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Màkari, i primi due episodi sono un quasi sì

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È andata in onda il 15 Marzo la prima puntata della nuova serie Rai “Màkari“.

La serie è ispirata ai gialli di Gaetano Savatteri: bel sole, bel mare, qualche caso di omicidio messo lì giusto a pennello perché Saverio Lamanna, interpretato da un bravo-come al solito- Claudio Gioè, possa infilarci il naso. Una serie piacevole ma con un qualcosa che ci lascia perplessi. Vediamo insieme.

I primi due episodi lasciano un po’… così

La prima scena riprende di spalle il protagonista che, su di un traghetto, si dirige verso Màkari dov’è la sua casa di infanzia; parla al telefono con il padre: è stato licenziato, dice, torna da Roma alla sua Sicilia, qualcosa farà. Tempo dieci minuti e lo ritroviamo già felicemente e follemente innamorato della bella Suleima che incontra la prima sera che passa sull’isola. Tempo undici minuti e il nostro Saverio Lamanna, con la bella Suleima di cui sopra, è già incappato nel primo caso: la sparizione di un bambino. Ricapitoliamo: arriva sull’isola, si innamora e il giorno dopo si riscopre uno Sherlock. In tutto questo, c’è un certo Piccionello, dovrebbe essere il suo migliore amico ma lo tratta un po’ male, che è uno stereotipo vivente, una macchietta messa lì non si sa bene per cosa. Come il caso si risolva non ve lo dico, semmai voleste seguirlo in questa investigazione improvvisata.

Con la seconda puntata il quadro è più o meno lo stesso: il nostro si improvvisa guida di un tour enogastronomico per racimolare qualche soldo, visto che inizia ad avere il conto in rosso. Quindi, abbiamo capito bene? Saverio ha lavorato al ministero degli interni ma è stato licenziato, ha fatto il giornalista e lo scrittore, nel tempo libero fa l’investigatore di casi anche gravi e ora, dall’oggi al domani senza preavviso, è anche guida turistica. Andiamo avanti: accompagna questo gruppo e scopre che questi nascondono qualcosa di losco: guarda un po’. Parte la seconda indagine. Anche di questa non vi svelo gli esiti.

Sud, tra protagonismo e stereotipo

La serie è stata girata tra San Vito Lo capo, la Riserva Naturale Orientale dello Zingaro, Scopello, Trapani e Palermo. E su questo non si può dir nulla: le ambientazioni e gli scenari vibrano di colori accesi, fatti di sole e cielo aperto. Fanno venire voglia di mare, d’estate, di spensieratezza e le inquadrature le sanno usare benissimo. Stereotipi sul meridione non considerati, ovviamente: come quello del buon Piccionello, che è sempre allegrone, col tono un po’ alto, sempliciotto. Forse, i bei luoghi e lo spazio quasi idillico in cui i protagonisti si muovono sono il vero punto di forza della serie. Sarà magari la nostalgia di Montalbano, finita su queste reti di recente?

Musica e Cast: punti a favore

Diretti da Michele Savari, nel cast troviamo tra gli altri Domenico Centamore, Ester Pantano e Claudio Gioè. Tutti bravi, l’impressione, soprattutto per alcuni, è che però siano quasi costretti in ruoli tagliati con l’accetta. È un’ impressione tutto sommato leggera che non ci toglie troppo, sopportabile: godiamoci l’atmosfera. Ci aiuta molto la sigla: scritta da Ignazio Boschetto, componente del trio “Il Volo”, e condivisa con i compagni, racconta la sua Sicilia. E la racconta anche a noi: ascoltate.

Serena Garofalo

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di screenshot tratto dalla serie televisiva della RAI recensita ed è quindi assimilabile a «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Opere e pensiero di Stazio in pillole

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Durante l’età dei Flavi la poesia epica rinasce sotto il modello di Virgilio, soprattutto attraverso la figura di Stazio. Tuttavia, dopo l’autore dell’Eneide anche altri poeti avevano provato a rinnovare il genere epico, come Ovidio e Lucano.

Dunque, poeti come Valerio Flacco, Stazio e Silio Italico oscillano tra un classicismo d’ispirazione virgiliana e le tendenze barocche del periodo neroniano. Tra questi, Stazio è la personalità più di spicco, e attraverso il mito riesce a celebrare le imprese, soprattutto via mare, dei romani suoi contemporanei.

Stazio nasce a Napoli, poi si trasferisce a Roma con il padre, maestro di letteratura. Viene apprezzato dall’alta società della capitale.

Le Silvae di Stazio

Un importante documento autobiografico sono le Silvae, cinque libri, ciascuno dei quali è introdotto da un’epistola dedicatoria in prosa. Importante è, inoltre, notare come il tema encomiastico si leghi con la rielaborazione mitologica: non è raro, per esempio, trovare Domiziano paragonato a Giove o a Ercole.

L’opera in generale, però, è composta da diversi tipi di componimenti; un esempio molto particolare è quello riservato al defunto pappagallo di Atedio Meliore:

Pappagallo, re degli uccelli, eloquente piacere
del tuo padrone, imitatore sapiente della voce umana,
quale fato improvviso ha troncato il tuo sussurro?
Ieri, poveretto, hai partecipato alla nostra mensa,
pure in punto di morte; ti abbiamo visto beccare
leccornie dalla tavola e vagare da un letto all’altro
fin dopo mezzanotte. Ci avevi rivolto frasi
e parole imparate. Adesso col tuo canto possiedi
gli eterni silenzi del Lete. Ceda la favola
di Fetonte: i cigni non sono i soli a cantare la propria
morte. Ma com’era grande e splendente di rossa
tartaruga la tua casa, le verghe d’argento incassate in avorio,
la soglia che dava un suono arguto percossa col becco,
e le porte che piangono, ahimè, da sole! La gabbia beata
è vuota, non c’è più il chiacchierio della casa augusta.
Qui si affollino tutti gli uccelli ammaestrati, a cui la Natura
diede il nobile dono della parola; si batta il petto l’uccello di Febo,
e lo storno capace di ripetere ciò che ha sentito,
e le piche che furono trasformate nello scontro in Beozia,
20 e la pernice che ripete di fila i vocaboli,
e la sorella che si lamenta di aver perduto il letto tracio:
unite i vostri pianti e date alle fiamme il congiunto,
e tutte imparate questo carme pietoso:
“È morto il pappagallo, gloria della razza alata,
il verde re dell’Oriente che neanche l’uccello
di Giunone5 che ha la coda gemmata vinceva in bellezza,
né l’uccello del Fasi6 gelato, né quelli che i Numidi
prendono sotto l’austro umido. Uso
a salutare i re, a pronunziare il nome di Cesare,
ad essere talvolta amico compassionevole,
talvolta commensale leggero, così bravo a ripetere
le parole imparate. Non eri mai solo, caro Meliore,

quando lui era libero; ma tra le ombre non scende
inglorioso; le ceneri vengono cosparse di amomo assiro
le piume sottili spirano incenso arabo
e croco di Sicilia; non è più fortunata la Fenice
che, sfinita da vecchiaia inerte, salirà il rogo fragrante.

E’ evidente l’influenza del carme di Catullo riservato alla morte del passero di Lesbia. In questo caso, Stazio aggiunge anche il motivo encomiastico, tipico di tutta la produzione dell’opera.

La Tebaide di Stazio

Raccolta in dodici libri, la Tebaide racconta la celebre vicenda dell’assedio di Tebe; tale scelta ben si adatta al tentativo di rappresentare un modello di famiglia che va in sfacelo. Bisogna ricordarsi che Stazio aveva assistito alle atrocità del regno di Nerone; quindi anche lui cerca di rappresentare, così come Seneca nelle sue tragedie, il mito in riferimento ai massacri in famiglia della corte imperiale.

La Tebaide è un’anti-Eneide perché, esattamente come Lucano, anche Stazio parla della guerra civile attraverso un mito che è sfondo d’odio (Eteocle contro Polinice), come si può evincere nel nono libro:

Tebaide [9 – 552-555; 564-567]:

«Tal la madre dolente si querela,
nè però si ritiene; a’ dardi e a l’aste
intrepida va incontro, e colla mano
gli elmi ricerca, e i tronchi busti esplora;

[…]

indi col molle crin l’umido volto
gli asciuga e terge, e singhiozzando esclama:
Sì fiero dono i Semidei parenti
e l’avo tuo immortal ti diero, o figlio?
Così tu regni nel materno fiume?
»

Come si può notare, si vuole mettere in luce gli aspetti più cruenti, tipici degli scontri omerici: non è, infatti, un asianesimo fine a se stesso, ma serve per rappresentare lo scontro fratricida che richiama Roma. Si vede, poi, un’allusione a Nerone che uccide Britannico e il caos originato dalla guerra civile romana del 68-69 d.C.

Stazio, quindi, rivisita un mito antico e molto conosciuto: tra le numerose opere che trattano l’assedio di Tebe e lo scontro fratricida tra Eteocle e Polinice, come dimostra Sette contro Tebe di Eschilo:

Sette contro Tebe [vv.631-676]:

Messaggero: Ecco il settimo, alla settima porta. Sono pronto a ridire – sì , è lui, tuo fratello – che casi maligni
bestemmia, impreca su Tebe: prima calpesta le torri, si fa proclamare campione, riversa sui vinti il
suo inno frenetico, poi t’incrocia, t’ammazza e ti crolla vicino. Se scampi, castiga in te il suo
usurpatore: scambio d’identica pena, l’esilio randagio, fuggiasco. È il suo proclama.
Chiama per nome gli dèi familiari della terra nativa – che tengano fisso lo sguardo al suo supplicare

  • Polinice potente. Regge scudo di fresca fusione, un disco perfetto: sopra, placca ingegnosa, un
    duplice stemma. Ecco, uomo d’oro sbalzato, uomo di guerra, all’aspetto. Lo conduce un’effigie di
    donna: è composta, conosce la strada. Dice che è lei, proprio lei, la Giustizia. L’incisione l’afferma:
    «Sarò io a rimpatriare quest’uomo: riavrà una vita civile, girerà da padrone tra le mura native».
    Tutte qui le malizie di quelli là fuori. Ora a te: sappi chi ti par bene schierare alle porte. Di me non
    potrai lamentarti, son certo, di come t’ho riferito. Ora a te. Pensa tu a guidare lo Stato al suo porto.
  • Il messaggero esce.

Eteocle: O sangue indemoniato, carico d’odio divino, o universo di lacrime, o sangue mio che vieni da
Edipo! Aaah, è il tempo: matura l’imprecazione del padre! No, no. Né singhiozzi, né chiasso. Non è
dignitoso. Che non dilaghi poi il piagnisteo: non potrei sopportarlo. Per chi è specchio vero del
nome – a Polinice, alludo – presto sapremo fin dove dà frutto il suo stemma, se saprà rimpatriarlo
quella scritta d’oro fuso in mezzo alla piastra, sciocco profluvio d’un cervello sbandato.
Se Giustiziafigliola immacolata di Zeus – gli stesse vicina, mentre pensa o agisce, certo questo
potrebbe accadere. Ma non è così . Da quando fu espulso dal buio cavo materno, poi nel tempo
delle cure infantili, adolescente, e al primo addensarsi di peluria sul viso Giustizia mai gli ha rivolto
uno sguardo, un segno di stima. Non gli farà da fedele scudiera in quest’ora, nello sfacelo del suolo
paterno! Non credo, non posso. Sarebbe l’esatta smentita al suo nome, Giustizia, alleata a un essere
che in corpo ha insolenza pura. Tutto ciò mi dà forza serena. Vado allo scontro: sì , io solo. E chi avrebbe più giusto motivo? Da principe a principe, fratello a fratello, nemico contro nemico: l’affronterò immoto. Forza, cominciamo: qua i gambali, baluardi ai colpi di lama e di sasso.

Centrale è il dialogo tra Eteocle e il messaggero, il quale gli comunica che l’esercito nemico si è disposto intorno alle sette porte della città. Importante è il rifermento alla Giustizia, qui divinità personificata, che garantisce la legittimità dell’azione di Polinice.

Un’altra opera teatrale, nel contesto tragico greco, è l’Antigone di Sofocle: ormai Eteocle e Polinice si sono uccisi reciprocamente, Creonte, loro zio, decide di far seppellire soltanto il corpo di Eteocle, ma Antigone, loro sorella, non accetta questa decisione. Antigone è emblema dei valori del γένος, e andrà contro le leggi della città.

Ismene, sua sorella, cercherà inutilmente di fermarla; questo dimostra come le coppie nel teatro greco siano estremamente importanti (si pensi anche, per esempio, all’opposizione tra la nutrice e i forti personaggi femminili tormentati in Euripide). Antigone compie una scelta che, secondo alcuni critici, si potrebbe definire “ambigua”: da una parte va contro la vita, l’umanità e la natura con il suo gesto; dall’altra, per lei l’unico matrimonio possibile e giusto è quello con la morte, in modo che possa incontrare nuovamente il fratello.

Achilleide di Stazio

Dopo la pubblicazione della Tebaide, Stazio inizia a comporre l’Achilleide, dove l’eroe omerico viene rivisitato nel suo aspetto più inedito, ovvero l’infanzia. Il poema, però, è rimasto incompiuto a causa della morte dell’autore.

Lorenzo Cardano

Quali sono i musei da seguire su TikTok?

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Comunicare l’arte attraverso TikTok è possibile, basta essere coerenti, porsi degli obiettivi e studiare una strategia adeguata. In questo articolo troverete esempi di musei virtuosi e di altri che invece farebbero bene a ritrovare la retta via. Ma cominciamo dall’ABC, che cos’è TikTok?

TikTok è un social media che non può essere più ignorato dal mondo della cultura.

In Italia gli utenti che hanno scaricato questa applicazione sono oltre 8 milioni di cui almeno la metà ha tra i 18 ed i 24 anni. Inoltre TikTok si è classificata al quarto posto delle app social su cui si passa più tempo. Questi dati sono stati così rilevanti che TikTok ha deciso di aprire una sede a Milano.

Con TikTok è possibile creare, modificare, aggiungere musica a video molto brevi (massimo 60 secondi). I video, solitamente dai toni leggeri e divertenti, si ripetono in loop e per passare a quello successivo basta far scorrere velocemente il dito dal basso verso l’alto.

Se decidete di aprirvi un account tenete a mente che i primi video che visualizzerete potrebbero non essere di vostro gusto. Ricordatevi però che questo social media può essere educato. Le vostre interazioni infatti aiuteranno l’app a personalizzare i contenuti che visualizzerete. Inoltre, se qualcosa non dovesse piacervi, basterà premere il dito sullo schermo e cliccare su “not interested”.

TikTok è diventato famoso grazie alle sue challenge di balletti e canzoni cantate in playback ma c’è anche molto altro. Personalmente seguo con interesse diversi mini-tutorial di fotografia, profili di artisti e musei. Vi consiglio di dare un’occhiata all’hashtag #imparacontiktok per vedere se c’è qualche argomento che possa piacervi.

Molte aziende hanno capito subito il potenziale di tiktok e hanno cominciato a sfornare challenge e contenuti ad hoc per questo social. Il mondo della cultura invece osserva ancora con sospetto il nuovo arrivato. Tra i musei qualcuno ha osato, qualcun altro ha avuto bisogno di una spinta, la maggior parte però rimane in attesa.

Perché i musei dovrebbero utilizzare TikTok per promuoversi

A mio avviso lo scopo di un social media di un museo dovrebbe essere quello di incuriosire, educare, stimolare, stupire, emozionare, fidelizzare e a volte, perché no, anche divertire e coinvolgere l’utente. I musei dovrebbero usare questi canali per tendere una mano, instaurare un dialogo e rendere i musei più interessanti e alla portata di tutti. Un atteggiamento del genere porterebbe anche ad un incremento nelle visite (almeno questo è l’effetto che hanno su di me).

In questo modo è possibile stabilire un legame con i followers, fargli delle domande, ricevere dei pareri e capire di conseguenza cosa manca, cosa migliorare monitorando il loro interesse o disappunto. L’importante è avere chiari gli obiettivi che si vogliono raggiungere e non perderli mai di vista.

Ma arriviamo al dunque, quali sono le ragioni principali che potrebbero spingere un museo ad aprire un account su TikTok.

Sicuramente avere accesso ad un bacino di utenza di giovani tra i 18 e i 24 anni che raramente visitano questi luoghi se non con la scuola. Monitorare i contenuti creati all’interno del proprio museo. Se voi non lo farete, altri lo faranno al posto vostro (vi consiglio di controllare se esistono già degli hashtag associati al vostro museo). Popolare TikTok di contenuti di qualità rendendolo un posto migliore. Pensare a delle sfide da proporre usando un hashtag specifico da proporre a chi visita il museo (ad esempio chiedendo di realizzare un disegno ispirandosi allo stile di un artista o a provare a raccontare l’opera che più gli è piaciuta in un minuto di tempo).

Ma per farvi un’idea più concreta sulle potenzialità di questo social esamineremo alcuni dei profili di musei che si sono iscritti.

I primi musei ad essere apparsi su TikTok

TikTok, con il pretesto della “Museum Week“, ha coinvolto 5 musei con delle dirette streaming. Per lanciare i loro account sull’app e aumentare la loro visibilità si sono fatti aiutare da alcuni tiktoker (influencer di questa specifica app).

Nello specifico i musei che hanno aderito all’iniziativa sono stati:

Museo del Prado di Madrid (@museodelprado), il Rijksmuseum di Amsterdam (@rijksmuseum), le Galleria degli Uffizi di Firenze (@uffizigalleries), il Naturkundemuseum di Berlino (@mfnberlin) e il Grand Palais di Parigi (@le_grand_palais).

Ma su Tiktok troviamo anche il Carnegie Museum of Natural History di Pittsburgh (@carnegiemnh), la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (@lagallerianazionale) e il Metropolitan Museum di New York (@themetmuseum).

A questo elenco se ne aggiungono anche altri forse meno conosciuti che però sono ancora alle prime armi.

Come si comportano i musei su TikTok?

Analizzando i pochi profili di musei presenti su TikTok si può notare come le strategie attuate siano molto diverse tra loro.

A mio avviso il Museo del Prado di Madrid è l’account che bisognerebbe prendere a modello. Sul loro profilo troverete spiegazioni di ogni genere, scoprirete curiosità sugli oggetti conservati nel museo, quali macchinari utilizzano nella ricerca e nel restauro delle opere, quali iniziative vengono realizzate nelle loro sale e filmati del passato. La qualità dei video non è eccelsa ma i contenuti sono validi e nonostante non seguano nessun trend il loro successo è inequivocabile. Ci permettono di assistere a quello che avviene dietro le quinte mettendo in risalto i professionisti che lavorano all’interno del museo. Anche i numeri parlano chiaro 172.500 followers e 870.000 likes .

@museodelprado

Tesoros del taller de restauración del #MuseodelPrado #restauración aprendeentiktok

♬ sonido original – museodelprado
Video TikTok del Museo del Prado

Il Metropolitan Museum invece aveva inaugurato il suo account con un contest partecipatissimo, ovvero #SaluteToClassics, lanciato in collaborazione con TikTok che ha avuto 61,5 milioni di visualizzazioni. Si chiedeva agli utenti di imitare le opere del loro museo per stimolare la creatività dei partecipanti e far conoscere meglio le opere che custodisce. Ai vincitori del concorso un viaggio di cinque giorni a New York completamente spesato oltre ai biglietti esclusivi per la mostra “Camp: Notes on Fashion”. Il Met ha poi cambiato lo stato dei suoi video, che avevano generato ben 42.300 like, da pubblico a privato lasciando il profilo vuoto per diverso tempo. Solo recentemente sono tornati a pubblicare qualcosa in occasione della mostra “About Time: Fashion and Duration”.

Un altro museo che sta utilizzando TikTok in maniera interessante è il Rijksmuseum di Amsterdam. In questo caso troviamo video professionali con spiegazioni delle opere, video amatoriali di giovani che reinterpretano le opere del museo, video che pubblicizzano il loro merchandising, video delle iniziative realizzate e ogni tanto anche qualche video spiritoso. Inizialmente il Rijksmuseum si limitava a rincorrere i trend di TikTok adesso invece sembra aver trovato una propria identità. A differenza del Museo del Prado il Rijksmuseum cerca di coinvolgere anche i giovani nella creazione di contenuti originali spingendoli così a visitare il museo ed esprimere la propria arte.

Video TikTok del Rijksmuseum

La Galleria degli Uffizi si è invece distinta con uno stile tutto suo aggiudicandosi la definizione di “unlikely class clown” da parte del The New York Times. Secondo il quotidiano statunitense, e come dargli torto, i post irriverenti pubblicati su TikTok dagli Uffizi potrebbero mettere a rischio la loro buona reputazione. In molti dei loro video infatti le opere d’arte vengono ridicolizzate e spogliate di qualsiasi significato. A mio avviso non c’è bisogno di ridicolizzare un’opera d’arte per renderla interessante ai giovani. Questi nuovi modi di comunicare l’arte dovrebbero cercare di esaltare l’opera, farne conoscere la storia, un particolare, lo studio del restauro, il committente, l’artista, la storia del suo ritrovamento o qualche aneddoto.

