale è stato il piatto realizzato a MasterChef di cui va maggiormente fiero. Mi ha risposto: “Il mio menù, ma nello specifico l’antipasto e il dolce”. Soprattutto quest’ultimo – “Scarcedda n’uovo” – è stata una vera e propria scommessa poiché se il ripieno non fosse venuto bene, avrebbe compromesso l’interno piatto. L’altra domanda non poteva non avere un riferimento culturale. Ho voluto sapere quale ingrediente avrebbe usato pensando a qualcosa di culturale (canzone, film o libro che fosse). Volete sapere la risposta? Il filetto di Wagyu perché è una carne molto particolare che non si consuma di certo quotidianamente. Poco dopo, qualcun altro gli chiede quale canzone assocerebbe a MasterChef e Francesco canticchia Su di noi di Pupo visto che molti gli dicevano che era meglio non partecipare.
Ai nuovi aspiranti chef che proprio in questi giorni si stanno iscrivendo per partecipare alle selezioni dell’undicesima edizione, Aquila consiglia di credere in sé stessi, nella gara e di guardare al proprio percorso senza lasciarsi distrarre dagli altri.
Il libro di ricette di Aquila
Durante la conferenza stampa ci è stata rivelata anche la data di uscita del nuovo libro di ricette di Francesco Aquila. La pubblicazione è uno dei premi che derivano dalla vincita insieme ai 100 mila euro. L’11 marzo si potrà acquistare in libreria My Way – Zio Bricco che ricette!.
Francesco promette che saranno tutti piatti che si possono realizzare a casa. Non ci saranno ingredienti stravaganti o da cucina stellata: solo buoni accostamenti per impressionare parenti e amici. Nel libro, Francesco dice di aver citato anche il suo rivale Antonio, chiarendo così che quella avvenuta tra loro è stata solo una competizione sportiva e non una vera e propria guerra tra avversari. Aquila ha detto di essersi sentito molto stimolato dal continuo confronto con Antonio.
Considerazioni sulla decima edizione di MasterChef
L’edizione ai tempi del coronavirus è stata un grande successo. Sia in termini di ascolti (l’ultima puntata ha realizzato il 3,87% di share per un totale di 1.040.372 spettatori in una serata in cui su Rai 1 andava in onda Sanremo), sia di spettacolo.
Non si è sentita la mancanza di nulla. Il rapporto di amicizia tra i giudici rende i loro siparietti divertenti e il programma continua a intrattenere bene, mostrandoci giovani talenti alla ricerca di un modo per emergere. Nel loro percorso all’interno della Masterclass, i concorrenti si confrontano con i propri limiti e insicurezze. Ne escono fuori delle massime di vita ed esperienze che il pubblico guarda non solo per staccare la spina, ma per lasciarsi emozionare da chi combatte per realizzare un sogno. È un po’ come guardare La regina di scacchi in versione più leggera e reale: guardi un talento crescere, svilupparsi, combattere con i demoni del suo portatore o della sua portatrice. È istruttivo a modo suo. Ed è così che la televisione dovrebbe essere, Zio Bricco!
Esattamente 99 anni fa nacque uno degli intellettuali che, più di molti altri, avrebbe criticato con ferocia i valori borghesi, con una forte avversità e scetticismo verso la nuova società consumistica: parliamo, ovviamente, di Pier Paolo Pasolini! Su di lui è stato scritto tanto, e la sua morte è ancora al centro di tante polemiche.
In tutte le sue opere, Pasolini assume la posizione dell’intellettuale scomodo: il rifiuto, da parte sua, di identificarsi in schemi, partiti politici o posizioni intellettuali ben definibili e definite è da interpretare come volontà di scandalizzare la classe dominante. Non è un caso, infatti, che la parola stessa “scandalo” derivi dal greco σκάνδαλον, collegata all’idea di una pietra, o in generale di un ostacolo, che fa inciampare e che produce una certa sofferenza; con questa caduta dolorosa, il passante è costretto a cambiare prospettiva su ciò che prima dava per scontato o considerava normale.
La poliedricità espressiva e sperimentale è la chiave per capire tutta la sua grande produzione letteraria (si pensi, per esempio, a Ragazzi di vita), giornalistica e cinematografica (si veda a tal proposito Il Vangelo secondo Matteo). Pasolini voleva, dunque, mettere in luce i danni irreversibili dei cambiamenti del paese tra gli anni ’50 e ’70, ma aveva anche capito che, per far ciò, avrebbe avuto bisogno di nuovi canoni espressivi.
Per ricordarlo, questa volta ho pensato fosse il caso di trattare due dei suoi film più controversi: Porcile e Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Porcile (1969)
In questo, che si presenta come uno dei film minori di Pasolini, viene mostrato come sia la società stessa a divorare i propri figli ribelli. Questo è possibile attraverso due storie: la prima tratta di un giovane cannibale, che vaga nei pressi di un vulcano, per poi essere catturato e dato in pasto alle belve; la seconda riguarda Julian, il figlio di un potente industriale, indeciso se continuare o meno l’attività del padre, ma alla fine verrà divorato dai porci, per i quali ha sempre avuto una sorta di attrazione fisica.
Se volessimo interpretare allegoricamente la figura dei maiali, potremmo sicuramente tenere conto come fosse solito associare questo tipo di animali al denaro; è a Verga, infatti, che risale l’espressione “ricco come un maiale”. Il giovane quindi, essendo vittima dei maiali, è vittima anche e soprattutto dei potenti padri borghesi e capitalisti di cui i maiali stessi sono simbolo. Il film è dunque caratterizzato da due paradossi: da una parte, gli animali diventano oggetto del desiderio erotico; dall’altra, gli uomini vengono allegoricamente resi attraverso la figura dei maiali.
La zoofilia da cui è caratterizzato il giovane Julian è, ancora una volta, riconducibile al tema della sessualità libera e senza confini che il Potere cerca di controllare e/o reprimere: è, infatti, intuitivo interpretare la zoofilia di Julian come l’omosessualità di Pasolini, anch’essa repressa a causa del perbenismo e dell’ottusità della mentalità borghese.
Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
Intervista a Pasolini sul film Salò o le 120 giornate di Sodoma
Salò o le 120 giornate di Sodoma è l’ultimo film di Pasolini, ispirato alle 120 giornate di Sodoma, opera scritta nella seconda metà del Settecento dal marchese De Sade.
La trama prevede che Quattro Signori, esponenti della Repubblica Sociale Italiana – il Duca (potere di casta), il Monsignore (potere ecclesiastico), Sua Eccellenza il Presidente della Corte d’Appello (potere giudiziario) e il Presidente della Banca Centrale (potere economico) – dopo aver sequestrato un gruppo di ragazzi e ragazze, si chiudano con loro in una sfarzosa villa, dove, insieme a vecchie Megere, esperte meretrici, instaurano per 120 giorni e 120 notti una sorta di “dittatura sessuale“, basata su un codice di regole ferreo.
“Ragazzi massacrati nel corpo e nello spirito, che con il solo vulnerabile esistere e soffrire rompono il colpevole silenzio di vittime, e superano all’inverso il limite del sacer, il recinto della sacralità privata, dove vige il dominio dell’uomo sull’uomo ridotto a cosa, a oggetto di possesso e di controllo. […] di fronte ad un mondo offeso e ridotto a macchietta spettacolare di sé, solo la disperazione attiva può controbilanciare (per contagio) l’irenismo rassicurante di una cultura che svuota ogni opera del suo contenuto obiettivo, la storicizza, e ridotta a fantasma formale di sé la propone come complemento cosmetico della cronaca quotidiana. La finalità di Salò o le 120 giornate di Sodoma era di non lasciare nessuno spettatore indifferente, compiendo uno scarto metodologico da tutta la filmografia precedente di Pasolini: provocando nel pubblico non più lo scandalo del diverso, ma l’orrore del rispecchiamento, nella negazione di ogni forma di innocenza, dacchè la corruzione del film abbraccia tutti, carnefici e vittime.”
Il potere, fin dalla notte dei tempi, è sempre stato uno strumento crudele con cui un uomo, o una classe, riesce a sottomettere un’altra. Per Pasolini, in modo specifico, il potere viene visto come una delle più grandi forme di anarchia: chiunque abbia potere, può decidere in modo arbitrario e secondo i propri interessi.
In questo film, la sottomissione e il dominio del potere vengono resi sempre più concreti, fisici attraverso le torture che vengono messe in atto verso i giovani.
Riprendendo sempre Murri:
“Salò o le 120 giornate di Sodoma, fondendo ideologia fascista e prassi sadica, fotografa l’origine di ciò che l’autore in quegli stessi anni definiva «genocidio antropologico»: la cancellazione violenta e totalmente legittima del mercato di un’umanità spontanea a autonoma, che i modelli asettici della televisione sostituiscono con una sotto-umanità plagiata dai miti superomistici e divinizzati del consumismo, e dalla sua stolida promessa di felicità. In questo quadro, l’istradamento dei giovani corpi delle vittime alla passività che Salò mette in scena attraverso lo spettacolo quotidiano della perversione come normalità rituale, diventa la dimostrazione pratica di come ogni forma di potere miri innanzitutto ad annullare il desiderio, la forza individuale che Guy Debord definiva una delle poche concretamente sovversive nello stato di separazione imposto dalla Società dello Spettacolo.”
Per concludere, questi film non sono proprio adatti alla sensibilità di tutti, però sono essenziali per capire la poetica di Pasolini, un autore che ha fatto della nudità e dell’espressione sessuale una delle più alte forme artistiche di tutto il Novecento.
A cosa servono il greco e il latino? Un pregiudizio diffuso si radica sulla certezza che non servano a nulla. Sono lingue morte. Sono lingue inutili. Sembra quasi un sillogismo, non così logico se ci pensiamo bene.
Antefatto
Mi sono imbattuta in Athena Nova per caso, scrollando la home di Facebook: mi ha colpito una pubblicità sui corsi di… sumero. Da antichista non ho potuto fare a meno di soffermarmi, di aprire il sito, di volerne sapere di più. Non mi sembrava vero che per una volta l’antico incontrasse il moderno, le lingue morte il digitale.
Così, navigando sul sito web scopro che ci sono tantissimi corsi da frequentare: lingua greca, latina, sumerica, aramaica, persino ittita. Allora mi iscrivo al corso sulla lingua ittita: le giornate lavorative sono tutte uguali e la Pandemia non aiuta di certo. Le lezioni si svolgono online, la sera: i più simpatici penseranno che voglio darmi il colpo di grazia dopo una giornata in smart working, e invece…
Non solo mi iscrivo, ma decido anche di parlare con Fabio Copani, docente di greco antico con un’ampia esperienza di digital marketing, che ha fondato questa inedita startup partendo con tre docenti (oltre a lui, Narno Pinotti ed Enrico Tanca) e utilizzando una piattaforma per le lezioni online da lui sviluppata, per poi arrivare ad aprire un vero e proprio centro culturale con ben 17 docenti.
A cosa servono le lingue morte?
Quando mi fanno questa domanda capisco di avere davanti persone che si sono scordate un pezzo di sé e la cui l’esistenza si basa sull’avere un lavoro e quindi uno stipendio per comprare beni e servizi. Ogni essere umano ha bisogno anche di altro, e se dimentichi la creatività, stai rinunciando alla tua possibilità di essere felice.
Fabio Copani
Afferma Fabio, aggiungendo che spesso le persone si accontentano della propria mansione lavorativa col risultato di vivere un’ esistenza frustrante. Del resto l’arte, la musica e la storia non hanno un risvolto pratico nel presente e quindi possono essere tranquillamente considerate inutili.
Lo dimostrano i commenti sotto i post della pagina facebook di Athena Nova dedicati ai corsi offerti dalla piattaforma:
Ah, questo è fondamentale!
Fate ridere, andate a lavorare…
Questo lo mettiamo subito nel CV!
Le opinioni su questo genere di corsi restano sempre le stesse, senza neppure aver provato. Ma del resto la cultura non ha ma avuto un ruolo di rilievo nella nostra società, basti pensare alla condizione in cui si trovano i teatri da un anno a questa parte. Si fa presto a dire cultura, un po’ meno presto a farla, ancora meno presto a supportarla.
Il ruolo sociale degli insegnanti
Molto interessante la riflessione di Fabio sul ruolo degli insegnanti. Secondo lui, infatti, chi insegna dovrebbe avere un ruolo sociale finalizzato ad aiutare tutti ad acquisire conoscenze letterarie, a prescindere che servano o meno alla professione che svolgono quotidianamente. Il ruolo del docente dovrebbe quindi essere ben chiaro e portato avanti anche dall’Accademia, specialmente in ottica di evoluzione e sopravvivenza: “Se non servi perché dovrei finanziarti?”.
Se non diamo giusta importanza alla cultura nella nostra società rischiamo un’estinzione di massa a forza di tagli. Il concetto di “utilità” è molto relativo e un’interpretazione sbagliata può causare parecchi danni. Il pregiudizio ci intasa menti e orecchie sin da piccoli, quando i genitori ci fanno capire che non si mangia diventando artisti o musicisti e che bisogna sempre avere da parte il famigerato “PIANO B”. Spesso, però, il Piano B diventa il Piano A fino ad occupare tutta la nostra esistenza. E molti dimenticano quelle passioni che li accendevano in tenera età, appunto perché “inutili”, visto che non danno da mangiare. Ma anche l’anima è famelica e questo non andrebbe dimenticato.
Un metodo didattico differente
Vi ricordate nel film “Smetto quando voglio” quando i latinisti parlano latino durante le loro ore di servizio alla pompa di benzina?
Se la scena vi ha fatto sorridere per la sua assurdità, dovete fare un passo indietro e pensare che tutto il tempo speso a tradurre al liceo potrebbe non essere necessario. Fabio mi racconta di essersi chiesto se la didattica del greco e del latino fosse sempre stata così, e la risposta è negativa: ereditiamo dalla Prussia dei primi dell’Ottocento il rigido metodo di insegnare tutta la grammatica, per poi iniziare a tradurre. Prima gli umanisti avevano un altro approccio, simile a quello proposto da Athena Nova:
Impari piccole frasi e inizi a dialogare, ispirandoti alle parti dialogiche degli autori classici, come Platone. Non è facile, ma è una sorpresa perché inizi a leggere e a capire. In questo modo si riattiva un contatto diretto con l’autore antico: prima il tuo scopo era solo tradurre, quindi dimenticavi che dall’altra parte qualcuno ti stava parlando.
Fabio Copani
Una nuova connessione con l’autore antico, un messaggio da recepire. Un dialogo tra presente e passato e non un vocabolario su cui sbuffare fino a tardi per poi maledire tutti e cinque gli anni delle superiori. Con questa idea Fabio ha tirato su l’ecosistema di Athena Nova, un nome tra il greco e il latino, un progetto che agli occhi dei più “non può funzionare”, eppure funziona.
“Non pensiamo al business, ma alle cose fatte bene: docenti appassionati e attenzione alla tecnologia.”
Il soprannome di “Rodio” venne attribuito ad Apollonio dall’isola in cui trascorse l’ultima parte della sua vita. Tuttavia, egli era nato in Egitto, Alessandria, o, secondo altre fonti, a Naucrati. Dovette affermarsi in età ancora giovane, venne designato dal Filadelfo sia alla direzione della Biblioteca, sia come precettore del futuro Evergete. Quando l’Evergete salì al trono, Eratostene sostituì Apollonio: non si può escludere che l’antipatia di Callimaco verso Apollonio avesse giocato un ruolo fondamentale, vista la sua amicizia con il nuovo re. Apollonio allora si ritirò a Rodi, dove visse fino alla morte.
Callimaco e Apollonio: due avversari
La storiografia letteraria ha fissato il prototipo di un irriducibile contrasto tra i due. Ad ogni modo, le precarie testimonianze giunte fino a noi non permettono di accettare la veridicità di tali racconti.
I due personaggi della corte di Alessandria, tra l’altro, condividono diversi tratti in comune. Ad unirli è prima di tutto l’intento erudito delle loro opere, caratterizzate da una profonda attenzione per la raffinatezza. Inoltre bisogna notare anche la volontà di cogliere i fenomeni nei loro aspetti più singolari, particolari.
A separarli, però, è il loro rapporto con la tradizione: se Callimaco, infatti, aveva definito il poema epico “μέγα βιβλίον μέγα κακόν”, Apollonio Rodio cerca, al contrario, di riportarlo in luce.
Ma l’opera della sua vita furono le Argonautiche (“Ἀργοναυτικά”, ossia le “Imprese degli Argonauti”), poema epico in 4 libri per 5835 versi, giunto a noi integralmente. L’antichissima leggenda degli Argonauti narrava l’impresa di Giasone e dei suoi compagni; questi avevano raggiunto la Colchide con la nave Argo, la prima costruita da mani umane.
Il loro scopo era di recuperare il vello d’oro del montone su cui Frisso era volato dalla Grecia al lontano Oriente, che allora si trovava nelle mani del re dei Colchi, Eeta.
Le donne di Lemno: una “democrazia femminile”
[614-619] Libro I: «Era l’ira tramenda di Cipride: da lungo tempo
non le rendevano più gli onori dovuti.
Sciagurate, non ebbe confine la gelosia rovinosa:
non solo i mariti e le amanti uccisero nei loro letti,
ma ognuno che fosse maschio; così nel futuro, pensavano,
non avrebbero mai scontato la pena dell’atroce delitto.»
La prima fermata della nave è sull’isola di Lemno; le donne del luogo, che avevano ucciso tutti i loro mariti, propongono agli eroi di prendere il loro posto: essi non disdegnavano di trascorrere alcuni giorni in dilettevole compagnia, ma alla fine si rimettono in mare.
È un mondo capovolto, dunque, nel quale lo storico delle religioni J.J. Bachofen (1815 – 1887) identificò la reminescenza di una primitiva società matriarcale.
In verità, l’immagine di una società dove le donne comandano e gli uomini sono soggetti – esattamente l’opposto del sistema sociale antico – non è un caso isolato nell’immaginario greco: basta pensare alle figure delle Amazzoni o alle commedie di Aristofane.
In particolare, la Lisistrata di Aristofane propone un tema tipico dello scherzo carnevalesco: la guerra tra i sessi. Questo aspetto è possibile tramite il sovvertimento politico: quella parte della città esclusa dall’esercizio della vita politica, vale a dire le donne, ottiene nella scena comica quel potere che le leggi ateniesi, nella realtà, non avrebbero mai permesso.
Nella Lisistrata sono dunque le donne a vincere: le donne vincono, e non hanno bisogno di armi, basta far leva sulla sfera della sessualità, per poter smascherare la fragilità dei maschi. Dal verso 845 al 951, le donne spartane e ateniesi sono trincerate sull’Acropoli e mantengono fede al loro proposito di sciopero, nonostante i primi segni di cedimento si facciano sentire. Un cittadino, Cinesia, si presenta in stato di visibile eccitazione, con l’esplicita intenzione di sedurre la moglie Mirrina, chiusa nell’Acropoli:
[vv.865-869] Cinesia: «Fa’ presto. Da quanto se ne è andata di casa, non ho più gioie dalla vita. Quando rientro mi prende l’angoscia e tutto mi sembra deserto; non trovo più piacere neanche a mangiare.Sono arrapato!»
L’improvviso ricorso all’espressione oscena, dopo la prima parte di romantico rimpianto, è un ἀπροσδόκητον, ossia uno scherzo basato sulla sorpresa, posto alla fine del discorso.
Ila ed Eracle
Dopo varie avventure, gli Argonauti approdano nella Misia. Qui il giovinetto Ila, amato da Eracle, ispira la passione di una ninfa, che lo attira con sè tra le acque. In preda al dolore, Eracle rinuncia a proseguire l’impresa per ritrovarlo. In questo caso, è evidente l’esempio di amore omoerotico che si fonde con l’intento educativo tipicamente greco: Eracle, maestro e amante di Ila, avrebbe dovuto crescere il giovane per farlo entrare nella comunità degli eroi.
I generi “ribaltati”: Medea eroina e Giasone l’antieroe
Giasone è generalmente considerato dalla critica come un personaggio mediocre. Tale aspetto è ancora più evidente se si confronta il personaggio con Medea: quanto più lei è inquieta, istintiva e complessa, tanto più Giasone appare esitante, fragile e debole. Questa sua passività è segno di una crisi dell’immagine di campione dell’epos tradizionale.
Nel libro 3° il personaggio di Medea giganteggia. E’ una ragazza che sperimenta per la prima volta dentro di sè l’esistenza di energie violente e segrete, da lei stessa ignorate. Apollonio crea una figura femminile in evoluzione, quasi fosse un personaggio “romanzesco” (nel senso ottocentesco del termine).
Medea vive un conflitto interiore tra le norme sociali (famiglia) e la passione (verso lo straniero Giasone). Si tratta di una vicenda del tutto anomala per un poema epico, che qui rivela l’impatto con i nuovi modelli letterari; l’epica tradizionale, infatti, è tutta proiettata sull’agire dei personaggi, non sull’anatomia della loro anima.
[751-759] Libro III: «Ma il sonno soave non prese Medea: molte ansie
la tenevano sveglia nel desiderio di Giasone.
Temeva la forza brutale dei tori, a cui doveva soccombere
di morte crudele, lottando sul campo di Ares.
Il cuore batteva fitto dentro il petto.
Come dentro la casa guizza un raggio di sole
dall’acqua appena versata in una caldaia
o in un vaso, e nel mulinello vibra qua e là veloce,
così s’agitava nel petto il cuore della fanciulla.»
Medea è una giovane tormentata: vive dentro di sè, per la prima volta, gli effetti una passione a lei nuova, l’amore. Apollonio, con grande abilità, delinea il suo stato d’animo con grande capacità.
