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Seneca in pillole: opere e pensiero

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Filosofo stoico, drammaturgo, scrittore eclettico: questo (e altro) fu Seneca, una delle figure intellettuali più interessanti e complesse di tutto il periodo imperiale! E’ famoso, tra tutti, il suo tentativo (non molto riuscito!) di cercare di educare il giovane imperatore Nerone secondo i principi stoici.

Filosofia e potere: De clementia, ovvero il rapporto tra Seneca e Nerone

L’opera in cui Seneca esprime in modo completo la sua idea di potere è il De clementia, dedicato al giovane Nerone. In questo caso, il principato viene giustificato perché si tende al modello ellenistico dell’Εὐεργέτης, come idea di sovrano illuminato; inoltre, uno deve essere l’uomo al comando perché uno è il principio razionale, il λόγος, che governa armonicamente l’universo, e che deve essere rappresentato in terra attraverso la figura del monarca (o imperatore).

Il problema non è, dunque, sulla forma di governo, ma su quale debba essere il comportamento del buon sovrano. La clemenza, ovvero l’atteggiamento filantropico e benevole, è per Seneca la risposta.

La vera soddisfazione è la consapevolezza di aver fatto del bene!

All’inizio del trattato, Seneca rende espliciti sia il destinatario (Nero Caesar) che la tematica dell’opera (de clementia):

De clementia [1,1;1,2]: «[1] Ho deciso di scrivere sulla clemenza, Nerone Cesare, per poter fare in qualche modo la parte dello specchio, e mostrarti l’immagine di te stesso che sei avviato a raggiungere il massimo dei piaceri. Infatti, benché il vero frutto delle azioni rette sia l’averle compiute e non ci sia alcun premio degno delle virtù al di
fuori delle virtù stesse, giova esaminare attentamente e percorrere la propria
buona coscienza, e poi posare lo sguardo su questa immensa moltitudine discorde, sediziosa, incapace di dominarsi, pronta a saltar su per la rovina altrui e per la propria, una volta che avrà abbattuto questo giogo; e giova parlare così con se stessi:

[2] Sono, dunque, io quello che fra tutti i mortali è stato preferito e scelto per fare in terra le veci degli dèi? Sono l’arbitro della vita e della morte delle nazioni: è nelle mie mani la decisione sulla sorte e sulla condizione di ciascuno; quello che la fortuna vuole che sia dato a ciascuno dei mortali, lo fa sapere attraverso la mia bocca; da una nostra risposta popoli e città traggono motivi per rallegrarsi; nessun luogo prospera, se non per la mia volontà e per il mio favore; tutte queste migliaia di spade, che la mia Pace fa rimanere nel fodero, ad un mio cenno verranno sguainate; quali popoli debbano essere distrutti completamente, quali fatti spostare altrove, a quali si debba dare la libertà, a quali strapparla, quali re debbano essere ridotti in schiavitù e quali teste debbano essere insignite della dignità regale, quali città debbano crollare, quali sorgere, dipende tutto dalla mia autorità.»

Si mette subito in evidenza che la vera soddisfazione del bene è la consapevolezza di averlo fatto. Successivamente, Seneca lusinga Nerone, puntando tutto sul suo “tallone d’Achille”, ovvero la sua forte sete di potere.

Il princeps deve permettere a tutti di avere una dignità in quanto uomini

De clementia [1,3;1,4]: «[3] Nonostante tutto questo potere, l’ira non mi ha mai spinto ad infliggere supplizi iniqui; non mi ci ha mai spinto l’impeto giovanile, né la temerarietà o la tracotanza degli uomini, che spesso toglie la pazienza anche dagli animi più tranquilli; non mi ci ha mai spinto l’orgoglio funesto, ma diffuso in chi è a capo di grandi imperi, di ostentare la propria potenza seminando terrore. La mia spada è riposta nel fodero, anzi è legata, ed io ho cura di risparmiare il più possibile anche il sangue più vile; non c’è nessuno che, pur essendo privo di altri titoli, non trovi grazia presso di me solo per il suo nome di uomo. [4] Tengo nascosta la severità e sempre pronta, invece, la clemenza; sorveglio me stesso, come se dovessi poi render conto alle Leggi, che ho richiamato dalla dimenticanza e dalle tenebre alla luce. Prima mi sono commosso per la tenera età di uno, poi per l’anzianità dell’altro; ad uno ho perdonato per la sua dignità, ad un altro per la sua umiltà; ogni volta che non ho trovato una ragione di misericordia, ho risparmiato per me stesso. Oggi sono pronto, se gli dèi mi chiedono il conto, ad enumerare tutto il genere umano.»

L’attenzione è posta soprattutto sulle Leggi, l’uso delle quali dipenderà esclusivamente dalla saggezza o meno di Nerone. Inoltre, il princeps deve permettere a tutti di avere una dignità in quanto uomini: tale concetto verrà ripreso anche nella famosa Lettera sugli schiavi.

Un’unica e grande captatio benevolentiae!

De clementia [1,5;1,6]: «[5] Tu puoi, Cesare, proclamare audacemente che tutto ciò che <è stato posto sotto> la tua protezione e la tua tutela è pienamente e che da parte tua non si sta alcun male, né per via violenta né di nascosto, alla repubblica. Tu hai bramato una lode rarissima e che finora non è stata concessa ad alcun principe: l’innocenza da colpe. Questa tua bontà singolare non spreca fatica e non trova uomini ingrati e malignamente avari della propria stima. Ti si è grati: nessun singolo uomo fu mai tanto caro quanto lo sei tu al popolo romano, per il quale sei un bene grande e durevole.

[6] Ma ti sei imposto un peso enorme; nessuno, infatti, parla più del divo Augusto né dei primi tempi di Tiberio Cesare, e nessuno cerca al di fuori di te un modello da presentarti perché tu lo imiti: si pretende che il tuo principato sia conforme a questo assaggio che ne hai dato. Questo sarebbe stato difficile, se questa tua bontà non fosse in te naturale, ma come presa in prestito per un certo tempo: nessuno, infatti, può indossare a lungo una maschera. Le cose simulate ricadono presto nella loro natura; quelle sotto le quali c’è la verità e che, per così dire, nascono da qualcosa di sostanzioso, col tempo si accrescono e migliorano.»

Il paragrafo 5 può essere letto come un’unica captatio benevolentiae, con il fine di preparare Nerone ad alcuni moniti di saggezza: infatti, nel punto successivo, c’è molta retorica politica, in quanto, confrontando Augusto con Nerone, Seneca dice che la gente non si ricorda il principato augusteo, ma solo il governo di Nerone, perché il princeps è soltanto specchio di se stesso, non dei suoi predecessori.

Le Epistole a Lucilio

L’opera principale della produzione tarda di Seneca è le Epistole a Lucilio, indirizzate all’amico. I modelli per la creazione di questi scritti sono, sicuramente, le lettere di Platone e, soprattutto, quelle di Epicuro. In più, Seneca è consapevole di introdurre un genere nuovo nella letteratura latina: le sue lettere vogliono essere spunti per il miglioramento spirituale del lettore, all’interno, però, di un contesto quotidiano. Questo si può vedere perfettamente nella seconda di queste lettere, dedicata al tema della lettura:

Epistole a Lucilio [2;3]: «Non giova né si assimila il cibo vomitato subito dopo il pasto. Niente ostacola tanto la guarigione quanto il frequente cambiare medicina; non si cicatrizza una ferita curata in modo sempre diverso. Una pianta, se viene spostata spesso, non si irrobustisce; niente è così efficace da poter giovare in poco tempo. Troppi libri sono dispersivi: dal momento che non puoi leggere tutti i volumi che potresti avere, basta possederne quanti puoi leggerne.»

Attraverso prima una metafora alimentare, poi una medica e un’altra dell’agricoltura, Seneca mostra come troppi libri possano produrre dissipazione. Per l’approfondimento culturale, dunque, bisogna scegliere attentamente i propri autori (magari uno legge meno, ma meglio!).

Questo discorso porta a considerazioni di carattere educativo: anche Quintiliano dice che bisogna partire da prime, sane e buone letture (come i testi di Cicerone), per passare ad altri autori solo dopo aver acquisito una buona preparazione.

Epistole a Lucilio [2;5]: «Anch’io mi regolo così; dal molto che leggo ricavo qualche cosa. Il frutto di oggi l’ho tratto da Epicuro (è mia abitudine penetrare nell’accampamento nemico, ma non da disertore, se mai da esploratore); dichiara Epicuro: “È nobile cosa la povertà accettata con gioia”.»

Ogni giorno Seneca sceglie una massima su cui riflettere e va “nel campo nemico” dell’epicureismo: a Roma le varie scuole filosofiche non avevano differenze così tanto nette, anche perché miravano tutte ad un ideale comune di tranquillitas.

Vuoi saperne di più sulla filosofia di Seneca? Guarda il seguente video!

Tragedie di Seneca

Il teatro di Seneca non è rappresentato, ma recitato nelle sale di declamazione. In questo caso, il concetto della tranquillitas interiore viene presentato in “negativo“: non si vuole, infatti, convincere esplicitamente l’ascoltatore a puntare ad un miglioramento interiore, ma vuole dimostrare che seguire la strada opposta, il furor incontrollato delle passioni, porta alla rovina.

Nove tragedie su dieci sono rielaborazioni di modelli greci; l’autore principale è Euripide, per la sua capacità di rappresentare l’irrazionale e i conflitti interiori.

Anche nel caso di questa produzione, come nelle altre opere di Seneca, l’elemento politico si lega all’intento filosofico: i personaggi scelti nelle tragedie sono coinvolti in conflitti e delitti all’interno dello stesso nucleo familiare; tale era l’atmosfera presente alla corte di Nerone (si pensi, per esempio, alla fine di Germanico).

Contrapposizione tra ratio e furor

Medea [vv. 116-158]:

MEDEA: «Sono perduta! Alle mie orecchie è giunto il canto nuziale. Non riesco, non riesco ancora a credere alla mia sventura. Giasone ha potuto farlo? Lui che mi ha strappato al padre, alla patria, al trono, ora mi abbandona in terra straniera? Ciò che ho fatto per lui, quel crimine che gli consentì di vincere il mare e le fiamme, l’ha dunque dimenticato quel crudele? Crede davvero che la catena del male sia spezzata? Sconvolta, folle, il furore mi trascina, non so dove. Come potrò vendicarmi? Ah se avesse un fratello! Ha una sposa: ecco chi debbo colpire. E questo basta per le mie sventure? Se un delitto esiste che greci e barbari hanno conosciuto e le tue mani ignorano, ebbene, è tempo di prepararlo.

Ti spingano i tuoi misfatti e tutti ritornino a te: il vello d’oro, onore della tua patria, rapito, il fratellino fatto a pezzi dalla spada di una vergine perversa, il corpicino gettato verso il padre, i brandelli sparsi nel mare, sì , sì , e le membra del vecchio Pelia bollite nella caldaia. Quante volte ho versato crudelmente sangue funesto! Eppure nessuno di quei delitti io l’ho compiuto per odio. L’amore infelice rende crudeli… Però che cosa poteva mai fare Giasone, in balia com’è di un potere estraneo? Sfidare le spade a petto nudo. No, non così devi parlare, mio pazzo dolore. Giasone viva e sia mio come un tempo, se è possibile; se no, che viva lo stesso ricordando ciò che gli ho dato, morto a me sola.

La colpa è tutta di Creonte che, abusando del suo scettro, spezza il mio matrimonio, strappa la madre ai figli, rompe una fede che tanti vincoli congiunsero. È lui, lui solo, che deve essere colpito, è lui che deve pagarla. La sua casa, ne farò un mucchio di cenere. Nera, sorgente dalle fiamme, la colonna di fumo sarà vista sin dal capo Malea, che fa lunga la rotta delle navi.


NUTRICE: Taci, ti supplico. Nascondili, i tuoi lamenti, e soffri nel segreto del tuo cuore. Le grandi ferite, chi può restituirle? Chi le sopporta in silenzio, con animo fermo. Solo l’ira che si nasconde riesce a colpire. L’odio che si rivela perde la via della vendetta.
MEDEA: Se ascolta i consigli e si nasconde è un male da poco. Le grandi disgrazie non sanno tacere. Io voglio scagliarmi… NUTRICE: Frenalo, figlia, questo impeto furioso, è già un miracolo che il silenzio ti protegga.»

Ad essere al centro della scena sono Medea (il furor irrazionale) e la nutrice (il buon senso, la ratio filosofica). Soprattutto, negli ultimi versi, viene sviluppata la tesi della condanna del furor: in quest’ottica i patimenti degli eroi sono la condanna di chi si è fatto prendere troppo dalle passioni; è evidente, quindi, l’impianto stoico che sta alla base delle tragedie stesse.

Satira menippea

Tacito (Ann. XIII, 3;1) racconta della laudatio funebris che Seneca scrisse e Nerone lesse in senato in occasione della morte di Claudio. Ma Tacito ci dice anche che, quando Nerone iniziò a parlare della saggezza di Claudio, nessuno potè trattenersi dal ridere. In questo clima di doppiezza si spiega la produzione senecana della satira menippea Apokolokyntosis, letteralmente “deificazione di uno zuccone”.

L’opera rientra nel genere della satira menippea e, per questo, alterna prosa e poesia di vario tipo. Inoltre, sono richiamate alcune situazioni narrative (concilio degli dei, discesa agli inferi…) e citazioni epiche ed alte, rivisitate in chiave polemica e comica verso il defunto imperatore.

Apokolokyntosis [da 5 a 6]:

V

«Quel che successe poi sulla terra è superfluo riferirlo. Lo sapete benissimo, e non c’è pericolo che esca di mente quello che la gioia popolare ha segnato bene nella memoria: nessuno si dimentica della propria felicità. Sentite piuttosto quello che accadde in cielo: la conferma la troverete nella mia fonte.

Annunciano a Giove l’arrivo di un personaggio di statura discreta, e discretamente imbiancato: doveva avere chi sa che brutte intenzioni, perché tentennava continuamente la testa; strascicava il piede destro. Gli avevano domandato di che paese fosse, e lui aveva borbottato qualcosa con suoni inarticolati e indistinti; ma la sua lingua non la capivano: non era né greco né romano, né di altro paese conosciuto. Allora Giove chiama Ercole, che aveva girato il mondo in lungo e in largo e doveva conoscere tutti i popoli, e gli dice di andar lui e veder di scoprire di che razza fosse.

Ercole, al primo vederlo, ne ebbe sgomento, accorgendosi che ancora non aveva finito di avere a che fare coi mostri. Appena si trovò davanti quel ceffo di nuovo stampo, quel modo di camminare strano, quella voce che non era di animale terrestre, ma come quella dei mostri marini, cavernosa e cincischiata, ebbe paura che fosse venuta la sua tredicesima fatica. Guardandolo poi più attentamente, ci trovò una parvenza di uomo. Allora gli si avvicinò e, cosa molto facile per un greculo, lo apostrofò in greco:

“Chi, d’onde sei? dove mai a te sono patria e famiglia?”

Claudio si sente allargare il cuore, che ci siano là dei classicisti, e spera di trovare accoglienza per le sue storie. Allora, volendo indicare, con un verso omerico anche lui, di essere Cesare, rispose:

“L’aure da Troia ai Cìconi trasportando m’han spinto”.

Più vero sarebbe stato il verso seguente, non meno omerico:

“Là per me la città fu distrutta, e perduta coi suoi”.

VI

E l’aveva data a bere a Ercole, che non è punto malizioso, se là non ci fosse stata la Febbre, che sola era venuta con lui, lasciando il proprio tempio: tutti gli altri dèi erano rimasti a Roma. “Costui, disse, ti racconta frottole belle e buone. Te lo dico io, che son vissuta tanti anni con lui: è nato a Lione: ti presento un concittadino dell’uva “Marcus“. Ti ripeto, è nato a sedici miglia da Vienna, è un Gallo di razza. E così, da buon Gallo, si impadronì di Roma. Costui ti garantisco che è nato a Lione, proprio dove regnò tanti anni Licino. Tu che hai battuto più contrade d’un mulattiere di professione, devi conoscere quelli di Lione e sapere che dallo Xanto al Rodano ci corrono molte miglia”.

A questo punto Claudio piglia fuoco e si sfoga facendo più chiasso che può. Che cosa dicesse, non lo capiva nessuno; ma intanto lui voleva che mettessero a morte la Febbre, con quel suo gesto della mano tremolante, abbastanza ferma soltanto per il cenno con cui mandava la gente al taglio della testa. L’ordine di mozzarle il collo lo aveva dato; ma si sarebbe detto che lì fossero tutti liberti suoi, tanto nessuno gli dava retta.»