Video TikTok degli Uffizi

Tra i musei italiani troviamo anche la GNAM che ha inaugurato il profilo su TikTok il 25 Ottobre del 2019 per documentare il ritorno dal Giappone dell’opera “le tre età” di Gustave Klimt. Un inizio interessante ma non avvincente susseguito da video mediocri. Sarebbe auspicabile che continuino a documentare il lavoro degli artisti contemporanei realizzando riprese più lunghe e aggiungendo maggiori informazioni. L’account al momento contiene in tutto 10 video, l’ultimo realizzato a Maggio del 2020 quando il museo venne riaperto dopo il lockdown.

Se avete altri musei da segnalarci lasciate un commento.

Come l’acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie ad uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi ci lasciano”.

Paul Valery, 1936

Giulia Tiddens

“Hiroshima mon amour”: la decostruzione della memoria

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Tra qualche anno io mi ricorderò di te come dell’oblio dell’amore stesso, io penserò a questa storia come all’orrore dell’oblio: lo so già

Hiroshima mon amour

Titolo originale: Hiroshima mon amour
Regia: Alain Resnais
Soggetto e sceneggiatura: Marguerite Duras
Cast principale: Emmanuelle Riva, Eiji Okada
Nazione: Francia, Giappone
Anno: 1959

Il cinema moderno di Alain Resnais

È un’indagine dolorosa quella di Alain Resnais, il manifesto di un’epoca e di un modo di fare cinema, tutto giocato sulla scomposizione del Tempo, sul personaggio-uomo e sull’uomo come pensiero, flusso oscillante di materia, affezioni, inganni. Inutile prescindere da Deleuze e dalla sua acuta – insuperabile – diagnosi ‘modernista’, capace di cogliere in Resnais l’inventore di nuove opere, riassumibili nell’immagine-tempo in opposizione al cinema classico, imperniato – come dimostra Ejzenstejn – sull’assimilazione tra ambiente e figure, in un’ottica chiara, realista: univocamente percepibile. A monte c’è Henri Bergson, il concetto di durée e, soprattutto, la sua teoria della percezione, che in Materia e memoria (1959) abrade i confini, il fondamento di ogni dualità.

L’antica scissione immagine/movimento è infatti superata nel flusso ottico-dinamico, tanto cinematografico da prestarsi alla trasposizione, secondo l’idea che non esistono «cose né coscienze ma soltanto immagini viventi che agiscono e reagiscono le une sulle altre»[1]. È un dato fondamentale, attestante il piano d’immanenza in cui tutto si sovrappone, interagisce, si (auto)alimenta. Non più dunque una realtà ‘fotografata’, riprodotta, bensì un insieme di stimoli, flash, immagini legate a «situazioni ottiche e sonore ‘pure’»[2], in cui le coordinate spazio-temporali si sgretolano, e il vero è puntellato di lacune, di oscillazioni più o meno rapsodiche.

Immagine e tempo in Hiroshima mon amour

Siffatto orizzonte non può che fornire una chiave epistemologica, laddove il reale diffratto è porta d’accesso a una comprensione totale. Citando il romanticismo, Deleuze parla di un’ottica ‘visionaria’, della necessità «di cogliere l’intollerabile o l’insopportabile» al fine di «fare della visione pura un mezzo di conoscenza e d’azione»[3], come se fosse ormai impossibile fidarsi dell’oggi translucido, delle categorie predeterminate e per questo vacue. È quanto accade in Hiroshima mon amour, opera cerebrale e ‘liminare’, edificata sulla coalescenza di notte e giorno, di realtà e visione.

Tutto, nel film in questione, rivela l’assimilazione dei principi bergsoniani, sovente integrati ai moduli della Recherche, con quell’idea di memoria che non è ricordo né ‘traccia’ bensì – ancora una volta – dispositivo mobile. Si tratta, come è ovvio, di fare i conti con un tempo non cronologico, svincolato dai dati fattuali e dall’idea – conciliante – di qualunque linearità. Per Resnais e Bergson il passato coesiste col presente anzi, a ben vedere, è esso stesso un ‘antico presente’. Tutto si compenetra secondo un rapporto osmotico ed è per questo che Hiroshima mon amour non si accontenta dei flashback (di fatto rarissimi) ma immerge i suoi personaggi in un brodo memoriale, in cui tutte le facoltà del pensiero risultano sollecitate.

Due luoghi, una (doppia) memoria

La vicenda è intensa, dolorosissima, capace di mescidare amore e disgrazia, la forza della passione contro il dramma atomico. Anche qui, però, si tratta compresenza. L’incontro fra un’attrice francese (Emmanuelle Riva) e un architetto giapponese (Eiji Okada) si muove su falde di realtà oscillanti, tempestate di ricordi, ri-costruzioni, dimenticanze, corrispondenze. Portatori ciascuno di una propria memoria, essi vivono un ‘oggi’ che è estraneità e integrazione: due le città sullo sfondo, due le zone di un passato tragicamente permanente. Hiroshima e Nevers – luoghi dell’anima e dello strazio – si alternano nell’opera come frammenti di oblio, resi confusi e ancor più coincidenti dall’interferenza degli elementi, come il fiume giapponese e le banchine della Loira, il neon delle strade e i riverberi della provincia.

Il primo quarto d’ora ha la parvenza del documentario, le voci fuori campo che discutono della bomba, con le immagini dello scoppio e la conseguente deformazione, i numeri che svaniscono davanti ai corpi martoriati. In abbrivio – e ancora dopo, per ellissi – l’amplesso dei due amanti decostruisce l’intento ‘storico’: al centro c’è la carne, l’essere, la coincidenza speculare che va al di là del visibile. I corpi puliti, via via coperti di cenere, recano tracce morali del medesimo dramma: lui, «completamente giapponese», è un sopravvissuto che ha Hiroshima negli occhi; lei, fuggita a Parigi, reca i segni del mascheramento, chiede di essere divorata, deformata, al fine di espellere la tossicità – di obliare, mediante un’altra memoria, la propria intima, terribile anamnesi.

Dal dramma alla catarsi

Ecco le mani, dunque, le unghie conficcate nella spalla di lui, quasi a simboleggiare l’appropriazione, il desiderio di essere altro toccando l’Altro, ghermendo – insieme a questo – il rimosso e l’indicibile. Tante le sequenze ‘visionarie’, in cui il recupero memoriale (laddove possibile, e pur sempre manchevole) funge da occasione gnostica; si procede per sovrapposizioni, minimi dettagli che cancellano lo spazio-tempo: un braccio, uno sguardo, una voce. E poi i pronomi, i tempi verbali, ‘tu’ che diventa ‘lui’ ed è presente e passato insieme. Scopriamo, in un crescendo onirico, che l’architetto evoca i tratti di un’antica passione, quella per un soldato tedesco ucciso a Nevers. I piani si alternano, deflagrano in un continuum di spazi e generi differenti [4], dove l’inconciliabilità dispone il terreno alla ri-costruzione.

«Tu non hai visto niente a Hiroshima» ripete ossessivamente lui, eppure è mediante quello sguardo che anch’egli ricorda, e rammenta soprattutto quanto è terribile dimenticare. Seduti al bar dove avviene il transfert, lui è oggetto e soggetto di una memoria involontaria, traslata – appunto – e pertanto ‘devastante’. È così che entrambi vedono, cogliendo infine l’intollerabile; con i modi letterari di Marguerite Duras («Io ti incontro e mi ricordo di te. Chi sei tu? Tu mi uccidi. Tu mi fai del bene») si srotola il racconto di un amore impossibile, marchiato, “infame”, pagato a caro prezzo. Nel luogo dell’oblio e della desolazione, dove ogni cosa è stata spazzata via in nove secondi, lui e lei ricordano. Alieni gli uni agli altri, nella parentesi di uno spazio vuoto, si aprono alla catarsi: a Hiroshima torna a crescere un fiore, mentre Nevers, «storia da quattro soldi», è consegnata all’oblio.

Ginevra Amadio

Tre motivi per vedere il film

  • – La folgorante overture
    – I volti dolenti, perfetti, di Emmanuelle Riva e Eiji Okada
    – Il ‘film di Never’, un lungo flashback impuro.

Quando vedere il film

Non è un’opere semplice, immediata o riposante. Consiglio il giusto tempo, e una certa predisposizione.

Note

[1] Si veda a proposito la disamina, chiara e approfondita, condotta da Katia Rossi in Hiroshima mon Amour: l’architettura della memoria in Resnais, in “Kykéio: semestrale di idee in discussione”, 4, Firenze, Firenze University Press, novembre 2000.
[2] G. Deleuze, L’image-mouvement. Cinéma 1, Paris, Minuit, 1983.
[3] ID, L’image-temps. Cinéma 2, Paris, Minuit, 1985.
[4] K. Rossi, Hiroshima mon Amour, cit.

Avete perso l’ultimo appuntamento con il cineforum? Eccolo per voi!

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Violator”: lo straordinario album dei Depeche Mode compie gli anni

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Pubblicato il 19 marzo del 1990 Violator è il primo album dei Depeche Mode che rientra nella top ten degli Stati Uniti e del Regno Unito e che ha dato vita a una sfilza di singoli di straordinario successo.

I mesi che precedono la pubblicazione del settimo album dei Depeche Mode sono segnati da un crescente interesse per questo gruppo synth-pop inglese, che prima di allora aveva avuto un ridotto pubblico goth. In effetti il tour di Music for the masses nel 1988 culmina con uno spettacolo sold-out al Rose Bowl di Pasadena, in California. L’anno successivo l’uscita del singolo Personal Jesus non fa che aumentare l’hype attorno alla band.

Violator è quindi l’album con cui i Depeche Mode compiono il primo passo per diventare la più grande band elettronica del mondo.

In questo disco i Depeche Mode fondono perfettamente gli elementi tipici del loro sound come il blues gotico, la dance-elettronica, il synth pop e il rock da stadio. Il risultato è un disco pazzesco, fluido e accessibile a un pubblico mainstream.

Già nel giorno successivo all’uscita del disco la popolarità della band esplode grazie alle immagini dei telegiornali americani che mostrano oltre 10 mila fan, che – ammassati davanti al Wherehouse, un negozio di dischi di Los Angeles, in attesa di incontrare i loro idoli per un autografo – creano confusione in strada, rendendo necessario l’intervento della polizia in tenuta antisommossa.

TRACK LISTING

  1. World in My Eyes
  2. Sweetest Perfection 
  3. Personal Jesus 
  4. Halo 
  5. Waiting for the Night 
  6. Enjoy the Silence 
  7. Interlude#2 – Crucified (ghost track, parte a 4:21)
  8. Policy of Truth
  9. Blue Dress
  10. Interlude#3  (ghost track, parte a 4:18)
  11. Clean 

Nichilismo, droghe, feticci sessuali, religione, misantropia sono i temi principali dell’album come si evince già dal primo singolo, la celeberrima Personal Jesus, che sarà successivamente coverizzata da artisti illustri come Johnny Cash e Marilyn Manson. Si tratta di un capolavoro della musica pop: una melodia con un leggendario riff blues accompagnata da un testo denso di spiritualità. Non è la prima volta che Gore inserisce allusioni religiose nei suoi testi: in Blasphemous Rumors del 1984 afferma che “Dio ha un senso dell’umorismo malato”.

L’altro brano celeberrimo di Violator è Enjoy The Silence.

Ascoltando la demo portata da Gore a Wilder si capisce quanto il contributo di quest’ultimo nel creare il sound della band sia stato fondamentale: quella che era una ballata per voce e armonium diventa un maestoso inno dance.

Come ha detto Martin Gore a Mojo nel 2012:

La demo originale di Enjoy the Silence era molto lenta e minimale, solo io e un armonium, e Alan (Wilder) aveva l’idea di dargli un ritmo. Abbiamo aggiunto gli accordi del coro e (il produttore) Flood e Alan hanno detto: “Perché non suoni un po’ di chitarra sopra?” È stato allora che ho pensato al riff. Penso che sia stata l’unica volta nella nostra storia in cui ci siamo guardati tutti e abbiamo detto: “Potrebbe diventare una hit”.

Il testo, un elogio del silenzio e della meditazione come tramite per una conoscenza superiore, si fonde con una musica con base vorticosa, ossessiva e ballabile.

Ma Violator non vive solo di luce riflessa delle sue due monster hit. È un quadro perfetto, in cui ogni colore è funzionale al risultato complessivo. Per questo lo considero uno dei migliori album di sempre.

Non è un caso infatti se Violator resterà l’album più venduto della band inglese, con oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo (3,9 milioni solo negli Stati Uniti), assicurando alla band una vita pluridecennale. Paradossale per un gruppo che ha scelto di chiamarsi “moda passeggera”.

Reach out and touch faith!

Valeria de Bari

La complessità di Isabel Archer, protagonista di Ritratto di signora

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Protagonista di Ritratto di signora di Henry James, Isabel è una giovane donna indipendente che parte dall’America per esplorare l’Europa.

Isabel è determinata ad avere una vita in cui dare la priorità alla libertà personale: non tollererà che gli altri le impongano la loro volontà.

La trama del romanzo

Isabel Archer, una giovane donna indipendente e curiosa di Albany, New York, arriva nella campagna inglese su invito della zia materna, la signora Touchett. Non avendo mai incontrato la loro parente americana, lo zio di Isabel e il cugino Ralph la accolgono calorosamente a Gardencourt (la tenuta della famiglia Touchett). 

Ralph, così come il bello e ricco vicino di casa Lord Warburton, è preso dalla bellezza e dal carattere di Isabel, che viene presentata dall’inizio come estremamente indipendente e attaccata alla sua libertà personale

Fin qui potrebbe sembrare una storia alla Jane Austen, ma vi assicuro che il romanzo è una continua scoperta. La protagonista Isabel, il cui prototipo è Daisy Miller, novella di James di cui abbiamo parlato in questa rubrica, ha molte qualità ammirevoli, in particolare per quanto riguarda la sua intelligenza: è arguta, istruita e ha una fervida immaginazione.

Tuttavia, la sua mente intelligente non la esime da una serie di difetti: Isabel è sicura di sé al punto da essere arrogante. Crede ingenuamente di prendere sempre decisioni corrette e quindi commette regolarmente errori nel giudizio. Nel complesso, però, James ritrae Isabel come un personaggio simpatico che cerca di agire in modo sincero e basato su saldi princìpi. Di certo Isabel Archer è un personaggio molto umano. Vediamo bene il perché.

“In alcune circostanze…”

In un famoso passaggio del capitolo 19, Isabel afferma che è il proprio sé a definire una persona, non i vestiti che indossa o i libri che legge. E ci crede davvero, le azioni disapprovate da tutti i suoi cari che compie verso la metà del romanzo è la prova che dà agli altri e a se stessa. 

Tuttavia, la le circostanze sono definite cruciali per il mondo di Ritratto di signora sin dal suo incipit: 

In alcune circostanze, poche ore nella vita sono più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia chiamata tè pomeridiano. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no — certo, alcuni non lo fanno mai —  quel momento è in sé delizioso.

Ritratto di signora (Henry James), capitolo I

Con la parola tè, James non intende le foglie della pianta, né l’infuso che ne ricaviamo, ma il rituale intorno alla sua consumazione. “Certo, alcuni non lo fanno mai”: questa frase si riferisce a tutto il mondo nascosto di quella cerimonia, ovvero domestici, camerieri, cuochi, e immediatamente dimostra l’importanza delle circostanze. E quindi condizioni di vita, situazione finanziaria, statuto familiare, classe, sesso, età, salute: questi sono i fattori che ci determinano come esseri sociali nel mondo.

E allora l’affermazione di Isabel che ho nominato prima, che la vede promotrice dell’ideale che a definire noi stessi siamo noi e solo noi, si sgretola. Il potere delle circostanze la travolgerà in pieno e quasi taglierà le gambe alla protagonista, così legata alla sua indipendenza e pensiero libero. Ma Isabel è un’eroina complessa, molto umana, e sorprende il lettore nel finale del romanzo.

Ritratto di Isabel?

È facile lasciarsi ingannare dal titolo del romanzo: l’immagine che Isabel evoca è quella di una signora, una Lady in lingua originale, che posa immobile per un ritratto che la secolarizza in una posizione perpetua. In realtà Isabel è esattamente l’opposto di questa immagine, essendo una donna in costante movimento, che prende la sua vita a piene mani anche nei momenti più oscuri.

L’arte è, certo, una presenza costante nel romanzo, ma è spesso vista in luce negativa: Isabel è paragonata più volte ad un oggetto da collezione da diversi personaggi maschili. L’atteggiamento di alcuni personaggi nei confronti delle loro collezioni d’arte si estende negativamente alle loro relazioni umane, rivelando che la sensibilità e il gusto artistico non sono affatto un indicatore di moralità.

Nulla è come sembra, tutto può ingannare, a cominciare dal titolo. Henry James non intende presentare Isabel come un oggetto da collezionare e osservare, bensì dipinge molti ritratti di Isabel che vanno da una giovane donna ingenua ma indipendente a qualcosa di molto più complesso.

Il film con Nicole Kidman

Nel 1996 è stato tratto un film dal romanzo di James. Diretto da Jane Campion e con protagonista Nicole Kidman, la pellicola ha ricevuto due nomination agli Oscar. Guarda qui sotto il trailer:

Se il romanzo vi ha incuriosito, vi segnalo che è una delle uscite nella collana in edicola di RBA. Per sapere quando potrete prenderla, date un’occhiata qui!

Veronica Bartucca

Leggi l’ultima uscita di Dosi di Eroine:

Gli epigrammisti alessandrini in pillole

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Il 3° secolo a.C. vide una fioritura straordinaria dell’epigramma greco, per numero e qualità di autori che si cimentarono in questo genere. Il nome stesso (da ἐπί-γράφω, letteralmente: “scrivere su”, “scrivere sopra”) esprime perfettamente sia la funzione che la peculiarità di questo genere letterario: esso nasce, infatti, come testo inciso sulla pietra o su un materiale durevole; comporta il fine pratico di commemorare un defunto o di accompagnare la consacrazione di un oggetto.

La fortuna del genere in età ellenistica è dovuta alla fusione stessa dell’epigramma con i principi alessandrini della brevitas e dell’interesse per il preziosismo. In questo periodo storico, tale genere letterario viene codificato e declinato in diverse “scuole”.

La scuola dorico-peloponnesiaca

La prima scuola per importanza per l’epigramma greco è quella “dorico-peloponnesiaca”, che si serve del dialetto dorico letterario in un’epoca di κοινὴ. Tale orientamento è caratterizzato dall’attenzione alla condizione di miseria degli strati bassi della società. Autori rappresentanti di questa tendenza furono Leonida di Taranto, Nosside di Locri, Anite di Tegea.

Un epigramma greco esemplare: Gli ospiti sgraditi di Leonida di Taranto (AP VI, 302)

«Fuggite dal mio tugurio, topi notturni: la povera

madia di Leonida neppure un sorcio sa nutrire.

Il vecchio basta a se stesso, se ha sale e due pani di orzo:

tale è la vita che ho appreso dai padri.

Perché, ghiottone, scavi quest’angolo?

Non troverai neppure l’avanzo della mia colazione.

Presto, vattene in casa d’un altro – io ho povere cose –

dove raccoglierai più abbondanti provviste

Alla vera o presunta miseria, tema importante per i cinici e del quale Ipponatte risulta essere un importante modello, è riservato un epigramma dove si invitano i topi che frequentano la vuota dispensa di Leonida a partire, perché essa “neppure un sorcio sa nutrire”. Ipponatte, infatti, esiliato dagli avversari politici, è stato un poeta lirico che ha descritto la sua condizione da esiliato con molto umorismo, come si può notare in uno dei suoi frammenti (fr.32 West):

«Ermes, caro Ermes, rampollo di Maia Cillenio

ti supplico: ho freddo come un cane

e batto i denti…

dà un mantello ad Ipponatte, e una vestina

sandaletti e babbucce, e poi d’oro

sessanta stateri in un altro mucchio

L’incipit indica già il tono confidenziale con cui il poeta si rivolge al suo pubblico: “caro” infatti aveva già in Omero un valore possessivo (si pensi a come Nausicaa si rivolga al padre nell’Odissea). Il poeta aristocratico si finge povero: non è ignaro, infatti, dei cambiamenti sociali, né della nuova classe mercantile che si sta sviluppando. La scelta di Ermes non è dunque casuale: egli è il dio dei commerci e dei ladri; tale scelta è da intendere come una critica rivolta ai nuovi ricchi; il disprezzo verso questi mercanti è dovuto al fatto che questi ultimi non condividono gli stessi valori dell’aristocrazia conservatrice. Questo aspetto coinvolge altri autori lirici come Archiloco, Teognide e Anacreonte.

Inoltre, ritornando al testo di Leonida, è importante notare il principio dell’autosufficienza del sapiente, che può fare a meno delle ricchezze: tale concetto era caro al dibattito filosofico stoico-cinico dell’epoca.

Un’altra importante autrice è Nosside di Locri, forse direttrice di un tiaso femminile, che scrive un epigramma greco legato al culto di Afrodite:

«Nulla è più dolce d’amore; ed ogni altra gioia

viene dopo di lui: dalla bocca sputo anche il miele.