Il temadell’insonnia, dovuta agli effetti dell’amore, sarà d’ispirazione anche per la psicologia di Didone in Virgilio: nel quarto libro, durante la notte, Didone non riesce a dormire, vinta dalla passione amorosa per Enea; la mattina seguente, quindi, decide di confidarsi con Anna, sua sorella.
Eneide, Libro IV [1-10]: «Ma la regina, ormai trafitta, con grave suo affanno
nutre in seno la piaga e si strugge di cieca passione.
Le ritorna alla mente il grande valore d’Enea,
della sua stirpe il gran pregio: le restano fitti nel cuore
il volto, la voce; e non dà riposo alle membra l’affanno.
Al mattino seguente l’Aurora di luce Febea
illuminava la terra, scacciata già l’umida ombra
dal cielo, quando, agitata, così alla fida sorella
si volse: “Anna, sorella, che orribili sogni mi tengono ansiosa!” […]»
Ritornando ad Apollonio, possiamo notare come la parola φάρμακον compaia più volte nei versi proposti. Come volti sanno, questo termine greco è una vox media: in senso negativo, indica il veleno; in senso positivo, indica la medicina, la cura per un determinato male.
Tale ambiguità non è casuale: anche la figura di Medea risulta essere ambigua. Da una parte l’amante ideale, disposta a tutto per salvare ed aiutare Giasone, dall’altra la donna fraticida.
[804-816] Libro III: «Gemeva, tenendolo sulle ginocchia, e bagnava
il seno di lacrime, che cadevano fitte,
senza tregua, mentre pensava alla sua terribile sorte.
Desiderava scegliere ifiltri mortali
e inghiottirli, e già nel suo desiderio, infelice,
scioglieva i lacci. Ma d’improvviso le venne nel cuore
una cupa paura del regno odioso dei morti.
Restò a lungo muta, sgomenta. Davanti a lei
passavano le dolcezze dell’esistenza:
ricordava i piaceri che toccano ai vivi,
le gioiose compagnie della sua giovinezza,
e il sole apparve più dolce di prima ai suoi occhi,
quando passò ogni cosa al vaglio della ragione.»
Si riprende l’immagine del sole che arriva dopo la notte difficile, presente anche nel passo dell’Eneide già citato sopra. Inoltre, come già detto, il tema del φάρμακον è essenziale per delineare il tormento della figura femminile.
Questo ritorna anche nella tragedia Trachinie di Sofocle: c’è sempre, anche in questo caso, l’idea di un amore “tossico” da parte di una donna, Deianira, che, alla fine, porterà alla morte il suo amato, attraverso un regalo del tutto particolare.
L’idea del φάρμακον non indica soltanto l’oggetto femminile, ma anche, in senso più astratto, di un amore che, dovrebbe essere cura, ma che in realtà è veleno! Anche in questo, esattamente come per Medea, vediamo Deianira come una figura femminile tormentata e inquieta. Già il suo nome è alquanto sintomatico: l’aggettivoδεινός, di cui è composto il nome, è una vox media, poichè designa sia qualcosa di magnifico, che qualcosa di inquietante.
Oltre a quanto già detto, si può vedere, nel testo precedente, il rimpianto di un passato idilliaco ormai lontano, contrapposto con il tormentato presente. Quasi in modo opposto, nella tragedia Medea di Euripide è evidente un futuro idilliaco ad essere desiderato, mentre il presente rimane ancora fonte di dolore:
[1020-1039] Medea: «Figli, miei figli, ora avete una città e una casa, dove vivrete per sempre senza vostra madre, abbadonata nella sua sventura. Me ne andrò, esule, in un’altra terra, non potrò godere di voi, non vi vedrò felici, non preparerò i lavacri di rito, e i letti nuziali, e le vostre non potrò adornarle, nè levare le alte fiaccole, il giorno delle nozze. Maledetto il mio orgoglio. Inutilmente vi ho allevato, figli, e ho penato e sofferto, dopo aver patito i dolori crudeli del parto, inutilmente. E quante speranze avevo riposto in voi: pensavo che mi avreste assistita nella vecchiaia e, quando fossi morta, mi avreste sepolta con le vostre mani: una sorte invidiabile! Dolci illusioni, ora svanite. Senza di voi vivrò una vita triste e dolorosa. Vostra madre, non la vedrete più, passerete anche voi ad altra vita!»
Lo scorso anno il Festival si è concluso con il Bugogate e la vittoria di Diodato, e nessuno avrebbe potuto immaginare che dopo poche settimane la sua canzone, Fai rumore, sarebbe diventata il simbolo della resistenza degli italiani, durante la quarantena.
Mentre teatri, sale da concerto, locali e palazzetti sono chiusi del tutto e il mondo dello spettacolo è fermo quasi da un anno, Sanremo ha avuto un permesso speciale e per un po’ di tempo ci si è posti la domanda se il pubblico in sala sarebbe stato o meno presente.
All’inizio di Febbraio, il comitato tecnico scientifico ha approvato il protocollo della Rai. Il protocollo prevede l’assenza degli spettatori e una serie di misure per ridurre i contagi. La macchina anti-covid è in movimento da settimane ormai, e solo oggi si è verificato il primo caso positivo nello staff di Irama.
Ci sono camerini per ogni singolo componente dell’orchestra, per ogni artista, conduttore e ospite. Il teatro è stato riorganizzato con dei percorsi definiti per gli artisti, l’orchestra, il cast e i fotografi. Il percorso degli artisti va dalla Green Room, alla Red Room e, dopo l’esibizione, alla Blue Room. Tutti devono indossare mascherine ffp2, tranne conduttori, cast e ospiti. Gli oggetti di scena e i microfoni devono essere sanificati. Addirittura la consegna dei fiori e dei premi rientra nel protocollo.
I presentatori, le vallette e i valletti
Il presentatore (e direttore artistico) sarà anche quest’anno Amadeus, accompagnato da Fiorello. Già dalla pubblicità del Comitato Ignora Sanremo si capisce che la coppia di amici ci farà ancora divertire moltissimo. I due “valletti” fissi saranno Achille Lauro e Zlatan Ibrahimović, che sarà assente solo il 3 Marzo per la partita col Milan.
Il 2 Marzo l’attrice di fama internazionale Matilda De Angelis sarà la valletta della serata.
Il 3 Marzo sarà la volta di Elodie, che aveva partecipato al Festival lo scorso anno in gara nei Big.
Il 4 Marzo vederemo la modella Vittoria Celetti.
Il 5 Marzo ci sarà la giornalista Barbara Palombelli e Beatrice Venazi, la direttrice d’orchestra che è stata anche un membro della giuria per Sanremo Giovani.
Il 6 Marzo, l’ultima serata del Festival, Amadeus sarà affiancato da un team di Super Donne nella conduzione: Giovanna Botteri, Ornella Vanoni, Serena Rossi e Tecla Insolia.
Ospiti e Super Ospiti del Festival di Sanremo 2021
Prima Serata: Diodato, Loredana Bertè, l’infermiera Alessia Bonari e la Banda della Polizia di Stato. Seconda Serata: Il Volo, lo sportivo Alex Schwazer, Gigliola Cinquetti, Marcella Bella e Fausto Leali; sarà presente anche Laura Pausini, che ha appena vinto il Golden Globe con la canzone “Io sì”, prima canzone italiana a vincerlo. Terza Serata: l’allenatore Sinisa Mihajlović, Monica Guerritore, Emma e i Negramaro. Quarta Serata: Mahmood, che torna sul palco di Sanremo dopo due anni dalla sua vittoria. Quinta e ultima Serata: Federica Pellegrini, Francesco Gabbani, Umberto Tozzi e Alberto Tomba.
Cantanti in scaletta in Prima e in Seconda serata
Le canzoni in gara le conosceremo in due serate: tredici cantanti la prima sera e tredici la seconda. In scaletta stasera ci sarà: Arisa (Potevi fare di più), Colapesce e Dimartino (Musica leggerissima), Aiello (Ora), Franchesca Michielin e Fedez (Chiamami per nome), Max Gazzè e Trifluoperazina Monstery Band (Il farmacista), Noemi (Glicine), Madame (Voce), Måneskin (Zitti e buoni), Ghemon (Momento perfetto), Coma_Cose (Fiamme negli occhi), Annalisa (Dieci), Francesco Renga (Quando trovo te), Fasma (Parlami). La prima parte sarà dedicata invece alle esibizioni dei Giovani: Gaudiano, Elena Faggi, Avincola e Folcast.
La scaletta della seconda serata è composta da: Orietta Berti (Quando ti sei innamorato), Bugo (E invece sì), Gaia (Cuore amaro), Lo Stato Sociale (Combat Pop), La rappresentante di lista (Amare), Malika Ayane (Ti piaci così), Extraliscio feat. Davide Toffolo (Bianca luce nera), Ermal Meta (Un milione di cose da dirti), Random (Torno a te), Fulminacci (Santa Marinella), Willie Peyote (Mai dire mai), Gio Evan (Arnica), Irama (La genesi del tuo colore). Anche Mercoledì sera la prima parte sarà dedicata all’esibizione dei Giovani, e stavolta toccherà a Dellai, Greta Zuccoli, Davide Shorty, WrongOnYou.
Serata duetti e cover
La serata delle cover sarà giovedì 4 Marzo, e non tutti i Big in gara canteranno in duetto con altri artisti. Ecco di seguito la lista delle cover dei Big e degli artisti con cui duetteranno:
Aiello con Vegas Jones – Gianna d Rino Gaetano
Annalisa – La musica è finita di Ornella Vanoni
Arisa con Michele Bravi – Quando di Pino Daniele
Bugo con i Pinguini Tattici Nucleari – Un’avventura di Lucio Battisti
Colapesce e Dimartino – Povera Patria di Franco Battiato
Coma_Cose con Alberto Radius e Mamakass – Il mio canto libero di Lucio Battisti
Ermal Meta con la Napoli Mandolin Orchestra – Caruso di Lucio Dalla
Extraliscio feat Davide Toffolo con Peter Pichler – Rosamunda di Gabriella Ferri
Fasma con Nesli – La fine di Nesli
Francesco Renga con Casadilego – Una ragione di più di Ornella Vanoni
Fulminacci con Valerio Lundini e Roy Paci – Penso positivo di Jovanotti
Gaia con Lous and the Yakuza – Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco
Ghemon con i Neri per Caso – Medley: Le ragazze dei Neri per caso; Donne di Zucchero; Acqua e sapone degli Stadio; La canzone del sole di Lucio Battisti
Gio Evan con i cantanti di The Voice Senior – Gli anni degli 883
Irama – Cyrano di Francesco Guccini
La Rappresentante di Lista con Donatella Rettore – Splendido Splendente di Donatella Rettore
Lo Stato Sociale con Sergio Rubini e “I Lavoratori dello Spettacolo” – Non è per sempre degli Afterhours
Madame – Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano
Malika Ayane – Insieme a te non ci sto più di Caterina Caselli
Måneskin con Manuel Agnelli – Amandoti dei CCCP
Max Gazzè e Trifluoperazina Monstery Band con M.M.B. – Del Mondo dei CSI
Francesca Michielin e Fedez – Medley: Le cose che abbiamo in comune di Daniele Silvestri; Del Verde di Calcutta
Noemi con Neffa – Prima di andare via di Neffa
Orietta Berti con Le Deva – Io che amo solo te di Sergio Endrigo
Random con The Kolors – Ragazzo fortunato di Jovanotti
Willie Peyote con Samuele Bersani – Giudizi Universali di Samuele Bersani
Perché Sanremo è Sanremo
Benché molti abbiano detto che il Festival di Sanremo 2021 non si dovesse fare, per rispetto alle persone del settore che non lavorano da un anno, io sono sempre stata del parere opposto. Sono solidale verso le persone con e per l’arte, e comprendo benissimo la loro rabbia e frustrazione.
Tuttavia la settimana sanremese è sempre stata una ventata d’aria fresca, di belle emozioni e una splendida distrazione. Vivere, dopo un anno funesto, la frenesia e l’aria di festa che regala Sanremo è un vero toccasana per le nostre menti tanto stressate da DAD, smartworking, quarantena, decreti, disoccupazione e curva dei contagi.
In fondo non è un caso se la frase “Perché Sanremo è Sanremo” è diventata un motto.
Il Festival non è uno come tanti altri, è molto di più. Il Festival di Sanremo 2021 ne è l’esempio. Sanremo è un evento culturale a 360°, non è un semplice festival della canzone, a cui girano intorno tutti i pilastri della società in cui viviamo. Politica, amore, diritti civili, femminismo, sketch, trash, attualità. Sanremo incarna tutto questo e non si può fermare. Perché Sanremo è Sanremo, e fermarlo o rimandarlo significa sospendere le vite di tutti dal tempo e lo spazio, come se non esistessimo più.
Il Festival di Sanremo 2021 è fatto dalla musica, dagli artisti, dalle persone “invisibili” che lavorano nello spettacolo, e da tutti noi. E sì, anche dal Coronavirus.
Sintesi prima serata
La prima serata del Festival non ha entusiasmato moltissimo il pubblico, rigorosamente ed esclusivamente da casa. Nonostante tutto il popolo di Twitter e di internet sono soddisfatti per la quantità di trash a cui hanno assistito e soprattutto per i meme che sono riusciti a creare solo dalla prima puntata.
L’inutilità di Zlatan Ibrahimović come valletto fisso si è già palesata e la sua presenza ha già stancato le persone, dato che non è capace di divertire o intrattenere nessuno. L’assenza del pubblico un po’ si è fatta sentire, e fortunatamente Fiorello ci ha scherzato su e ogni tanto, con alcuni sketch, è riuscito a risollevare la situazione. Sicuramente nessuno dimenticherà mai la lambada di Amadeus e Fiorello. Matilda De Angelis invece ha ottenuto l’approvazione di tutti, tant’è che molti vorrebbero lei come co-conduttrice per tutte le serate, al fianco di Fiorello e Amadeus. La giuria demoscopica è stata l’unica ad aver votato, e chiaramente la classifica non è piaciuta a nessuno.
Dei 13 artisti che si sono esibiti, quelli che sono piaciuti di più alle persone su Twitter sono stati Michielin e Fedez, Noemi, Måneskin, Madame e Arisa. Renga e Aiello i meno favoriti. I primi finalisti di Sanremo Giovani sono Gaudio e Folcast.
Sintesi seconda serata
La seconda serata ha visto la conduzione di Elodie accanto ad Amadeus e Fiorello. La sua semplicità, accompagnata dalla sua bellezza, ha fatto innamorare tutti di lei. La performance in cui ha ballato e cantato (le perdoniamo il playback) un medley, accompagnata da alcune ballerine, è stata splendida. Più tardi ha emozionato tutti raccontando un po’ di sé e del suo rapporto con la musica, seguita da una bellissima esibizione affiancata dalla sua prima jazz-band. Laura Pausini ha cantato il brano con cui ha vinto i Golden Globes, e i guanti neri non hanno potuto nascondere il tremolio dovuto all’emozione, che le ha reso lucidi pure gli occhi. Impossibile non avere la pelle d’oca. La scaletta ha subito una variazione, pochè i membri positivi al coronavirus nello staff di Irama sono due, e lui, benché negativo al molecolare, è in quarantena preventiva e non si è potuto esibire.
È “l’edizione Covid-19” del Festival di Sanremo, unica nel suo genere!
Le case discografiche e gli artisti hanno acconsentito a far trasmettere il video delle prove generali di Irama, per non farlo espellere dalla gara. Anche la seconda serata è stata un po’ piatta, infatti è stata vista da meno telespettatori. A fine serata è uscita la prima classifica generale, secondo la giuria demoscopica, che vede Ermal Meta al primo posto, seguito da Irama e Annalisa. Invece, la seconda eliminazione di Sanremo Giovani è stata superata da Wrongonyou e Davide Shorty.
Chi ci ha seguito durante la live del 22 febbraio sulla nostra pagina Facebook sa quali sono stati i miei postumi di Non buttiamoci giù. Per me è stato come bere uno spritz: c’è una forte sensazione di euforia appena lo consumi, ma di certo non è uno sbronza di quelle epocali che saranno difficili da dimenticare.
Con questo non voglio dire che il libro sia scritto male o che non valga la pena di leggerlo. D’altra parte, perché rinunciare a un buono spritz?
La nostra Live
Qui trovate la diretta del 22 febbraio in cui abbiamo parlato del libro di Hornby.
Trama di Non buttiamoci giù
Durante la notte di Capodanno 4 persone che non hanno assolutamente nulla in comune si ritrovano sul tetto di un palazzo per togliersi la vita. Si tratta di: Martin, un uomo di spettacolo che ha perso lavoro, reputazione e famiglia per aver avuto rapporti con una minorenne; Maureen, una donna la cui vita è immobile da anni a causa di un figlio nato con una grave disabilità; Jess, la giovane figlia del Ministro dell’Educazione britannico che ha perso sua sorella e ha subito una delusione d’amore; JJ, un americano che ha visto sfumare il sogno di diventare una rockstar.
Questo incontro servirà a tutti loro non solo per scendere da quel palazzo fisicamente integri, ma anche per affrontare tutto ciò che verrà dopo. Insieme cercheranno di trovare un modo per superare la loro crisi e per ricominciare a vivere.
Tra viaggi a Tenerife, interviste televisive e riunioni negli spazi di Starbucks i quattro protagonisti non avranno né particolari illuminazioni, né riusciranno a stravolgere la loro vita. Ma capiranno che si può tirare avanti a poco a poco partendo dalle piccole cose.
I temi di Non buttiamoci giù
Il libro di Hornby affronta un tema alquanto delicato. Partendo dal proposito di suicidarsi dei suoi personaggi, trova il modo si raccontare come ci si sente quando si viene traditi dalla vita sia nel caso in cui sia successo qualcosa di veramente grave (un figlio colpito dalla disabilità o la scomparsa di una persona amata), sia quando si sbaglia o non si riesce in ciò che si desiderava.
Non si tratta di un argomento leggero eppure proprio questa è la chiave che l’autore sceglie per affrontarlo. Niente retorica, né dramma. Il tono di Hornby è quello comico che caratterizza tutta la sua scrittura. Si tratta di una comicità spontanea, divertente che riesce a non far perdere potenza al tema pur non enfatizzandolo. La leggerezza che si ritrova nelle pagine di Non buttiamoci giù è quella descritta da Italo Calvino nella famosa citazione. Hornby plana sul tema del suicidio e della depressione dall’alto, mostrandocelo in molteplici sfumature.
Ci viene mostrato quanto depressione e suicidio coinvolgano non persone che odiano la vita, ma che la amano. Leopardi ce lo aveva già dimostrato, ma è opportuno ribadirlo.
Quello che ho ammesso era: non avevo voglia di suicidarmi perché odiavo la vita, ma perché l’amavo. E il nocciolo della questione per me è che questo è il sentimento di un sacco di gente che pensa a uccidersi: credo che anche Maureen e Jess e Martin si sentono così. Loro amano la vita, ma gli è andato tutto a culo completo, ed è per quello che li ho incontrati, ed è per quello che non ci siamo ancora divisi. Siamo andati sul tetto perché non trovavamo la via per tornarci alla vita, e ritrovarsi tagliati fuori così… be’, cazzo, capo, è roba che ti distrugge.
JJ in “Non buttiamoci giù”
Dalla lettura si capisce che ciò che aiuta molto nella vita è riuscire a vedersi in maniera diversa da ciò che si è o riuscire a raccontarsi delle storie che diano speranza o senso se non a tutto, almeno a qualcosa. Ma chi non ci riesce? Cerca conforto nelle altre persone. Spesso, vorrebbe anche che gli altri avessero a portata di mano la soluzione. È il caso di Jess che chiede esplicitamente ai suoi genitori di aiutarla senza sapere di preciso che cosa potrebbero fare nel concreto per riuscirci. Questo perché la cosa più difficile (ma potenzialmente anche più bella) della vita è che ognuno di noi è padrone del proprio Io, razionale ed emotivo.
Quando tutto sembra troppo, bisogna cercare di vivere giorno dopo giorno, step by step, partendo dalle piccole cose. Magari non sarà il meglio che c’è o quello che ci si aspettava, ma sarà comunque qualcosa. È quello che la pandemia ci ha insegnato. Ma Hornby non ci dice questo in maniera banale, buonista o ottimista. Ce lo dice in modo reale, dicendo chiaramente che soffrire fa schifo e che staremmo tutti meglio senza il dolore. Eppure, se la vita offre questo, si deve trovare il modo di reagire e di risponderle.
I personaggi
Tutta la storia viene raccontata in prima persona da tutti e quattro i personaggi. A turno espongono il loro punto di vista sulla situazione dando modo al lettore o alla lettrice di conoscerli meglio.
Martin, Maureen, Jess e JJ hanno personalità particolari e, per certi punti di vista, estreme. Ciò che fanno e dicono può sembrare a tratti anche assurdo e lontano dalla realtà quotidiana. Ma, nonostante questo, non risultano affatto finti, anzi sono molto umani. Non è semplice immedesimarsi in loro, né amarli in maniera incondizionata. Eppure non puoi fare a meno di avvicinarti a loro, di seguire le loro storie e i loro discorsi sperando che riescano a cambiare idea rispetto all’idea del suicidio.
Ciascuno di loro lascia qualcosa a chi legge. Il modo dissacratorio con cui Jess giudica qualsiasi aspetto del reale può essere molto catartico. L’ignoranza della cultura pop di Maureen è tenera esattamente come la tendenza di JJ a sognare ad occhi aperti. Di fronte all’incapacità comunicativa di Martin si può reagire con compassione o con fastidio. Sono esseri umani possibili e questo li rende sicuramente molto interessanti.
Un rapporto d’amicizia vero?
