Tik Tok è il social sotto accusa del momento: dopo la morte di una bambina di soli dieci anni per una presunta sfida estrema lanciata sul web, si cerca ancora di fare chiarezza. Nello stesso periodo il Garante per la protezione dei dati personali, in ottemperanza a una normativa europea, ha disposto nei confronti del social il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti per i quali non sia stata accertata con sicurezza l’età anagrafica.
Noi di CulturaMente siamo andati ad intervistare una specialista del settore: Laura Perrini, psicologa e psicoterapeuta, si occupa proprio di bullismo e cyberbullismo.
Dal 2001 la Perrini ha una lunga esperienza con disturbi dovuti alle dipendenze, disturbi d’ansia e attacchi di panico, disturbi ossessivo-compulsivi, disturbi dell’umore, disagio relazionale, problemi di coppia, disagio lavorativo e mobbing, perizie psicologiche su casi di abuso su minori, separazioni, danni psicologici, affido dei minori.
Ha lavorato per circa 10 anni con i detenuti tossicodipendenti prima in carcere e poi in comunità, con minori con grave disagio sociale e il suo interesse attuale è incentrato proprio sui pericoli del web per gli adolescenti.
Dottoressa, cosa pensa di quello che è accaduto alla bimba di Palermo e alla demonizzazione dei social?
Credo che purtroppo l’errore che si sta facendo oggi è quello di criminalizzare Tik Tok mentre bisognerebbe riflettere sull’educazione ai devices che viene data dai genitori e dalla scuola. Oggi i ragazzi e i bambini sono nativi digitali, come è di moda definire la loro familiarità con l’informatica, ma devono essere comunque guidati ed educati.
Come dice la stessa parola e-ducere devono essere condotti a conoscere e a saper prevenire contrastando i pericoli che la rete nasconde.
L’opinione pubblica sta colpevolizzando la presunta assenza dei genitori. Quanto la responsabilità familiare pesa su questa tragica vicenda?
Credo sia inappropriato colpevolizzare i genitori della piccola tacciandoli di mancata vigilanza. Può esserci stata una leggerezza d’insieme ma ritengo che le cose che andrebbero messe in evidenza siano l’importanza sociale che viene data all’apparire e il fatto che per misurare il valore di una persona si utilizza il successo che ha nei social, i like che riesce ad ottenere, le mode che lancia… Un mondo fatto di nulla, di aria, che evapora prima di aver riempito una stanza, dove tutto ciò che davvero conta, in primis l’essere, viene relegato a inutile mentre viene idolatrato l’apparire.
I giovani di oggi non vengono educati alle emozioni, non hanno il controllo degli impulsi perché sono abituati all’immediatezza della risposta: tutto e subito. Per questo non riescono a tollerare le frustrazioni, non comprendono che la loro bellezza sta nella loro testa, nella loro intelligenza, nel loro modo di essere. Nella purezza della loro anima e nella bellezza delle loro ambizioni e sogni.
Cosa direbbe a questa famiglia in un momento così terribile della loro esistenza?
Io li ringrazierei poichè da una disgrazia che ha distrutto la loro vita, oltre che quella della piccola, hanno saputo dare a tutti l’insegnamento che l’amore riesce ad essere forte e a sbocciare anche nel gelo dell’anima donando gli organi della loro figliola che hanno restituito la vita ad altri.
Esiste nel web frequentato dai giovani un modo di “giocare” sano come alternativa a queste aberrazioni?
Per contrastare questo fenomeno è nata in Italia la prima arte marziale digitale: lo Zanshin tech che fonde gli insegnamenti tradizionali delle arti marziali orientali (non violenza, rispetto dell’altro, serena concentrazione, disciplina) con conoscenze tecnologiche tratte dal mondo della cyber security.
Lo Zanshin tech è una tecnica che può essere utilizzata dagli 11 anni in su e insegna a difendersi da fenomeni come cyberbullismo, adescamento ed altre aggressioni digitali. Si tratta di un percorso lungo, svolto in genere un’ora e mezza a settimana in un luogo dotato delle attrezzature necessarie per questa pratica (computer, tavoli, sedie).
Attraverso l’analisi di casi reali e la loro dissezione nelle singole tecniche di attacco utilizzate dall’aggressore, gli allievi imparano a riconoscere i meccanismi interni del cyberbullismo, dell’adescamento e di molte altre aggressioni digitali come le truffe online o il cyberstalking.
La pratica dello Zanshin Tech prevede inoltre molti approfondimenti sulle tecnologie sia hardware (computer, cellulari, tablet, ecc) sia software (programmi da utilizzare per tutelarsi, funzionamento dei singoli social network, ecc) in modo da saper usare le tecnologie prima e meglio di chi può farci del male.
Nei livelli successivi al primo lo Zanshin Tech diventa Peer Education: gli allievi imparano ad insegnare ai più giovani e a collaborare coi maestri più grandi, responsabilizzandosi ed imparando da un lato a prendersi cura dei più piccoli, dall’altro ad insegnare ai grandi le tecnologie che potrebbero non conoscere.
Veramente interessante. Questa tecnica può essere insegnata da professionisti del settore?
Ho studiato come insegnante Zanshin tech e, oltre a svolgere la libera professione occupandomi dal benessere dell’anima e della mente, collaboro nella gestione dei corsi, ad oggi online ovviamente. Questi incontri insegnano questa disciplina per addestrare i giovani e anche i meno giovani a diventare guerrieri digitali, liberando le loro energie in maniera costruttiva.
Quindi la risposta è trovare un linguaggio che possa essere compreso e condiviso dai giovani, avvicinandoci alle loro modalità comunicative?
Sì, cerchiamo di arginare questi fenomeni devastanti che ingombrano la rete e cerchiamo di insegnare, attraverso le loro modalità i valori e le regole. In questo caso le arti marziali insegnano che possiamo trovare la forza in noi stessi e che abbiamo tutti gli strumenti e le capacità per essere, e non solo per apparire.
“Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo”
Titolo originale: Mediterraneo Regia: Gabriele Salvatores Soggetto e sceneggiatura: Enzo Monteleone Cast principale: Diego Abatantuono, Gigio Alberti, Vana Barba, Claudio Bigagli, Claudio Bisio, Antonio Catania, Giuseppe Cederna, Ugo Conti Nazione: Italia Anno: 1991
Il 31 gennaio di 30 anni fa usciva “Mediterraneo”, il film che ha dato al regista Gabriele Salvatores la fama internazionale.