Così dice Nosside: e chi Cipride non amò,

non sa quali rose siano i fiori di lei

Anche in questo caso, ritorna il tema del “migliore“, come si evince già a partire dal primo verso. Tale tematica era già stata espressa da Saffo (fr.16 Voight):

«Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,

altri di navi dicono che sulla nera terra

sia la cosa più bella, mentre io ciò che

uno ama. […]»

Un altro elemento che potrebbe ricollegarsi alla poetessa di Lesbo nel componimento di Nosside è l’aggettivo “dolce“, presente al primo verso, che può essere visto come un tentativo di emulare il frammento 130 di Saffo, dove è presente il famoso neologismo ossimorico “dolceamara“:

«Eros che scioglie le membra mi scuote

di nuovo: dolceamara invincibile belva

Il collegamento tra Nosside e Saffo diventa ancora più esplicito in un altro componimento (AP VII, 718):

«Straniero, se navigando ti recherai a Mitilene dai bei cori,

per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,

dì che fui cara alle Muse, e la terra Locrese mi generò.

Il mio nome, ricordalo, è Nosside. Ora va’!»

Il confronto tra le due poetesse si fa sempre più intenso al verso 2, così tanto che, nei versi successivi, Nosside dice che deve essere portato un messaggio a Saffo: lei che è stata poetessa. Il tema della σφραγις e della persona loquens richiamano alla mente l’idea dell’epigramma greco funerario, con apostrofe iniziale al viandante al primo verso (“Straniero”).

Infine, ultima, ma non sicuramente per importanza, Anite è un’altra esponente di questo modo di fare epigrammistica. Con il tempo, i suoi epigrammi si sono distinti per il forte interesse verso il contesto bucolico, per gli epicedi e per il mondo dell’infanzia.

Vuoi saperne di più sulla condizione della donna in età antica? Leggi l’articolo relativo ad Ipazia!

A.P. VII, 202 – In morte di un gallo

«Fino a poco tempo fa’ mi svegliavi

al mattino presto, e agitando le ali

mi buttavi giù dal letto;

più non lo farai poiché un pirata

ti sorprese nel sonno spezzandoti il collo

In questo epicedio scherzoso è interessante notare l’uso del termine “pirata“, che qui designa, con umorismo, probabilmente un gatto o una volpe.

«Per un grillo, usignolo dei campi,

e per una cicala, abitante d’una quercia,

Miro fece questa tomba comune

bagnandola di caste lacrime infantili;

Ade implacabile d’improvviso le strappò

gli oggetti della sua tenerezza

Prima di tutto, è possibile vedere l’attenzione di Anite verso la realtà quotidiana, un aspetto tipicamente alessandrino. In più, nella seconda metà dell’epigramma greco, la focalizzazione sul tema dell’infanzia, che non è vista con durezza, ma con sensibilità femminile, che va ad indagare la sincerità delle emozioni di un bambino. Il fatto che è bambini non conoscono nè il bene nè il male è una caratteristica che era già presente nella lirica greca:

Fr. 8 Gent-Prato e 2 West – Come le foglie

«Al modo delle foglie che nel tempo

fiorito della primavera nascono

e ai raggi del sole rapide crescono,

noi simili a quelle per un attimo

abbiamo diletto del fiore dell’età,

ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.

Ma le nere dèe ci stanno a fianco,

l’una con il segno della grave vecchiaia

e l’altra della morte. Fulmineo

precipita il frutto di giovinezza,

come la luce d’un giorno sulla terra.

E quando il suo tempo è dileguato

è meglio la morte che la vita

La visione edonistica di Mimnermo, in quest’epigramma greco, si intreccia con un’idea pessimistica della vita, secondo la quale la giovinezza, destinata ad andarsene, è l’unico momento veramente felice.

Ma l’idea della tenera età come periodo in cui è impossibile distinguere il bene dal male ritorna anche ripreso nella tragedia, in particolare nell’Aiace di Sofocle:

AIACE: «Prendilo, su, dallo a me: non avrà brividi, sai. Occhi chiari su questa pozza calda mortale, se è mio,
se è sincera la vena paterna. Ah bisogna imbrigliarlo subito il piccolo, con le regole rudi del padre. Che si ricalchi su me la sua tempra. Figlio, deve toccarti successo migliore del padre. Il resto identico. Non saresti da poco. Pure, già ora ho motivo d’invidia per te: non hai sentimento della mia miseria. Non possedere un io che pensa; ecco l’età più cara! Finché non sperimenti godere e soffrire. Ma toccherai quell’istante, e allora sarà tuo assoluto dovere chiarire, in mezzo a chi odii, da che padre, che tempra è la tua. Per ora, assapora le brezze sottili, palpita, vibra nel cuore bambino, conforto a tua madre, che è qui. Non uno dei Greci – è sicuro – potrà calpestarti con perfide offese,
anche se io mancherò: che scolta ti lascio, di ronda davanti alla soglia! Teucro, lui! Farà tutto, per te, senza esitare, anche se oggi s’aggira lontano, sempre a predare nemici. (Rivolto al Coro) A voi compagni, mio equipaggio mie armi! Tutti insieme vi ordino, vi prego, trasmettete a quell’altro lontano il comando: deve prendersi il figlio, qui, e farlo vedere a Telamone, laggiù nella casa, e alla madre, a Eribea, capite? Deve sfamare la loro vecchiaia fino alla fine, finché caleranno nel baratro, dal dio dell’abisso. Per le mie armi non ci sarà concorso. Niente giudici di gara, né quell’altro, che fu la mia morte.»

Il celebre eroe omerico prende in braccio il figlio, prima di uccidersi. L’episodio può richiamare alla mente del lettore attento l’immagine omerica di Ettore che e il figlio nell’Iliade. Aiace ha un occhio di riguardo e di benevolenza, quasi invidia, verso l’innocenza del figlio.

Per ritornare alla nostra poetessa, Anite scrisse anche un bel quadretto bucolico, forse destinato ad accompagnare la raffigurazione di un paesaggio estivo:

«Ospite, sotto la rupe le logore membra riposa!

Fiato soave mormora nel verde.

Bevi lo sgorgo gelato di fonte – riposo gradito

nell’estiva calura pei viandati

Impressionanti sono l’immagine del locus amoenus e l’idea del viandante che si ferma (presente anche nell’autoepitaffio). L’ambiente non è sicuramente l’estate di Esiodo e di Teocrito, che mette alla prova la fatica del lavoro dell’uomo.

Vuoi saperne di più su Anite e Nosside? Ecco un libro dedicato a loro!

La scuola ionico-alessandrina

Ben diverso clima, sia artistico che sociale, emerge dagli epigrammisti della scuola “ionico-alessandrina”, tra i quali Callimaco ed Asclepiade. Il presupposto della loro attività va cercato nella cosmopolita Alessandria, nel circolo dei dotti che frequentavano il Museo e la Biblioteca: ambienti di raffinatezza espressiva e dottrina letteraria che costituiscono l’ideale estetico fondamentale.

Un epigramma greco esemplare: La ragazza ritrosa di Asclepiade (AP V, 85)

«Tu difendi la tua verginità.

E perché? Nell’Ade non troverai

un solo amante.

Sono qui, tra i vivi,

i piaceri di Cipride:

là, sulle rive di Acheronte, o vergine

saremo ossa e cenere

Tale componimento è collacabile con difficoltà nel contesto simposiale, dato che l’ambiente non pare essere quello consueto, popolato da etere e fanciulli. Anche il tema principale dell’epigramma greco, ossia la ragazza che rifiuta l’amore, è tipicamente letterario, e non simposiale. Centrale è quindi il motivo del carpe diem epicureo, che serve come una sorta di “esortazione”, rivolta alla ragazza, a non lasciarsi sfuggire il piacere che la vita le offre.

Sempre Asclepiade scrive ancora (A.P. XII,50):

«Bevi, Asclepiade! Perché queste lacrime?

Che cosa ti fa soffrire? La crudele Afrodite

non fece sua preda solo te,

né solo su di te Eros amaro tese l’arco e le sue frecce.

Beviamo la bevanda pura di Bacco;

il giorno è un dito.

Oppure aspettiamo di vedere di nuovo

la lampada compagna del sonno?

Ma via, beviamo, disperato amante!

Tra non molto dormiremo una notte infinita

Il tema della fugacità della vita e della giovane età come periodo migliore dell’esistenza umana si ricollegano a quanto già diceva Mimnermo ne I fragili doni di Afrodite (fr.1 West):

«Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d’oro?

Meglio morire quando non avrò più cari

Gli amori segreti e il letto e le dolcissime offerte,

che di giovinezza sono i fiori effimeri

per gli uomini e le donne. Quando viene la dolorosa

vecchiaia che rende l’ uomo bello simile al brutto,

sempre nella mente lo consumano malvagi pensieri;

nè più s’ allieta guardando la luce del sole;

ma è odioso ai fanciulli e sprezzato dalle donne:

tanto grave Zeus volle la vecchiaia.»

Il testo è suddivisibile in tre parti: la prima coincide con l’interrogativa retorica del primo verso, dove Afrodite, per metonimia, è allegoria dell’amore; la seconda, dal verso 2 al verso 5, si parla della bellezza della gioventù passata; nella terza, dal verso 6 al verso 10, viene descritta la vecchiaia, che è dolorosa, perché viene anche a mancare il motivo della καλοκαγαθία, ideale di perfezione esteriore ed interiore dell’uomo, e perché viene meno anche l’ἔρως sia per le donne, che per giovani uomini, secondo il principio educativo pederastico greco.

La scuola fenicia

Sul finire dell’età ellenistica l’epigramma greco tende ad uno stile elegante e sfarzoso, influenzato dalla retorica contemporanea, specialmente in alcuni autori, come Meleagro, che, per via della loro provenienza dalle città ellenizzate della Siria, sono accomunati dalla definizione “scuola fenicia”.

Un testo esemplare: Eros dispettoso di Meleagro (AP V, 179)

«Lo giuro su Cipride, Eros: getterò sul fuoco ogni tua cosa,

l’arco e la faretra di Scizia colma di frecce.

Li getterò tra le fiamme, sì. Perché mi sbeffeggi, e ridi,

e fai smorfie col tuo naso camuso? Riderai presto amaro.

Ti taglierò le ali che guidano i passi veloci dei Desideri,

chiuderò i tuoi piedi in ceppi di bronzo.

Ma sarà una vittoria di Cadmo se t’incatenerò

vicino alla mia anima: una lince accanto all’ovile!

Vattene, noioso, prendi i tuoi lievi calzari,

dispiega verso altri le ali veloci

Il tema degli Amorini dispettosi è tipico del periodo del tardo Ellenismo, trova anche molti riferimenti artistici. L’idea di fondo del pensiero greco è che l’amore sia un nemico per la felicità umana: a volte viene presentato come un bambino dispettoso, altre come un mostro, altre ancora come un nemico. Per tale motivo lo si insulta, lo si maledice, ma con un sorriso sulle labbra, seguendo un codice espressivo ormai formalizzato. In questo componimento, si può notare la rappresentazione di Eros minacciato come un topos della letteratura ellenistica. L’epigramma è costituito su un capovolgimento tematico: non è infatti Eros che incendia il cuore dell’innamorato, ma il poeta che dà alle fiamme l’arsenale del piccolo dio. Si può pure notare come Eros, nell’iconografia ellenistica, venga raffigurato come un bimbo dal naso camuso (segno di malignità).

Sai chi altro si diceva avesse il naso camuso? Scoprilo cliccando qui (indizio: è stato un filosofo famoso, ma non ha mai scritto niente)!

Lorenzo Cardano

Downton Abbey. Il ricettario ufficiale: dalla serie tv alla vostra cucina!

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È passato più di un mese da Natale, ma io continuo a pensare col sorriso alla cena che ho preparato per la mia famiglia. Le festività appena trascorse sono state un po’ al ribasso, tra DPCM vari e scenari apocalittici dietro l’angolo. Sui social, però, ho visto che tanta gente si è inventata modi creativi per rendere memorabile il Natale 2020. Famiglie con i maglioni uguali, coreografie di ballo su tik tok, cene a tema.

Io rientro nell’ultima casistica, perché dopo aver ricevuto in dono il fantastico ‘Downton Abbey. Il ricettario ufficiale’ scritto da Annie Grey, edito da Panini Comics, ho deciso di deliziare la mia famiglia con una cena in perfetto stile Downton Abbey, che, per chi non lo sapesse, è una serie TV di successo planetario ambientata nell’età edoardiana.

Senza spoilerare, sappiate che la tenuta di Downton ha due microcosmi al suo interno: i piani di sopra, dove vivono gli aristocratici e intrecciano le loro storie, e il piano di sotto, dove si osserva la vita della servitù, i loro amori, le loro aspettative.

Innanzitutto, devo dirvi che il libro è davvero ben fatto, è un oggetto stupendo: foto patinate e oltre 100 ricette che illustrano la cucina della famiglia Crawley, per portare un’autentica fetta di Downton Abbey nelle cucine moderne e ai fan della serie. Annie Gray, autrice e storica del cibo, offre uno spaccato affascinante sui piatti che erano popolari tra il 1912 e il 1926, periodo storico di tremendi cambiamenti e conflitti, oltre che di sviluppo culinario. Le fotografie sono superbe e anche la grafica è chiara e molto elegante, ogni pagina ha riferimenti alla serie e approfondimenti storici sull’origine della ricetta o su qualche curiosità legata agli ingredienti.

Sfogliare ‘Downton Abbey. Il ricettario ufficiale’ catapulta il lettore in un’epoca in cui l’etichetta culinaria era rigorosissima, dal modo di disporre il buffet a quando e come mangiare le uova. Ma soprattutto lo aiuta a individuare le differenze -anche alimentari- tra gli aristocratici e i loro servitori. Fermo restando che alcuni ingredienti nel 2021 risultano un po’ ostici (per esempio, i rognoni).

Tornando alla mia cena natalizia, sfogliando il libro sono rimasta colpita da 4 ricette, scenografiche nell’aspetto ma di semplice preparazione. Questo il mio menù:

  • Antipasti:
  • Tortino di patate
  • Uova alla St. James
  • Entrée:
  • Soufflè di maccheroni al formaggio
  • Dessert:
  • Gelatina di Champagne ai frutti di bosco

I tortini di patate somigliano alle nostre crocchette, ma sono arricchiti da salvia e altri aromi.

Le uova alla St James sono adatte anche a raffinati picnic di campagna, perché sono delle deliziose monoporzioni. Vi spiego come si fanno: innanzitutto servono degli stampini da muffin, io ho usato quelli di stagnola. Alla base di ogni stampino va messa un’alice sott’olio, mezzo cucchiaino di paprika, un cucchiaino di prezzemolo tritato e due cucchiai di panna; poi si prende un uovo e ci si rompe dentro. Gli stampini così riempiti andranno messi in una teglia riempita per due terzi di acqua bollente e infornati a 200′ per 10-12 minuti. Una volta sfornate, le uova alla St James devono essere tolte dagli stampini (io l’ho fatto con l’aiuto di due cucchiai) e adagiate su cerchi di pancarrè tostato. Tocco finale: un cucchiaio di panna montata (non dolce, ovviamente) e una spolverata di prezzemolo.

Guardate che belle:

'Downton Abbey. Il ricettario ufficiale' recensione del libro_uova St James
Uova alla St. James

Il soufflé di maccheroni al formaggio, il piatto principale, è l’antenato nobile del tanto amato mac and cheese, piatto americano a base di maccheroncini a gomito e formaggio filante. Solo che fare il soufflé è un’arte per la quale vi consiglio tanto allenamento! Sorvolo sulla foto, ma la differenza tra una pasta al formaggio e un soufflé è tutta negli albumi montati a neve ferma!

Il dessert, invece, è stato senza dubbio la mia più grande soddisfazione e il momento WOW di tutti i commensali. Con un minimo sforzo, si ottiene un risultato buonissimo ed esteticamente molto bello. Gli ingredienti sono solo 4: champagne, zucchero, gelatina e frutti di bosco. Lo champagne va scaldato con lo zucchero, dopodiché si aggiunge la gelatina ammorbidita nell’acqua e, dopo aver mescolato, si lascia intiepidire. Si riempie metà di uno stampo e si mette in frigo. Dopo circa 40 minuti si aggiungono i frutti di bosco (io ho usato lamponi, more e mirtilli freschi) e si versa sopra l’altra metà del liquido. Le bacche all’interno devono quasi ‘galleggiare’ nella gelatina. Dopo circa quattro ore raggiunge la giusta consistenza e si può portare a tavola per un meritato applauso!

Sono stata davvero fiera del mio dolce!

'Downton Abbey. Il ricettario ufficiale' recensione del libro_dessert
Gelatina di Champagne ai frutti di bosco

Ovviamente, se decidete di preparare una cena a tema, vi consiglio di tirare fuori tovaglie bianche, merletti, bicchieri di cristallo, argenteria della nonna e tutto ciò che di solito è chiuso in qualche armadio o scatola in attesa di essere usato chissà quando.

L’allestimento della tavola e, perché no, un look d’epoca renderanno le ricette di questo libro ancora più buone!

Micaela Paciotti

Narciso di Jmii, un singolo indie nato durante il lockdown

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Jmii è una cantautrice, musicista e vocal coach romana d’adozione. Durante il lockdown ha scritto e arrangiato il singolo Narciso, girando un videoclip davvero straordinario.

Classifica Indie l’ha posizionato al 4° posto dei video emergenti. Lei, invece, è al 10° posto della Classifica Indie Top 20 artisti emergenti.

Mariella Cesaroni, questo il nome dietro lo pseudonimo, è davvero un pozzo di creatività. Insieme a Valerio Errani, entrambi fondatori dei Marval Studios, hanno messo a frutto i 3 lunghi e pesanti mesi di lockdown, lavorando senza sosta su singolo e video. In un momento in cui tutto il mondo dell’arte, dello showbusiness e della musica era fermo per causa di forza maggiore, la creatività di molti artisti è rimasta viva e impellente.

“Scontornando la cornice che cambia le sembianze dentro me, alimenti piano le dissimulate ed insane identità” è una strofa del tuo singolo. Pur avendo una sonorità molto catchy, il contenuto non è affatto scontato. Di cosa parla Narciso? A chi è dedicato questo brano?

Alle persone ostili avvezze alla lamentela e a distruggere e criticare ciò che gli altri fanno. Soprattutto quando si è molto giovani, è difficile trovare il coraggio di contrastare questi atteggiamenti scoraggianti. Così si inizia a credere di essere esattamente come gli altri ci dipingono. Anche se in fondo al nostro cuore sappiamo benissimo di essere qualcos’altro, ci autoconvinciamo del contrario. Questo porta ad una sofferenza profonda e alla depressione. Narciso parla di questo e di come si deve reagire. Sai, è molto semplice dire a qualcuno: “Sii coraggioso”, ma non è così facile esserlo davvero, è un percorso lungo e impegnativo.

Nel video del tuo singolo d’esordio Narciso interpreti diversi ruoli. Un modo per nasconderti ed evadere dalla realtà?

Al contrario: ognuno di noi ha molteplici sfaccettature e per me è importante viverle e sperimentarle tutte. Credo sia questo che rende un individuo consapevole di ciò che è. Truccarsi, indossare costumi di scena differenti mi fa sentire forte ed è un po’ come essere un supereroe. Sono eccentrica e amo la teatralità, questo, con forte autoironia, mi diverte parecchio. Qualcuno per prendermi in giro mi dice che nell’armadio ho dei pavoni vivi che uso per cappello. Poi la vita è mutevole e le cose cambiano, evolvono, tra qualche anno forse sarò qualcosa di totalmente diverso.

Come avete fatto a girare questo piccolo capolavoro in 70 mq?

“Fai quello che puoi con quello che hai nel posto in cui sei” diceva Roosvelt. Nella coppia e nella vita io e Valerio seguiamo questo motto. Abbiamo disegnato lo storyboard del video, costruito la scatola da bambola manualmente con la tovaglia di plastica, tanto per dirne una, con i nostri cani e gatti che ci guardavano basiti. Poi ovviamente la nostra competenza in tema di editing, montaggio e grafica ha avuto un ruolo fondamentale. E’ la cosa più bella che i Marval Studios abbiano prodotto fino ad ora.

La musica è un linguaggio che serve a veicolare concetti e messaggi. Che ruolo ha per te la comunicazione?

Comunicare ciò che pensiamo e desideriamo ad alta voce, aiuta noi stessi ad essere più determinati e mette gli altri nella condizione di capire. La musica ha un ruolo fondamentale per comunicare, per identificarsi, per sentirsi consapevoli di sé stessi, compresi e liberi. Man mano che il mio progetto cresce, scopro che ci sono tante persone come me, persone che si sono sentite o si sentono diverse, costantemente fuori posto, sole, incomprese, malinconiche, inespresse. Nel mio lavoro vedo molti giovani che hanno paura di aprirsi e di esporsi, di dichiarare al mondo chi sono. La stesura nel singolo Narciso è stata un’esperienza esistenziale per me, ho pensato molto a cosa significa essere un individuo e al ruolo fondamentale che ha la comunicazione. Un ingrediente fondamentale per la felicità.

Cosa c’è nel tuo prossimo futuro?

Realizzare un intero EP nello stesso stile del singolo Narciso per poi crescere, sia musicalmente che come persona. Desidero  continuare ad insegnare, a comporre musica, a fare videoclip, divulgare la mia musica e perché no, utilizzare anche la mia voce in radio o in televisione.

Desidero fortemente raccontare la mia storia, che poi è la storia di tutti, fatta di gioie e di sofferenze. Vedo il mio attuale percorso come la vera ribellione a tutte le offese, i soprusi, la scortesia e le falsità. La gentilezza guarisce il mondo. La gentilezza guarisce le persone. È ciò che ci unisce, è ciò che rende meno dolorose le nostre cicatrici. Bisogna ribellarsi con gentilezza e col sorriso. Voglio trasmettere l’importanza di prendere la parte interessante di tutto ciò che la vita ci propone e di trarre il meglio da noi stessi.

Se siete entrati nel mood indie, abbiamo la giusta playlist per voi:

Foto di Valerio Errani

Micaela Paciotti

Sanremo 2021: la terza serata tra cover belle e distrutte

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A Sanremo 2021 la terza serata è stata dedicata alle cover, che alcuni artisti hanno cantato in duetto e altri da soli.

Anche in questa edizione unica di Sanremo 2021, la terza serata è stata dedicata alle cover. La serata è proceduta più velocemente rispetto alle due precedenti, con tutti gli artisti in gara, ad eccezione dei giovani, chiaramente.

La co-conduttrice/valletta della serata, Vittoria Ceretti, non ha brillato come Elodie e Matilda De Angelis, anzi, è stata quasi messa totalmente in ombra da Elodie. Almeno non è stato un disastro totale, come altre modelle in passato, ed è stata seria nel suo ruolo e molto raffinata.

I super ospiti sono stati i Negramaro. Hanno cantato facendo emozionare sia il pubblico da casa sia gli speaker di Radio2 “nell’acquario” in platea.

La serata è stata molto diversa rispetto a quella dell’anno scorso, sicuramente più piatta e con molti meno interventi, eccezione fatta per il quadro della serata di Achille Lauro. Quanto meno, visti i tempi stretti per i 26 artisti in gara, è proseguita più velocemente delle due sere precedenti.

La prima ad esibirsi nella serata dei duetti è stata Noemi con Neffa, in “Prima di andare via”. Le loro voci si fondevano benissimo, peccato che siano stati i primi a sperimentare i problemi tecnici dell’audio. Le loro labbra si muovevano in sincronia, ma l’audio dal microfono di Noemi usciva con qualche secondo di ritardo.

Francesco Renga ha portato un brano di Ornella Vanoni, accompagnato da Casadilego, fresca di vittoria a X-Factor. La loro cover non è stata nulla di particolare: Renga ha fatto suo il brano, ma copriva troppo la sua accompagnatrice. Casadilego si sentiva a fatica, per quanto cantava piano o era acuta. Il mix di voci non era calibrato bene.

Fulminacci ha cantato “Positivo” di Jovanotti, affiancato dalla tromba di Roy Paci e dall’ironia di Valerio Lundini. Nel complesso una buona esibizione, divertente.

Gli Extraliscio ft Davide Toffolo hanno portato il medley di Rosamunda ed hanno scatenato il palco con una polka divertentissima e movimentatissima. Sembravano quegli zii che animano le riunioni di famiglia!

Dopo di loro è salito sul palco Fasma con Nesli per cantare la sua bellissima “La fine”, canzone cantata anche da Tiziano Ferro qualche anno fa. Il microfono di Fasma non funzionava e hanno dovuto ripetere la performance.

Chi avrebbe immaginato che quel microfono ci stava salvando da un’atrocità?

Fasma ha sottolineato di essere fuori posto a Sanremo in maniera decisiva quando ha cantato “La fine” con l’autotune, addirittura nelle parti sussurrate!
In una parola: cringe.

È ironico che quando Battisti andò a Sanremo gli si rinfacciasse che non sapesse cantare, perché in questo Festival sono state proprio le sue canzoni a mostrare chi sapesse cantare e chi no. Infatti sia Bugo sia Coma_Cose hanno cantato una canzone di Lucio Battisti e tutti e tre hanno cantato malissimo e hanno rovinato le cover. Nulla avrebbero potuto fare gli artisti che stavano con loro sul palco, per aiutarli. Due esibizioni tremende a livello canoro, eccezion fatta per il buon Riccardo Zanotti dei Pinguini Tattici Nucleari.

Francesca Michielin e Fedez si sono esibiti in un medley che, come un’altalena, si spostava da una canzone all’altra e ha sorpreso tutti. Fun fact: hanno cantato “Felicità” a parti invertite. Michielin cantava Albano e Fedez la parte di Romina Power.

Il gesto di Francesca Michielin di regalare il suo mazzo di fiori a Fedez ha riscosso enorme successo e approvazione da parte di moltissime persone. Del resto è già da qualche anno che si dice di regalare i fiori anche agli uomini, per parità.

E poi, a chi non piacere ricevere i fiori?

Anche per la cover di Irama si è dovuti ricorrere al video delle prove generali. Il brano cantato è Cyrano di Guccini e con la sua esibizione ha rinfrescato il brano.

I Maneskin hanno suonato e riarrangiato “Amandoti”, dei CCCP, con Manuel Agnelli, che è stato un ottimo sostegno vocale per Damiano. Insieme hanno incendiato il Festival.

Willie Peyote ha cantato Giudizi Universali con Samuele Bersani. Gli siamo immensamente grati per aver portato sul palco Bersani e per aver interpretato il brano con rispetto e serietà.

Orietta Berti e Le Deve sul palco hanno cantato “Io che amo solo te”. Ovviamente la Berti è stata perfetta vocalmente, come anche il quartetto di voci femminili che l’ha accompagnata.
Stessa cosa per Arisa e Michele Bravi, con “Quando” di Pino Daniele, e Annalisa, insieme a Federico Poggipollini, con una canzone di Ornella Vanoni.

Nessuno di loro, però, è riuscito ad emozionarmi.

Gio Evan ha portato una cover accompagnato da quattro cantanti di The Voice Senior, peccato solo che quasi non è sembrato che avesse cantato.

Madame si è cimentata da sola in “Prisencolinensinainciusol” e con la coreografia ci ha fatto capire l’utilità dei banchi con le rotelle. La sua è stata un’esibizione molto audace per una ragazza di 18 anni ed è stata anche bella.

Il palco ha preso nuovamente vita con La rappresentante di Lista che ha cantato “Splendido splendente”. A metà esibizione si è unita Donatella Rettore. Ancora una volta hanno fatto vedere il loro talento sul palco.

Random, seppur affiancato dai The Kolors, non è stato così impattante e interessante. Tuttavia ho apprezzato che non abbia approfittato dell’autotune per sostenere la sua voce.

Malika Ayane è stata brava ed elegante come sempre, eppure mi aspettavo di più da lei.

Ghemon ha eseguito un medley con i Neri per caso. Ogni passaggio tra una canzone e l’altra è stato costruito alla perfezione, mentre la voce di Ghemon, dal timbro inconfondibile, si è fuso bene con quella del gruppo canoro. Nulla da dire, se non che è stata un’esibizione bella, armoniosa e in stile black.

Max Gazzè insieme a Daniele Silvestri, ha cantato “Del mondo”, in una cover davvero bellissima e nelle loro corde.

Aiello ha fatto una cover di “Gianna” di Rino Gaetano, che non è stata né bella né brutta. Solo qualcosa di cui si poteva fare a meno.

Colapesce e Dimartino hanno cantato “Povera patria” di Battiato, loro conterraneo, e l’hanno fatto col rispetto che si deve ad un’artista così grande e cantando in maniera pulita.

Gaia è stata tra i più bravi, sia per l’interpretazione sia per essersi fatta accompagnare da un’artista bravissima come Lous and the Yakuza. Davvero molto brave e delicate!

Ermal Meta ha portato “Caruso” di Lucio Dalla e sul palco ha portato con sé la Napoli Mandolin Orchestra, peccato che non si sentissero molto.

Forse sarebbe stato meglio dare più spazio ai mandolini all’interno dell’esibizione.

La pronuncia della canzone era sbagliata e inascoltabile. Semplicemente, se non si è napoletani o se non si parla bene il napoletano, non si canta Caruso!
L’errore grave degli accenti e della pronuncia, ripetuto per tutta la canzone, è perdonabile ad un artista giovane, ancora un po’ inesperto e forse un po’ incosciente. Ad un artista con l’esperienza di Ermal Meta, no.

Lo Stato Sociale si sono esibiti con i lavoratori dello spettacolo. Sono stati gli unici a portare sul palco la realtà che il settore dello spettacolo vive da un anno. A fine esibizione la pelle era percorsa dai brividi.
Peccato che siano stati inseriti in scaletta molto tardi, e hanno suonato all’una di notte, perché avrebbero dovuto suonare in un orario più adatto per far arrivare il loro messaggio a tutti.

La serata delle cover è stata vinta da Ermal Meta, votato dall’orchestra. Ha fatto un buon lavoro con arrangiamento e il resto, tuttavia penso che il primo posto lo meritavano altri artisti.

Ambra Martino

Festival di Sanremo 2021: 5 categorie di look viste sul palco

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Tra noia, meraviglia e perplessità, i cantanti e gli ospiti hanno fatto delle precise scelte di styling.

Sanremo è una kermesse unica nel suo genere, in pochi giorni si concentrano cultura pop, tradizione nazional-popolare, esperimenti teatrali più o meno innovativi, polemiche su ogni cosa e, last but not least, una sfilata ininterrotta di abiti di alta moda.

In questa edizione ci sono stati vari registri legati al look, tutti con finalità comunicative diverse.

Queste le categorie in cui secondo me possono essere riassunte le scelte di styling.

I narratori

Alcuni cantanti in gara hanno deciso di intraprendere nell’arco delle cinque serate una narrazione tematica. Penso a Gazzè, che si è trasformato (anche se non ho ben capito perché) in personaggi del calibro di Leonardo, Dalì, Clark Kent. O a Madame, prima madre poi sposa della sua Voce, titolo del suo pezzo e dedica d’amore alla cosa più preziosa per un artista: “Tu sei la mia voce, mi ricordo di te, mi vedevano ridere sola, ma eri te”.

Questo travestitismo narrativo, inaugurato in modo teatrale lo scorso anno da Lauro, è stato incarnato da Madame in modo perfetto e molto autobiografico. Con i suoi look curati da Dior, la giovane artista ha fatto centro e ha saputo valorizzare in modo poetico il bellissimo testo della canzone in gara.

I “mi piace vincere facile”

Quelli a cui piace vincere facile vanno sul sicuro: Armani. Lo stilista Made in Italy più osannato nel mondo, da Osaka a New York, fa abiti semplici dal riscontro superlativo. Con un abito lungo sui toni chiari dell’oro e del cipria (come quello indossato dall’ospite Alessia Bonari, l’infermiera- testimone del duro lavoro durante la pandemia), non si sbaglia mai. Anche la super top Vittoria Ceretti ha scelto Re Giorgio: abito a sirena color oro, semplice, lineare, anche troppo. L’unico look di Armani che mi ha sorpreso è stato quello di Malika Ayane: varianti sul tema pantalone arabo+top che l’hanno illuminata come una stella. Anche Noemi ha scelto uno stile molto sobrio, con Dolce&Gabbana d’archivio.

Originali con stile

Un Festival così importante richiede a mio avviso un look grintoso, che possa trasmettere al pubblico la personalità di chi lo indossa. Amadeus e le sue originali giacche sono ormai un binomio inscindibile, grazie a Gai Mattiolo. Anche Fedez in Versace mi ha convinto, con un look custom made ideato da Donatella Versace in persona. Francesca Michielin ha sfoggiato la prima sera un outfit perfetto di Miu Miu, un prezioso top su un pantalone sartoriale: era stupenda. Peccato che nelle serate successive lo stile bon ton rivisitato abbia creato più danni che altro. Un plauso speciale a Gaia Gozzi, in un tripudio di frange e pelle direttamente dalla collezione autunno inverno 2021 di Salvatore Ferragamo, che l’ha vestita in tutte le serate. Tra gli uomini, 10 a Colapesce e Dimartino, con i loro già iconici completi pastello e 10 anche a Ermal Meta, tutti vestiti da Dolce&Gabbana.

Il vincitore di questa categoria, secondo me, è però Mahmood, in Burberry, che con la sua gonna da guerriero atavico, portata con fierezza, mi ha fatto cascare la mascella per terra.

Vestiti al buio

Alcune scelte io non le ho capite, colpa mia probabilmente, perché l’abito è molto soggettivo. Casadilego mortificata in un macroabito a fiori che non le donava, Orietta Berti con l’abito di paillette e capesante ricamate sul seno (abito di CGDS) mi ha lasciato basita. Si, ok, l’autoironia, la macchietta, ma insomma, per me è no. Lo stesso vale per Arisa, ingolfata nella prima serata in un maxi tailleur di Margiela rosso fuoco, molto bello, che però non le donava.

Per Aiello, invece, first reaction: shock! nella serata in cui si è semi-vestito di piume nere in stile corvo Gennarino. Salvo in corner Gio Evan, vestito da Waxewul, un giovane brand afro-chic, che ha come etica di base la sostenibilità ambientale e sociale.

Le divinità

Metto le mani avanti e ammetto che Coma_Cose mi hanno rubato il cuore. Giovani, belli e innamorati, con gli abiti di MGSM hanno incarnato lo stile alternativo e urban che portano avanti nella vita e nella musica. I Maneskin sono riusciti a incarnare uno stile ben preciso, il rockmantic, grazie a Etro, uno dei brand più importanti del mondo della moda e dei tessuti. I loro outfit, sera dopo sera, hanno dato l’idea di una band che si muove come un’unica entità sotto la benedizione del rock.

Altra collaborazione che ha fatto centro è quella tra La rappresentante di Lista e Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino, che ha vestito Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina di colori fluo, volumi esagerati, rivestendoli di una creatività sartoriale che si abbina in modo superlativo alla loro creatività artistica.

La dea delle dee, come diceva Pollon, è Elodie anche quest’anno. Genuina, portatrice sana di talento e sicurezza, bella, simpatica, professionale, ha abbagliato l’Ariston facendo scomparire chiunque.

Capitolo a parte per le Nuove Proposte del Festival di Sanremo 2021, che sono 8Elena Faggi  e Dellai selezionati dalla Commissione Musicale di Area Sanremo e Gaudiano, Folcast, Greta Zuccoli, Davide Shorty, Wrongonyou e Avincola da Sanremo Giovani.

Ha vinto Gaudiano, come tutti saprete, ma di certo non per il look. Sul mio personalissimo podio fashion salgono:

  1. Greta Zuccoli, fresca ma molto elegante in un minidress rosso di Dolce&Gabbana.
  2. L’originale Avincola, con un abito solare, fresco, pop del brand Ritha. Il mood è color block, no gender e si ispira agli anni Novanta, tratti distintivi del marchio Made in Italy.
  3. Davide Shorty, esplosivo in tutta la sua carica funk-soul. Colorato, sofisticato, gigione quanto basta, mi è piaciuto.
Look Sanremo 2021_Avincola

Micaela Paciotti

Televisore o proiettore, quale dovresti scegliere per il tuo nuovo sistema home theatre

Finalmente ci siamo, hai un nuovo salotto abbastanza grande da poter ospitare un gran divano comodo e uno schermo abbastanza grande. In poche parole, per realizzare un sistema home theatre che ti consenta di godere al meglio i tuoi programmi preferiti.

Già, ma ora che sei arrivato al dunque, non sai cosa scegliere tra una grande TV a schermo piatto, magari con tecnologia 3D, o un bel proiettore che trasmetta le immagini in modo nitido, ma senza ingombrare mobili, e con il plus di quel gusto un po’ retrò. In questo articolo valuteremo insieme quali sono gli aspetti da considerare per compiere una scelta ragionata.

La differenza più evidente tra televisore e proiettore

Cominciamo subito dagli aspetti più ovvi. Mentre il televisore è un elettrodomestico che, una volta spento, resta nella stanza ingombrando lo stesso spazio che occupa da acceso, il proiettore è un articolo relativamente piccolo, che trasmette le immagini su una parete o su un telo, ingombra poco e può essere riposto una volta finito di usarlo, anche se richiede un numero maggiore di cavi per essere collegato.

Il fattore spazio, in verità, non è un discrimine così evidente come potrebbe sembrare. Vero è, infatti, che il televisore, specie se di grandi dimensioni, ha un certo ingombro. Tuttavia, anche il videoproiettore ha un suo prezzo in termini di spazio. Pensiamo solamente al fatto che una parete andrà necessariamente tenuta libera, senza potervi affiggere poster, foto o quadri, e senza poter utilizzare le comode mensole salva spazio. Tuttavia, se si desidera un arredamento davvero chic unito a un’ottima tecnologia, quello che dovrete acquistare è sicuramente un buon proiettore (guarda la lista dei migliori proiettori sulla guida agli acquisti di LaTop10).

La tecnologia e le casse audio

Poca differenza anche dal punto di vista della tecnologia, quantomeno se pensiamo agli aspetti che interessano davvero gli utenti. Specie sotto il profilo della nitidezza delle immagini, televisore e proiettore si sono spesso rincorsi per offrire agli spettatori una qualità che superasse l’altro di lunghezza. Oggi si equiparano, o quasi. Il proiettore mantiene infatti un piccolo vantaggio sul televisore, ed è tuttora preferito dai cinefili proprio per questo motivo.

Dal momento che si parla di sistemi home theatre, invece, non si pongono problemi con riguardo alle casse. Per i proiettori è infatti sempre necessario acquistare un sistema audio a parte, ma nei sistemi home theatre ciò è previsto anche quando al centro dell’impianto c’è un televisore. Più importante, invece, è notare come i proiettori abbiano bisogno di stanze ampie, in cui vi possa essere una distanza superiore al metro tra le persone e la superficie di proiezione.

La luce che fa la differenza

Una differenza sostanziale tra televisore e proiettore è data dall’illuminazione ambientale. I proiettori, infatti, danno il meglio di sé quando l’ambiente è completamente buio. Anche i televisori offrono le migliori prestazioni nelle stanze buie, ma con una differenza notevole: è possibile avere una qualità dell’immagine più che buona quando utilizziamo il televisore di giorno.

Viceversa, utilizzare il proiettore in condizioni di luce forte implica una quasi totale impossibilità di vedere le immagini. Poco male se vedete quasi esclusivamente film di sera, ma una differenza notevole, ad esempio, per chi ha bambini o passa molto tempo a casa anche durante le ore diurne. In tal caso il proiettore potrebbe rilevarsi una scelta da affiancare quantomeno ad un altro televisore tradizionale, così da poter beneficiare dei vantaggi di entrambe le tecnologie.

Qualche considerazione finale: a voi la scelta

Come abbiamo potuto vedere, non c’è modo di affermare che un prodotto sia nettamente superiore all’altro. I televisori occupano molto spazio e non possono essere semplicemente riposti una volta finito di utilizzarli. Tuttavia, non richiedono necessariamente l’uso di casse esterne, anche se nei sistemi home theatre usulmente è così, e possono essere visti anche in pieno giorno e in condizioni di luce molto forte. Inoltre, non è necessario che, ai fini della qualità della visione, le persone si pongano a oltre un metro dall’apparecchio.

Il proiettore, viceversa, necessita di più cavi e non è utilizzabile se non si acquistano anche delle casse. Richiede che una parete sia lasciata libera, e che vi sia abbastanza buio in una stanza. Dal canto suo però offre una visione più nitida e un effetto scenografico sicuramente notevole, oltre a poter essere riposto a fine utilizzo, se non si ha spazio per tenerlo a vista. Ideale per gli amanti del cinema, offre sicuramente un’esperienza unica, a un prezzo non troppo dissimile da quello di un televisore.

Le 5 migliori app spia più affidabili del 2021

Quando si tratta di spiare un telefono, tutti meritano di imparare a farlo. E poiché la maggior parte degli utenti mobili nel mondo utilizza dispositivi Android, è fondamentale studiare lo spionaggio su un telefono Android.

Su Internet sono disponibili innumerevoli app che affermano di spiare uno smartphone Android. mSpy è una delle migliori app spia. Tuttavia ti renderai conto che la maggior parte di loro sono truffe progettate per farti visitare siti Web falsi o scaricare app false quando li controlli. E dopo aver controllato attentamente ciascuna di queste app.

Ecco un elenco delle cinque migliori app spia per Android per aiutarti, anche se mspy blog è l’opzione migliore

  1. mSpy

Il nome di un’app come “mSpy” fa sembrare un’app che non ti deluderà per un’app spia Android. mSpy mantiene valida questa vista

Il software di tracciamento del telefono cellulare mSpy è installato sul telefono della persona target per consentire agli utenti di tenere traccia di eventi, messaggi di testo, telefonate, e-mail e posizioni sui social media. Quando installi mSpy sul computer della persona target, questa vedrà di cosa parla l’individuo sui social media e le foto ei video che vengono pubblicati. mSpy ha versioni base e premium che supportano varianti di telefoni cellulari pf.

– mSpy ha un prezzo abbordabile.

– mSpy ha risorse e assistenza eccezionali.

– mSpy ha la capacità di tracciare i telefoni rubati

  1. Flexi spy

Questa è una delle app spia per cellulari più sofisticate al mondo e include qualsiasi cosa nel sistema di monitoraggio del cellulare che gli utenti potrebbero richiedere. Flexi Spy cattura le sequenze di tasti, monitora le telefonate, tiene traccia delle posizioni dei computer e consente la lettura di messaggi di testo, e-mail, WhatsApp e Facebook. Flexi Spy è progettato per genitori e famiglie preoccupati per la sicurezza dei propri figli.

Consente loro di avere pieno accesso ai telefoni cellulari, ai personal computer e ai tablet dei loro figli. Viene spesso utilizzato dai datori di lavoro per rintracciare i lavoratori, soprattutto nelle grandi aziende in cui tutti e tutto sono difficili da gestire.

  1. Spyic

L’unica altra app che può ancora funzionare come mSpy ma non simile, è Spyic. È una delle migliori app spia per Android che ti consente di non avere assolutamente alcuna competenza tecnica!

Una delle app veterane di sorveglianza online è Spyic. In tutto il mondo ha oltre un milione di utenti. Senza la necessità di jailbreak o rooting, può spiare i dispositivi che funzionano su iOS e Android. Spyic è un altro dispositivo di sorveglianza telefonica basato sul web che fornisce al bersaglio un modo discreto di spiare. Per iniziare a spiare il dispositivo di destinazione, il software ti consente di utilizzare qualsiasi browser web.

  1. Minspy

Anche se il suo sito web può far sembrare che Minspy sia solo un’app mediocre a prima vista. Tuttavia, non è questo lo scenario. Sebbene offra un discreto numero di caratteristiche, Minspy non è così facile come le altre scelte migliori di questo elenco. L’utilizzo di questa app ti consentirebbe di avere alcune conoscenze tecniche.

Inoltre, per almeno tre mesi, devi ottenere Minspy. Questa app non ha una pianificazione mensile. Questa è un po ‘una delusione dato che non c’è nemmeno una demo per Minspy per testare questa app.

  1. Spyine

Spyine è un programma spia per Android progettato per spiare i telefoni dei tuoi figli. In questo modo, Spyine si comporta più o meno come un’applicazione per la sorveglianza del telefono che come un’applicazione per lo spionaggio del telefono. Con Spyine, ottieni spyware per il computer più completo. Può spiare qualsiasi cosa, dai social media, alle telefonate, alle conversazioni e alle posizioni della scheda SIM. Spyine non limita le capacità di monitoraggio.

Quindi dovresti provare Spyine a leggere i messaggi WhatsApp di qualcuno se non hai problemi con l’altra persona che apprende che li stai guardando. Puoi anche usare mSpy perché è una delle migliori app spia che può soddisfare le tue esigenze.

Come controllare un telefono

L’accesso remoto al telefono di un’altra persona è una violazione della privacy, che può essere eseguita solo se appropriato. Ma per la difesa o il lavoro, alcune persone ne hanno bisogno. I genitori ne hanno bisogno per tenere traccia delle attività telefoniche dei loro figli. È importante che i professionisti che gestiscono molti telefoni cellulari utilizzino i loro telefoni contemporaneamente.

Esistono due modi migliori per controllare il telefono, tramite P.C o SPY APP (mSpy è il migliore).

Come controllare il telefono tramite PC / TELEFONO

Esistono alcune app scaricabili che ti consentono di utilizzare un laptop o un PC per accedere al tuo telefono Android. Alcuni sono airdroid e molti altri.

Un paio di AirDroid di Sand Studio è una bella app se vuoi accedere da remoto ai telefoni Android. Al Play Shop è aperto.

Ti consente di accedere in modalità wireless a tutte le tue applicazioni e SMS sul tuo telefono o laptop. Puoi utilizzare la tastiera per rispondere ai messaggi privati ​​o giocare ai tuoi giochi mobili su uno schermo più grande.f software scaricabile che ti consente di utilizzare un laptop o un PC per accedere al tuo telefono Android.

Ma su Phone, mSpy è una delle migliori app sul mercato se stai cercando di monitorare il telefono Android dei tuoi figli da remoto tramite un altro dispositivo Android. Attualmente funziona sulla versione 9 di Android e ha fino a 30 funzioni, come registri delle chiamate, esportazione di dati, messaggistica istantanea, ecc.

Come spiare il mio cellulare

Come si usa un telefono cellulare per spiare? È una domanda che viene in mente a chiunque almeno una volta nella sua vita. La maggior parte delle persone, tuttavia, non si preoccupa di trovare un modo per farlo perché pensa che sarebbe troppo difficile per loro.

Potrebbe essere un giorno fortunato per te oggi. Vi racconterò come la mia guida spierà qualsiasi telefono cellulare. Non solo, senza nemmeno scaricare il software sul telefono di destinazione, ti fornirò un modo per farlo!

mSpy è la migliore app spia per telefono che puoi utilizzare per spiare il tuo telefono.

mSpy, le recensioni:

mSpy è un’app di localizzazione del telefono che ti consente di controllare il comportamento di tuo figlio da remoto senza problemi. Permette di accedere a tutti i messaggi senza problemi. Questo strumento ti consente di cercare la posizione GPS del dispositivo. Per i genitori che vogliono rimanere al passo con le attività mobili dei propri figli, mSpy è uno strumento indispensabile, che evita i rischi online e l’esposizione non necessaria.
Cosa comporta mSpy?

Una delle applicazioni di monitoraggio software più affidabili al mondo è mSpy. Il programma per il monitoraggio è semplice da usare e ha un rapido processo di configurazione. L’installazione di mSpy sui tuoi dispositivi Android e iOS richiede solo pochi minuti (jailbroken e non jailbroken).

Caratteristiche:

– Cruscotto intuitivo

– Funzione app veloce

– Assistenza clienti eccellente e affidabile

– Configurazione semplice

– Funziona in modalità background.

– Questa applicazione crittografa e protegge i tuoi dati.

– Fornisce aggiornamenti dell’attività del telefono mirato ogni 5 minuti.

– È possibile leggere messaggi di testo in entrata o in uscita.

Conclusione

Il software di sorveglianza mSpy è un’app di monitoraggio online eccezionale e sicura per le attività dei tuoi figli. Anche i datori di lavoro che desiderano monitorare le operazioni dei propri dipendenti possono utilizzare mSpy. Pertanto, per i genitori, i datori di lavoro e anche per le persone che vogliono proteggere le proprie famiglie da siti dannosi, il principale programma di monitoraggio è.

“Le fate ignoranti” ci ha regalato un nuovo sguardo sulla società

Che stupidi che siamo! Quanti inviti respinti, quante parole non dette, quanti sguardi non ricambiati! Tante volte la vita ci passa accanto e non ce ne accorgiamo nemmeno.

Titolo originale: Le fate ignoranti
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Ferzan Özpetek e Gianni Romoli
Cast principale: Stefano Accorsi, Margherita Buy, Erika Blanc, Rossella De Cicco, Gabriel Garko, Filippo Nigro, Serra Yilmaz
Nazione: Italia
Anno: 2001

Compie vent’anni “Le fate ignoranti”, il film che ha fatto conoscere al grande pubblico il regista Ferzan Özpetek, in procinto di farne una serie TV.

Le fate ignoranti” è il titolo del quadro galeotto che fa incontrare i protagonisti di questo terzo film di Ferzan Özpetek, sceneggiato insieme a Gianni Romoli. Il primo del regista di Istanbul ambientato in Italia.

Antonia (Margherita Buy) incontra suo marito Massimo alla Centrale Montemartini, pregevole spazio espositivo dove le statue della Roma antica incontrano l’archeologia industriale. Con la colonna sonora orientaleggiante in sottofondo, già dalla prima scena siamo immersi nel mondo di Ferzan Özpetek: il quartiere Ostiense di Roma, dove abitava all’epoca, e la cultura turca da cui proviene.

I due flirtano, vestiti da sera, come fossero due sconosciuti, tra le statue antiche e le macchine della centrale elettrica che le ospitano. Si intuisce che sono una coppia affiatata, rodata, “felice”.

Lui, però, muore improvvisamente e lei scopre per caso, mettendo in ordine le sue cose, che Massimo la tradiva da sette anni. Così a dolore si aggiunge dolore, a un trauma un ulteriore trauma.

Antonia va in cerca dell’amante di Massimo, fino ad arrivare ad un appartamento – sempre nel quartiere Ostiense – di cui Massimo aveva le chiavi. È casa di Michele Mariani (Stefano Accorsi), piena di amici, soprattutto vicini di casa. Antonia non capisce l’evidenza, ovvero che l’amante del marito era Michele.

Antonia è una donna poco avventurosa, che si è “fermata alla prima stazione”, come le dice la madre (Erika Blanc), facendole un discorso molto franco e ben poco consolatorio, ma probabilmente stimolante. È una donna borghese e forse lontana dall’autodeterminazione e dall’indipendenza.

Il legame tra i protagonisti si trasforma e li trasforma: da “rivali in amore” a “vedovi” che affrontano il lutto.

A poco a poco Michele e Antonia si frequentano e si conoscono, con la scusa che in casa di lui vive Ernesto (Gabriel Garko), sieropositivo e costretto a una terapia tramite flebo mentre Antonia è un medico. Così lei entra nel mondo di Michele, che è stato anche il mondo di Massimo e incontra i loro amici, sempre insieme per il pranzo della domenica in terrazza. E scopre che Massimo non aveva solo un amante, aveva un mondo intero, una famiglia. È scioccata. Loro la accolgono all’inizio con imbarazzo, poi come qualcuno su cui possono riversare il loro affetto verso l’uomo scomparso. Ma anche per Michele è uno shock conoscere Antonia, perché scopre che Massimo amava anche lei.

Sono stato il primo, anzi l’unico. Non ha avuto altri. Ha avuto solo noi.

Conoscersi reciprocamente significa anche conoscere Massimo e capire perché lui amava entrambi: Antonia e Michele hanno molte cose in comune. È un gioco di specchi, in cui l’amore è fatto di proiezioni dalle direzioni inattese e indesiderate. 

Ne nasce un legame profondo, che sembra quasi avvicinarsi all’amore. Il finale è aperto a più di una interpretazione, ma la poetica immagine conclusiva evoca la speranza. Antonia è all’apice di un percorso di crescita verso l’indipendenza e pronta ad abbracciare i cambiamenti. Michele, che urla la sua voglia di una vita “normale”, forse ha capito che quella già ce l’ha (“Non ti illudere”, lo ammonisce l’amica Serra).

Due Nastri d’argento come migliori attori protagonisti premiano Margherita Buy e Stefano Accorsi.

Il personaggio di Michele è indimenticabile; non altrettanto memorabile fu l’interpretazione di Stefano Accorsi, sufficientemente credibile, delicata, commossa e commovente, ma a tratti un po’ rigida. Nondimeno, Morandini lo aveva considerato ammirevole, “tenuto a briglia corta”. D’altronde, vent’anni fa era ancora raro per un attore italiano interpretare il ruolo di un omosessuale che non fosse descritto in maniera “macchiettistica”. Non deve essere stato facile trovare il giusto equilibrio.

L’interpretazione toccante e plausibile di Antonia consacrò Margherita Buy, per la critica dell’epoca, come la migliore della sua generazione (Tullio Kezich sul Corriere della Sera). Morandini la definì “sapiente nel rendere la metamorfosi” del personaggio.

Un plauso se lo merita Gabriel Garko, famoso più per il suo aspetto che per la sua bravura d’attore. Ma ottimo nel ruolo di Ernesto.

La critica apprezzò “Le fate ignoranti”, ma oggi ricordiamo questo film soprattutto per il suo impatto sulla società italiana e l’immaginario del pubblico su certi temi e certi paesaggi.

Tullio Kezich definì la prima mezz’ora del film un “felice esempio di cinema postantonioniano, dove il vibrato dei sentimenti si sposa al rigore delle immagini e a una forte tenuta di racconto. Se il tutto si fermasse qui, potremmo parlare di un piccolo gioiello; ma per arrivare in fondo il film deve escogitare, con varia fortuna, ulteriori risvolti e mobilitare altri personaggi”. 

Morandini lo definì “discreto in tutti i sensi” e ne lodò “il delicato equilibrio tra cadenze di commedia e soprassalti di dolore”. Inoltre, si accorse da subito di un elemento che poi avremmo ritrovato in tanti film successivi di Özpetek: anche laddove il film non è corale in senso tecnico, si percepisce sempre un sincero e programmatico affetto per i personaggi minori. 

Roberto Nepoti evidenziò il cosmopolitismo autentico del film, italiano coprodotto con capitali francesi, diretto da un regista nato a Istanbul e che evocava, nei climi e nell’ideologia, il cinema di Pedro Almodóvar. “L’idea di partenza è originale, il clima caldo, il tono piacevolmente amichevole. Col procedere verso la fine, però, ‘Le fate ignoranti’ sfuma un po’ a coda di pesce, non riuscendo sempre a darsi un significato più ampio dell’aneddoto che racconta”.

A distanza di vent’anni mi sento di dire che il significato più ampio, a una visione successiva, è legato all’impatto che il cinema di Özpetek ha avuto nella società italiana o comunque nel pubblico del cinema italiano, a cui ha regalato un nuovo sguardo sulla realtà, non solo da accettare, ma da accogliere.

“Le fate ignoranti” è un film in cui ci si interroga molto sulla verità e sulla menzogna.

È giusto mentire a chi si ama per evitare che smetta di amarci a sua volta, nel momento in cui dovesse scoprire la verità? Antonia vuole la verità e non capisce la scelta degli altri personaggi di nasconderla. In questa tematica del film ho sempre visto una metafora del nascondere la propria identità, il proprio orientamento sessuale. La comunità LGBT che viene raccontata è a suo agio nel suo interno, ma fuori? Mara ha cambiato sesso, ma vorrebbe tornare al suo paese per il matrimonio del fratello dove nessuno sa che ora è una donna. Gli amici le dicono di non andare, tranne Antonia.

Il gruppo si prepara al Gay Pride del 2000, quello mondiale ospitato a Roma per la prima volta proprio nell’anno del Giubileo. Preceduto da mille polemiche, è entrato nella storia del movimento LGBT (ma anche della città di Roma): era il caso che partecipasse il Sindaco? Il corteo poteva passare davanti alle chiese? La gente si chiedeva perché i gay dovessero scendere per le strade (tra)vestiti di lustrini per chiedere la loro legittimazione a esistere e il riconoscimento dei loro diritti civili (che, per la cronaca, arriverà solo nel 2016). “Non possono andare in corteo vestiti normali, invece che fare questa carnevalata?” era quello che si sentiva dire in giro.

Questo era il clima sociale (e politico) in cui “Le fate ignoranti” veniva girato nel 2000 e usciva a marzo del 2001. Quanto abbiano influito questo film e i successivi di Ferzan Özpetek nell’aprire gli occhi di una società conformista come la nostra a quel pezzo di mondo e di umanità sconosciuto e spesso oggetto di pregiudizi e disprezzo è difficile da giudicare.

Dopo vent’anni, comunque, è ancora un film che sa emozionare, soprattutto se lo vediamo come il racconto dell’elaborazione del lutto attraverso l’apertura all’altro e del superamento della paura di venire allo scoperto, in un percorso di accoglienza della vita, dell’amore e della realtà nella loro complessità.

Il film ha avuto un impatto anche sul quartiere Ostiense, dove è ambientato.

Özpetek ha raccontato che prima che il film uscisse, il Gazometro che caratterizzava molte inquadrature del film era destinato ad essere smantellato. Il suo successo ha contribuito a creare attorno al quartiere una nuova aura di fascino. Il progetto di riqualificazione che prevedeva l’abbattimento dei gazometri è stato, di conseguenza, abbandonato.

Oggi, non solo il Gazometro c’è ancora e continua a caratterizzare il panorama del quartiere Ostiense, ma la terrazza dove si svolgono i momenti conviviali de “Le fati ignoranti” è vivibile e aperta al pubblico, perché è parte integrante del centro culturale e co-working “Industrie Fluviali”. 

Oggi Le fate ignoranti è considerato un piccolo cult, tanto che, a vent’anni dall’uscita nelle sale, è pronto per il piccolo schermo. Diventerà, infatti, una serie TV: Ferzan Özpetek dovrebbe cominciare le riprese nel mese di aprile 2021. 

3 motivi per guardarlo:
  • l’atmosfera almodovariana e cosmopolita;
  • la sceneggiatura apparentemente leggera di una commedia capace di far commuovere intensamente;
  • i titoli di coda, tra Gay Pride e backstage.

Quando vedere il film:

Il film scorre veloce: ogni momento è buono. 

Stefania Fiducia

Se vi siete persi l’ultima puntata del cineforum, ecco qua:

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The Bends, l’album dei Radiohead che ha segnato un’epoca, compie gli anni oggi

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Il 13 marzo 1995 i Radiohead pubblicano The Bends, il secondo album, con il quale sono chiamati a confermare il successo ottenuto con Pablo Honey e in particolare con il singolo che è diventato già un classico: Creep.

Si tratta di un album che esce negli anni ’90 quando il britpop è nel momento della sua massima ascesa. I Radiohed sono considerati, in questo periodo, esponenti del genere. Ci stava, ma a Thom Yorke e company quest’associazione non piace: The Bends segna quindi la prima svolta della loro carriera, il primo spostamento di confini: del britpop, dell’alternative rock e del “rock” come istituzione. 

TRACK LISTING

  1. Planet Telex 
  2. The Bends
  3. High & Dry 
  4. Fake Plastic Trees
  5. Bones 
  6. (Nice Dream) 
  7. Just 
  8. My Iron Lung 
  9. Bullet Proof. I Wish I Was 
  10. Black Star 
  11. Sulk 
  12. Street Spirit (Fade Out) 

Fin dall’apertura dell’album con il primo brano, ovvero Planet Telex, capiamo che ci troviamo in un’universo completamente diverso da quello espresso nel primo disco: fruscii e suoni che rimandano a un’atmosfera desolata, struttura musicale destabilizzante, una voce che arriva dentro, un testo esistenzialista.

Il cambio di rotta dei Radiohead alla ricerca di sonorità più introverse è poi confermato anche dai brani successivi.

Fake Plastic Trees ad esempio è perfetta per gli stacchi più dolci della voce del frontman. Yorke – che racconta la crisi di un mondo di plastica ed ecologicamente allo sfascio, nel quale neanche i sogni possono diventare una via di fuga – emoziona.

BulletproofStreet Spirit (Fade Out), Black Star – il mio brano preferito dell’album – sono ballate dolorose, catastrofiste, pessimiste, a tratti paranoiche e per certi versi angoscianti.

In The Bends non mancano poi canzoni che sembrano composte per diventare istantaneamente un grande classico. Chi non conosce a memoria High and dry?

Certamente. parlando col senno di poi, in The Bends i Radiohead fanno una timida sperimentazione rispetto a quello che avrebbero fatto in seguito, ma ciò non toglie che gettano le basi della loro identità.

Con The Bends i Radiohead hanno capito chi vogliono diventare da grandi e l’hanno comunicato al loro pubblico.

La poetica di disillusione, apatia, rassegnazione si palesa pezzo dopo pezzo, creando un’atmosfera malinconicamente avvolgente.

Non è un caso se la rivista Rolling Stone ha incluso The Bends nella sua lista dei 500 migliori album alla posizione n. 111.

Valeria de Bari

Nexo Digital arriva in streaming con NexoPlus

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Dal 10 Marzo, i film, le biografie, e i documentari delle piattaforme streaming impallidiranno di fronte a quelli di NexoPlus.

Dopo un anno di fermo, a causa della pandemia del coronavirus, Nexo Digital si è adattata alla digitalizzazione dell’arte e dello spettacolo, così come del cinema e del teatro.

Nexo Digital ha così lanciato la sua piattaforma streaming, Nexo Plus, e l’ha presentata in conferenza stampa il giorno stesso del suo lancio. I contenuti sulla piattaforma (si parte con 1500 ore) sono internazionali, perfetti per tutti gli appassionati del bello e dell’arte e i curiosi. Come in tutte le piattaforme streaming, anche su NexoPlus si aggiungeranno man mano nuovi contenuti.

Le categorie sono ovviamente dedicate alla musica, all’Opera, al balletto, ai documentari, alle biografie, al teatro, alle performance e al cinema.

9 Mondi, 4 Canali dedicati, 40 Playlist, 1500 ore di contenuti

NexoPlus vede anche la partecipazione di “quattro costellazioni”: Elisabetta Sgarbi, Feltrinelli Real Cinema, Far East Film Festival e Alessandro Baricco.

Con Elisabetta Sgarbi faremo un viaggio nell’arte, nei capolavori da scoprire e vedremo alcune serata della Milanesiana, tra arte, diritto, scienza, letteratura, musica e filosofia. Feltrinelli invece ha fatto una selezione di film e nei prossimi mesi arriveranno anche delle masterclass.

Il catalogo della piattaforma è ricco di contenuti interessantissimi e ben divisi. Quelli presenti sulla piattaforma sono esclusivi e anche appartenenti al catalogo Nexo. Ci sono documentari sulle donne della storia, sul femminismo, sui personaggi famosi della musica nazionale ed internazionale, sui personaggi famosi del cinema, e sul movimento LGBT+.

Tra i documentari sarà presente anche il racconto di Francesco Guccini, fatto grazie alle parole di altri artisti. Sulla piattaforma saranno disponibili anche due documentari sul festival più famoso della musica classica, il Festival di Salisburgo, che compie 100 anni.

Nell’area current, attualità, viene raccontato il mondo che ci circonda, e il primo documentario della sezione è uno sulle api.

