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Gus Van Sant regista per Gucci: la nuova collezione in una miniserie

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Durante il lockdown Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, aveva già espresso la sua opinione sul futuro della moda. Le pagine del suo diario sono diventate un manifesto: gli ‘Appunti dal silenzio’ sono ricchi di idee e stanno cambiando la moda.

Cinema e moda nel GucciFest, dal 16 al 22 novembre

Già da quest’anno, infatti, i concetti di collezione e sfilata si fondono insieme in un unico evento online. Dal 16 al 22 novembre è in programma il GucciFest, un festival di cinema e moda, contenitore di vari eventi e fashion film. Il progetto OUVERTURE of Something that Never Ended è il titolo della miniserie in 7 episodi girata da Gus van Sant e Alessandro Michele, che racconterà la nuova collezione della maison, per la prima volta fuori dalle passerelle e dai fashion show. Gli episodi saranno trasmessi ogni giorno per tutta la durata del GucciFest in esclusiva su YouTube Fashion, Weibo, Gucci YouTube e fruibili nel sito dedicato GucciFest.com.

Chi è Gus Van Sant?

Gus Van Sant è un regista premio Oscar, tanto illuminato quanto controverso. E’ autore di capolavori come Will Hunting- Genio ribelle, Milk, Belli e dannati e di flop incompresi come Cowgirl-il nuovo sesso o il remake di Psycho. Van Sant è un’artista poliedrico e complesso, è anche fotografo, musicista e scrittore e da sempre la sua arte è ispirata dai diritti civili, dalla lotta per la disuguaglianza e dai problemi dei più giovani.

Non è un caso quindi che Alessandro Michele lo abbia scelto per la miniserie OUVERTURE of Something that Never Ended, girata a Roma con protagonisti i testimonial di Gucci Billie EilishHarry Styles e Florence Welch. Saranno gli interpreti a dare risalto agli abiti o viceversa? O tutto concorrerà ad una produzione artistica di tutto rispetto?

Il Covid-19 ha cambiato la moda

Il Covid-19 ha reso vane tutte le dinamiche e le strategie conosciute finora, sono poche le case di moda che hanno avuto una tale reattività e visionarietà. Gucci è una di queste, e bisogna riconoscere il merito ad Alessandro Michele. Già durante il lockdown aveva spedito i nuovi capi della collezione ai modelli, chiedendo loro di girare dei piccoli clip in casa: questi clip, montati insieme, sono diventati una pubblicità online.

Inoltre, ha scelto la modella armena Armine, sfidando le convenzioni e le opinioni dei leoni da tastiera.

Nulla sarà come prima e forse era anche ora. Una ventata di libertà e di anarchia stagionale ed espressiva era quello che ci voleva. Vedremo quanto ci metteranno gli altri brand a reagire con idee originali e coinvolgenti.

Il Teatro Vascello, per esempio, ha unito teatro e digitale per sopravvivere alla chiusura e mantenere la sua missione culturale:

Foto di: Micaela Paciotti

Micaela Paciotti

La traccia del pescatore: libro perfetto per gli amanti dei gialli

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La traccia del pescatore è il primo romanzo di Roberta Castelli. Il libro è disponibile in tutte le librerie e store online dal 1 ottobre. È editato nella collana “Le Vespe” dalla casa editrice Golem Edizioni di Torino.

In questo libro giallo la scrittrice abbraccia gli orfani del Commissario Montalbano. Li persuade accompagnandoli in un nuovo viaggio nella Sicilia Orientale e presentando un nuovo personaggio sul proscenio letterario italiano: il Commissario Vanedda

Angelo Vanedda, dolceamara invincibile creatura per dirla alla Saffo, è un uomo che indossa la divisa della Polizia di Stato; vive un tripudio di contrasti non solo interiori ma anche esteriori. 

Innamorato della sua Terra ha deciso di non oltrepassare lo Stretto per trasferirsi, con il compagno Gerlando, in un qualsiasi paese che avrebbe potuto offrire loro una serenità maggiore rispetto a quella che un piccolo paesino marittimo può garantire. 

Il cliché dell’uomo virile in divisa viene sdoganato, reinventato e sopraggiunge un’accezione totalmente nuova delle singole individualità.

Una divisa di Stato dev’essere indossata da un uomo di vivace intelligenza e di lungimirante professionalità, poco importa della sua sfera privata. 

Tuttavia, la sua intimità si scontrerà con la sua routine non solo professionale. 

La prima indagine apre le porte del Commissariato di Lachea, città immaginaria che s’ispira al piccolo borgo catanese di Aci Castello dove l’autrice è cresciuta. Le sue righe riescono in toto a rendere e far assaporare i dettagli della cittadina e l’incantevole esclusività dei caratteristici personaggi da Pina a Filippo, da Carmela a Vito. 

I personaggi secondari sono proprio un corollario fondamentale per riuscire ad offrire al lettore le chiavi di lettura della mentalità isolana in tutte le sue molteplici sfaccettature.

Il Commissario Vanedda si trova a coordinare le ricerche per un omicidio doloso avvenuto in un piccolo B&B di Lachea e al contempo per la scomparsa di una donna. 

Grazie al suo intuito, ma anche alle riflessioni derivanti dalle tribolazioni amorose del rapporto con Gerlando e a quelle affettive del legame col padre, riuscirà con maestria a risolvere entrambi casi.

Figura importante a supporto di Angelo Vanedda, è l’anziano professore del liceo Gregorio Torrisi. Egli come tutti i siciliani che vivono fuori dall’Isola, aveva un solo desiderio: tornare nella sua terra una volta in pensione. 

La traccia del pescatore è un’avvincente finestra su intrighi, enigmi e riluttanze in riva al Mar Ionio che inevitabilmente monopolizzeranno l’attenzione del lettore.

Alessia Aleo

Da H&M al Principe Carlo: la moda sostenibile va di moda!

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Lo facciamo tutt*, inutile negarlo. Ogni stagione, volenti o nolenti, stiamo lì a chiederci: e ora cosa va di moda? Mi starà bene? Oh Signore ti prego, i pantaloni a vita bassa no. E niente viola porpora, ho già dato.

Siamo tutti schiavi della moda, radical chic, alternativi, intellettuali, punk, menefreghisti, impegnati, contadini o cittadini. Pensiamo tutti che il nostro outfit debba rappresentarci, ma non ci domandiamo più perché. Ha davvero ancora senso scegliere un certo stile invece di un altro?

Una cosa è certa. Tutto quello che sta nei nostri armadi, brand o no-brand, trae ispirazione dal mondo delle sub-culture del Novecento, dagli anni in cui la moda era tutta da inventare e poteva contribuire a esprimere un messaggio, una scossa al conformismo borghese. Basti pensare alle minigonne di Mary Quant, al chiodo pieno di borchie dei Sex Pistols che con Never Mind the Bollocks arrivano ad attaccare persino Her Majesty, Dio salvi la Regina!

Per le generazioni che ci hanno preceduto l’abbigliamento aveva un significato preciso. Noi possiamo dire lo stesso?

Oggi ci vantiamo di essere liberi. Liberi di scegliere cosa indossare, cosa mangiare, cosa pensare, cosa vedere. Ci lamentiamo ma non protestiamo, siamo dei pensatori da tastiera. E come esprimiamo in termini di moda questa filosofia? Entrando in un qualsiasi negozio virtuale o fisico di una qualsiasi catena e comprando tutto quello che ci va o ci piace nei limiti imposti dal nostro portafoglio? Scegliendo outfit e trend di stagione in base alle immagini patinate delle riviste e a quelle filtrate dei social?

Questa non è moda. Non è libertà. E’ un semplice, velato e inconsapevole ritorno al conformismo contro cui tante generazioni illuminate si sono battute.

Oggi esiste un messaggio importante, un tema che scuote le coscienze e si fa strada anche nel Fashion System, ed è la sostenibilità.

La moda oggi è una delle industrie più inquinanti del pianeta. La produzione di emissioni di Co2, l’utilizzo di materiali sintetici che a ogni lavaggio liberano negli scarichi enormi quantità di microplastiche che inquinano i mari, l’enorme spreco di materie prime che sta dietro alla produzione di un capo che spesso non è destinato a durare, sono solo alcuni dei temi di cui per tanto, troppo tempo non si è parlato. Sapete che si consumano oltre 2.500 litri d’acqua per fare una semplice t-shirt?

Per non parlare delle collezioni invendute e del loro smaltimento. Questo è un problema che non riguarda solo il fast fashion, anche le grandi firme negli ultimi anni hanno adottato ritmi di produzione che non sono più sostenibili. Ne è manifesto la lettera del King Giorgio Armani che definisce la crisi portata dal coronavirus come una grande opportunità per rallentare e definire un orizzonte più autentico.

E allora vestiamo ecosostenibile. Come? Prima di tutto il vintage!

Non solo i capi di un tempo sono fatti con materiali più pregiati e durevoli rispetto a quelli che si trovano in commercio oggi, ma sono pezzi unici, che raccontano una storia, tagliati e cuciti come nonna vorrebbe. Le nostre città sono piene di negozi che vendono usato. A Milano c’è Bivio, che nelle sue tre sedi compra da privati e rivende abbigliamento e accessori, e ce ne sono molti altri. Cosi come a Roma, con Mademoiselle Vintage, i negozi Humana vintage e Flamingo, oppure Pop21 a Napoli, Epoca e la selezione di Boutique Nadine a Firenze, per non parlare dei mercati!

Vero è che di questi tempi i negozi fisici non sono sempre accessibili ma la voglia di comprare resta. Internet oramai offre di tutto, anche ottime piattaforme di abbigliamento vintage. Da Vestiaire Collective a Marketplace passando per Depop, i cui profili spesso non sono solo vetrine di ottimi negozi vintage, ma piccoli scorci su personaggi che con la loro passione ed esperienza hanno tanto da insegnare, non solo in fatto di moda. Se non ci credete date uno sguardo al profilo di Livia e al suo e-shop W Doubleyou, un giusto mix di cultura, ironia e abiti unici.

E non c’è solo l’usato, anzi. Dalle grandi firme alle piccole realtà, oggi molti brand producono in chiave sostenibile.

Basti pensare alla linea Conscious di H&M o agli iconici Levi’s, sempre più attenti ai consumi dell’acqua e alle sostanze utilizzate per il trattamento dei tessuti. Oppure i PAR.CO Denim, jeans ecosostenibili 100% italiani e REGENESI, che rigenera appunto materiali di scarto trasformandoli in oggetti di design e abbigliamento in collaborazione con artisti e artigiani internazionali.

Persino il figlio di Elizabeth, il principe Carlo, ha lanciato una linea di abbigliamento sostenibile, The Modern Artisan. Il reale inglese, che a detta sua indossa ancora scarpe comprate nel ’71 e crede fortemente nella necessità di un’economia circolare, ha collaborato con il gruppo Yoox Net-a-Porter per creare una linea disegnata da giovani di talento selezionati tra la Scozia e il Politecnico di Milano, che esce il 12 novembre. Meglio di così!

Insomma, anche se non sempre sappiamo perché indossare una maglietta a righe nasce come gesto di ribellione, possiamo comprarla ecologica oppure vintage e saremo comunque molto rock’n’roll. Stay tuned.

Maria Gabriele

6 serie tv per imparare l’inglese

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Avrai sicuramente sentito di diverse storie di successo circa l’apprendimento dell’inglese con le serie tv; guardare una serie tv, con il supporto di corsi di lingua online oppure studio autonomo, può aiutarti ad assorbire molto più lessico di quanto immagini, dal più recente slang alle forme più british, e ad acquisire un accento dal suono autentico.

Ecco le 6 migliori serie con cui imparare l’inglese.

1. GAME OF THRONES

Migliore citazione: “If you think this has a happy ending, you haven’t been paying attention.”

Anche se non sei un fan del fantasy, delle battaglie medievali o dei draghi, devi comunque guardarlo. Questa serie porta con sé tutto ciò di cui hai bisogno: combattimenti con la spada, zombie, storie d’amore, mostri, sensualità e accenti britannici eleganti.

2. FRIENDS

Migliore citazione: “We were on a break!”

Un classicone! Non mi dire che ti sei perso questa serie. È la sitcom americana più conosciuta al mondo e, giustamente, è un mix di: sarcasmo, umorismo e lezioni su cosa NON fare quando si è in pausa con il proprio partner. Un pezzetto di noi è morto quando Friends è finito nel 2004 dopo 10 anni di trasmissione! Ma puoi rivedere tutti gli episodi in programmazione su Netflix.

3. SHERLOCK

Migliore citazione: “Should I answer chronologically or alphabetically?”

Sherlock Holmes è tornato sotto i riflettori da quando questa serie britannica è iniziata nel 2010.

Se il tuo obiettivo è quello di imparare il lessico tipico di un romanziere o detective segreto allora questa è la serie per te.

4. KEEPING UP WITH THE KARDASHIANS

Migliore citazione: “Kim, would you stop taking pictures of yourself? Your sister’s going to jail.”

La famiglia di cui tutti amano ridere è anche una delle migliori fonti per imparare lo slang moderno.

5.  SEX AND THE CITY

Migliore citazione: “I couldn’t help wondering to myself…”

Se hai mai pensato di voler vivere a New York allora devi guardare questa serie sulle avventure di quattro amiche e le situazioni assurde in cui si trovano (di solito esilaranti, ma a volte tristi). Il lato positivo è che sono sempre vestite molto bene e che potrai conoscere i migliori locali per il brunch a Manhattan.

6. SHORTLAND STREET

Migliore citazione: “Come on Rachel, there’s got to be a bright side to all of this.”

Vuoi un accento neozelandese? Allora questa (lunga) soap opera ospedaliera ambientata ad Auckland fa per te. Potrai anche impressionare i tuoi amici con le tue conoscenze mediche, anche se sono sicuro che sono tutte leggermente più complicate nella vita reale rispetto che in TV.

Mad. Il nuovo singolo di Arya vi renderà pazzi di lei

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Il 16 ottobre è uscito il nuovo singolo di Arya, Mad, una cantautrice cantautrice italo-venezuelana la cui musica spazia tra il neo soul, l’hip hop e l’RnB.