Il rapporto che s’instaura tra i quattro protagonisti è molto particolare. Leggendo la trama, si penserebbe a una grande amicizia nata in circostanze particolari e che è alla base della sopravvivenza di ciascuno. D’altra parte, che cosa c’è di più romantico dell’idea che partendo dalla disperazione si trovi un rapporto che dia una risposta a ciò che fino ad allora è mancato?
Ebbene, Non buttiamoci giù non racconta questo. Per buona parte del libro ci si domanda se si possa parlare davvero di amicizia per definire ciò che unisce Maureen, Martin, JJ e Jess. Loro stessi se lo chiedono. Al di là delle tendenze suicide, non hanno molto in comune e non vanno neanche troppo d’accordo. Eppure, questo legame non desiderato e non particolarmente curato servirà a tutti in un modo o nell’altro. Anche questo ci dice molto di quello che può succedere nella vita. Alle volte nascono delle relazioni improbabili che ci insegnano tanto di noi stessi o del mondo proprio perché non fanno parte della nostra zona di comfort.
Lo stile di Non buttiamoci giù
La vera nota di merito del libro è lo stile. Nel lasciare la parola a ciascuno dei suoi personaggi, Hornby adatta la sua scrittura alla personalità di chi racconta.
Il libro è scritto in quattro registri linguistici diversi con cui si ha modo di familiarizzare durante la lettura tanto da arrivare a riconoscere le voci dei protagonisti. È chiaro che questo dimostra la bravura dello scrittore e spiega la sua grande fama nel mondo.
La storia è divisa in tre parti: la prima è dedicata interamente alla notte di Capodanno; la seconda alle 6 settimane successive; la terza ai giorni successivi. Anche la gestione del tempo della storia riproduce l’idea portante del tema. La depressione dilata il tempo facendo sì che tutto sembri fermo a un unico momento. Quando si riesce a trovare un’alternativa, il tempo ricomincia a scorrere. Gli intervalli di tempo aiutano perché non assolutizzano, ma danno degli argini.
Il grande merito di Hornby è quello di aver creato un elogio della vita non partendo dalla poesia, ma dal concreto.
Chi dovrebbe leggere questo libro
Non buttiamoci giù è una lettura leggera ottima per chi ha perso l’incanto della vita, ma cerca (anche inconsapevolmente) di caprine sempre il senso. Ci vuole una certa dose di coraggio e di bravura a trattare temi del genere senza banalizzare, né drammatizzare. Hornby ci riesce e chi ha sufficiente sensibilità riesce a cogliere anche il senso più profondo di quello che l’autore vuole dirci. Altrimenti, resta comunque una lettura occasionale che può impegnare i pomeriggi del week-end di pandemia in maniera divertente.
Non buttiamoci giù e i Postumi Letterari
Come dicevo all’inizio, la lettura di Non buttiamoci giù ha inaugurato il club del libro di CulturaMente, i Postumi Letterari. Abbiamo deciso, infatti, di dedicarci a una lettura mensile da condividere con voi per poi parlarne insieme durante un evento live sui nostri canali social.
Se volete partecipare al prossimo incontro che si terrà intorno al 22 marzo, vi basta leggere il prossimo libro: Un cazzo ebreodi Katharina Volckmer. Contattateci sui Social!
Behind her eyes, titolo originale di Dietro ai suoi occhi, vi terrà attaccati allo schermo fino alla fine con una puntata conclusiva davvero inaspettata. La nuova miniserie su Netflix è prodotta da Left Bank Pictures (The Crown) e sceneggiata da Steve Lightfoot e Angela LaManna (dal romanzo bestseller di Sarah Pinborough).
Trama
Un triangolo amoroso. Storie morbose, di minacce e tradimenti. Una trama che potrebbe sembrare banale se non fosse che questa miniserie è letteralmente geniale. In sei episodi vediamo Louise (Simona Brown) invaghirsi di David (Tom Bateman), psichiatra per cui – inaspettatamente – lavora, e diventare allo stesso tempo la migliore amica della sua strana – ma piuttosto elegante – moglie Adele (Eve Hewson).
Il finale (senza spoiler)
Nel corso degli episodi scopriamo che qualcosa non quadra in questo matrimonio, e non solo perché David va a letto con un’altra donna. Quello che non riusciamo a scoprire è chi sia la vittima e chi il carnefice. Sembra sempre che un grosso segreto stia per essere svelato, ma la verità è che si arriva fino al sesto episodio senza capire nulla di come andrà a finire la serie.
Il riscatto di Louise come donna
Uno degli aspetti più interessanti della serie, a prescindere da come va a finire, è che Louise sia una mamma single che vive esclusivamente per suo figlio Adam. Dopo il divorzio non è riuscita a rifarsi una vita, a differenza del suo ex compagno, e nonostante la sua migliore amica Sophie (Nicola Burley) si imponga per farle interrompere la tresca con lo psichiatra, Louise è felice così come sta. Ha riscoperto la propria femminilità e vive questo feeling con molta dignità. Insomma, questa serie non ci pensa nemmeno a dipingere Louise come una vittima di “David il manipolatore”, proponendo una visione molto emancipata del ruolo dell’amante. Secondo un noto luogo comune, infatti, l’amante soffre sempre perché vuole possedere in esclusiva l’oggetto del proprio desiderio e spesso ricopre un ruolo di vittima a cui piace trastullarsi nel dolore. In Dietro i suoi occhi, invece, sembra che si voglia mandare un messaggio fortissimo contro lo stereotipo, che è presente e incarnato dal personaggio dell’amica/consigliera, ma che alla fine dei giochi viene fatto fuori perché assolutamente disallineato rispetto alla storia. Qui non c’è spazio per il giudizio: Louise non cerca consigli su come chiudere la sua relazione a tre, è anzi preoccupata per tutti gli attori in gioco perché non li vede felici.
Il passato di Adele
Adele e David hanno condiviso insieme 10 anni della loro vita. Lui le ha addirittura salvato la vita durante un incendio: la amava sul serio. Cosa sarà successo in questi 10 anni per distruggere il loro rapporto? La tenera Adele che vediamo nei flashback riemerge solo per Louise nel presente, specialmente quando decide di insegnare alla nuova amica come fare sogni più sereni prendendo spunto dai trucchetti che il vecchio amico Rob (Robert Aramayo) le aveva insegnato tanti anni fa. Chi sarà la vera Adele? La moglie perfetta rifiutata da David, la dolce amica di Louise o nessuna delle due?
Consigliatissima la visione di questa miniserie che quasi quasi lascia la voglia di una seconda stagione, con una sola remora: il finale è talmente perfetto che andare avanti sarebbe quasi un peccato.
Qui dove il mare luccica, E tira forte il vento Su una vecchia terrazza Davanti al golfo di Surriento Un uomo abbraccia una ragazza, Dopo che aveva pianto Poi si schiarisce la voce, E ricomincia il canto.
Caruso, Lucio Dalla
Il primo marzo 2012 in un albergo di Montreux in Svizzera è morto Lucio Dalla, proprio qualche giorno prima di compiere 69 anni. Era nato infatti il 4 marzo 1943. Noi lo vogliamo ricordare con E ricomincia il canto, il libro che ci offre il ritratto di uno dei maggiori protagonisti della canzone italiana dell’ultimo mezzo secolo.
E ricomincia il canto è un’opera dedicata a Lucio Dalla, un viaggio nella vita del grande cantautore italiano attraverso le sue stesse parole.
Questa raccolta di interviste di Dalla – rilasciate a giornalisti come Bocca, Mollica, Dandini e Piperno – offre il ritratto sia dell’artista poliedrico sia dell’uomo dietro il cantante, con gli eventi più intimi che lo hanno colpito nel profondo: la morte del padre quando è ancora un bambino, l’intenso rapporto con la madre, la passione per il basket, la devozione per Padre Pio, la prima volta a Sanremo, l’amore per Bologna, le opinioni politiche, le paure.
Le interviste, selezionate dal musicologo Jacopo Tomatis, rappresentano un documento unico che racconta la carriera di una delle più grandi icone pop del nostro paese. L’opera, edita da Il Saggiatore, è disponibile nelle librerie dal quattro febbraio 2021.
Il lettore scopre intervista dopo intervista, pagina dopo pagina i mille volti del cantante, perché sembrano esistere molti Dalla diversi.
Dall’esordio discografico nel 1964 – avvenuto grazie a Gino Paoli che, dopo averlo sentito cantare, lo mette in contatto con la Rca italiana – Dalla passa per gli anni Settanta, Ottanta, Novanta e Duemila evolvendosi di decennio in decennio. Il cantautore bolognese firma brani ironici, leggeri e scherzosi come “Pafff…Bum” (la canzone con cui si presenta al Festival di Sanremo nel 1966), pezzi dal sapore retro che ricordano il fado e il folk come “4 Marzo 1943”, canzoni politiche, dischi più mainstream e commerciali.
Posso dire a chi non mi conosce, perché quelli che mi conoscono lo sanno, che io sono un cantante occasionale – cioè, se canto lo debbo ad alcune strane circostanze – mentre non posso dire di essere un autore e un cantautore occasionale, perché fin da quando ero piccolo, sui dodici-tredici anni, io improvvisavo da solo, senza suonare nessuno strumento, perché non lo sapevo suonare, alcune canzoni, inventandomele.
Lucio Dalla racconta Lucio, Il cantautore, a cura di Luciano Simoncini, Radio Due, 1973
Dalla nel corso degli anni ha moltiplicato le sue identità. In E ricomincia il canto il lettore riscopre il cantautore bolognese in tutte le sue forme e personalità: il clarinettista jazz, l’autore politicizzato, l’icona pop, l’idolo di quattro diverse generazioni.
Nell’augurarvi una buona lettura vi lasciamo una playlist di brani scelti per omaggiare Lucio Dalla.
La tecnologia ha rivoluzionato e semplificato diversi aspetti delle nostre vite, ma in alcuni casi è riuscita anche ad aiutarci a risparmiare, fornendo alternative non solo più economiche, ma anche più performanti o più salutari.
Vediamo quindi 3 esempi di innovazione hi-tech che aiutano il portafoglio.
Casa domotica e risparmio
Oggi la nostra casa diventa sempre più spesso tecnologica, per merito dei dispositivi domotici, che ci danno la possibilità di risparmiare riducendo, tra le altre cose, gli sprechi energetici. In questo caso basta far riferimento all’opportunità di abbattere il consumo di energia, alleggerendo così la bolletta, ad esempio installando i sistemi di gestione automatizzata delle luci in casa. Grazie alle lampade dotate di sensore di prossimità, infatti, le luci si accendono e si spengono da sole, basandosi sulla presenza o sull’assenza di persone nel loro raggio d’azione.
Domotica vuol dire anche dotarsi degli elettrodomestici smart di ultima generazione, in grado di connettersi alla linea wifi domestica. Oltre ad avere alcune funzioni automatizzate, possono essere gestiti a distanza tramite app per smartphone.
Sigaretta elettronica
Chi fuma sa bene che i pacchetti di sigarette tradizionali sono un vero e proprio salasso per il portafoglio, oltre che per la salute. Si stima che un fumatore medio spenda circa 1.250 euro in sigarette ogni anno: di fatto uno stipendio che potrebbe essere conservato in cassaforte, o speso in altri modi.
Oggi però ci pensa la tecnologia a fornire un’alternativa alle tradizionali sigarette, ovvero l’ecig. Prima di tutto, infatti, va detto che il costo della sigaretta elettronica può essere molto conveniente e permette di sostituire le “bionde” con un dispositivo che richiede molte meno risorse finanziarie. Si fa riferimento anche all’acquisto dei liquidi, il cui prezzo non può quasi essere messo a confronto con quanto si spende per i normali pacchetti. Inoltre, le e-cig abbattono potenzialmente i danni portati dalle sigarette tradizionali, fino ad una percentuale intorno al 95%.
I comparatori online
Tecnologia vuol dire anche digitale, dato che il web oggi ci propone diversi strumenti online utili per risparmiare sulle spese. In tal caso si fa riferimento ai comparatori, che danno la possibilità di mettere a confronto le diverse proposte, relative ad esempio all’acquisto di un prodotto o servizio.
Sul web si trovano portali comparatori di tutti i tipi, partendo da quelli che si occupano di paragonare le offerte sulle assicurazioni auto, fino ad arrivare ai comparatori nel settore immobiliare. Gli esempi possibili sono davvero tantissimi, e valgono anche per le utenze domestiche, grazie ai siti di comparazione specializzati in questo campo.
In conclusione, oggi le tecnologie intervengono in nostro aiuto, e a supporto del nostro portafogli, in quanto ci permettono di tagliare i costi in casa e di risparmiare, in sede di acquisto di qualsiasi prodotto o servizio. In sintesi, sono un supporto attualmente indispensabile per proteggere le finanze e per abbattere gli sprechi.
Nell’ambito della poesia minore dell’età giulio-claudia, la produzione di Fedro sembra essere una voce fuori dal coro: è, infatti, un autore marginale sia per la sua modesta posizione sociale che per il genere letterario che pratica.
Indice
La tradizione favolistica in Grecia e a Roma
Se considerato singolarmente, nessun testo della raccolta favolistica di Fedro è così tanto originale, soprattutto se confrontato con il suo modello principale greco: Esopo.
La tradizione favolistica greca, inizialmente orale, era stata rielaborata in modo scritto per la prima volta da Esiodo:
Opere e giorni [vv. 202-224; 276-285]:
«Giudici saggi son questi: pur, narro una favola ad essi.
Uno sparviere, che aveva fra l’unghie un canoro usignuolo,
e per le nubi così lo recava ghermito, gli disse —
quello, da parte a parte trafitto dall’unghie ricurve,
miseramente gemeva — cosí, duramente, gli disse:
Gemi, tapino? Perché? Ti stringe uno molto piú forte:
andrai, benché tu sia valente cantor, dov’ei brama.
Di te faccio banchetto, se voglio, se voglio, ti lascio.
Chi faccia a faccia vuole lottar col piú forte, è uno stolto: (v.210)
vincer, non vince; ed oltre lo scorno, gli tocca la doglia».
Disse cosí lo sparviere, l’uccello dall’ala veloce.
O Perse, ascolta tu la Giustizia, né mai favorire
la Prepotenza: ch’è male pel debole; e il forte, ancor esso
non la sostien di leggeri, ma sotto il suo peso s’aggrava,
quand’ei nella Follia della colpa s’imbatte. Assai meglio
vale seguir l’altra via, che guida a Giustizia: Giustizia
sempre alla fine trionfa, lo stolido impara a sue spese. (v.218)
Ché Giuro corre dove si dettano inique sentenze,
e di Giustizia il piato si leva, se giudici ingordi
via la discacciano, e dànno sentenza con torto giudizio.
Traverso la città segue ella piangendo, e pei borghi,
entro una nebbia ascosa, recando malanni ai mortali
che l’hanno posta in bando, che furono giudici iniqui.
[…]
Però che stabilí questa legge agli umani il Croníde:
ai pesci, ed alle fiere terrestri, e agli uccelli volanti,
che l’un mangiasse l’altro: ché norme non han di giustizia;
e agli uomini largí Giustizia, che val molto meglio:
perché, se alcuno il vero riesce a veder, lo professa,
Giove che tutto vede, benessere a quello concede;
ma chi, testimoniando, cosciente mentisce e spergiura,
lede giustizia, e folle divien d’insanabile colpa.
A poco a poco, oscura divien la sua stirpe, e si perde:
di chi rispetta il giusto, migliore la stirpe diviene.»
Questo passo serve ad Esiodo per introdurre il tema fondamentale del contrasto tra la giustizia (Δίκη) e violenza (ὕβϱις); la favola con i protagonisti animali serve a trasmettere il messaggio che gli dei, in particolare Zeus, diventano i veri garanti della giustizia.
Al verso 218 si ribadisce il concetto del πάθει μάθος, dell’apprendimento attraverso la sofferenza, che avrà grande fortuna nel teatro di Eschilo.
Tuttavia, la morale è già presente al verso 210, ma viene ripresa anche negli ultimi versi.
Oltre ad Esiodo, anche Archiloco, ma soprattutto Esopo, porteranno avanti questa tradizione. Esopo darà vita, quindi, ad un grande corpus di favole, da cui lo stesso Fedro prenderà ispirazione.
Nel mondo romano, invece, a precedere Fedro nella composizione di favole saranno Ennio, Lucilio, ma in particolare Orazio, con la favola del topo di città e di quello di campagna:
Sermones II [vv. 79-117]:
«Questo il mio desiderio: un pezzo di terra non tanto grande, dove ci fossero un orto e vicino a casa una fonte d’acqua perenne con qualche albero che la sovrasti. Piú e meglio fecero gli dei. Bene. Nient’altro ti chiedo, figlio di Maia, se non che questi doni tu me li assicuri per sempre. Se è vero che non ho mai accresciuto il patrimonio con mezzi disonesti e non penso d’impoverirlo per incuria o depravazione; se è vero che non sono cosí sciocco da mettermi a pregare: ‘Magari potessi avere quell’angolo di terra che ora s’incunea nei confini del mio campicello! Potesse la sorte indicarmi un’urna di monete, come a quel bracciante che, trovato un tesoro, e arricchitosi col favore di Ercole, il campo in cui lavorava arò da padrone’; se quello che posseggo mi piace e m’appaga, questa è la preghiera ch’io ti rivolgo: impingua al padrone il gregge e tutti i suoi beni, tranne l’ingegno e, com’è consuetudine, veglia su di me, tu che piú di tutti mi proteggi. Ed ora che dalla città mi sono ritirato in questo rifugio tra i monti, quali motivi illuminerà mai la musa dimessa delle mie satire?Qui non m’infastidiscono insane ambizioni, l’afa dello scirocco o l’autunno malsano, che di Libitina anzitempo è la fortuna. Dio del mattino, o Giano, se cosí vuoi essere chiamato, tu che gli uomini disponi ai travagli, come piace agli dei, della loro vita operosa, dai inizio al mio canto.
A Roma pretendi ch’io presti garanzie: ‘Avanti, sbrigati, che uno piú zelante non risponda prima all’appello’. E bisogna andare, sia che un vento del nord spazzi la terra o che l’inverno accorci, tra la neve, l’arco del giorno. Poi, dopo aver detto in modo chiaro e preciso ciò che potrebbe rovinarmi, mi tocca lottare in mezzo alla folla insultando chi è troppo lento. ‘Che vai cercando, forsennato? che ti prende?’ m’investe uno screanzato, imprecando inviperito, ‘quando corri da Mecenate con quel pensiero fisso in testa, travolgeresti tutto ciò che ti si para innanzi.’ Vederlo mi piace, è miele per me, non lo nascondo.
Ma appena si arriva al tetro Esquilino, cento faccende altrui da ogni parte m’assalgono la mente. ‘Roscio vorrebbe che l’assistessi domattina fra le sette e le otto al pozzo di Libone. ‘Gli scribi ti pregherebbero, Quinto, di non dimenticare che oggi devi rivederli per una questione nuova e importante di comune interesse. ‘Vedi che Mecenate imprima il suo sigillo su questi documenti.’ Puoi ben dire: ‘Ci proverò’; se vuoi, ci riesci’, replica pressante. Sono passati sette anni, anzi ormai quasi otto, da quando Mecenate cominciò a considerarmi nel numero dei suoi, non per altro, che per avere, se n’avesse voglia, qualcuno da far montare in carrozza nelle sue passeggiate, qualcuno a cui appellarsi con inezie del genere: ‘Che ora è?’, ‘Può il tracio Gallina competere con Siro?’, ‘Il freddo del mattino ormai s’è fatto pungente per chi non si riguarda’, ed altre, che si possono tranquillamente affidare ad orecchie piene di fessure. Per tutto questo tempo, di giorno in giorno, di ora in ora, il nostro amico è stato bersagliato dall’invidia. Assisteva con lui ai giochi? con lui giocava in Campo Marzio? e tutti: ‘Baciato dalla fortuna’. Agghiacciante una voce si diffonde dai rostri ad ogni angolo di strada: chiunque s’incontra, mi consulta: ‘Amico, tu devi saperlo, visto che vivi proprio a fianco degli dei, hai notizie dei daci? ‘Io? nulla.’ ‘Il solito burlone…’ Non mi diano pace gli dei, se so qualcosa.’
‘Che dici? le terre promesse ai veterani, Cesare gliele darà in Sicilia o in Italia?’ E se giuro di non sapere nulla,mi guardano trasecolati come esempio piú unico che raro di straordinaria e profonda segretezza. E in sciocchezze del genere va in fumo la giornata, mentre sospiro: campagna mia, quando ti rivedrò?quando mi sarà dato di assaporare il dolce oblio degli affanni che procura la vita, ora sui libri degli antichi, ora nel sonno e nelle ore di riposo? quando potrò sedermi davanti a un piatto di fave, quelle che Pitagora ritiene parenti, insieme a una quantità di verdure condite con grasso di lardo? Notti e cene divine! mangiare con gli amici davanti al proprio focolare, mentre con gli avanzi appena assaggiati in mezzo ai lazzi si nutrono gli schiavi.
Secondo il piacere d’ognuno, i convitati, senza un vincolo che li travagli, vuotano calici di diversa misura: il buon bevitore regge bicchieri di vino forte, altri invece preferiscono bagnarsi la gola di vinello annacquato.
E cosí nasce la conversazione, non sulle ville o i palazzi degli altri, non su Lèpore, se è buon danzatore o no, ma discutiamo di ciò che piú ci riguarda e che è male ignorare: se siano le ricchezze o la virtú a rendere felici gli uomini; che cosa, tra l’interesse e il dovere, c’induca all’amicizia; quale sia l’essenza del bene e quale la sua perfezione.
E fra un discorso e l’altro, Cervio, un mio vicino, racconta, come capita, le favolette della nonna. Se per esempio uno di noi esalta le ricchezze di Arellio, ignorando i guai che comportano, incomincia cosí:
C’era una volta un topo di campagna che nella sua povera tana ebbe ospite un topo di città, come per vecchi vincoli si accoglie un vecchio amico: ruvido e attaccato ai suoi risparmi, ma non al punto da negare il suo animo gretto ai doveri dell’ospitalità.