Ciò soprattutto grazie all’Oscar come miglior film in lingua straniera nel 1992. Quell’anno c’era in lizza per la stessa categoria un altro film bellissimo, “Lanterne rosse” di Zhang Yimou. Il pubblico italiano si divise, perché aveva amato molto entrambe le pellicole. Lo stesso Salvatores ha raccontato che il fatto che avesse vinto il suo film, anziché quello di Yimou, lo aiutò a relativizzare il premio e a non perdere la testa.
I riconoscimenti di pubblico e critica erano già stati notevoli in patria, coronati da un David di Donatello come miglior film nel 1991.
Il soggetto scritto da Enzo Montelenone era liberamente ispirato da “Sagapò”, romanzo autobiografico di Renzo Biasion.
Siamo nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale. L’Italia fascista è alleata della Germania nazista e va, tra l’altro, alla conquista della Grecia. Un manipolo di otto improbabili soldati italiani viene spedito in missione su un’isola dell’Egeo di importanza strategica pari a zero. Recentemente abbandonata dai tedeschi, ora dovranno presidiarla gli italiani.
Ad interpretarli troviamo un gruppo di attori da sempre vicini al mondo di Gabriele Salvatores. A comandare il gruppo c’è il tenente Mortini (Claudio Bigagli), un intellettuale amante dell’arte e di Omero. Il suo attendente è il timido Farina (Giuseppe Cederna). Gigio Alberti interpreta l’alpino Eliseo Strazzabosco, accompagnato dalla sua fedele asina Silvana. Per lei nutre un affetto spesso dileggiato dai commilitoni. I fratelli Libero (Memo Dini) e Felice Munaron (Vasco Mirandola) sentono nostalgia della loro montagna. Non sanno nuotare e non sono certo i soldati ideali per una missione su un’isola. Corrado Noventa (Claudio Bisio) ha tentato più volte di disertare, per tornare dalla moglie incinta in Italia. Poi c’è il marconista inetto Colasanti (Ugo Conti), sempre vicino al sergente Nicola Lorusso (Diego Abatantuono).
Una storia generazionale, pacifista, di fuga: questo è Mediterraneo
Appena sbarcati, qualcuno per errore uccide l’asina Silvana. Strazzabosco, preso da un dolore accecante, distrugge la radio, unico strumento di comunicazione con l’esterno. Si fa difficile, ma alla luce del giorno l’isola si dimostra un paradiso, apparentemente disabitato.
Tuttavia, la popolazione non tarda troppo a palesarsi, appena i bambini si accorgono che i soldati italiani non sono pericolosi. I bambini, le donne e i vecchi sono rimasti, gli uomini sono stati, invece, deportati dai tedeschi.
Inizia, quindi, la convivenza pacifica tra occupati e occupanti, che iniziano a sentirsi a casa. Passano i mesi, così velocemente che diventano anni, senza che i soldati italiani se ne accorgano. Vivono ignari che nel frattempo sia intervenuto l’armistizio. Dopo l’8 settembre 1943, anche le alleanze sono cambiate. L’Italia è dalla parte diametralmente opposta a quella in cui stava due anni prima.
“Mediterraneo” è un film pacifista, che esalta il valore dell’amicizia. Ma, soprattutto, è un film che parla della fuga, quella fisica e quella mentale.
Appare chiaro fin dal primo fotogramma, quando compare sullo schermo scuro una frase di Henry Laborit a dare la cifra del film: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Altrettanto significativa è la didascalia che chiude il film: “Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”.
Gabriele Salvatores aveva già dedicato due film all’argomento: “Marrakech Express” (1989) e “Turné” (1990).
Quando nel 1991 uscirà “Mediterraneo” inevitabilmente la triade inizierà ad essere chiamata “la trilogia della fuga”.
Questi tre film compongono anche un’ideale trilogia generazionale, perché idealmente esprimono una riflessione storica sulla generazione del regista: quella che, agli inizi degli anni novanta del ‘900 si è ritrovata orfana di un impegno politico.
Questo smarrimento “politico” è accennato con lievità in “Mediterraneo”. I soldati si interrogano su cosa sia giusto fare quando, con la radio non più funzionante, restano senza ordini sull’isola. Questi uomini, più che combattenti, sono combattuti tra la voglia di tornare a casa e quella di rifugiarsi nella pace dell’isola per sfuggire alla guerra. Nicolo Lorusso vorrebbe tornare in prima linea, raggiungere Rodi. Gli altri vogliono restare nell’isola dell’oblio. Sentono che l’Italia li ha abbandonati, nessuno è andato a cercarli quando sono scomparsi dalle comunicazioni radio.
Anche quando finalmente arrivano gli Inglesi per riportarli in Italia, a guerra quasi finita, c’è chi si chiede se sia giusto restare lì, mentre il mondo sta cambiando e l’Italia va ricostruita, magari come vorrebbero loro.
Salvatores girò i film della trilogia generazione (o della fuga) con attori e collaboratori che erano anche suoi amici. Vi spicca Diego Abatantuono, che potremmo tranquillamente definire il suo attore-feticcio. Dalla magia che si creava sul bellissimo set dell’isola di Kastellorizo, nell’arcipelago del Dodecanneso, è nato un bel gioco di squadra attoriale, come lo ha definito il critico Morandini.
Qualche anno dopo, il regista non resisterà a riprendere l’argomento della fuga con “Puerto Escondido”.
La fuga è soprattutto dalla guerra, per questo “Mediterraneo” è stato considerato un film pacifista.
Ricordo ancora le parole che Gabriele Salvatore pronunciò ritirando il premio Oscar: “Per favore, fate come i soldati di Mediterraneo: fermate le guerre. La vita è migliore”. Perché questo fanno i protagonisti: fermano la guerra, magari inconsapevolmente, nel loro piccolo mondo circoscritto.
Per Morandini “Mediterraneo” è “un’accattivante mistura di buffo e patetico con molti stereotipi e qualche leziosaggine ruffiana”.
In effetti, si ride per questa armata improbabile e impreparata e ci si commuove in alcune scene. I personaggi sono pieni di umanità, per cui è impossibile non provare tenerezza ed empatia. Uomini, soldati, con le loro paure, la loro nostalgia, il desiderio di portare a casa la pelle, la solitudine: insomma le fragilità di chiunque.