Mad è una canzone che ti entra in testa e da lì non esce. In una sola canzone Arya ha fuso insieme più sound. È questa fusione che ti fa innamorare di Mad, in particolar modo il ritornello. A me ricorda vagamente e a tratti Tightrope di Janelle Monáe.
Per curiosità ho ascoltato i due singoli precedenti presenti su Spotify. Si avvertiva già la grande capacità artistica di Arya e il nuovo singolo fa sentire che con lei è cresciuta la sua sicurezza.

Ho conosciuto Arya tramite il concerto di Ghemon a Roma e sono rimasta colpita dalla sua straordinaria voce che unita a quella di Wena e di Ghemon forma un terzetto sublime. Per questo quando è uscito il nuovo singolo di Arya mi sono precipitata ad ascoltarla.

In occasione del nuovo singolo di Arya ho pensato di intervistarla.

Le ho fatto anche qualche domanda sulla situazione particolare che la scena musicale sta vivendo da Marzo a causa del Coronavirus.

Com’è nata Mad?

Ho iniziato a scrivere Mad a gennaio di quest’anno. Era da poco uscito un brano di Kiana Ledé, una cantante americana che seguo da tempo, che si intitola “Mad at me”. Il brano mi ha colpito subito per la sua forza e la sua bounciness e ovviamente per il richiamo al riff di So Fresh and So Clean degli OutKast.
Ho chiesto al mio producer, Paziest, di provare a lavorare su un beat un po’ più cazzuto del solito perché ero così che mi sentivo, cazzuta, carica, pronta a dire le cose per quello che sono.
Una volta ascoltato il beat, ho scritto di getto la prima strofa e il ritornello. Ci ho messo un po’ di tempo a terminarlo, complice il passaggio da uno stato di “cazzutaggine” ad uno di apatia causa lockdown. Ma alla fine ho ritrovato quella fiamma che mi aveva accesso all’inizio.

Sarà seguita da altre canzoni o da un album/EP?

Sarà seguita da un EP, in uscita ad inizio 2021. Questi ultimi due anni sono stati fondamentali per la mia crescita artistica ma soprattutto personale. Queste canzoni trattano ciascuna un tema diverso con cui mi sono approcciata durante questa fase della mia vita. Ne sono davvero molto fiera.

Chi ha partecipato alla canzone o sta partecipando al progetto?

La squadra è sempre la stessa perché è così che ci piace lavorare. Atelier71, la mia etichetta e famiglia, nasce come collettivo quindi l’idea è proprio quella di crescere assieme. E poi squadra che vince si può allargare, ma non si cambia. Alla produzione abbiamo Dimitri “Paziest” Piccolillo e Alessio “Bongi” Buongiorno, la direzione artistica è di Idriss “Desperado Rain” Hannour, il mix e il master di Marco “Markio” Mantuano. Per questo singolo abbiamo deciso di fare anche un video, che è stato girato da Giuseppe “G.dot” Molinari al Metamorfosis Pro Studio a Milano.

Perché una canzone in inglese? Ti viene spontaneo scrivere in questa lingua piuttosto che in italiano?

Ho sempre scritto in inglese. Non tanto per pigrizia o vergogna di scrivere in italiano ma perché mi è sempre venuto estremamente naturale farlo, complice anche il fatto di ascoltare pressoché musica inglese o americana. Quando arrivo in un paese anglofono mi sento come se fossi finalmente a casa. Addirittura quando parlo da sola (e sì, succede più spesso di quanto vorrei), parlo in inglese. Quindi sì, è decisamente un meccanismo spontaneo.

Allo stesso tempo però sono consapevole del fatto che iniziare a scrivere in italiano sia un passo necessario. Fino a qualche tempo fa lo sentivo come un obbligo, una forzatura. Ad oggi mi sento più tranquilla ma devo ammettere che è ancora un meccanismo macchinoso, non fluido e naturale come scrivere in inglese.

Cosa pensi della situazione attuale della musica causa Covid? Ha influenzato anche i tuo progetti? E cosa pensi della realtà musicale e della scena indie di oggi? Ho letto che la canzone è contro il mondo del music business.

Tante mie date quest’estate sono saltate e ci sarebbe piaciuto promuovere Mad con i live perché l’amore del pubblico quando stai su un palco è la migliore ricompensa che ci sia per tutto il lavoro fatto. Ora come ora sono arrabbiata e sconfortata. Ancora una volta, è stato messo per iscritto quanto la cultura e l’arte in Italia siano relegate a scenografia di fondo. La situazione è drammatica per tutti. Avendo avuto la fortuna di girare quest’estate con Ghemon, posso confermare che il mondo dello spettacolo si è attenuto strettamente ai rigidi protocolli dettati dai vari DPCM. Ho testimoniato solo rispetto delle regole, delle distanze di sicurezza e tanta, tantissima voglia di tornare ad ascoltare musica dal vivo.

Ho percepito un bisogno, non solo di noi artisti, di ricominciare a nutrirsi di arte. La gente ne ha disperatamente bisogno.

Ho scritto Mad per tutte quelle volte in cui mi sono trovata a suonare in un locale senza spazio per i musicisti e senza impianto, per tutte quelle volte in cui mi è stata cancellata una data dieci giorni prima perché “Non potete venire senza batteria e senza basso? fanno troppo rumore”, per tutte quelle volte che “Sei davvero brava, la tua musica spacca, però non hai abbastanza followers”. Per tutte quelle volte che “Non abbiamo una data per il tuo progetto ma se fai un tributo a una diva del soul sicuramente uno spazio lo troviamo”, per tutte quelle volte che non vieni considerato perché non sei amico dell’amico dell’amico dell’amico, per tutte quelle volte che vieni considerato solo perché sei amico dell’amico dell’amico.

Il mondo della musica è molto più piccolo di quello che potrebbe essere perché in pochi si prendono il tempo di cercare davvero, tanti si limitano a prendere quello che gli viene dato. Alla fine della fiera tutti pensano di conoscerti solo perché sanno il tuo nome. Io però non ci sto.

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Ufficio Stampa Bizarre Love Triangles

Kamala Harris: “A prescindere dal vostro genere, sognate con grande ambizione”

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Dal diciannovesimo emendamento del 1920 alle elezioni 2020 che vedono Kamala Harris prima vicepresidente donna degli Stati Uniti D’America… le donne ne hanno fatta di strada!

Un salto lungo un secolo per le donne che hanno lottato per l’uguaglianza.

Kamala Harris è stata scelta da Joe Biden come suo vicepresidente. La prima vicepresidente donna degli Stati Uniti D’America. Sarebbe bello non dover pensare a questo evento come qualcosa di strano, eppure le Elezioni Presidenziali degli Stati Uniti D’America 2020 hanno cambiato per sempre la Storia.

Una storia fatta di minoranze inascoltate, che hanno dovuto lottare per farsi sentire. E non si tratta solo di una minoranza di genere, ma anche etnica. Kamala Harris, infatti, come potete leggere su Wikipedia, è nata da madre indo-americana immigrata e da padre di origine giamaicana. Lo ricorda anche la vicepresidente stessa nel suo discorso dopo la vittoria di Joe Biden:

Voglio ringraziare mia madre, la donna che ha più la grande responsabilità della mia presenza qui. […] Quando mia madre si è trasferita qui – all’età di 19 anni – sicuramente non si immaginava un momento come questo, ma credeva fortemente in un’America dove momenti come questi sono possibili.

Kamala Harris 2020

Parole piene di speranza, che hanno reso il discorso di Harris un nuovo punto di partenza per l’immaginario comune. Un traguardo in cui non ci sono differenze di genere o di etnia.

Penso a lei, penso alla generazione di donne nere, asiatiche, bianche, ispaniche, native americane, che nel corso della storia di questo Paese hanno aperto la strada per questo momento. Donne che hanno lottato, che si sono sacrificate per l’uguaglianza, la libertà, la giustizia per tutti, incluse le donne nere che troppo spesso non vengono prese in considerazione pur essendo spesso la spina dorsale del nostro Paese.

Kamala Harris 2020

Un secolo preciso di storia: Kamala ripercorre le lotte femminili dal diciannovesimo emendamento (1920) a favore del diritto delle donne, a oggi, epoca in cui le donne si recano a votare per far sentire anche la loro voce e per preservare questo prezioso diritto.

Joe Biden ha buttato giù uno dei muri del nostro Paese e ha scelto me, una donna, come suo vicepresidente.
Magari sono la prima donna che ricopre questa carica, ma sicuramente non sarò l’ultima.

Kamala Harris 2020

Il discorso prosegue con un appello importantissimo, che non riguarda solo le donne, ma che anzi coinvolge tutti, a prescindere dal genere:

Ogni bambina, ogni ragazza, che stasera ci guarda, vede che questo è un Paese pieno di possibilità.
A prescindere dal vostro genere, sognate con grande ambizione, guidate con convinzione
e guardatevi come gli altri non fanno semplicemente perché non hanno mai visto una cosa simile prima.

Kamala Harris 2020

Parole semplici che racchiudono un messaggio importante. Dal punto di vista squisitamente femminile, è un invito a non accettare la campana di vetro in cui il retaggio culturale inserisce le donne. Retaggio ancora oggi dimostrato – per fare un esempio – dal numero ancora troppo alto di ragazze che si allontanano dalle materie scientifiche dopo le scuole superiori perché non credono di poter diventare delle ingegnere o delle scienziate. E questo accade anche in Italia, come spiegava bene Yes, we STEM!, un ebook che dovreste leggere e che potete scaricare gratuitamente al link indicato.

Stereotipi longevi e cristallizzati che vogliono le donne protagoniste del mondo della cura, un mondo che non va certamente rinnegato, ma che non può escludere altre identificazioni. Che la tradizione non tarpi le ali a nessuno, a prescindere dal genere.

Kamala Harris si rivolge anche ai bambini, giustamente, invitandoli a guardarsi con occhi diversi, e a non spaventarsi se nel riflesso allo specchio vedono qualcosa che gli altri non sanno riconoscere. Con le sue parole la nuova vicepresidente americana invita a fare un salto nella consapevolezza, un bagno di coraggio e di sicurezza: la diversità è un valore, non una pecca. Come anche la novità. Non abbiate paura di uscire dai confini solo perché chi li ha disegnati non sa vedere oltre.

Lo sa bene Kamala, che oltre a essere madre, è anche autrice di un libro per bambini diventato best seller secondo il New York Times: “Superheroes are everywhere”.

E noi ci crediamo.

Alessia Pizzi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

FUORI: l’augurio della Quadriennale d’arte 2020

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Con il titolo FUORI l’edizione 2020 della Quadriennale d’arte di Roma invita ad andare oltre

Nelle intenzioni dei curatori Sarah Cosulich e Stefano Collicelli Cagol, questa XVII edizione della Quadriennale d’arte di Roma è stata pensata per rompere gli schemi e portare all’attenzione dei visitatori una immagine inedita dell’arte contemporanea italiana. Una mostra dichiaratamente transgenerazionale e multidisciplinare perché capace di unire moda, teatro, danza, film, architettura e design.

La Quadriennale d’arte nelle parole delle istituzioni

In quel “FUORI” c’è tutto il senso della Quadriennale d’arte di Roma 2020. Virginia Raggi, Sindaca di Roma, afferma: «È importante che questo evento, come molti altri appuntamenti culturali della città, non si siano fermati. È un segnale di ripartenza in un momento storico senza precedenti. Il nostro grazie a chi lavora ogni giorno con questo desiderio di condivisione e agli artisti per il loro impegno concreto, essenziale. L’arte rappresenta uno strumento potentissimo a servizio delle persone, le aiuta attraverso la bellezza a guardare “Fuori”, che è anche il titolo di questa edizione, con fiducia». Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio aggiungeva: «Quest’anno, l’evento romano ha un significato in più: un tentativo di interpretare questo tempo incerto e fragile attraverso gli occhi dell’arte. E magari, attraverso essa, provare a gettare il nostro sguardo oltre l’evento drammatico che stiamo vivendo. Non a caso, per questa edizione della mostra, è stato scelto il titolo “FUORI”: una speranza; un’esortazione a rimetterci in moto e a esplorare strade nuove, quando avremo finalmente superato il trauma della pandemia. Ne abbiamo bisogno, ora più che mai».

quadriennale arte roma
Quadriennale d’arte 2020 FUORI, la facciata del Palazzo delle Esposizioni, sede della mostra, courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma, foto DSL Studio

I tre ambiti tematici della Quadriennale d’arte di Roma

Tre sono i concetti scelti su cui costruire la mostra: il Palazzo, come simbolo del legame tra arte e potere; il Desiderio, condizione essenziale nella seduzione di chi guarda; l’Incommensurabile, quell’ossessione che bracca l’artista eppure gli impedisce di ripetersi. 43 i nomi selezionati per riempire i 4.000 metri quadrati del Palazzo delle Esposizioni e le 35 sale ricavate per l’occasione. 18 nuove produzioni realizzate e più di 300 opere esibite in un percorso narrativo che abbraccia l’arte contemporanea italiana dagli anni Sessanta a oggi.

FUORI. Nonostante il coronavirus

Così come l’attesissima mostra di Raffaello presso le Scuderie del Quirinale, anche nel caso della Quadriennale d’arte di Roma si tratta di un evento inaugurato e sospeso dopo pochi giorni. Nonostante la caratura internazionale e il fatto che fosse stato a lungo progettato, a causa del Dpcm che prevedeva la chiusura anche di mostre e musei, non tutti hanno avuto la possibilitò di recarvisi. Un motivo in più per raccontare “FUORI”.