In poche parole, non gli fece mancare né i ceci che aveva messo da parte, né i lunghi chicchi dell’avena, e, portandoli in bocca, gli offrí acini passiti e pezzetti di lardo rosicchiati, cercando di vincere con la varietà dei cibi la riluttanza dell’amico, che a mala pena assaggiava le singole vivande con fare indisponente, mentre sdraiato sulla paglia fresca il padrone di casa si mangiava farro e loglio, lasciando all’altro i bocconi migliori.
Alla fine il cittadino gli disse: ‘Che gusto c’è, amico mio, a vivere di stenti sulle pendici di questo bosco scosceso? Non ti pare che alle foreste inospitali siano da preferire uomini e città? Dammi retta, mettiti in cammino con me, visto che le creature terrestri anima mortale hanno avuto in sorte e che, piccoli o grandi, non si sfugge alla morte: perciò, mio caro, finché t’è concesso, goditi le gioie che dà la vita e ricorda quanto questa sia breve’. Scosso da questi suoi discorsi, il campagnolo balza lesto dalla tana, ed eccoli correre insieme sul loro itinerario, ansiosi d’insinuarsi nottetempo nelle mura della città.
E già la notte era a metà del suo corso celeste, quando i due mettono piede in un palazzo sontuoso, dove su divani d’avorio splendeva un drappo tinto di rosso scarlatto e dove una quantità di vivande, avanzate da una cena opulenta, erano in un canto riposte dal giorno avanti in canestri ricolmi. Sistemato che ebbe il campagnolo lungo disteso su un drappo di porpora, l’ospite con l’agilità di un servo si mette a scorrazzare avanti e indietro, serve portate una dopo l’altra e assolve al servizio come un domestico, assaggiando per primo tutto ciò che porta. Quello si gode sdraiato la nuova condizione e in mezzo a tante leccorníe fa la parte del convitato soddisfatto, quando a un tratto un gran fracasso di porte li fa balzare giú dal letto. E via impauriti a correre qua e là per la sala e in piú senza fiato, tremanti, come nell’immenso palazzo rimbombano i latrati dei molossi. Allora il campagnolo sbotta:
‘Non so che farmene di questa vita’, e ‘stammi bene: il bosco e la mia tana, sicura dai pericoli, mi compenseranno delle mie povere lenticchie’.»
Orazio usa lo schema consueto della favola per introdurre alcuni temi principali della sua poesia: il Λάθε Βιώσας epicureo, l’autosufficienza dei cinici, l’idea della brevità della vita e il carpe diem.
Lasciamo un approfondimento anche su un altro autore che, oltre a Fedro, è noto per la sua favola…
Esopo è l’inventore. Fu lui a trovare gli argomenti che io ho elaborato
artisticamente in versi senari. Due sono le doti di questo libretto:
diverte e, se stai attento, consiglia come vivere. Se poi qualcuno avesse
da ridire perché parlano gli alberi e non solo gli animali, si ricordi che
noi scherziamo: le storie sono immaginarie.
Nel prologo del primo libro Fedro dice che Esopo è l’auctor, l’inventore del genere in lingua greca, ma lui stesso ha elaborato artisticamente il modello.
Prologo del 2° libro
Il genere esopico è costituito da esempi, e con le favole non si cerca
altro se non di correggere gli errori degli uomini e di aguzzarne
l’ingegno vigile e attivo. Qualunque sia perciò l’argomento della
narrazione, purché catturi l’orecchio e non si allontani dal suo
proposito, esso si raccomanda da sé, non per il nome dell’autore. Quanto a
me, osserverò scrupolosamente la maniera del nostro vecchio; ma se mi
piacerà inserire qualcosa di diverso, in modo che la varietà dei racconti
procuri diletto, vorrei, caro lettore, che tu lo accettassi di buon grado,
a patto che le innovazioni siano ripagate dalla concisione. Per non essere
prolisso nel lodarla, sta’ dunque a sentire perché non devi dare nulla
agli avidi e devi invece offrire ai discreti quello che non hanno chiesto.
Nel prologo del secondo libro, Fedro scrive di voler inserire anche qualcosa di originale rispetto alla produzione esopica.
Prologo del 3° libro
Se vuoi leggere i libretti di Fedro, occorre, Eutico, che tu sia libero da ogni impegno, perché il tuo animo, sgombro da pensieri, possa avvertire la forza della poesia. «Ma il tuo genio», dirai, «non vale tanto da far perdere ai miei uffici anche solo un attimo di tempo». In tal caso non c’è motivo che le tue mani tocchino quello che non è adatto a orecchie occupate. Forse dirai: «Verranno giorni di festa che mi potranno invitare allo studio letterario, quando il mio cuore sarà libero da ogni preoccupazione». Ti chiedo allora, leggerai poesiole senza valore piuttosto che dedicare le tue cure all’amministrazione della casa, offrire il tuo tempo agli amici, dedicarti a tua moglie, svagare l’animo, rilassare il corpo, così da adempiere poi con maggiore energia le solite incombenze? Devi cambiare scopo e modo di vivere, se pensi di varcare la soglia del tempio delle Muse. Io, partorito da mia madre sulle giogaie del Pìero, là dove la santa Mnemosine, nove volte feconda, generò a Giove tonante la schiera delle dee delle arti, io, sebbene sia nato quasi nella loro stessa scuola, e abbia completamente sradicato dal cuore ogni desiderio di possesso, e mi sia votato totalmente a questa vita con lode imperitura, anche così, sono accolto a mala pena nella cerchia dei poeti. Cosa credi che possa succedere a chi cerca di ammassare, sempre vegliando, grandi ricchezze, anteponendo al lavoro letterario il dolce guadagno? Ma ormai, sarà quel che sarà, come disse Sinone, quando fu condotto dinanzi al re della terra di Dardano, scriverò un terzo libro alla maniera di Esopo e lo dedicherò a te in riconoscimento del tuo onore e dei tuoi meriti. Se lo leggerai, ne sarò contento; se invece no, i posteri in ogni caso avranno di che dilettarsi.
Ora dirò in breve perché fu inventato il genere favolistico. La schiavitù, sempre soggetta al potere, poiché non osava dire quello che voleva, trasferì i propri sentimenti in favolette, e inventando storielle scherzose, evitò di essere falsamente incriminata. Io, quel sentiero, l’ho poi fatto diventare una strada e ho ideato più storie di quante lui non ne abbia lasciate, anche se alcuni soggetti, che ho scelto, mi condussero alla rovina. Che se l’accusatore fosse stato un altro e non Seiano, se il testimone fosse stato un altro, e il giudice infine un altro, ammetterei di essere degno di così grande disgrazia e non lenirei il mio dolore con questi rimedi. Se qualcuno sbaglierà per via dei suoi sospetti e riferirà precipitosamente a se stesso la storia che riguarda tutti in generale, stoltamente metterà a nudo la sua cattiva coscienza. Nondimeno vorrei scusarmi con lui: non ho infatti l’intenzione di censurare i singoli, ma di mostrare la vita com’è e come sono i comportamenti umani.
Forse qualcuno dirà che ho promesso una cosa difficile. Se il frigio Esopo e lo scita Anacarsi poterono ottenere eterna gloria con il loro talento, io, che sono più vicino alla Grecia cultrice delle lettere, perché, restando in un sonno inerte, dovrei trascurare di far onore alla mia patria? Anche il popolo della Tracia vanta i suoi poeti e Lino fu generato da Apollo, dalla Musa Orfeo, che col suo canto fece muovere le pietre e ammansì le fiere e trattenne il corso impetuoso dell’Ebro col dolce ostacolo della sua melodia. Perciò via di qua, invidia, perché tu non debba gemere invano! Un giorno mi sarà conferita la gloria che si deve ai poeti.
Ti ho indotto a leggere; ti chiedo di esprimere un giudizio sincero con la tua ben nota schiettezza.
Fedro ha reso una strada quella che per Esopo era un sentiero. La novità consiste nell’uso del verso e anche nei contenuti, che con Fedro iniziano a derivare anche da fatti di attualità.
Visione del mondo di Fedro
Fedro condivide con Esopo l’idea che non sia possibile cambiare nè il singolo, nè la società, e nemmeno sanare le ingiustizie dei potenti. Per Fedro, il meschino non diventerà mai buono e gli uomini al potere schiacceranno sempre i loro inferiori, non rimane altro che accettare questo mondo poco ideale e sopportare con prudenza con il proprio destino. Questa tematica del potere non si può non intrecciare con elementi di forte attualità come il servilismo alla corte del princeps, come si può evincere dalla favola 13 del 6° libro di Fedro:
Due uomini, uno bugiardo, l’altro sincero e le scimmie
Non c’è nulla di più utile all’uomo che dire la verità: questa massima dovrebbe essere certamente approvata da tutti, ma la sincerità di solito va dritta alla propria rovina. Due uomini, uno bugiardo, l’altro sincero, viaggiavano insieme. Camminando giunsero nel paese delle scimmie. Una scimmia del branco, non appena li vide – si trattava di uno scimmione che si era fatto loro capo – ordinò di arrestarli e di interrogarli per sapere che cosa quegli uomini avessero detto di lui; e ordinò che tutte le scimmie a lui simili gli si schierassero davanti, in lunga fila, a destra e a sinistra, e che di fronte gli fosse preparato un trono; fece stare tutti schierati davanti a lui proprio come una volta aveva visto fare all’imperatore. Poi ordinò che i due uomini fossero portati al centro. Il capo delle scimmie domandò: «Io, chi sono?». Il bugiardo disse: «Tu sei l’imperatore». E di nuovo interrogò: «E questi che vedete in piedi davanti a me, chi sono?». Sempre il bugiardo rispose: «Questi sono i tuoi compagni, primicerii, comandanti di campo», e via di seguito con le funzioni militari. E per questa risposta menzognera il capo, che era stato così lodato con la sua banda, ordinò che quell’uomo fosse premiato, perché aveva fatto ricorso all’adulazione e li aveva ingannati tutti. Frattanto l’uomo sincero diceva tra sé e sé: «Se costui, che è un bugiardo e mente su tutto, è stato trattato e premiato così, che cosa riceverò io, se dirò la verità?». Stava riflettendo tra sé su queste cose, quando il capo scimmia, che voleva essere chiamato imperatore, gli domandò: «Dimmi, tu: chi sono io e costoro che vedi davanti a me?». Ma l’uomo, che amava la verità e era abituato a dire sempre il vero, rispose: «Tu sei una scimmia, e tutti questi sono scimmie come te». Immediatamente si ordina di farlo a pezzi con i denti e con le unghie, perché aveva detto la verità.
Il tema tra intellettuale e potere, già visto con Seneca, è presente nella prima favola del libro V:
Demetrio, che fu soprannominato Falereo, occupò Atene, sottoponendola a un dominio tirannico. Come è usanza della gente, tutti si precipitano da ogni parte, a gara, gridando: «Viva!». Gli stessi notabili baciano quella mano da cui sono oppressi, deplorando in cuor loro il triste cambiamento della sorte. Anzi, persino i cittadini disimpegnati e dediti a vita privata, per ultimi, si trascinano fin là, perché la loro assenza non li danneggi; tra questi c’era Menandro, famoso per le sue commedie, che Demetrio aveva lette e aveva ammirato il talento di quell’uomo, senza però conoscerlo personalmente. Menandro dunque giungeva con passo femmineo e languido, impregnato di profumo e con una veste fluente. Quando il tiranno lo scorse in fondo alla fila domandò: «Chi è mai quell’invertito che osa venire al mio cospetto?». Chi gli era vicino rispose: «È Menandro, lo scrittore». Cambiando immediatamente tono, disse: «Non ci può essere uomo più bello».
Uno spunto moderno: La fattoria degli animali di Orwell
Scrive il collega Davide Massimo:
“Sulla scia di Esopo e Fedro, i protagonisti di questa favola sono degli animali, dietro i quali si nascondono allegoricamente figure storiche. Un bel giorno nella loro fattoria, l’anziano maiale Vecchio Maggiore (che rappresenta Marx) convoca gli animali per esporre la sua teoria dell’Animalismo (Comunismo). Gli animali lavorano più del necessario e il frutto sovrabbondante del loro lavoro viene costantemente rubato dall’uomo. Perciò, prima di morire, il maiale esorta i suoi compagni alla ribellione. Costoro, dunque, guidano una rivolta (la rivoluzione russa) e prendono il controllo della fattoria cacciandone il proprietario, il fattore Jones (lo zar Nicola II). I maiali guidano la rivoluzione e instaurano un nuovo regime che sembra più vantaggioso per gli animali.“
Si dice che in Italia ci siano più scrittori che lettori: si tratta di una semplice provocazione, oppure c’è un fondo di verità in questo detto? Di certo, un ottimo scrittore deve essere anche un avido lettore: il che, automaticamente, farebbe pendere la bilancia a favore della lettura. Una sana abitudine minacciata dalla tecnologia, dagli smartphone e dai social network (e che molti, tuttavia, stanno riscoprendo di recente). D’altra parte, chi sogna di diventare scrittore si trova di fronte a una concorrenza sempre più agguerrita, stimolata anche dal self publishing. Come capire se si possiede la stoffa del grande autore e come trasformare il talento in un lavoro (o in una stimolante passione)? La risposta vien da sé: affidandosi a un corso di scrittura creativa per imparare a usare le parole giuste… e a non ammutolirsi di fronte alla pagina bianca.
Perché iscriversi a un corso di scrittura creativa
Vuoi diventare uno scrittore? Ci stai già provando ma non trovi l’ispirazione? Sei uno scrittore e vuoi aggiornarti, scoprire un nuovo lato del tuo lavoro e crescere? In tutti i casi è fondamentale non perdere di vista i propri obiettivi e non smettere mai di imparare. Un’opportunità di formazione interessante è l’offerta formativa che Feltrinelli Education dedica alle tecniche di scrittura e, in senso lato, allo sviluppo delle soft skills. I corsi online sono fruibili in modalità on demand, con video lezioni pianificabili a piacere (in parte anche live) per garantire la massima flessibilità. Basta iscriversi per accedere alla piattaforma e fare tesoro delle dritte offerte da scrittori, giornalisti, editor e sceneggiatori affermati, per coltivare il proprio sogno e per rendere la propria penna ancora più affilata.
Quale corso di scrittura scegliere?
Dare ritmo alla scrittura, giocare con i conflitti per costruire la tensione narrativa, ricamare i dialoghi e dare vita a un grande finale: ebbene sì, sono cose che si possono imparare. Organizzato in collaborazione con Scuola Holden, il corso online I fondamentali della scrittura insegna ad affinare le tecniche di struttura, a strutturare il racconto e – cosa non secondaria – a capire se si è di fronte all’idea giusta. Chi già scrive può scegliere il corso online Scrittura creativa. Dalla pagina bianca al romanzo – con lezione finale in presenza o live streaming – per imparare a curare l’editing e a creare personaggi e ambientazioni più convincenti. Senza dimenticare il corso dedicato alla difficile arte del racconto breve: dedicato a chi sogna di sintetizzare una grande storia in 3000 battute.
L’alcol, per quanto possa essere considerato un vero e proprio veleno in grado di aumentare il rischio di malattie come la cirrosi epatica, tumori, disfunzioni erettili e sessuali, demenza ed epilessia, solo per citarne alcune, fa da sempre parte della società umana.
Andando a ritroso nel tempo, è possibile trovarne usi nella maggior parte delle civiltà, sorprendentemente anche come veri e propri medicinali, non è un caso dunque che nel Medioevo e durante il Rinascimento le bevande a base di alcol avevano il nome di aqua vitae, l’acqua della vita.
Ma come mai le società di un tempo attribuivano tale importanza a distillati, liquori o vini? Bisogna considerare che la disponibilità di acqua potabile e igienica era limitata a insediamenti nei pressi di fonti, quindi l’alcol rappresentava una soluzione antisettica e sicura. Il valore inebriante della sostanza, inoltre, la rendeva perfetta per i momenti di convivialità, come d’altronde accade ancora oggi.
Enzima alcol deidrogenasi
L’uomo possiede tale enzima, chiamato ADH, in grado di catabolizzare gli alcoli tossici come etanolo e metanolo. Questo fa pensare che in passato l’uomo avesse un contatto prolungato con la sostanza anche se non abbiamo evidenze storiche a supporto di questa ipotesi.
Sembra che i primi contatti, avvenuti nel Paleolitico, fossero dovuti al consumo accidentale di prodotti fermentati naturalmente, come frutti o miele, e che quindi hanno visto una tramutazione degli zuccheri in alcol. Una delle prime bevande prodotte consciamente fu invece la birra e abbiamo testimonianze di ricette di 6.000 anni fa provenienti dalla Mesopotamia. Ciò fu possibile grazie allo sviluppo dell’agricoltura, avendo a disposizione cereali fu dunque molto più semplice per le antiche popolazioni dedicarne parte per la produzione di alcol, dando vita a figure professionali come il mastro birraio.
Distillazione
La scoperta del procedimento avvenne molto tempo dopo, bisogna infatti attendere l’ottavo secolo dopo Cristo, periodo di fervente attività degli alchimisti islamici. La parola alcool, d’altronde, deriva proprio dall’arabo Al-kuhl, che indicava una polvere medicinale in origine e che successivamente gli alchimisti utilizzarono per definire invece una sostanza pura che veniva trasformata in spirito.
Con l’introduzione di tale processo, fu possibile andare oltre i 16 gradi alcolici e le bevande così realizzate divennero molto popolari nel mondo occidentale. La diffusione in Italia e nel resto d’Europa iniziò nel decimo secolo circa, grazie alla Scuola Medica Salernitana, una delle più importanti istituzioni dell’epoca, che fece proprie le tecniche arabe.
Impatto sociale
L’alcol aiutava dunque le persone in alcuni ambiti della propria vita, in Occidente per esempio era utilizzato anche per alleviare gli affanni quotidiani, tuttavia gli effetti negativi sull’organismo sono stati a lungo sottovalutati, fino a quando alla fine del diciannovesimo secolo la comunità scientifica ritenne che l’abuso della sostanza fosse un problema non solo di natura medica ma anche sociale.
Tale considerazione fu fatta dopo l’analisi di dati che mostravano una stretta relazione tra il consumo di bevande alcoliche e incidenti stradali. Ciò non significa che bere un bicchiere di vino o di birra di tanto in tanto avrà un effetto deleterio sulla vostra esistenza, ma bisogna considerare che non si è mai immuni dalle dipendenze e l’alcool, proprio come molte droghe, può portare a consumi smodati.
Da studi accurati è stato possibile dedurre inoltre che l’assunzione di alcol senza freni causa piaghe sociali come l’aumento della povertà, scarso rendimento sul posto di lavoro, aumento dell’indice di criminalità e divorzi. La pericolosità non sta solo nelle possibili conseguenze fisiche che potreste riscontrare ma anche nei rapporti interpersonali con chi vi circonda.
Binge drinking
Il termine indica il consumo eccessivo di alcolici in un periodo di tempo molto breve. Si tratta di una moda estremamente pericolosa poiché prevede non solo l’ingestione di ingenti quantità di alcol ma il tutto in un lasso di tempo eccessivamente ridotto, con gravi conseguenze su tutto l’organismo.
Non è un problema che affligge solo i giovani ma qualsiasi fascia d’età e bisognerebbe evitare assolutamente queste abbuffate alcoliche. Non bisogna infatti pensare che la pratica, a cadenza settimanale, sia meno grave rispetto al consumo quotidiano di un alcolista ma come è stato ampiamente dimostrato dalla scienza, ha gli stessi effetti negativi.
Maggiori informazioni
Per gli appassionati dell’argomento segnaliamo il sito https://moltoraffinato.it su cui è possibile scoprire tutto ciò che c’è da sapere sugli alcolici, da informazioni sulla vinificazione fino alla preparazione di cocktail sfruttando ogni tipo di distillato, ricordando però di bere sempre con moderazione e non eccedere nelle quantità. Bere responsabilmente è un dovere civico, per evitare incidenti stradali che possono mettere a rischio non solo la vostra vita ma anche quella di chi vi sta intorno.
La perfezione non è soltanto questione di controllo. Si tratta anche di sapersi lasciar andare. Sorprendi te stessa e sorprenderai il pubblico. Trascendenza. Pochissimi ne sono in grado.
Titolo originale: Black swan
Regia: Darren Aronofsky
Cast principale: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Christopher Gartin.
Genere: drammatico/thriller
Produzione: USA
Anno: 2010
Il cigno nero (Black Swan) è un film diretto da Darren Aronofsky, presentato nel 2010 come film d’apertura del Festival del cinema di Venezia.
Il trailer
Il cigno nero, la trama del film
Nina (Natalie Portman) è una ballerina del New York City Ballet che passa la sua vita tra teatro e casa, dove l’aspetta una madre fin troppo ingombrante e assillante. Il sogno della protagonista si avvera quando il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) la sceglie per interpretare il doppio ruolo di Odette e Odile ne Il lago dei cigni.
Eterea e verginale Nina incarna perfettamente la castità e la limpidezza del cigno bianco e, con difficoltà, il sensuale e tenebroso cigno nero. Nel frattempo da San Francisco arriva una ballerina, Lily (Mila Kunis) e Nina sarà trascinata in un vortice che la porterà ad affrontare estreme conseguenze, che non svelo per non rovinarvi la sorpresa.
Il cigno nero, la recensione del film
Black swan è un film che affascina, perché gli argomenti trattati avvolgono la pellicola di mistero. Fondamentalmente il film racconta la trasformazione di Nina da adolescente ad adulta, ma la narrazione della “formazione” della protagonista passa attraverso temi enigmatici.
