Hotel Pasolini. Un pezzo di storia del cinema italiano

Pier Paolo Pasolini film

«Non volevo realizzare il film che producevano le grandi società, quelli che richiedevano tremila cavalli e cinquemila soldati. Il mio programma era: produrre film qualitativamente ambiziosi e finanziariamente realizzabili sul piano artigianale.»

 

Il genere autobiografico non sempre brilla per capacità attrattiva, risultando, talvolta, di difficile lettura. Non è questo il caso di Hotel Pasolini Dietro le quinte del cinema italiano, l’autobiografia di Alfredo Bini. Edito dal il Saggiatore, questo libro, curato da Simone Isola e Giuseppe Simonelli risulta di immediato interesse, proiettando il lettore nel magico mondo dei film, specie nel cinema di Pasolini, riservandogli un posto d’onore.
Questo volume é la viva testimonianza di uno dei più grandi produttori del cinema italiano, Alfredo Bini, «l’uomo che ha reso possibile il cinema di Pier Paolo Pasolini» e non solo.

Preceduto dal documentario Alfredo Bini, L’ospite inatteso, girato nel 2015 da Giuseppe Simonelli e Simone Isola, Hotel Pasolini è molto di più di una semplice autobiografia.

Hotel Pasolini è «il romanzo di una vita vissuta a perdifiato, dall’infanzia sulle colline toscane alla guerra di Grecia, dalle luci della ribalta dei festival a un oblio inspiegabile e amaro.»

Una straordinaria avventura nel mondo della celluloide fatta di intuizioni uniche, di sfide. Come quando Bini, «avendo i soldi solo per i pasti e il biglietto per Catania,» decise di produrre un film. L’idea era quella di girare il Bell’Antonio tratto dal libro di Vitaliano Brancati, per la regia di Bolognini.
Una follia. Non solo perché Bini era un neofita di un settore che aveva appena sfiorato, ma perché quel romanzo era nella lista del “vorrei ma non posso.” Diversi produttori, infatti, per vari motivi, avevano desistito.

In particolare il grande Carlo Ponti che aveva addirittura chiesto allo stesso Brancati di preparare una prima sceneggiatura, pensando di coinvolgere nel progetto anche sua moglie Sofia Loren. Ma Ponti, come altri, dovette desistere, anche per l’evidente ostracismo dell’allora sottosegretario per lo spettacolo, Giulio Andreotti.

Ma nel 1959 Bini firmò l’atto con cui acquisiva i diritti del libro, affidando a Bolognini un film che, grazie anche alla sceneggiatura di Visentini e di un giovane Pasolini e a un cast eccezionale, fra cui Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Rina Morelli e Claude Brasseur, fu un successo.

Il Bell’Antonio fu premiato in diversi festival, a partire da quello di Locarno e riscosse l’apprezzamento non solo del pubblico italiano ma mondiale.

Quell’incosciente scommessa era stata vinta e fu solo la prima.

Negli anni successivi Bini accettò, se possibile, un rischio anche maggiore: produrre i film di Pasolini. In un’Italia ancora bigotta e provinciale, le idee di un visionario come Pasolini erano dai più mal viste.

Bini, tuttavia, era un giocatore d’azzardo che amava andare a vedere sempre il punto.
Produrre Pasolini non era solo rischioso dal punto di vista sociale e politico ma anche cinematografico. Fellini, dopo aver visionato alcune immagini di Accattone, stroncò lapidario il progetto: «Pasolini é un grande poeta ma non un regista» sentenziò Fellini. 

Sarà Bini ad accettare quella nuova sfida e a produrre, a un anno dalla bocciatura di Fellini, Accattone.

Ma non fu un semplice spettatore.

Pur percependo le poetiche intenzioni di Pasolini si rese conto, dando in questo ragione a Fellini, che si trattava di «un lavoro scombinato.»

Per questo pose delle condizioni che Pasolini accettò.

Accattone fu il primo di diversi film di Pasolini che Bini produsse. Seguiranno Mamma Roma con Anna Magnani, Il Vangelo secondo Matteo, di Bini l’idea di girarlo fra i sassi di Matera. Nel 1966 fu la volta di Uccellacci e uccellini con Totò e nel 1967 di Edipo Re.

Dietro la grandezza di Pasolini regista ci fu l’intuito, la saggezza, la perspicacia e il coraggio di Alfredo Bini. 

Maurizio Carvigno

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