Spiegazione del testo

Importante è notare la citazione omerica, perché Claudio era un amante dei poemi epici, ed era solito citarne i versi.
La seconda citazione, sempre dall’Odissea, crea un parallelismo tra Odisseo e Claudio, poiché entrambi distruttori di città: Odisseo quella dei Ciconi con un’impresa di guerra; Claudio Roma, poiché si diceva si addormentasse durante i processi e i liberti, approfittando, gli facessero firmare i documenti che volevano. Questo tono satirico, presente nel modo di trattare il mito, è già presente, poche righe prima, con la figura di Eracle, che, riferendosi a Claudio, dice di aver sconfitto tanti mostri (allusione alle sue dodici fatiche), ma un essere del genere non gli era mai capitato! Un altro importante elemento si può trovare nel sesto paragrafo: l’uso del termine latino Marcus si ricollega ad una qualità di vite in Gallia; in questo caso, si allude all’apprezzamento di Claudio verso il vino.

Lorenzo Cardano

E se vuoi scoprire anche gli autori della letteratura greca, non perdere gli approfondimenti dedicati!

Covid-19: quando arriva il turno del mondo dello Spettacolo?

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Il Covid-19 quest’anno ha messo il mondo intero di fronte a determinate realtà. Ci ha ricordato che, per quanti sforzi salutari e ricerche specializzate si possano fare, il corpo umano non sarà mai eterno, riportandoci con i piedi per terra. Ci ha mostrato quanto un abbraccio o una stretta di mano, per non parlare di un bacio, in realtà, fossero dei tesori da custodire. Ha costretto molti a prendere una posizione su quali fossero le priorità, in primis le Istituzioni.

Queste, infatti, si sono trovate oggettivamente con le spalle al muro, poiché dovevano gestire una situazione che (impossibile negarlo) è risultata senza precedenti. Come proteggere le persone? Tenendole distanti…In che modo? Lasciando molte attività, in sospeso. Giustificabile, i primi tempi.

Sono però passati mesi e la Scienza – quella vera a cui chiediamo i miracoli dal dolore al mignolo fino ai Mali che ancora non hanno soluzione – è riuscita a fare passi da gigante, che si voglia credere o no. Tamponi, vaccini, monitoraggi, consigli: tutto per poter prevenire ed arginare un pericolo.

Lentamente la vita e il lavoro hanno ripreso il loro percorso. Altre però no. Turismo, ristorazione, sport ne danno un esempio. A queste si uniscono cinema e teatri, con annesse scuole ed accademie.

La domanda che sorge è: perché?

Più ci guardiamo intorno e più vediamo che il Profitto e la Finanza hanno preso un pochino il sopravvento. Tutto deve fare impresa, tutto deve avere un unico scopo: produrre denaro. Non esiste però solo quello; e mai come ora è giusto ribadirlo!

Non posso farmi ambasciatore di realtà che non conosco in maniera attiva, ma di una, mi permetto, di parlare.

Frequento il mondo teatrale da quando ero minorenne, da spettatore prima e da attivo partecipante dopo, in veste di attore, regista e (appunto) critico. Neanche in periodi in cui veramente il Teatro era con l’acqua alla gola (periodo che purtroppo non è mai cessato) si è visto un futuro così tetro.

Gran parte della causa è da attribuirsi al periodo storico che stiamo vivendo, dove uno dei più grandi cancri è lo stare zitti. Il silenzio generazionale nei confronti dei tagli all’istruzione e a tutto ciò che è inerente al Sapere, ha portato una strana credenza secondo cui “con la Cultura non si mangia”, con la conseguenza che, se possiamo togliere qualcosa, possiamo partire da lì! La realtà, però, è ben diversa!

Nel mondo teatrale, così come nel cinema, ma anche in quello turistico, museale e sportivo, non ci sono solo strutture, luci e attrezzatura (che siano banchi, tapis roulant o costumi). Nelle scuole, a parte professori e alunni, ci sono bidelli e custodi; nelle palestre gestori ed istruttori; nei cinema e nei teatri – oltre agli scontati attori, ballerini e registi – ci sono costumisti, fonici, addetti alle luci, truccatori, addetti stampa.

Tutti hanno un minimo comune multiplo: pagano le tasse, comprano beni e usufruiscono dei servizi. Tutti in attesa di risposte che non arrivano. Tutti con un affitto o un mutuo da pagare, ma che spendono per poter comprare lo stretto indispensabile; e non parliamo di videogiochi o braccialetti all’ultima moda, ma di cibo e vestiti.

Coloro che sono usciti dalla quotidianità post-covid nel periodo estivo, hanno potuto constatare che teatri, sale prove, sale di incisione da canto sono state in prima linea per la prevenzione. Tutti con igienizzatori per ambienti e mani; pistole misuratrici di temperatura corporea, se non addirittura termo-scanner. Investimenti. Soldi. Per cosa? Per tasse che torneranno a battere la porta e scadenze che sono semplicemente rimandate, senza possibilità di poter lavorare.

Quello che infatti molti si dimenticano è che l’Arte della Recitazione è un lavoro. Non ci si improvvisa attori o registi, per non parlare dei tecnici o dei ballerini. Lo studio è grande, profondo, che impiega anni ed è sempre in continua evoluzione. Il guaio è che non si vuole dare dignità a queste professioni, perché ritenute, all’atto pratico, poco utili.

Durante il primo lockdown, però, cosa ha tenuto alto il morale della gente a casa? Cosa ha dato una speranza in più o, comunque, è riuscito ad abbassare la tensione? L’Arte, in tutte le sue forme!

Abbiamo chiesto alle parole di grandi autori di tenerci compagnia nella carta stampata. Al mondo dell’arte visiva, di distrarci con monologhi, interviste, curiosità e molto altro, che fosse in tv, in streaming o prendendo qualcosa dalla nostra videoteca. I cantanti e la musica ci hanno fatto credere, mentre eravamo su quei balconi, che forse un mondo migliore ci sarebbe stato. Grandi iniziative sono partite da parte del mondo culturale, compreso il nostro blog.

Il mondo artistico, quello vero, è sempre abituato a lavorare in condizioni precarie e senza troppa attenzione. Il Teatro e la Recitazione però sono il sintomo del sentire dell’essere umano. Gli attori (come i ballerini, i cantanti ed altri artisti) rendono concreta l’astrattezza dei sentimenti e dell’Emotività. Grazie alla Recitazione, al Ballo, al Canto, alla Pittura e alla Scrittura, gli adolescenti parlano più facilmente con se stessi; escono miliardi di personalità da tempo oppresse da pressioni psicologiche.

L’assenza di questo settore, inaridisce l’animo umano; ed un animo arido è arrabbiato, scontento, prepotente e nevrotico.

Cito infatti le parole di una grande donna di teatro, un’Attrice quale Paola Borboni, che nel 1979, nella 4° puntata dell’ottava stagione del programma Rai Ieri e Oggi, diceva al presentatore (nonché regista) Luciano Salce:

“Perché il Teatro deve allo spettatore qualche cosa; e quando il Teatro non c’è – ricordati – c’è la rivoluzione in piazza, perché il Teatro è un indice della Vita Civile”

Francesco Fario

Il principe delle maree, la crudezza del gettarsi tutto alle spalle

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Lowenstein…Lowenstein…”

Titolo originale: The Prince of Tides
Regista: Barbra Streisand
Sceneggiatura: Pat Conroy, Becky Johnston
Cast Principale: Nick Nolte, Barbra Streisand, Blythe Danner, Kate Nelligan, Jeroen Krabbé, Melinda Dillon
Nazione: USA

Esistono pochi film che riescono ad essere (abbastanza) all’altezza dei libri da cui sono tratti: tra questi c’è sicuramente Il principe delle maree, pellicola del 1991, diretta ed interpretata da Barbra Streisand.

Tom Wingo (Nolte) è un insegnante della Carolina del Sud, che sta affrontando un periodo piuttosto buio: è in crisi con la moglie (Danner), ha perso il lavoro. La ciliegina sulla torta arriva quando viene convocato a New York da una psichiatra, Susan Lowenstein (Streisand), poiché la sorella gemella di Tom, Savannah (Dillon), ha tentato di suicidarsi – non per la prima volta.

La richiesta della dottoressa è semplice: capire la storia della famiglia Wingo, anche attraverso gli occhi di Tom, per scoprire quale tragedia si nasconde nell’inconscio della poetessa sua cliente. Inizialmente diffidente, Tom accetta, soprattutto per il forte legame che ha con Savannah. L’uomo sa bene cosa sta facendo: deve sostituirsi alla sorella, permettendo a Susan di analizzarlo.

Viene così fuori, dalle parole di Tom, la storia della famiglia Wingo. Scopriamo l’esistenza di un terzo fratello, Luke, morto tragicamente in una sparatoria con la polizia; la madre Lila, molto protettiva e presente; il violento ed alcolizzato padre Henry. Qui, in mezzo alle paludi, i tre fratelli vivono uniti, tenendosi per mano perfino giocando in acqua.

Tra flashback che raccontano il passato, Tom vive anche il presente e conosce anche la vita di Susan. Questa ha un marito Herbert (Krabbè), un violinista sempre assente e spocchioso, ed un figlio Bernard, con cui è sempre in conflitto. Tom riuscirà ad essere di sostegno a Susan con il marito, aiutandola anche a riprendere i rapporti con il figlio; ma dovrà affrontare un verità.

L’analisi porterà a galla un trauma, che collega Tom, i fratelli e la madre a tre galeotti evasi.

Da qui si capirà l’adorazione di Tom e Savannah per Luke; il cambio di carattere di Lila, divorziata e divenuta una donna snob ed arricchita; il tormento di Savannah e l’incapacità di Tom di affrontare qualcosa con decisione.

Tra Tom e Susan però qualcosa è andato oltre l’analisi…Due solitudini che si capiscono, due tormenti che si associano. Entrambi sposati, entrambi con prole: cosa fare?

Per chi ha letto il libro di Pat Conroy, non può che concordare che questa pellicola è un ottimo rifacimento.

La regista ed interprete Barbra Streisand si muove con la stessa delicatezza e decisione con cui si muove il suo personaggio in pellicola. Schietta e delicata, sensuale e semplice. È un tipico esempio della filmografia dell’attrice newyorkese, che sia nel precedente Yentl che nel futuro L’amore ha due facce, pone determinati temi, presenti anche qui: l’uscire dagli schermi famigliari e dalle tradizioni; l’evolversi; l’accettarsi e l’amore. Più forte di tutti, è sicuramente il tema del lasciarsi le cose alle spalle. Amori, traumi, pensieri, pregiudizi e altre emozioni che, positive o negative che siano, rendono difficile proseguire il cammino

A dare una delicatezza a questi temi così profondi, ci pensa la colonna sonora di James Newton Howard.

Tre motivi per vedere il film:

  • La fotografia di Stephen Goldblatt
  • Kate Nelligan, nel ruolo di Lila, mostrando un personaggio che evolve in peggio, ma che forse si giustifica
  • Capire alcune parodie de I Simpson, dove compaiono palesi allusioni al film: si pensi a puntate come La scelta di Selma della 4° stagione o Paura di voltare della 6°.

Quando vedere il film

Il pomeriggio se si è da soli, di sera se si è in compagnia. Non lo consiglio ai bambini: non certo per motivi moralistici, ma…beh! Vedendo si capisce tutto.

Francesco Fario

Hai perso l’ultimo cineforum?

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MasterChef 10, puntata 18 febbraio 2021: tecnica al passo con la creatività

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La puntata di giovedì 18 febbraio si apre con una mistery box con zero ingredienti ma con tantissime modalità di cottura differenti. Una prova che mette senza ombra di dubbio a dura prova i concorrenti in gara, i quali sono chiamati ad utilizzare tutto quello che hanno potuto imparare dalla cucina di MasterChef. Una cucina che certamente riserva molte sorprese: alcuni dolci, altre molto amare. Gli aspiranti chef sono chiamati ad utilizzare ben 5 varietà di cotture. I tre migliori sono Antonio, Azzurra e Eduard. Vince Eduard.

La prova successiva dell’Invention Test, questa volta è dedicata al dolce. A giudicare i piatti, oltre alla triade ben nota, il pastry chef stellato Andrea Tortora. Tema culinario protagonista il dolce natalizio per eccellenza: il panettone. Ovviamente i concorrenti non dovranno replicare il panettone (il cui processo di lievitazione richiederebbe più di 12 ore). Saranno chiamati quindi ad ideare, creare, reinventare l’idea stessa di un panettone totalmente rivisitato. Il dolce natalizio viene radicalmente capovolto: un mix tra dolce e salato con venature speziate. Tutto questo con l’utilizzo di una tra le due tecniche più difficili, padroneggiate ed introdotte dallo stesso Andrea Tortora. Parliamo dell’azoto liquido (il piccolo chimico ci fa un baffo! È il caso di dirlo…) e della caramelizzazione.

Ad assegnare, in maniera egregiamente strategica, è Eduard. Tecnica della caramelizzazione per Antonio, Federica, Eduard, Azzurra e Irene mentre l’azoto va ad Aquila, Jia Bi, Monir. Quest’ultimo è vincitore della prova. Ad uscire, tra lacrime e dispiaceri, è Jia Bi.

La prova dello Skill Test ha tutta un’aria patriottica: un box a tema tricolore. Nascosti al suo interno, tre prodotti tipici della cucina italiana che la rappresentano senza ombra di dubbio: la pasta, la mozzarella ed il pomodoro.

Si inizia con la mozzarella e, come era ovvio aspettarselo, con una ricetta dello chef Cannavacciuolo: una mozzarella rivisitata a scrigno con dentro un’ostrica. In questo primo step si salvano: Aquila, Irene ed Azzurra.

È il turno della pasta, associata allo chef Locatelli. Salgono in balconata, Antonio e Monir.

Ultimo step, a mio personale parere forse il più difficile, con il miso di pomodoro. Il testa a testa è tra Eduard e Federica. Eliminato: Eduard.

I concorrenti diventano sempre meno…Se ne salverà uno solo. Uno solo sarà il vincitore. Secondo voi che cosa succederà nella prossima puntata? Qualunque cosa possa succedere, ad uscire sarà sicuramente uno in gamba. Ne sono rimasti pochi, ma tutti molto bravi.

Maria Serena Cospito

Soulmates: la nuova serie tv antologica sci-fi targata Prime Video

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Ci troviamo in un futuro molto vicino. Una scoperta scientifica ha appurato l’esistenza della “particella dell’anima” negli esseri umani, il che significa che chiunque, pagando, può fare un test che rivelerà l’identità della sua anima gemella.

Questo è il tema alla base della nuova serie tv antologica di genere sci-fi che dall’8 febbraio è disponibile su Amazon Prime Video.

Partendo da questo presupposto prendono corpo le sei puntate della prima stagione. Ogni capitolo è autoconclusivo e cerca di approfondire una delle conseguenze che questa rivoluzione tecnologica apporta in campo sentimentale.

Le sei storie raccontate nella prima stagione di Soulmates si propongono di esaminare le possibili risposte degli individui e della società a queste domande: “Cosa faresti se fossi sposato?”, “E se avessi figli?”, “Come ti comporteresti se non volessi fare il test, ma il tuo partner l’ha fatto?”, “Cosa succederebbe se scoprissi che la tua anima gemella è una persona senza scrupoli?” e, infine, “Cosa faresti se il tuo match è morto?”.

Nel primo episodio una coppia sposata, Nikki (Sarah Snook) e Franklin (Kingsley Ben-Adir) è felice fino al momento in cui tutti gli amici e i parenti decidono di fare il test, che assicura loro di trovare la persona perfetta.

Nikki inizia ad avere dei dubbi: è veramente soddisfatta di questa relazione con l’unico uomo che abbia mai avuto nella sua vita? Decide di fare il test, ma rifiuta di concluderlo per scegliere di tornare al suo matrimonio. Nel frattempo Franklin, che fin dall’inizio è invece convinto del rapporto che ha costruito con sua moglie e ha sempre sostenuto l’importanza della sua famiglia, ha fatto il test e ha incontrato la sua anima gemella.

Se la narrazione del primo episodio è più “classica” le puntate successive aprono a orizzonti distopici più interessanti. Ad esempio la storia di una donna eterosessuale la cui anima gemella si rivela essere un’altra donna è un’esplorazione del tema psicologico della fluidità sessuale.

Ad ogni modo il lato interessante di tutte le storie è rappresentato dalla riflessione sul fatto che gli esseri umani, eterni indecisi, sono rassicurati dall’esistenza di un’anima gemella e dalla possibilità di non doversi assumere la responsabilità di scegliere il proprio partner: il match è stabilito da un computer, da un (s)oggetto terzo.