Mi riferisco prima di tutto al tema del raddoppiamento della personalità di Nina, suggerito da una regia ossessivamente volta alla moltiplicazione di volti e corpi grazie all’uso di superfici riflettenti, come il ricorrente finestrino della metropolitana e lo specchio della sala da ballo.
Penso anche al tema della metamorfosi sviluppato da Aronofsky nel passaggio della protagonista dall’adolescenza all’adultità: Nina “si sveglia” e riconosce di avere una sessualità e una sensualità. Questa scoperta determinerà un profondo conflitto interiore e il conseguente duplice sentimento di attrazione e repulsione per il proprio corpo. All’inizio del film Nina è una bambina nel corpo di un’adulta, come ci suggeriscono l’arredamento della sua camera, le pareti rosa con disegni fiorati, il carillon, i pupazzi e la scenografia in generale. Ma l’adolescente cresce e la sua trasformazione morale e fisica è spiegata con la sua rivolta contro gli oggetti di scena che rimandano all’infanzia: i peluches gettati nella spazzatura e le figure animate, disegnate da sua madre, le cui bocche pronunciano ossessivamente “la mia bambina”, che vengono distrutte dalla ballerina in un impeto di rabbia.
3 motivi per guardarlo:
Black swan è una pellicola “delirante” con una regia enigmatica e affascinante: è frequente ad esempio l’uso di semi-soggettive, per le quali lo spettatore non guarderà esattamente con gli occhi del personaggio ma gli è così vicino da non avere la percezione né dell’oggettività né della soggettività del suo vedere.
L’interpretazione patemica degli attori e di Natalie Portman, che ha vinto l’Oscar come migliore attrice protagonista, su tutti.
L’originalità di un thriller che si distingue per essere un esempio non convenzionale del genere.
Quando vedere il film:
In un momento in cui si ha voglia di affrontare tematiche disturbanti e immagini che potrebbero causare turbamenti emotivi. Se si è molto sensibili si consiglia la visione pomeridiana.
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Ecco una guida alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dagli anni Trenta ad oggi!
Indice
Dove si svolge il Festival di Venezia?
Si svolge annualmente al Lido, nello storico Palazzo del Cinema sul lungomare Marconi e in altri edifici antistanti.
Quando si svolge e quanto dura il Festival di Venezia?
Tradizionalmente organizzata tra la fine del mese di agosto e l’inizio di settembre, la Mostra del Cinema di Venezia è giunta nel 2020 alla 77esima edizione.
Il Festival di Venezia è la seconda manifestazione cinematografica dopo gli Oscar. Nacque nel 1932, nell’ambito della XVIII Biennale d’arte, con la denominazione di Esposizione internazionale d’arte cinematografica. L’allora Presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, insieme al segretario generale dell’Istituto internazionale per il cinema educativo, Luciano De Feo, e allo scultore Antonio Maraini, diedero vita alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
La prima edizione si svolse dal 6 al 21 agosto sulla terrazza dell’Hotel Excelsior al Lido di Venezia. Tuttavia solo a partire dal 1935 il festival divenne annuale, e dal 1936 ebbe la sua prima giuria internazionale.
I film che hanno fatto la storia: Il Festival del Cinema di Venezia negli anni
Anni Trenta
La prima edizione del festival (1932), tenutasi sulla terrazza dell’Hotel Excelsior, non era una rassegna competitiva. Non mancavano comunque titoli importanti:
The Champ di King Vidor; (1931);
Grand Hotel di Edmund Goulding (1932);
Frankenstein di James Whale (1932);
Gli uomini che mascalzoni… di Mario Camerini (1932);
Accadde una notte (It happened one night) di Frank Capra (1934).
La seconda edizione, che si tenne dal 1° al 20 agosto 1934, divenne competitiva. Per questa ragione fu istituita la Coppa Mussolini per premiare il miglior film straniero e il miglior film italiano. Il festival tuttavia mancava di una giuria.
Il successo della Rassegna fu immediato e così alla sua terza edizione (1935) la Mostra divenne annuale. Crebbero il numero delle nazioni partecipanti ma tra queste furono esclusi i film sovietici fino al dopoguerra. Fu istituita la Coppa Volpi per premiare gli attori. Tra i film di questa edizione ricordiamo:
Il traditore (The Informer) di John Ford (1935);
Capriccio spagnolo (The Devil is a Woman) di Joseph von Sternberg (1935);
Anna Karenina di Clarence Brown (1935).
Nel 1936 viene nominata per la prima volta la Giuria internazionale.
Nel 1937 viene inaugurato il nuovo Palazzo del Cinema (dell’ architetto Luigi Quagliata), costruito a tempo di record e inaugurato il 10 agosto nel 1937 per la quinta edizione della Mostra.
Con l’edizione del 1938 qualcosa cambia. La politica influenza la Kermesse. I film sono di stampo propagandistico, salvo qualche eccezione. Da questa edizione in poi, fino alla fine della guerra, Hollywood non vi prese più parte. Eppure lasciò un segno vincendo il premio per Biancaneve e i sette nani di Walt Disney.
Anni Quaranta
Fino al 1945 la Mostra assunse una portata molto più ristretta e soprattutto la manifestazione si svolse lontano dal Lido. Vi parteciparono pochi paesi, con predominio di quelli dell’Asse, rappresentati da divi italiani come Alida Valli, Assia Noris e Fosco Giachetti.
Dopo la pausa bellica, nel 1946 il festival del Cinema di Venezia torna pian piano allo splendore. Il Palazzo del Cinema è ancora requisito dagli alleati, così le proiezioni si svolsero al cinema San Marco, cercando di recuperare quella dimensione di libertà e di internazionalità messa da parte negli anni della guerra. Il neorealismo entra in scena con tutta la sua forza influenzando molte pellicole che hanno fatto la storia del cinema italiano:
Paisà di Roberto Rossellini (1946);
Il sole sorge ancora di Aldo Vergano(1946);
Caccia tragica di Giuseppe De Santis (1947) ;
Senza pietà di Alberto Lattuada (1948);
La terra trema di Luchino Visconti (1948).
Ma è con il 1947 che la Mostra torna al suo splendore e segnandone la definitiva ascesa con una partecipazione massiccia: ben 90.000 presenze. La rassegna si svolse nella splendida cornice del cortile di Palazzo Ducale. Fu ripristinata la giuria internazionale e i paesi sovietici ritornarono a partecipare. Fu proprio in questa edizione che Anna Magnani sancì la propria ascesa vincendo la Coppa Volpi come migliore attrice per L’Onorevole Angelina di Luigi Zampa.
Nel 1949 viene istituito il premio Leone di San Marco per il miglior film, vinto da Manon di Henri-Georges Clouzot.
Anni Cinquanta
Inizia la Golden Age per la Kermesse. Quella magia che si respira agli Oscar viene trasportata su quello che è diventato uno dei tappeti rossi più ambiti. Per la filiera cinematografica mondiale diventa una tappa attesissima. Non solo, il cinema giapponese fa il suo ingresso con numerosi film.
Tra i film del decennio ricordiamo:
Stromboli di Rossellini (1950);
Francesco giullare di Dio di Rossellini (1950);
Europa ’51 di Rossellini (1952);
Saichaku ichidai onna (La vita di O Haru donna galante) di Kenji Mizoguchi (1952);
Ugetsu Monogatari (I racconti della luna pallida d’agosto) di Kenji Mizoguchi (1953);
Sanshô dayû di Kenji Mizoguchi (1954);
Shichinin no samurai (I sette samurai) di Akira Kurosawa (1954);
Il generale Della Rovere di Roberto Rossellini (1959).
Sempre nel 1957 il cinema indiano ottiene un Leone d’oro con Aparajito (L’invitto) di Satyajit Ray.
Il cinema italiano fa la sua storia del cinema con l’ascesa di due grandi registi: Federico Fellini e Michelangelo Antonioni.
Un’altra svolta importante si registra con un ulteriore salto di qualità: Venezia diventa una vetrina per i film e una vera e propria passerella, portando sull’ambito tappeto rosso tutto il glamour di Hollywood. Sfilano Marlon Brando, Brigitte Bardot ma anche divi italiani come Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano e Giulietta Masina.
Anni Sessanta
La rassegna diventa una vera rampa di lancio per il cinema. Registi come Pasolini, Bertolucci, Zurlini, Ferreri, Bellocchio, Montaldo, Brass trovano il loro posto nella filiera. A fare da padrone è ancora una volta il cinema italiano che accende i riflettori sui nuovi divi come Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Monica Vitti.
Se gli anni 50 avvolgono la settima arte in un alone quasi magico, dal 1968 in poi cambia tutto, anche il cinema. Di riflesso anche la Mostra subì forti influenze e contestazioni. Per tutto il decennio successivo la mostra non fu più competitiva.
Anni Settanta
Nonostante le difficoltà dell’epoca e le numerose contestazioni, in questo periodo non mancarono film di spessore:
The Devils (I diavoli) di Ken Russell (1971);
Arancia meccanica di Stanley Kubrik (1971);
Sunday Bloody Sunday (Domenica, maledetta domenica) di John Schlesinger (1971);
A Clockwork Orange (Arancia meccanica) di Stanley Kubrick (1972);
Novecento di Bernardo Bertolucci (1976).
Dal 1972 al 1978 la mostra non fu organizzata:
Dal 1974 al 1976 vi fu una sezione “cinema” nell’ambito della Biennale di Venezia.
Dal 1975 al 1978 vi furono due retrospettive nell’ambito della Biennale di Venezia.
Fu l’edizione del 1979 a segnare una svolta e ad avviare il rilancio della Mostra, che risorse come una fenice in tutto il suo splendore e prestigio. Tuttavia ancora una volta il Festival del Cinema di Venezia non era competitivo.
Anni Ottanta
Finalmente la kermesse torna ad essere competitiva. Tra i film di rilievo in questo decennio ricordiamo:
Greystoke – La leggenda di Tarzan, il signore delle scimmie di Hugh Hudson (1984);
Heimat di Edgar Reitz (1985);
Camera con vista di James Ivory (1986);
Gli invisibili di Pasquale Squitieri (1988).
Sul finire degli anni ottanta -con precisione nel 1988- il programma della Mostra viene arricchito con le sezioni Orizzonti, Notte e con gli Eventi Speciali, tra i quali figura il film The Last Temptation of Christ di Martin Scorsese. È l’anno delle contestazioni, ma anche delle ascese. Pedro Almodovar fa il suo ingresso con il film A Fish Called Wanda (Un pesce di nome Wanda), a quest’opera si affianca Who Framed Roger Rabbit? (Chi ha incastrato Roger Rabbit?) di Zemeckis.
Il 1989 è altrettanto ricco. Il polacco Kieslowski con i suoi Dieci Comandamenti polarizza il Lido attirando l’interesse di stampa e pubblico. Protagonista di quell’edizione è anche Nanni Moretti con PalombellaRossa. Ma a destare interesse fu il terzo capitolo della saga di Indiana Jones (Indiana Jones and the Last Crusade) di Spielberg.
Anni Novanta
Il festival vira nuovamente sotto la direzione del regista Gillo Pontecorvo (nominato Curatore nel 1992 e poi in carica come Direttore fino al 1996). Pontecorvo vuole trasformare la la Mostra del Cinema di Venezia nella capitale degli autori cinematografici, riportare “fisicamente” al Lido i grandi registi e divi del cinema come accadde negli anni Cinquanta.
Divi di tutto il mondo approdano al Lido di Venezia. Attori come Jack Nicholson, Harrison Ford, Bruce Willis, Kevin Costner, Mel Gibson, Nicole Kidman, Tom Hanks, Denzel Washington, e Leoni d’oro alla carriera come Dustin Hoffman, Al Pacino, Robert De Niro, Francis Ford Coppola invadono il tappeto rosso.
Pontecorvo fa un passo ulteriore e porta la musica al festival. Concerti rock organizzati nel piazzale antistante il Casinò e iniziative come “CinemAvvenire”, attirano studenti delle scuole superiori, autori di temi sul cinema e tanti curiosi.
Tra i film e gli autori lanciati nel periodo di Pontecorvo, vanno ricordati:
Quei bravi ragazzi (Goodfellas) di Martin Scorsese (1990);
La presentazione di Eyes Wide Shut (con la presenza al Lido della coppia protagonista Cruise-Kidman) fece molto scalpore, attirando l’attenzione del pubblico e dei giornalisti.
Anni Duemila
Con il nuovo direttore Alberto Barbera, la mostra si arricchisce ulteriormente. Viene creata nel 2001 una nuova sezione competitiva: Cinema del Presente. Viene istituito un nuovo premio: Leone dell’Anno. Un riconoscimento teso a valorizzare film d’esordio, opere che si misurano con i generi e la produzione corrente, con intenti d’innovazione e di originalità creativa.
Film dal 2000
I cento passi di Marco Tullio Giordana (2000);
The Cell di Tarsem Singh (2000);
Being John Malkovich di Spike Jonze (2000);
Boys Don’t Cry di Christopher Nolan (2000);
The Others di Alejandro Amenabar (2001)
Frida di Julie Taymor (2002);
Buongiorno notte di Marco Bellocchio (2003);
The Dreamers di Bernardo Bertolucci (2003);
Prima ti sposo poi ti rovino di Joel Coen ed Ethan Coen (2003);
La leggenda degli uomini straordinari di Stephen Norrington (2003);
Mare dentro di Alejandro Amenábar (2004);
Neverland – Un sogno per la vita di Marc Forster (2004);
The Terminal di Steven Spielberg (2004);
Il mercante di Venezia di Michael Radford (2004);
Donnie Darko di Richard Kelly (2004);
Good Night, and Good Luck di George Clooney (2005);
I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee (2005);
La sposa cadavere di Tim Burton (2005);
Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber (2005);
Blade Runner: The Final Cut di Ridley Scott (2007);
Il papà di Giovanna di Pupi Avati (2008);
A Single Man di Tom Ford (2009);
Baarìa di Giuseppe Tornatore (2009);
The Informant! di Steven Soderbergh (2009).
Con l’avvento del digitale il mondo del cinema cambia e con esso anche il Festival del Cinema di Venezia. Viene introdotta la sezione Cinema Digitale, dedicata alla diffusione delle tecnologie digitali.
Nel 2010, alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, la 67° Mostra si apre con il film Black Swan(Il cigno nero) di Darren Aronofsky. Sempre nella giornata di apertura, a 10 anni di distanza dalla scomparsa di Vittorio Gassman, la Mostra gli rende omaggio con la proiezione di Vittorio racconta Gassman.
Dal 2011 al 2020
Dalla 69° edizione Barbera ritorna alla direzione portando con sé importanti novità. Nasce il progetto Biennale College – Cinema, laboratorio di alta formazione aperto ai giovani filmmaker di tutto il mondo per la produzione di film a basso costo, e la creazione del Venice Film Market, concentrato nei primi giorni e allestito in appositi spazi all’Hotel Excelsior.
Gravity, diretto da Alfonso Cuarón è il film d’apertura in 3D.
Nel 2014 la Sala Darsena è completamente rinnovata e inaugurata il 26 agosto, in occasione della pre-apertura della 71° edizione. Il film di apertura è Birdman diretto da Alejandro González Iñárritu.
La 72° edizione si apre con la proiezione di Everest di Baltasar Kormákur.
La 73° edizione presenta due importanti novità: il nuovo progetto di mercato Venice Production Bridge, dedicato alla presentazione e allo scambio di progetti inediti di film e work in progress per favorire il loro sviluppo e la loro realizzazione – e il potenziamento della sezione Cinema nel Giardino.
La digitalizzazione ha invaso la filiera e il Festival di Venezia cavalca l’onda con un nuovo spazio: il VR Theatre. Qui vengono presentate alcune scene di lungometraggi realizzati in Virtual Reality (Jesus VR – The Story of Christ) e una selezione di precedenti “VR film”.
La 74° edizione vede come film di apertura Downsizing di Alexander Payne. La Venice Virtual Reality fa un ulteriore passo avanti istituendo un nuovo concorso dedicato alle opere in realtà virtuale. La sezione si tiene nell’isola del Lazzaretto Vecchio, dove vengono allestiti gli stand ups, le installazioni e il VR Theater.
La 75° edizione della Mostra viaggia a suon di ricordi. Viene pubblicato Happy 75°, un volume affidato allo storico del cinema Peter Cowie. Un viaggio ricco che inizia nel 1932. Altra pubblicazione presentata in questa edizione è il catalogo “Il Cinema in Mostra – Volti e Immagini dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 1932-2018” allestita nello storico Hotel des Bains del Lido. Il catalogo è una storia per immagini, una carrellata di manifesti, frame dei film in cartellone, fotografie d’epoca che immortalano star, pubblico e i luoghi iconici della Mostra.
La 76° edizione è stata oggetto di critiche a seguito della presentazione del docufilm di Chiara Ferragni, Unposted. Memorabile è stata la presentazione di Joker di Todd Phillips con Joaquin Phoenix. Si tratta del primo cinecomic ad essere presentato in concorso alla Mostra del cinema. Le problematiche legate al gender gap sono sempre più evidenti e non mancano incontri e seminari. Tra questi va ricordato il primo Seminar on Gender Equality and Inclusivity and Film Industry organizzato dalla Biennale di Venezia in collaborazione con Eurimages, Mibac, Women In Film, Television & Media Italia e Dissenso Comune.
L’edizione 77, quella di quest’anno, forse è una di quelle che non dimenticheremo mai. A causa del Covid-19 l’evento è stato molto più ristretto. La folla di curiosi, appassionati e giornalisti provenienti da ogni angolo del mondo è stata ridotta all’essenziale. La sezione Sconfini non ha avuto luogo, mentre la sezione Venezia Classici si è tenuta a Bologna al festival Il Cinema Ritrovato dal 25 al 31 agosto 2020.
I luoghi della Mostra internazionale d’arte cinematografica
Palazzo del Cinema
Sala Grande;
Sala Darsena;
Sala Zorzi;
Sala Pasinetti.
Palazzo del Casinò
Sala Perla;
Sala Volpi;
Sala Casinò;
Sala Perla2;
Sala Conferenze Stampa.
Palabiennale
Sala Giardino
Aree Esterne
Piazzale del Cinema;
Area Giardino;
Terrazza Biennale.
Curiosità
Il primo film proiettato nella storia della Mostra, che appare sullo schermo alle 21.15 del 6 agosto 1932, è Dr. Jekyll and Mr. Hyde di Rouben Mamoulian;
Anche la Mostra di Venezia ebbe il suo periodo buio negli anni 40 per poi tornare alla ribalta nel 1947;
Nel 1932 al 1934, dal 1969 al 1972 e nel 1979 fu una rassegna non competitiva;
Dal 1973 al 1978 non fu nemmeno organizzata: si tenne solo una sezione ‘cinema’ all’interno della Biennale;
I premi ritornarono ad essere assegnati a partire dal 1980;
Il premio al miglior film prese il nome di Leone d’Oro nel 1954. In precedenza si chiamava Leone di San Marco e, nei primi anni del dopoguerra, Gran Premio Internazionale di Venezia;
Il Palazzo del Cinema è stata la sede principale fino al 1946 quando fu requisito dagli Alleati. Per due anni la Kermesse si svolse presso il Cinema San Marco, per poi spostarsi l’anno successivo a Palazzo Ducale. Solo nel 1949 la Mostra tornò al Palazzo del Cinema;
Una giovane ed esordiente Jennifer Lawrence fu premiata per il film The Burning Plan nel 2008. Ebbe la possibilità di presenziare al Festival e ritirare il premio Mastroianni grazie a un regalo dei genitori;
Accecati dalla luci e dal glamour pensiamo che tutto fili liscio. Non è proprio vero. immancabilmente ad ogni edizione tra i giurati ci sono dissidi. Quello storico avvenne tra il regista e attore nostrano Carlo Verdone e David Lynch nel 1994, a causa di forti contrasti proprio Verdone decise di abbandonare la sua posizione di giurato;
Nel 1933 Hedy Lamarr sconvolse la laguna e il mondo con la prima scena di nudo integrale nel film Estasi;
E se tra giurati sono immancabili i dissidi, anche tra attrici e prime donne non possono mancare guerre. Tra quelle rimasti negli annali abbiamo quella tra Sophia Loren e Brigitte Bardot. Quest’ultima nel 1958 abbandonò stizzita il Festival perché la sua rivale aveva vinto un premio per il film Orchidea Nera.
Siamo ormai arrivati praticamente agli sgoccioli…Manca davvero poco all’attesissima finale dell’edizione numero 10 di MasterChef. Un’edizione, come abbiamo già ribadito a più riprese, molto sfidante: intrattenere ed incuriosire nel periodo assediato e dilaniato dalla pandemia. Un’edizione che ha convinto e che tiene alta l’attenzione.
La puntata del 25 febbraio si apre all’insegna della malinconia e degli affetti.
La Mistery Box che si trovano davanti Francesco “Aquila”, Azzurra, Federica, Monir, Irene ed Antonio, gli aspiranti Chef rimasti in gara, cela sapori e ricordi di casa.
Ciascuno ha ricevuto da un proprio familiare un particolare oggetto con un valore simbolico: Antonio ha ricevuto dal padre (ps. ma quanto si assomigliano?) una lenza, la pesca è una passione che hanno entrambi. Irene ha ricevuto una maglietta con un logo disegnato da lei, da parte di suo padre. Monir ha ricevuto una foto ed una lettera di sua madre. Federica, un libro sempre da parte della madre. Infine Azzurra, ha ricevuto una macchina fotografica che i suoi genitori le hanno regalato, considerata la sua passione per la fotografia. A seguire, a sorpresa, i familiari hanno dovuto portare un loro ingrediente a scelta, da aggiungere alla spesa fatta dagli aspiranti Chef. Per Federica, la quaglia. Per Monir, i fagioli. Per Irene, i ceci. Per Azzurra, le vongole. Per Antonio, le cozze. Per Aquila, la patata.