I nostri highlights di FUORI

Gli enormi spazi del Palazzo delle Esposizioni ben si prestano a un tale turbinio di creatività nel tentativo di stupire e attirare l’attenzione anche del visitatore meno esperto. Agli enormi fiori (Petrit Halilaj e Alvaro Urbano), alle forme maschili e femminili che si confondono in una infinita continuità (Lydia Silvestri) o alla riflessione non binarie sui corpi e le lacrime (TOMBOYS DON’T CRY) abbiamo però preferito: la solenne semplicità di A Liquid Confession di Raffaella Naldi Rossano; Kabira, il frutto dal sapore artigianalmente autunnale di un workshop tenuto da Chiara Camoni presso il Museo Carlo Zaulli di Faenza. L’artista e i partecipanti hanno realizzato un monumento equestre di grande suggestione, da intendersi come simbolo d’arte che diviene anche riparo fisico; infine gli irriverenti Stivali Italia di Cinzia Ruggeri.

quadriennale arte roma
Chiara Camoni, Kabira, 2019, terracotta nera, legno patinato di verderame, metallo, 250x250x90 cm (dimensioni variabili). Foto di Angela Grigolato. Courtesy l’artista e SpazioA, Pistoia

Le dodici fatiche dello Zapruder Filmmakersgroup

Fondato nel 2000 a Roncofreddo, il collettivo cinematografico Zapruder è presente in mostra con il video Zeus Machine. L’invincibile. Una rivisitazione della storia dell’eroe per antonomasia, chiamato in causa attraverso una sorta di genesi sidearl-kitsch dell’Ercole Farnese, che unisce in uno stile tanto scarno quanto irresistibile nella sua non immediatezza, il genere peplum alla narrazione della periferia italiana. I Dodici reperti archeologici estratti dal presente da cui è scandito il filmato sono una rilettura ambigua, a volte desolante altre conturbante, del mito. E, sebbene verso la fine le idee sembrino languire, nell’insieme l’opera appare come un ritratto assolutamente originale della società moderna alle prese con i suoi archetipi inevitabilmente livellati verso il basso.

Il regno di Sylvano Bussotti

Un discorso a parte merita la capacità di contaminazione nel desiderio di creare l’opera d’arte totale di Sylvano Bussotti: sontuosi e provocatori costumi teatrali, collage di immagini tratte da libri d’arte, riviste pornografiche e stampa più generica che trasudano desiderio nel loro focalizzarsi sul corpo maschile. Ma soprattutto le deliziose chine su carta che raccontano di un immaginario morboso il giusto e, sin dai titoli, mai banale.

Sylvano Bussotti, Demoni e ragazzo in un parco, 1957, china su carta, 24,8×18,8 cm. Courtesy Archivio Sylvano Bussotti, Milano

Il tocco Intemporaneo di Eni

In quanto Main Sponsor della Quadriennale d’arte, Eni sorprende con una installazione immersiva all’interno dell’auditorium dal titolo Intemporaneo – Altre visioni. Lo spettatore si trova al centro di grandi schermi capaci di avvolgerlo insieme a suoni, luci e colori che regalano una esperienza sensoriale attraverso opere che vanno dal Classico al Contemporaneo, ritmata da una colonna sonora creata appositamente da Antonio Fresa. Creazioni celebri e opere meno famose ma ugualmente potenti appaiono, vengono trasfigurate, valorizzate nel dettaglio, fuse e ricomposte. Dando l’impressione a chi guarda di aver fatto un viaggio al loro interno. Il tutto a firma di Studio Merlini-Storti in collaborazione con Studio Creativo di Marco Capasso. Sempre promosso da Eni il progetto You art: il regista Gianluca Santoni racconta i sogni, paure, speranze e preparazione al contest di sette squadre di studenti tra i 14 e i 19 anni. Provenienti da Italia, Cipro, Ghana ed Emirati Arabi Uniti i ragazzi si sfidano in un debate: tesi contrapposte sull’arte contemporanea.

E adesso che si fa?

Grazie all’impegno di un main partner come Gucci, l’ingresso alla mostra è gratuito. E, per venire incontro a quanti non sono riusciti a visitarla a causa delle misure di contenimento per arginare la pandemia, “FUORI” è stata prorogata fino al 18 luglio 2021.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Petrit Halilaj e Alvaro Urbano, veduta dell’allestimento, Quadriennale d’arte 2020 FUORI, courtesy
Fondazione La Quadriennale di Roma, foto DSL Studio

Bonus Cultura: i migliori siti dove spendere per il Black Friday 2020

Il 27 novembre 2020 ci sarà il famigerato Black Friday, ma le offerte sono già iniziate: se avete 18 anni e siete registrati alla 18app è arrivato il momento di spendere i vostri 500€! Abbiamo fatto un giro sul web per rendere tutto più semplice e darvi qualche consiglio sulle offerte più interessanti che abbiamo trovato. Pronti, partenza, via!

Cos’è il Bonus Cultura?

Partiamo dalla basi: chi è nato nel 2001 ha ricevuto 500€ da spendere in buoni per cinema, musica e concerti, eventi culturali, libri, musei, monumenti e parchi, teatro e danza, corsi di musica, di teatro o di lingua straniera, prodotti dell’editoria audiovisiva. C’era tempo fino al 31 agosto 2020 per registrarsi a 18app con SPID.

Fino a quando si può spendere?

Tutti coloro che hanno effettuato l’iscrizione hanno tempo fino al 28 febbraio 2021 per spendere il Bonus Cultura. Il Black Friday ci sembra un’ottima occasione per farsi (o fare) qualche bel regalo culturale anche in vista del Natale.

Cosa si può comprare col Bonus Cultura/18app?

  • CINEMA
  • CONCERTI
  • EVENTI CULTURALI
  • LIBRI
  • MUSEI
  • EVENTI CULTURALI
  • TEATRO E DANZA
  • FORMAZIONE

Siti dove spendere il Bonus Cultura in occasione del Black Friday 2020

Navigando sul sito 18app avete la possibilità di scegliere un negozio fisico oppure un negozio online per fare i vostri acquisti. Se il lockdown non vi consente di spostarvi troppo, ecco alcuni suggerimenti per spendere il vostro buono.

Cosa comprare su Amazon col Bonus Cultura?


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Di Neri Pozza noi abbiamo recensito questi due libri se volete il nostro parere:

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Netflix e Bonus Cultura 2020

Dal 5 marzo 2020, il bonus cultura può essere utilizzato per acquistare titoli cinematografici su piattaforme con servizio TVOD (Transactional video on demand) usufruendo dei singoli contenuti. Potete compare i film su piattaforme come Chili, che offrono questo tipo di servizi e hanno sede in Italia. Quindi purtroppo ancora niente Netflix! Se però volete comunque un assaggio, potete visitare la nuova sezione gratuita della piattaforma streaming per vedere qualche prodotto del catalogo senza abbonamento. (Trovate il link nell’articolo qui sotto!)

Il Teatro Vascello va in scena in streaming con “La Danza della realtà”

Il 4 e il 5 novembre alle ore 21 il Teatro Vascello di Roma ha ospitato il debutto nazionale della nuova produzione della compagnia Atacama: “La Danza della realtà“, progetto firmato da Patrizia Cavola e Ivan Truol, ispirato all’universo di Alejandro Jodorowsky. La diretta ha usufruito della piattaforma streaming Zoom.

Il Teatro Vascello non si ferma. Al via la diretta in streaming dello spettacolo “La Danza della realtà”.

Lo spettacolo è frutto di un mix tra elementi di danza/poesia fisica ed un lavoro minuzioso di assemblaggio pittorico e visionario delle immagini. La scena inizia con un uomo che corre da solo. Scena che rispecchia la storia dell’essere umano. Da qui il titolo, pienamente evocativo, “La Danza della realtà”. Ed è così. Infatti, dopo un po’ di tempo, appaiono le altre persone. I ballerini, senza troppi giri di parole, sono assolutamente divini. I corpi hanno paura a toccarsi (riflesso di quello che sta accadendo in questi mesi a causa della pandemia?). Non è un caso che ad inizio dello spettacolo, i ballerini indossano delle mascherine. Dopo la paura però, i corpi iniziano a sfiorarsi, poi ad intrecciarsi. Ed è proprio quello che accade nel corso dello spettacolo, un crescendo di emozioni in cui l’Uomo, da essere solitario, si rapporta con l’Altro. E’ proprio questo dualismo: Io e l’Altro ad emergere. A tratti, come un pugno nello stomaco.

Il titolo dello spettacolo riprende l’opera scritta da Alejandro Jodorowsky, “La Danza della realtà” scritta come autobiografia che va letta come il romanzo di una vita sorprendente, un’opera che scandisce il percorso di un uomo alla ricerca delle verità ultime e fornisce le chiavi del suo universo filosofico e sciamanico.

Il progetto coreografico prosegue la ricerca ispirata all’universo di Alejandro Jodorowsky che, come primo step, aveva dato vita allo spettacolo Galleggio, Annego, Galleggio. La ricerca parte dalla lettura di Cabaret Mistico e delle brevi storie che le diverse culture e tradizioni filosofiche ci hanno lasciato – Sufi, Buddhiste, Alchemiche, Koan, Haiku, Zen, Tibetane – che Jodorowsky riporta nel libro.

L‘ideazione dell‘allestimento scenografico è a cura dei coreografi Patrizia Cavola e Ivan Truol e vede la presenza di una pista circolare che delimita lo spazio e ricorda l’arena di un circo. Ma è l’arena della vita. La luce taglia e organizza lo spazio scenico in modo da creare una scenografia impalpabile, fatta di luce e ombra. La luce è parte integrante dello spettacolo e si integra nella drammaturgia nel suo complesso. “Di Jodorowsky ci incanta lo sguardo visionario, che posato sulla realtà e sulla condizione esistenziale dell’essere umano li coglie e ci proietta in un’altra dimensione surreale e fantastica espandendone oltremisura l’impatto e la valenza significante” – scrive la compagnia nelle note.

Il Teatro Vascello e le musiche di “La Danza della realtà”: un mix assolutamente poetico.

La colonna sonora è interamente realizzata dal compositore Sergio De Vito con il suo gruppo Epsilon Indi in sinergia con i coreografi. Gli Epsilon Indi sono autori della colonna sonora del film di Giuseppe Gaudino “Per Amor Vostro” che è stato in concorso alla 72 Mostra del Cinema di Venezia, Coppa Volpi alla protagonista Valeria Golino, con la quale vincono il Premio Ennio Morricone al BiFest 2016 Bari International Film Festival per il miglior compositore di musiche.

Tema centrale, la complessità del vivere contemporaneo e la natura antica, ancestrale dell’uomo che permane anche nel presente. Fragilità, conflitti, relazioni, innocenza, violenza. Velocità, ritmo incessante. Poesia e grottesco si miscelano. Un viaggio attraverso le contraddizioni dell’essere umano con attenzione a sorriderne poiché “Il sapere e il riso si confondono” (Ludwig Wittgenstein)».

Il teatro in streaming non è da sottovalutare, anzi…

Quanto mai attuale, quindi, la trama. Questo spettacolo, che ha aperto le porte della programmazione in streaming del Teatro Vascello di Roma, ci conduce a guardarci dentro. In questo periodo terribilmente atipico, così alienante per certi versi, in cui tutto ci parla di Covid, di paura, di angoscia; il Teatro ci permette di ritrovare un’intimità e soprattutto ci porta ad interrogarci, a metterci in discussione. Meno male quindi che c’è la tecnologia, troppo spesso forse sottovalutata, o quanto meno usata probabilmente male. In questo ci aiuta moltissimo. Ci aiuta a farci sentire meno soli. Bellissimo è stato, a al termine dello spettacolo, applaudire anche se a distanza. Tantissimi i complimenti. E’ stato un momento magico, in cui il tempo è sembrato fermarsi. Speriamo di continuare a vedere tanti spettacoli in streaming, in cui l’arte in qualunque sua forma, sia vera protagonista. Viva il teatro in streaming! Viva il Teatro Vascello!

La programmazione streaming del Teatro Vascello è fitta di appuntamenti.

Ecco i prossimi appuntamenti programmati dal Teatro sulla piattaforma Zoom: “Coefore Rock & Roll – Pamphlet on tragedy (performance version)“. COMPAGNIA ENZO COSIMI, Diretta Streaming il 10 e 11 novembre, martedì e mercoledì h 19 e h 21. “Curiosità Letterarie” a cura di Manuela Kustermann con Sara Borsarelli, domenica 8/11/2020, 15/11/2020 ore 17, mercoledì 18/11/2020 ore 18 in live streaming.

Maria Serena Cospito

Titanic: l’inaffondabile cult di James Cameron

Jack: Adesso sali sulla ringhiera. Reggiti. Reggiti. Tieni gli occhi chiusi. Ti fidi di me?

Rose: Mi fido di te.

Jack: Va bene, apri gli occhi.

Rose: Sto volando, Jack!

Titolo originale: Titanic

Nazione: U.S.A.

Anno: 1997

Genere: Drammatico

Durata: 194′

Regista: James Cameron

Cast: Leonardo Di Caprio, Kate Winslet, Billy Zane, Kathy Bates, Frances Fisher, Gloria Stuart, Bill Paxton, Bernard Hill, David Warner

Era il 19 Dicembre del 1997, il giorno in cui Titanic di James Cameron fu presentato nei cinema americani e di lì a poco in quelli di tutto il mondo, lanciando sulle scene internazionali una delle coppie più amata di Hollywood: Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.

La storia che tutti ricordano, da ormai 23 anni, quella che ha per protagonisti  il proletario Jack (Leonardo Di Caprio) e l’aristocratica Rose (Kate Winslet) che si innamorano sul transatlantico più imponente mai costruito e naufragato la notte del 15 aprile 1912.

Titanic è una storia d’amore, un’avventura e un thriller tutto in un solo film. Contiene momenti di esuberanza, umorismo, pathos e tragedia, un progetto così ambizioso da diventare epico e confermarsi sempre di più un cult del cinema. Ma andiamo per gradi e raccontiamo, per quei folli che ancora non hanno avuto modo di vederlo, la trama di questo kolossal.

Un amore contrastato

La storia inizia nel 1997, quando dopo aver trovato alcune reliquie del famoso transatlantico Titanic, il cacciatore di tesori Brock Lovett  non è soddisfatto perché la sua missione è quella di trovare il famoso diamante chiamato “Il Cuore dell’Oceano”. Ma, grazie a un ritratto di una bellissima donna ritrovato nelle reliquie, riceve la telefonata della centenaria Rose Dawson Calver che afferma di essere lei e di avere informazioni sulla famosa collana.

Inizia così un racconto che arriva fino al 1912, al 10 aprile dove conosciamo una giovane Rose DeWitt Bukater, pronta per salpare per l’America con sua madre e il suo fidanzato, Caledon “Cal” Hockley, un uomo arrogante e pieno di pregiudizi. Nello stesso momento, un giovane avventuriero squattrinato di nome Jack vince un biglietto per partire col Titanic, un colpo di fortuna che spera cambierà per sempre la sua vita.

