Comunque Foscolo era greco

ugo foscolo poesie

Quando frequentavo la triennale in Lettere Moderne scelsi di conseguire 8 crediti di Letteratura Italiana su Ugo Foscolo.

Un modulo era su Foscolo scrittore, l’altro sul critico e il teorico. Tutto meraviglioso, penserete: un quadro completo su una grande penna nostrana. Solo che Foscolo era greco.

Come afferma Spiridon De Viasis  (1843-1927) «Il padre del Foscolo era corcirese; l’avo corcirese; il bisavo di Candia: tutti Greci: anche il Foscolo, quindi, è greco».

Fu questo il primo dettaglio a turbarmi (ne seguirono molti altri, tra cui il docente stesso) di questo modulo 4+4 CFU che gli ex iscritti all’Ordinamento 509 ricorderanno con terrore.

Insomma, fu alla tenera età di 21 anni che appresi che Foscolo era la “Gioconda” dei Greci: come noi rivendichiamo alla Francia il quadro di Leonardo, i Greci rivendicano a noi l’appropriazione del genio foscoliano nella letteratura italiana.

Del resto era nato a Zacinto, come sappiamo tutti grazie al celebre sonetto studiato sin dalle scuole medie, ma poi scelse “l’italica palma”:

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

L’italiano lo apprese con lo studio e la corrispondenza, finché in Italia non ci arrivò davvero: e la lingua poetica a quei tempi si imparava con la disciplina (il modello era ancora Petrarca), mentre la prosa vedeva incerti anche i nativi italiani, visto che siamo nella fase precedente alla rivoluzione manzoniana.

Da Venezia il Foscolo passò a Padova (vi ricordate i colli Euganei dello Jacopo Ortis?), e poi ancora a Venezia, fino allo smacco di Campoformio. E sì, scrivo smacco perché smacco fu (anche se la mia professoressa al liceo non gradì questa mia osservazione) perché Venezia era una Repubblica Libera che Napoleone cedette all’Austria Asburgica con il trattato sopra citato.

A Milano Foscolo conobbe gli illustri scrittori Monti e Parini.

Quel Parini che poi finì sepolto nelle fosse comuni raccontate ne I Sepolcri e mi fece piangere per cinque minuti di fila mentre spiegavo la parafrasi di quei versi a una mia ex alunna:

O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d’evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.

Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttùoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obblïate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
Non sorge fiore ove non sia d’umane
Lodi onorato e d’amoroso pianto.

Perché Foscolo fa così: ti vuole spiegare con schiettezza che dopo la morte non c’è nulla, ribadendo, però, il rispetto per la morte e per la vita che è stata e che può aiutare chi deve continuare a vivere.

Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

E mi piaceva l’idea che non servono un Paradiso o un Inferno per ricordare i propri cari o proteggere la loro dignità, anche dopo la morte.

Non serve essere dei “fedeli” per farsi ispirare da chi ha calpestato questa terra prima di noi. Basta essere umani, con i nostri affetti da tenere stretti e il naso sempre alto alla ricerca di qualcosa.

Perché alla fine cosa importa da dove vieni? Sei tu a definire te stesso con le tue azioni e le tue scelte. E ai miei occhi poco importava se Foscolo era italiano o greco, neoclassico o romantico: io continuavo a pensare a quello spirito guerrier che gli ruggiva dentro in contrapposizione alla fatal quiete della sera come una delle antitesi più vere della natura umana.

Questo ondeggiare tra il delicato gusto classico e la cupa morte preromantica rendono Foscolo un’anima eternamente scissa, ma portatrice di una salda poetica che ha fatto la storia della letteratura italiana:

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

Foscolo è stato un genio che a scuola si apprezza poco: solitamente il quinto anno c’è la “corsa al Leopardi”.

Ma io ripenso alle Grazie che hanno privato l’uomo della ferinità, ai paesaggi lirici che piangono con Jacopo Ortis, al sole che risplende sulle sciagure umane mentre continuiamo a studiare Ettore a scuola come un grande eroe, portatore di grandi ideali da proteggere: la casa, la famiglia, la terra.

E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il Sole
Risplenderà su le sciagure umane.

Foscolo ci ha scelto: ha scelto la lingua italiana, siamo noi la sua “patria eletta”.

Ci ha tenuti stretti a lui con i suoi versi come ha fatto con i suoi cari, mentre peregrinava tra Italia, Francia, Svizzera e Inghilterra. E di questo non possiamo che ringraziarlo.

“Ma l’alto genio di Libertà che m’infiamma, e che mi rende Uomo, Libero, e Cittadino di patria non in sorte toccata ma eletta, mi dà i diritti dell’Italiano.”

[Ugo Foscolo, Zante, 6 febbraio 1778 – Turnham Green, 10 settembre 1827]

Alessia Pizzi

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