In un mondo in cui le alternative sono infinite, in cui prevale l’amore liquido teorizzato da Bauman, i protagonisti delle storie sono sollevati dal fatto che l’algoritmo possa prendere una decisione al loro posto, salvo poi scoprire che forse l’amore prevede che due persone si scelgano ogni giorno. Sembrerebbe lo stesso presupposto per cui tante persone nel mondo reale decidono di partecipare ai casting del programma tv Matrimonio a prima vista, in cui è un pool di esperti a decidere come e perché creare una coppia.

Guardando Soulmates probabilmente vi verrà in mente Black Mirror, da cui prende l’ambientazione: un futuro così vicino da poter essere il presente. Tuttavia questa serie non propone lo stesso spietato cinismo e risulta meno coinvolgente a livello emotivo.

È stata commissionata una seconda stagione di Soulmates e speriamo che i creatori saranno capaci di affondare il colpo laddove necessario, osando di più nei nuovi episodi.

Valeria de Bari

E se sei un amante del genere sci-fi ti consigliamo un’altra serie tv Amazon Prime da non perdere.

Sofia si veste sempre di nero: l’eroina di Paolo Cognetti

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Sofia, la protagonista di Paolo Cognetti, non è che un insieme frammentario di immagini e colori riflessi su superfici e specchi dallo sguardo di altri raccontati, colmati, filtrati, riempiti. Sofia non esiste ed esiste. Esiste solo in questa forma. Non si esprime direttamente, non si espone, ma è una continua rifrazione di luce. Ogni capitolo è il negativo della foto di uno stesso soggetto.

“Io voglio essere felice adesso“.

Il romanzo inizia con la nascita di Sofia Muratore. Le altre tele raccontano la sua vita, sulla quale si allunga l’ombra della depressione materna, della morte del padre, e la presenza salvifica della zia che lotta contro l’anoressia della nipote senza che lei stessa se ne accorga. La nutrirà distrattamente, lasciando avanzi sul tavolo, una mezza mela, parole che la impegneranno tra un boccone e l’altro, smorzando la rabbia e addolcendo gli spigoli.

“Davanti all’obiettivo, Sofia tornava ad essere la cameriera in riva al fiume: si muoveva lì dentro come se quella fosse la vita, e il resto un’imitazione.”

Sofia è il capitano di una nave di pirati. Libera ed in fuga. Libera ed in viaggio. Troverà la legittimazione a vivere attraverso cinema, teatro e lontananza da casa, concedendo alle coinquiline di rimanere in piedi davanti alla sua porta aperta, mentre l’appartamento di Roma si riempie di profumi e di voci. La sua sagoma cambia a seconda dello sguardo da cui viene inquadrata, raccontata, così come mutano il suo colore e la sua malinconia. Il lettore segue la crescita, meglio sarebbe dire la schiusa, di una donna che si emancipa e che riesce a prendere una sua forma…e che forse trova anche un po’ di serenità.

“Sofia era il contrario di me: il cibo le piaceva, e sperimentava con slancio piatti sconosciuti, però poi mangiare, l’atto vero e proprio del masticare e inghiottire, le costava fatica, come se per lei non fosse naturale. Avanzava ogni volta qualcosa.”

Lo specchio più vicino è rappresentato da un uomo che si innamora di lei a New York, il narratore finale, che decide di raccontarla nell’ultimo capitolo: Brookling Sailor Blues. La trasmissione delle parole di Sofia diventa più diretta, l’eroina assume consistenza. Lo specchio si trasforma nello sguardo dentro l’obiettivo, che la fissa, in ogni movimento nervoso del suo corpo, in ogni sigaretta e respiro.

Cosa mi ha portata da Sofia?

È una domanda che mi sono posta più volte lungo la lettura, soprattutto durante l’approccio iniziale a lei. Ho cominciato il romanzo mentre cambiavo casa, vita, coinquilina -Nana, la mia gatta- . La lettura è durata a lungo. L’ho centellinato, perché intenso, doloroso, intimo. Soltanto alla fine dell’ultima pagina mi sono accorta che non sono stata io ad andare verso il romanzo, ma è stata Sofia a venire da me.  Mi sono solo potuta limitare ad accoglierne i riflessi.

Perché leggere “Sofia si veste sempre di nero”?

Perché rimesta nelle parti più buie che sono in ognuna di noi. Perché siamo tutte Sofia, in un qualche angolo del nostro essere. Perché ognuna di noi è luce tremula e, al contempo, pirata.

Federica Belfiori

Ecco l’ultima Dose di Eroine!

Smettere di fumare durante il lookdown: il momento migliore o la peggiore idea?

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Il fumo può essere una parte importante della vita di qualcuno e fa parte di un rituale quotidiano; una sigaretta presa con un caffè mattutino, un’altra in pausa pranzo con gli amici, due dopo una stressante giornata di lavoro. 

Questi rituali possono essere difficili da rompere e rinunciare può di conseguenza sembrare impossibile. Tuttavia, ci sono molte storie che sono state raccontate da soggetti legate alla rinuncia al fumo durante il lockdown.

A tale proposito, vediamo se quest’ultimo è da considerarsi il momento migliore o peggiore per prendere tale decisione.

Il cambio di abitudini durante il lockdown

Ripensando ai primi di marzo del 2020 quando cioè le cose erano ancora normali e la vita si svolgeva con ritmi e abitudini tipiche degli altri anni, induce a fare alcune riflessioni.

Queste routine quotidiane erano infatti fissate saldamente come abitudini legate a cibo, buon bere e in molti casi al fumo. Il solo pensiero di cambiare questi ritmi era da un lato un desiderio e da un altro un comportamento irrinunciabile, pur consapevoli che specie il fumo in eccesso nuoce alla salute.  

Ciò che ha mantenuto questo cambiamento epocale della vita quotidiana ed era tutto tranne che paura.

La decisione di smettere di fumare durante il lockdown è stata presa comunque con il progredire della pandemia, e molte persone hanno optato per i vaporizzatori con CBD o senza, che rispetto a quelle tradizionali sono notoriamente migliori poiché utilizzandole, si evita la combustione e l’eccesso di nicotina da essa generata.

Il boom delle sigarette elettroniche durante il lockdown

Durante il lockdown, anche in Italia più di mezzo milione di fumatori di sigarette hanno smesso come si evince da una ricerca resa nota da un affermato quotidiano finanziario nazionale. Premesso ciò, va tuttavia sottolineato che chi non ci è riuscito, ha invece aumentato il numero di sigarette quotidiane.

Lo studio tra l’altro ha rivelato che durante il lockdown chi ha cessato con le sigarette ovvero circa 200 mila giovani (con un’età compresa tra i 18 e i 34 anni) e 270 mila (tra 35 e 54 anni), ci sono state altre 436 mila persone circa che si sono aggiunti agli svapatori optando in particolare per la sigaretta elettronica, come si evince dalla percentuale che dall’’8,1% durante il lockdown è oggi salita al 9,1% circa. Il 9,0% della popolazione che non ha smesso ovvero circa 3,9 milioni di persone, ha invece aumentato o iniziato il consumo di tabacco.

Sigarette elettroniche invece che sigarette: giusto o sbagliato?

Durante il lockdown, dati alla mano si è dunque constatato che alcuni soggetti hanno smesso di fumare e altri che invece hanno preferito optare per la sigaretta elettronica come alternativa.

Detto ciò, per capire se si tratta di una scelta giusta o sbagliata, è importante analizzarle a fondo entrambe. 

Una sigaretta è semplicemente tabacco arrotolato in carta che viene poi acceso in modo che possa essere fumato. Inoltre brucia a 600° C, ma può raggiungere anche gli 800° C durante una boccata.  

La combustione del tabacco nelle sigarette, crea tuttavia le principali fonti di pericolo, infatti, è l’azione della combustione che rilascia la maggior parte delle sostanze chimiche dannose per la salute.

Come i prodotti del tabacco riscaldati, le sigarette elettroniche invece non creano fumo poiché non bruciano tabacco. In effetti, non lo contengono nemmeno; infatti nella maggior parte dei casi si tratta di un e-liquid che le persone di solito chiamano vapore (da qui il termine svapo). 

Non bruciando tabacco, le sigarette elettroniche non creano quindi fumo e di conseguenza contengono meno sostanze chimiche nocive rispetto alla sigaretta classica. Ovviamente, ogni prodotto dovrebbe essere testato per assicurarsi che sia effettivamente così, poiché alcune, contengono anche nicotina.

MasterChef 10: il riassunto dell’edizione anti Covid-19

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È iniziata, ormai da 2 mesi, la decima edizione del reality culinario più seguito: MasterChef. Un’osservazione tra tutte: la trasmissione ha saputo adattare molto bene il proprio format al nuovo contesto dovuto all’attuale situazione di emergenza sanitaria nazionale. Si può osservare sicuramente una piccola riduzione delle prove in esterna, ma questo è stato molto ben sostituito da prove tecniche e pressure test adrenalinici che valgono sicuramente la pena. Insomma la pagella di questa decima edizione di MasterChef, in un palinsesto televisivo complessivo che poco ha saputo adattarsi al contesto pandemico attuale, vede una sufficienza piena.

Riassunto puntata per puntata

I primi episodi sono stati interamente dedicati alle selezioni degli aspiranti chef: la dinamica è quella delle scorse edizioni. C’è, tuttavia, una grande novità. La possibilità di accedere direttamente alla Masterclass, ottenendo il grembiule bianco (con 3 sì espressi da parte dei giudici).

Altra novità, questa volta attribuibile all’adozione delle misure anti Covid, i giudici non assaggiano dallo stesso piatto ma ognuno assaggia in un piattino diverso.

Il terzo episodio ha visto come protagonisti gli aspiranti chef che hanno ottenuto il grembiule grigio (2 sì ed 1 no da parte dei giudici). Si sono svolte quindi le prove di abilità per aggiudicarsi il tanto desiderato grembiule bianco.

Il quarto episodio ha così visto la Masterclass al completo con i seguenti nomi: Alessandra, Antonio, Azzurra, Camilla, Cristiano, Daiana, Eduard, Federica, Francesco A., Francesco G., Giuseppe, Igor, Ilda, Irene, Irish, Jia Bi, Marco, Maxwell, Monir, Sedighe, Valeria.

Gli altri episodi si sono susseguiti con prove sfidanti ed originali, spaziando dal nero come tema principale, ad un ritorno al passato con una mistery box dedicata agli ingredienti simbolo delle edizioni di MasterChef degli scorsi anni: Quaglia (MC1), Caffè (MC2), Uovo di Struzzo (MC3), Animelle di Vitello (MC4), Fico di Mostarda Cremonese (MC5), Plancton (MC6), Riso (MC7), Finocchio (MC8), Midollo di Tonno (MC9).

I concorrenti in gara ad oggi:

1.Francesco Aquila (34 anni);

2.Antonio Colasanto (26 anni);

3.Azzurra D’Arpa (37 anni);

4.Federica Di Lieto (30 anni);

5.Monir Eddardary (29 anni);

6.Jia Bi Ge (53 anni);

7.Eduard Lora Alcantara (29 anni);

8.Irene Volpe (21 anni).

Le prove hanno riguardato anche invention test con i prodotti del nostro paese come protagonisti, dai nomi, però (almeno per me!), totalmente sconosciuti. Parliamo della Figata di Ripalta (formaggio fresco caprino marchigiano in foglie di fico della frazione di Ripalta nel comune di Cartoceto), Ciuiga del Banale (insaccato suino trentino con rape cotte), Pompia (agrume molto aspro sardo endemico della zona di Siniscola).

Le prove in esterna fino ad oggi non sono state da meno. Queste ultime sono state caratterizzate, infatti, da location strepitose con dei panorami mozzafiato. Qui un loro riepilogo: la provincia di Bergamo con la località Crespi D’Adda, Valeggio sul Mincio in provincia di Verona, Robecco sul Naviglio (comune della città metropolitana di Milano) ed il Lago d’Iseo. Quali saranno i prossimi luoghi che ci faranno sognare?

Masterchef compie 10 anni ma rimane sempre fresco, dinamico e con nuove idee ed ispirazioni. Siamo tutti in attesa della prossima puntata che andrà in onda su Sky Uno e in streaming su NowTv, giovedì 18 febbraio sempre alle ore 21.

Serena Cospito

La storia di Ludwig Van Beethoven, musicista genio ma affetto da sordità profonda

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In collaborazione con Starkey Hearing Technologies

È uno dei più celebri pianisti e compositori del mondo, punto di riferimento indiscusso dall’Ottocento in avanti per quanto riguarda la musica occidentale, genio assoluto in grado di suonare e comporre nonostante l’ipoacusia, primo musicista a dichiararsi “libero professionista” e non artista su commissione: ecco l’incredibile storia di Ludwig Van Beethoven.

La musica nel DNA

Beethoven nacque in Germania, a Bonn, alla fine del 1770 da una famiglia di origini modeste, segnata fin da subito da sofferenze e gravi lutti. Ludwig crebbe immerso nella musica già dalla più tenera età: la mamma e le zie, infatti, suonavano il piano, e il padre era un cantante.

La scoperta dell’ipoacusia

La vita di Beethoven fu segnata da diverse malattie, la più sconvolgente delle quali, per la sua carriera di musicista, fu l’ipoacusia, dalle cause tuttora sconosciute (forse un’otospongiosi oppure una labirintite cronica, ma non ci sono certezze a riguardo): infatti già intorno al 1796, nemmeno trentenne, il celebre pianista lamentava cali di udito e difficoltà a comprendere i discorsi di persone che parlavano a bassa voce. Si dice anche che quando andava a teatro si dovesse posizionare vicino all’orchestra per poter sentire chiaramente le voci degli attori.

I tentativi di arginare la sordità

Per reagire a questa difficoltà, Ludwig provò a costruirsi autonomamente degli strumenti in grado di migliorare il suo udito, ed escogitò stratagemmi per continuare a suonare e comporre la sua musica: si racconta che un giorno, addirittura, segò le gambe del proprio pianoforte, così da portare la tastiera a contatto con la terra in modo da poter sentire la vibrazione delle note appoggiando l’orecchio al pavimento.

Queste soluzioni, purtroppo, furono però soltanto temporanee: sappiamo che nel 1820 la sordità di Beethoven era ormai completa.

Le conseguenze dell’ipoacusia

L’immensa genialità di Ludwig non gli impedì, nonostante la sordità, di continuare a suonare e comporre musica straordinaria, in grado di trasmettere forti emozioni e di trasportare l’ascoltatore in mondi lontani, ancora oggi punto di riferimento della musica classica a livello mondiale.

Ma, purtroppo, come spesso accade, la progressiva sordità ebbe delle forti conseguenze sull’aspetto psicologico del Maestro: non riuscendo a sentire bene le conversazioni delle persone, e non volendo rendere pubblica la propria difficoltà per non compromettere la carriera, Beethoven si isolò progressivamente dal mondo circostante, allontanandosi da tutte le relazioni più care e importanti, sia a livello affettivo che professionale. Questo isolamento lo fece piombare in un pesante stato depressivo, che nel 1802 lo spinse addirittura a tentare il suicidio.

Da molti definito un misantropo, “ostile e scontroso”, Ludwig confesserà in una lunga lettera-testamento che il suo stile di vita solitario fu per lui una scelta obbligata proprio dalla sordità, e rivelò di soffrire molto per la triste e sbagliata considerazione che le altre persone avevano di lui. Ludwig sottolineò anche come, nonostante questa invalidante malattia, non smise di essere un artista e un musicista “di valore”.

Una delle teorie che si è diffusa riguardo all’ipoacusia di Beethoven è che, non riuscendo più a sentire i suoni, il Maestro si concentrava sulle vibrazioni prodotte dal battito del proprio cuore: è stato analizzato, infatti, che molte composizioni di Ludwig presentano delle pause e dei ritmi ispirati all’extrasistole cardiaca, altra patologia da cui Beethoven era affetto. Quel battito anticipato molto spesso presente nella sua musica (l’esempio più celebre è la Sonata per pianoforte n. 26) può in effetti essere un parallelo con l’aritmia del suo cuore.

L’eredità di Beethoven

Le opere musicali di Beethoven sono davvero da considerarsi un patrimonio dell’umanità, dall’Eroica al Fidelio, dalla Pastorale all’Appassionata, solo per citare alcune tra le sue più celebri sonate e sinfonie.

Ed è quasi incredibile pensare che proprio nel pieno della sua sordità, nel 1824, Ludwig van Beethoven riuscì a comporre uno dei suoi capolavori, nonché uno dei punti di riferimento indiscussi della storia della musica classica: La nona sinfonia con il suo meraviglioso Inno alla gioia.

Fonti:

È vero che Beethoven era sordo? – Focus
Beethoven, Ludwig van – Treccani

 

“Il Sistema del tatto”: Costamagna racconta le connessioni tra patria, cuore e memoria

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Finalista del premio Herralde 2018 e vincitrice nel 2019 del premio Circulo del Criticos de Arte in Cile, Alejandra Costamagna, con la sua ultima uscita “Il Sistema del tatto”, ci porta in una storia familiare molto particolare, declinata su tre generazione dove la protagonista Ania, un’insegnante disoccupata, si trova a mettere a confronto presente e passato in un crocevia nostalgico. 

Costamagna, scrittrice contemporanea e di origine piemontese

Alejandra Castamagna, giornalista e scrittrice cilena, è considerata una delle più importanti penne della scrittura latinoamericana.

Un modo di esprimersi pulito e misurato il suo, attraverso il quale mostra, nella sua calma e nel suo silenzio, la ferocia dei sentimenti raccontati.

Ania inizia a riflettere quando, su richiesta del padre, deve recarsi a Campana, città a Nord di Buenos Aires, in quanto Augustin, ultimo rappresentante della famiglia, è appena morto.

Campana era la città che frequentava durante le vacanze estive ma mai più vissuta in quanto, dopo la morte della madre, il padre scelse di trasferirsi in Cile, luogo per alcuni argentini, di tensioni territoriali.

Ma se volete conoscere meglio l’Argentina ne ha parlato in maniera originale Jovanotti durante un suo viaggio in bicicletta.

“Il Sistema del tatto”, tre storie che si intrecciano

Nel romanzo si ritraggono i tre protagonisti: due si narrano in prima persona, tra il presente di Ania e il passato di Augustin mentre il terzo personaggio, Nelida, donna di origine piemontese e mamma di Augustin migrata per aspirare ad un futuro migliore, li conduce nel romanzo. 

I personaggi de “Il Sistema del Tatto” sono tutti diversi tra loro ma entrambi presentano un filo conduttore basato sulle incertezze. Javier, Nelide, Augustin, tutti personaggi fluidi di cui si conosce ben poco ma che in comune hanno il non riuscire a riconoscere come casa nessun luogo in cui abitano.

La chiave di volta del racconto è data dal ritrovamento di cimeli, vecchi libri e fotografie, che Ania trova in vecchie scatole di ricordi ma in particolare da un “Ma­nuale di comportamento per emigranti“(Manuale dell’emigrante italiano in Argentina, un documento storico, datato 1913 e attualmente conservato nella Biblioteca di Biella), e un quaderno foderato di carta da regalo su cui si legge «Agustín Coletti. Dattilografia», datato marzo 1970, lo stesso anno e mese in cui è nata Ania.

Ricordi che faranno viaggiare il lettore senza appesantire l’anima.

Assolutamente complementare alla narrazione si rivela l’inserire nel testo fotografie antiche, immagini di vecchie lettere che rendono vivo il romanzo e vecchi testi battuti a macchina da Augustin, il dattilografo.

In questo libro, Castamagna, abbatte ogni tipo di certezza pur mantenendo un tono calmo.

Ci si può sentire stranieri pur stando a casa?

Nel romanzo non risulta semplice raccontare le connessioni tra patria, cuore e memoria, soprattutto alla luce delle lotte politiche tra Cile e Argentina ma lei lo fa con naturalezza, calma e senza enfasi.

Un libro, questo, sulla memoria, sulla migrazione e su tre personaggi che si sono interfacciati con la separazione dalle proprie radici. 

Una storia di famiglia interamente colpita dalla migrazione e dallo spaesamento che porta alla costante e continua ricerca di identità che altro non fa che restituire ai protagonisti un’esistenza incompiuta che li fa sentire stranieri ovunque si trovino.

Facile chiedersi che significato ha quindi la parola casa… come per Ania, è davvero sempre altrove la vera vita?!

Francesca Sorge

Garrone fa il bis per Dior: il Castello di Sammezzano è un set da sogno

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Il regista è alla sua seconda collaborazione con Dior, e il suo corto per la collezione Haute Couture Primavera-Estate 2021 è visionario ed evocativo.

Launchmetrics, il Brand Performance Cloud per i settori moda e luxury, ha incoronato Dior come marchio più influente sui social e sul web, seguito sul podio da Gucci e Chanel. E questo, cari lettori, non dovrebbe stupirvi, dopo che vi abbiamo già raccontato la meravigliosa campagna per la collezione Dior Haute Couture Autunno-Inverno 2020-2021, curata da Matteo Garrone e fortemente voluta da Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior.

Il mini film è stato un successo incredibile, una creazione estetica e onirica, che ha saputo incarnare in immagini l’alta moda di Dior. E’ stata una collaborazione così proficua, che Maria Grazia Chiuri ha commissionato al regista un nuovo film, per la collezione Haute Couture Primavera-Estate 2021.

I Tarocchi

E qui inizia la sfida: Monsieur Dior era un grandissimo appassionato di tarocchi, proprio le carte gli predissero un futuro radioso nella moda. Anche la Chiuri, degna erede del fondatore della maison, si è man mano avvicinata al mondo della cartomanzia, chiedendo a Garrone un cortometraggio a tema tarocchi: peccato che il regista fosse completamente a digiuno dell’argomento! Questa la sua risposta:

«Una lacuna che sono stato ben felice di colmare»

Se nel primo corto la location era la bellissima cornice del Giardino di Ninfa, per questo Garrone ha scelto un luogo magico in cui aveva già girato Il racconto dei racconti, il fiabesco castello di Sammezzano. La protagonista è Agnese Claisse, figlia di Laura Morante, che entra nel castello per trovare risposte alla domanda “chi sono io?”: nel suo viaggio incontra alcuni degli arcani maggiori come la Papessa, il Diavolo, il Matto, la Stella, che la guidano per trovare la sua essenza: il maschile, il femminile, la libertà di essere. L’ispirazione per gli Arcani viene dai tarocchi viscontei, disegnati da Bonifacio Bembo per i Duchi di Milano nella metà del XV secolo, per alcuni studiosi il mazzo più antico da cui sono derivati tutti gli altri.

Gli abiti degli Arcani che la protagonista incontra sono tutti opere d’arte: ricami, piume, cappe e mantelli. Il gusto è fastoso ma non barocco, ricorda alcuni abiti medioevali. E, oltre ai tarocchi, è evidente l’ispirazione da Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino.

Il Castello di Sammezzano, vera star del corto

Ma al di là di tutto questo, il vero protagonista del corto è il meraviglioso Castello di Sammezzano, in provincia di Firenze, il più importante esempio di architettura eclettica d’Italia. Secondo alcuni studiosi, il più importante d’Europa. Il Castello è ricco di decine di stanze, l’una diversa dall’altra e tutte realizzate secondo differenti stili quali quello Moresco, Bizantino, Ispanico, Persiano, Indiano e così via. Tale corrente architettonica è detta “eclettismo” e trova in questo palazzo uno dei più importanti esempi del mondo. Il suo ideatore, Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona, lo realizzò trasformando la struttura fortilizia preesistente sull’onda della corrente culturale definita “Orientalismo” e volle curare l’enorme parco circostante (65 ettari!) piantando 130 piante esotiche. Tra queste, una magnifica sequoia con tronco gemellare, vera icona del parco.

Questo luogo fatato ha una storia pazzesca, incredibile, come è incredibile che nessuno possa visitare questo capolavoro italiano. Io ho visitato il parco e mi sono avvicinata il più possibile all’ingresso del castello, chiuso e in disuso da 30 anni, abbandonato al suo destino tra intoppi burocratici e trattative fallite per il recupero. E’ un bene privato, appartenente alla Sammezzano Castle Srl, società dichiarata fallita dal Tribunale di Arezzo nel 2015 e uscita dal fallimento nel 2019. Le istituzioni comunali, regionali e statali non hanno avviato alcun genere di intervento per tutelarlo o valorizzarlo, in virtù di questa situazione ibrida.

Il movimento Save Sammezzano

Concludendo, il Castello non è visitabile, non è aperto al pubblico e io sono anni che rosico. Per questo, ho iniziato a seguire sui social il movimento civico Save Sammezzano, che dal 2015 si batte per coinvolgere persone ed istituzioni in merito alla rilevanza artistico-architettonica di Sammezzano ed alla necessità di tutelarlo e valorizzarlo maggiormente e renderlo pubblicamente fruibile. Sono state quindi avviate numerosissime attività di sensibilizzazione, che hanno portato al coinvolgimento di un numero sempre più grande di cittadini, enti, associazioni e soggetti politico-istituzionali. Grazie a tali attività, Save Sammezzano è diventata la più importante campagna di sensibilizzazione con oggetto un sito culturale privato che sia mai stata intrapresa in Italia. Inoltre, Negli ultimi anni il Castello di Sammezzano  è diventato il sito storico italiano maggiormente discusso sui media.

Spero che grazie alla scelta di Garrone e Dior, tutti noi potremo presto andare alla ricerca di noi stessi e della bellezza nel Castello di Sammezzano!

Cinema e moda sono più vicini che mai, i binomi direttore creativo+regista sono sempre di più, forse sarà il futuro della comunicazione di moda?

Foto dal profilo Facebook di Save Sammezzano, per gentile concessione di Save Sammezzano.

Micaela Paciotti

Storia di noia e divorzi

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Mi chiamo Elettra e, in un mondo di Ferrari, la Natura mi ha voluto Pandino scassato di seconda mano. Della mia natura di macchina schifosa, inquinante e poco desiderata mi ero d’altra parte resa conto fin dalla verde età quando il bambino che aveva attirato le mie grazie alle elementari, aveva sbarrato la casella del No alla domanda classica e innocente del Ti vuoi mettere con me?; aveva calcato così tanto sulla pagina che la carta, bagnandosi di inchiostro, si era strappata.

Rifiutata da tutti i miei più grandi amori, e d’altra parte se non avevo avuto né bellezza né carisma avevo ricevuto in dono una tendenza a trovarmi l’amore della vita circa due volte al giorno, avevo finito per andare in sposa ad un uomo mediocre, conosciuto alla sagra del fungo porcino mente beveva una birra triste, con degli amici tristi, su una panca triste.

Quest’ uomo qui lavora dunque otto ore al giorno in un ufficio, non ha inclinazioni particolari, non fa nulla di particolare, non ha segni particolari, è parte della massa, è il simbolo della massa, ama le cose che amano tutti, fa le cose che fanno tutti gli uomini, o quella parte degli uomini che ho conosciuto o che, più realisticamente rispetto ai miei contatti con l’altro sesso, mi hanno raccontato. Nell’ordine: ama la birra, quella industriale, ama il calcio e quando gioca la maggica si mette a urlare, legge solo i titoli degli articoli e pensa quindi di aver compreso il mondo, ama Diletta Leotta e Miriam Leone, e forse ama -e non in senso platonico- pure la sua nuova collega. Invece odia ugualmente le cose che odiano tutti i maschi, quindi: lo shopping, il pranzo con la suocera, le scenate di gelosia.

Abbiamo due bambini, non troppo belli né troppo intelligenti, la domenica mattina ci scambiamo il segno di pace ma la domenica pomeriggio dopo pranzo a stento ci parliamo, il sabato sera andiamo a mangiare nella solita pizzeria da anni e prendiamo la stessa pizza da anni con gli stessi amici da anni, tranne quelli che hanno divorziato: ecco, quelli divorziati non li vedi più, questo l’ho capito, finiscono nello spazio parallelo dei divorziati di cui nessuno sa niente.

Succede infatti che qualcuno si stufi di sopportare tutta questa normalità: non si tratta d’amore perché all’amore, man mano che ti avvicini a quei brutti -anta, non ci credi più. Ecco, l’amore -ora so cosa risponderei a chi tempo fa mi chiedeva cosa fosse- è il Babbo Natale dei vent’anni, forse un po’ dei trenta, ma poi diventa mitologia, tipo il Minotauro, e nessuno che sia sano crede al Minotauro. Quando la gente si stufa, subentra allora il divorzio che a quel punto è come andare dal dentista a farsi tirare un dente cariato. E così, impotenti martiri d’una vita normale, avevamo visto molti nostri amici diventare denti cariati.

“Ci pensi, pure Dario pare c’abbia le corna” la sagoma di mio marito scivola in camera. Non vuole fare realmente conversazione, sta cercando il telecomando della televisione. Sempre stata contraria alla tv davanti al letto: sì, mo’ tutti i problemi del mondo sono dovuti alla televisione.

Si sfila la felpa, si mette dal suo lato con i pedalini sporchi, accende la televisione.

“Non è ancora detto” non voglio fare realmente conversazione, voglio mantenere le apparenze. Guarda lo schermo, sente di strascico un notiziario su una certa crisi che ha investito il potere.

“Hai visto che bordello sta a succede al governo?”

Mio marito non ha mai capito troppo di politica, così si limita a commentare con l’onnicomprensivo ed assai accogliente bordello che è pure la stessa parola che applica a tutte le situazioni che non comprende ma su cui sente di dover parlare.

Il cellulare vibra sul comodino: a caratteri scuri campeggia Manfredi.

Lo sconosciuto nel letto mi chiede chi sia. Il tecnico, dico, ed un po’ è vero. Mezza bugia, mezza verità. Manfredi non sarà in questo caso il figlio di Federico di Svevia ma come lui è un conquistatore illegittimo che, da qualche tempo a questa parte, ha piantato la sua bandierina nel centro esatto del mio cuore: negli anni la predisposizione a prendermi sbandate di tutto rispetto non è mai cambiata. Manfredi, che oltre lo spazio stretto della mia rubrica si chiama Alberto, è l’uomo che mi salva dall’essere il dente cariato, il dentifricio super fresh che mi smacchia il tartaro matrimoniale. Bello, con due pietre azzurre un po’ opache nelle orbite, i capelli quasi grigi. Il mio cuore, a suon della sua voce, ha fatto dei botti paurosi e nel giro di qualche vocale mandato su Telegram mi sono riscoperta cotta e stracotta come una pera.

Ecco, mi sono detta a sentirlo parlare, ecco che l’amore invece esiste, e non c’è un universo dei divorziati e i denti cariati vengono curati e sostituiti, e per ogni marito normale c’è un uomo-altro.

Babbonatale esiste, avevo continuato, viva la Svevia, e viva l’imperatore!

Così, una sera, gli ho detto, proprio così: io mi sa che un po’ mi innamoro. Ecco allora crollato il mito imperiale: Alberto si è fatto nel tempo più schivo, è tornato uomo-primo, e un’altra sera –che schifo la comunicazione tempestiva– con quella stessa voce lì, ha detto: forse invece sono anche io un po’ sposato.

Io Elettra, Pandino fiero da generazioni, mi sono scoperta con le ruote tagliate. E’ difficile dire come, grazie a Manfredi-Alberto, ho maturato l’idea del divorzio: sono stata moglie, amante, madre, moglie, amante madre; la giovinezza l’ho perduta nella spasmodica ricerca del ruolo, la vita adulta l’ho trascorsa adattandomi ad esso: ora, a quarant’anni, spogliarmi dal mio essereMoglieAmanteMadre mi fa essere un niente, e oltre il nome nulla mi è rimasto, se non una vita mediocre fatta di cose da pagare a fine mese.

Io e Mio Marito ci siamo separati poco dopo: basta non andare per avvocati, ha detto, mettendo a letto i bambini. Due mesi dopo, manco a dirlo, siamo in tribunale, balzandoci i pesi della vita insieme, svuotando i sassolini dalla scarpa sino a farne una valanga. Ci vuole coraggio e amore infinito a lasciarsi andare senza odio, e noi non abbiamo avuto né l’uno né l’altro.

Ho preso una casa più piccola, nella periferia, e la prima sera che mi sono ritrovata sola- quell’agognata condizione straniera- era il giorno degli innamorati. E’ difficile anche essere soli in realtà perché se ti siedi sul divano e dimentichi il telecomando non puoi chiamare nessuno perché te lo porti. Ma così stanno le cose adesso: finalmente una nuova vita, un nuovo inizio…

il cellulare, lasciato abbandonato sul lato vuoto del divano, vibra. Sta scritto Manfredi. Il messaggio dice: “Comunque sto divorziando” e a conclusione delle tre parole una marea di puntini, ad alludere ad altre conclusioni.

Serena Garofalo

DAD, risorse per docenti e studenti

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Quest’estate la nostra Cristiana F. Toscano si è fatta portavoce del opinioni degli studenti sulla DAD, che significa “didattica a distanza”, nuova forma di insegnamento imposto dal Covid-19.

L’Italia è rimasta piuttosto smarrita all’inizio, e forse lo è ancora, ma la didattica a distanza è una pratica nota nel mondo: pensate anche solo all’Australia, un continente immenso dove è impossibile raggiungere tutti i ragazzi con scuole fisiche.

DAD: la scuola in Italia

Il nostro Paese, quando si parla di tecnologia e innovazione, non è certo al primo posto. Lo dimostra anche solo il fatto che la maggior parte dei docenti oggi non è in grado di fare delle slide su power point, ad esempio. Ma la colpa di chi è? Nella redazione di CulturaMente ci sono moltissimi laureati in lettere che possono confermare di aver conseguito il minimo dei crediti formativi in alfabetizzazione informatica: una formazione assolutamente basilare che non consente di fronteggiare criticità di questo tipo.

Cosa pensano i docenti della didattica a distanza

Non solo gli studenti lamentano i limiti della DAD, ma anche i docenti. Le principali criticità riscontrate sono:

  • Problemi a mantenere la relazione con la classe;
  • Difficoltà a usare gli strumenti informatici da parte di docenti, ma anche degli alunni (alcuni ragazzi non possiedo un computer o una stampante e devono lavorare sullo smartphone);
  • Rischio di abbandono scolastico degli allievi più fragili;
  • Impossibilità di lavorare sull’orale, specialmente per le lingue straniere;
  • Mancanza di corrispondenza tra insegnamento tradizionale e mondo del’e-learning. Il modo di apprendere dei ragazzi sta cambiando con le nuove tecnologie e c’è bisogno di attualizzare la formazione;
  • Mancanza di dimestichezza con tool digitali animati che renderebbero più coinvolgente la lezione, visto che con le lezioni online è difficile mantenere l’attenzione.

Come fare didattica a distanza

Premesso che non è in nostro potere lanciare un Bonus per aiutare le famiglie ad acquistare i computer o per avere i giga gratis per la didattica a distanza e premesso che sarebbe stato il caso di avviare dei corsi formativi per i docenti alle prese con la tecnologia, abbiamo deciso di stilare una lista di risorse per docenti e alunni.

Google Classroom è gratis, usatelo

Molti docenti lamentano il fatto che gli alunni inviano foto dei compiti, magari via email. In tal senso Google Classroom è lo strumento perfetto. Il docente può realizzare un documento online da linkare agli alunni, e gli alunni possono creare una copia di quel documento (da denominare con il loro nome, magari) da linkare poi al docente, sempre in classroom. Bisogna lavorare online: così il docente può commentare il compito come se stesse lavorando su word, e apportare le correzioni. Non inviate immagini dei vostri compiti!

OBS: le video correzioni

Noi di CulturaMente siamo soliti rendere pubbliche (nella nostra redazione) le correzioni di tutti gli articoli: così ognuno può imparare dagli errori dell’altro. Per fare questo registriamo delle video-correzioni con OBS Studio, uno strumento gratuito che vi consente di registrare lo schermo del vostro pc. Quindi se state correggendo il documento online del vostro alunno potete commentare ad alta voce le correzioni che fate, mentre inserite i commenti nel testo online. Questo metodo ci sembra ottimo per le versioni di greco e latino, per le traduzioni, per i compiti di matematica.

Internet per insegnanti: la playlist con i video corsi gratis

In questa playlist gratuita su YouTube trovate i tutorial degli esperti del digitale per conoscere nuovi strumenti e imparare ad usarli.

Video dosi di Letteratura per gli studenti

Ecco una piccola mappa di fonti:

Nel frattempo potete approfondire le eroine letterarie con la rubrica Dosi di Eroine.

Il ripassino di Storia

Suggeriamo il sito Fatti per Storia: in quanto spacciatori di cultura non potevamo proprio farne a meno!

La super dose di Francese

TITOLO E DESCRIZIONECLASSI
Les figures de style (Videolezione sulle principali figure retoriche)III – IV – V LINGUISTICO
Les mouvements littéraires – de l’Humanisme au Nouveau Roman (Videolezione di estrema sintesi dei movimenti letterari principali)III – IV – V LINGUISTICO
Le cyber-harcèlement Ted-X (Il Cyberbullismo, una testimonianza su Ted-X) iDal II al V anno delle Superiori
Les fautes en français Ted-X (Gli errori in francese, Ted-X, molto leggero e carino)Dal II al V anno delle Superiori
La Révolution française en 4 minutes (La Rivoluzione francese in 4 minuti)IV Liceo Linguistico
“Je suis la star” A musée-toi – la Joconde (Campagna museale per i giovani, la Gioconda, Arte-Francese)Dal II al V Superiore, sia per la conversazione che per il CLIL/DnL di arte e francese
“Tu fais la gueule” A musée-toi – Dipinti (Campagna museale per i giovani, Arte-Francese)Dal II al V Superiore, sia per la conversazione che per il CLIL/DnL di arte e francese
Visite virtuelle Fondation Monet (Visita virtuale fondazione Monet) Dal I al V Superiore Arte-FranceseDal II al V Superiore, sia per la conversazione che per il CLIL/DnL di arte e francese
L’Aveu de Phèdre – La confessione di Fedra, monologo (tratto da “Phèdre” di Jean Racine)IV Liceo Linguistico
Dialogue Rodrigue et son père – Dialogo tra Don Rodrigo e suo padre (tratto da “Le Cid” di Corneille”)IV Liceo Linguistico
La Pléiade – Videolezione introduttivaIII Liceo Linguistico
Le Classicisme – Videolezione introduttivaIV Liceo Linguistico
Le Théâtre classique – Videolezione introduttivaIV Liceo Linguistico
Les “Essais” de Montaigne – Videolezione sui saggi “Des Cannibales” e “Des Coches”III Liceo Linguistico
L’Affaire Dreyfus – Videolezione di approfondimento sul testo “J’accuse” di ZolaV Liceo Linguistico
Le Surréalisme – Entretien originel avec André Breton – (Il Surrealismo, intervista originale del 1960 ad André Breton che spiega cosa sia il Surrealismo)V Liceo Linguistico
Claude Lévi-Strauss, entretien originel (Intervista integrale all’antropologo ed etnologo Claude Lévi-Strauss)V Liceo Scienze umane – Opzione economico-sociale
Film completo “Le Père Goriot” (tratto da “Le Père Goriot” di Balzac)V Liceo Linguistico
Film completo “Madame Bovary” (tratto da “Madame Bovary” di Flaubert)V Liceo Linguistico
Analyse du personnage de Emma Bovary – Videolezione sull’analisi del personaggio di Emma BovaryV Liceo Linguistico

Quiz di cultura generale fatti dagli Spacciatori di CulturaMente

Vuoi suggerirci qualche link interessante per la DAD? Scrivici un commento, la pagina è in allestimento!

Ripasso ed elaborato per la Maturità 2021

“Gli amanti del Pont-Neuf”: istinto e salvezza

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Le persone che si sognano di notte bisognerebbe chiamarle la mattina. La vita sarebbe più facile.

Titolo originale: Les amants du Pont-Neuf
Regia: Leos Carax
Soggetto e sceneggiatura: Leos Carax
Cast principale: Juliette Binoche, Denis Lavant, Klaus Michael Gruber
Nazione: Francia
Anno: 1991

L’abbrivio è spiazzante.

Un taxi percorre le vie di Parigi in una notte sospesa fra irrealtà e irresponsabilità. Si percepisce il turbamento dell’attesa, quell’inquietudine che precede l’avvento della perturbazione. La camera di Carax mostra un individuo rasato, caracollante in mezzo alla strada; ha l’andamento dell’ubriaco, il volto emaciato di chi è fuori dal mondo. Al lato del boulevard c’è una ragazza cenciosa, che incede a testa bassa e ha un occhio bendato. Si incontrano, si sostengono. È l’inizio di qualcosa che «è amore ma non storia»[1].

L’occhio del regista, costantemente a cavallo fra poesia e lirismo, fotografa qui più che altrove la necessaria uscita dal principio di realtà. È un tratto tipico del suo cinema, pensato su registri alternati e finalizzato allo spaesamento: c’è una dissonanza armonica fra la crudezza del proemio e il successivo svolgersi dell’oggetto, là dove l’astrazione dal reale procede, incredibilmente, mediante un attraversamento dello stesso. La ricerca di un unico senso – o meglio, di un’interpretazione univoca – si scontra, nelle opere di Carax, con una gestione dei corpi che sfugge al controllo, con il posizionamento di essi entro uno spazio ri-definito, quasi plasmato dal ritmo dei loro ‘passi’.

Gli amanti del Pont-Neuf è, in questo senso, un film emblematico.

Alex (Denis Lavant), clochard metropolitano, si muove convulso – salta, scavalca, ignora tutte le barriere fisico-spaziali. L’unione con Michèle (Juliette Binoche) è infatti, prima di tutto, un miscuglio spasmodico, una relazione in cui il contatto precede il pensiero. I corpi dei due si intrecciano, si abbracciano, scivolano nella ripa dell’odio-amore, dove l’inseguimento si alterna alla zuffa, e il confine fra equilibrio e abisso è tristemente labile. Schiacciati dal loro peso, dal reciproco ‘non esserci’ nel mondo, alimentano azioni che è impossibile decifrare, che lasciano segni già visibili nelle rughe, nella pelle tagliuzzate delle mani. Lo sguardo impietoso, del resto, ha già svelato la nudità dei ‘miserrimi’; dopo l’incontro tra i due amanti c’è infatti una carovana di dannati, donne e uomini miseri, sfiancati dall’esistenza ai margini.

Risiede qui l’eredità maggiore del cinema di Carax, tanto proprio da far escludere – quasi – un’influenza ravvisabile.

La ‘poetica del brutto’, cara agli artisti novecenteschi, si impianta nel film con il suo pieno valore: la camera carezza volti sfranti, indaga ventri molli, si appunta su unghie consumate dalla sozzura. Il richiamo all’espressionismo è evidente, e consente all’autore di trattare il deforme come filtro espressivo delle sofferenze, operando al contempo riscatto etico dei personaggi. È vero, come afferma Bini, che «la cinepresa di Carax smarrisce quasi del tutto, nel decorso dello spettacolo, il segreto di quel vorticoso e netto tracciato di una lama d’acciaio che strappa nel proemio le immagini delle carni vive della vita»[2].

Tuttavia la storia di Alex e Michèle è un’esplosione di vigore, è carne che si lacera e si ricompone mostrando, in controluce, tutta la violenza della normalità. Il regista gioca con alcuni elementi che rappresentano, com’è chiaro, i tratti distintivi dei protagonisti; le fiamme e l’occhio (Alex è un acrobata mangiafuoco, Michèle sta diventando cieca) si pongono come chiavi d’accesso di una rappresentazione ipertrofica, in cui le immagini scaturiscono poderose, a tratti un poco manierate.

È un modo, per Carax, di divertirsi e inquietare.

Egli non fornisce, a differenza di altri, una lente da inforcare ai fini della decifrazione. Lo spettatore è soggiogato, segue una corrente perturbante, e comprende – in corso d’opera – l’inutilità di canoni e limiti. È il fuoco, dunque, il primo elemento-spia. Simbolo di passione e minaccia, segna le tappe dell’amour fou sino a sciogliersi nel gelo delle acque della Senna. L’occhio, d’altra parte, è porta d’accesso al mondo di Michèle, coperto da una medicazione che nasconde un buco: l’abisso, colmo di rabbia, di una vita votata all’amore. È Alex a scoprirlo, e a guidarla poi nel buio dove riesce a vedere. Lì solo si scopre il reale, il ‘vero’ che resiste all’impostura della luce.

C’è un primo finale: la separazione e poi la cura di entrambi, anche se in luoghi diversi; lei recupera la vista grazie al professor Destouches, lui è in prigione per omicidio colposo. Si incontrano nel parlatorio, liberi dalle lacerazioni che li univano senza fondersi: «Volevo vederti e anche volevo che tu mi vedessi…»; «Non zoppico più». «Cosa?»; «Non zoppico più». E finalmente è una danza, priva di spasmi e tormenti rapsodici. Li attende il mare, per Michèle il solo vero (possibile) regno dell’amore.

Ginevra Amadio

Tre motivi per vedere il film

– L’incontro fortuito tra Alex e Michèle
– La scena dello sparo allo spioncino
– Le citazioni d’autore

Quando vedere il film

Quando si desidera un amore totale, e un film magniloquente.

Note

[1] L. Bini (a cura di), Attualità cinematografiche 1992, Milano, Edizioni «Letture», 1992, p. 16.
[2] Ibidem.

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

L’Impero romano su Netflix: la storia che diventa romanzo!

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Uno dei più importanti docu-fiction sulla storia romana, L’Impero romano, è disponibile su Netflix. La serie si propone di approfondire, in ogni stagione, una figura celebre della storia dell’Impero: Commodo nella prima; Cesare nella seconda; Caligola nella terza ed ultima. Complessivamente, però, la serie non permette allo spettatore poco esperto di storia di avere un quadro preciso sugli eventi trattati. Non si capisce, inoltre, il motivo per cui si vada avanti e indietro nella trattazione degli eventi, al posto di favorire, come sarebbe più logico, una rappresentazione lineare ed ordinata degli uomini che hanno reso grande Roma.

È abbastanza banale, quindi, il modo in cui sono stati trattati gli argomenti, considerando l’enorme quantità di film, serie tv e romanzi che sono già stati scritti a riguardo… Basterebbe pensare, per esempio, ad Augustus di John Williams o alle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar: questo è un ottimo modo per approfondire le dinamiche storiche e, contemporaneamente, anche il mondo interiore di personaggi che si sono trovati ad avere in mano il comando di un intero impero!

Una serie così, invece, potrebbe servire sì come intrattenimento, ma di storico ha poco o niente!

Commodo: Potere e sangue – Stagione 1

Nei primi episodi viene trattata la biografia di Commodo, che appare subito come l’arrogante figlio dell’imperatore Marco Aurelio. Fortissimo è dunque il contrasto messo in evidenza tra il giovane e la figura paterna: mentre Marco Aurelio deve fronteggiare con fatica le tribù nemiche, il figlio cresce tra il lusso e gli agi della corte imperiale; se il padre lascerà come sua testimonianza spirituale una grande opera della letteratura filosofica, i suoi Ricordi (o A se stesso), Commodo, al contrario, verrà ricordato solo per alcune (false) vittorie nell’arena (come si può notare dagli ultimi episodi).

Tuttavia, è importante notare la mancanza di profondità psicologica dei personaggi rappresentati: Commodo, paradigma del governatore supponente, non riesce mai a conoscere il senso del limite; Cassio Dione, storico e politico, rivela un atteggiamento molto distaccato ed eccessivamente razionale; la sofferenza e la rabbia che la sorella di Commodo, Lucilla, nutre verso il fratello vengono vagamente accennati in pochi minuti.

Giulio Cesare: Il signore di Roma – Stagione 2

Peggiore tra tutte è la seconda stagione, a partire dalla scelta dello stesso protagonista, Giulio Cesare, che, come sa qualsiasi persona dotata di un minimo di cultura generale, non fu mai imperatore, ma dittatore perpetuo. Si può considerare come imperatore (o, meglio, principe) il suo successore, Augusto, ma non Cesare!

Un altro enorme difetto della serie tv è la descrizione della guerra civile contro Pompeo: il tutto viene ridotto a poche battaglie, anzi, ad una, ovvero quella di Farsalo, in Tessaglia. Inoltre, l’aspetto romanzesco pervade tutte le scene che riguardano l’amore tra Cesare e Cleopatra.

Insomma, sembra proprio che, in fondo, la scelta di raccontare la biografia e le imprese politiche di tale personaggio sia più dovuta a ragioni commerciali che ad un intento puramente divulgativo.

Caligola: l’imperatore pazzo – Stagione 3

Nell’ultima stagione ad essere oggetto di attenzione sono la vita e le vicende di Caligola. Importante, anche in questo caso, è il rapporto con la famiglia: l’ostilità di Tiberio, soprattutto rivolta contro il padre di Caligola, Germanico, viene interpretata come la causa del suo turbamento psicologico. La sua psiche, anomala e perversa, danneggiata da questo passato così difficile, giustificherebbe, secondo la serie, l’atteggiamento fortemente autoritario dell’imperatore.

Eppure, questo è un ennesimo clichè storiografico! Il primo che fa di Caligola il paradigma del governatore pazzo è stato proprio Svetonio, nell’opera De vita Caesarum: forti, in questo caso, sono le immagini dell’imperatore che si autoproclama, sfidando lo stesso Giove, oppure la descrizione della sua corporatura, che vuole alludere alla psiche malata del princeps.

Il problema principale della serie tv è l’incapacità di trasmettere il vero intento del governo autoritario di Caligola: al di là delle sue “manie di persecuzione” (così le definisce la serie) e dei vari intrighi di corte (si pensi, per esempio, ai rapporti incestuosi con le sorelle), alla base dell’atteggiamento dispotico del princeps c’è la volontà di creare un governo a stampo orientale, che possa quindi vedere la sua figura come una vera e propria divinità. Questo dettaglio, però, viene trascurato, a favore di particolari poco storici, ma che hanno molto del romanzesco.

Per concludere, posso dunque dire che il giudizio è complessivamente negativo: troppi sono, infatti, gli errori e le imprecisioni dal punto di vista storiografico… Posso capire che non sia facile trasmettere l’amore per la storia attraverso una serie tv e che quindi si debba, a volte, rendere tutto un po’ più “scenografico”, ma in questo caso, come dice un vecchio proverbio, “il troppo stroppia“!

Lorenzo Cardano

Jonathan Swift in pillole | Classici della letteratura inglese

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Jonathan Swift è considerato uno dei più importanti autori di lingua inglese, famoso per l’impiego di un genere letterario molto particolare: la satira.

Chi era Jonathan Swift?

Jonathan Swift nacque in una povera famiglia irlandese. Suo padre morì mesi prima della sua nascita e sua madre tornò in Inghilterra poco dopo il parto, lasciandolo alle cure di suo zio a Dublino. Nel 1689, dopo l’abdicazione di Giacomo II e l’invasione dell’Irlanda, Swift, come molti altri protestanti, fu costretto a trasferirsi in Inghilterra, ma tornò in Irlanda dopo qualche anno.

Nel 1713 divenne il capo della resistenza contro l’oppressione britannica. Le sue idee politiche sono la chiave per leggere le sue opere: queste attaccavano gli inglesi ma sempre indirettamente tramite una sottile ironia.

Famosa è A modest proposal del 1729 in cui sottolinea il problema della povertà e dell’arretratezza dell’Irlanda del periodo e propone, con amaro sarcasmo, che il problema dei genitori poveri potrebbe essere risolto con la vendita dei loro figli come cibo per i ricchi. 

Il genere della satira

L’abbiamo nominata diverse volte, ma cos’è davvero la satira come genere letterario? Con questo termine, generalmente si intende ciò che tratta di vizi, contraddizioni e follie del genere umano e della società con lo scopo di prenderle in giro o, ancora meglio, di condannarle.

In A modest proposal di Swift, di cui abbiamo accennato poco più sopra, l’autore usa un mix grottesco ma potente di ironia e parodia. Swift propone una soluzione ad un serio problema, ovvero la povertà e la fame, tramite un’analisi razionale: i bambini irlandesi che muoiono di fame potrebbero essere venduti come cibo ai ricchi inglesi. La proposta “modesta” ovviamente non può realizzarsi, in quanto brutale e selvaggia, ma avrebbe perfettamente senso.

I viaggi di Gulliver

Il titolo originale è Gulliver’s travels ed è una satira sotto forma di racconto di viaggio. Il protagonista è il dottor Lemuel Gulliver, un medico di bordo.

Il libro è strutturato in quattro viaggi separati che il protagonista affronta per caso, in seguito a naufragi e altre peripezie.

Nel primo viaggio Gulliver si imbatte nella organizzatissima società dei Lillipuziani, piccole creature vanitose che credono che la loro bassa statura sia l’unico standard possibile contro cui il mondo deve essere misurato.

Troviamo l’elemento della differenza di statura anche nel secondo viaggio, in cui Gulliver si ritrova nella terra dei giganti Brobdingnags, per mostrare quanto la percezione di noi stessi dipende dalle norme che ci vengono imposte e diamo per scontate.

Nel suo terzo viaggio Gulliver arriva a Laputa, un’isola che fluttua per via del magnetismo. Il protagonista scopre che gli abitanti di Laputa sono interessati solo a nozioni astratte ed è proprio la distanza con la realtà che fa sì che l’isola voli.

Nell’ultimo viaggio, Gulliver si trova nella terra dei Houyhnhnms, cavalli intelligentissimi che hanno come schiavi gli Yahoo, che si riveleranno essere creature molto simili agli esseri umani. Gulliver si sente umiliato da come i suoi simili vengono trattati ma allo stesso tempo è affascinato dall’intelligenza dei cavalli. Di nuovo, quindi, un cambio di prospettiva fa sì che Gulliver si renda conto che gli uomini non sono la specie dominante.

Tornando in Inghilterra, Gulliver si rende conto di provare disgusto per gli essere umani e di preferire la compagnia dei cavalli a loro.

Il libro sembra quindi una semplice storia d’avventura, in realtà invece si tratta di una satira sociale sulle istituzioni, sulla politica e sui valori inglesi. 

Il film “I fantastici viaggi di Gulliver”

Nel 2010 è uscito il film “I fantastici viaggi di Gulliver” diretto da Rob Letterman con protagonista lo spassosissimo Jack Black nei panni di Gulliver. L’ambientazione è moderna ma rimane lo spirito di Jonathan Swift! Guarda qui il trailer:

Veronica Bartucca

Leggi l’uscita precedente di Letteratura inglese in pillole:

“Soul”: un cartone animato che parla all’anima

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Soul è il nuovo cartone animato firmato Disney Pixar, uscito a Natale. Queste festività natalizie sono state senza ombra di dubbio diverse dalle solite. Il coronavirus, oltre a farci vivere un intero anno ormai isolati e distanziati, ci ha fatto trascorrere un Natale atipico. Tuttavia, il cartone animato Soul è stato, quasi sicuramente, una dolce scoperta: un balsamo per l’anima e per lo spirito. Rappresenta quei piccoli regali inattesi che molto spesso la vita ci fa. E la vita lo fa, il più delle volte, proprio nei momenti in cui sembra quasi tutto perduto, in cui l’essere umano tende a voler mettere i remi in barca.

Soul non ci parla esclusivamente di anima, è la vita ad essere la vera protagonista.

Non poche critiche e recensioni si sono soffermate sul fatto che Soul non rappresenta lo standard classico del cartone animato per bambini. Molti hanno parlato di un cartone più adatto agli adulti. Io non mi trovo totalmente d’accordo con questa affermazione. Perché i bambini devono quasi essere “catalogati”? Perché proteggerli sempre e comunque in una sorta di bolla di sapone? La campana di vetro non è utile, anzi, molto spesso ha un effetto boomerang catastrofico sui più piccoli. È proprio dall’età dei bambini che si forgia la personalità ed il carattere degli adulti di domani. Anima, spirito, vocazione, talento, sentimenti ed emozioni sono tutti temi che i bambini necessitano di conoscere da subito. Non dobbiamo sempre pensare che rappresentino degli argomenti “per adulti”, dei “tabù”. Non è così… Ed il mondo della scuola, la società in senso ampio, devono essere pronti e prendere consapevolezza di questo. Ma senza troppe digressioni, senza troppe riflessioni che meriterebbero un approfondimento a parte, torniamo alla trama di Soul (per chi ancora non avesse avuto modo di vederlo!).

La trama

Il protagonista della storia è un insegnante di musica di scuola media di nome Joe Gardner. La sua unica passione che lo fa sentire vivo ha un solo nome: Jazz. Questa grande vocazione lo porterà, in modo del tutto accidentale, a lasciare il mondo terreno. La sua anima viaggerà in un’altra dimensione che lo porterà a scoprire sensazioni, emozioni, mai provate prima. È uno spazio lontano dal mondo terrestre: composto da anime perse (divorate dall’ansia e dall’angoscia), anime giocose, anime creative, etc.

Senza spoilerare troppo e senza andare troppo nel dettaglio della storia, possiamo dire che il protagonista incontrerà un’altra anima, dal nome singolare di “22”. È un’anima ribelle che, da secoli, fa di tutto per non nascere, convinta dell’inutilità ed insensatezza della vita. Non basteranno nemmeno tutor del calibro di Madre Teresa e Gandhi per superare la prova! Trovare la propria scintilla, quella luce che ci guida, non sarà poi così difficile, ma per lei sembra impossibile. Almeno fino all’arrivo di Joe Gardner.

Soul ci racconta il meraviglioso viaggio di questi due personaggi, a tratti metafisico e filosofico: apparentemente distanti, ma in realtà molto più vicini di quanto possiamo credere.

La cornice di Soul è sublime: musica, immagini, doppiaggi, sono il suo fiore all’occhiello.

Nel cartone Soul nulla è lasciato al caso. La città in cui si svolge la storia, New York, è frenetica, caotica, colorata e frutto di una fusione di popoli e culture diverse. È un melting pot di storie, avventure, passioni ed incontri. La voce dei personaggi non è da meno: Neri Marcorè per la voce di Joe Gardner, Paola Cortellesi per 22. La cornice musicale è stata realizzata per l’occasione da Trent Reznor e Atticus Ross. È proprio grazie alla musica che la parola trova forma, il complesso diventa semplice. La struttura narrativa dell’intero cartone si basa proprio sulla musica e sulle immagini. Queste ultime rafforzandone il significato ed il costrutto metaforico che ne è alla base.

Insomma, senza troppi giri di parole: Soul va visto. Ed una volta visto: o lo si ama o lo si odia.

Serena Cospito

Clubhouse: fenomenologia del discusso social network

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Clubhouse è il nuovo social network di cui tutti stiamo parlando negli ultimi giorni. Come funziona? Chi vi può accedere? Quali sono le caratteristiche del nuovo social?

Queste sono le domande a cui risponderò all’interno di questo articolo. Ma partiamo dall’inizio. Per attitudine, studi e percorso professionale mi sono sempre interessata a tutti i mezzi di comunicazione di massa: dalla carta stampata alla radio, dal cinema alla televisione per arrivare ai social network. Uso Facebook dal 2007; Twitter, Instagram e LinkedIn dal 2010; Pinterest dal 2012. Seguendo lo stesso principio guardo la prima puntata di tutti i nuovi programmi tv che vanno in onda (per farmi un’idea del format) e, entro il 31 gennaio di ogni anno, recupero tutti i film candidati agli Oscar.

Quando nel 2016 una mia carissima amica mi ha parlato per la prima volta di Tik Tok, dicendomi che sua figlia di nove anni lo usava, sotto l’attenta supervisione genitoriale per “fare dei balletti”, ho archiviato l’informazione e deciso di non scaricare l’app, sottovalutando erroneamente questo social network. Mi sono detta: “Se l’utente tipo è una bambina (o ragazzina?!?!) che frequenta ancora la scuola elementare, Tik Tok non può essere un social per me che ho superato abbondantemente l’adolescenza”.

Ho fatto un errore di valutazione, perché nel frattempo Tik Tok ha sbancato anche tra gli adulti e quando mi sono iscritta nel 2020 mi sono sentita una nonna. A quel punto come Rossella O’Hara in Via col Vento si ripromette di non soffrire più la fame, io ho giurato a me stessa che, da specialista della comunicazione, non sarei mai più arrivata in ritardo su un social.

Così quando la scorsa settimana sulla mia bacheca di Facebook sono comparsi status a tema Clubhouse ho deciso di non perdere tempo: ho scaricato l’app, mi sono iscritta inserendo il mio numero di telefono e ho scoperto che non si può entrare subito nella community: bisogna mettersi in lista d’attesa. Su Clubhouse si entra solo su invito.

Incredibilmente quattro ore dopo ero già dentro.

La caratteristica principale del nuovo social è l’esclusività, declinata a vari livelli.

Esclusività all’ingresso

La strategia di marketing è stata attentamente pianificata dai fondatori Paul Davison e Rohan Seth, che si sono ispirati al principio di scarsità, secondo cui un’opportunità risulta essere più desiderabile quando la sua disponibilità è esigua o limitatamente accessibile. Come ho già spiegato a Clubhouse si può accedere solo dopo aver ricevuto gli inviti. Negli Stati Uniti la diffusione degli inviti è stata pianificata in modo dettagliato. Essi sono stati inizialmente distribuiti solo ai vip americani: Oprah Winfrey, Jared Leto, Drake, Kevin Hart, Chris Rock.

Prima della gente comune su Clubhouse sono arrivati “quelli che contano”, che hanno iniziato a loro volta a invitare gli amici dando così vita a un circolo elitario. 

Esclusività del “senso”

A differenza degli altri social a cui siamo abituati – su cui utilizziamo contemporaneamente comunicazione scritta, vocale e visiva – Clubhouse propone l’utilizzo esclusivo della comunicazione vocale. Come si può leggere sul sito dell’applicazione:

Clubhouse is a new type of social product based on voice. It allows people everywhere to talk, tell stories, develop ideas, deepen friendships, and meet interesting new people around the world.

Nel momento in cui l’utente individua una stanza che in cui si parla di argomenti interessanti deciderà di unirsi a quella conversazione. Dovrà quindi ascoltare, capire di che cosa si parla, intervenire chiedendo la parola. Nella stanza si può essere moderatori, speaker o ascoltatori. Il moderatore ha ovviamente l’onere di gestire la conversazione, invitare gli altri e dire la propria o togliere loro parola. Gli speaker sono tutti quelli che hanno la possibilità di esprimersi e, infine, gli ascoltatori sono quelli che ascoltano passivamente in “modalità podcast “, potremmo dire.

Clubhouse ricorda molto il mondo della radio, con la differenza che permette all’ascoltatore di dire ciò che pensa realtime e di avere uno scambio con artisti, cantanti e personaggi dello spettacolo. Io, ad esempio, mi sono ritrovata in una room con Morgan e Calcutta.

Esclusività spazio-temporale

Le interazioni tra utenti su Clubhouse si svolgono hic et nunc. Mentre sugli altri social gli utenti possono scambiarsi like e inviarsi messaggi che possono essere visualizzati in un momento successivo, su Clubhouse è richiesta la propria presenza live. Se una mattina non riesco a connettermi al social e mi perdo le informazioni, a cui ormai sono affezionata, fornite nella stanza “Rassegna stampa” non posso più recuperarle.

Una mia personale impressione è che Clubhouse abbia poi preso dalla televisione l’organizzazione quotidiana e settimanale secondo un palinsesto. Se ci si connette al mattino si trovano stanze come: “Rassegna stampa”, “Breakfast club”; “Il caffé del Buongiorno”; nel pomeriggio gli argomenti sono vari e si passa da stanze come “Aneddoti di vita legati a una canzone” a “Parliamo di Outdoor”; alla sera spesso, come se fossimo in un salotto televisivo, troviamo conversazioni con gli argomenti del giorno: Draghi, Conte, Sanremo 2021. A qualsiasi ora sono presenti stanze autoreferenziali in cui si discute di Clubhouse su Clubhouse. Al momento in cui scrivo trovo per esempio “Welcome to Clubhouse (Beginners Guide)”, “Cloubhouse è emergenza PREZZEMOLINI nelle room”, “Just join Clubhouse? Tips&Triks to become influencer”.

Esclusività del dispositivo

Chi vuole accedere alla piattaforma deve registrarsi con i suoi dati personali permettendo di verificarne la validità. L’iscrizione è possibile solo dopo aver compiuto la maggiore età. Ma soprattutto bisogna possedere un dispositivo Apple: chi ha Android, al momento, è escluso da Clubhouse.

Esclusività degli argomenti

In Italia Clubhouse è, almeno in questo momento, invaso da tutti i soliti nomi del panorama italiano della comunicazione. Di conseguenza la maggioranza della stanze sono a tema “success coaching”, “marketing strategies”“personal branding”. La speranza è che, con l’apertura a più utenti appartenenti a mondi diversi, Clubhouse possa diventare un grande bar dove confrontarsi sui temi più disparati.

Nonostante ciò Clubhouse sembra davvero uno strumento nuovo dalle potenzialità inedite.

Ultimi aggiornamenti

A breve, fortunatamente, Clubhouse potrebbe non essere più così esclusivo. La versione per Android potrebbe arrivare entro maggio 2021. Gli sviluppatori hanno condiviso la tempistica con un post su Twitter: la realizzazione dell’app dovrebbe infatti essere conclusa per fine aprile. Un’altra novità importante potrebbe essere l’eliminazione della necessità di ottenere un invito per entrare, allargando così a tutti le opportunità di accesso.

Valeria de Bari

“Lei mi parla ancora”: nessuno è più presente dell’assente

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“Lei mi parla ancora” è l’ultimo film di Pupi Avati, ma è l’ennesimo che non debutta nelle sale cinematografiche da un anno a questa parte.