A bordo Jack incontra Rose, tra i due è colpo di fulmine e inizia la loro breve ma intensa passione a bordo del transatlantico, che di lì a poco sarebbe sprofondato nelle acque dell’Atlantico. Mentre il viaggio continua, Jack e Rose diventano più intimi e lei cerca di raccogliere il coraggio per sfidare sua madre (Frances Fisher) e rompere il suo fidanzamento. Ma, anche con l’aiuto di una donna ricca e schietta di nome Molly Brown (Kathy Bates), la barriera di classe sembra poter essere superata. Poi, Il Titanic colpisce un iceberg e la nave “inaffondabile” inizia ad affondare e i due innamorati si ritrovano a dover lottare per sopravvivere nel caos più totale.

Una relazione clandestina, tra due giovani di classi completamente diverse, che diventa il filo conduttore delle quasi 3 ore di film. Sullo sfondo, una delle tragedie più ricordate nella storia di tutti i tempi.

Titanic, il trailer italiano

Il genio di James Cameron

Mantenendo l’attenzione sui protagonisti Rose e Jack, James Cameron evita il fallimento che molti prima di lui hanno raggiunto: raccontare troppi personaggi e troppe storie. In Titanic, infatti, Rose e Jack sono in primo piano dall’inizio alla fine e i personaggi secondari sono proprio questo: un semplice supporto utile, però, a raccontare la storia in ogni dettaglio. 

Questa è forse la cosa più sorprendente di Titanic. Anche se James Cameron ricrea accuratamente l’affondamento della nave in tutta la sua terribile grandezza, con effetti speciali mozzafiato, l’evento tragico non eclissa mai i protagonisti. Alla fine, non smettiamo mai di preoccuparci di Rose (Kate Winslet) e Jack (Leonardo DiCaprio), il nostro pensiero è sempre fisso sulla loro storia e su come andrà a finire. 

Titanic contiene tutte le emozioni e l’intensità che gli spettatori si aspettano dal regista, un abbagliante mix di stile e sostanza, di sublime e spettacolare. All’epoca il film rappresentava il lavoro più compiuto di James Cameron, un progetto su cui neanche il regista aveva puntato ma che alla fine ottenne milioni e milioni di dollari. Grazie a questo guadagno, poi, sappiamo che James Cameron è riuscito a lavorare al film Avatar, ma questa è un’altra storia.

Effetti speciali rivoluzionari

Gli effetti visivi per Titanic risultarono davvero rivoluzionari all’epoca e resistono ancora oggi. L’uso del computer per gli effetti ovviamente non era efficace come gli strumenti che abbiamo oggi, ma per l’epoca il risultato è stato straordinario.

Inoltre, uno degli aspetti più singolari di Titanic è il suo uso di autentiche immagini documentarie per preparare la storia dei flashback, poi unite a scene girate sul set. Una tecnica unica che aiuta a far immedesimare ancora di più lo spettatore nella storia, rendendo il tutto più suggestivo.

La colonna sonora che James Cameron non voleva!

James Cameron non voleva nessuna canzone per Titanic, né durante il film e nemmeno in accompagnamento ai titoli di coda. Il compositore James Horner, però, ha segretamente realizzato la famosa canzone My Heart Will Go On con l’aiuto di Will Jennings, diventata poi una canzone entrata nel cuore di tutti.

L’interprete è stata poi Celine Dion, con la sua voce unica e inconfondibile, che ha registrato un demo presentata poi a Cameron, che ne rimase talmente colpito tanto da cambiare opinione. La canzone, inclusa poi nella colonna sonora, ha vinto l’Oscar per la migliore canzone originale e ancora oggi fa commuovere milioni di fan in tutto il mondo.

Tre motivi per vedere Titanic:

  • Il lavoro di James Cameron è davvero sorprendente e da vedere obbligatoriamente
  • Jack e Rose, una delle coppie più memorabili del cinema
  • Per i costumi e gli effetti speciali, due elementi che hanno contirbuito a renderlo un capolavoro

Quando vedere Titanic

Vista la durata, il weekend è perfetto. Armatevi di fazzoletti e plaid e godetevi le sue emozioni dall’inizio alla fine.

Ilaria Scognamiglio

Ecco il nostro ultimo cineforum:

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Una mostra interattiva per i 700 anni dalla morte di Dante

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Dante Alighieri rappresenta uno dei maggior motivi di orgoglio del popolo italiano. Non è necessario essere letterati, linguisti o addetti ai lavori per riconoscere l’importanza e l’unicità del Sommo Poeta a livello internazionale. Per tale motivo proprio quest’anno è stata istituito il Dantedì, una giornata speciale a lui dedicata il 25 marzo, data di inizio del suo viaggio ultraterreno nella Divina Commedia.

Ma le celebrazioni non finiscono qui. In tutto il Paese presto si susseguiranno iniziative per celebrare un anniversario importante.

Già da qualche mese, infatti, si parla di Dante 2021 ossia l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri.

Nell’ambito delle celebrazioni legate alla ricorrenza è stato concepito il progetto culturale “Dante. Il Poeta Eterno” che avrà la sua sede negli spazi del Complesso Monumentale di Santa Croce di Firenze dal 14 settembre 2021 al 10 gennaio 2022.

Quando e come è morto Dante Alighieri?

Dante Alighieri morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 all’età di 56 anni. Le sue spoglie sono conservate a Ravenna, dove si trovava di ritorno da un’ambasciata a Venezia. La causa della morte di Dante è da imputare alle febbri altissime provocate dalla malaria che probabilmente aveva contratto nel suo viaggio lungo il delta paludoso del Po.

La Divina Commedia e le illustrazioni di Gustave Doré

Nonostante siano passati secoli dalla sua scomparsa, Dante Alighieri si presenta, nel 21° secolo in tutta la sua modernità. Dante è eterno perché parla di amore e parla di futuro. Questa è l’idea alla base dell’innovativo progetto culturale di Felice Limosani. Il suo intento è di riattualizzare la Divina Commedia unendo passato e contemporaneità, cultura umanistica e strumenti digitali.

Partendo dalle opere di Gustave Doré, noto illustratore ottocentesco della Commedia, si passa per le più moderne tecnologie fatte di proiezioni digitali, realtà virtuali e realtà aumentate. Il tutto nello scenario già di per sé estremamente evocativo del complesso monumentario di Santa Croce a Firenze.

Già nella piazza di Santa Croce il visitatore sarà avvisato sul suo smartphone di essere entrato nell’area multimediale della mostra.

Nel Chiostro del Bramante, tradizionale luogo di contemplazione, sarà possibile ammirare le straordinarie opere di Gustave Doré, solitamente disponibili in formato A4, rielaborate in digitale su pannelli retroilluminati delle dimensioni di oltre un metro. Sempre con il proprio smartphone i visitatori potranno inquadrare la singola tavola e ottenere maggiori informazioni per una fruizione dinamica e flessibile.

Nella Cappella Pazzi ci saranno, invece, delle immagini in movimento sensorializzate, ossia con effetti sonori immersivi. Lamenti, crepitii delle fiamme, fischi e fruscii del vento creeranno l’atmosfera del mondo dantesco.

La Cripta sarà, infine, il luogo più ricco di tecnologia. Attraverso moderni visori di realtà virtuale, sarà possibile interagire con le immagini. La persona sarà all’interno dell’opera stessa, in un’esperienza dall’alta carica emotiva. I visitatori saranno immersi nei tre mondi danteschi e potranno interagire e ricevere informazioni con vari livelli di approfondimento, per garantire la fruizione anche ai più piccoli secondo le recenti tecniche dell’edutainment.

Sarà dunque un’esperienza liquida e osmotica che, come ha chiarito Felice Limosani in occasione della conferenza stampa digitale dello scorso 26 ottobre, non vuole spiegare la Divina Commedia, ma raccontarla e farla vivere. I contenuti trattati saranno disponibili per essere consultati in tutto il mondo ed utilizzati per una didattica digitale nelle scuole.

Secondo Beatrice Garagnani Ferragamo, Presidente Onoraria del Comitato Scientifico Dante. Il Poeta Eterno, si tratta di

un progetto pionieristico, che apre a nuovi paradigmi culturali e rappresenta un’occasione fondamentale per elaborare un’esperienza didattica e formativa innovativa e adeguata ai tempi

“Dante. Il Poeta eterno” è un progetto promosso da FEC – Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, Comune di Firenze e Opera di Santa Croce, candidato al Calendario Ufficiale per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri del MiBACT, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Francesca Papa

L’immagine in evidenza è un’elaborazione digitale di Felice Limosani sulla base dell’originale di Gustave Doré, Purgatorio Canto 2 43-44.

Greenland: il papà americano (e ingegnere) VS la cometa cattiva

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Greenland esce al cinema in un momento storico particolare, un periodo in cui andare al cinema è molto più raro che guardare un film in streaming.

Questo dettaglio potrebbe – e sottolineo potrebbe – rendermi più indulgente nei confronti di un film che ripropone un plot narrativo trito e ritrito.

Gerard Butler (uno dei motivi per cui vedere questo film) è il tipico papà americano, di quelli che si salvano durante le catastrofi: naturalmente è un ingegnere. Una cometa sta per schiantarsi sulla Terra, riuscirà a salvare la sua famiglia?

Greenland, il trailer italiano

Devo aggiungere altro? La risposta è sì. Perché se da un lato la trama è ben nota a tutti coloro che amano i disaster movies, dall’altro ha dei dettagli molto interessanti.

Primo su tutti il fatto che nel film si susseguono una serie di fatti impossibili. Cioè, è più probabile che una cometa si schianti sulla Terra piuttosto che si verifichino molte altre situazioni che vedrete svilupparsi davanti ai vostri occhi (increduli).

Naturalmente, a fianco del papà eroico, c’è la mamma inutile, una specie di brutta copia di Gal Gadot (aka Morena Baccarin).

In questo caso la mamma inutile e benestante, la principessa di papà, ha un dono: corre. Corre dall’inizio del film. Basterà questa dote a emancipare la figura femminile nei disaster movies?

Anche il finale ricalca un cliché che spero di non notare solo io. Avete fatto caso che quando il mondo muore l‘Italia non è mai contemplata? Compaiono sempre immagini della Torre Eiffel distrutta, ma mai una foto del Colosseo, del Duomo, o di qualsiasi altro monumento iconico del Bel Paese. Non riesco a capire se il fatto che Parigi sia sempre sotto il mirino sia una speranza americana malcelata, oppure se se noi italiani siamo ignorati per la nostra inutilità agli occhi degli americani.

Alessia Pizzi

Moll Flanders, protagonista del romanzo di Daniel Defoe: eroina o villain?

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Moll Flanders è una protagonista settecentesca atipica: è una ladra e un’approfittatrice. Alla fine si pente, ma sarà davvero così?

Scritto da Daniel Defoe (conosciuto al pubblico principalmente per Robinson Crusoe) e pubblicato nel 1722, Moll Flanders traccia il percorso di una donna che partendo da una condizione misera riesce a raggiungere una vita prospera e rispettabile, attraverso una serie di peripezie (seduzione, matrimoni, incesto, crimini, prigionia, deportazione).
Possiamo considerare Moll Flanders una autobiografia criminale con un intento morale e didattico alle lettrici. 
Il romanzo è affine con la teoria della predestinazione, che afferma che alcune persone sono predestinati alla salvezza e altri alla riprovazione, ma nonostante Dio predestini è comunque l’uomo che per la sua natura corrotta sceglie il male, non perché obbligato ma perché è una sua tendenza naturale e volontaria. Moll all’inizio sceglie la via del peccato quasi per una necessità, ma poi continua per la sua vanità. 

La trama

Il titolo completo ci dà l’idea della storia: è un titolo molto lungo che ripercorre tutte le sue peripezie. Ad oggi lo considereremmo uno spoiler, ma nel Settecento dare come titolo dei romanzi il nome proprio del protagonista era la consuetudine e spesso i sottotitoli tendevano a riassumere la trama del romanzo stesso, poiché il piacere della lettura scaturiva dal voler sapere per quali circostanze i personaggi fossero portati a comportarsi in quel determinato modo.

Moll Flanders nasce da una madre condannata che viene trasportata in America subito dopo la sua nascita. Da bambina, Moll vive di beneficenza pubblica, sotto la cura di una vedova gentile che le insegna le buone maniere e il ricamo. Crescendo diventa una bellissima ragazza, infatti viene sedotta e abbandonata. Costretta a sposare il fratello minore del suo primo amante, diviene vedova dopo pochissimo e sposa un commerciante di tessuti che presto fugge dal Paese perché fuorilegge. Moll si risposa e si trasferisce in America, solo per scoprire che suo marito è in realtà il suo fratellastro. Lo lascia disgustato e torna in Inghilterra, dove diventa l’amante di un uomo sposato.

Dopo due matrimoni fallimentari, tra cui quello con un imbroglione, Moll è costretta a vivere in povertà, iniziando a rubare. Ha abbastanza talento in questo nuovo “mestiere” e presto diventa una ladra esperta e una leggenda locale. Alla fine viene catturata, imprigionata e condannata a morte. In prigione Moll incontra il suo ex marito imbroglione, ed entrambi riescono a farsi ridurre la pena e vengono trasportati nelle colonie americane, dove iniziano una nuova vita come proprietari di piantagioni. In America, Moll riscopre suo fratello e suo figlio e rivendica l’eredità che sua madre le ha lasciato. Finalmente ricca e pentita, torna con il marito in Inghilterra all’età di settant’anni.

Moll narratrice e Moll personaggio 

Il vero nome di Moll non viene mai rivelato. Viene chiamata Betty per buona parte del romanzo, ma il lettore non può fidarsi delle sue parole fino in fondo, perché alcune parti risultano ambigue.
Moll è sia personaggio che narratore, è presente poi anche l’autore stesso che finge di aver trovato questa autobiografia e di averne dovuto fare un lavoro di lima per poterlo presentare al pubblico. 

Moll narratrice di tanto in tanto si inserisce nel racconto per ammonire Moll personaggio e avvertire le lettrici di non comportarsi come lei. Spesso Moll narratrice appare fiera delle sue azioni, pur deplorevoli, dando al lettore l’impressione che il pentimento finale non sia davvero sentito. 

Con Defoe ci immedesimiamo in Moll e viviamo le sue avventure, fa presa sul lettore per le sue vicende, per la sua discesa agli inferi. Non facciamo, però, una vera e propria esperienza interiore, perché Moll narratrice racconta ciò che fa, non ciò che prova. 

