A Star is Born, l’importanza di rimanere autentici

A Star is Born

“You’re just ugly”

Che poi si finisce sempre in quelle due categorie, bello o brutto. Dobbiamo sempre decidere se una cosa, qualsiasi cosa, sia bella o brutta. Come se fossimo incastrati in un eterno loop manicheo, come se da queste due categorie si decidesse tutto.

In realtà, oltre il bello e il brutto c’è l’interessante, il vero, il profondo, l’importante, il sentito, l’umano. Pure se il film ce lo chiede continuamente, non è importante decidere se Ally, la protagonista di A Star is Born, sia bella o brutta, è importante sapere che lei ha qualcosa da comunicare e far sentire. Così come non posso decidere io se A Star is Born sia bello o brutto: oltre ad essere un giudizio puramente soggettivo, è anche infinitamente riduttivo. Anzi, in questo caso, è soprattutto infinitamente sbagliato e superfluo: è un film che ha qualcosa da dire, e riesce a dirlo nel modo più potente e autentico possibile. Oh, se ha qualcosa da dire.

Quasi senza volerlo, e sul perché ci arriviamo tra qualche paragrafo, A Star is Born è uno dei film più metacinematografici in assoluto senza essere di genere metacinematografico.

Vive su questo sottilissimo ma decisivo equilibrio grazie all’intelligenza di chi è al timone. Bradley Cooper, che qui è un vero factotum avendo prodotto, diretto, scritto e interpretato, capisce esattamente cosa ha tra le mani. E fidatevi, pare scontato, ma spessissimo i registi non sanno nemmeno cosa fare col proprio film. Cooper invece lo capisce, sa perché fare un 4° remake di questa storia, sa come farlo, cosa dire, e come sfruttare le proprie armi vincenti.

Indubbiamente si potrebbe chiedere perché fare l’ennesimo remake di una vicenda, per quanto bella e forte, piuttosto semplice. Il punto è proprio questo, però: realizzare una storia semplice, ma in realtà profondissima. Realizzare un film dall’intento artistico, che però sia anche commerciale. Raccontare una storia d’amore seminale che tocchi chiunque, e nasconda pure tantissimi altri elementi. Non tradire minimamente lo spirito delle precedenti versioni, seguendo pedissequamente la trama, riuscendo però ad essere originali e, forse, persino più audaci.

Il risultato è che vediamo e viviamo la storia d’amore tragica in A Star is Born. Si percepisce il coraggio di raccontare l’amore senza alcun intento catartico o confortevole verso lo spettatore E, appunto, si riflette sull’autodistruzione personale che è sempre dietro l’angolo.

Ma, più di oltre ogni cosa, A Star is Born è un film sui compromessi per diventare e chiamarsi artisti. Su come l’arte si distrugga quando interferisce inevitabilmente l’aspetto commerciale. Che Cooper riesca a dire queste cose in un film che nasce per gli incassi, è da applausi.

Probabilmente, solo l’approccio di Bradley Cooper avrebbe funzionato nel pensare un nuovo A Star is Born. E nel farlo adesso, oltretutto. Perché lui non è soltanto interessato a fare un film, a raccontare una storia, ma a mettersi in gioco, mettersi a nudo, far provare emozioni, a dire che il cinema è meraviglioso quando ha qualcosa, qualsiasi cosa, da comunicare.

L’elemento infatti più unico ed incredibile di questo film è la sua dose di autenticità. A tratti è quasi pazzesco quanto il film risulti vero e onesto. L’impegno di Cooper, la sua infinita voglia di farsi prendere sul serio e riuscire a fare un buon lavoro, trasudano dallo schermo. Ogni minuto, in ogni fotogramma.

Qui, nel renderlo VERO, si tocca con mano la magia di A Star is Born e la sua capacità metacinematografica non ingombrante o presuntuosa. Cooper sceglie Lady Gaga, le affida un ruolo da cantante, e sa benissimo che per lo spettatore, dal più smaliziato al più esperto, è praticamente impossibile scindere la figura mainstream della vera Gaga da quella del personaggio in una storia. Tanto più che quel personaggio, in pratica, ha una evoluzione che la porta a diventare un’acclamata popstar. La sospensione dell’incredulità è difficilissima.

Che fa allora il film? Accetta questa sfida, la fa propria, e ribalta la prospettiva. Prende Gaga, la spoglia di qualsiasi orpello e forma, mette a nudo i pregi talentuosi e le sue note insicurezze fisiche, fino a farle diventare un tema del film, e decostruisce il mito che rappresenta fino a tornare alla sua essenza. Che poi anche Lady Gaga sia bravissima, e questo per il sottoscritto è una piacevole sorpresa, mi pare giusto evidenziarlo. La sua interpretazione è semplice, emotiva e pura. Pur essendo l’icona che tutti conosciamo, paradossalmente è più brava nella prima parte, quando deve interpretare la ragazza semplice, proprio perché il film fa un lavoro egregio nella costruzione dei gesti, dei momenti, delle piccole espressioni.

a star is born

Dire che anche questo sia merito di Bradley Cooper è ovvio quanto riduttivo. Lui si carica, dietro e davanti la macchina da presa, l’intero film sulle spalle.