Come in altri casi, il film è così bello che sarebbe stato un peccato rimandarne l’uscita sine die, in attesa della riapertura dei cinema. Ecco, quindi, che interviene Sky Cinema, il canale su cui “Lei mi parla ancora” sarà trasmesso in prima assoluta l’8 febbraio alle ore 21.15. Per chi vorrà vederlo nei giorni a venire, resterà disponibile anche on demand e in streaming su NOW TV.

Il film è tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Sgarbi, padre dei celebri Elisabetta e Vittorio, in cui racconta la lunga e felice storia d’amore inesauribile con la moglie Rina in un delicato e appassionato dialogo a distanza.  

Pupi Avati e il figlio Tommaso ne hanno preso la trama e ne hanno tratto liberamente soggetto e sceneggiatura.

Nino e Caterina sono sposati da sessantacinque anni e si amano profondamente dal primo momento che si sono visti. La morte di Caterina (Stefania Sandrelli) annichilisce Nino (Renato Pozzetto), quasi incredulo della sua “perdita”.

Da quando non c’è più lei qui c’è un dolore brutto, che non vuole andare via”, dice Giulio, che lavora per il vecchio Nino. Di questo dolore, condiviso da tutte le persone che amavano la meravigliosa Caterina, ma che è soprattutto del vedovo, si farà carico la figlia. Il suo nome non viene mai pronunciato (né era scritto nel copione, come ha raccontato la sua interprete Chiara Caselli), proprio per circoscriverne l’identità al ruolo filiale. A questo ruolo si aggiungerà quello di custode dell’amore dei suoi genitori. Essendo una famosa editrice, incaricherà il ghost writer Amicangelo (Fabrizio Gifuni) di scrivere un libro su quell’amore, ascoltando i ricordi del padre. Ciò dovrebbe ridargli uno scopo di vita.

Di tutte le malattie che Nino poteva contrarre, la morte della moglie è la peggiore, quella davvero incurabile.

Amicangelo ha delle velleità da romanziere e alle spalle un divorzio costoso e complicato. Accetta il lavoro per soldi e per avere l’occasione che l’editrice legga il suo romanzo. Si scontra immediatamente con la personalità di Nino, un uomo profondamente diverso da lui.

Ma, poco a poco, Amicangelo riuscirà ad entrare nel mondo di pensieri, ricordi e sentimenti di Nino, che anche dopo la scomparsa dell’amata Caterina riesce ancora a comunicare con lei, a sentirla accanto a sé ogni giorno. Nascerà così tra i due uomini una complicità sincera.

 “Lei mi parla ancora” è un film delicato e commovente fin dalla prime scene.

Al centro sembra esserci la storia d’amore che si dipana nel tempo tra un uomo e una donna che si promettono immortalità. Non accettando il sentimento della mancanza, non sarebbero mai morti l’uno per l’altra. Ma questo film è anche il racconto di come si racconta una storia d’amore.

A Pupi Avati interessava, soprattutto, lo sviluppo del rapporto tra il protagonista anziano e il più giovane ghost writer: due uomini distanti l’uno dall’altro, non solo per età, ma anche per percorso di vita.

Abbiamo, quindi, due narrazioni parallele, lungo due epoche storiche parallele. Gli stessi due personaggi sono raccontati sia negli anni ’50, in cui la coppia si conosce e inizia la vita matrimoniale, sia ai giorni nostri quando la morte li divide. Nella prima epoca Nino e Rina sono interpretati da Lino Muscella e Isabella Ragonese.

Molti dei film di Pupi Avati sono ambientati negli anni ’50. D’altronde il regista ha rivelato che lui ci sguazza in quel periodo storico, mentre per raccontare il presente ha bisogno di consulenti. 

In “Lei mi parla ancora” le due epoche si alternano nel racconto, tra il presente di Nino anziano e i suoi ricordi dei primissimi anni dell’amore con Caterina. 

Devo dire che tra le due narrazioni non ci sono scollamenti qualitativi. Come ha dichiarato Fabrizio Gifuni – alla prima esperienza di lavoro con il Maestro – “Avati ha grande padronanza della storia” che deve narrare. In alcuni momenti del film – per me i più suggestivi e creativi – le due epoche si intrecciano. Nei sogni il Nino di oggi incontra la Caterina di ieri, oppure il cognato Bruno (Alessandro Haber), già morto da qualche anno, in luoghi in cui avevano vissuto dei momenti tutti insieme.

Il cast è semplicemente perfetto: gli attori sono tutti nel ruolo giusto e si posizionano con grande nonchalance nella visione di Avati: quella di un cinema delicato, sentimentale e poetico, ma lieve, che cammina su un filo sospeso nel vuoto, con il rischio di cadere nello stucchevole, senza però caderci mai.  

Ritroviamo, in ruoli secondari, attori che hanno spesso lavorato con il regista bolognese, come Serena Grandi, Alessandro Haber, Chiara Caselli, Nicola Nocella. Poi ci sono grandi attori in ruoli chiave, i qual esordiscono con questo film nel cinema di Pupi Avati, come Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese e Stefania Sandrelli. 

La capacità di Avati di dirigerli è evidente dalla eterogeneità degli interpreti. Eccezionale è l’interpretazione di Renato Pozzetto, in un ruolo sicuramente originale per la sua carriera. Come rivelato in conferenza stampa, Avati dirige dosando poche frasi. Due si alternano più spesso: “ci credo” e “non ci credo”. Ed è proprio questo che salta all’occhio: tutti i personaggi, centrali o collaterali, sono credibili. Lo sono anche i protagonisti quando parlano d’amore anche nei momenti di quotidianità, quando scrivono di immortalità, quando incarnano un amore assoluto, sempre meno vissuto (o percepito) nell’era contemporanea. 

Nella poetica di Pupi Avati torna sempre l’amore per un’epoca storica scomparsa.

Sarebbe un’epoca migliore di quella presente, perché allora le storie d’amore si costruivano per durare nel tempo.  

Pupi Avati riprende con questo film un discorso già affrontato con la fiction RAI “Un matrimonio, dove ha raccontato il matrimonio di una coppia bolognese, sopravvissuto per decenni, nonostante tradimenti e abbandoni.

In “Lei mi parla ancora”, invece, non viene raccontato tutto il percorso di Nino e Rina. Sappiamo solo come si sono innamorati, scelti e confermati. In poche scene dalla grande forza evocativa si comprende il romanticismo, ma anche la concretezza di quell’amore. In ciò svolge un ruolo essenziale la splendida fotografia affidata alla direzione di Cesare Bastelli.

A parte una breve incursione sulla passione per l’arte e il collezionismo, dei 65 anni insieme si racconta poco; in fondo basta pennellare i sentimenti e a Pupi Avati viene facile.

Il regista ammette di sentire il dovere di riproporre, alle nuove generazioni, il “per sempre” nell’amore, come ideale, forse come illusione.  “La vita ha un significato se riusciamo a mentire a noi stessi, nel senso di immaginare, di sognare, un amore e, soprattutto, un matrimonio che duri tutta la vita”. E forse addirittura oltre, come nell’esperienza di Nino.

Stefania Fiducia

“Roe e il segreto di Overville”, il romanzo postmoderno tra citazioni e serie tv

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Penso all’atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle “ti amo disperatamente”, perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c’è una soluzione. Potrà dire: “Come direbbe Liala, ti amo disperatamente”

Con queste parole, Umberto Eco sanciva una consapevolezza che nel tempo si è andata sempre più consolidando: quasi tutto quello che c’è da dire è stato già detto. D’altronde, se si volesse semplificare, si potrebbe affermare che, sin dal mito greco, la letteratura non è che una ripetizione di topoi variamente declinati, sviscerati e adattati alle epoche storiche.

Raccontare nuove storie è possibile?

Proprio per questo, l’assoluta originalità di cui alcuni romantici si illudevano è, soprattutto in epoca postmoderna, irrealizzabile. E ciò è ancor più vero nello scenario degli ultimi decenni nel quale un bombardamento costante di stimoli e informazioni rende sempre più raro “meravigliarsi”. Inoltre, già da un po’, i romanzi in quanto latori di storie, hanno passato il testimone a film e serie tv . Anzi, con il global novel si assiste a una inedita transmedialità per cui dai libri si passa naturalmente ai mezzi audiovisivi e a sua volta la stessa letteratura viene scritta con tecniche tipiche dei film e delle serie tv. Si pensi ad esempio all’utilizzo sempre più frequente del flashback o della focalizzazione multipla, ossia la narrazione della storia da diversi punti di vista. In questo mondo, quindi, in cui tutte le storie possibili sembrano in qualche modo essere già state raccontate non solo dalla letteratura ma anche da film e serie tv, è inutile, come diceva Eco, far finta di niente e tentare di distruggere il passato. Piuttosto occorre prenderne consapevolezza, riconoscerlo, raccontarlo e rivisitarlo in modo tutt’altro che passivo.

Roe e il segreto di Overville

Questo è esattamente quello che ha fatto per il suo pubblico Daniele Giannazzo, meglio noto come Daninseries, nel suo primo romanzo Roe e il segreto di Overville. L’autore si è fatto conoscere nell’ultimo decennio principalmente per il suo sito internet in cui scrive, insieme al suo team, recensioni, notizie e approfondimenti su tutto ciò che riguarda il mondo delle serie tv. Il giovane toscano è riuscito in poco tempo a creare una vera e propria community e a fare della sua passione un lavoro, arrivando a scrivere questo romanzo pressoché unico nel suo genere. Il successo è stato immediato, grazie soprattutto al passaparola sui social, tanto che, dopo soli tre mesi dall’uscita, la Mondadori ha confermato la prossima pubblicazione di un sequel. Si tratta di un teen drama abbastanza classico nelle ambientazioni e nelle situazioni, che però presenta alcuni elementi innovativi ed è in grado di rivolgersi anche a un pubblico più adulto.

La trama

Roe è una normalissima quindicenne appassionata di serie tv e di Harry Styles. Rimasta orfana di entrambi i genitori da quando era ancora in fasce, vive a New York con la zia paterna. Tuttavia, a causa di un nuovo lavoro all’estero della zia, Roe deve trasferirsi per un anno dalla nonna materna a Overville. Questa piccola e pittoresca città, che sembra uscita dal set di Gilmore Girls, rappresenta per la giovane ragazza un’opportunità per costruirsi una nuova vita, nuove amicizie e trovare, chissà, anche l’amore. Ancora non sa, però, che questo luogo nasconde un grandissimo segreto che riguarda proprio se stessa e la sua famiglia…

Tra libri, film e serie tv: un mondo ricco di citazioni

Fedele al background del suo autore, Roe e il segreto di Overville presenta un forte citazionismo esplicito e implicito. È evidente come Daniele Giannazzo strizzi l’occhio al suo pubblico (102 milioni di visite sul suo sito e circa 250 mila followers su Instagram) con chiari riferimenti alla cultura pop degli ultimi decenni. Il bello è che, oltre alle citazioni esplicite che spesso fa la stessa protagonista, ogni lettore, in base alla propria esperienza, può rintracciare richiami qua e là. È quasi un gioco di sapore postmoderno tra l’autore e il suo pubblico. Ed è allora che nella dicotomia e nella lotta tra il bene e il male ci si può vedere per esempio Star Wars o Harry Potter. A quest’ultimo, soprattutto, si richiama la condizione di orfana della protagonista, la questione di una “razza” pura e superiore e più in generale il realismo magico, ossia la presenza nel mondo reale quotidiano, apparentemente identico al nostro, di elementi magici. Per alcune tematiche relative al sovrannaturale qualcosa ci ricorderà Buffy, Streghe, Sabrina, The Vampire Diaries.

Nelle descrizioni poi si possono notare somiglianze con telefilm come Once upon a time, Gilmore Girls, Riverdale. Si affrontano anche argomenti quali violenza e bullismo tra i banchi di scuola, sulle orme di Gossip Girl e 13 Reasons Why.

Insomma, questa piccola carrellata per rendere l’idea (senza spoiler) di quanto sia vasto ed eterogeneo l’orizzonte di riferimento. Di primo acchito, sembrerebbe un po’ un calderone, un collage di citazioni appiccicate insieme e di “già visto/letto”. Invece, tutto questo viene utilizzato con maestria per raccontare una storia nuova che, pur basandosi su situazioni già note e cliché, li rovescia regalando inaspettati colpi di scena. E Giannazzo lo fa con una scrittura chiara e lineare, ma coinvolgente; uno stile telefilmico, ricco di cliffhanger e plotwist. Se si assume quell’atteggiamento postmoderno, di cui parlavamo, la lettura diventa piacevole e stimolante. Perché l’autore sa che non può raccontare certe cose senza che i lettori abbiano in mente qualcos’altro; eppure decide comunque di usare la sua voce per parlare di temi e argomenti importanti.

“Nonostante Liala, ti amo disperatamente” dice Wu Ming 1 nel suo saggio sul New Italian Epic.

Cioè: il fatto che sia stato già detto tante volte da altri, non banalizza il concetto né tantomeno lo rende meno vero. Ed ecco quindi che Roe e il segreto di Overville, pensato principalmente per un pubblico di adolescenti, è un romanzo che affronta argomenti fondamentali nel percorso di crescita e nella vita dei giovani, trattando valori come la famiglia, l’amicizia, l’amore. Parla, poi, di quanto sia importante rimanere fedeli a sé stessi e alla propria personalità senza fingere solo per piacere agli altri; e di quanto sia difficile avere fiducia in sé stessi, anche quando chi ci circonda sembra voglia trascinarci sul fondo.

Fondamentalmente, ancora una volta, nulla di nuovo: come potrebbe? Ma Daniele ce lo ri-dice in un modo appassionante, leggero, moderno. Piacevole e divertente per i lettori adulti in cerca di qualche ora di svago e relax; potenzialmente educativo e formativo per i più giovani. Chissà che con questo nuovo raccontare in “stile telefilmico” non si riesca ad avvicinare qualcuno di loro alla lettura!

Francesca Papa

“L’importanza di chiamarsi Ernest”, un manifesto comico wildiano

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Titolo Originale:The importance of being Earnest
Cast: Rupert Everett, Colin Firth, Frances O’Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench, Tom Wilkinson, Anna Massey, Edward Fox.
Regia: Oliver Parker
Nazione: Gran Bretagna/U.S.A.
Anno: 2002
Genere: Commedia
Durata: 94′

“L’essenza stessa di ogni amore è l’incertezza.”

Trama

Jack Worthing è un giovane gentiluomo che vive nell’Inghilterra Vittoriana. Adottato da un ricco signore che lo ha trovato in una borsa a Victoria Station, è l’irreprensibile tutore della nipote del suo benefattore. Per distrarsi si è inventato un fratello scapestrato di nome Ernest e va spesso a Londra per tirarlo fuori dai guai. Tutto va bene fino a quando Jack s’innamora di una ragazza dell’alta società, Guendolen Fairfax, che ha deciso di sposare un ragazzo di nome Ernest mentre sua madre ha idee ben diverse sul suo futuro.

“L’importanza di chiamarsi Ernest”: Wilde secondo Parker

Dopo Un marito ideale, Oliver Parker ritorna con un’opera di Oscar Wilde, trasportando sullo schermo, in maniera brillante, la commedia teatrale in tre atti “L’importanza di chiamarsi Ernest”. Un’opera scritta nel 1895 e rappresentata per la prima volta al St James’s Theatre di Londra. Raffinata e sarcastica, il film segue la stessa linea teatrale grazie a dialoghi a dir poco surreali o provocatori che danno al film quell’English humor che piace allo spettatore.

In Inghilterra comunque, grazie a Dio, l’educazione non produce il minimo effetto. Non fosse così ne deriverebbero gravi inconvenienti per le classi superiori”.

Il passaggio dal palcoscenico alla macchina da presa è stato un grande salto che non ha deluso gli spettatori e gli appassionati del genere. La leggerezza della trama, un cast angloamericano perfettamente in sintonia, i brillanti dialoghi e la perfetta scelta dei tempi comici hanno reso il film una vera delizia per gli occhi oltre ad essere semplice da seguire. Non sorprende che le produzioni inglesi, rispetto a quelle americane, abbiano sempre quel je ne sais quoi che attira ed incanta.

Quella di Oliver Parker diventa una vera e propria commedia ironica e pungente grazie alla cura nel trasporre sullo schermo e nei dialoghi quel brillio scoppiettante che caratterizza le opere di Oscar Wilde. Non sorprende che i veri intenditori riescano ad andare oltre cogliendo il messaggio sotteso nell’opera.

