Miss Americana: Taylor Swift racconta la sindrome della “brava ragazza”

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Miss Americana è in streaming su Netflix: Taylor Swift svela finalmente al mondo perché era così fastidiosa.

Lo ammetto da subito: sono una di quelle che ha sempre trovato Taylor Swift “annoying” per dirla con le parole di chi la critica nel docufilm Miss Americana, ora in streaming su Netflix.

Eppure, vedendo questo scorcio di vita portato sugli schermi da Lana Wilson, devo ammettere di aver visto qualcosa di onesto. A differenza di quello di Lady Gaga, che non mi è piaciuto affatto, nonostante io sia una grande fan della Germanotta, il docufilm su Taylor Swift tira fuori dei messaggi importanti.

Assistiamo alla scalata della giovanissima cantante come icona country made in Tennesse: un’artista completa, che scrive e suona le proprie canzoni dall’età di 12 anni circa.

Un’ascesa senza intralci, assolutamente perfetta. Se non fosse per Kanye West, che durante la premiazione a MTV Video Music Awards, sale sul palco interrompendo i ringraziamenti della povera Taylor (all’epoca diciassettenne vittoriosa con You Belong With Me) per affermare che il video di Beyoncé era uno dei migliori di tutti i tempi (Single Ladies, n.d.r).

Taylor Swift inizia la sua “caduta” affermando che l’episodio sia stato un duro colpo da incassare per una persona cresciuta al suono degli applausi: i fischi diretti a Kanye West vengono interpretati come rivolti alla sua vittoria, il tempo dell’approvazione da parte del pubblico è finito. In quel momento Taylor deve intraprendere un percorso di crescita che la sganci dalla sindrome della brava ragazza.

Una brava ragazza non mette a disagio gli altri imponendo le proprie opinioni.

E forse è proprio per questo che non sopportavo Taylor Swift: era talmente pacata e remissiva, mai fuori dagli schemi, che mi sembrava falsa.

Ed è sembrata falsa anche agli altri, persino quando è stata vittima di molestie sessuali, vincendo la cifra simbolica di un dollaro contro David Mueller, lo speaker radiofonico che le infilò la mano sotto la gonna durante uno scatto fotografico di gruppo.

L’album Reputation e la sua vena polemica (pensate alla hit “Look what you made me do”) è frutto di tutte le esperienze negative di cui è stata protagonista Taylor, che si è sentita chiamare anche bitch in una hit di Kanye West dopo gli sventurati eventi di cui abbiamo parlato sopra.

I Feel Like Me And Taylor Swift Might Still Have Sex, I Made That Bitch Famous

Forse la parte meno brillante del film è quella in cui Taylor, nel 2018, decide di schierarsi politicamente contro Marsha Blackburn, la candidata al senato che declama i valori cristiani del Tennessee veicolandoli contro i diritti delle donne e degli omosessuali. Tema caldo per Taylor, come potrete immaginare.

Ebbene, naturalmente non ho nulla da ridire sullo schieramento di Taylor, bensì sul fatto che tale presa di posizione trovi il suo apice in un post fatto sui social: nel momento in cui viene postato sembra stiano sganciando la bomba atomica. Ma questo è il potere del web oggi, specialmente se si è un personaggio famoso.

Insomma, la piccola Taylor è uscita fuori dal guscio: dice ciò che pensa (pare) e ha anche delle idee politiche. Almeno ora non sembra più un manichino, anche perché afferma di aver ricominciato a mangiare come vuole.

Quello che continua ad emergere da questi docufilm è come le donne siano trattate dall’industria musicale. Come oggetti da vendere. La stessa Taylor afferma che le donne in questo settore, a differenza della controparte maschile, sono costrette a reinventarsi 20 volte per sopravvivere.

Taylor Swift continua a non piacermi particolarmente. Non mi piace la sua voce, né ciò che scrive. Ma almeno qualche messaggio nel docufilm l’ha inviato, anche se comunque l’immagine che ne esce è quella di una bambina di 30 anni, con molte fragilità condivise.

Alessia Pizzi

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