Il film

Nel 1996 è stato distribuito un adattamento cinematografico di Moll Flanders, con Robin Wright e Morgan Freeman. Il film ha ottenuto 4 candidature ai Satellite Awards 1996. Puoi guardare qui il trailer originale:

Veronica Bartucca

Ecco l’uscita precedente di #DosiDiEroine:

Occhiali appannati con la mascherina? Ecco la soluzione per tornare a leggere

Il Coronavirus sta mettendo a dura prova tutti noi in tantissimi modi: ma chi porta gli occhiali attualmente sta affrontando una sfida in più e cioè quella degli occhiali costantemente appannati quando si indossa la mascherina.

Perché si appannano gli occhiali con la mascherina?

E qui parte l’Alberto Angela che è in tutti noi: gli occhiali si appannano perché il vapore acqueo caldo del nostro respiro e la superficie fredda delle lenti producono delle goccioline maledette che disperdono la luce e diminuiscono la capacità delle lenti di trasmettere il contrasto. E dunque noi non possiamo più leggere niente di niente. Nemmeno il nostro libro preferito.

Se prima eravamo salvi almeno all’aperto, la decisione di portare la mascherina costantemente ha messo i portatori di occhiali ancora più in difficoltà: quando si entra in un negozio la mascherina si appanna e non si vedere più niente, quando si cammina per strada (ora che fa più freddo) si appanna a ogni respiro.

Noi spacciatori di cultura siamo preoccupatissimi: come fare a leggere CulturaMente se abbiamo sempre gli occhiali appannati?

Come si fa a non fare appannare gli occhiali con la mascherina: il domandone

La domanda del secolo. C’è chi ha chiesto ai nonni il tutorial su Tik Tok: uno ha risposto che bisogna inserire un fazzoletto tra la mascherina e il naso per non far generare il vapore. Eppure, noi spacciatori di cultura non potevamo accontentarci di questa soluzione: volevamo trovare qualcosa di definitivo che ci consentisse di assaporare a pieno le nostre dosi di cultura, senza dover soffrire.

Anche perché, parliamoci chiaro: ormai le cose da fare fuori casa sono ben poche e CulturaMente resta per noi e i nostri lettori un luogo ameno dove poter assaporare un po’ di cultura e condividere la nostra passione.

A proposito, hai già visto i nostri ultimi video?

Come evitare che si appannino gli occhiali con la mascherina: la soluzione

Lasciate stare i rimedi della nonna. Sul web abbiamo trovato suggerimenti che indicano di immergere gli occhiali nell’acqua distillata tiepida, mescolata con cinque cucchiai di aceto di vino bianco, per poi lasciarli in ammollo due ore.

Sappiate che dal vostro ottico di fiducia (o su Amazon) potete trovare dei panni che, passati più volte sulle lenti, non le fanno più appannare. Abbiamo trovato dei pacchetti su Amazon che costano 20 euro con all’interno 5 panni da conservare accuratamente, per 700 riutilizzi. Si tratta di panni denominati anti-fog, ovvero anti-nebbia, e credeteci: funzionano. Vanno passati su ogni angolo delle lenti, per almeno 10 secondi.

Se volete godere della vostra dose quotidiana di cultura senza affanni e senza perdite di tempo, ecco il metodo definitivo.

Specifichiamo questo NON è un articolo sponsorizzato. Abbiamo testato personalmente questi panni per nostra necessità e siamo felicissimi di condividere con voi la nostra scoperta. Il marchio da noi testato è LifeArt, panno antiappannamento in nanomicrofibra.

Adesso che vi abbiamo spiegato come non fare appannare gli occhiali con la mascherina siete pronti ad effettuare il vostro ordine, ma soprattutto a leggerci sempre. Ci siamo conquistati la vostra fiducia?

Suburra 3: tra finali inevitabili e scelte troppo frettolose (attenzione spoiler)

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Suburra 3 è appena approdata in streaming su Netflix e disponibile dal 30 ottobre con la sua terza e ultima stagione lascia perplesso il suo pubblico.

Suburra 3, dove ci siamo lasciati e da dove si riprende

Trepidante attesa da parte di chi, dopo l’ultima scena di Suburra 2, era rimasto con il fiato sospeso, pieno di interrogativi nel sapere come, la serie prodotta da Cattleya, avrebbe proseguito nel narrare il marcio che si nasconde nella “città di mezzo”. Ci avevano lasciati così: con il politico, una volta pulito, Amedeo Cinaglia eletto primo cittadino della Capitale, Samurai e Sara diventati alleati e Lele che, schiacciato dal senso di colpa, decide di togliersi la vita uscendo di scena con quella frase che ha lasciato tutti a bocca aperta “però non sono come voi”.
E Aureliano e Spadino? Hanno stretto ancora di più la loro alleanza, con dei sentimenti che vanno oltre la bramosia di potere per governare su Roma da un lato, e la voglia di vendetta per Lele, uccidendo Samurai dall’altra. Ora sono legati dall’amicizia e dal senso di fratellanza.
Questo cambio di guardia si sente tutto fin dalla prima scena della nuova stagione e detta tutti i tempi narrativi della serie, dall’inizio alla fine.

Suburra – La serie, non chiamatelo prequel

Questo faro sul legame profondo tra Aureliano Adami e Spadino Anacleti, famiglie da sempre antagoniste per aggiudicarsi la supremazia nel mercato della droga sulla piazza di Ostia, è sicuramente l’elemento che rompe maggiormente con l’interpretazione data in Suburra – Il film, diretto da Stefano Sollima nel 2015.

Lì ai due personaggi è riservato un fugace e superficiale incontro che non fa pensare a nulla di più di un rapporto basato sui soli affari. Ma la netta distanza dal film non è data solo dal rapporto tra i due protagonisti. Infatti uno degli elementi che lascia più spiazzato il pubblico della serie è che i due finali non coincidono affatto, anzi. C’è un’enorme incongruenza tra il finale del film che vede la morte di Aureliano Adami, “numero 8” per mano di un sicario di Samurai(nel film interpretato da un impeccabile Claudio Amendola) e il finale proposto nella serie. Certo è, che entrambi hanno una cosa in comune: la morte di Aureliano, in un contesto totalmente stravolto.


Ma in seguito ad un’attenta visione già delle prime due stagioni di Suburra, pare chiaro che si voglia tenere le distanze dall’omonimo film uscito due anni prima. Tutto lo preannunciava: la personalità camaleontica dei personaggi, il loro lato oscuro e spietato che si mescolava a quello più debole e sensibile, il loro look, i toni e i dialoghi, molto più realistici e articolati e la scelta di trattare in ogni stagione, in maniera approfondita, il marcio che si nasconde nella profondità di una delle città più belle del mondo, Roma. Quindi perché stupirsi di questa scelta da parte degli sceneggiatori? Sì, è vero, Suburra – la serie, quando apparve la prima volta nel 2017, venne presentata come il prequel del film, ma così non è. E’ un’opera a se stante, che vive di vita propria. E di vita propria vivono i personaggi che nella terza stagione non fanno altro che abbracciare il loro destino, quello inevitabile che si sono costruiti stagione dopo stagione, puntata per puntata. Un destino che è diverso da quello del film. La serie è un alternarsi di emozioni galoppanti, di colpi di scena, di rotazione di personaggi tutti con una loro storia, tutti con un loro perché. Cosa che certamente nel film non era affatto emersa.

Suburra 3: tra scelte frettolose e gap temporali

Ma il voler prendere le distanze dal film, proporre un finale alternativo e introdurre dei nuovi personaggi, forse non basta per convincere totalmente il pubblico della serie.
Guardando le sei puntate che compongono quest’ultima stagione, si ha come la sensazione che gli autori avessero fretta di concluderla al più presto. Guardando l’ultima puntata, infatti, si rimane con l’amaro in bocca e molti punti interrogativi. Non tanto per la scelta di far morire il coprotagonista Aureliano Adami, piuttosto per i gap e per la velocità con cui alcuni personaggi escono di scena.
Il caso più eclatante è sicuramente la morte di Samurai: Il criminale per eccellenza che ha trascorso la maggior parte della sua vita a creare un impero basato sulla corruzione e il marcio e a tessere legami con politici e malavitosi. Francesco Acquaroli abbandona il set già alla prima puntata, con una morte che lascia il pubblico insoddisfatto: per mano di Aureliano e Spadino. Una morte troppo semplice e scontata per un personaggio che da solo ha retto le fila delle prime due stagioni.

Sara Monaschi che più volte è stata l’ago della bilancia di situazioni al limite tra il perverso e l’illegale soprattutto nel contesto ecclesiastico, abbandona la serie senza troppe spiegazioni e ripercussioni. Come se non ci fosse mai stata.

Adriano, il figlioccio di Samurai che nel finale della precedente stagione si era presentato come quel terzo moschettiere della criminalità, quasi a voler ricoprire il vuoto lasciato da Lele, pronto a rinnegare il passato da “galoppino”per iniziare la sua battaglia personale proprio contro Samurai. Ma quando questo muore, lasciando ad Adriano una lettera dal non ben specificato contenuto (uno dei tanti gap della serie) facendo intuire che forse gli avesse lasciato in eredità il crimine della città di mezzo; Adriano si tira indietro, come se illuminato da un’inspiegabile voglia di redenzione.

Sarà stata colpa del Covid oppure no, ma guardando con attenzione alcune scene, situazioni e salti temporali,sembra davvero che gli ideatori volessero concludere la stagionecon una certa fretta.
In effetti andando a ritroso, e ripercorrendo le fasi di realizzazione dell’ultima stagione, apprendiamo che le riprese si sono interrotte a causa della pandemia e sono ricominciatesolo ai primi luglio. È presumibile quindi che per rispettare i tempi di produzione, si sia scelto di accelerare un po’ il tutto, a discapito dell’ottima riuscita che ci saremmo aspettati dall’ultima stagione di una serie che fino a questo momento non aveva mai deluso.
Pochi colpi di scena, forte prevedibilità e gap temporali sono gli elementi caratteristici di una stagione fiaccache accompagna il pubblico all’unico finale possibile. Scontato.

Il punto di forza di Suburra? I personaggi

L’evoluzione che idue co-protagonisti hanno avuto nel corso delle tre stagioni l’abbiamo già citata: ossia questa amicizia profonda e atratti spasmodica, che fa presumere fosse sfociata anche in un sentimento molto più profondo e simile all’amore da parte di Spadino nei confronti di Aureliano. Questo non ci avrebbe stupito affatto vedendo il percorso introspettivo dei due personaggi e il fatto che Alberto Anacleti avesse dichiarato al pubblico di essere omosessuale.

La scena dello scontro tra “gli zingari” e Aureliano, una delle più attese dell’ultima stagione e anche l’apice della manifestazione dell’amicizia tra i due, ricorda a tratti lo scontroshakespeariano tra Mercuzio e Tebaldo.Infatti così come Mercuzio interviene per difendere l’onore dell’amico Romeo, rimanendone ucciso, così Aureliano interviene in difesa dell’amico fraterno Spadino. Una scena degna del titolo “ cronaca di una morte annunciata”.

Ma nonostante i forti vuoti e la velocità di narrazione, Suburra 3 ha il primato di trattare i personaggi  con grande meticolosità, scavando interiormente dentro di loro facendo emergere le debolezze e il marcio più recondito. I protagonisti sono in continua evoluzione, una continua scoperta antropologica chealtro non è che il riflesso di uno spaccato di società realmente esistente. A darne conferma è l’evoluzione negativa del personaggio di Amedeo Cinaglia, che da politico appassionato, nel corso delle tre stagioni, si trasforma in uno spietato politico senza scrupoli, pronto ad uccidere la propria moglie pur di continuare la corsa verso i propri obiettivi.
Un altroelemento di forte credibilità che rispecchia la narrativa sulla malavita organizzata, è il ruolo delle donne. Qui Angelica (Carlotta Antonelli) e Nadia (Federica Sabatini) si discostano completamente dai clichè cinematografici delle “donne dei boss”. Hanno una personalità propria, indipendente, ben delineata a prescindere dal fatto di essere o meno “la donna di”.Si sporcano le mani, fanno affari in prima persona, sono disposte ad accettare un matrimonio di facciata pur di salvaguardare la famiglia e difendono il proprio uomo anche a costo della propria vita. Un’interpretazione del tutto nuova che convince fino alla fine.

Suburra 3, in conclusione, è ancora più apprezzabile se si prende per quello che è: un possibile spaccato della vita contemporanea di quel mondo marcio e malavitoso fatto di spaccio, politici corrotti e una classe clericale non del tutto pura. È ancora più apprezzabile se si pensa ai dialoghi: scarni, sbiascicati, pieni di parole tronche. Perché diciamoci la verità, non è pensabile che nei bassifondi della malavita romana si possa parlare un italiano forbito, o meglio ancora l’italiano. Quindi i vari “annamo, daje e pijamose Roma”non sono decontestualizzati se ricordiamo sempre che non stiamo osservando una commedia di Luigi Pirandello, ma un telefilm avente come protagonista la mafia capitolina.

Sara Alvaro

Sean Connery e Gigi Proietti: ricordiamoli insieme (video)

In pochissimi giorni abbiamo perso due personaggi iconici nel panorama culturale nazionale e internazionale. La nostra redazione ha quindi deciso di ripercorrere insieme le tappe più importanti della carriera di Sean Connery (deceduto il 31 ottobre 2020) e Gigi Proietti (deceduto il giorno del suo compleanno, il 2 novembre 2020) con una diretta LIVE sulla pagina facebook di CulturaMente.

E il caso vuole che i due siano uniti da una simpatica coincidenza: sapevate che Dragonheart è stato doppiato in lingua originale da Sean Connery e in italiano da Gigi Proietti?

Ecco quindi gli argomenti che abbiamo affrontato durante la diretta, rivedendo e commentando insieme qualche video storico.

