Venezia 2018: Roma, la lente di Alfonso Cuaron sull’essenza del quotidiano

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Rompiamo subito il ghiaccio con una battuta: qualsiasi cosa che si chiama Roma non può che essere bella.

Una battuta, appunto, ma un fondo di verità notevole c’è nel caso del film di Alfonso Cuaron. La capitale italiana non c’entra nulla, la Roma del titolo è un quartiere di Città del Messico. E finalmente Cuaron è tornato, a 5 anni dal successo di Gravity, a quasi due decenni dall’ultimo lavoro in lingua spagnola. E se ha deciso di fare un film simile, potendo fare di tutto, qualcosa vorrà pur dire. Se ha deciso di fare un film in spagnolo con un cast messicano sconosciuto, in bianco e nero, potendo fare qualsiasi film volesse, significa che qualcosa aveva da dire.

Infatti Roma da dire ne ha tantissimo. Lo dice nel suo modo, ovvero con una narrazione che definire minimal è riduttivo, con zero trama e con lunghissimi piani sequenza calmi e riflessivi. Tutto in Roma è calmo, lento, quasi soporifero. Hitchcock diceva che il cinema è la vita con solo le parti interessanti, ma forse i film che hanno davvero un cuore, e non solo l’interesse verso chi poi ne usufruirà, sono proprio i film che esaltano le parti noiose.

Nel quotidiano, nella monotonia, nella povertà, Cuaron ha tantissimo da dire e da mostrare. Nella vita di una domestica che passa di esperienza in esperienza, nel Messico degli anni ’70 che forse per la prima volta nella sua storia scopre un certo benessere, senza essere in grado però di sopire il degrado che lo circonda o accompagna, Cuaron concentra l’umanità perduta.

Il cinema è soprattutto questo: lentamente, intelligente, farci empatizzare con persone comuni, con esperienze comuni.

Semplicemente, termine non usato a caso, Roma racconta l’ordinario con lo straordinario. Infatti è incredibile l’estetica, l’uso leggiadro della macchina da presa, il modo in cui il bianco e nero infonde calore, e quindi umanità, alle vicende narrate. La forma è impeccabile perché la sostanza non ha bisogno di chissà quali effetti o invenzioni per colpirci: la vita supera sempre la fantasia.

Sicuramente Roma, se proprio vogliamo essere onesti, vive comunque un forte conflitto interiore. Vuol essere bellissimo, pulitissimo, e forse stona un po’ con la semplicità che cerca costantemente. I grandi scenari, le grandi riprese, sembrano quasi “di troppo” rispetto alla bellissima semplicità del film.

Strano adesso lamentarsi di Cuaron che si esalta con i pochi mezzi a disposizione, ma trovare difetti a Roma è quasi doveroso per non cadere nei soliti sperticati elogi. Cuaron se li merita tutti, sempre e comunque, ma il cuore del suo film rischia spesso di perdersi quando si specchia nella bellezza delle sue immagini, quando il piano sequenza dura qualche secondo di troppo, quando una scena è così perfetta da non volerla tagliare, fino a farla stonare.

Non c’è dubbio che Roma sia un grandissimo film, credo si sia capito. Ma, al tempo stesso, proprio perché Cuaron è un autore gigantesco, avrebbe potuto anche fare meno, in linea con la sua storia, per fare di più. In un certo senso, è come il miglior fotogramma del film: un bambino che piange nell’incubatrice ricoperta dai sassi caduti per una scossa di terremoto. Sotto ai sassi c’è la vita, sotto la bravura artistica di Cuaron c’è anche una grande anima. Entrambe vanno riscoperte.

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Emanuele D’Aniello

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