A teatro “Ragazzi di vita” diventa affresco polifonico della Roma povera ma viva di Pasolini

Ragazzi di vita
Gruppo in Ragazzi di vita - Foto di Achille Lepera

Dopo una lunga tournée “Ragazzi di vita” è di nuovo al Teatro Argentina di Roma fino al 27 ottobre, con la regia di Massimo Popolizio.

Nel 2016, per celebrare i quarant’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, il Teatro di Roma ha prodotto il primo adattamento teatrale del suo romanzo “Ragazzi di vita”.

Lo spettacolo ha avuto grande successo in tutta Italia e ha vinto molti premi alla regia per Massimo Popolizio. Premi sicuramente meritati. Ma altrettanto lodevole è il risultato della drammaturgia, affidata ad Emanuele Trevi, che è riuscito a rispettare il dialetto romanesco inventato da Pasolini, insieme lirico e feroce.

Ragazzi di vita” si apre con un monologo di Lino Guanciale, teso a descrivere la Roma del secondo dopoguerra. Farà il “narratore” che si aggirerà come uno straniero in visita, mediatore fra platea e palcoscenico.

Ragazzi di vita
Lino Guanciale in Ragazzi di vita – Foto di Achille Lepera

È un settembre caldissimo e si racconta la vita nelle borgate del quadrante orientale, dal Tiburtino al Quadraro. Ma le storie dei “Ragazzi di vita” ci porteranno anche ad Ostia, sul fiume Tevere e tra i cantieri del quartiere in costruzione di Monteverde nuovo.

I diciannove attori che si muovono con energia anarchica sul palco compongono un “affresco polifonico”. Fin dalle prime scene si viene travolti dalla vitalità dell’adolescenza e della giovinezza. La recitazione è molto fisica, con l’ostentazione dei corpi seminudi dei ragazzi di vita. Le interpretazioni veicolano lo stupore, la curiosità e l’entusiasmo per la vita che inizia.

La scena del furto sul tram ci offre la visione di una popolazione romana povera, quasi alla fame, che sbarca il lunario come può. Eppure Riccetto, Agnolo e gli altri sono sempre allegri, pronti a cercare la gioia nel poco che la vita offre loro: un tuffo nel fiume o nel mare, una scodella di zuppa, un po’ di soldi in tasca, un uccellino salvato dall’annegamento.

Eventi e situazioni indubbiamente drammatiche sono raccontate con ironia e quasi leggerezza già da Pier Paolo Pasolini nel romanzo.

La regia di Massimo Popolizio e la drammaturgia di Emanuele Trevi riportano completamente sulla scena questo cinismo ironico “alla romana”. D’altronde, avevamo già trovato questo stile in altre messe in scena di Popolizio, come “Un nemico del popolo”. Anche in “Ragazzi di vita” troviamo quel doppio registro di comico e drammatico che, più che alternarsi, si sovrappongono.

“Un nemico del popolo” porta a teatro le debolezze della democrazia

Popolizio e Trevi sono riusciti a drammatizzare un romanzo che è molto descrittivo e non sembrerebbe proprio adattabile al teatro. In questo senso, sono state due le scelte azzeccate. La prima è stata quella di affidare a Lino Guanciale il ruolo di narratore, capace com’è di reggere anche monologhi lunghi e impegnativi. La seconda è stata quella di far narrare agli stessi attori, mentre si muovevano in scena, cosa stavano facendo e pensando.

Molto apprezzato e gradevole è anche l’omaggio a Giuseppe Giocchino Belli, con la rappresentazione della sua poesia “Er cane”.

L’atmosfera dell’Italia degli anni ’50 è resa perfettamente, con la semplicità dei costumi e la scarna scenografia, piena però di soluzioni sceniche d’effetto.

Ma la scelta più felice per farci sentire immersi nell’epoca è stata quella di far eseguire agli ottimi attori le canzoni in voga in quegli anni.

Ragazzi di vita” è uno spettacolo corale, in cui, come voleva il regista

gli attori vengono proiettati in situazioni che si passano da testimone a testimone, e in cui i vari pezzi sono assemblati da un furore collettivo”.

Si esce, infatti, dal teatro con gli occhi riempiti dalla vitalità feroce di quei ragazzi e sentendo il cuore stringersi per i drammi struggenti delle loro vite.

Stefania Fiducia

Le foto sono di Achille Lepera

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