Irene ha stra vinto questa Mistery, pur non amando i volatili e la selvaggina più in generale, è riuscita ad esaltare il piccione, protagonista del suo piatto. Quest’ultimo ha voluto rappresentare l’essenza del padre. Mentre Irene si rispecchia nella salsa di ceci.
L’ospite d’eccezione dell’Invention Test è Riccardo Canella, sous Chef del Noma di Copenaghen. Praticamente il Gotha della cucina internazionale contemporanea. Riccardo Canella è anche il massimo esperto di Ricerca e Sviluppo in ambito culinario.
Irene, vincitrice della Mistery, ci ha fatto scoprire, grazie alla presenza di Canella, ben 12 ingredienti che rappresentano il futuro della cucina internazionale. Tra questi: garum di ostriche, garum di calamaro, olio di rosa, formiche…Giusto per citarne alcuni! Nomi che fino a ieri, personalmente, non conoscevo minimamente…Ad eccezione ovviamente delle formiche, ma ne avrei fatto volentieri a meno (vederle presentate come ingrediente principale di un piatto, non è stato proprio piacevole! Ma degustibus…).
Il migliore dell’Invention Test, indovinate chi è stato? Irene! Ad uscire, invece, Federica. Antonio si è salvato per il rotto della cuffia.
Per la prova in esterna, la location è da brividi: il Mudec di Milano, centro nevralgico della città lombarda in cui sono rappresentate tutte le culture del mondo. Lo Chef è Enrico Bartolini con ben 8 stelle Michelin. Bartolini è stato capace di riportare le 3 stelle Michelin nella città milanese, dopo ben 25 anni. Solo una parola regna sovrana: perfezione. I piatti sono di una difficoltà inaudita, la semplicità non è di casa. Lo stesso Chef Cannavacciuolo ci ha tenuto a precisare che sono sempre e comunque piatti “semplici” ma di una cucina con 3 stelle Michelin.
Il vincitore di questa prova, va di diritto alla finale. Irene è quella che ha replicato in modo assolutamente perfetto il piatto dello Chef Bartolini: un dessert dai sapori di arancia, con una presentazione raffigurante un albero ed i suoi rami da far venire i brividi. E’ “triplete” per Irene!
A lasciare per sempre la cucina di MasterChef, Azzurra. Alla domanda “chi vince secondo te?”, risponde “lo dirò direttamente al vincitore!”.
Insomma…Tutti già pronti per vedere l’attesissima finale prevista per il prossimo giovedì. Stay tuned!
“Framing Britney Spears” fa parte di una serie di documentari intitolata “The New York Times Present”: ecco perché tutti ne parlano
Nata come una serie di veri e propri approfondimenti giornalistici su alcuni temi scottanti, “The New York Times Present” ha scatenato l’interesse mondiale con quello intitolato “Framing Britney Spears“. Una indagine mandata in onda per la prima volta su FX e disponibile su Hulu, che prende le mosse dal movimento “Free Britney“. E, partendo dall’ascesa della “Principessa del Pop”,tenta di dare una risposta ai vari lati oscuri della carriera di Britney Spearsormai da 13 anni sotto la custodia del padre.
Tanti i fatti risaputi, ma vederli inanellati uno dietro l’altro e alla luce di una serie di rivelazioni da parte di collaboratori, assistenti e avvocati fa una certa impressione. La bambina lanciata dal “The Mickey Mouse Club”, alla fine degli anni ’90 diventa l’idolo dei ragazzini di tutto il mondo a colpi di esibizioni nei centri commerciali e grazie alla mega hit “…Baby One More Time”. Ma,come chiunque si trovi sotto la morbosa attenzione dei riflettori, la giovanissima star non può permettersi un solo passo falso. Peccato crescere significhi anche farne.
La rottura con Justin Timberlake
In America non esistono, a differenza dell’Inghilterra, coppie reali: il loro equivalente sono le coppie vip. E quando Britney Spears inizia una storia con Justin Timberlake, già suo collega nel “The Mickey Mouse Club” e ora esponente della fortunata boy band NSYNC, i media impazziscono. Così come già successo ai tempi della relazione, sfociata in un matrimonio prima e in un chiacchieratissimo divorzio poi, tra Madonna e Sean Penn. Ma la Spears non ha la maturità, anche anagrafica, della Ciccone dell’epoca né la sua scorza per resistere alla pressione causata da fotografi e giornalisti. Britney Spears e Justin Timberlake finiscono per lasciarsi, la vulgata vuole per un tradimento da parte di lei con il ballerino e coreografo Wade Robson. Che, per la cronaca, molti anni dopo testimonierà più volte a favore di Michael Jackson nei processi che lo riguardano circa i presunti abusi. Ribadendone l’innocenza anche dopo la morte del “Re del Pop”. Salvo poi cambiare versione e diventare uno dei due protagonisti del controverso “Leaving Neverland“.
Il mondo vs Britney Spears
A questo punto si scatena il putiferio: una giovanissima Britney Spears, cui già non sono risparmiate in conferenza stampa domande quali «sei ancora vergine?», si ritrova a dover discutere davanti alle telecamere una vicenda evidentemente dolorosa. Nel 2003 Diane Sawyer conduce una intervista durante la quale, nonostante la pop star appaia visibilmente a disagio tanto da scoppiare a piangere e chiedere una pausa, non si fa scrupolo di chiederle cosa abbia fatto per spezzare così il cuore a Justin Timberlake. Accusandola di averne tradito la fiducia. Lei risponde che ognuno ha la sua visione dei fatti, cercando di andare oltre. Ma la Sawyer la inchioda riportando una affermazione agghiacciante: Kendall Ehrlich, l’allora first lady dello stato del Maryland, arriva a dichiarare «davvero, se avessi la possibilità di sparare a Britney Spears penso lo farei». La sua colpa? Essere un cattivo modello per gli adolescenti.
Il contributo di Justin Timberlake alla rovina dell’ex
In una intervista promozionale per la radio Hot 97 all’interno del programma “Star and Buc Wild Morning Show”, a domanda «hai scopato Britney Spears? Sì o no?» Timberlake risponde ridendo nervosamente «sì» per poi aggiungere frettolosamente che stava scherzando. Ma il danno è ormai fatto. All’incauta dichiarazione, che fa velocemente il giro del globo, si aggiungono il lancio del brano “Cry Me A River” e il videoche lo accompagna: qui il cantante si intrufola nella casa di una donna – manco a dirlo l’attrice chiamata a interpretarla è praticamente una sosia della sua ex – fa sesso con un’altra nella sua camera da letto e infine le fa trovare il filmato nella televisione. Se sei un uomo, evidentemente, trasporre su video la fantasia di una vendetta tramite violazione di domicilio e porno amatoriale non è un cattivo esempio per gli adolescenti. Infatti è grazie a questo singolo che la carriera da solista di Timberlake decolla: ma a che prezzo? Nulla che paghi lui, visto che qualche anno dopo ritenterà con successo il colpaccio con la canzone “What Goes Around… Comes Around“ e relativo video con come protagonista Scarlet Johansson. Stavolta nega con decisione che il testo al vetriolo e le immagini di grande violenza siano riferibili alla Spears, parlando dell’esperienza di un suo amico come fonte di ispirazione. Non convincendo nessuno. Ma siamo già nel 2007 e Britney Spears sta andando a fondo.
Solo qualche giorni fa, tramite Instagram, Justin Timberlake si scusa. Mettendoci in mezzo, già che c’è, anche un mea culpa nei confronti di Janet Jackson. Le sue parole suonano tanto tardive quanto ipocrite: per fargliele pronunciare ci sono voluti quasi vent’anni e un documentario che rischia di danneggiarne irrimediabilmente l’immagine pubblica.
Il buco nero inghiotte la stella
Che Britney Spears si fosse già trovata a fare i conti con il lato oscuro del successo lo dichiarava timidamente in “Lucky“, ma è con la ballata “Everytime” – una velata dedica a Justin Timberlake – che si capisce che qualcosa comincia davvero a non andare per il verso giusto: il video che la accompagna è una sconsolata riflessione sulle conseguenze della fama, i cui toni cupi sono attenuati da un finale rassicurante e un po’ posticcio. Un’aggiunta in corso d’opera dopo le polemiche generate dalla presentazione on-line dello script, che vedeva la protagonista assumere delle pillole e – forse incidentalmente forse no – morire.
Nel 2004, già perseguitata dai paparazzi, la Spears si innamora del ballerino Kevin Federline. Che per lei lascia la fidanzata incinta del suo secondo figlio. Nel giro di pochissimo si sposano e diventano genitori: per la Spears inizia un vero e proprio calvario mediatico. Le sue immagini rubate, spesso finalizzate a mostrare quando sia poco adatta a fare la madre, arrivano a essere vendute a cifre esorbitanti: Brittain Stone – photography director di US Weekly dal 2001 al 2011 – parla di arrivare a spendere fino a 140.000 dollari a settimana per le foto giuste. E con il sorriso cinico che gli si addice suggerisce che immagini del genere non vanno viste come qualcosa che voglia mettere in cattiva luce le celebrità ritratte ma mostrare la loro vita così da poter ispirare chiunque altro.
Dopo due gravidanze a distanza ravvicinatissima, la Spears pare sia preda dalla depressione post partum. O, almeno, così dichiara la madre Lynne: che ha già scritto due libri insieme alla figlia e da lì a poco ne pubblicherà un altro su cosa voglia dire per una famiglia vivere sotto i riflettori.
Nella mente del paparazzo
“Framing Britney Spears” dedica un certo spazio a Daniel “Dano” Ramos: un fotografo autore degli sciaguratamente famosi scatti datati 2007 della Spears che, con la testa ormai rasata, dà in escandescenze dopo che le è stato impedito dal neo ex marito di vedere i figli. Il video di quella sera accompagna le sue parole: analizzarlo è di certo un esercizio utile. Innanzitutto ci si rende conto che il fotografo e il suo assistente seguono la cantante da ore in un momento per lei molto difficile. Fermatasi a una stazione di servizio, alla Spears viene chiesto come si senta e se stia bene: il tutto mentre si continua a riprenderla e fotografarla. La ragazza non ne può più, la donna che è con lei incita i fotografi ad andarsene perché non è un buon momento. Poi è un attimo: armata di un ombrello, la Spears si sfoga per pochi istanti contro l’auto di Ramos. Infine va via. Il tutto dura nemmeno un minuto ma è sufficiente a eternare dei tratti che manca poco non abbiano più nulla di umano: lo sguardo è quello di un animale braccato. Il fotografo aggiunge che quella non è stata una buona notte per lei. Ma nemmeno per loro. Ma, in fondo, per loro lo è perché hanno guadagnato molto. Gli viene chiesto se, secondo lui, avere intorno così tanti paparazzi abbia avuto un effetto negativo sulla Spears. Ramos, avendo lavorato sulla Spears per tanto tempo, ritiene che nessuno dei fotografi abbia mai avuto da lei un segnale o un’indicazione diretta del tipo «non lo gradisco, lasciatemi in pace». E quando diceva «lasciatemi in pace?» l’atroce risposta è che intendesse «lasciatemi in pace oggi» mica «lasciatemi in pace per sempre». Per la cronaca, Daniel “Dano” Ramos ha conservato l’ombrello. E qualche anno fa ha deciso di venderlo, in occasione del decino anniversario di quella notte.
You want a piece of me
“I’m Miss American Dream since I was seventeen Don’t matter if I step on the scene Or sneak away to the Philippines They still gon’ put pictures of my derriere in the magazine You want a piece of me?”
Così, una volta tanto genialmente, canta Britney Spears sempre nel 2007. E a ragione. Intanto, nella sua vita entra l’ennesima figura ambigua: Sam Lutfi. Un altro che sa far tutto e nulla: la famiglia Spears lo accusa di essere un parassita, lui intanto si spaccia per manager della star. Nel frattempo un entusiasta Perez Hiltongongola: «rasarsi i capelli, attaccare i paparazzi, altri problemi circa la custodia. Grazie Britney Spears. Comportarti male fa bene al mio business». A inizio 2008 i suoi problemi diventano oggetto non solo dei tabloid e dei commentatori televisivi ma anche di quiz: come “indovina cosa ha perso Britney l’anno scorso”. E le risposte dei concorrenti vanno da “il marito” a “i capelli” passando per “la sanità mentale”. Poi i ricoveri coatti e il divieto di vedere i suoi bambini. È questo l’anno in cui il padre Jamie, che nel passato ha sofferto problemi di alcolismo, ottiene la custodia temporanea della famosa figlia. Un provvedimento previsto per chi è incapace di badare a se stesso e al proprio denaro. Prima di allora il padre non era mai stato particolarmente presente nella vita di Britney. E qui si scontrano gli interessi della famiglia Spears con quelli di Lutfi, a cui viene imposto un ordine restrittivo. Una volta dimessa dalla struttura presso cui la cantante è stata in cura, i giornalisti Larry King e Anderson Cooper commentano la vicenda definendola «triste». Ma è il regista Michael Moore, intervenendo di getto quasi a voler interrompere un fiume di retoriche banalità, a fare l’appunto più saggio: «sarebbe meno triste se la lasciassimo in pace. Perché non la lasciamo in pace e le permettiamo di andare avanti con la sua vita?»
Dal “Blackout” al “Circus”: lo zoo presenta Britney Spears
Due album pubblicati nel giro di due anni, implicano una mole di impegni promozionali. Prendiamo il caso di “Blackout”: il lancio del primo singolo, “Give Me More”, avviene in occasione degli MTV Video Music Awards del 2007. La performance inaugura la serata ma ciò che viene mostrato non ha nulla a che fare con l’intrattenimento pop. Una Britney Spears che è l’ombra di se stessa si muove letargica tra i ballerini, mimando svogliatamente le parole della sua nuova canzone. Viene da chiedersi cosa l’abbia spinta sul palco. La risposta potrebbe essere inquietante e la fornisce Adam Streisand: l’avvocato a cui la Spears si era rivolta. Ben sapendo di non potersi opporre alla custodia, la cantante voleva che di questa si occupasse un professionista, qualcuno super partes. Ma il giudice incaricato di decidere le nega questa opportunità: in base a un report medico è stabilito che le condizioni della Spears non la rendono in grado di poter assumere nessuno a rappresentarla. Quando Streisand chiede gli venga mostrato questo report gli viene risposto che solo l’avvocato della Spears può visionarlo. E lui non lo è, per i motivi di cui sopra. Quindi il giudice ne nominerà uno d’ufficio. A oggi Adam Streisand non ha mai potuto avere accesso al report su cui si è basata questa decisione.
Chi custodisce i custodi?
In pratica, per anni Jamie Spears – in quanto tutore – ha il pieno controllo sulla persona della figlia e sulle sue finanze. Può, addirittura, firmare contratti al suo posto. Per mettere ancora più a fuoco lo scenario basterà un solo esempio: i residency show di Las Vegas della Spears fruttano un milione di dollari a settimana. Da cui il padre ottiene direttamente e personalmente l’1,5% rispetto a quanto guadagnato tra concerto e merchandising. Vivian Lee Thoreen, avvocato che negli anni ha rappresentato Jamie Spears, fa una importante osservazione: l’obiettivo della custodia è tutelare gli interessi del tutelato. E ammette che nella sua carriera non ha mai visto un tutelato a cui sia stata revocata la tutela.
L’incognita Instagram, il movimento “Free Britney” e le rivelazione di “Britney’s Gram”
Da quando Instagram è diventato così importante nella comunicazione, Britney Spears – o chi per lei – sceglie di mostrare cosa vuole far vedere della sua quotidianità. O far credere. Brevi video con i figli, esercizi ginnici, balletti, selfie: tutto molto zuccheroso, a tratti stucchevole, senz’altro poco interessante. Tranne che per chi tenta di decifrare dai suoi post e da alcune frasi vagamente fraintendibili delle richieste di aiuto in codice. Arriva, allora, il momento di approfondire il cosiddetto “Free Britney”: movimento nato con il lancio di un sito internet già nel 2009 e che in questi ultimi mesi ha raggiunto il suo picco. Anche grazie a “Britney’s Gram”, un seguitissimo podcast condotto da due fan – Babs Gray e Thess Barker – che commentano ciò che la star pubblica e indagano le notizie che la riguardano. Non limitandosi, però, al lato più superficiale o strettamente musicale dell’artista. Sono, infatti, loro a dar risalto al fatto che l’allora co-tutore della star, Andrew Wallet, in un documento presentato alla corte dello stato della California e della contea di Los Angeles descriva come attività affaristiche quelle legate alla tutela. Che, a suo avviso, dovrebbe esser vista come una forma ibrida di modello di business. Le due ragazze sottolineando la gravità di una simile definizione, mai utilizzata prima di allora in tale ambito.
Gray e Barker raccontano, ancora, la loro agitazione di fronte la non annunciata assenza dai social del loro idolo dopo l’improvvisa cancellazione dell’imminente show residency dal titolo “Domination”. La motivazione ufficiale è la cattiva salute del padre, a cui la Spears vuole stare vicina. Il ritorno on-line della cantante non convince le due ragazze – adducendo come prova ai loro sospetti l’utilizzo di una emoticon invece della tipica emoji con cui Britney è solita firmare i propri messaggi – mentre su “Britney’s Gram” arriva e viene rilanciato un messaggio vocale anonimo che rivela come la Spears sia nuovamente ricoverata in una struttura sanitaria, contro la sua volontà. A questo punto il suo manager, Larry Rudolph, dichiara che in effetti la star ha chiesto di essere ricoverata e che la custodia non può imporle trattamenti sanitari. Intanto il messaggio anonimo diffuso da “Britney’s Gram” diventa virale, scatenando l’isteria dei fan e la mobilitazione degli attivisti “Free Britney”. L’obiettivo? Contribuire a porre termine alla custodia cui è sottoposta la pop star, attirando l’attenzione dei media sulla faccenda anche grazie a testimonial più o meno famosi. Movimento a cui, ovviamente, si oppone il padre Jamie Spears e che bolla come roba da complottisti.
Il dopo “Framing Britney Spears”
Durante le battute finali del documentario viene riportato che Jamie Spears, adducendo motivi di salute, ha rinunciato alla custodia sulla persona della figlia. Mantenendo, però, quella sulle sue finanze. Come immediata conseguenza la Spears ha dichiarato tramite l’avvocato Samuel D. Ingham che non si esibirà più fin tanto che il padre avrà il controllo sulla sua carriera. La madre annuncia di voler anche lei dire la sua sulla vita della figlia. Il fratello Bryan, invece, a luglio del 2020 liquida tra un frizzo e un lazzo l’intera faccenda del movimento “Free Britney” dicendo che «le donne della famiglia hanno sempre avuto questa tendenza a voler fare di testa loro» all’interno del podcast “As NOT Seen on TV“. Strano eh, nel 2021, che una donna voglia autodeterminarsi. Ma, a quanto pare, qualcosa sta cambiando: da tempo la Spears si opponeva alla continuazione della custodia da parte del padre preferendogli una corporate qualificata. Lo scorso novembre la corte si rifiutava si sollevarlo completamente dal suo ruolo di tutore, affiancandogli però la Bessemer Trust come fiduciario aziendale. Una decisione che aveva spinto Jamie a fare ricorso per mantenere l’esclusività dei suoi diritti sulla figlia. È notizia recentissima che questo è stato respinto. Uno dei tanti paradossi è che Britney Spears si trova contemporaneamente a spendere per entrambi le parti: ogni procedimento che la riguarda viene comunque finanziato e saldato con soldi suoi. Quello più vistoso è che una persona ritenuta incapace di gestire la propria persona e le proprie finanze fosse, però, in grado di incidere album, girare videoclip, presenziare a eventi o attività promozionali e tenere concerti.
Una riflessione conclusiva
Chi scrive non è un grande fan della Spears: la sua musica e immagine preconfezionate non mi hanno mai particolarmente attirato, sebbene riconosca la perfezione pop di certe hit da lei interpretate e l’impatto che i suoi video hanno avuto su un’intera generazione. Una cosa che mi ha colpito, invece, è il contrasto tra bocca e occhi. Anche in tempi non sospetti, infatti, ho sempre notato come Britney Spears rida tanto con la bocca, mai con gli occhi. Dopo la visione di “Framing Britney Spears” alcune domande hanno avuto una risposta. Per esempio perché, nonostante appare chiaro che la Spears non tragga più alcun piacere dall’esibirsi e l’esistenza che conduce non abbia nulla di sexy, sul palco venga presentata in abiti sempre più succinti. Se qualcun altro ha il potere di firmare per te i contratti e, contemporaneamente, gestisce le tue finanze, non sei né più né meno che un animale esotico da tirare fuori dalla gabbia quando è il momento di intrattenere i visitatori che pagano per ammirarti. Se il tempo e i fatti della vita hanno lasciato solchi sul tuo viso, si rimedia con interventi estetici e un trucco più pesante. La voce non conta, tanto la performance è in playback. Ai capelli si aggiungono extension come fossero piume da sfoggiare e scuotere mentre gli sfavillanti costumi devono rivelare ogni volta un po’ di più di quel corpo tonificato dalla palestra. Ognuno vedrà ciò che vuol vedere: io una tragica mascherata.
Cristian Pandolfino
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Callimaco è stato uno dei più importanti scrittori di tutto il mondo antico. E’ stato in grado, appunto, di inaugurare un percorso del tutto originale per la creazione letteraria. Questo irreversibile mutamento consiste soprattutto nel carattere individuale del rapporto tra il poeta e il pubblico. Prima della poetica alessandrina, di cui Callimaco si fa portavoce, la letteratura aveva la pretesa, in forma più o meno esplicita, di insegnare qualcosa al lettore (finedidascalico). Gli Aitiadi Callimaco, al contrario, fanno a meno di tutto questo.