Da regista, come detto, è attentissimo a non sbagliare nulla e curare la dinamica tra i personaggi, dalla quale naturalmente nasce tutta l’empatia degli spettatori. Da creatore tuttofare, è intelligentissimo nel costruire un film dalle chiare aspettative commerciali ma venato di premesse artistiche. Guardate, in tal senso, l’uso del montaggio nel film: non c’è un solo momento morto o una scena superflua, per 130 minuti il film scorre fluido, incessante, con piccoli momenti che si sovrappongono senza soluzione di continuità ai grandi momenti, con tagli che danno l’idea di un ricordo a volte sfuggente, a volte doloroso.

Da attore, è ancora più immerso nel microcosmo che ha creato. Dal look all’incredibile tonalità di voce, la sua interpretazione è il segno tangibile della confusione umana. Un uomo decadente non tanto per gli eccessi – comunque onnipresenti – ma per una desolazione interiore resa benissimo dal lavoro sullo sguardo carismatico ma trasandato.

Cooper, dopo i successi comici dell’esplosione della sua carriera, avrebbe potuto continuare ad accettare ruoli per soldi, e invece si è messo a lavorare con autori più maturi per allargare la propria conoscenza. Con quei ruoli sono arrivate tre nominations consecutive al premio Oscar. Dopo quelle avrebbe potuto fare qualsiasi film e qualsiasi ruolo, e invece ha deciso di andare a teatro, a Broadway e Londra, per interpretare The Elephant Man sul palcoscenico. Ha deciso poi di esordire alla regia con un film stranoto a tutti, accettando una sfida all’apparenza piccola ma in realtà piena di pressioni e paragoni.

Bradley Cooper qui diventa un vero artista che vuole farsi prendere sul serio. Ci tiene tantissimo a far sapere agli altri che non è solo un bravo attore o un bel volto, ma una persona con qualcosa da dire.

Nel film stesso, dopotutto, lo comunica espressamente più volte. Afferma che non basta solo il talento, ma ci vuole qualcosa da saper esprimere. Ricorda che non bisogna farsi traviare da voci e aspettative, ma sempre guardare alla verità dentro di noi. E, infine, ricorda che le note della musica sono sempre quelle per tutte le canzoni, ma conta come si esprimono e cosa esprimono.

Questo film avrebbe potuto puntare serenamente sulla fusione tra musical e storia d’amore tormentata. Semplice ma sempre efficace. Avrebbe potuto limitarsi alla critica verso il mondo delle show-business col suo discorso di contrapposizione tra forma e sostanza. Semplice ma efficace, ancora una volta. Invece, questo nuovo A Star is Born, pur dicendo tutte queste cose, le rilegge e analizza sotto altra luce. Una luce che lo rende, appunto, un film possibile solo con questo approccio, solo adesso nel 2018.

Prendiamo, ad esempio, la parabola distruttiva del protagonista maschile. Il personaggio di Cooper non prova un briciolo di gelosia nei confronti dell’ascesa della sua compagna. Anzi, l’appoggia sinceramente in ogni momento, la consiglia, aiuta. La sua spirale infernale non è dovuta quindi ad una ipotetica minaccia, oppure semplicemente all’alcolismo. Il suo crollo è dovuto alla fine di un’era davanti alla quale lui non può opporsi, nella quale si ritrova vittima di una traiettoria inevitabile segnata dal destino dei tempi.

Lui rappresenta un mondo che sta svanendo, raffigura tutto ciò che è vecchio. Un uomo di mezza età che suona rock ‘n’ roll e si esibisce come spalla ai concerti tributo di star passate. Lei invece è la freschezza, l’energia, colei che impone il proprio talento ripiegando ogni costrizione formale alle proprie esigenze artistiche. Una donna giovane che riafferma il pop come strumento di comunicazione di massa verso i giovani.

Non è il protagonista a crollare, ma il mondo che rappresenta, e lui cade di conseguenza travolto dalle macerie. Ha di fronte un’onda inarrestabile di cambiamento in tutti i sensi: di genere, di età, di gusto, di forma e sostanza. Vive in un mondo da lungo tempo incontaminato, sempre uguale a se stesso, sempre arroccato su se stesso, e finisce travolto dal nuovo. Il percorso tragico del personaggio non è solo una scelta, ma soprattutto una resa sia artistica sia sociale. L’apparizione della Ally di Gaga è l’avvento di un mondo che il Jackson di Cooper non comprende, non può comprendere e di cui non può fare parte. Un uragano d’amore che fa rivivere il vecchio cuore di Jackson all’inizio, ma al tempo stesso uccide tutto ciò che conosce e per cui ha vissuto.

È pazzesco come A Star is Born, nella sua autenticità, riesca a toccare le corde delicatissime dei conflitti sociali e sessuali in stravolgimento nel mondo contemporaneo.

È pazzesco come tutto ciò accada in un film destinato al grande pubblico dei multisala, forse interessato solo ai patemi d’amore dei due protagonisti. Ma anche questa, in fondo, è la forza di un film universale, di un remake. Non è “usato sicuro” questo A Star is Born, ma una centrifuga di sentimenti e temi che sfrutta un qualcosa di preesistente per raggiungere il più ampio pubblico possibile e certificare la propria potenza emotiva. Dopotutto, c’è un motivo se qualcosa che funziona si ripete all’infinito, come una legge dell’universo non scritta.

L’onestà che Cooper infonde fa di questo A Star is Born la quintessenza del cinema americano. Ovvero un film che non inventa nulla, ma quando raggiunge i suoi apici è talmente efficace da entrare subito nell’immaginario collettivo della cultura popolare: il rock che diventa pop, appunto, ancora una volta sia nel film sia nella realtà.

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Emanuele D’Aniello

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