“Italia, di giorno ti penso, di notte ti sogno”, scrivono i soldati sul muro della casa diroccata dove si accampano.
Ma questo apologo sull’amicizia virile contiene, in effetti, stereotipi sul comportamento degli italiani che, secondo alcuni critici, hanno contribuito al successo internazionale.
Nondimeno, il film fu tagliato per la distribuzione negli USA. La versione integrale originale, infatti, è di 99′ (quella disponibile ora nel catalogo di Prime Video) e quella americana era di soli 86’. Pare che la scelta sia stata del famigerato Harvey Weinstein, padrone della Miramax: sosteneva che la parte che precedeva la scoperta che il paese era abitato fosse lenta e troppo lunga. Tuttavia, i tagli hanno eliminato proprio le battute più grevi e potenzialmente offensive di Colarusso, tanto da far sospettare che la scelta del nuovo montaggio fosse dettata più dal tipico puritanesimo americano che dall’esigenza di conferire ritmo alla storia.
Si racconta anche che il giovane montatore americano incaricato dei tagli fosse molto a disagio nel dover mettere mano al lavoro di Nino Baragli, che considerava un maestro, visto che aveva collaborato con Fellini, Leone (ad esempio per “C’era una volta in America“) e Pasolini. Tra l’altro, Biragli aveva anche vinto il David di Donatello per il montaggio di “Mediterraneo“.
3 motivi per guardarlo:
per la scena del calcio di rigore con Abatantuono in porta, gli sguardi immobili degli altri in campo e l’aereo che sta atterrando alle sue spalle;
per interrogarvi sullo smarrimento e il desiderio della fuga, vostri o di una generazione passata;
perché ogni tanto fa bene sognare di vivere in un’isola dell’Egeo.
Quando vedere il film:
in questi giorni, per festeggiare il trentennale dall’uscita nelle sale italiane
Stefania Fiducia
Avete già letto la precedente puntata del cineforum?
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La commedia di Menandro è segno di un’epoca nuova, di un modo di fare teatro estremamente originale rispetto al passato. La linea di confine tra il passato e il tempo di Menandro è stata segnata dalle conquiste di Alessandro Magno, la cui morte ha dato origine allo scontro di potenti stati nazionali. Ciò ha portato anche ad uno sconvolgimento politico di cui è segno evidente la decadenza della πόλις, che deve ormai dare spazio ad un mondo molto più cosmopolita.
Ecco a voi, quindi, un riassunto sulla vita di Menandro e la sua poetica teatrale, con riferimento ai nuovi valori emersi in questo contesto storico.
Indice
Nuovi valori
A questo cambiamento sociale e politico ne corrisponde un altro altrettanto importante: quello dei valori. C’è un intenso senso di disorientamento dovuto allo stato continuo di guerra e alla progressiva scomparsa dei valori del periodo classico, associati alla πόλις. Se, dunque, per il periodo classico l’esposizione pubblica del cittadino e la sua partecipazione politica erano fondamentali per l’affermazione sociale, in questo periodo, invece, si dà più spazio all’aspetto privato. Da ciò è facile comprendere come assumano sempre più centralità i temi degli affetti personali e della famiglia.
Si viene a formare quindi un valore nuovo: la ϕιλανϑρωπία, ovvero la consapevolezza che tutti gli uomini, per quanto diversi dal punto di vista sociale e geografico, appartengano tutti ad un’unica specie comune e, in quanto tali, abbiano una pari dignità.
Ma chi è Menandro?
Menandro è un ateniese nato nell’anno 342/1 a.C. Appartiene ad una famiglia ricca e nobile. Frequenta le scuole e gli ambienti dei filosofi: è allievo di Teofrasto e compagno d’efebia di Epicuro. Inoltre, è legato da un’amicizia con Demetrio Falereo, filosofo e uomo politico. Tuttavia, Menandro non appare aver partecipato alla vita pubblica di Atene. Effettivamente, i grandi rivolgimenti politici dell’epoca trovano sporadiche risonanze nella sua opera. Successivamente, invitato dal re Tolomeo Soter a trasferirsi presso la corte di Alessandria, preferisce rimanere nella sua Atene. Qui la morte lo coglie appena cinquantenne, nel 291, mentre nuotava nel Pireo.
Menandro crea un teatro che è, allo stesso tempo, specchio dell’angoscia del suo tempo, ma anche motivo di evasione per il pubblico, costituito dai suoi contemporanei. Accade così che i personaggi di Menandro non vivano la stessa esistenza del suo pubblico, ma quella che quest’ultimo vorrebbe vivere. Per questo motivo il teatro di Menandro è, appunto, definito come un’utopia comica: l’utopia è infatti una critica rivolta verso il presente, che rivela insieme la consapevolezza dell’impossibilità di poter cambiare il presente da cima a fondo.
Il messaggio, lo stile e la fortuna di Menandro – riassunto
Molti hanno notato come Menandro non sia un filosofo in senso stretto: il suo teatro, infatti, più che la volontà di indottrinare il pubblico (si pensi, per esempio, per contrasto, alle tragedie di Seneca), ha come scopo l’intrattenimento. Nonostante ciò, è possibile comunque individuare a grandi linee un messaggio esistenziale: sebbene la difficoltà di vivere dei contemporanei è sintomo di sostanziale pessimismo, nelle opere di Menandro questa visione negativa viene a scontrarsi con un’ottimistica fiducia nella fondamentale bontà della natura umana. Il rimedio per sanare il male della società, e per annullare gli squilibri e le ingiustizie che questa tollera e produce, si trova nella solidarietà tra uomini, nella comprensione della loro comune natura (ϕιλανϑρωπία).
La lingua di Menandro si colloca preferibilmente a un livello medio, lontano dalla possente invettiva verbale che era stata caratteristica di Aristofane e della Commedia Antica. Quello di Menandro è uno stile piano, si direbbe colloquiale; si sforza di riprodurre sulla scena la lingua del pubblico, che è un pubblico cittadino e ben educato.