Tale evoluzione ha le sue radici in un fattore storico-culturale. Nei grandi regni ellenistici l’uomo non è più chiamato a condividere la responsabilità della vita pubblica: un limite netto che divide i potenti dai sudditi. La poesia di Callimaco si presenta, dunque, come un colloquio tra due individui: il poeta e il lettore. Il suo livello di elaborazione formale è fonte di stimolo continuo per l’attenzione del lettore.
Indice
Biografia
Callimaco nasce in un anno imprecisato, verosimilmente tra il 310 e il 300, a Cirene, importante colonia greca sulla costa della Libia. In giovane età costretto a trasferirsi in Alessandria, vive della professione di maestro di scuola. Grazie alla sua fama, viene presto introdotto alla corte di Tolomeo II Filadelfo. Nonstante abbia un incarico nella Biblioteca, non è mai designato a dirigerla. Callimaco diventa il poeta ufficiale della corte. Morto nel 247 il Filadelfo, gli succede il figlio Tolomeo III Evergete, alla cui moglie Callimaco dedica la Chioma di Berenice. Non si conosce l’anno preciso della sua morte.
Aitia
Tra tutte le opere di Callimaco, gli Aitia sono i più famosi. Si tratta di un poema elegiaco, suddiviso in 4 libri. Ma piuttosto che di un poema in senso tradizionale, si dovrebbe parlare di una raccolta organica di elegie, collegate da un comune motivo tematico, oltre che da un tenue motivo conduttore. In effetti, il titolo significa “Cause“, “Origini“. Le singole elegie narrano episodi mitici o eroici, accomunati dal fatto di spiegare la ragione remota di riti, feste, usanze, istituzioni e nomi.
Prologo dei Telchini
«[Da ogni parte] i Telchini pingolano contro il mio canto
– stolti, che non nacquero dalle cari alle Muse –
perché non in un lungo poema i re
ho celebrato in molte migliaia di versi,
o gli eroi d’un tempo, ma dipano un esile carme
come un fanciullo, mentre non pochi sono i miei anni.»
Gli Aitia iniziano con un prologo programmatico che si presenta come manifesto della nuova poetica callimachea. Importante è la critica rivolta ai detrattori dell’opera, i “Telchini”, definiti così in riferimento ai demoni maligni abituati, secondo la tradizione, a sparlare di tutti.
L’insieme dei concetti espressi, peraltro, riassume il sistema estetico della poesia degli Aitia di Callimaco: μέγα βιβλίον μέγα κακόν, “grande libro grande male”. Tale frase, appunto, è un attacco contro la poesia magniloquente (epica), in favore di una nuova forma di poesia, breve ed originale.
Aconzio e Cidippe: una donna desiderata
Un altro episodio molto noto degli Aitia di Callimaco è la storia d’amore tra Aconzio e Cidippe. Il giovane Aconzio si era innamorato, a prima vista, della giovane bella e ritrosa Cidippe. Per ottenerla in moglie, aveva elaborato, su consiglio di Eros, un piano molto astuto: le aveva gettato una mela, su cui era scritto “Lo giuro, per Artemide: sposerò Aconzio“.
La ragazza aveva colto il frutto e letto l’iscrizione, pronunciando, senza volerlo, un irrevocabile giuramento. Il padre l’aveva destinata ad un altro marito (ricordiamo, infatti, la poca libertà di cui godevano le donne all’epoca). Tuttavia, per tre volte, quando le nozze erano sempre più vicine, Cidippe era stata colta da una febbre misteriosa. Il padre, per risolvere la situazione, aveva deciso di consultare l’oracolo di Delfi. Venne a conoscenza della storia, decise allora di concedere la fanciulla in sposa ad Aconzio.
«[…] Dicono infatti che un giornoEra… fermati cane, cane
d’un cuore impudente, che canti ciò che è proibito!
Fortuna tua, che non vedesti i misteri della terribile dea
chè anche coloro avresti vomitato la storia!»
All’inizio del frammento II, con un gioco metaletterario, Callimaco fa riferimento ad un αἴτιον collegato ai riti nuziali del posto (posti sotto tutela di Era), per poi interrompersi, rivolgendosi a se stesso: si passa quindi dalla funzione narrativa al monologo interiore. Quest’aspetto è confermato ancora di più dal fatto che Callimaco usa un modulo tipico della poesia epica: l’eroe che, nel momento di crisi, parla con il proprio θυμός.
Lo θυμός è, dunque, l’energia che spinge ad agire per impulso immediato. E’ proprio lo θυμός che spinge l’uomo ad oltrepassare il limite tra ciò che è prudente e ciò che non lo è; per tale motivo, deve essere tenuto a bada, se si vuole avere una normale vita di relazione:
Odissea, Libro XI [v.562] Odisseo: «doma la tua irruenza e l’altero θυμός all’ombra di Aiace che si aggira corrucciata nelle case dell’Ade, nel tentativo di ammansirla.»
Tuttavia, lo θυμός può essere considerato come concetto astratto, ossia come conflitto psicologico:
Odissea, Libro IX [vv.299-302] Odisseo: «Io nel mioθυμός magnanimo pensai d’accostarmi e, tratta l’arguzza spada lungo la coscia, di colpirlo nel petto […] ma mi trattenne un altroθυμός.»
La chioma di Berenice: il passo più famoso degli Aitia di Callimaco
[vv.60-64] «[…]Perché per gli uomini… annoverata
tra le molte stelle, non solo… della sposa figlia di Minosse, ma anch’io vi fossi, bella
chioma di Berenice, Cipride mi pose, mentre salivo bagnata dalle acque verso gli
immortali, nuova stella tra le antiche.»
Infine, un altro episodio molto famoso degli Aitia di Callimaco riguarda le vicende di Berenice, moglie di Tolomeo Evergete. Questa aveva tagliato il ricciolo della sua chioma, offrendolo come dono votivo affinchè il marito tornasse salvo dalla spedizione militare.
Tuttavia, il ricciolo era scomparso dal santuario in cui era conservato. Per dare una risposta alla misteriosa scomparsa, l’astronomo di corte Conone aveva ipotizzato che tale ricciolo fosse diventato la nuovacostellazione apparsa; per tale motivo venne chiamata “Chioma di Berenice” ancora oggi.
A quanto pare, un’opera fondamentale per fissare e catalogare i miti riguardanti le costellazioni era costituita dai Katasterismoi di Eratostene di Cirene, contemporaneo di Callimaco e come lui attivo presso la Biblioteca di Alessandria.
Era, dunque, sempre possibile scoprire nuove costellazioni in cielo, e questo poteva quindi costituire un’importante occasione di celebrazioni religiose o regali in età ellenistica. Il catasterismo è quanto di più simile alla divinizzazione ci sia per un mortale: diventare una stella significa passare da corpo mortale a sfera perfetta e pura, fissata per sempre nel cielo.
Anche in epoca romana il catasterismo accompagnò la divinizzazione di personaggi importanti: l’esempio più celebre è il fanciullo amato dall’imperatore Adriano, Antinoo, che, una volta morto, venne ritenuto scomparso sotto forma di stella nella costellazione dell’Aquila.
Gli astronomi di corte si affrettarono a confermare quest’idea, che collocava Antinoo, rapito dall’Aquila di Zeus al pari di Ganimede, nel cielo del mito, per cercare di consolare il desiderio dell’imperatore. Come scrive Marguerite Yourcenar, nelle Memorie di Adriano:
«La morte di Antinoo è un problema, oltreché una sciagura, per me solo. Può darsi che questa sciagura sia stata inseparabile da un eccesso di gioia, da un sovrappiù d’esperienza, di cui non avrei consentito a privarmi, né a privare il mio compagno di pericolo. I miei rimorsi, a poco a poco, sono divenuti anch’essi un aspetto amaro di possesso, un modo per assicurarmi d’esser stato sino alla fine lo sventurato padrone del suo destino. Ma non ignoro che bisogna fare i conti con le iniziative personali di quell’estraneo affascinante che resta, malgrado tutto, ogni essere amato.»
L’insostenibile leggerezza degli scone è l’ultimo libro tradotto in italiano dell’autore di fama internazionale Alexander McCall Smith, che in questo romanzo torna a narrare le vicende dei protagonisti del condominio di Scotland street.
Prima ancora di recensire il romanzo è d’obbligo fare un “riassunto delle precedenti puntate”.
Chi è Alexander McCall Smith?
Alexander McCall Smith, nato e cresciuto in Africa, è un ex professore di medicina legale dell’Università di Edimburgo. È stato vicepresidente della commissione per la genetica della Gran Bretagna ed è, ovviamente, un celeberrimo scrittore. La sua prima opera, The White Hippo, un libro per bambini, è stata pubblicata nel 1980. Ma è solo con la pubblicazione di The no. 1 Ladies Detective Agency, il primo dei romanzi ambientati in Botswana, che McCall Smith diventa popolare.
Le sue serie di romanzi, come «I casi di Precious Ramotswe, detective N. 1 del Botswana», «I casi di Isabel Dalhousie, filosofa e investigatrice» e «Le storie del 44 Scotland Street» sono state tradotte in quarantasei lingue e sono bestseller.
L’insostenibile leggerezza degli scone fa parte dei popolari romanzi di 44 Scotland Street, libro pubblicato per la prima volta a puntate sul quotidiano Scotsman e ora romanzo seriale più longevo al mondo.
44 Scotland Street: il primo romanzo della serie
Il primo libro della serie di romanzi che ha come protagonisti i condomini che abitano in Scotland street è proprio 44 Scotland Street. McCall Smith, in questo romanzo, costruisce dei personaggi ai quali è impossibile non affezionarsi.
Pat è al suo secondo anno sabbatico e sta per iniziare una nuova vita. Dividerà l’appartamento con il narcisista e arrogante Bruce, agente immobiliare bello e vanitoso; troverà lavoro nella galleria d’arte di Matthew, un giovane garbato ma inconcludente che di arte non capisce nulla; trascorrerà piacevoli serate con Domenica, l’eccentrica antropologa vicina di casa. Intanto al piano di sotto Bertie, un bambino soggiogato da sua madre, Irene, prova a comunicarle che preferirebbe i trenini elettrici ai corsi di yoga, di sassofono e di italiano. A unire tutti i personaggi la caccia a un quadro che potrebbe valere una fortuna.
Semiotica, pub e altri piaceri
Mentre migliaia di turisti invadono le strade di Edimburgo per il Fringe, il festival delle arti performative, McCall Smith torna a seguire le avventure degli inquilini del 44 di Scotland Street. Tra una seduta dallo psicanalista, il corso di italiano e un’ora di yoga, il povero Bertie sogna di abbandonare il nido materno per guardare i treni alla stazione, ma si ritrova a frequentare la scuola steineriana con la salopette color fragola che Irene lo costringe a indossare in nome della parità dei sessi; suo padre Stuart grazie a un corso di autostima trova il coraggio per contraddire sua moglie e trascina il figlio in un’avventurosa partita a carte con un gangster di Glasgow. Intanto Pat rincorre il vero amore; il suo coinquilino Bruce, dopo aver perso lavoro e fidanzata, si reinventa esperto di vini e, sull’altro lato del pianerottolo, Domenica, osserva e commenta il mondo che la circonda.
Lettera d’amore alla Scozia
Domenica passa dalla parola all’azione e parte per lo stretto di Malacca per condurre una ricerca antropologica sui pirati. A occupare l’appartamento dell’ultimo piano è arrivata la sua amica Antonia. Bruce si è trasferito a Londra e Pat ha finalmente iniziato l’università. Nel frattempo Matthew è sempre innamorato di lei; Angus Lordie e il suo cane Cyril frequentano ancora le strade e i bar di Edimburgo; il piccolo Bertie continua a combattere con sua madre Irene, quasi giunta al termine di una seconda gravidanza.
Il mondo secondo Bertie
Domenica, di ritorno dallo stretto di Malacca, inizia con Antonia una guerra fredda a causa della scomparsa di una preziosa tazza da tè Spode; l’affascinante Bruce è tornato da Londra senza un soldo e si rifugia tra le braccia della ricca ereditiera Julia; il piccolo Bertie continua a cercare di sfuggire all’incontenibile invadenza della madre e alla prepotente presenza del nuovo arrivato: il fratellino Ulysses. Angus Lordie continua a dipingere i suoi ritratti mentre Pat e Matthew, il romantico senza speranza, forse hanno trovato un buon equilibrio nel loro rapporto.
L’insostenibile leggerezza degli scone
In una tranquilla chiesa vicino al castello di Edimburgo, Matthew sta per sposarsi, quando un pensiero inaspettato gli attraversa la mente: «È una decisione giusta?» Intanto, al 44 di Scotland Street, nella sua stanza il piccolo Bertie sogna di iscriversi agli scout, ma deve vedersela con la tenace opposizione della madre; per Irene gli scout, con la loro mania di indossare una divisa, sono un po’ “fascisti”. Stuart riuscirà a uscire dalle sue vesti di “rammollito” per accontentare suo figlio? Nell’appartamento al piano di sopra, Domenica e Angus Lordie si interrogano su come possono riappropriarsi della tazza blu sottrattagli da Antonia. Poco lontano Bruce sarà protagonista di un cambiamento radicale.
L’insostenibile leggerezza degli scone: la recensione
Ciò che tiene legato il lettore ai romanzi di questa serie non è la vicenda- perché fondamentalmente non succede nulla – bensì i personaggi e i loro ragionamenti filosofici sulla vita, sulla cultura, sul mondo.
Bruce, il geometra narcisista; Matthew il gallerista incompetente, ricco, sfortunato in amore; Angus Lordie lo “stantio” ritrattista che si occupa di Cyril, il cane con un dente d’oro; Irene la madre prepotente e radical chic di Bertie, l’enfent prodige di cinque anni, che vorrebbe solo comportarsi come un normale bambino della sua età: giocare a rugby, guardare i treni, iscriversi agli scout.
I personaggi, Bertie su tutti, sono il vero punto di forza di questa serie di romanzi: sono loro che attraggono e affascinano il lettore e grazie a loro McCall Smith può offrirci spunti di riflessione su vari temi.
In questo ultimo libro è interessante il modo con cui viene affrontata la questione di genere. Bertie, “condannato” da sua madre a indossare una salopette color fragola e a vivere in una cameretta dalle pareti rosa in nome della parità tra i sessi, si chiede innocentemente perché le femmine si possono iscrivere ai lupetti e i maschi non possono far parte delle coccinelle. La parità dei sessi vale solo quando sono le bambine a voler fare qualcosa che di solito fanno i bambini?
Questo tema è affrontato anche dai personaggi più adulti, anagraficamente parlando.
Nick scoppiò a ridere e gli circondò le spalle con un braccio. Bruce si irrigidì e si ritrasse, ma poi si bloccò. Perché rifiutare quel gesto di conforto? […]
“Non ci piace il contatto fisico. Agli uomini intendo. Le donne si toccano molto di più vero? Noi ce lo proibiamo”
“Vogliamo sembrare forti” confermò Bruce.
“Invece siamo deboli”
Nick sorrise “Sì gli esseri umani sono tutti deboli”. Tacque un attimo. “Ti ricordi l’ultima volta che hai pianto?”
Non era una domanda facile. A molte donne, basta pensare all’ultima volta in cui hanno visto un film commovente; per gli uomini non è altrettanto facile individuare un momento preciso. Pochi uomini si concedono di piangere davanti a un film, anche se vorrebbero; deglutiscono, ricacciano indietro le lacrime […].
McCall Smith, che sia attraverso gli occhi di un bambino o adottando il punto di vista dei grandi, ci fa riflettere su questioni sociali di un certo calibro. E lo fa a volte, come nella citazione di cui sopra, partendo da una situazione seria, altre con spunti più comici, come quando Angus Lordie si chiede se gli uomini, oggi come oggi, possono permettersi di utilizzare la crema idratante senza rischiare di sembrare “effemminati”.
Secondo il TimesL’insostenibile leggerezza degli scone è “confortante come una cioccolata” e sarebbe “la terapia giusta per le fredde serate invernali”, soprattutto di questi tempi di Coronavirus, aggiungerei io, in cui si sente il bisogno di intrattenersi con leggerezza per rasserenarsi. Tutti i romanzi della serie di 44 Scotland Street rientrano al di là di ogni ragionevole dubbio nella categoria dei libri da leggere.
La sua appartenenza alla nobiltà francese lascia l’impronta: la bellezza, il lusso, l’eleganza e il gusto estetico scorrono nel sangue blu di Hubert de Givenchy fino all’ultimo vestito.
ll conte Hubert James Marcel Taffin de Givenchy è un unicum nel panorama della moda. Nobile di nascita e nipote di uno dei più importanti tessutai di Francia, fonda nel 1952 la maison Givenchy, che occupa -ancora oggi- un posto nell’olimpo del lusso.
Discovering Givenchy è un breve ma interessante documentario disponibile su Amazon Prime Video, che racconta la vita dell’uomo che ha vestito regine e dive di Hollywood, ma soprattutto che ha permesso alle donne di tutto il mondo di sdoganare i completi spezzati, le bluse con le gonne, il cotone e il denim. Nel 2020 lo possiamo dare per scontato, ma fino al 1952 non lo era. E la libertà delle donne è passata anche attraverso la libertà di scegliere cosa indossare per valorizzarsi e sentirsi bene.
Il giovanissimo Hubert non fa in tempo ad avvicinarsi alla moda che già se ne innamora. È il 1937, visita l’esposizione universale di Parigi con la sua famiglia. Rimane folgorato dalla bellezza degli abiti e dai tessuti, che sono il family business. Capisce che quello sarà il suo lavoro e Parigi la sua città. A 17 anni, tra guerra e occupazione nazista, si iscrive all’ Accademia di Belle Arti a Parigi, orientando la sua vita alla bellezza, in un momento in cui in giro ce n’era davvero poca.
I suoi primi passi nel mondo della moda
I suoi primi mentori sono Fath e Lelong, quest’ultimo gli dona la visione dell’importanza degli Stati Uniti come mercato del futuro. In seguito, collabora con Dior e Schiaparelli, per la quale disegna i primi completi spezzati, che gli danno subito notorietà e visibilità. Il rapporto con la Schiaparelli non è roseo: lei è una donna eccentrica, che mette drammaticità e teatralità nella vita e negli abiti. Lui è più sobrio, concentrato sul tessuto e le linee sartoriali. I tempi sono maturi e nel ’52, giovanissimo, fonda la rivoluzionaria Maison de Givenchy, e la sua prima collezione è subito un trionfo.
L’Album du Figaro gli dedica un articolo, definendolo:
Uno dei figli più celebri della moda francese.
Le rivoluzioni stilistiche di Givenchy
La matita di Givenchy è trasversale: uno stilista giovane che disegna per i giovani, con tessuti raffinati ma anche meno preziosi: cotone, lino, denim, pelle… lui riesce a renderli desiderabili grazie a disegni originali e moderni. L’introduzione del binomio gonna e blusa o gonna e camicetta è rivoluzionario, per quanto possa sembrare strano, ma fino agli anni 50 l’abito femminile è pensato solo intero.
Ispirandosi alla mannequin Bettina Graziani crea la blusa Bettina, in cotone picchè con maniche a balze. Questa icona sartoriale racchiude la visione del mondo di Givenchy: l’alta borghesia raffinata, il tessuto poco nobile ma cucito ad arte, le linee pulite ma femminili, l’eleganza sussurrata ed eterea.
L’incontro con Audrey Hepburn
Facile capire perché nel 1953 il destino mette sulla sua strada Audrey Hepburn. Lei ne sente parlare da Schiaparelli, perché è alla ricerca di abiti per il film Sabrina. Si incontrano e Givenchy lì per lì resta deluso: aveva capito si trattasse della ben più nota –all’epoca- Katharine Hepburn. Ma tra i due scatta un colpo di fulmine: lui ne parla come una creatura “dotata di un fascino innegabile” e Audrey trova finalmente una persona simile a lui, di origini francofone, che è in grado di vestire e interpretare il suo corpo esile e androgino. In Sabrina gli abiti di Givenchy vestono una protagonista giovane e moderna, indipendente e alla moda.
Colazione da Tiffany li vede di nuovo lavorare insieme. Il tubino nero della Hepburn è stato definito una delle immagini più famose del XX secolo ed è firmato da Givenchy. Un abito elegante ma frizzante, con linee sensuali e fresche. La petite robe noir di Givenchy diventa onnipresente in ogni armadio femminile. Da lì in poi la Hepburn stringe un sodalizio con lo stilista: solo lui potrà vestirla nei suoi prossimi film.
A soli 25 anni, Givenchy aveva già fatto tutto questo, e il bello arriva proprio in questo momento della sua carriera. Il famosissimo Cristobal Balenciaga lo prende sotto la sua ala protettrice e gli fa da mentore.
I due stilisti, separati dall’età e dall’esperienza, hanno però la stessa visione della donna. Al contrario delle costrizioni sartoriali di Dior, loro sanno che una donna felice e sicura di sé è una donna che riesce a muoversi sinuosamente nel proprio abito, in cui si sente a proprio agio e libera da strutture soffocanti.
L’eleganza di Givenchy conquista l’aristocrazia
Nel 1961 la first lady Jackie Kennedy causa scalpore scegliendo un abito di Givenchy per un viaggio a Parigi: avrebbe dovuto scegliere uno stilista americano, ma Hollywood ormai ama lo stilista aristocratico, candidato agli Oscar per i costumi di Cenerentola a Parigi. Molti nobili scelgono i suoi abiti: Wallace Simpson Windsor, all’epoca la donna più elegante del mondo, sceglie un suo abito per il funerale di suo marito, dando una eco impressionante alla carriera dello stilista. Tradizione senza staticità, eleganza senza noia: questo il mantra di Givenchy.
