C’era una volta in America, il più americano dei film italiani

C'era una volta in America film recensione
  • Hai aspettato molto?
  • Tutta la vita.

Titolo originale: Once upon a time in America
Regista: Sergio Leone
Sceneggiatura: Franco Arcalli, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Franco Ferrini, Sergio Leone, Enrico Medioli
Cast Principale: Robert De Niro, James Woods, Elisabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Treat Williams, Jennifer Connelly, Danny Aiello; Tuesday Well, Scott Tyler

Colonna Sonora: Ennio Morricone
Nazione: Italia, USA
Anno: 1984

C’era una volta in America”, disponibile in streaming anche su Raiplay, è forse la vetta della creatività di Sergio Leone e di Ennio Morricone.

Parlando di “C’era una volta in America”, il regista Sergio Leone, maestro indiscusso del cinema internazionale, l’ha definito il più americano dei film italiani (“C’era una volta il cinema”, ed. Il Saggiatore).

Pur essendo una co-produzione tra Italia e U.S.A. e raccontando una storia tipicamente americana, Leone ne ha rivendicato la cifra italiana, perché era soprattutto un film suo.

Ciononostante, “C’era una volta in America” è la migliore dimostrazione che un film è un’opera d’arte frutto di un lavoro di squadra. Se, infatti, hai a disposizione due geni come Sergio Leone ed Ennio Morricone, degli attori di immenso talento e una storia di epica spietata, non può che venir fuori un capolavoro.

In un arco narrativo di più di quarant’anni (dagli anni Venti ai Sessanta del Novecento), il film racconta le drammatiche vicissitudini del criminale David Aaronson, detto “Noodles”, e dei suoi amici. Dall’infanzia nel ghetto ebraico di Brooklyn, la loro parabola li porterà a diventare gangster che controllano il traffico di alcolici in pieno proibizionismo.

In fondo è l’ennesima narrazione del sogno americano inseguito dai poveri, dalle minoranze, ma in salsa criminale. Per quei ragazzini ebrei, italiani, irlandesi, l’unico modo per uscire dalla povertà e dalla miseria sembra essere la violenza. La scelte criminali sembrano essere le uniche occasioni di riscatto.

La fame di quel riscatto finisce per travolgere anche ciò che potrebbe – dovrebbe? – restare puro: il primo amore di Noodles per Deborah.

Le scene tra Noodles e Deborah, da quando sono poco più che bambini (interpretati da Scott Tyler e Jennifer Connelly) a quando diventano adulti (Robert De Niro e Elizabeth McGovern, poi protagonista di “Downton Abbey“) quasi anziani, sono sempre struggenti. L’amore che Noodles non riesce a non rovinare, a non confondere con il possesso attraversa tutte le sfumature: il romanticismo, la violenza, la nostalgia del tempo perduto.

“C’era una volta in America” è un film drammatico di gangster, ma anche un film con molti topoi del western.

Si dice che il genere western abbia conosciuto due grandi maestri: il primo fu John Ford, che ha raccontato l’epopea della conquista dell’Ovest americano. Poi arrivò Sergio Leone, che creò gli archetipi del cosiddetto “spaghetti western”, prima con la “trilogia del dollaro” (“Per un pugno di dollari”, “Per un dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”) poi con “C’era una volta il West”.

In pratica, Leone ha ricreato il West dal nulla, spesso girando in Spagna o in Italia. In quei film cantava il buio della condizione umana illuminandolo di luci crude. Lo stesso ha fatto con “C’era una volta in America”, dove ritroviamo molti temi dell’epopea western: il sogno americano, il rimorso, il regolamento di conti a distanza di anni.

Tuttavia, un tema centrale in “C’era una volta in America” è l’amicizia.

È per reazione e, forse vendetta, per l’uccisione del giovane amico da parte della polizia che Noodles finsice in riformatorio.

E all’inizio l’amicizia tra lui e Max (James Woods) sembra essere il collante della banda e la lealtà reciproca l’unico criterio per scegliere quali delitti compiere e quali alleanze stringere.

L’amicizia si può anche tradire, purché il fine sia il bene dell’amico. Noodles è pronto a denunciare Max, pur di impedirgli di mettere in atto una rapina per cui rischierebbe l’ergastolo.

Ma nell’amicizia tra i due, al lato estremo della lealtà di Noodles, c’è il tradimento di Max, che sembra fare di tutto per evitare l’arresto all’amico, ma in realtà gli ruberà la vita e la vivrà al posto suo.

La varietà di questi temi e sentimenti ha richiesto una colonna sonora complessa, una delle più belle e famose composte da Ennio Morricone.

L’attenzione ai dettagli di Sergio Leone non poteva certo tralasciare la colonna sonora. Lui e Morricone sono partiti da una canzone dell’epoca raccontata nel film, Amapola. Poi Leone ha voluto aggiungere dei brani ben precisi: God Bless America di Irving Berlin, Night and Day di Cole Porter e Summertime di George Gershwin.

La musica originale di Morricone è talmente perfetta per “C’era una volta in America”, che  il suo ascolto rimanda direttamente alle scene del film.

A tutto si è aggiunto l’uso di un brano più moderno, “Yesterday” dei Beatles. La canzone risuona nella scena in cui Noodles e Max sono di nuovo faccia a faccia nel loro presente, ma a fare i conti con il loro passato.

Non per niente Noodles non è l’unico protagonista di “C’era una volta in America”. L’altro è il tempo, perché questo è un film sui ricordi e sulla memoria.

La sua struttura si basa sul tempo, anche sul piano registico. Ci sono molte carrellate di cui non è semplice capire il significato, perché – come disse lo stesso regista – non servono a “descrivere una città, una strada o un luogo. La camera si muove per seguire un personaggio che si sposta in uno spazio che non è nient’altro che il tempo”.

In un certo senso il film si apre e si chiude in una fumeria d’oppio, in cui Noodles si rifugia per sballarsi e dimenticare il dolore.

Tutto il film è il sogno d’oppio di Noodles attraverso cui Sergio Leone dice di aver sognato i fantasmi del cinema e del mito americano.

I sogni e i film hanno in comune le immagini. Per le immagini di “C’era una volta in America” Leone si è ispirato ai dipinti di Edward Hopper, Reginald Marsh e Norman Rockwell.

Per la scenografia del ghetto ebraico di New York, si doveva recuperare tutta una realtà sommersa dal passato, ormai difficile anche da ricreare. Quindi il regista ha usato soltanto alcuni scorci del ghetto con il ponte di Brooklyn sullo sfondo.

C'era una volta in America streaming

Tra le scene che restano più impresse negli occhi, ci sono quelle in cui il ponte si staglia maestoso sullo sfondo, con i bambini futuri gangster in primo piano, piccoli, pronti per farsi mangiare dal sogno americano.

3 motivi per guardarlo:

– gli occhi di Robert De Niro, capaci, da soli, di recitare tutte le emozioni di Noodles;

– la colonna sonora di Ennio Morricone;

– le battute cult di una sceneggiatura tanto scarna quanto poetica: poche parole, ma quelle giuste.

Quando vedere il film:

prendetevi tutto il tempo che serve per vederlo: 190 minuti ottimamente spesi.

Stefania Fiducia

Nel caso ve lo siate persi, qui c’è il precedente appuntamento con il cineforum:

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui