A 99 anni dalla sua nascita Pasolini continua a fare scandalo!

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Esattamente 99 anni fa nacque uno degli intellettuali che, più di molti altri, avrebbe criticato con ferocia i valori borghesi, con una forte avversità e scetticismo verso la nuova società consumistica: parliamo, ovviamente, di Pier Paolo Pasolini! Su di lui è stato scritto tanto, e la sua morte è ancora al centro di tante polemiche.

In tutte le sue opere, Pasolini assume la posizione dell’intellettuale scomodo: il rifiuto, da parte sua, di identificarsi in schemi, partiti politici o posizioni intellettuali ben definibili e definite è da interpretare come volontà di scandalizzare la classe dominante. Non è un caso, infatti, che la parola stessa “scandalo” derivi dal greco σκάνδαλον, collegata all’idea di una pietra, o in generale di un ostacolo, che fa inciampare e che produce una certa sofferenza; con questa caduta dolorosa, il passante è costretto a cambiare prospettiva su ciò che prima dava per scontato o considerava normale.

La poliedricità espressiva e sperimentale è la chiave per capire tutta la sua grande produzione letteraria (si pensi, per esempio, a Ragazzi di vita), giornalistica e cinematografica (si veda a tal proposito Il Vangelo secondo Matteo). Pasolini voleva, dunque, mettere in luce i danni irreversibili dei cambiamenti del paese tra gli anni ’50 e ’70, ma aveva anche capito che, per far ciò, avrebbe avuto bisogno di nuovi canoni espressivi.

Per ricordarlo, questa volta ho pensato fosse il caso di trattare due dei suoi film più controversi: Porcile e Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Porcile (1969)

In questo, che si presenta come uno dei film minori di Pasolini, viene mostrato come sia la società stessa a divorare i propri figli ribelli. Questo è possibile attraverso due storie: la prima tratta di un giovane cannibale, che vaga nei pressi di un vulcano, per poi essere catturato e dato in pasto alle belve; la seconda riguarda Julian, il figlio di un potente industriale, indeciso se continuare o meno l’attività del padre, ma alla fine verrà divorato dai porci, per i quali ha sempre avuto una sorta di attrazione fisica.

Se volessimo interpretare allegoricamente la figura dei maiali, potremmo sicuramente tenere conto come fosse solito associare questo tipo di animali al denaro; è a Verga, infatti, che risale l’espressione “ricco come un maiale”. Il giovane quindi, essendo vittima dei maiali, è vittima anche e soprattutto dei potenti padri borghesi e capitalisti di cui i maiali stessi sono simbolo. Il film è dunque caratterizzato da due paradossi: da una parte, gli animali diventano oggetto del desiderio erotico; dall’altra, gli uomini vengono allegoricamente resi attraverso la figura dei maiali.

La zoofilia da cui è caratterizzato il giovane Julian è, ancora una volta, riconducibile al tema della sessualità libera e senza confini che il Potere cerca di controllare e/o reprimere: è, infatti, intuitivo interpretare la zoofilia di Julian come l’omosessualità di Pasolini, anch’essa repressa a causa del perbenismo e dell’ottusità della mentalità borghese.

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)

Intervista a Pasolini sul film Salò o le 120 giornate di Sodoma

Salò o le 120 giornate di Sodoma è l’ultimo film di Pasolini, ispirato alle 120 giornate di Sodoma, opera scritta nella seconda metà del Settecento dal marchese De Sade.

La trama prevede che Quattro Signori, esponenti della Repubblica Sociale Italiana – il Duca (potere di casta), il Monsignore (potere ecclesiastico), Sua Eccellenza il Presidente della Corte d’Appello (potere giudiziario) e il Presidente della Banca Centrale (potere economico) – dopo aver sequestrato un gruppo di ragazzi e ragazze, si chiudano con loro in una sfarzosa villa, dove, insieme a vecchie Megere, esperte meretrici, instaurano per 120 giorni e 120 notti una sorta di “dittatura sessuale“, basata su un codice di regole ferreo.