Gli anni 60 e 70 sono gli anni del pret a porter, mentre gli anni 80 vedono Givenchy lanciarsi in nuove sfide: la sua linea uomo va alla grande e cura il design della Lincoln Mark 5. Con la morte di Dior e Balenciaga in pensione, le clienti di alto rango sono spaesate: Givenchy è l’erede naturale dei suoi mentori.
Givenchy dagli anni ’90 ad oggi
Preoccupato dalla moda contemporanea e senza aver designato un erede, nel 1988 vende il marchio al gruppo Louis Vuitton, holding in attesa di acquisire marchi di lusso da rilanciare nel XXI secolo. Il 1995 è l’anno della sua ultima sfilata.
Negli anni, vari designer si sono succeduti alla guida della maison: Galliano, McQueen, McDonald. Riccardo Tisci, infine, sposta l’attenzione sui più giovani, nella front row ci sono Kanye West e Kim Kardashian, Rihanna. Sono sexy, giovani, portatori di novità e rappresentanti di sottoculture.
Questo è quello che i grandi gruppi del fashion fanno: comprano i marchi storici e li rinnovano dall’interno. A volte con successo, a volte meno. Con Givenchy per me è stato un successo. È una nuova stagione per la maison, che dagli anni 50 ha capito una verità fondamentale: le donne non vogliono sentirsi necessariamente belle, ma eleganti? Quello sempre.
Micaela Paciotti
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
È bellissimo immergersi all’interno delle pagine di un romanzo. Ci si perde in mondi possibili in cui abbiamo l’opportunità di sperimentare la realtà da prospettive diverse o di vivere situazioni in cui è difficile ritrovarsi davvero (chi sta ancora aspettando la lettera da Hogwarts lo sa che deve accontentarsi di leggere le avventure di Harry!).
Indice
Perché un Bookclub
Leggere dà la possibilità di capire il proprio modo di essere e di sentire degli esseri umani grazie alla maestria che autori e autrici hanno non solo nell’inventare storie, ma anche nel trovare le parole giuste per raccontarle. Quante volte ci è capitato di dire “L’ho sempre pensato, ma non sapevo come dirlo”? Lo stile è importante. Nella vita come nell’arte perché è nella forma che troviamo parte del senso del messaggio che deve essere comunicato. Sicuramente è ciò che provoca l’impatto maggiore con il pubblico.
Esistono tante altre forme di narrazione che sono altamente efficaci: il cinema, le serie televisive, il teatro, perfino la musica. Sono anche più fruibili per il nostro corpo. Ebbene sì, non raccontiamoci storie: leggere è faticoso a livello fisico. Vi sorprende che autori del calibro di Dante o di Leopardi avessero problemi agli occhi? Ci si stanca durante la lettura anche a livello mentale perché bisogna mantenere viva l’attenzione e comprendere il senso delle parole che sono davanti ai nostri occhi. Nonostante questo, i libri continuano ad avere i loro ammiratori e le loro ammiratrici. E qual è la ragione? È semplice: il gioco vale la candela. Leggere un buon titolo offre una serie di vantaggi il cui effetto positivo contrasta con la spossatezza che ne deriva.
Il libro è fonte di conoscenza per antonomasia. Conoscenza che riguarda non solo gli ambiti disciplinari del sapere, ma qualcosa di più ancestrale che ha a che fare con ciò che significa essere umani. Questo a mio avviso è il motivo per cui sta resistendo così bene all’avanzamento tecnologico.
C’è solo una cosa che lettori e lettrici trovano più bello del dedicarsi a un libro: poter condividere la propria passione. Visto che noi siamo spacciatori di cultura e siamo sempre attenti alle richieste della piazza, abbiamo pensato di offrirvi una dose imperdibile: i Postumi Letterari, ovvero il club del libro di CulturaMente.
Una dose di libri stupefacenti!
Abbiamo deciso che non vogliamo più solo solo darvi consigli di lettura o proporvi le recensioni di ciò leggono i membri della nostra redazione, ma abbiamo voglia di condividere con voi questa esperienza, di “sballarci” insieme! I giorni sono duri da affrontare a causa della pandemia. L’isolamento sociale persiste e sta diventando sempre più duro da sopportare. Condividere insieme l’esperienza di un libro potrebbe aiutarci a sentirci connessi, più vicini.
L’esperienza di un libro è qualcosa di talmente intenso che lascia sempre degli strascichi. Riflessioni, pensieri, considerazioni. Condividiamoli e cerchiamo di affrontare i postumi della lettura (e della pandemia) dandoci una mano a vicenda. L’esperienza sarà ancora più intensa e, perché no, più divertente.
Come funziona il club del libro di CulturaMente
Ogni mese, condividerò con voi il titolo di uno dei libri che voglio leggere ogni 15 del mese nelle recensioni e audio recensioni dei libri precedenti e in questo articolo.
Chi di voi sarà intrigato dal libro e avrà tempo e voglia di condividere quest’esperienza, può farlo. Avremo sempre un mese di tempo. Potete commentare la mia recensione facendomi sapere quali sono stati i vostri postumi letterari.
Se il gruppetto del club cresce, potremmo anche scegliere insieme i titoli in futuro!
Se il libro vi è piaciuto particolarmente, potete partecipare a una live insieme a noi sulla nostra pagina Facebook.
Potete scriverci all’indirizzo email bookclubculturamente@gmail.com o sui nostri canali social dopo il 15 del mese e organizzeremo l’evento. Ci fa sempre piacere leggere le vostre impressioni e discuterne insieme.
Iscrivendovi alla nostra newsletter sarete informati/e anche sugli sviluppi del BookClub: appuntamenti, reminder, libri scelti e recensioni.
Il calendario dei Postumi Letterari
Settembre 2022
Fuoco e sangue di George R.R. Martin
Incantata dalla serie tv House of the Dragon, ho deciso di leggere il libro da cui è tratta, Fuoco e sangue (Mondadori). È doveroso per un’amante del fantasy come me che non ha mai letto nulla di George R.R. Martin. Acquistando il volume, mi sono resa conto che sono più di 600 pagine. Una bella sfida in un mese. Dato che non sono sicura di avere abbastanza tempo per una lettura così corposa, ho deciso di proporre solo i capitoli che trattano della Danza dei Draghi, ovvero gli eventi rappresentati sullo schermo. Sono le pagine centrali, quelle che vanno dalla 336 alla 548.
So bene che non si dovrebbe fare. Tuttavia, il libro è scritto come se fosse una cronaca della storia dei Targaryen. Non è un vero e proprio romanzo. Quindi, non mi sento in colpa a proporre una cosa simile… anche se tenterò di leggere più pagine che posso. Vediamo se ci riuscirò! Appuntamento al 15 ottobre.
Il Premio Strega Giovani 2022 è stato vinto da Veronica Raimo con Niente di vero (Einaudi). Si tratta di un libero flusso di pensieri dell’autrice sulla propria infanzia e sui legami familiari. Con uno stile ironico e disarmante, Raimo racconta alcune verità importanti sul mondo in cui viviamo.
Meriterà? Scopriamolo insieme entro il 15 settembre!
Durante questo mese ci dedicheremo alla lettura del libro vincitore del Premio Strega 2022: Spatriati di Mario Desiati.
Protagonisti del romanzo pubblicato da Einaudi sono due giovani, Francesco e Claudia, che pur nelle loro differenze caratteriali faticano a trovare la loro strada e soprattutto se stessi. Cresceranno insieme in un continuo gioco di allontanamento e rcongiungimento.
Avrà meritato il premio? Per scoprirlo, abbiamo tempo fino al 15 agosto!
Continuiamo sul filone delle rivisitazioni, ma portiamolo nel mondo mitologico (dove le variazioni sono del tutto naturali). Per il prossimo mese ci leggeremo Il canto di Calliope della scrittrice Natalie Haynes, pubblicato l’anno scorso da Feltrinelli. In questo libro vedremo la narrazione della guerra di Troia condotta attraverso le voci femminili della storia, spesso ignorate e offuscate dalla presenza pervasiva degli uomini.
Aspettando l’arrivo dell’estate, dedichiamoci a una lettura leggera e magica. La Giunti Editore ha proposto una nuova collana dedicata al mondo Disney.A Twisted Tale. In questi romanzi vediamo delle versioni alternative dei personaggi che abbiamo conosciuto e amato nei lungometraggi animati. Tra le diverse opzioni, ho scelto Mulan perché si tratta di una delle mie eroine preferite del mondo Disney.
Riflessiracconta di un viaggio della ragazza nel mondo degli spiriti per salvare Shang, il suo comandante. Quali differenze ci saranno dalla storia che conosciamo? Per scoprirlo abbiamo tempo fino al 15 giugno!
È uscito il secondo volume dedicato al personaggio di Penelope Spada! Rancore di Gianrico Carofiglio è il secondo volume de La disciplina di Penelope che abbiamo letto l’anno scorso e che mi aveva lasciata alquanto perplessa. In quella storia mancava corpo e mancava anche una protagonista interessante. Rancore riuscirà a coprire le falle del primo volume? Lo potremo sapere solo leggendolo.
Questa volta, Penelope viene assunta da una ragazza per fare luce sulla morte del padre, ufficialmente morto per cause naturali. Quest’indagine diventerà un vero e proprio appuntamento con il destino. Cosa accadrà? Scopriamolo insieme entro il 15 maggio.
Casualmente, mi sono imbattuta nella recensione del nuovo libro dell’autrice svedese Jessica Schiefauer, Le portatrici. La trama mi ha colpita immediatamente perché ricorda e rovescia quella de Il racconto dell’ancella.
Siamo in un mondo distopico, decimato da un’epidemia che ha costretto la popolazione a radicali cambiamenti sociali. Gli uomini, considerati i diffusori della malattia, sono tenuti lontano dalla civiltà. La società si è costruita secondo una visione eco-femminista e tutto sembra florido. Ma è davvero così? Lo scopriremo entro il 15 aprile, data in cui uscirà la prossima recensione dei Postumi Letterari!
Questo mese ci dedicheremo alla lettura di uno dei libri presentati per il Premio Strega 2022. Ho scelto La verità su tutto di Vanni Santoni (edito da Mondadori) perché è tra quelli che più mi ha incuriosita dalla trama. L’autore è abbastanza noto, ma non ho mai letto nulla di lui e vorrei cogliere quest’occasione per rimediare.
La storia racconta delle riflessioni sul male fatte da Cleopatra Mancini, una sociologa trentacinquenne, dopo la scoperta di un video porno amatoriale con protagonista la sua ex fidanzata Emma, da lei tradita e abbandonata. Questi pensieri la porteranno a scoprire le più inusuali e bizzarre comunità spirituali, fino a fondarne una propria, che diventerà grande e potente, con oltre un milione di adepti, cosa che solleverà nuovi e inaspettati dilemmi morali.
Abbiamo tempo per leggerlo fino al 15 marzo, data in cui uscirà la prossima recensione!
Vita mortale e immortale della bambina di Milano di Domenico Starnone
Iniziamo questo nuovo anno con un romanzo dedicato agli amori dell’infanzia scritto da uno dei nomi più importanti del panorama editoriale nazionale: Domenico Starnone. Vita mortale e immortale della bambina di Milano è il suo ultimo libro, pubblicato da Einaudi nell’autunno del 2021. Si racconta la storia di un bambino di 9 anni, Mimì, innamorato di una bambina che vive di fronte a lui appena trasferitasi da Milano a Napoli. Mimì guarda ogni giorno di nascosto la piccola ballare sul balcone. A vegliare su questo amore, c’è la nonna del bambino che gli spiega che cos’è il sentimento che sente.
Un romanzo breve che si prospetta molto interessante, sia per lo stile che per la trama. Per leggerlo, abbiamo tempo fino all’11 febbraio!
Possiamo salvare il mondo prima di cena di Jonathan Safran Foer
Questo mese andiamo di saggio, ma per non appesantirci troppo ecco un libro di uno degli autori più talentuosi d’America. Johnathan Safran Foer racconta la crisi climatica in maniera originale utilizzando la narrazione di aneddoti autobiografici mescolata a dati scientifici. Con quest’approccio Foer spera di riuscire a far passare un messaggio importante: siamo tutti responsabili del mondo in cui viviamo.
Abbiamo tempo fino al 19 dicembre per leggere questo libro!
Dato che il 14 settembre si celebra l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri non potevo non proporvi in lettura il manga di Go Nagai, La Divina Commedia (edizioni BD). Nel volume troverete il racconto del viaggio ultraterreno di Dante riletto dall’autore giapponese. È un testo importante per capire l’eco che il nostro poeta ha avuto nei secoli e come la sua opera continui a ispirare scrittori e scrittrici provenienti da tutto il mondo.
Un libro interessante che ci dà la possibilità anche di affrontare la lettura di un manga, cosa che non vedevo l’ora di fare! Abbiamo tempo fino al 30 settembre per leggerlo!
Per il mese di luglio ci dedichiamo alla lettura di un fantasy! Ho scelto un libro trovato tra le mani di mia sorella al mare ovvero La biblioteca di mezzanottedi Matt Haig (edizioni e/o). Ho letto la trama, mi ha incuriosita e… eccoci qui!
La storia ha come protagonista Nora Seed che ha l’occasione di rimediare agli errori commessi entrando nella Biblioteca di mezzanotte. Lì avrà modo di contemplare le alternative che avrebbe vissuto se avesse fatto scelte diverse. Ma le cose non andranno secondo i suoi piani…
Il romanzo si annuncia già interessante per il tema alla Sliding doors. Vedremo se lo sarà davvero. Abbiamo tempo fino al 25 agosto per leggerlo!
Una ragazza perfetta di Candace Bushnell e Katie Cotugno
Lasciamo da parte (per il momento) i generi di intrattenimento e addentriamoci nel mondo degli adolescenti con Una ragazza perfetta di Candace Bushnell (l’autrice di Sex and the City) e Katie Cotugno.
In questo romanzo avremo una giovane ragazza di diciassette anni che deve fare i conti con l’immagine sociale perfetta che negli anni si è costruita. Un evento inaspettato la porterà a riflettere su ciò che ha imparato e perché. Da lì, cambieranno molte delle sue scelte.
Un romanzo sull’essere donna e sul suo significato da leggere entro il 25 luglio!
L’ultimo libro di Stephen King ha come protagonista Jamie, un bambino che vede la gente morta. Potrebbe essere un richiamo al Sesto senso (e l’autore stesso lo scrive tra le sue pagine), ma la storia del famoso autore americano vuole essere una riflessione sul bene e sul male raccontata attraverso il mondo dell’infanzia.
Un romanzo thriller/horror che spero ci coinvolgerà di più rispetto al libro dello scorso mese.
È arrivato il momento di dedicarci a un genere d’intrattenimento: il giallo. Per questo, ho deciso di leggere insieme a voi La disciplina di Penelope, il nuovo romanzo di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Mondadori.
La Penelope del titolo è la protagonista del romanzo; si tratta di un ex-magistrata che sta attraversando un periodo di profonda crisi personale. L’occasione di riscatto le sarà offerta da Mario Rossi, un uomo indagato per l’omicidio della moglie, assolto per insufficienza di prove. Rossi vuole che il suo nome sia riabilitato, soprattutto agli occhi della figlia. Riuscirà Penelope a risolvere il mistero e a superare i suoi traumi del passato?
Il terzo appuntamento dei Postumi Letterari vede protagonista uno dei nomi della letteratura mondiale più conosciuti: Haruki Murakami. Leggeremo il suo nuovo libro pubblicato da Einaudi: Prima persona singolare.
Si tratta di una raccolta di racconti molto diversi gli uni dagli altri, accomunati da una caratteristica: l’uso della narrazione in prima persona.
Il racconto è una forma di narrazione molto particolare che ha il vantaggio di essere breve e di poter essere consumata anche quando non si ha molto tempo per leggere. Sarà il mio primo incontro con Murakami… vedremo che postumi usciranno!
Il secondo appuntamento dei Postumi Letterari si concentrerà su un’uscita recentissima: Un cazzo ebreo di Katharina Volckmer.
Considerato un vero e proprio caso editoriale nel 2020 da “The Times Literary Supplement”, è stato pubblicato in Italia a inizio gennaio. Il romanzo racconta di una giovane donna tedesca trasferitasi a Londra che durante delle sedute di psicoterapia mette a nudo la sua vita interiore. Grazie al dialogo con il dottor Seligman, dà sfogo ai suoi pensieri, alle inconfessabili fantasie sessuali con protagonista Hitler, al disagio personale e sociale che prova. La storia e l’individualità si mescolano e il libro mette in luce come ogni scelta personale possa rimediare ai fatti della storia.
Si tratta di un titolo che mi ha incuriosita per il titolo e di cui ho letto commenti molto entusiasti. Quindi, ho deciso di affrontare questa lettura insieme a voi. I postumi saranno sicuramente interessanti!
Per il primo appuntamento dei Postumi Letterari ho scelto Non buttiamoci giù di Nick Hornby.
Considero Hornby un autore molto bravo nel creare storie fruibili, divertenti e allo stesso tempo interessanti a livello tematico. Molti dei suoi libri sono diventati dei film di successo (probabilmente tutti avrete sentito parlare di About a Boy), compreso questo.
La storia inizia nella notte di San Silvestro su un alto grattacielo londinese quando un presentatore televisivo decide di suicidarsi buttandosi giù. Lì troverà altre tre persone che hanno avuto la sua stessa idea: una donna senza lavoro e senza marito che deve prendersi cura di un figlio autistico, un musicista fallito e una ragazza di 15 anni sedotta e abbandonata dal ragazzo che amava. Una volta che si troveranno insieme, cercheranno di farsi forza a vicenda. Riusciranno a ritrovare la voglia di vivere?
I Radiohead sono stati grandi protagonisti della musica rock inglese negli anni ’90.
Le loro canzoni, i cui protagonisti sono inetti, perdenti e diversi, sono il risultato di un percorso che partendo dalla desolazione post-punk di Smiths e Joy Division arriva al rock sperimentale.
La storia dei Radiohead inizia nel 1988, quando il cantante Thom Yorke e il bassista Colin Greenwood, che facevano parte del gruppo punk dei Tnt, decidono di formare una nuovo gruppo con Ed O’ Brien, chitarrista, Philip Selway, batterista e Johnny Greenwood, polistrumentista. I cinque ragazzi decidono di chiamarsi On a Friday, perché ogni venerdì si incontrano per le prove.
Tutti sono infatti impegnati negli studi universitari. Thom studia inglese; Colin frequenta la facoltà di letteratura inglese a Cambridge; Ed economia all’Università di Manchester e Phil storia al Politecnico di Liverpool. Nel 1991 incidono il primo demo che contiene quattro tracce: I Can’t, Nothing Touches Me, Thinking About You e Phillipa Chicken. La Emi decide di offrire alla band un contratto.
Due mesi dopo, gli On a Friday cambieranno nome e diventeranno i Radiohead, da un brano dei Talking Heads incluso nell’album True Stories. Secondo la leggenda è stato Keith Wozencroft della Emi a spingere il gruppo verso un cambio di nome dopo aver letto l’ennesima stroncatura della band sui giornali.
La casa di produzione discografica stabilisce che la band dovrà registrare l’EP Drill, che contiene due nuove canzoni: Prove yourself e Stupir car oltre a due nuove versioni di You e Thinking about you. Ad eccezione di Stupid car, tutti i brani dell’EP sarebbero poi diventate tracce dell’album Pablo Honey. Drill non supera mai la posizione 101 nelle classifiche inglesi. I Radiohead si mettono a lavorare su una nuova canzone, la mitica Creep, che sarà il nuovo singolo. Il resto dell’album, a parte un paio di brani, viene registrato in sole tre settimane negli studi di Oxford e mixato a Boston.
Pablo Honey viene pubblicato il 22 febbraio 1993.
TRACK LISTING
You
Creep
How Do You?
Stop Whispering
Thinking About You
Anyone Can Play Guitar
Ripcord
Vegetable
Prove Yourself
I Can’t
Lurgee
Blow Out
Creep è stato il primo singolo dei Radiohead e ha raggiunto uno strepitoso successo mondiale.
Tuttavia i Radiohead rinnegheranno il brano. All’epoca Creep oscurava le altre canzoni e la rock band era infastidita dalla fama che quell’unico pezzo le aveva regalato. Dalla seconda metà del 1998 i Radiohead decidono dunque di non suonare più Creepdal vivo, fino al bis conclusivo del loro concerto a South Park del luglio 2001, quando la improvvisano in seguito al malfunzionamento delle tastiere poco prima dell’inizio di Motion Picture Soundtrack. Dal 2009 poi il gruppo non l’ha più suonata nuovamente fino al concerto di Parigi nel 2016.
Sono tantissimi gli artisti che decidono di sfruttare il successo di Creep: Vasco Rossi inciderà Ad ogni costo con la stessa musica del singolo dei Radiohead ma con un testo completamente diverso; un’inedita versione di Creep eseguita con solo ausilio di voce e pianoforte è stata utilizzata nel filmThe Social Network come colonna sonora; il video di Creep è utilizzato nel cartone Beavis and Butt-head su MTV. Persino nella terza puntata della terza stagione di Skam Italia, serie tv dedicata ai teenager del nuovo millennio, Edoardo dedica Creepa Eleonora.
Tornando però all’album che contiene questo grande successo, Pablo Honey, è considerato da molti critici come un album mediocre. Criticare questo album negli anni Novanta è una specie di moda, forse anche perché gli stessi Radiohead ne avevano preso le distanze. Malgrado ciò Pablo Honey è e sarà per sempre l’album che ha gettato le basi per tutto quello che i Radiohead sarebbero diventati negli anni seguenti. La band è riuscita a raccontare attraverso la musica il disagio, l’alienazione e la frustrazione della generazione di fine millennio.