Le collezioni, in totale, sono più di quaranta e si rinnoveranno nei prossimi mesi. Intanto sono già disponibili alcuni documentari di Sky Arte e sulla Storia.

Nexo Digital sta lavorando anche per avere in streaming gli Anime, dopo aver anche fatto una selezione di quelli da inserire su NexoPlus. Con questa scelta sono assolutamente d’accordo, perché non tutti gli anime sono meritevoli di essere guardati. Oltretutto Nexo Digital distribuisce i film dello Studio Ghibli in Italia e sarebbe bellissimo poter avere la possibilità di avere tutti i film su un’unica piattaforma, senza dover per forza comprare tutti i dvd.

Del balletto sono e saranno a disposizione i balletti storici, cioè quelli classici, e anche i moderni.

I 9 mondi da esplorare

La Grande Arte

I musei, le mostre, gli artisti: un itinerario attraverso i colori e le forme della grande arte, dall’antichità al contemporaneo.

Cinema

I migliori film d’autore, i titoli più premiati dalla critica e quelli più amati dal grande pubblico, le storie delle star di Hollywood, le filmografie dei grandi registi.

Classica

Dai più importanti palchi del mondo, le opere, i concerti, la musica sinfonica, i documentari sui grandi protagonisti del mondo della classica.

Biografie

Le vite dei personaggi che hanno fatto la storia e di quelli che l’hanno attraversata in modo più silenzioso ma sempre straordinario.

Musica

I concerti che hanno segnato un’epoca, i protagonisti della grande musica pop e rock, italiana e internazionale, i documentari e le biografie delle star che sono diventate leggenda.

Storia

Una selezione di documentari straordinari per ripercorrere i momenti salienti della storia del nostro pianeta, dalle origini ai nostri tempi.

Danza

Balletti leggendari, danzatori che sono icone internazionali: un viaggio nella danza classica e in quella contemporanea.

Current

Le infinite sfaccettature del presente raccontate in una selezione di documentari italiani e internazionali sui grandi temi del mondo in cui viviamo: sostenibilità, diversity, diritti civili…

Performance

Tutta l’emozione degli eventi on stage: gli spettacoli teatrali, i concerti, i balletti, le performance.

Prossimamente

  • Masterclass e formazione
  • Fotografia
  • Fashion
  • Design
  • Architettura
  • Sport

Come usufruire del servizio

Per usufruite del servizio si può pagare l’abbonamento mensile o annuale, ad un prezzo convenientissimo per la quantità e la qualità dei contenuti. Comunque è possibile usufruire della settimana di prova gratuita. Dal mese prossimo ci sarà la possibilità di avere contenuti in live streaming, e in futuro si potranno acquistare dei singoli prodotti sulla piattaforma.

NexoPlus è il mare di cultura in cui vorremmo sguazzare tutti, perché c’è bisogno di arte e bellezza.
In questo momento tragico per la cultura e le persone più che mai!

Programmazione consigliata

In occasione del lancio, tra le novità proposte da Nexo+, segnaliamo:

AGALMA

di Doriana Monaco, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2020.

Con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni.

Documentario, 54’

Trailer https://youtu.be/ejknC6379yw

Napoli. Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico che ospita il Museo Archeologico Nazionale, un vortice di attività offre nuovo respiro a statue, affreschi, mosaici e reperti di varia natura. Il film osserva ciò che accade ogni giorno negli ambienti del museo, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori, alle prese con interventi delicatissimi che necessitano di cura, tempo e manutenzione costante. Le opere che vivono e vibrano da secoli sono monitorate come corpi viventi. Tutto ciò accade mentre da ogni parte del mondo giungono visitatori che popolano le numerose sale espositive sotto l’occhio apparentemente impassibile delle opere che sono protagoniste e spettatrici a loro volta del grande lavorio umano. Tutto fa emergere il Museo come grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale. Agalma (dal greco “statua”, “immagine”) coglie la bellezza del Museo non solo nell’evidenza dei suoi incantevoli tesori di arte classica, ma anche nelle relazioni intime e invisibili che si realizzano al suo interno: il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana; il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del Museo.

BLACK LIVES MATTER. 400 ANNI IN LOTTA PER LA LIBERTA’

Serie in 2 episodi di Dominic Saville

Disponibile dal 21 marzo in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale

Questo speciale in due episodi si apre concentrandosi sui primi anni della tratta degli schiavi europea, con un focus specifico su coloro che hanno combattuto e lottato contro il colonialismo, la schiavitù e le loro eredità. Insistendo proprio sull’importanza dei singoli individui e sulla loro capacità di resistere alle condizioni storiche – di sopportare i fardelli e di abbattere muri – lo speciale copre 400 anni di storia in cui si intrecciano le vicende britanniche e quelle americane. La prima puntata indaga le lotte che hanno portato al graduale abbattimento del sistema della schiavitù. Guarda alla resistenza attiva, ma anche a come letteratura e politica abbiano contribuito al processo di abolizione della schiavitù. Il secondo episodio tratta di un altro tipo di lotta: l’eredità della schiavitù e del colonialismo e come sono stati rimodellati fino ai giorni nostri. Scrittori, politici, momenti simbolici di particolare rilievo: per ricordarci l’importanza di tutti coloro che hanno resistito, aprendo la strada alla lotta contro la schiavitù e il razzismo.

IL CATALOGO GOERING – UNA COLLEZIONE DI ARTE E SANGUE

di Laurence Thiriat con François Gonce

Documentario, 54’

Trailer https://youtu.be/dsk_zl_Vl0w

Per più di un decennio, il numero due del Terzo Reich ha accumulato nella sua residenza di Carinhall una collezione di più di 5.000 opere d’arte, tutte meticolosamente elencate nel catalogo che prende il suo nome. Botticelli, Dürer, Brughel, Cranach, Velázquez, Monet, van Gogh… Ma come è arrivato Hermann Goering a mettere le sue mani su queste opere? Come è riuscito a saccheggiare intere collezioni, principalmente quelle appartenenti alle famiglie ebree vittime dell’Olocausto? Un documentario diretto da Laurence Thiriat con la partecipazione di François Gonce.

HONEYLAND. IL REGNO DELLE API

di Ljubomir Stefanov e Tamara Kotevska

Documentario, 85’

Trailer https://youtu.be/uRh6Nl0boJE

Lungometraggio di debutto dei documentaristi Ljubomir Stefanov e Tamara Kotevska, due nomination agli Oscar ® nelle categorie MIGLIOR DOCUMENTARIO e MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE e tre premi al Sundance Festival,HONEYLAND è un ritratto epico ma chiaramente costruito sulla base di un’intima collaborazione tra i registi e il soggetto. Con un sorprendente senso dell’umorismo, è un racconto duro e dolce sul delicato equilibrio tra uomo e natura, uno sguardo su un modo di vivere che sta rapidamente scomparendo e un indimenticabile testamento sulla straordinaria resilienza di una donna, Hatidze, che vive con l’anziana madre in un villaggio remoto e abbandonato, privo di strade, elettricità e acqua corrente. È l’ultima donna di una generazione di apicoltori. Si arrampica per le montagne su sentieri a picco su alti strapiombi per estrarre il miele dai favi selvatici. Il poco miele che ricava lo rivenderà al mercato di Skopje, dopo quattro ore di cammino. Un giorno la pacifica esistenza di Hatidze viene sconvolta dall’arrivo di una chiassosa famiglia nomade con cento mucche e sette bambini scatenati. Hatidze accetta ottimisticamente l’idea di avere dei vicini di casa offrendo il suo affetto e i suoi consigli sull’apicoltura. Ma non ci vorrà molto prima che Hussein, il patriarca della famiglia nomade, fiuti l’opportunità e sviluppi interesse per la vendita del proprio miele. Hussein ha sette giovani bocche da sfamare e nessun pascolo per il suo bestiame e presto mette da parte i consigli di Hatidze per una sfrenata caccia al profitto. Questo causa una rottura dell’ordine naturale e provoca un conflitto insanabile con Hatidze. L’arrivo di questa famiglia fornisce ad Hatidze una tregua dall’isolamento e dalla solitudine, ma mette in grave pericolo la vita delle api e con essa l’unica forma di sostentamento di Hatidze.

Versione originale con sottotitoli italiani.

FESTIVAL SALISBURGO 2020

Serie di concerti, in esclusiva per l’Italia su Nexo+ grazie alla partnership con Unitel

Trailer https://youtu.be/5Igh_VDuCwo

Quando nel novembre 2019 il Festival di Salisburgo ha presentato la stagione per l’anniversario dei suoi 100 anni, con più di 200 esibizioni in 15 sedi per 44 giorni tra Salisburgo, Londra, Parigi, Mosca, Tokyo e New York, i preparativi per questo grande appuntamento erano già in pieno svolgimento e le aspettative erano enormi. Appena quattro mesi dopo, l’emergenza sanitaria ha dettato un brusco freno a ogni progetto. Nato nel 1920, il Festival ha coraggiosamente ricordato la sua idea fondante – l’arte come “cibo” e significato stesso della vita – e ha deciso di non annullare le celebrazioni reinventando, con rigide misure di sicurezza e posti contingentati, un nuovo cartellone adeguato ai tempi. Con 110 spettacoli in 30 giorni in 8 sedi, il Festival di Salisburgo ha così rappresentato non solo un trionfo per le arti, ma anche un segnale essenziale per il mondo della musica in tutto il mondo. In questo catalogo sono raccolti alcuni degli straordinari risultati del progetto audiovisivo discografico più ampio nella storia del Festival di Salisburgo. Tra le chicche: tre concerti con i Wiener Philharmoniker, condotti da Nelsons, Thielemann e Dudamel; il concerto del pianista russo-tedesco Igor Levit con le ultime tre sonate per pianoforte di Beethoven; i recital di Juan Diego Flórez e quello della soprano bulgara Sonya Yoncheva; il concerto con Martha Argerich e il violinista Renaud Capuçon.

LUDWIG VAN BEETHOVEN | 5 COSE DA SAPERE SULLA SUA MUSICA: ALESSANDRO BARICCO AL TEATRO COMUNALE DI FERRARA

Spettacolo teatrale, 95’

Disponibile dal 26 marzo, in occasione dell’anniversario della morte di Beethoven

Una lezione-spettacolo di e con Alessandro Baricco realizzata per il Teatro Comunale di Ferrara per celebrare Ludwig Van Beethoven (16 dicembre 1770-26 marzo 1827). Lo spettacolo è prodotto dalla Fondazione Teatro Comunale di Ferrara e realizzato grazie al sostegno del Ministero dell’Istruzione e in collaborazione con il Mibact. Sul palco del teatro settecentesco, tra i teatri di tradizione d’Italia chiusi per il lockdown, insieme a Baricco – scrittore, saggista, critico musicale, conduttore televisivo, sceneggiatore e regista – la pianista Gloria Campaner, particolarmente apprezzata per la sua versatilità, e i trenta giovanissimi musicisti dell’Orchestra Canova, tutti under 25, diretti dall’altrettanto giovanissimo Enrico Saverio Pagano.

MILLE E UNA NOTTE IN EGITTO

Serie in 16 episodi di Ernesto Pagano e Sandro Vannini

Trailer https://youtu.be/4HmQ2IqYDkA

Una serie in 16 episodi,  firmati da Ernesto Pagano e Sandro Vannini,che permette di ripercorrere la storia dell’Egitto e delle sue meraviglie: geroglifici, gioielli, cucina, arte, navi, agricoltura, mobilio, moda, superstizioni, piramidi, dinamiche familiari, animali, musica, feste… Un lungo, appassionato viaggio lungo il Nilo con narrazioni che si intrecciano l’un l’altra come nell’eterno racconto di Shahrazād: da Zahi Hawass che racconta il tesoro di Tutankhamon con la sua maledizione al grande patrimonio di storie, tracciate sulle pareti di tombe e templi ma anche su fragilissimi papiri egizi, dai cibi che ancor oggi segnano la quotidianità del paese alla tomba di Nefertari, la più bella tra quelle sopravvissute ai millenni. E ancora il Museo Egizio del Cairo, il Nilo con le sue imbarcazioni e la fertile valle che lo caratterizza da millenni, l’incredibile abilità e il pragmatismo degli artigiani, il ruolo della bellezza e dell’abbigliamento, gli animali, più o meno magici che popolano la religione e l’ampio panorama di divinità egizie, la musica antica e la sua influenza su quella contemporanea, la misurazione del tempo e la religione dei Faraoni con le loro longeve dinastie, l’importanza dell’economia locale, il periodo della cattività degli ebrei, la cultura popolare, l’imponenza straordinaria delle Piramidi.

“NOTE DI VIAGGIO. IL FILM”

le canzoni di FRANCESCO GUCCINI prodotte da Mauro Pagani e raccontate in un film

di Andrea Longhin e Claudio Spanu

Documentario, 88’

Disponibile dal 17 marzo

Trailer https://youtu.be/_kZWNrKN3JI

Questo straordinario documentario racconta com’è nato il progetto Note di viaggio, la raccolta di Francesco Guccini composta da canzoni scelte dallo stesso cantautore insieme a Mauro Pagani, reinterpretate dalle grandi voci della musica italiana. Un viaggio nel dietro le quinte di uno dei progetti discografici italiani più ambiziosi e riusciti degli ultimi anni, con gli interventi e gli omaggi di Elisa, Ligabue, Carmen Consoli, Giuliano Sangiorgi, Nina Zilli, Brunori Sas, Malika Ayane, Francesco Gabbani, Samuele Bersani e Luca Carboni, Margherita Vicario, Manuel Agnelli, Zucchero, Fiorella Mannoia, Emma e Roberto Vecchioni, Vinicio Capossela, Gianna Nannini, Jack Savoretti, Levante, Mahmood, Petra Magoni, Ermal Meta, Fabio Ilacqua, Mauro Pagani. Grandi nomi che hanno saputo dar vita a interpretazioni raffinate e di grande personalità, grazie al prezioso lavoro di produzione curato da Mauro Pagani. Bellezza, vita, attualità: la poetica di Francesco Guccini accompagna da sempre il cammino degli italiani, ed è per questo che Note di viaggio è un progetto che non vuole essere celebrativo, ma guarda al futuro attraverso le canzoni del Maestro. I due volumi del progetto discografico di BMG, Note di Viaggio – capitolo 1: venite avanti… e Note di Viaggio – capitolo 2: non vi succederà niente, sono disponibili negli store fisici e digitali. Nella colonna sonora del documentario, oltre agli estratti da Note di Viaggio volume 1 e 2, è presente la musica del progetto Ditonellapiaga come accompagnamento a tutte le scene relative a Tv Boy.

SALVADOR DALÍ. LA RICERCA DELL’IMMORTALITA’

Miniserie di David Pujol

Trailer https://youtu.be/qiUI02RrV6c

Dopo il successo del documentario cinematografico, il regista David Pujol propone una preziosa miniserie dedicata all’artista. Si parte coi diari di gioventù di Dalí e con gli anni che vanno dall’infanzia fino al 1929, momento in cui l’artista aderì al movimento surrealista. Figueres, Barcellona, ​​Madrid e Parigi rappresentano le geografie del giovane Dalí e saranno cruciali per l’evoluzione del suo genio. Seguiremo poi Dalí a Portlligat, dove la sua casa sarà il filo narrativo che ci aiuterà a indagare la sua vita e il suo lavoro, spiegando alcuni aspetti per ora sconosciuti della sua biografia, in particolare il rapporto col padre, la sorella e la prima modella Anna Maria. Infine, ci soffermeremo su alcuni fatti meno conosciuti sull’ultima parte della vita di Dalí. Malato e distrutto dalla morte della moglie, appartato nel castello di Púbol, un debole Dalí pensa che tutto sia perduto. Un solo uomo, Antoni Pixot, artista e amico fidato, gli offrirà la chiave per raggiungere l’immortalità: ricominciare a dipingere. La pittura, la sua più grande ossessione.

IL TERREMOTO DI VANJA, ALLA RICERCA DI CECHOV

di Vinicio Marchioni, presentato alla XIV Festa del Cinema di Roma

Documentario, 83’

Disponibile dal 27 marzo in occasione della Giornata Mondiale del Teatro

Attraverso le prove e la tournée dello spettacolo tratto da Zio Vanja di Anton Čechov, fino alla replica al teatro ridotto de L’Aquila, il regista Vinicio Marchioni ci accompagna nella provincia italiana distrutta dal terremoto e nei luoghi dello scrittore russo. Due anni di riprese nei maggiori teatri italiani, nelle zone terremotate di Onna, Poggio Picenze, L’Aquila, nella provincia marchigiana, dieci giorni di riprese in Russia. Marchioni apre allo spettatore il laboratorio creativo delle prove dello spettacolo, mostra il dietro le quinte del suo fare teatro, insegue la sua passione/ossessione per Čechov fino ai luoghi più importanti nella vita dello scrittore russo. A dieci anni dal terremoto che ha distrutto L’Aquila e a tre da quello di Amatrice, Il terremoto di Vanja parte dal capolavoro di Čechov – adattato per lo spettacolo nella provincia italiana distrutta dal terremoto assieme a Milena Mancini e all’autrice Letizia Russo – per indagare l’immobilità italiana post-terremoto attraverso lo sguardo tragicomico di Čechov, mostrando al pubblico la straordinaria forza umana dello scrittore e riportando l’attenzione sulle persone che ancora oggi combattono contro i danni subiti da quei tragici eventi. Grazie al dialogo ideale tra Marchioni e Čechov – a cui ha prestato la voce Toni Servillo – all’alternanza dei luoghi e delle situazioni filmate ora a colori, ora in bianco e nero e ai contributi di Andrej Končalovskij, Gabriele Salvatores e Fausto Malcovati, il documentario prende per mano lo spettatore e lo conduce in un molteplice viaggio: all’interno del lavoro teatrale, nei luoghi del terremoto, nelle parole e nell’anima di Anton Čechov.  Il terremoto di Vanja è un docufilm che mescola generi e linguaggi. Ma è soprattutto un semplice atto d’amore, verso il teatro, la letteratura e gli esseri umani che resistono. Con Vinicio Marchioni, Francesco Montanari, Milena Mancini, Lorenzo Gioielli, Alessandra Costanzo, Nina Torresi, Nina Raia, Andrea Caimmi, la partecipazione straordinaria di Andrej Končalovskij, Gabriele Salvatores, Fausto Malcovati e Letizia Russo e la partecipazione amichevole di Marco Polci, Daniela Polci, Dario Polci, Adriana Marinelli e Giulia Polci. Una produzione Except, con la produzione esecutiva di Maurizio Vassallo e Giuseppe Domingo Romano, in collaborazione con Rai Cinema in partecipazione con Anton Produzioni con la collaborazione di Simone Isola.

VACCINI. 9 LEZIONI DI SCIENZA

di Elisabetta Sgarbi, presentato al 37esimo Torino Film Festival

Documentario, 90’

Disponibile dal 7 aprile in occasione della Giornata Mondiale della Salute

Cosa sono i vaccini? Come funzionano e come sono nati? Ne assumiamo troppi oppure pochi? Possono avere effetti collaterali? E quale relazione hanno con il grande tema dell’immigrazione? Su di essi veniamo correttamente informati? E come si possono riconoscere le false notizie che li riguardano? Sono solo alcuni dei temi che 9 uomini e donne di scienza (medici, semiologi, filosofi) affrontano, in altrettante “lezioni” giocose ed eclettiche, in questo documentario che non intende aprire un dibattito sul tema dei vaccini, semmai intende chiuderlo definitivamente, rimettendo al centro la scienza. La scienza, ci dicono le personalità coinvolte, se è davvero tale, non è dogmatica, si mette continuamente in discussione, è consapevole della propria fallibilità; ma proprio per questo, è allenata a smascherare, con umiltà e autorevolezza, ogni dogmatismo che le si contrapponga. Vaccinarsi non è un gioco, perché in gioco ci sono le vite delle persone più deboli, soprattutto bambini, che non possono proteggersi. A corredo delle teorie sui vaccini, una teoria di giochi meccanici a sostenere le tesi degli scienziati. Una produzione a cura di Fondazione Meyer e Betty Wrong, su soggetto e sceneggiatura di   Eugenio Lio, Chiara Spaziani e Oliviero Toscani. Con Alberto Mantovani, Andrea Biondi, Emanuele Coccia, Pietro Bartolo, Massimo Cacciari, Anna Maria Lorusso, Gianpaolo Donzelli, Chiara Azzari, Roberto Burioni.

Ambra Martino

Festa del Cinema di Roma: storia, curiosità, recensioni

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Storia e informazioni varie

Nata nel 2006 con il nome di Festival Internazionale di Roma, nel corso degli anni ha assunto diverse denominazioni, per diventare dal 2015 la Festa del Cinema di Roma.

Fin dalla sua prima edizione la kermesse si svolge presso l’auditorium Parco della Musica di Roma nel quale, all’interno delle tre sale, della cavea, del foyer e dei due studi, si svolgono le proiezioni e le altre attività della kermesse.

La manifestazione è organizzata dalla Fondazione Cinema per Roma, costituita dai soci fondatori Roma Capitale, Regione Lazio, Provincia di Roma, Camera di Commercio, Fondazione Musica per Roma, Istituto Luce Cinecittà S.r.l.

La presidente della Fondazione Cinema per Roma è Laura Delli Colli e il direttore generale è Francesca Via.