Quando una traduzione fa perdere il forte simbolismo di un’opera

È risaputo che le traduzioni portano con sè una dose di distruzione. La versione tradotta de “L’importanza di chiamarsi Ernest” non è esente da questo scempio. L’edizione italiana della commedia di Wilde tanto a livello letterario quanto cinematografico snaturano il titolo perdendo l’assonanza fra l’aggettivo “earnest” (serio, affidabile od onesto) ed il nome proprio “Ernest” che in inglese hanno la stessa pronuncia. Un vero e proprio gioco di parole intorno al quale ruota il paradosso fondamentale della commedia, che ribalta quella famosa affermazione di Giulietta sul nome di Romeo:

“Che cos’è un nome? La rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo in un altro modo. Dunque cambia il nome, Romeo, e amiamoci tranquillamente.”

L’assonanza voluta da Wilde aveva lo scopo di portare alla luce l’anima una società perbenista, che si nasconde dietro alle apparenze ed ignora piccoli dettagli quali l’onestà. Infatti, la trama ruota intorno ad una serie di equivoci, bugie più o meno innocenti che portano ad altri equivoci e ad altre bugie, insomma un cane che si morde la coda.

Da focus a spunto di riflessione

Considerato l’arco temporale tra l’opera originale e la trasposizione cinematografia si giustificano le dissonanze dettate da contesti storici culturali differenti. Elementi come la moda inglese, il ruolo delle donne, l’ipocrisia della classe borghese e la denuncia sull’importanza dell’apparire anziché essere diventano, dunque, spunti di comica riflessione più che tema principale celato dalla commedia. In questa prospettiva si arriva quindi anche a giustificare la perdita del gioco di parole che viene meno nella versione italiana.

Tuttavia, il linguaggio, l’ironia, la provocatorietà, il sarcasmo della sceneggiatura conservano la potenza comunicativa dell’opera originale. Lo spettatore ne esce divertito di fronte alle esilaranti e geniali scene rese celebri grazie ad un cast eccezionale.

Complessivamente la rappresentazione cinematografica risulta dinamica e leggera. Un film piacevole da guarda sia per gli attori completamente British, sia per quella scenografia che sembra riportare in vita l’arte ottocentesca traendo cosi ispirazione da artisti come Turner e Whistler.

Tre motivi per guardarlo

  1. Per la presenza di Colin Firth e Rupert Evert, pilastri del cinema inglese, hanno dato vita a personaggi “surreali” catapultati in situazioni altrettanto “surreali”. E l’amore? Ci sarà l’happy ending? Piccolo spoiler: sì ma… non crediate che non ci siano sorprese. ;
  2. Se vi piacciono i film di epoca regency questo fa per voi;
  3. È uno dei più grandi capolavori di Oscar Wilde, e chi vuole cogliere la sua grande forza ironica può iniziare da qui.

Quando guardalo

La leggerezza del film rende la commedia piacevole e rilassante. “L’importanza di chiamarsi Ernest” è un film godibile, per cui è possibile guardarlo ogni qual volta si vuole.

Angela Patalano

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

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Le eroine di Jane Austen: perché sono rilevanti ancora oggi

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I romanzi di Jane Austen disegnano il percorso interiore e la maturazione di personaggi femminili attraverso il confronto con il contesto sociale.

Questo articolo rientra nel nostro speciale su Jane Austen: dai un’occhiata qui sotto prima di proseguire!

Nonostante abbiano più di due secoli, le sue eroine continuano ad ispirarci ancora oggi. Scopriamo il perché!

L’ambito in cui si muovono le protagoniste dei suoi romanzi può apparire ristretto, ma in realtà le eroine di Jane Austen si pongono interrogativi sui valori dell’epoca, rivelando contraddizioni e conflitti. 

Sposarsi o non sposarsi… questo è il dilemma!

Jane Austen ritrae un mondo in cui le scelte sono molto limitate, basate quasi esclusivamente sul rango sociale e sui rapporti di una famiglia. Nascere donna in un mondo del genere significava avere ancora meno scelta su chi sposare o su come determinare la propria vita. 

L’esempio chiave di ciò sono le sorelle Bennet, in Orgoglio e Pregiudizio. La loro madre non fa altro che pensare a modi (spesso discutibili) per farle sposare. Ancora meglio se con uomini ricchi. 

Ma Jane Austen critica anche le donne che si sposano esclusivamente per motivi di sicurezza economica, come Charlotte Lucas, sempre in Orgoglio e Pregiudizio. L’ideale per lei è rappresentato da Elizabeth Bennet, che rifiuta di barattare la sua indipendenza per una comodità finanziaria e alla fine si sposerà per amore, così come sua sorella Jane di animo gentile e sensibile.

Il matrimonio non va certo meglio per quelli che si sono sposati “bene”. La signora Grant, ad esempio, in Mansfield Park, è infelice a causa delle esigenti aspettative del marito riguardo il suo ruolo di governante. Il cinismo dell’autrice nei confronti della sacra unione, palpabile nella sua rappresentazione del matrimonio come una transazione finanziaria, abbinato ai suoi numerosi ritratti di matrimoni infelici e ai loro effetti negativi sulle donne, rende i lieti fine un po’ aspri.

C’è un motivo però se Orgoglio e Pregiudizio è il più famoso fra tutti i romanzi di Jane Austen: Elizabeth Bennet ci sembra un’eroina molto moderna nel suo desiderio di non sposarsi se non per amore; è un personaggio complesso e forte che non è lontano da tante ragazze e donne che si incontrano ogni giorno. La trasposizione in chiave moderna sotto forma di web-serie ne è la dimostrazione: Lizzie Bennet è una ventiquattrenne come tante ventiquattrenni, pensa ai suoi studi, a trovare un lavoro, a ripagare i suoi prestiti studenteschi. In questo quadro, l’amore è un plus. Puoi scoprirne di più leggendo il nostro articolo dedicato!

Dopo più di duecento anni, Elizabeth Bennet continua a essere un esempio per molte donne.

Mente o cuore?

In Ragione e Sentimento, le protagoniste rappresentano due facce della stessa medaglia. Elinor è dalla parte del buon senso, mentre Marianne può essere classificata come una persona più predisposta alle emozioni e alle passioni. 

Ciò significa che Elinor è una pensatrice razionale, che apprezza la ragione e la moderazione. Non si lascia trascinare dalle emozioni, anche quando viene a conoscenza del fidanzamento del suo amato con un’altra donna. Marianne, al contrario, è un personaggio di emozioni estreme:

Le qualità di Marianne erano, sotto molti aspetti, del tutto uguali a quelle di Elinor. Ella era acuta e intelligente, ma esagerata in tutto: il suoi dolori, le sue gioie, non conoscevano la moderazione.

Ragione e Sentimento, Jane Austen, capitolo I

Gran parte del romanzo mostra le follie di un’eccessiva sensibilità come quella di Marianne. Elinor, invece, è generalmente ammirata per il suo buon senso. Tuttavia, alla fine, Jane Austen suggerisce che ci vuole un po’ di buon senso e un po’ di sensibilità affinché si possa raggiungere la felicità. Per entrambe le sorelle, la ragione e il sentimento diventano non tanto gli opposti quanto le parti complementari dei loro personaggi.

Leggendo Ragione e Sentimento c’è chi si identificherà con la giudiziosa Elinor e chi con la passionale Marianne. Il finale però raccoglie entrambe le loro visioni e dovrebbe ispirarci a fare lo stesso. Il nostro cervello cerca di ridurre i rischi al minimo, ma potrebbe precluderci di vivere la vita al massimo e senza rimpianti. D’altra parte, potremmo ascoltare ciò che dice il cuore e rimanere feriti o commettere gravi errori… La soluzione è l’equilibrio fra le parti e dalle due protagoniste possiamo imparare molto in questo senso: se, come Elinor, fai fatica a lasciarti andare, scoprirai quanti lati positivi ha il non nascondere i tuoi sentimenti tutto il tempo. Se, come Marianne, ti lasci trasportare dalle emozioni facilmente, vedrai come la mediazione con il giudizio e il buon senso ti renderà imbattibile!

Ma i ricchi sono perfetti?

Abbiamo visto come generalmente le protagoniste di Jane Austen provengano da una famiglia povera. Non è questo il caso di Emma, protagonista dell’omonimo romanzo, descritta nel primo capitolo come una giovane donna estremamente ben dotata, che possiede “alcune delle migliori benedizioni dell’esistenza”: è bella, intelligente, ricca e ben istruita.

Emma però ha anche un enorme difetto: la sua natura un po’ viziata e la vanità. Poiché crede di avere un grande talento nel capire la natura delle persone e gli incontri d’amore adatti, è lenta a riconoscere che ha torto. Questo lato del carattere ci fa pensare a Elizabeth Bennet, ma quest’ultima non ha certo le possibilità concrete che ha Emma di agire.

Ci vorranno molti errori e umiliazioni prima che Emma capisca che la sua interferenza è spesso fuorviante e che ha molto da imparare sia sui desideri degli altri che sul proprio cuore. Puoi approfondire riguardo Emma leggendo questo articolo sul nostro sito:

Anche Anne Elliot, protagonista di Persuasione, proviene da una famiglia di aristocratici. A differenza del padre vanitoso e anche di Emma, di cui abbiamo parlato poco fa, Anne possiede una mente calma e un cuore gentile come sua madre defunta. È spesso trascurata dal padre e dalla sorella, che apprezzano la bellezza e la ricchezza più della gentilezza. 

Ma, naturalmente, anche lei non è priva di difetti: si è lasciata convincere dalla sua amica e figura materna Lady Russel a non sposare il Capitano Wentworth per via delle sue origini inferiori, scelta di cui Anne si pentirà amaramente.

Chi sarebbero oggi Emma o Anne? Credo che Anya Taylor-Joy, attrice che ha interpretato Emma nel nuovo film del 2020 (ma principalmente conosciuta per il ruolo di Beth ne La regina degli scacchi), ci abbia dato la risposta durante un’intervista in occasione dell’uscita del film:

Penso che se Emma fosse una ragazza di oggi, sarebbe una stella dei social media. Vivrebbe la sua vita attraverso un filtro e ha cercherebbe di presentarsi in un certo modo. Ma alla fine della storia che Austen ha scritto, lei è cambiata, quindi sospetto che si prenderebbe una pausa e cercherebbe un modo per ritrovare se stessa

Anya Taylor-Joy

Nelle prime pagine, in effetti, Emma è sicura di sapere come dovrebbero vivere le altre persone e non perde occasione per dettare legge. Sarebbe una perfetta influencer sui social media!

Un’eroina come noi

Come vedi, Jane Austen ne ha per tutti. Anche per chi, come noi della redazione, adora leggere romanzi e vorrebbe entrarvi per vivere avventure fantastiche e conoscere personaggi interessanti. Se sei così anche tu, sicuramente ti rivedrai in Catherine Morland, da L’Abbazia di Northanger. Catherine è un’eroina atipica per l’epoca perché le eroine allora erano eccezionali sia nella loro personalità che nelle circostanze della loro vita, mentre Catherine è una giovane donna piuttosto nella media.

Catherine ama i romanzi, ma non ne ha letti molti perché non sono disponibili molti libri nella città sperduta in cui è cresciuta. È particolarmente ossessionata dai romanzi gotici ambientati in castelli e abbazie abbandonate e spera di provare lei stessa alcuni dei brividi che legge. Sarà la sua esperienza a Bath a farle capire di rimanere con i piedi per terra.

Ti abbiamo convinto a leggere (o ri-leggere) i romanzi di Jane Austen? Facci sapere quale ti piace di più!

Veronica Bartucca

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“Un duplex per tre”: la recensione del romanzo di Romana Francesca Dimaggio

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Un duplex per tre è il nuovo romanzo di Romana Francesca Dimaggio pubblicato da Brè Edizioni.

Un duplex per tre: la recensione

Si tratta di un romanzo rosa in piena regola. L’autrice racconta infatti il nascere e l’evolversi di una storia d’amore con i suoi intrecci e i suoi intrighi.

Come accade nei romanzi appartenenti al genere, anche in quest’opera i personaggi seguono uno schema riconoscibile: l’eroina è una classica ragazza giovane, bella e determinata; l’eroe è l’aitante protagonista maschile che ha il duplice compito di salvare la fanciulla dai pericoli e di renderla felice; l’antagonista è colui che mina l’amore tra i protagonisti; l’aiutante è la figura che nelle fiabe riveste il ruolo di fata madrina.

Emily, la nostra eroina, è una ragazza di ventotto anni che vive a San Francisco. Dopo aver lasciato il fidanzato Chad, l’antagonista che svolge il suo ruolo in assenza, si trasferisce a casa di sua nonna Nanny, la “fata madrina”, che vive in duplex, ovvero in un appartamento su due livelli. Il primo piano è stato, casualmente, affittato a Ryan, l’eroe, un uomo attraente che gestisce il The rock, un locale serale. Quando Emily e Ryan si incontrano per la prima volta si scoprono, guarda-caso, irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra.

E in quel momento tutto combacia: le sue dita nei miei capelli, il suo profumo nelle mie narici, le mie mani dietro la sua nuca; ogni pezzo di questo meraviglioso puzzle che siamo va a incastrarsi alla perfezione, andando a formare pian piano il quadro della nostra storia, appena cominciata.

La struttura della trama di Un duplex per tre è semplice. Il romanzo è piacevole e dalla lettura facile e scorrevole. La narrazione a tre voci (Emily, Ryan e Nanny) è interessante e convincente, perché offre più punti di vista della storia d’amore.

Come gli chef stellati costruiscono i loro piatti facendo giochi di sapori e consistenze, anche l’autrice di Un duplex per tre nel racconto della relazione tra Emily e Ryan utilizza il dolce, il salato, l’amaro e anche un pizzico di piccante.

Forse la storia tra i due protagonisti, in un mondo in cui le donne e gli uomini si selezionano prima su Tinder e poi decidono se incontrarsi dal vivo, è anacronistica. Forse il racconto della vita passata dei protagonisti e alcuni aspetti caratteriali avrebbero potuto essere più approfonditi.

Ma in generale Un duplex per tre è una lettura fresca, divertente, appagante e frizzantina.

Valeria de Bari

Il talento del calabrone, quel film italiano dal gusto hollywoodiano

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È curioso, ogni tanto, imbattersi in qualche film un po’ diverso, come nel caso de Il talento del calabrone, diretto da Giacomo Cimini, dal 18 novembre 2020 in streaming sulla piattaforma Amazon Prime Video.

Un thriller molto particolare, che ci mostra la formazione newyorkese e londinese del regista. In una sera come tante, il noto dj Steph (interpretato da Lorenzo Richelmy) è intento a mandare avanti la sua trasmissione radiofonica serale in diretta. Premi, richieste, confessioni da parte di ascoltatori: tutto segue la regolarità del programma.

Ad un tratto, un anonimo ascoltatore (Sergio Castellitto) chiama in diretta, affermando che da lì a breve si ucciderà. Malgrado sembri solamente la richiesta di qualcuno in cerca di attenzione, la realtà è ben diversa. L’uomo infatti fa capire di essere in macchina e, prima di togliersi la vita, vuole anche togliersi qualche sasso nella scarpa. Per dimostrare la serietà delle sue azioni e di non essere solo un esaltato, dalla macchina riesce a far esplodere un palazzo e prende il controllo della trasmissione, in tutti i sensi, lasciando in diretta Steph per parlare con lui.

La cosa, si capisce subito, è più seria di quanto si creda.

Interviene così il tenente colonello Rosa Amedei (Anna Foglietta), che arriva nella sede della radio, per poter prendere in mano la situazione ed evitare che il tutto prenda una piega ancora più caotica.

Nell’avvicendarsi della notte, però, si capisce bene che l’uomo – che nel frattempo si è scoperto essere un professore ormai non più attivo – ha le idee piuttosto chiare e si sofferma sempre su Steph: perché lui? E se fosse lui l’obiettivo?

Un film diverso, non solo per la trama ma anche il messaggio finale che vuole mandare.

Gli attori ci sono, anche la sceneggiatura; ma un applauso, non scontato, va al regista.

Pensiamo all’ambientazione. È ovvio dallo slogan di Steph che la città protagonista sia la capitale lombarda: eppure tutto, interni compresi, è girato nella Capitale.

Questa è una curiosità che, in realtà, ci spoilera in qualche modo Cimini: niente è come sembra! È come se la stessa città avesse una maschera…

Curioso e noir, dal finale per niente scontato, con un buon ritmo, buoni interpreti e un buon utilizzo della tecnologia, dal gusto leggermente anni ’70: solo chi lo vede fino alla fine, però, capirà il perché!

Consigliato assolutamente.

Francesco Fario