La fortuna postuma di Menandro è testimoniata dal reimpiego delle sue opere da parte dei comici latini. Il primo è Plauto: riprende l’amore per l’intreccio e i colpi di scena; fa del servo il protagonista incontrastato delle sue trame, l’alter ego di se stesso. Successivamente, anche Terenzio prende Menandro come esempio sia per l’uso di un linguaggio semplice e prosastico, che per l’approfondimento psicologico e la sensibilità umana dei personaggi.
Il bisbetico (Δύσκολος), una delle opere più importanti di Menandro
Se volessimo fare un riassunto della poetica di Menandro, bisognerebbe prendere in considerazione la più famosa delle sue opere, Ilbisbetico. Questa presenta come personaggio principale il misantropo Cnemone, che si ritira in campagna con la figlia. Eppure, l’elegante cittadino Sostrato la chiede in moglie. Il padre, tuttavia, decide di prenderlo a sassate; in questo caso, però, è la Τύχη che interviene, e vuole che Cnemone cada nel pozzo nel tentativo di recuperare gli utensili. In questo frangente viene salvato, e da ciò si convince che non tutti gli uomini siano malvagi. Questo, appunto, è il primo messaggio di Menandro in un’epoca in cui c’è bisogno di aiutarsi reciprocamente.
Uno degli episodi più interessanti di questa commedia è, sicuramente, il monologo di Sostrato, una volta caduto nel pozzo. La disavventura di Cnemone viene soltanto riferita, e non portata in scena, poiché, per consuetudine, le scene più forti non venivano portate di fronte alla vista degli spettatori.
[vv.666-669] «Uomini, per Demetra, per Asclepio, per gli dei, mai nella vita ho visto una persona affogare in modo più opportuno, o quasi».
L’esordio ricorda quello delle Nuvole di Aristofane (vv. 627 e seguenti): gli dei vengono indicati come testimoni ideali di quanto è accaduto. La scelta del rifermento Nuvole non è casuale: Aristofane, infatti, esattamente come Menandro in questo passo, deride la presunzione dei sapienti. Nelle Nuvole ad essere deriso l’atto greco dello σκοπεῖν, ovvero del ricercare (in senso filosofico) delle risposte ultime ed assolute (che in realtà non esistono); forte è dunque l’attacco nei confronti degli intellettuali del tempo, primo fra tutti Socrate, rappresentato ondeggiante su un canestro, che dice:
[vv.229-230] «Certo, io non potevo mai scoprire esattamente i fenomeni celesti, se non avessi sospeso l’intelletto e mescolato il sottile pensiero con l’aere affine. Se, standomene a terra, io avessi contemplato dal basso le cose celesti, non avrei mai trovato nulla: perché la terra, con la sua forza, attira a se stessa l’umore del pensiero. Capita proprio lo stesso anche al crescione».
In questo passo, per esempio, è possibile vedere come Aristofane abbia messo in parodia due scuole di pensiero filosofiche molto importanti: la prima è la dottrina dualistica, tipica dell’orfismo e del pitagorismo, per la quale l’anima diventa sempre più pronta alla conoscenza quando si stacca dalla materia corporea (durante il sonno o la meditazione profonda); la seconda è l’idea di Assagora dell’affinità tra la mente e l’aria, entrambe fatte di materia sottile e volatile.
[vv.247-248] «Su quali dei vuoi giurare? In primo luogo, gli dei sono per noi moneta fuori corso».
Sempre per bocca di Socrate, viene qui parodiato un rito iniziatico: si era infatti diffusa ad Atene la tendenza di certi preti girovaghi di religioni orientali che praticavano questo tipo di cerimonie. Il riferimento specifico è al rito detto θρονισμός, praticato dai Coribanti.
Anche Menandro è un attento osservatore delle tendenze della propria epoca, e nelle sue opere cerca sempre di offrire, direttamente o indirettamente, messaggi. Il monologo di Cnemone, successivo al racconto di Sostrato, segna la sua apertura all’esistenza, accettando anche che i rappresentanti della generazione più giovane (la figlia, Sostrato e Gorgia) possano accedere alla felicità che egli stesso si è negato. Inoltre, è proprio in questo punto che viene messo in ridicolo il concetto dell’autosufficienza, tipico della dottrina filosofica dei cinici:
[vv.713-176] «Nessuno mi farà cambiare idea, e su questo mi darete ragione anche voi. L’unico errore è forse stato quello di credermi il solo autosufficiente, di non avere bisogno di nessuno. Ora che ho visto da vicino la morte, rapida, imprevedibile, ho capito che sbagliavo».
Si può vedere, quindi, come la commedia, sia in Aristofane, ma anche in Menandro, sia molto attenta alle questioni di forte attualità: l’estremismo filosofico di alcune correnti, la paideia sofistica, la guerra, la demagogia… Questo aspetto è uno dei valori primari della commedia che Menandro non può non portarsi dietro dall’eredità di Aristofane.
La sessualità e la donna
E’ interessante notare il modo in cui viene prensentato l’innamorato (come la figura di Carisio ne L’Arbitrato): un individuo insicuro, titubante, per il quale l’amore si manifesta come maliconico e sottile tormento. La donna, inoltre, presenta anche lei un’estrema delicatezza, ai limiti del puritanesimo, nell’esprimere i suoi sentimenti. Non c’è sicuramente il lessico basso o un modo sfacciato e disinibito di rappresentare le tematiche sessuali che si può trovare in alcuni passaggi della commedia di Aristofane:
Acarnesi [v.107] Diceopoli: «Che dice? Che i Greci possono aprire il culo, se aspettano l’oro dei barbari.»
Nuvole [1082-1084] Discorso Giusto: «E se poi, per averti dato retta, gl’infilano un ravanello nel di dietro e lo depilano con la lisciva calda? Con quale argomento proverà che non è un culo aperto?»
Donne e uomini non sono più così tanto diversi (sempre secondo il principio della ϕιλανϑρωπία, di cui si è già parlato). Ad influenzare il pensiero menandreo secondo cui donne e uomini, in fondo, non è che siano poi così tanto diversi, è sicuramente il modello tragico di Euripide. Un esempio può essere visto nell’operaAlcesti, in cui l’omonima protagonista con coraggio si offre di morire al posto del marito egoista Admeto, dimostrando come il valore del coraggio non debba corrispondere ad un genere specifico. Admeto è un personaggio mediocre, un personaggio comune e non il nobile principe di cui parla spesso il mito. Questa sua mediocrità si vede ancora di più nel dialogo con il padre Ferete:
[vv.698-703] Ferete: «E proprio tu, infame, mi parli di viltà, tu che ti sei mostrato inferiore ad una donna! Lei è morta per te, per quel bel giovane che sei! Hai trovato un modo davvero intelligente per non morire mai: basta che di volta in volta tu convinca la moglie del momento a sacrificarsi per te. E poi copri di insulti i tuoi cari, perché non sono disposti a morire per te, mentre tu stesso ti comporti da vile? Taci e ricordati che tutti amano la vita quanto la ami tu!»