Per capirne il significato, bisogna ricorrere alle parole di Serafino Murri nel suo libro Pier Paolo Pasolini: Salò o le 120 giornate di Sodoma:

“Ragazzi massacrati nel corpo e nello spirito, che con il solo vulnerabile esistere e soffrire rompono il colpevole silenzio di vittime, e superano all’inverso il limite del sacer, il recinto della sacralità privata, dove vige il dominio dell’uomo sull’uomo ridotto a cosa, a oggetto di possesso e di controllo. […] di fronte ad un mondo offeso e ridotto a macchietta spettacolare di sé, solo la disperazione attiva può controbilanciare (per contagio) l’irenismo rassicurante di una cultura che svuota ogni opera del suo contenuto obiettivo, la storicizza, e ridotta a fantasma formale di sé la propone come complemento cosmetico della cronaca quotidiana. La finalità di Salò o le 120 giornate di Sodoma era di non lasciare nessuno spettatore indifferente, compiendo uno scarto metodologico da tutta la filmografia precedente di Pasolini: provocando nel pubblico non più lo scandalo del diverso, ma l’orrore del rispecchiamento, nella negazione di ogni forma di innocenza, dacchè la corruzione del film abbraccia tutti, carnefici e vittime.”

Il potere, fin dalla notte dei tempi, è sempre stato uno strumento crudele con cui un uomo, o una classe, riesce a sottomettere un’altra. Per Pasolini, in modo specifico, il potere viene visto come una delle più grandi forme di anarchia: chiunque abbia potere, può decidere in modo arbitrario e secondo i propri interessi.

In questo film, la sottomissione e il dominio del potere vengono resi sempre più concreti, fisici attraverso le torture che vengono messe in atto verso i giovani.

Riprendendo sempre Murri:

Salò o le 120 giornate di Sodoma, fondendo ideologia fascista e prassi sadica, fotografa l’origine di ciò che l’autore in quegli stessi anni definiva «genocidio antropologico»: la cancellazione violenta e totalmente legittima del mercato di un’umanità spontanea a autonoma, che i modelli asettici della televisione sostituiscono con una sotto-umanità plagiata dai miti superomistici e divinizzati del consumismo, e dalla sua stolida promessa di felicità. In questo quadro, l’istradamento dei giovani corpi delle vittime alla passività che Salò mette in scena attraverso lo spettacolo quotidiano della perversione come normalità rituale, diventa la dimostrazione pratica di come ogni forma di potere miri innanzitutto ad annullare il desiderio, la forza individuale che Guy Debord definiva una delle poche concretamente sovversive nello stato di separazione imposto dalla Società dello Spettacolo.”

Per concludere, questi film non sono proprio adatti alla sensibilità di tutti, però sono essenziali per capire la poetica di Pasolini, un autore che ha fatto della nudità e dell’espressione sessuale una delle più alte forme artistiche di tutto il Novecento.

Lorenzo Cardano

2 Commenti

  1. Un’ottimo sorvolo sulla possibile eredità di Pasolini, Lorenzo. Ne emerge in modo netto quel gusto per l’ “esporsi”, per il non “accettare l’inaccettabile”, che in questo momento critico di passaggio storico sembra connotare la nostra società come una “società della rassegnazione”: ed è come se Pasolini, con la sua radicale critica al sistema mediatico e a quello che definiva già allora il “fascismo tecnologico” la tecnocrazia come annullamento dello spirito critico individuale e omologazione totalizzante, fosse riuscito a comprendere in anticipo i rischi di disumanizzazione di un potere che elimina il dolore e il dubbio dal campo del possibile e trasforma le giovani generazioni in kapò di se stessi e della propria dignità, continuando ad indicare un’altra strada, anche nel suo forzato silenzio ormai quasi cinquantennale. I miei complimenti, è stato un piacere leggerti.

    • Buongiorno! Estremamente felice di sapere che l’articolo Le sia piaciuto! Il piacere è mio nel vedere questo messaggio!

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