Obiettivo della Fondazione è  il “rilancio e il sostegno artistico e industriale dell’audiovisivo a Roma e nel Lazio” attraverso iniziative di valorizzazione della cultura cinematografica. Gli incontri ravvicinati sono da sempre uno dei momenti più belli della Festa. Non solo film e attori, su pellicola, digitale o in carne e ossa, ma anche mostre ed esposizioni.

Curiosità sulla Festa del Cinema di Roma

  • La prima edizione fu chiamata “Cinema. Festa internazionale di Roma”;
  • Nel 2008 prende il nome di Festival Internazionale del Film di Roma;
  • Nel 2015 diventa Festa del Cinema di Roma.

Sezioni

  • Gala: le pellicole della nuova stagione.
  • Cinema d’oggi: lungometraggi di autori sia affermati che giovani.
  • Mondo Genere: Una selezione di film appartenenti ai più diversi generi cinematografici.
  • Prospettive Italia: fa luce sulle nuove linee di tendenza del cinema italiano.
  • Alice nella Città: una rassegna di film indirizzati ad un pubblico giovane, giudicati da una giuria composta da ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni.
  • Il mercato cinematografico: Sezione dedicata ai professionisti della filiera. Si tratta di un “mercato internazionale del film” all’interno del quale avviene una reale compravendita di prodotti audiovisivi. Abbiamo proiezioni riservate in sala e una video library digitale per gli addetti ai lavori, incontri tra produttori, compratori e venditori, convegni e workshop sull’industria cinematografica nazionale e internazionale.

I film più belli della Kermesse

  • The Prestige di Christopher Nolan (2006)
  • Into the Wild –Nelle terre selvagge di Sean Penn  (2007)
  • Elizabeth: The Golden Age di Shekhar Kapur (207)
  • Juno di Jason Reitman (2007)
  • Leoni per agnelli di Robert Redford (2007)
  • Un matrimonio all’inglese di Stephan Elliott (2007)
  • Julie & Julia di Nora Ephron (2008)           
  • A Serious Man di Joel ed Ethan Coen (2009)
  • Hachiko – Il tuo migliore amico di Lasse Hallström (2009)         
  • Hysteria di Tanya Wexler (2011)    
  • L’amore bugiardo – Gone Girl di David Fincher (2014)
  • Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti  (2015)
  • Lion – La strada verso casa, di Garth Davis (2016)
  • Florence di Stephen Frears (2017)
  • The Place di Paolo Genovese (2017)
  • Green Book di Peter Farrelly (2018)
  • The Irishman di Martin Scorsese (2019)
  • Sul più bello di Alice Filippi (2020)
  • Soul di Pete Docter (2020)
  • Ammonite di Francis Lee (2020)

Le nostre recensioni dal 2016 al 2020: clicca per leggere!

Premi

Fino al 2013 i premi assegnati erano svariati. Dal 2014 la rassegna diviene di nuovo non competitiva. È invece il pubblico a stabilire il vincitore di ognuna delle sezioni in programma.

Festa del Cinema di Roma 2021


La sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma si svolgerà dal 14 al 24 ottobre 2021 presso l’Auditorium Parco della Musica coinvolgendo, come ogni anno, numerosi altri luoghi e istituzioni della Capitale. Lo annuncia il Direttore Artistico Antonio Monda d’intesa con Laura Delli Colli, Presidente della Fondazione Cinema per Roma.

TFF: Torino Film Festival

Festival del Cinema di Venezia

Il pensiero di Teocrito e gli Idilli in pillole

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Biografia: chi è Teocrito?

Sulla vita di Teocrito sappiamo veramente poco; tutte le (scarse) informazioni sono ricavabili da riferimenti interni alle sue stesse opere. L’anno di nascita è solitamente collocato intorno al 310/300, mentre la sua patria fu Siracusa. Nel carme XVI, Le Grazie, è Teocrito stesso a rivolgersi a Gerone II di Siracusa, per assicurarsi la sua protezione.

Successivamente, come si può vedere nell’Encomio a Tolomeo (Filadelfo), il poeta aspirò a trasferirsi ad Alessandria. Egli entrò in rapporto con Callimaco, con il quale trascorse parte della sua vita. Tuttavia, Teocrito amò vivere anche nell’isola di Cos, che appare come sua dimora prediletta. Infine, l’anno della morte risulta a noi ancora ignoto.

Il corpus teocriteo

Sotto il nome di Teocrito è trasmesso un corpus di 30 componimenti poetici – o “idilli” (da gr. εἰδύλλιον, «quadretto», diminutivo di εἶδος, «immagine»). Il corpus teocriteo comprende vivaci mimi letterari, alcuni epilli, poesie d’occasione, ma anche carmi di carattere erotico/simposiale, scritti in dialetto eolico.

Il Ciclope

L’opera teocritea ripropone uno dei temi principali della riflessione greca: la dialettica tra natura e cultura. E’ interessante, appunto, che proprio uno dei personaggi per eccellenza del mondo selvaggio, il Ciclope, manifesti affinità psicologica con la sensibilità comune, manifestando il proprio amore per una giovane.

Egli esegue una serenata per lei, elencando le sue grazie e ricordando che, la prima volta che la vide, subito si infiammò di lei. In seguito, il mostro esalta le sue ricchezze e si ripromette di imparare il nuoto per seguirla negli abissi.

Questo testo è eccellente nel riprendere alcuni aspetti della poetica ellenistica: l’ironia, l’attenzione per il dettaglio particolare e la psicologia del personaggio. Inoltre, è importante notare che i luoghi comuni della letteratura erotica antica in questo caso vengono sì ripresi, ma con intento fortemente ironico!

Un esempio può essere fornito dalla promessa del Ciclope di cui si è già parlato prima: il desiderio di essere tutt’uno con la giovane (il Ciclope esprime il sogno di avere pinne e branchie per raggiungerla in fondo al mare) mette ancora di più in ridicolo l’aspetto, già di per sè mostruoso, del Ciclope.

[75-84] Ciclope: «Ahimè se con le branchie

la madre mia m’avesse messo al mondo,

e potessi tuffarmi fino a te

e baciarmi la mano, se non vuoi

che ti baci la bocca! Bianchi gigli

ti avrei portati e tenero papavero

con petali rossi. Ma d’estate

sbocciano gli uni, gli altri nell’inverno

e non avrei potuto tutti insieme

portarli fino a te

Dopo un primo gesto di galanteria, il Ciclope si corregge, passando al buon senso del campagnolo: questo è un ulteriore dettaglio umoristico che mette in evidenza la sua goffaggine. Inoltre, la tematica dei “mille baci” è ovviamente ricollegabile ad uno dei componimenti catulliani più famosi in assoluto: il Carme V.

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e i rimproveri dei vecchi pedanti
tutti insieme non consideriamoli un soldo.
I giorni tramontano e tornano;
ma noi quando cade la breve luce della vita,
dobbiamo dormire una sola interminabile notte.
Donami mille baci, poi ancora cento,
poi altri mille, poi ancora altri cento,
poi di seguito mille, e poi di nuovo altri cento
.
Quando poi ne avremo dati migliaia,
confonderemo le somme, per non sapere,
e perché nessun malvagio ci invidi,
sapendo che esiste un dono così grande di baci.

Il tema della beatitudine, in un contesto campestre, del Ciclope era già stato oggetto del dramma satiresco di Euripide:

[339-342] Ciclope: «Chi complicò la vita con le leggi, se ne vada in malora; non rinunzierò certo a fare del bene al mio dio e… a divorare te. Ecco i doni ospitali – voglio fuggire a ogni critica – il fuoco e l’acqua paterna e la caldaia che, bollendo, rivestirà a puntino la tua carne squarciata.»

Il Ciclope, riportando un’idea tipica dei sofisti, dice che le leggi sono state inventate dagli uomini, non sono prodotti di un progetto divino o naturale. Quindi, in un contesto comico, Eurpide pone l’accento sull’inutilità delle leggi; per capire questo, bisogna tener conto della forte attenzione che Euripide prestava ai fatti di attualità: il disprezzo verso la Guerra del Peloponneso, che stava avendo un grandissimo impatto in quel periodo, si riscontra già attraverso l’ottica dei vinti in guerra (si pensi, ad esempio, alle Troiane).

Questo tema non è nuovo: già Tucidide, nelle Storie, aveva denunciato la condotta machiavellica della politica ateniese, rappresentandola in uno degli episodi più celebri del libro V, ovvero Il dialogo dei Melii.

[101-109] Ateniesi: «Niente affatto, se volete deliberare con prudenza e buon senso. Giacchè non è in atto tra noi e voi una gara di coraggio, alla pari, avente come obiettivo di salvare il disonore! L’oggetto in discussione è la salvezza: il che significa non opporsi a chi è di gran lunga più forte. […] Badate che, per chi deve accorrere in aiuto, la sicurezza non è data dalla benevolenza di chi ha sollecitato l’intervento: quello che importa è che abbia rilevanti forze militari. […]»

Nel dialogo di Tucidide, gli ambasciatori ateniesi spiegano ai Melii che la loro sopraffazione è legittimata dalla legge del più forte. I Melii cercano inutilmente di riferirsi al senso della morale e alle leggi scritte, ma queste nulla possono di fronte alla spietata realtà del più forte.

Le Siracusane

Nelle Siracusane il motivo centrale è la scoperta della vita cittadina di Alessandria, caotica e complessa. Tutto ciò avviene attraverso una prospettiva molto singolare: infatti attraverso gli occhi e le voci di Gorgò e Passinoa, non solo donne, ma anche popolane e straniere, che viene descritta la città.

La loro provenienza viene marcata ancora di più dall’utilizzo del dialetto siracusano, per via dei dialoghi che le due figure femminili intraprendono con i passanti.

Il testo è inoltre interessante proprio per il modo con cui sono visti gli uomini: quando Gorgò raggiunge l’amica, che di recente ha cambiato casa, quest’ultima si lamenta del marito.

Prassinoa lo aveva mandato al mercato per comprare il nitro (carbonato di sodio che serviva come detersivo per gli abiti) e belletto (φῦκος). Il marito, al contrario, era tornato con del semplice sale! La scena è quasi comica, ma è come se l’autore volesse svelare agli uomini che cosa normalmente le donne dicano di loro, quando sono fuori casa.

Incantatrice

[17-24]: «Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Farina d’orzo anzitutto è consumata nel fuoco; su, spargila,

Testili. Sciagurata, dove te ne sei volata con la mente?

Dunque anche per te, maledetta sono oggetto di spasso?

Spargila, e insieme di’: “Io spargo le ossa di Delfi”.

Torquilla, attira tu alla mia casa quell’uomo.

Delfi mi ha dato il tormento: io per Delfi brucio

l’alloro

Torquilla (Iynx) era in orgine una Ninfa che con i suoi incantesimi era riuscita ad attirare Zeus; Era, a causa di ciò, per vendetta, la trasforma in uccello, il “torcicollo” (o torquilla). Secondo i rituali magici del tempo, al movimento del collo della torquilla, che avveniva nella stagione degli amori, corrispondeva il movimento della ruota, che prende il suo nome per metonimia e che doveva attirare l’amato.

Questo, che è il primo dei tre mimi del corpus teocriteo, è l’Incantatrice. Esso consiste in un monologo di una giovane donna, Simeta, che tenta di ricondurre a sè il suo seduttore, ricorrendo a pratiche magiche.

Grande attenzione viene data al rituale, scandito nei suoi vari procedimenti e ritornelli: la maga lega fili di lana, per legare il cuore dell’amato Delfi, brucia farina, alloro, crusca e brandelli della sua veste, per far bruciare (di passione) anche lo stesso giovane.

Questo idillio sarà modello per l’Egloga VIII di Virgilio: la donna, assistita dall’ancella Amarillide, cerca con la magia di riconquistare un innamorato con un incantesimo.

Lorenzo Cardano

Italia in-attesa. La pandemia si mostra in foto a Palazzo Barberini

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Italia in-attesa. Dodici racconti fotografici realizzati da altrettanti fotografi per fissare artisticamente l’Italia in pieno Covid-19. A Palazzo Barberini fino al 13 giugno 2021

Da più di un anno, ormai, l’Italia è un Paese in attesa. Una situazione di incertezza che condivide con il resto del mondo: il Covid-19 e la conseguente pandemia hanno cambiato radicalmente le abitudini di tutti noi. Attività un tempo normali come uscire la sera senza badare all’orario, andare al cinema, al teatro o assistere a un concerto si sono trasformate in un sogno proibito. Le nostre città e i luoghi a noi più familiari, nei periodi in cui le misure contenitive per scongiurare la diffusione del virus si sono fatte più rigide, hanno rivelato un aspetto che fino a qualche tempo fa appariva quasi fantascientifico: metropoli deserte, ambite mete turistiche avvolte nel silenzio, spazi enormemente vuoti. Ma, per chi possiede una certa sensibilità nello sguardo, tutto questo può divenire anche fonte di riflessione, ispirazione e creazione.

mostra fotografica palazzo barberini covid
Silvia Camporesi (Forlì, 1973) – Piazza Garibaldi, Lugo (Ra) 30 aprile 2020

Un importante progetto di documentazione visiva

La mostra Italia in-attesa, curata da Margherita Guccione, Carlo Birrozzi, Flaminia Gennari Santori, fa parte di un ampio progetto ideato e organizzato dal MiBACT in accordo con la Direzione Generale Creatività Contemporanea: 2020FermoImmagine. Tre azioni – le altre due sono la mostra Città sospese. I siti italiani Unesco nei giorni del lockdown ospitata a Palazzo Poli e REFOCUS, una open call dedicata ai fotografi under 40 in collaborazione con La Triennale di Milano e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo – per eternare i punti di vista sul nostro Paese ai tempi del Covid-19.

Dodici sono i fotografi cui si è chiesto di realizzare opere finalizzate alla creazione di un archivio visivo dell’Italia durante la pandemia: Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr, George Tatge. In questo modo, anche grazie al supporto dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione in collaborazione con le Gallerie Nazionali di Arte Antica, questi sguardi fissati in più di cento fotografie andranno a comporre un punto di vista fruibile a tutti coloro che lo desiderano.  

Diversi fotografi, diversi approcci

Olivo Barbieri sceglie l’arte, nello specifico alcuni dettagli della celeberrima Camera degli Sposi di Mantegna a Mantova, come medium del suo messaggio mentre Antonio Biasiucci cattura l’attenzione con il polittico Ghenos: ciò che rimane dopo il taglio dell’albero. Silvia Camporesi ci regala visioni metafisiche dell’Emilia Romagna, Mario Cresci uno sguardo inquieto sull’interno della sua casa e sulla Bergamo in cui si trova, Paola De Pietri una Rimini e una Venezia talmente astratte da apparire quasi un disegno nel loro legame con l’acqua. Decisamente affascinante il lavoro che Ilaria Ferretti ha realizzato tra Marche e Umbria, dove all’inquieta assenza della figura umana – la cui rarissima presenza è volutamente forzata, quasi si tratti di una intrusione – risponde una Natura presente nonostante l’Uomo. Messaggio riassunto ed esaltato da un autentico nido non solo fotografato ma anche esibito. Che, a ben guardare, tra i suoi componenti ha anche un filo di plastica. Si prosegue con Guido Guidi che focalizza l’attenzione su dettagli rurali del quotidiano, la desolazione dei luoghi iconici di Roma fermata da Andrea Jemolo, ai falansteri tratti da immagini satellitari di Francesco Jodice, alla struggente riflessione sul tempo nei luoghi della cultura di Allegra Martin, ai dittici e trittici dei malinconici scenari alpini firmati da Walter Niedermayr per finire con le immote armonie delle piazze umbre di George Tatge.

mostra fotografica palazzo barberini covid
Ilaria Ferretti (Fabriano, 1980) – Natura Italia, nido e insetto stecco, primavera 2020

Le meraviglie di un percorso museale non immediato

Uno degli obiettivi del percorso realizzato per la mostra ospitata a Palazzo Barberini è il far scoprire ai visitatori alcuni ambienti solitamente non accessibili al grande pubblico o presentati per la prima volta: è il caso della stupefacente Sala delle Colonne o delle Cucine Novecentesche al primo piano, così come della Serra ottocentesca che si affaccia sui giardini. Per fruire l’intera esposizione bisogna, dunque, attraversare ambienti che non si susseguono necessariamente: ma ciò che si può ammirare giustifica assolutamente la scelta.

mostra fotografica palazzo barberini
Alberto Novelli – Veduta dell’allestimento

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Alberto Novelli, veduta dell’allestimento.

Ghemon a Sanremo, dopo aver lavorato per il suo “Momento perfetto”

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Ghemon torna a Sanremo 2021 con la canzone “Momento Perfetto”, che racconta in breve quello che è stato il suo percorso di cura e crescita, già raccontato nel suo libro, edito da Harper Collins.

In una vecchia intervista, Ghemon disse che ogni storia è una storia e questo pensiero l’ha spinto a scrivere della sua malattia.
La malattia di cui parla è una molto diffusa e ancora circondata da troppa superficialità, pregiudizi e dai tabù.

Ghemon nel suo libro “Io sono – Diario di tutte le volte che ho cambiato pelle”, uscito nel 2017 prima dell’album Mezzanotte, racconta la sua esperienza con la depressione, una malattia mentale, e anche il percorso che ha intrapreso per curarsi e stare bene.

Le persone parlano difficilmente della salute mentale, in particolare se loro stesse soffrono di qualche malattia mentale. A parte gli specialisti, sono pochi a parlare anche solo della depressione, apertamente, senza timore e pure per sensibilizzare le persone sull’argomento.

La scelta di Ghemon di pubblicare un libro in cui racconta questa sua esperienza personale e molto intima, gli dà onore e lo rende una persona da prendere in esempio.

Con una sola azione ha compiuti due importanti gesti: abbattare il pregiudizio sulle malattie mentali e sulla psicoterapia, e rinforzare il concetto che anche gli uomini soffrono e non devono essere sempre forti e stoici.
Non bisogna prendere sottogamba i pregiudizi che aleggiano intorno alla salute mentale, agli psicofarmaci, e alla figura dello psicologo e dello psichiatra, che allontanano persone bisognose dal chiedere aiuto. La situazione è anche peggio se ad averne bisogno è un uomo, che, a causa della cultura marcia in cui quasi sempre cresciamo, esprime con molta fatica il suo malessere.

Perciò è importante che le persone condividano le loro esperienze, sulla depressione, le malattie e i disturbi mentali, e sulla psicoterapia. Così come è importante normalizzare tutto ciò che gira intorno alla salute mentale.

Il libro è scritto molto bene, è scorrevole, godibile, e ti fa entrare subito nella vita narrata dall’artista.

Sicuramente la sua carriera da cantautore l’avrà aiutato molto per una scrittura coinvolgente.

Chi ha vissuto la depressione si ritrova con facilità nei pensieri raccontati nelle pagine. “Io sono” è un libro che fa sentire compreso nella condizione mentale che si vive o si ha vissuto. Allo stesso tempo si possono trovare alcuni consigli per aiutarsi nel percorso di terapia. È piacevole rileggerlo di tanto in tanto, anche aprendo qua e là il libro per leggere qualche frammento.

Devo anche ammettere che il libro mi ha legata molto all’autore e la ragione è, per certi versi, un po’ triste. Mentre leggevo una pagina dopo l’altra, avevo scordato che fosse un libro autobiografico e mi sembrava di leggere un romanzo. Un romanzo in cui il protagonista maschile è idealizzato, consapevole di sé, debole ma forte abbastanza da prendere con determinazione la sua vita in mano e lavorare. Il motivo è che leggere di un uomo che ha una certa sensibilità e che si mette in discussione è (e questa è la parte triste) purtroppo ancora una rarità.

Io sono, infatti, è stato scritto in un momento ancora delicato della sua vita e del suo percorso, che ha raccontato anche nell’album Mezzanotte, che uscì poco dopo.

Nel frattempo, Ghemon è andato per la prima volta a Sanremo, nel 2019, con la canzone Rose Viola.

Dopo un anno dalla partecipazione di Ghemon a Sanremo, è uscito il disco Scritto nelle stelle, a cui è seguito un mini tour a causa della pandemia, e che racconta una vita molto diversa da quella di Mezzanotte.

In questo album molte canzoni sono dedicate alla sua fidanzata, e l’amore descritto non è quello classico delle canzoni, pieno di fantasie irreali o di parole melense. È un amore costruito giorno per giorno, con tutti i problemi che le coppie hanno, ma sono affrontati nella maniera che solo due persone che si amano e si mettono in discussione sanno fare.

Stavolta la sua partecipazione al Festival di Sanremo 2021, col brano Momento perfetto, sarà seguita dall’uscita del nuovo album il 19 Marzo: E vissero feriti e contenti.

Sarei molto curiosa di leggere anche un sequel del suo libro, perché chi affronta e supera la depressione con la psicoterapia si trova poi a vivere la vita completamente cambiato. È come se la vita fosse del tutto diversa e, vista la bravura di raccontarsi di Ghemon, sarebbe molto interessante conoscere anche com’è la vita dopo aver affrontato una malattia mentale. O almeno come vive lui la sua.

Sarebbe bellissimo se, in una nuova riedizione, in futuro, si inserisse una pagina a fine libro con tutti i look che Ghemon ha avuto negli anni, i suoi “cambi di pelle”.