Le parole di Ferete sono ferocemente sarcastiche, però mettono ben in evidenza la caduta di valori epici come l’idea del sacrificio e la “bella morte”, dando spazio ad un nuovo personaggio femminile che dimostra più ἀνδρεία degli uomini di cui è circondata.
Sicuramente, nel teatro di Menandro, una figura, paragonabile ad Alcesti per il grande coraggio e il forte senso di lealtà, può essere individuata in Abrotono. Questo personaggio, appartenente alla commedia L’arbitrato, è un’etera, e questo le ha dato modo di acquisire la capacità di stare al mondo e destreggiarsi nelle più svariate situazioni. Tuttavia, la sua professione non le ha fatto perdere il senso di giustizia e l’onestà.
[vv.324-333] Abrotono: «Non posso, prima di sapere con certezza chi è il responsabile. Non vorrei dare senza necessità indizi alle donne; chissà se l’anello non l’ha preso un altro che magari l’aveva avuto in pegno, da lui. Può darsi che l’abbia giocato ai dadi, o messo in palio e perduto una scommessa. Nei banchetti fatti come questi ne capitano a migliaia. Prima di sapere chi è stato non voglio cercarla, né dire niente.»
In questo passaggio dell’Atto III, della commedia si parla di un anello che fa parte del corredo del piccolo bambino abbandonato. Si vuole, dunque, capire e mettere in giro la voce di chi sia il padre di questo infante. Di fronte a questo mistero, c’è chi, come il servo Onesimo, con meschinità ed egoismo, pensa a mettere in giro notizie non ancora certe, guidato soltanto dal proprio interesse personale, e chi, invece, come Abrotono, cerca invece di mantenere una condotta equilibrata e razionale.
Una cerimonia è un momento corale: la scelta dell’abito sottintende una scelta precisa. Mi importa tanto o poco? Adotto uno stile di rottura o conforme al bon ton? L’abito è sempre un mezzo di espressione: soprattutto quando non possiamo parlare, è lui che parla per noi.
Attori, First lady, politici e star sono personaggi pubblici a cui viene perdonato tutto, tranne gli scivoloni di stile e le scelte sbagliate in fatto di look. Vengono fotografati e trasmessi in mondovisione, l’outfit è quindi qualcosa che arriva prima del contenuto, il loro aspetto esteriore è uno statement delle loro idee sociali, politiche, artistiche.
La cerimonia per l’insediamento di Biden
Il 20 gennaio si è svolto l’Inauguration Day, il Campidoglio degli Stati Uniti d’America si è trasformato in un set a cielo aperto, in occasione del giuramento del 46esimo presidente Joe Biden e della vice presidente Kamala Harris. E’ impossibile non vedere come questa cerimonia sia stata declinata al femminile: dopo anni di dichiarazioni sessiste e violente contro le donne dell’era Trump, si torna ad un’immagine dell’America più civile e inclusiva.
Inoltre, è stata una cerimonia piena di ‘prime volte’ memorabili nella storia degli Stati Uniti. Kamala Harris è la prima donna vicepresidente nella storia degli USA, la giudice Sonia Sotomayor davanti alla quale la Harris ha giurato, è stata la prima donna di origine ispanica ad entrare a far parte della Corte Suprema. Infine, è stato istituito per il marito della Harris il ruolo del Second Gentleman, che sul suo profilo Twitter dichiara: “Ricorderò per sempre tutte le generazioni di donne che hanno servito in questo ruolo prima di me, spesso senza particolare riconoscimento o lode”.
Tante volte è stato rimproverato a Melania Trump di scegliere stilisti europei (per esempio i suoi amati Dolce&Gabbana), perché in frangenti ufficiali dare visibilità ai connazionali è una scelta patriottica e anche economica.
Joe e Jill Biden, la coppia presidenziale, hanno scelto rispettivamente un marchio storico americano come Ralph Lauren e la giovane stilista Alexandra O’Neil, che solo 2 anni fa ha fondato Markarian. Come dire: dai giganti agli emergenti, in America c’è spazio per tutti.
Kamala Harris ha optato per un total look viola: qualcuno ci ha visto un significato d’unione perché si trova a metà tra il rosso e il blu, i colori rispettivamente del partito repubblicano e quello democratico. Per altri è un omaggio a Shirley Chimson, la prima donna nera mai eletta in Congresso e la prima a candidarsi alla presidenza nella storia degli Stati Uniti. Il colore che indossava più spesso era proprio il viola.
Lo stilista è Christopher John Rogers, enfant prodige della moda americana: giovanissimo afroamericano, vincitore nel 2019 del prestigioso Cfda/Vogue Fashion Fund Award e selezionato per il Vanguard Program di Net-a-Porter, è stato nominato per il Forbes 30 Under 30 Award. Disegna e crea abiti per tutti, dal taglio universale e genderless, una delle sue frasi celebri è: “Non siamo obbligati a fare le cose come il sistema ci dice di farle”.
Michelle Obama, per me la più bella (dopo Lady Gaga, ma ve ne parlo dopo), ha indossato un completo di Sergio Hudson: cappotto, pullover, pantaloni a vita alta, cinta gioiello tutto in un invernalissimo tono berry.
Lo show in streaming “Celebrating America”
La grande soirée, che il mondo ha potuto vedere in streaming, ha sostituito il tradizionale ballo inaugurale, regalando uno show mozzafiato. Jill Biden, per la serata, sceglie un abito di Gabriela Hearts, nuova direttrice creativa di Chloé,impegnata nella moda sostenibile. L’abito è bianco, così come il cappotto, e decorato con piccoli fiori colorati e ricamati a mano, che rappresentano tutti i fiori degli stati degli Usa, dei territori e del distretto di Columbia.