Gigi Proietti

  • La consacrazione cinematografica: Febbre da cavallo
  • Attività teatrale
  • Doppiaggio di Sylvester Stallone in “Rocky”
  • Tv: Maresciallo Rocca, prima serialità di successo in Italia. Affezione del pubblico italiano al personaggio.
  • Il 10 Aprile 2019 l’allora rettore dell’università Tor Vergata di Roma Giuseppe Novelli ha conferito il titolo di “Professore Emerito Honoris Causa” a Gigi Proietti
  • Il 27 dicembre 1991 è stato nominato Commendatore Ordine al merito della Repubblica Italiana
  • Il 1° aprile 2003 ha è stato dichiarato Grande Ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana

Sean Connery

  • 1953 conquistò il terzo posto di Mister universo, da qui la strada verso il cinema fu più o meno in discesa.
  • Fervido sostenitore dell’indipendenza della Scozia
  • È stato il primo James bond : Licenza di uccidere; dalla russia con amore, Missione Goldfinger, Thunderball (operazione tuono); si vive solo due volte.
  • Piccola curiosità: a 16 anni consegnava il latte. Con gli anni, Sean affermò di aver consegnato per mesi il latte presso il Fattes College, la scuola frequentata proprio da James Bond.
  • Nel 1988 vinse l’oscar per gli intoccabili
  • 1989 lo ricordiamo per Indiana Jones e l’ultima crociata insieme a Harrison Ford.
  • È morto a 90 anni a  Nassau, Bahamas, e il cerchio si chiude, simbolicamente, con i set leggendari di 007. Una forma di fedeltà alla leggenda di cui, da vecchio golfista avvezzo all’ironia della sorte, Sean, ancora una volta, sorriderebbe.

Prima di lasciarvi il video della diretta ringraziamo la stampa per averci inviato il dipinto di Sean Connery di Mario Vespasiani e il poster di Gigi Proietti della Street Artist Laika, che compongono l’immagine di copertina di questo articolo.

Realizzato nella notte tra il 2 e il 3 novembre tra via della Tribuna di Tor de’ Specchi e piazza d’Aracoeli, il manifesto, omaggio a Gigi Proietti, è stato attaccato all’ingresso di quello che, nel mitico film Febbre da cavallo (Steno, 1976) era il bar di Gabriella, la fidanzata di Mandrake, uno dei personaggi più amati interpretati da Proietti.

Cosa sono le serie tv antologiche? Eccone 10 da non perdere

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Sempre più spesso le serie prodotte sono definite antologiche.

Netflix e Amazon Prime sono due delle principali piattaforme dove numerose produzioni antologiche stanno catturando l’attenzione del pubblico. Ma cosa sono e perché piacciono così tanto?

Definizione del modello seriale antologico

La serie tv antologica è un modello di serialità in cui è assente una trama orizzontale, cioè quella che avanza di episodio in episodio o di stagione in stagione. Solo il tema centrale accomuna l’intera produzione.

Esempi di produzioni antologiche:

  • Black Mirror e Modern Love. Ogni episodio tratta una storia che non ha legami con gli episodi successivi. Cosi come personaggi e contesti sono diversi ma antologizzati da un comune genere.
  • The Sinner e The Haunting of (Hill House; Bly Manor). Sono un esempio di come l’antologia è legata all’intera stagione. Ogni stagione è composta da più episodi. La trama finirà con la stagione.

Fenomeno nuovo? Non proprio

La serie tv antologica ha origini molto lontane. Ancor prima della televisione già se ne parlava. Negli anni Trenta c’erano drammi radiofonici antologici, spesso horror, di fantascienza o di mistero. Negli anni Cinquanta questa forma di serialità fa il salto di qualità e venne applicata all’audiovisivo.

Il successo di questo modello non tardò ad arrivare. In un periodo in cui difficilmente le repliche andavano in onda e l’home video non ancora era stato concepito, dare autonomia ad ogni singolo episodio garantiva la presenza di un pubblico soddisfatto. Serie prettamente antologiche, come  Alfred Hitchcock Presents Tales From the Cript, furono tra le più seguite e popolari degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.

Nell’epoca della Peak tv la serie antologica ritorna alla ribalta

Siamo assueffatti dalle serie tv. Netflix, Prime Video, Infinity, piattaforme che costantemente aggiornano i loro contenuti. Netflix ad esempio puntava a raggiungere 1000 contenuti entro la fine del 2019. Nonostante la pandemia, le piattaforme non si sono fermate e numerose produzioni sono in corso.

All’esito di queste premesse, il modello antologico è il salvagente dell’audiovisivo. In un contesto di saturazione, e visti i numerosi remake, ricorrere a questa forma di produzione è un giusto compresso.

Le 11 serie antologiche da non perdere

  1. Black Mirror;
  2. Modern Love;
  3. Alfred Hitchcock Presents;
  4. The Haunting of (Bly Manor; Hill House);
  5. American Horror Story;
  6. Tales from the loop;
  7. American Crime Story;
  8. The twilight zone;
  9. Easy;
  10. The Sinner
  11. Soulmates

Qui trovi il nostro articolo che mese per mese elenca le uscite delle principali piattaforme streaming. Salvalo nei tuoi preferiti per averlo sempre a portata di mano!

Angela Patalano

 

Elezioni USA 2020: Trump vs Biden. Film, serie tv e documentari da non perdere

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Sono trascorsi quattro anni da quando Donald Trump fu eletto come 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Finalmente il 3 Novembre è alle porte e gli americani saranno chiamati a scegliere il 46esimo Presidente degli Stati Uniti. La tensione corre sul filo del rasaio, Joe Biden o Donald Trump?
Come combattere l’attesa per il verdetto di una delle elezioni più attese della storia Usa? Noi vi diamo qualche suggerimento. 

Elezioni presidenziali negli Stati Uniti D’America: appuntamenti da non perdere

  • Il 2 novembre su Rai2 alle 21:20 non perdete il documentario, in prima visione, in collaborazione con l’emittente Usa PBS dal titolo “Serata americana – Da Obama a Trump”;
  • La maratona tv vera e propria inizierà martedì, quando negli Stati Uniti le urne staranno per chiudersi: dalle 23.30 e per tutta la notte Rai1 con lo “Speciale Porta a porta”;
  • Per conoscere il nome del 46° Presidente degli Stati Uniti bisognerà seguire il Tg3 che dedicherà alle elezioni uno Speciale in onda nella notte tra il 3 e il 4 novembre a partire dalla mezzanotte, condotto da Giovanna Botteri con la partecipazione di Lucia Annunziata;
  • Martedì 3 Novembre parte la #MaratonaMentana per le Elezioni Americane 2020, da mezzanotte fino alle 9.40 con il direttore del TgLa7;
  • Mercoledì 4 novembre le elezioni USA monopolizzeranno completamente la RAI:
    • su Rai1 alle 6.45 una puntata monografica di UnoMattina dedicata al voto e alle ripercussioni sulla politica italiana e sullo scacchiere internazionale;
    • Alle 10.00 su Rai2 Speciale Tg2 Italia
    • Su Rai3 alle 12.35 ospiterà l’approfondimento di Fuori Tg.
    • Alle 15.00 il racconto e l’analisi del voto tornano su Rai1 per uno Speciale Tg1, con ospiti e collegamenti.
    • A seguire, le elezioni Usa saranno al centro di uno speciale del Tg2 dalle 17 alle 19 su Rai2.
    • E sempre su Rai2 anche il Tg2 Post (ore 21.00) dedicherà la puntata del 4 novembre alla sfida Trump-Biden
    • La giornata di mercoledì, quella in cui a tutto il mondo sarà noto il nuovo Presidente, si concluderà con Tg3 Linea Notte, a mezzanotte su Rai3

Volete invece seguire il live USA? Allora non perdete lo streaming di FoxNews.

Film sulla politica americana

Alba di Gloria: (1939) Uno splendido biopic che ne racconta la formazione giovanile, le esperienze che furono alla base del pensiero di Lincoln e l’attività di avvocato che precedette quella di grande statista e Presidente forse più amato nella storia americana. Un grande film storico e politico, magari da vedere in coppia con il Lincoln di Steven Spielberg.

Tutti gli uomini del presidente: (1976) Caposaldo del cinema politico. Robert Redford e Dustin Hoffman sono Woodward e Bernstein, i due giornalisti che hanno scoperto lo scandalo Watergate che ha portato alle dimissioni di Richard Nixon.

Game change: (2012) John McCain e Sarah Palin erano gli sfidanti di Barack Obama e Joe Biden nel 2008. Ma chi era davvero la Governatrice dell’Alaska?

Le idi di marzo: (2011) George Clooney e Ryan Gosling portano in scena un thriller sul cinismo, gli intrighi e i lati oscuri della politica. Si è disposti a tutto quando l’obiettivo è ottenere la nomination democratica alle elezioni presidenziali americane.

Serie tv sulla politica americana

La casa di carta: (2013) racconta attraverso la vita dell’immaginario politico democratico Frank Underwood quanto corrotta sia la politica americana. Underwood incarna l’aberrante ambizione umana, un preannuncio dell’era Trump? Forse.

The politician: (2019) Payton è un ragazzo destinato a diventare Presidente degli Stati Uniti, per farlo dovrà riuscire a cavarsela nel liceo Saint Sebastian dove prova a diventare Presidente del Corpo Studentesco un passo fondamentale per la sua ascesa politica. Nella seconda stagione la strada per la Presidenza è sempre più vicina, e da Presidente del liceo a Senatore della città di NY, la strada non è stata mai tanto breve.

Il voto in poche parole: (2020) Il diritto di voto è alla base della democrazia americana, ma non tutti i voti si equivalgono. Come funziona il presidenzialismo americano? Perchè sembra che ancora oggi la democrazia più antica del monto fatichi ad essere equa?

Documentari sulla politica americana

The Great Hack – Privacy violata: (2019) Perché la Brexit? Come ha fatto Donald Trump a diventare Presidente? Questo documentario svela lo scandalo di Facebook-Cambridge Analytica. Siete pronti a cancellare i vostri profili social?

Fahrenheit 11/9: (2018) Da Bush a Trump, Michael Moore non se ne fa scappare uno. Viaggio nell’America governata dal tycoon, eletto 45esimo Presidente il 9 novembre 2016.

The final year: (2017) L’ultimo anno di attività dell’amministrazione Obama visto da vicino. Il regista riprende il segretario di Stato John Kerry, l’ambasciatrice alla Nazioni Unite Samantha Power e il comunicatore Ben Rhodes durante l’anno 2016.

Alla conquista del Congresso: (2019) La storia di Alexandria Ocasio-Cortez e di altre tre donne che stanno cambiando e sfidando la vecchia guardia politica al Congresso degli Stati Uniti.

Angela Patalano

Frida Kahlo a Milano: la mostra che non è una mostra

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Non una rassegna di opere ma un progetto che ricostruisce ambienti e fa parlare gli oggetti. I quadri sono riproduzioni, il volto dell’artista messicana resta nella memoria, tra fotografie e immagini multimediali

Frida Kahlo a Milano: dopo Roma, la mostra sulla pittrice messicana approda nella metropoli meneghina, alla Fabbrica del Vapore di via Procaccini. Fra le iniziative che provano, pur nella pandemia, a riproporre al pubblico la visita in presenza, Frida Kahlo. Il caos dentro ha aperto il 10 ottobre e resta accessibile fino al 28 marzo 2021. Due piani, in ampi locali della Fabbrica del Vapore, ex edificio industriale che è un pezzo di storia del Novecento milanese, bastano a definire un percorso molto diverso dalle esposizioni tradizionali. La mostra che non è una mostra è un’espressione provocatoria, ma serve a suggerire che cosa il visitatore dovrà aspettarsi. Non è una rassegna di quadri, non è neppure una monografica, perché, a parlare di Frida, concorrono lavori anche firmati da altri, da Diego Rivera a Leo Matiz.

Frida Kahlo a Milano: che cosa c’è in mostra

Curata da Antonio Arévalo, Alejandra Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso, la mostra è stata definita come un percorso sensoriale. Ricordando la presenza di video e installazioni multimediali, altri hanno parlato di mostra immersiva, sull’onda di una tendenza espositiva in auge negli ultimi anni. In concreto, la rassegna di Frida Kahlo a Milano non si concentra solo sui dipinti dell’autrice, che sono presenti sì, ma in riproduzioni. La mostra che non è una mostra è, piuttosto, una ricostruzione di ambienti, una presentazione di oggetti e simboli che raccontano la vita di Frida. Il volto della pittrice è presente dappertutto, in pannelli e foto, mentre tra le prime stanze ad accogliere il visitatore c’è la ricostruzione della camera da letto dell’artista e di alcuni spazi di casa Azul, dimora dell’artista insieme al marito Diego Rivera.

Raccontare attraverso gli oggetti

Forse nessuno più di Frida Kahlo ebbe una vita segnata dalla materialità. Fu un corrimano di un autobus, che le si conficcò nel corpo durante un incidente stradale, a condannarla, per il resto della sua vita, a problemi costanti alla spina dorsale. Fu la sedia a rotelle uno dei necessari ausili nei momenti più difficili e fu un busto il suo compagno di viaggio dopo l’incidente.
La mostra di Frida Kahlo a Milano vuole far parlare gli oggetti, evocando momenti della vita artistica e personale di Frida. Dalla ricostruzione di casa Azul si passa agli abiti della tradizione messicana e ai murales di Diego Rivera. Una sezione apposita è dedicata ai busti: opere di artisti contemporanei che si sono ispirati ai corsetti dell’artista.
Parlano di Frida, anche se non sono a sua firma, le fotografie di Leo Matiz. In un video si ascolta la testimonianza di Alejandra Matiz, figlia del fotografo, tra i curatori della mostra.

Frida Kahlo a Milano: e i dipinti?

Moglie di Diego Rivera, artista che in vita fu più famoso di lei, Frida aveva un carattere indomito e anticonformista. Per questo Frida Kahlo è da anni un simbolo nell’immaginario collettivo, come personaggio e come artista. Chi è affascinato dal carisma, dalla forza di volontà di Frida sarà incantato dal patrimonio iconografico della mostra: fotografie, video, documenti autografi.
Chi è interessato alla pittura di Frida Kahlo dovrà accontentarsi di riproduzioni, la maggior parte in formato modlight. Il modlight è una retroilluminazione omogenea, nel quale il dipinto, prima digitalizzato, viene riprodotto su una pellicola, mantenendo inalterate le dimensioni originali. L’effetto è molto lucido, quasi metallico, ma le opere risultano nitide e ben visibili.
Alla fine del percorso, si trova una sala multimediale con una combinazione di video ad alta risoluzione, suoni ed effetti speciali.