Intanto consiglio la lettura di questo bellissimo libro a chi soffre o ha sofferto di depressione, e pure a chi conosce qualcuno che vive la malattia. Poi, certamente, a chi vuole conoscere meglio l’artista e capire la sua musica.

Ambra Martino

Acquistare farmaci online in modo sicuro e veloce

Nell’ultimo periodo gli acquisti online sono aumentati enormemente. La maggior parte delle persone preferisce ordinare dai siti internet qualsiasi tipo di prodotto, ricevendolo in breve tempo direttamente a casa. La situazione di emergenza mondiale ha decisamente contribuito all’aumento delle vendite online, e moltissimi venditori si sono organizzati creando i loro siti e-commerce.

Anche le farmacie si sono adeguate a questo cambiamento innovativo, salvaguardando in questo modo la salute di tantissimi clienti, i quali potendo ordinare i farmaci online non sono costretti ad uscire da casa, rischiando assembramenti in negozio.

Per l’acquisto dei farmaci online, però, è preferibile scegliere sempre una farmacia affidabile e sicura, e soprattutto bisogna rispettare delle regole relative alla vendita di alcuni medicinali.

Come riconoscere una farmacia online sicura?

Trovare una farmacia online affidabile non è un’impresa facile, visto che ci sono tantissimi siti stranieri che vendono medicinali ad un costo bassissimo, ovviamente senza alcun tipo di garanzia o autorizzazione.

Oltre che diffidare da questi siti internet, in generale bisogna sapere che, si possono acquistare online soltanto i farmaci che non prevedono nessuna ricetta medica, i cosiddetti “farmaci da banco”.

Generalmente quindi, è possibile acquistare online solo medicinali antinfiammatori, antipiretici o antidolorifici, tutti gli altri che richiedono una prescrizione medica, invece, non possono essere assolutamente venduti su internet.

Un altro elemento che garantisce la sicurezza della farmacia online è il bollino di sicurezza, un’autorizzazione obbligatoria che fa riferimento al sito del Ministero. Inoltre, tutte le farmacie che mettono a disposizione la vendita di alcuni farmaci online, devono avere anche un negozio fisico, il costo dei medicinali dev’essere uguale e le spese di spedizione prevedono un costo aggiuntivo dai 5,00 euro in su.

Ovviamente, qualora il costo dei farmaci ordinati sia abbastanza elevato, la spedizione è completamente gratuita.

Da quali siti bisogna diffidare e quali, invece, sono più convenienti?

Come abbiamo anticipato, riuscire a trovare una farmacia online affidabile non è semplice. Esistono infatti, tantissimi siti che fingono di avere l’approvazione ministeriale per la vendita dei farmaci su internet, in realtà, ricorrono a nomi ingannevoli e non sono affatto sicuri.

Visto che, l’acquisto dei farmaci online è notevolmente cresciuto, è possibile trovare tantissime informazioni e consigli che ci aiutano a scegliere il sito più sicuro e conveniente. Su internet, infatti, troviamo numerosi elenchi affidabili di farmacie online che offrono alla propria clientela sconti del 10/15%, e che quindi rispetto alla media, sono molto più convenienti.

È preferibile comunque, scegliere sempre una farmacia online autorizzata e sicura, evitando di cadere ne tranello dei tanti siti non affidabili che promettono sconti eccessivi non garantendo la validità del prodotto.

Visto che, con la salute non si scherza, è importante verificare bene l’affidabilità del sito online, prima di procedere con l’acquisto dei farmaci.

Inoltre, le farmacie autorizzate mettono a disposizione della propria clientela anche il diritto di recesso, che solitamente, viene garantito entro i 14 giorni dall’arrivo della merce a casa. La soluzione di acquistare i medicinali online, è sicuramente la migliore, ci permette di risparmiare tempo, fatica e rischi causati dagli assembramenti, bisogna solo stare attenti a scegliere la farmacia online più sicura e affidabile.

MasterChef Italia 10: 6 motivi per cui è stata un’edizione sorprendente!

Si è concluso il cammino dell’edizione numero 10 dello show culinario più famoso d’Italia. Non poteva concludersi meglio, con la vittoria di Francesco Aquila (detto “Aquila”!). Anche se devo dire che non è stato l’unico motivo del mio giudizio super positivo su questa edizione. La presenza di Monir e di Irene tra gli ultimi 4 finalisti è stata assolutamente sorprendente! Monir, l’aspirante Chef super creativo e colorato (a detta anche dello Chef super stellato Mauro Colagreco), è stata una grandissima rivelazione.

I punti di forza di MasterChef Italia 10 secondo CulturaMente:

  1. Un’edizione globale: multietnica, multiculturale, quella di quest’anno. MasterChef Italia 10 ha saputo coinvolgere, ci ha regalato quel sorriso, quelle risate di cui sicuramente avevamo tutti bisogno.
  2. 0 antipatia dei partecipanti e poca competizione: per la finale, devo ammettere, non ho neanche guardato la serata di Sanremo dedicata alle Cover musicali. La mia scelta la rifarei centomila volte. Non mi sono pentita, anzi…E poi (soprattutto!) 0 ingredienti di antipatia. Solo tanta voglia di esprimersi attraverso piatti particolari ed originali. Sto parlando in particolare di Antonio, l’aspirante Chef dal cuore di ghiaccio. Il chimico, super esperto e super metodico. Nell’ultima puntata ha ideato un menù dal cuore caldo, che parlava di ricordi e soprattutto di affetti. Mi sono commossa quando ha dedicato il suo piccione a bassa cottura alla sua nonna che ora non c’è più. Geniale la sua scelta di riproporre un piatto totalmente “black”. Il colore nero diciamo che lo ha caratterizzato e segnato molto: per colpa di un piatto dal colore nero rischiava di uscire, sempre per colpa di un piatto black è stato messo in discussione.
  3. Covid? MasterChef Italia 10 ha saputo ben resistere a questa nostra situazione così atipica e particolare a causa della pandemia. Edizione che non ha quindi risentito del contesto attuale e si è saputa ben adattare.
  4. Grandissima eterogeneità dei partecipanti. La terna dei finalisti assolutamente variegata e unica. rene, una ragazza semplice (la “Cenerentola”, come la chiamano i giudici), dai capelli multicolor, una ragazza per certi versi ribelle, arriva in finale e porta l’estetica tutta stellata imparata nella prova con lo Chef stellato Enrico Bartolini. Irene ha sempre affermato di amare immensamente sia la cucina, sia l’arte. Entrambe le ha sempre unite ed amalgamate in maniera egregia nelle sue portate. Mai scontata, sempre creativa. Mai altezzosa, sempre semplice. Mai scontrosa, sempre umana. Insomma (l’avrete anche capito) non ci sarei rimasta male se a vincere fosse stata lei. Antonio, il genio incompreso dalle mille forme. Solo all’ultimo ha saputo sprigionare la sua sensibilità ed emotività. Comunque, bravo!
  5. Vittoria di Aquila, super meritata! Il voto qui è di 10! Francesco Aquila merita di volare, volare alto! “Zio bricco!”, per riprendere il suo motto che gli ha portato tanta fortuna.
  6. Poche prove in esterna? Poche ma buone, vien da dire. Vista la pandemia, sono state molto ridimensionate le prove in esterne. Ma non se n’è sentita affatto la mancanza. Le diverse puntate sono state caratterizzate da tante prove skill test molto adrenaliniche e dalla presenza di Chef super stellati. Insomma, le esterne non ci sono mancate. Anzi…

Qual è l’opinione complessiva dell’edizione numero 10 di MasterChef Italia secondo CulturaMente? Una bella edizione, fatta di belle persone e di belle portate. Unico punto negativo? Perché non proviamo a cambiare la terna dei giudici per la prossima edizione? La butto lì, eh…

Maria Serena Cospito

8 Marzo, festa dell’uomo

Audio lettura di Francesco Fario

Video Lettura di Francesco Fario

L’otto Marzo del 3046 è la festa dell’uomo. Una volta doveva festeggiarsi la donna ma, nell’ultimo secolo, sono cambiate molte cose. L’ultima Femminista a combattere per la parità salariale, per le pari opportunità e questa roba qui d’un certo livello è morta più di otto anni fa ed era mia nonna. Ricordo nei bei pomeriggi inondati dal sole, vuoti di impegni dopo la scuola, lei – piccina piccina già tutta scavata dalla malattia e gli occhi verdi bellissimi- si metteva sul divano a raccontarmi del Femminismo come fosse ormai una favola antica e decaduta. Parlava di una differenza tra i sessi come un dato biologico ma anche e soprattutto come costrutto sociale e io non capivo ma poi dalle sue labbra pallide uscivano parole d’un certo peso, come diritti, come opportunità, come uguaglianza. Vedi sei un ometto, diceva, ed è giusto che tu non perda l’essenza delle cose, poi sospirava impercettibile e aggiungeva quasi rassegnata, che tu almeno non perda l’essenza di questa cosa.

Le chiedevo spesso perché diceva quell ‘”almeno” perché io allora, a 12 anni, non capivo ancora come, fuori da quella casa, le cose stessero andando. Mio nonno, seduto in poltrona con gli occhi chiusi a godersi il sole, ogni volta che nonna smetteva di parlare ripeteva il suo mantra, ossia che le femministe avevano rovinato il femminismo. Io non capivo neanche quello ma nonna rideva e dunque doveva essere qualcosa di assai divertente visto che poche volte l’avevo sentita ridere così di cuore come in quelle occasioni. Poi era morta, io ero cresciuto, nonno, sempre più stanco, aveva continuato a ripetere il suo mantra ogni volta che l’andavo a trovare.

Ora lo capivo: e non poteva essere diversamente. Avevo compiuto vent’anni e nei miei lineamenti non c’era più nulla di un ragazzino. Mi ero fatto un uomo e, perché uomo, dovevo adesso badare a molte cose. Dovevo sedere a gambe chiuse per forza di cose sui mezzi pubblici o sarei stato accusato di manspreading, ossia di occupare lo spazio.

Avevo visto invece molte fanciulle occupare un posto in più con borse, zaini, alle volte sedendosi, anche loro, malamente eppure nessuna voce si era mai levata. Mia madre, figlia degna di mia Nonna, mi aveva educato a considerare entrambi i gesti maleducazione, oltre il sesso. Eppure adesso le cose stavano così. Non potevo, l’avevo imparato a mie spese, spiegare un argomento ad una donna perché quello, invece, era mansplaining, cioè mi veniva attribuita una presunzione e un atteggiamento superiore che non avevo e non avevo mai voluto avere. Mi piaceva condividere le idee e il mio sapere, eppure non potevo perché qualcuno aveva avuto la presunzione di attribuirmi un atteggiamento non mio.

Non c’erano più femministe, questo lo capivo bene, perché di diritti non si parlava più. Nel corso del tempo era subentrato qualcosa di diverso e sciocco: ci si appigliava adesso ad ogni cosa, ad ogni gesto, si urlava al patriarcato senza cognizione di causa, ogni cosa era Maschilista anche se non lo era. Come camminare sui cristalli, anzi molto peggio.

Il movimento di queste donne inferocite profondamente arrabbiate col maschio, rabbia cieca e priva di studio e coscienza, vagheggiava un antico torto e un’ antica disparità di cui loro sapevano a stento. Non ne conoscevano l’entità, sapevano che c’era e tanto bastava. Il coinvolgimento delle donne intanto sul lavoro era ancora impari ma non se ne occupavano. Poche quote rosa occupavano posizioni di rilievo ma non se ne occupavano. Una donna doveva ancora pensare alla famiglia e aveva poche possibilità di carriera rispetto ad un uomo ma non se occupavano. Una donna doveva ancora dirsi anche madre per essere completa ma non se ne occupavano. Questo movimento di povere sciocche che nel corso del tempo aveva preso il sopravvento, tramite le vie dei social e della massa, si era significativamente dato il nome di Dominaetdea.

Queste signore impazzivano per il gender fluid e tutti i concetti simili: adoravano l’uomo in gonnella, lo ritenevano campione e vincitore di tutti i mali dell’umanità e se per malagurato caso un uomo voleva vestirsi ancora con i pantaloni, perchè più comodi, allora era un sostenitore di questa bestia poco definita e sfumata del patriarcato. Se un uomo non esternava le proprie emozioni piangendo almeno dieci minuti, era etichettato come vittima dello stesso.

La lingua italiana era stata praticamente messa al bando poiché maschilista. Certo lo era stata ma era stata pur sempre la nostra lingua. L’avevano lentamente massacrata, riempendola di asterischi, abolendo i generi, calpestandola senza rispetto. Dicevano La Studente perché dire invece la Studentessa era innegabile maschilismo. La poeta e non la poetessa. Merkel e non La Merkel.

Avevano fatto fallire tutte le estetiste del mondo perché volere la pelle liscia era sottostare al patriarcato. Una donna doveva necessariamente assumere sembianze animali se voleva dirsi femminista con i fiocchi: sospettavo controllassero che in ogni anfratto tu non ti fossi mai levata manco mezzo pelo per sbaglio o in te, evidentemente, si annidava velenoso il germe maschilista.

Normale che, messe così le cose, gli uomini sentirono il bisogno di istituire un giorno per poter essere liberi di fare le cose in quanto persone e non in quanto solo uomini. Il movimento aveva lasciato che lo facessero in quanto ritenevano che avere un giorno della donna nel tremila fosse segno evidente di inferiorità.

Ora capivo mio nonno e più tremendamente piangevo mia nonna, mi si rivelava quell‘almeno che diceva con la voce leggera. Tornavo allora da mio nonno, gli dicevo la sua frase e lui rimaneva ad occhi chiusi a godersi il sole però io lo vedevo che sorrideva.

Serena Garofalo

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Beatrice Venezi: la maestrina che si fa chiamare direttore

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Certo che la libertà di scelta è proprio una bella cosa. E se oggi siamo qui a discutere se sia giusto dire “direttrice o direttore d’orchestra” è già spia del fatto che qualcosa è davvero cambiato rispetto ai tempi in cui si leggeva “signora ministro” sui giornali.

Beatrice Venezi può farsi chiamare come vuole, non vi indignate. Me l’ha detto anche Luca Serianni in occasione dell’ultima intervista fatta insieme che molte avvocate donne vogliono farsi chiamare “avvocato”, e dunque rispettiamole.

Non possiamo imporre un nome, suvvia. Beatrice Venezi vuole farsi chiamare direttore? Ce ne faremo una ragione, del resto non sta a lei definire cosa sia corretto a livello linguistico. Non l’ha detto una linguista, insomma. Eppure, Sanremo 2021 resta una cassa di risonanza importante, tanto che sul Suggest di Google già appare come ricerca “direttore o direttrice d’orchestra” e su Google Trends “direttrice” è in impennata insieme all’argomento “Beatrice Venezi”.

La lingua non si impone.

Al massimo si può imporre il dovere di riflettere sulle sue evoluzioni laddove la mobilità sia significativa di un cambiamento sociale. Ed è quello che è stato fatto con sindaca o ministra, ad esempio, per scardinare l’imbarazzo di chi le doveva nominare.

Non mi interessa quindi discutere della correttezza o meno del termine, o di come dovrebbe farsi chiamare Beatrice Venezi: quello che mi interessa è il messaggio che è stato inviato, ma soprattutto l’atteggiamento di superiorità con cui il direttore ha motivato la sua scelta, come se volesse snobbare le diatribe sul sessismo linguistico, che non la riguardano, non la toccano.

Me ne assumo la responsabilità (di farmi chiamare direttore n.d.r)

Per me conta il talento e la preparazione…

La posizione ha un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra.

Illuminante, grazie.

Quante donne hanno ricoperto questa carica prima di lei?

In carriera oggi sono 600 i direttori uomini, contro 21 donne” scrive Gian Luca Bauzano in un reportage del Corriere. E di certo a 21 non ci siamo arrivati facilmente se ancora nel 2021 leggiamo che Glass Marciano è la prima donna direttrice d’orchestra di colore in Francia.

“Io non mi faccio più dirigere da una donna!”. Con queste parole, nel 1930, John Charles Thomas si rivolse alla più grande direttrice d’orchestra della storia, Antonia Brico, presso il Metropolitan Opera House di New York. Accadeva meno di un secolo fa.

Le minoranze e le asimmetrie esistono davvero nella società, non è cosa da liquidare con due spallucce, caro direttore. Le sembra molto autorevole farsi chiamare direttore?

Quoto Laura Boldrini quando afferma che “la declinazione femminile la si accetta in certe mansioni come ‘contadina’, ‘operaia’ o ‘commessa’ e non la si accetta quando sale la scala sociale, pensando che il maschile sia più autorevole. Se il femminile viene nascosto, si nascondono tanti sacrifici e sforzi fatti“.

Nessuno impone di farsi chiamare “direttrice”, ma doverlo affermare in questo modo, come se gli altri che si pongono il dubbio fossero tutti scemi, mi sembra un po’ troppo: bastava dire “vogliono essere chiamata direttore perché mi piace così”. Sarebbe stato più che legittimo.

Era il 1995 quando Elvira Naselli scriveva su La Repubblica che Daniela Brancati, direttrice del TG3, veniva chiamata “direttora” dalla redazione perché direttrice “sembrava una cosa troppo scolastica”. Lo trovate riportato anche nella pagina dedicata dell’Accademia della Crusca.

Certo, perché la tradizione, oltre alle professioni declinate al maschile per le donne – specialmente se si tratta di ruoli professionali prestigiosi – ci ha insegnato pure un’altra cosa. Oltre alla discriminazione grammaticale presente nell’espressione “il Direttore Beatrice Venezi”, esiste anche la polarizzazione semantica, che prevede l’uso dello stesso termine con significato opposto a seconda che si riferisca a una donna o a un uomo: un governante è un re, la governante ti sistema casa. Quindi il direttore dirige, la direttrice è una maestrinaÈ una questione di percezione.

Quello che non si dice, non esiste. Il mantra di Cecilia Robustelli

Beatrice Venezi può farsi chiamare direttore, ma l’atteggiamento da maestrina e l’aria di superiorità con cui vuole insegnarci che contano il valore e la bravura mentre chiede conferma all’orchestra sul fatto che si dica direttore me li sarei proprio risparmiati. Ma certo che si dice direttore: lo insegna la tradizione. Ed è proprio la tradizione che ha negato alle donne la parità. Se avessimo continuato a seguirla, il direttore Venezi ora non sarebbe sul palco di Sanremo a condurre la sagra dell’acqua calda – “conta il talento” – ma starebbe stirando le mutande di suo marito, unico direttore d’orchestra ammesso dalla società.

E certamente, Beatrice Venezi può permettersi di far contare la sua bravura nel 2021. Però non bisogna dimenticare che non è stato sempre così, che far venire il dubbio è importante, e che tante donne, prima di lei sono state cancellate dalla storia perché fuori dal “canone”. Il canone per una donna era fare figli. Punto. Ma che lo avete fatto a fare, signore mie, di lottare e di morire per far emancipare una come Beatrice Venezi, che diventa direttore d’orchestra e poi fa spallucce affermando che si è sempre detto così per la sua professione? In 5 minuti, o anche meno, ha risolto diatribe che ci portiamo avanti da un bel po’. Che vi scaldate a fare. È facile essere liberi quando qualcun altro ci dà la possibilità di scegliere.

Cantami, o Saffo

E qui torno di nuovo a scomodare Saffo, che per 5 secoli non l’hanno proprio chiamata visto che il nome poetessa declinato al femminile all’epoca sua nemmeno esisteva. E indovinate un po’ quando è stato attestato senza valenza ironica? Quando una collega, in età ellenistica, era libera di vagare di sede in sede per cantare le sue poesie. Quando le donne potevano uscire fuori dall’oikos. Insomma, quando la società ha iniziato a vedere donne più libere, anche la lingua si è adattata per rappresentare la nuova realtà.

Beatrice Venezi deve farsi chiamare direttore se le piace, ma non è legittimata a snobbare la questione così, dicendo che la sua professione ha quel nome lì e che se vuole chiediamo ai colleghi per conferma. Anche i filologi alessandrini, ed erano filologi, chiamavano Saffo la decima musa tra i nove poeti lirici. Se avessi dovuto chiedere a loro cos’era Saffo m’avrebbero risposto una musa. Chissà se a lei avrebbe fatto piacere essere definita come ultraterrena visto che le donne terrene quel mestiere non lo potevano fare.

Poi all’epoca di Saffo non so come andava con gli stipendi, perché un’altra delle ricerche su Google ora è “Beatrice Venezi stipendio“.

Riporto Money.it: Non avendo una cifra esatta, quindi, potremmo analizzare il guadagno medio di alcuni grandi direttori d’orchestra. Come riporta Classic Voice, personalità come il direttore musicale James Levine e il general manager del Met Peter Gelb guadagnerebbero rispettivamente 1.5 e 1.4 milioni di dollari annui.

Speriamo non sia inferiore, ché pure il gender pay gap non ce lo siamo inventato per noia. Sarei stata più contenta se avesse detto che si fa chiamare direttore e che guadagna come un direttore. Ma del resto, non si possono far contenti tutti. E come sempre, lunga vita alla bravura, fin quando a tutti sono date le stesse possibilità. Ma soprattutto lunga vita a chi ha reso questo possibile. Vi siamo debitrici.

Alessia Pizzi

Direttrice di CulturaMente (direttore mi ingrassa)

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