Questo dettaglio non vi ricorda niente? Allora ve lo dico io: l’abito da sposa di Kate Middleton, creato da Sarah Burton, aveva rose, cardi e trifogli, rispettivamente simboli di Inghilterra, Scozia e Irlanda, le tre nazioni parte del Regno Unito, ricamati sulla stoffa.
Tornando allo show, è stato veramente un trionfo dell’American spirit. Per Biden, fin dalla campagna elettorale, si sono schierati moltissimi protagonisti della scena musicale ed artistica americana, come Bruce Springsteen, Katy Perry, JLo e Lady Gaga che ha cantato l inno americano.
Jlo è l’unica che ha toppato alla grande il look, e sinceramente non me l’aspettavo (io la trovo divina). Un total look bianco ottico di Chanel che l’ha ingolfata e un colorito che ricordava vagamente quello di Trump. Katy Perry, vestita da Thom Browne, sembrava una papessa, avvolta in una cappa bianca con dettagli rosso e blu.
Lady Gaga in Schiaparelli Haute Couture
Al numero uno del podio io metto senza dubbio Lady Gaga, incredibilmente (ma non me ne stupisco) perfetta nel suo abito Schiaparelli Haute Couture. Anche la scelta di questa maison lancia un messaggio: Elsa Schiaparelli è stata la stilista più famosa a cavallo delle due guerre mondiali, insieme alla rivale Coco Chanel. Coco la chiamava con disprezzo “L’italienne“, le loro cifre stilistiche erano infatti agli antipodi. Tanto sobria ed elegante era la donna Chanel, tanto teatrale e creativa era la donna disegnata da Schiaparelli. La stilista, proveniente da una famiglia di famosi intellettuali e scienziati, si dedicò allo studio della filosofia e della poesia, si sposò e divorziò rimanendo sola con una figlia, divenne amica degli artisti dell’avanguardia dadaista: Picabia, Man Ray e Marcel Duchamp, con i quali collaborò per i costumi di film e spettacoli teatrali. Approdò alla carriera di stilista sotto la guida di Poiret, sbaragliando tutto ciò che fino a quel momento si era visto nella moda. Se nel 2021 possiamo indossare un colore chiamato rosa shocking, lo dobbiamo a lei, che creò il ‘rosa Schiaparelli’.
La scelta di Lady Gaga è quindi un’ulteriore dichiarazione e omaggio a una donna straordinaria, la cui eredità viene portata avanti da Daniel Roseberry. E a chi ha criticato l’abito di Gaga, lascio che a rispondere sia Schiaparelli:”In tempi difficili, la moda è sempre scandalosa”.
Possiamo dire tutto, ma non che Sanremo non offra una polemica diversa ogni anno. Dopo l’annata 2019-20 dedicata al presunto sessismo di Amadeus, il Festival della Canzone Italiana, sempre capeggiato dallo stesso conduttore, torna con una nuova richiesta:
Nell’anno della Pandemia, noi vogliamo il pubblico al Teatro Ariston!
E qui scatta subito la crisi, visto che da mesi i DPCM tengono i teatri italiani chiusi: il Festival di Sanremo è uno spettacolo dal vivo e la location che lo ospita è un teatro, pure se va in televisione. Pochi giorni fa, quindi, pubblicavo nella mia newsletter un articolo dedicato alla petizione lanciata da Claudio Bellumore,giovane direttore di coro e musicista, su Change.org – e arrivata già a 30mila firme. Un inno all’equità, insomma, proprio per i teatri.
Ma il problema riguarda davvero solo i teatri?
A seguito di questa pubblicazione sono rimasta molto colpita dal dibattito di alcune redattrici di CulturaMente che hanno tirato fuori dei punti di interesse molto forti.
Il teatro Ariston è da considerare un teatro o uno studio televisivo? Valeria mi fa notare che C’è Posta per te ha il pubblico e che Sanremo, in quanto show televisivo non dovrebbe fare differenza.
Interviene quindi Stefania (l’avvocato non fa mai male in queste discussioni): in effetti i DPCM autorizzano il pubblico nei programmi TV. Secondo una delle FAQ del sito del Governo, infatti:
“Le trasmissioni televisive, in diretta o registrate, possono svolgersi in presenza di pubblico (comparse, figuranti, ospiti)?
Sì, in quanto alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli, perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento “coreografico” o comunque strettamente funzionale alla trasmissione. Deve essere comunque sempre garantito il rispetto delle prescrizioni sanitarie, nonché quelle in materia di distanziamento interpersonale sia fra il pubblico o gli ospiti, sia fra il personale artistico e il pubblico o gli ospiti medesimi. Qualora, per ragioni di produzione, non fosse possibile garantire continuativamente la distanza interpersonale di almeno un metro tra il pubblico e il personale artistico, sarebbe in ogni caso obbligatorio indossare la mascherina. Per quanto concerne le modalità lavorative del personale artistico, si rinvia ai relativi protocolli professionali e alle relative interpretazioni dei ministeri di settore”.
In sostanza, nei programmi Mediaset la rete paga il pubblico (figuranti) e magari gli fanno fare dei tamponi prima di ammetterli e/o gli controlleranno la temperatura. E lo stesso, infatti, chiedeva in pompa magna Amadeus, come riporta un articolo del Corriere.it. La Rai cercherebbe infatti conviventi (per farli stare seduti vicini) che si facciano il tampone e siano i figuranti del Festival.
Il pubblico è una scelta, non un’imposizione
Come specifica Stefania, molte trasmissioni su altre reti hanno scelto di non avere comunque il pubblico: la norma consente di fare qualcosa, non lo impone. E sono d’accordo con lei sul fatto che Sanremo poteva davvero risparmiarsi questo assembramento. Già, perché di questo si tratta: il virus non fa sconti a nessuno. Bisognerebbe evitare assembramenti laddove non sia strettamente necessario. I DPCM riconoscono la funzione “coreografica” e “scenografica” del pubblico, dice Stefania. Sarebbe brutto da vedere – ma giusto – avere un pubblico distanziato e con mascherina. In effetti il tampone effettuato vale fino ad un certo punto: quando lo fai, un’ora prima di entrare nello studio? Ne dubitiamo.
Perché l’Ariston sì e gli altri Teatri no?
Abbiamo osservato molti teatri, come il San Carlo di Napoli, prodigarsi con gli spettacoli in streaming, senza pubblico. Per questo viene naturale chiedersi – a caldo – perché all’Ariston che ospita Sanremo siano concesse altre libertà.