Claudia Silivestro

Foto fornite da © NAVIGARE Srl

Ezra Pound: il controverso poeta ci lasciava il 1° Novembre 1972

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Il primo novembre 1972 ci lasciava Ezra Pound, uno dei protagonisti del rinnovamento della poesia di lingua inglese all’inizio del Novecento.

Poeta, saggista e traduttore statunitense, Ezra Pound fu una personalità molto controversa, ma fu anche colui che avvicinò al modernismo due dei più grandi autori del periodo: W.B. Yeats e T.S. Eliot. Quest’ultimo gli dedicherà la sua opera più famosa, La terra desolata, di cui abbiamo parlato in questo articolo sul nostro sito:

La vita

Ezra Pound nacque nel 1885 nell’Idaho, ma passò la sua vita principalmente in Europa, prima a Londra, poi a Parigi e infine in Italia. La sua carriera poetica iniziò intorno al 1905 come seguace dei poeti decadenti inglesi e dei pre-raffaelliti. A Londra conobbe alcuni scrittori inglesi in voga al tempo e da loro prese in prestito l’idea che la lingua della poesia non dovesse mai differire dal linguaggio parlato. 

Per Pound questo voleva dire che la poesia dovesse sbarazzarsi di tutti gli elementi non necessari. Il risultato fu un movimento che nel 1912 Pound stesso chiama Imagismo, che vede la poesia come sovrapposizione, scomposizione e ricomposizione di immagini.

Il rapporto con il fascismo

Durante il suo soggiorno in Italia negli anni ’30 e ‘40, Pound abbracciò il fascismo di Benito Mussolini ed espresse sostegno ad Adolf Hitler. Durante la seconda guerra mondiale e l’Olocausto in Italia, è stato la mente di centinaia di trasmissioni radiofoniche a pagamento per il governo italiano, anche nell’Italia occupata dai tedeschi, attaccando gli Stati Uniti, Roosevelt e, soprattutto, gli ebrei. 

Venne arrestato nel 1945 dalle forze americane in Italia con l’accusa di tradimento. Trascorse mesi in un campo militare statunitense a Pisa e successivamente incarcerato in un ospedale psichiatrico a Washington, D.C. per oltre 12 anni.

Ezra Pound e la poesia

Per Pound lo scrittore è il custode della lingua: il suo obiettivo è quello di tenerla sempre affinata.

Lui e gli altri poeti imagisti disdegnavano la poesia tradizionale e favorivano il verso libero, l’accuratezza, i principi scientifici applicati alla poesia. L’idea di immagine venne influenzata dagli haiku giapponesi e della poesia simbolista francese. 

In un articolo apparso nel 1913 sulla rivista statunitense Poetry, Pound propose un nuovo modo di intendere e di fare poesia, fondato sullo spostamento del focus dall’io alla cosa,  quindi dal soggetto all’oggetto. L’immagine era considerata un insieme di emozioni percepite in un singolo istante di tempo. In poesia questa veniva associata quindi alla brevità, eliminando l’uso di ogni parola superflua e di ogni aggettivo che non fosse portatore di un arricchimento di significato.

Esempio principale della sua visione della poesia è “In a station of the metro”, pubblicata nel  1913 e considerata la più grande poesia breve in lingua inglese mai scritta.

The apparition of these faces in the crowd: 

Petals on a wet, black bough.

“In a station of the metro”, Ezra Pound

Ezra Pound ha pagato per le sue uscite razziste e antisemite; di certo però rimarrà nella storia soprattutto per la sua straordinaria capacità comunicativa e per la sua mente visionaria.

Veronica Bartucca

Il ritratto in copertina è della redattrice Cristiana F. Toscano. Tutti i diritti sono riservati.

Un libro perfetto per Halloween: “La magia del faro”

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“La magia del faro”, un libro perfetto per passare la notte di Halloween in compagnia di streghe e fantasmi!

Happy Halloween! Lo sentite anche voi l’odore dei biscotti alla zucca appena sfornati? E ditemi la verità, come fate a non amare quelle deliziose zucche arancioni tutte decorate a festa e mostruose?

Non so a voi, ma a me mettono di buon umore. Sì, lo so, halloween non è di certo la festa dell’allegria per eccellenza, vista anche la data a cui è vicina, ma forse sarà proprio per questo che a me piace tantissimo.

In questo giorno così speciale, quest’ anno voglio consigliarvi un libro, che ho letteralmente divorato tutto d’un fiato: un racconto ricco di leggende, che vi farà sognare e allo stesso tempo immaginare la storia della strega e il fantasma del faro

Un libro che apprezzeranno specialmente le persone che amano la solitudine, la natura e tutti coloro che sono curiosi di fare un viaggio all’interno di se stessi per riscoprire dei valori; un racconto per tutte le persone che non vanno di fretta e che amano osservare la marea, inciampare nelle alghe, che hanno bisogno di assaporare la vita.

Gustare la vita a piccole dosi è qualcosa di straordinario, che non sono in grado di fare tutti. Ecco, questo è il libro perfetto per chi ha voglia di deliziarsi dei piccoli, ma grandissimi piaceri dell’esistenza umana.

Si tratta del terzo libro della scrittrice comasca Susy Zappa. Lei stessa ha compiuto un viaggio all’interno del faro, dove racconta sotto forma di diario le proprie esperienze, tutte le sensazioni che ha provato e le emozioni che ha scoperto, o conosciuto.

Il racconto è ambientato nella Bretagna, un luogo magico, esattamente nell’isola di Wrac’h, l’isola della strega.

La caratteristica che rende ancora più piacevole la lettura del libro è che esso stesso è diviso in due parti:

la prima parte, “Agathe – Il naufragio di una notte”: in cui si raccontano le vicende della protagonista Agathe, una donna onirica, che è apparsa in sogno alla scrittrice.

la seconda parte, “Susy – Il silenzio del faro”: è il resoconto del soggiorno della scrittrice, Susy, all’interno del faro, con tutte le privazioni che comporta un viaggio del genere.

Trama

Sulla costa dei Pays des Abers, su una piccola isola deserta, vi è un faro magico a cui si può accedere solo con la bassa marea: si tratta del faro della strega, o anche detto faro di Wrac’h.

A questo faro sono strettamente legati i destini di due donne, o forse solo di una. Ci troviamo in un angolo della Bretagna, che ci riporta indietro nel tempo, fino alla Seconda Guerra Mondiale. Proprio in questa epoca, ci troviamo nel 1944, Agathe abita nel faro.

Quasi come ad inseguire un fantasma, molti decenni dopo, un’altra donna, una scrittrice, ripercorre le sue orme, immergendosi in un’atmosfera magica.

Per un periodo diverrà la guardiana del faro, qui si alterneranno periodi di estrema bellezza, ad altri di intensa inquietudine.

Dopo l’esperienza vissuta nel faro, dichiara la scrittrice:

La sera quando scendeva il buio, senza l’elettricità ogni minimo scricchiolio faceva presagire alla presenza di un fantasma, probabilmente del guardiano del faro. Che sia stata solo una semplice suggestione? Questo non lo potremo mai sapere. So solo che un brivido mi percorreva lungo la schiena tutte le notti“.

Il mio pezzo preferito:

…lo spettacolo di tramonti infiniti sullo sfondo del faro dell’Ile Vierge, come li avrebbe dipinti Monet; la pioggia il vento e i cieli nuvolosi come li avrebbe dipinti Turner; la sensazione di libertà, la capacità di orientarmi al variare della marea e di resistere a vento dell’est; la scoperta che il silenzio ha una voce; la possibilità di osservare lo scorrere del tempo accanto all’anima del guardiano e abituarmi alla presenza del suo fantasma; infine la sofferenza di doverlo lasciare. Tutto questo mi ha regalato il faro dell’isola della Strega.

Se vi ho incuriositi con il mio racconto, non vi resta che leggere il bellissimo e intrigante libro della scrittrice Susy Zappa “La magia del faro”, piacevolissimo, superscorrevole e ricco di mistero.

Alessandra Santini

La Biblioteca, racconto inedito di Halloween

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La triste notte di Gregor S.

Alla luce aranciata della lampada che teneva sulla scrivania, Gregor S. scribacchiava stancamente alcuni fogli. S’era al 31 di Ottobre e nella biblioteca Luigi de Gregori del Miur i riscaldamenti erano guasti da qualche giorno; “Manderemo qualcuno” aveva detto in fretta il direttore, con quel solito sorriso di cortesia che Gregor S. odiava ma in verità, questo pensava con rabbia, nessuno si dava peso di un povero bibliotecario, costretto a lavorare anche la sera di Halloween. Non che avesse altro da fare, intendiamoci, ma almeno a casa sarebbe stato al caldo. Si raccomodò bene la giacca sul petto e riprese a scrivere. L’ambiente della biblioteca era da qualche tempo caduto nel buio della sera: la poca luce biancastra che entrava dall’esterno era soffocata dalle pesanti tende del finestrone centrale e l’illuminazione della sua scrivania bastava a stento ad illuminargli il piano; il resto erano ombre-poteva intuire l’altra scrivania davanti alla sua, la scaletta di legno che saliva sino ai ballatoi , il respiro polveroso dei molti libri, il grande ed elegante lampadario che sembrava quasi oscillare come un corpo addormentato dal soffitto, su su in alto.

Gregor S. , sentendosi osservato, guardò l’orario dal cellulare: mancava un quarto alle dieci e gli restavano da compilare almeno altri sette fogli, con buona pace delle sue palpebre pesanti. Il legno antico della biblioteca sembrò scricchiolare, da qualche parte, verso l’alto e Gregor pensò a quanto potesse essere antico quel posto: se non andava errato nel pensiero, doveva essere stata inaugurata a metà dell’ ‘800; si ripensò giovane, a quanto era stato felice quando finalmente gli avevano assegnato l’incarico, il primo stabile della sua vita. Come passano di corsa gli entusiasmi giovanili! Ora, a quasi sessant’anni, gli pareva che avrebbe potuto giostrarsela meglio, la sua vita, che a rilegar libri e a fare fogli non aveva fatto certo un bell’affare. E, quella biblioteca tanto illustre, pareva persino sinistra a vederla ora così, poco illuminata e con i suoi occhi da vecchio.

Qualcuno parve muoversi nel corridoio, in direzione della biblioteca: passi brevi, veloci. Non avrai mica paura, Gregor- così pensava- non ti metterai ora a pensare alle vecchie storie del terrore!

I passi tornarono a ripetersi, a Gregor sembrò uno scalpiccio di donna. Chi si muoveva alle dieci meno un quarto di quella sera stregata nel ministero? Bussarono al portone d’ingresso e fece capolino Filomena, una delle addette alle pulizie. Non volle ammetterselo ma tirò un respiro di sollievo.

“Signor S., lei ancora qui? Fa gli straordinari, vedo” disse, rimanendo sull’uscio, come chi non ha intenzione di trattenersi.

“Anche lei” sorrise lui, mai così contento di vederla. Gli disse qualcosa su un convegno che si era tenuto al piano superiore e delle condizioni pietose in cui la grande aula era stata lasciata, gli raccomandò di non stancarsi troppo, fece di nuovo risuonare il corridoio dei suoi passi che, questa volta, si allontanavano. Guardò l’orario: ancora erano le dieci meno un quarto. Strano, davvero strano che non fosse passato neppure un minuto. Gregor tornò a chinarsi sul documento, con le dita ormai completamente indolenzite dal freddo; piegò tutta la schiena perchè lo stampato era piccolissimo e i suoi occhi facevano ormai una gran fatica, annotò in un foglio lì accanto alcune date, tossì per la polvere. Quel documento fu di difficile elaborazione e richiese più tempo del previsto: nonostante questo, quando alzò gli occhi e stirò la schiena, l’orologio a parete segnava le dieci meno un quarto. Gregor pensò fosse una strana coincidenza ma deglutì nervosamente quando, acceso lo schermo del cellulare, le cifre erano inequivocabili: 9 e 45.

Si alzò dalla sedia, si diresse alla finestra e scostò le tende: lavorava troppo, troppo, avrebbe dovuto farsi una vacanza, rivedere qualche amico, conoscere qualche signora con cui condividere la terza età. Rinascessi vorrei essere un pilota, al diamine la biblioteca! La stanchezza l’aveva istupidito, non c’era dubbio, forse era l’effetto dei calmanti che prendeva, forse lo stress. Guardò verso il viale, dabbasso passava una combriccola di bambini combinati in maniera pessima, con la faccia da scheletrini, streghette e i cesti ancora vuoti di caramelle. Lo attirò il lampeggiare verde della croce della farmacia lì vicino, gli mise tristezza. Si cercò nel riflesso della finestra, per guardarsi triste ma Gregor S. , quella sera, il suo riflesso, non lo trovò.

Impazzisco, impazzisco, ecco che vado fuori di senno, non sono neanche più capace di vedermi riflesso. Tirò di nuovo le tende, uscì dalla biblioteca, percorse il corridoio dal quale era uscita, poco prima- si, ma quanto tempo prima, se gli orologi non segnavano più i minuti?- Filomena, ci passò attraverso senza guardare nel buio degli uffici deserti. L’orologio appeso storto, sulla porta dell’ultimo ufficio segnava ancora le 9 e 45.

Aprì la porta del bagno che emanava un odore di amuchina e sterilizzante. Si, Filomena ha fatto un ottimo lavoro, ma io sono fuori di senno, sono fuori di senno! Su, su, Gregor, continuava a parlare con sé mentre lasciava scorrere l’acqua del rubinetto con un rumore che lo infastidiva, ora passa tutto, e si buttava col viso sotto il getto, come un animale confuso. Ci si buttò due volte, e poi ancora, con la pelle che sembrava bruciargli, ora passa tutto, si levò tutto bagnato e grondante, con gli occhi chiusi strappò della carta, se la passò sul viso, aprì gli occhi. Provò a guardarsi allo specchio ma lo specchio era rimasto desolante-mente vuoto. Uno specchio che non specchia, signori, che doveva capitarmi! Tornò a passo svelto verso la sua scrivania: magari sarebbe potuto tornare a casa ma la solitudine che lo attendeva lo atterriva ancora più di quelle sciocchezzuole. Questo è, sciocchezzuole. Neanche il tempo di dirlo che Gregor S. vide, o così gli parve, un figuro- nero completamente, in verità- scivolare dentro la biblioteca. Allora corse, gridando “Fermo! Come ha fatto ad entrare a quest’ora!” e pensò con odio al guardiano, che chissà che faceva, invece del suo lavoro. Mangiò in pochi metri lo spazio che lo divideva dall’ingresso della biblioteca ma, quando fu dentro, e si fu guardato un po’ attorno, fu costretto a prendere atto- con disagio sempre maggiore- che non c’era nessuno.