Nessuno obbliga la RAI a mandare in onda il Festival con il pubblico. Si tratta di fare scelte responsabili e magari evitare di coinvolgere il pubblico (che pure se figurante è sempre essere umano e quindi contagiabile!).
Giuria e Giornalisti
Ambra si chiedeva che fine faranno giuria e giornalisti: l’idea poteva essere quella di mettere loro sparsi in platea (se non in diretta streaming, tanto meglio se le regole lo consentono) al posto dei figuranti.
Chiosa Valeria:
Il pubblico lo devi togliere per evitare assembramenti anche negli studi tv. Punto. E se non lo togli nello studio tv allora non lo togli neanche a Sanremo perché, pur essendo un teatro, deve essere considerato alla stregua di uno studio televisivo per quei cinque giorni.
Quindi, non è che ci vogliamo accanire contro l’Ariston perché è un teatro che ospita un pubblico. Ci arrabbiamo perché vanno fatte scelte sicure A PRESCINDERE.
Alessia Pizzi (riassume il pensiero di Valeria de Bari, Stefania Fiducia, Ambra Martino)
Rocketman, il biopic su Elton John, ora disponibile su Netflix, è in realtà un musical sulla vita della star internazionale raccontata dal punto di vista del cantante stesso.
Sono un alcolista e un consumatore di cocaina
Così inizia Rocketman: un uomo sgargiante, vestito con un costume glam, durante una seduta in una clinica di disintossicazione, ammette di avere un problema con alcol, droga, psicofarmaci, sesso e shopping compulsivo. Il filmparte da qui, dal punto più difficile della carriera di Elton John. Il cantante, che ha capito di aver toccato il fondo, si siede e inizia il racconto della sua vita, delle sue emozioni e dei suoi sentimenti.
Parte così una narrazione dalla classica struttura che prevede tre step: ascesa, caduta, rinascita del protagonista principale.
Grazie ai flashback sull’infanzia lo spettatore è proiettato a casa di Reginald Kenneth Dwight, un bambino dal prodigioso talento musicale, che soffre per il complicato rapporto con i suoi genitori.
Sentivo la canzone già in testa. Era lì. Vedevo tutte le note. È bastato tirarla fuori.
Reggie, con l’aiuto di sua nonna, si iscrive alla Royal Academy of Music.
Nonna: Questa è la tua vita. Vinci questa sciocca timidezza. Reginald: Nonna, dico che non ce la faccio… Nonna: All’inizio tutti hanno paura, tu fingi di essere convinto. La vita dà poche occasioni, Reggie, e questa è la tua. Fa vedere che vali più di loro, che sei il migliore. Lo sai fare, vero? Reginald: Sì, immagino.
Diventato ragazzo inizia con delle performance in piccoli club; poi incontrerà Bernie Taupin, amico fraterno e autore dei testi delle sue canzoni.
Devi uccidere la persona che ti volevano far essere, se vuoi diventare chi vuoi essere davvero
Elton raggiunge il successo con Your Song, farà una tournée negli Stati Uniti e incontrerà John Reid, colui che sarà prima il suo amante e poi un manager senza scrupoli. Diventa una star a livello internazionale, ma più la sua fama aumenta più il cantante cade nel baratro della dipendenza e della depressione, tanto da arrivare a tentare il suicidio.
Il fulcro di Rocketman è il dualismo tra Reginald Dwight ed Elton John, tra una vita privata fatta di fragilità e frustrazione e un’icona del rock e del pop che raggiunge uno straordinario successo a livello mondiale.
Lo scontro tra pubblico e privato prende forma nell’alternarsi di costumi fatti con lustrini, maschere, strass, stelle, paillettes, occhiali a cuore e abiti più discreti o accappatoi; nella musica dal vivo e nelle performance intime tenute tra le mura domestiche; nell’ottima interpretazione attoriale e musicale di Taaron Egerton.
Tutto questo è Rocketman, il film dove si balla Saturday Night’s Alright for Fighting in mezzo alla strada e si vola letteralmente cantando Crocodile Rock.
Va da sé che una parte fondamentale di Rocketman è rappresentata dalla colonna sonora – il film ha vinto l’Oscar per la miglior canzone – ed è per questo che su Spotify troverete la vostra dose di Elton John, in forma di playlist.
Valeria de Bari
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Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
La memoria è qualcosa di prezioso e gravoso al tempo stesso.
Ricordare è importante perché crea una base di esperienza da cui prendere le mosse per orientare le decisioni future. È istruttivo perché ci aiuta a capire chi siamo. È consolatorio perché richiamare alla mente momenti emozionanti del passato può essere molto utile alle volte. Ma non è semplice ricordare soprattutto in determinati ambiti.
Ogni anno il 27 gennaio, giornata dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto, ci viene riproposta una riflessione sulla memoria e sulla sua importanza a livello storico, sociale e culturale. E mentre il dibattito continua a muoversi tra chi sostiene che andrebbero ricordati tanti altri genocidi, chi si è stancato di parlare di questo perché è “roba vecchia”, chi continua a cercare un modo nuovo per parlarne, chi dice che bisogna ricordare tutti i giorni, forse stiamo perdendo di vista il valore e il senso della memoria che siamo chiamati a fare.
La cosa più terribile che potrebbe capitare è che la Giornata della Memoria diventi un esercizio di stile: un momento per sfoggiare della retorica, magari corretta, ma di cui non si capisce il senso più profondo. Che si faccia memoria perché ci viene imposto dall’alto. E non è semplice immergersi in quei ricordi lì. Quel capitolo della storia è una vergogna per il genere umano, anche se non ce ne sentiamo direttamente responsabili. Eppure, in qualche modo, lo siamo come specie ed è bene rendersene conto, soprattutto per il futuro.
Se alcune cose (anche atroci) succedono, ci sono delle spiegazioni.