“C’è qualcuno?” disse ma già lo sapeva che non avrebbe avuto risposta alcuna. A quel punto Gregor pensò che avrebbe fatto un gran bene a tornarsene a casa che certo non poteva esserselo solo sognato. No, No, invece No! L’indomani avrebbe avuto un giorno di riposo, avrebbe dormito sino a tardi, girando nelle ciabatte di pelo nella sua casa riscaldata, avrebbe preso il caffè godendosi la vista di Trastevere dall’alto. Gli mancavano solo poche pratiche da sbrigare, contava non suggestionarsi, magari darsi una mossa. Guardò dalla finestra ancora, prima di tornare alla sua postazione, ora non passava neanche più un bambino, ora che gli avrebbe fatto piacere vederne qualcuno, o anche una qualsiasi anima che potesse rallegrargli la vista.

Perdeva tempo; si rimise in fretta a scrivere mentre i tarli rosicchiavano il legno delle scale, facendo un rumore sinistro come di persona che scende dal ballatoio più alto. I tarli c’erano sempre stati, Gregor scherzava spesse volte con il collega, diceva che quelli erano stati creati con la biblioteca stessa, che il fondatore ce li aveva messi dentro proprio lui, come parte integrante della sua opera. Ora invece non gli veniva da scherzarci e quasi si pentiva. Avrebbe chiamato il fratello, sì, per sentirsi meno solo, e il cellulare- sul cui schermo le cifre erano ancora 9 e 45- squillò libero. Dopo un breve rumore di linea, rispose la voce rauca di Sebastiano S. che riconobbe all’istante, c’erano sotto rumori di pentole e famiglia.

“Perchè mi chiami, Gregor?” disse la voce che, nonostante la frase apparentemente brusca, suonava cordiale e allegra.

“Faccio gli straordinari, stasera.” Gregor chiuse gli occhi e immaginò il fratello nel tepore della cucina, col solito sigaro tra le labbra. Ecco, Gregor s’illudeva, gli pareva di sentirlo, odore di sigaro. Era intenso a tal punto che quasi ne vedeva la voluta grigiastra: si pizzicò il naso per cacciare via quella fantasia fastidiosa.

“Perchè non passi da noi, dopo?”

Non fece in tempo a rispondere che subito la linea cadde. C’era da aspettarselo, in quelle mura di legno non che si potesse volere nulla di diverso. Si rassegnò, posò il telefono, scrisse qualche minuto fittamente, dovette accorgersi che gli serviva un libro collocato al primo piano perché si alzo lentamente e, tenendo gli occhi bassi per una sorta di paura di vedere qualcosa- non sapeva dire che-, prese le scale. Quelle scricchiolarono, facendo lo stesso rumore dei tarli: l’aria gli parve più gelida. Gregor, Gregor, Gregor, si chiamava a fior di labbra per farsi coraggio, Gregor…

Fu al primo piano: il ballatoio permetteva il passaggio di un solo uomo, e difficilmente di un uomo della sua stazza. Passò mettendosi di lato, facendo luce col cellulare. A guardarla dall’alto, la sala al piano terra, pareva abbandonata o piuttosto con vita propria. Guardò la sua scrivania, all’angolo accanto all’ingresso, il giallo delle carte, le penne- una nera e una rossa- i trucioli di una matita persa, il computer spento. Ancora con la paura di guardare, Gregor s’affrettò a distogliere lo sguardo. Voglio andare a casa, muoviti Gregor, muoviti. Illuminò il dorso dei libri, alcuni prese a sfiorarli col dito, passò l’alfabeto in cerca della sua lettera. La ricerca gli parve interminabile ma dovette durare, in realtà, meno di un minuto. Quando finalmente trovò l’etichetta che cercava ed estrasse il libro con una soddisfazione quasi violenta, sentì un rumore di fruscio delle pagine. A questo punto lo prese un terrore sordo perché, quando avrebbe alzato lo sguardo sapeva già cosa avrebbe veduto. Gli eventi non lo disattesero: affacciandosi dal ballatoio, vide con chiarezza una figura in piedi accanto alla sua scrivania. L’uomo, di cui distingueva a malapena i contorni, sembrava portare una giacca che gli ingrandiva le spalle e gli dava una stazza rigida, e un cappello a falde impediva a Gregor di vederne il viso, semmai lo sconosciuto- a questo punto Gregor se lo chiedeva- ne avesse uno. Stava lì, e leggeva- facendoli frusciare- i documenti a cui il bibliotecario stava quella sera lavorando. La lingua gli era rimasta incollata al palato: non era umano, certo, quello che vedeva, l’avrebbe sentito entrare. Sbatté le palpebre: il losco era scomparso, come non ci fosse mai stato.

Ora vado, vado via, planava dalle scale e così borbottava, posto maledetto! Avrebbe dato la propria lettere di licenziamento subito, l’indomani, e care cose! Buona notte ai suonatori! Col cuore in folle, lanciò il libro in terra che, vecchio com’era, sparse le proprie pagine ingiallite, s’infilo il cappello, la sciarpa, si tolse gli occhiali, quando una voce lo chiamò. Sì, lo chiamò, disse proprio: Gregor.

Bastò quello a fermare la sua corsa folle: voltandosi vide l’uomo della giacca e, vedendolo il viso, gli parve di riconoscere il fondatore della libreria. Impossibile sbagliarsi, era appeso in tremila quadri sparsi nei corridoi e in quella stessa sala c’erano almeno due targhe in sua memoria.

“Non è questo l’atteggiamento che si aspetta da un bibliotecario.” diceva.

A Gregor allora il terrore squagliò la mente; al mattino, lo svegliò Filomena con un caffè annacquato in un bicchierino in plastica. “Ha dormito qui, alla fine?”

Serena Garofalo

Caravaggio e i suoi contemporanei in mostra a Palazzo Barberini

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Tra le tante opere in mostra di Caravaggio a Roma nel 2020, ce ne sono quattro famosissime a Palazzo Barberini.

È una mostra particolare questa su Caravaggio, a Roma fino al 1 Novembre 2020, perché accanto a quattro opere famosissime del Merisi, ci sono molte opere di suoi contemporanei e di pittori che si sono ispirati al suo stile.

In particolare la mostra è incentrata su Orazio Borgianni, di cui sono esposte molte delle sue opere.

Orazio Borgianni ha conosciuto artisticamente e personalmente Caravaggio quando tornò a Roma nel 1605. Nei dieci anni successivi Borgianni stesso dipinse in uno stile originale e precorritore, che in passato è stato definito “Caravaggesco”, e divenne anch’egli un riferimento almeno fino al terzo decennio. Il suo stile coniuga Corregio e Tintoretto a Greco e Caravaggio.

Nonostante si parli di questa come una mostra su Caravaggio in esposizione a Roma, sono presenti anche quadri del Guercino, di Artemisia Gentileschi, di Orazio Gentileschi e di altri autori, italiani e stranieri. Oltre a quelli di Orazio Borgianni.

Nella mostra sono esposti quattro capolavori di Caravaggio, che sono visitabili fino al 1 Novembre 2020 a Palazzo Barberini. Le opere sono Giuditta e Oloferne, Narciso, famosissimi, San Giovanni Battista, e San Francesco in meditazione.

Dopo tanti mesi, rivedere l’arte dal vivo, in particolare questi capolavori, è stato così bello da far stare male.

Anche se con il nuovo DPCM non possiamo andare al cinema e a teatro, aiutiamo quei settori della cultura di cui possiamo ancora usufruire.
Andate nei musei!

Abbiamo avuto la possibilità di godere dell’arte a distanza e virtualmente durane la quarantena, grazie alle iniziative di molti musei.
Ora cerchiamo di godere dell’arte dal vivo, perché è un’esperienza più emozionante. E in questo modo si aiutano anche i musei!

Non scendiamo in strada quando non abbiamo la possibilità di apprezzare la cultura. Facciamolo per andare ad omaggiare la cultura quando possiamo.

Aiutiamo i musei, i dipendenti, e anche i musei e le mostre più piccole che ospitano gli artisti emergenti o poco conosciuti.

E indossate sempre, sempre, la mascherina, al chiuso e all’aperto, anche dentro i muse, e rispettate ovunque le distanze, quando è possibile.

Con questi piccoli gesti aiutiamo tutti e a aiutiamo anche noi stessi, perché siamo parte della società e dell’economia.

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Kit Stampa

Mozart e Calvino insieme: Zaide al Teatro dell’Opera di Roma

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Un particolare legame si cela tra Mozart ed Italo Calvino: la Zaide, opera andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma nel mese di ottobre 2020

Nel momento in cui sono sospese le attività teatrali e concertistiche, parlare di teatro e di musica è ancora più importante. Il teatro e l’arte non moriranno mai.

Se si parla di arte e di musica, allora si deve parlare di Wolfgang Amadeus Mozart. Il Teatro dell’Opera di Roma ha deciso di azzardare, nel periodo di ottobre, a proporre un’opera di Wolfgang Amadeus Mozart piuttosto rara: la Zaide. Ispirato forse alla Zaira di Voltaire, si tratta di un singspiel, cioè di un’opera in lingua tedesca composta di parti recitate e cantate insieme in due atti, per la quale Mozart compose quindici brani musicati tra il 1779 ed il 1780 su testo di Johann Andreas Schachtner, non completandola mai. È un’opera enigmatica per questo: mancano i dialoghi parlati, l’ouverture e la scena finale (secondo l’ipotesi di Carolyn Monaco, contenuta nel suo Mozart’s Early Operas, sarebbe un intero terzo atto); i motivi del mancato completamento restano a noi oscuri. Del resto, l’opera venne eseguita solamente per la prima volta a Francoforte nel 1866 (Mozart morì nel 1791).

La messiscena proposta per la prima esecuzione di quest’opera a Roma ha previsto l’utilizzo di una nuova drammaturgia del testa rielaborata da Italo Calvino su diretta commissione di Adam Pollock per una esecuzione dell’opera nel 1981 al Festival Musica nel Chiostro di Batignano, fondato dallo stesso Pollock.

Un mondo esotico

Alla corte del sultano Solimano, la bella Zaide, fanciulla facente parte del suo serraglio, incontra Gomatz, un cristiano prigioniero dei Turchi. Innamoratisi, organizzano la loro fuga grazie ad Allazim, ministro del sultano; traditi, vengono portati al cospetto del sultano, al quale Zaide chiede di salvare almeno il suo amato. La trama finisce qui.

Il complesso spettacolo immaginato da Graham Vick ha risposto perfettamente alla drammaturgia di Italo Calvino. Il regista inglese porta l’opera in un teatro chiuso per il COVID-19, il Teatro dell’Opera di Roma e durante alcuni lavori di restauro del teatro avvenuti approfittando della chiusura (cosa che è vera ma che viene sottolineata in maniera fittizia durante lo stesso spettacolo dalle belle scenografie di Italo Grassi, il quale ha curato anche le luci, riproducenti un cantiere in esecuzione) viene fuori un baule; da questo baule Italo Calvino trova i pezzi composti da Mozart e da lì inizia la spiegazione dell’Opera; tutto ciò durante delle riprese di un film sulla Zaide.

Mozart e Calvino insieme

Sul palco, Italo Calvino (interpretato qui dall’immenso Remo Girone, attore estremamente sottovalutato e di cui si parla sempre poco) dipana insieme ai cantanti la storia dell’opera, proponendo soluzioni per vicende drammaturgiche non chiare a causa del mancato completamento dell’opera.

Esempio fra tutti il trio del finale del I atto. Appena inizia questo brano, il narratore interrompe e chiede: come mai Allazim ha aiutato Zaide e Gomatz? Per puro disinteresse? Il narratore non è convinto; potrebbe Allazim fare tutto questo per amore di Zaide? Attraverso questa soluzione si mima tutto il racconto, fin dall’inizio, con gesti differenti. Si arriva al punto di reiniziare il terzetto ma Zaide blocca il tutto. Il narratore allora propone un’altra soluzione: il vero interesse per Allazim è Gomatz nel quale vede sé stesso riflesso e la sua gioventù passata come schiavo alla corte di Solimano. Allazim cerca di distogliere Gomatz dall’amore per Zaide. Allora, e solo allora, partirà il terzetto.

A raccontare la vicenda vi erano anche i bei costumi sgargianti sempre di Italo Grassi, le luci accuratamente studiate di Giuseppe Di Iorio e gli interessanti e coinvolgenti movimenti mimici di Ron Howell.

Grandi artisti al servizio della sublime musica di Mozart

Alla drammaturgia complessa si aggiunge la musica sempre ispirata di Wolfgang Amadeus Mozart. Un filo di lana, una musica sognante e drammatica allo stesso momento che l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma ha eseguito in maniera impeccabile con il giusto piglio drammatico imposto da Daniele Gatti, suo direttore stabile.

Il cast, di prim’ordine, ha retto le difficoltà di una musica difficile da eseguire. Chen Reiss, soprano israelita, ha interpretato meravigliosamente la parte di Zaide, essendo allo stesso tempo donna decisa, conscia di sé stessa e del suo essere donna, ma anche dolce ed amorevole. La struggente ninna nanna Ruhe sanft, mein holdes Leben è stata la punta di diamante della serata, una vera goduria per le nostre orecchie; dello stesso livello Juan Francisco Gatell come Gomatz. Markus Werba ha creato un Allazim efficamente enigmatico, violento, cinico ed opportunista. Molto bravo anche Paul Nilon come Soliman.

Tutto questo è stato la Zaide di Mozart al Teatro dell’Opera di Roma. Una serata straordinaria, al servizio della musica, che ha avuto il potere di farci abbandonare per poco il dramma che stiamo vivendo.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Yasuko Kageyama / TOR, inviateci dalla Pagina Facebook Teatro dell’Opera di Roma)

(La recensione si riferisce alla recita del 20 ottobre 2020)