Sono molteplici e complesse, ma di certo la Shoah non può essere spiegata solo appellandosi al razzismo e alla follia di un uomo. Sì, c’è stato quello, ma c’è stato anche un contesto tragico e difficile come quello del Primo Dopoguerra e della crisi economica del ’29 a pesare sull’andamento della storia. E la mancanza di empatia è un meccanismo di difesa potentissimo quando si vive una situazione fisica ed emotiva difficile. Da una prospettiva lontana, ci sembra ingiustificabile, ma succede. È successo e continua a verificarsi anche ora. È in questi momenti che bisognerebbe cercare di aggrapparsi agli ideali di fratellanza e sorellanza invece che agli egoismi individuali. E questo lo possiamo fare solo se ricordiamo, solo se continuiamo a sentire il peso della memoria e l’importanza di compiere la scelta idealmente e socialmente più giusta.
Tutta questa riflessione che faccio è nata a seguito della visione dello spettacolo teatrale Ausmerzen di Marco Paolini.
Andato in onda per la prima volta su La7 il 27 gennaio 2011, questo testo ha fatto così tanto parlare di sé che l’attore ha deciso di pubblicare un libro, edito da Einaudi, l’anno dopo per approfondire alcuni temi trattati durante lo spettacolo e dare ancora più spazio all’evento storico raccontato.
La parola del titolo, ausmertzen, viene dal mondo della pastorizia e indica la pratica di sopprimere gli animali del gregge più deboli che secondo i contadini non riuscirebbero a compiere la transumanza. E se questo può avvenire nel mondo animale, perché non adattarlo per gli esseri umani? È accaduto. Nella Germania nazista ci furono persone soppresse perché considerate più deboli e non stiamo parlando solo degli ebrei. In questo racconto teatrale, Paolini non si è soffermato su quanto accaduto nei campi di concentramento, ma su quanto li ha preceduti: Aktion T4.
Questo è il nome del programma nazista che dal 1933 al 1946 autorizzò prima la sterilizzazione e poi l’eutanasia di persona affette da disabilità fisiche o intellettive. Il tutto per preservare la sanità e l’integrità del buon sangue tedesco e la razza ariana. La sigla “T4” fa riferimento a un indirizzo di Berlino (in pieno centro), Tiergartenstrasse n.4, dove dal 1939 si riunirono una commissione di medici e di psichiatri con l’incarico di censire le “vite indegne di essere vissute” e di ordinare il loro trasferimento in alcuni manicomi presenti sul territorio tedesco. Questi ordini riguardarono sia bambini nati con malformazioni fisiche o con disabilità mentali, sia adulti affetti da qualche patologia psichiatrica, fisica o disabilità intellettiva. All’interno delle strutture, i più forti venivano usati come cavie per sperimentare cure. Sui più deboli, invece, si sperimentava l’uso del gas per uccidere degli esseri umani e dei forni crematori per cancellare le tracce dei corpi.
Aktion T4 è stata la prova generale dei campi di concentramento.
Una prova passata sotto silenzio e contro cui furono mosse delle critiche da parte della popolazione tedesca quando iniziò a sospettare qualcosa. Il programma fu ufficialmente interrotto nel 1941 anche se poi si continuò a praticare l’eutanasia sui malati fino al 1945. Furono soprattutto le famiglie delle vittime a farsi sentire. Molte di esse avevano firmato il consenso all’internamento perché gli era stato fatto credere che i figli avrebbero ricevuto un “trattamento” di guarigione. Sapevano che si sarebbe trattato di una procedura pericolosa, ma erano pur sempre genitori che volevano continuare a sperare.
Le famiglie protestarono, ma in generale non si può dire che le persone con disabilità fossero ben viste nella Germania nazista. Paolini ne indica la motivazione: sono bocche a carico dello stato. Bisogna considerare che parliamo di un paese che uscito economicamente distrutto dopo la Prima Guerra Mondiale e che soffre l’inflazione sollevata dal crollo di Wall Street molto di più dei suoi vicini europei. Dover sfamare delle persone che non contribuiscono alla cresciuta produttiva del paese inizia a essere un peso per la popolazione tedesca. E Hitler con il suo entourage sa come accrescere lo scontento. Si parte dall’educazione scolastica: i problemi che i bambini del Terzo Reich devono risolvere sono di questo tenore:
“Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50. In molti casi in un impiegato statale guadagna 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia. Un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo, in Germania gli epilettici, i pazzi, gli schizofrenici sono 300 mila. Calcoliamo quanto costano questi a un costo medio di 4 marchi. Quanti prestiti di 100 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all’anno con quella somma?”
Dallo spettacolo “Ausmertzen”.
Il racconto di Aktion T4 dura due ore.
La narrazione procede in maniera chiara tra spiegazioni generali, testimonianze dirette, lettura di documenti reali, riflessioni e ricerca di un motivo che possa giustificare un’idea così forte come quella dell’eugenetica. Paolini, secondo lo stile del teatro di narrazione al quale ormai ci ha abituato, conduce gli spettatori all’interno di questa follia razionalizzata mantenendosi sempre su toni misurati ma partecipi. Nella sua interpretazione è chiaro il peso e il bisogno della memoria. Più volte si percepisce la partecipazione dell’attore a quanto sta dicendo (come quando racconta del giovane Ernst Lossa) eppure la sua ricerca storica e soprattutto umana ha uno stampo fortemente oggettivo. Si cerca di capire il perché e le ragioni che lui trova hanno tutte radici nella natura dell’essere umano. Ecco perché diventa fondamentale conoscere e provare a imparare.
Lo spettacolo è andato in onda dall’ex ospedale psichiatra Paolo Pini a Milano. La telecamera si muove in più spazi, anche più lontani rispetto a dove è seduto il pubblico in sala. In un lato della sala, alle pareti sono appesi decine e decine di cappotti. Nel luogo in cui avviene la parte centrale della performance, ci sono le pareti bianche tipiche del manicomio con sopra delle scritte. La cinematografia ci ha abituato a vedere pareti simili piene di scarabocchi deliranti. Nella scenografia dello spettacolo di Paolini le scritte alle pareti ripropongono i numeri della strage, il nome dell’operazione, i cognomi dei nazisti che hanno dato vita a Aktion T4, i luoghi dove venivano rinchiuse le persone, i nomi delle vittime. Sono le annotazioni di una situazione delirante e difficile da credere possibile.
Contribuiscono a dare realismo al racconto i filmati e le fotografie originali dell’epoca e la presenza femminile che partecipa leggendo alcune testimonianze in tedesco. Quello di Paolini non è solo uno spettacolo teatrale adattato per la televisione, ma è anche una pagina di storia che tenta di ricostruire la vicenda nella maniera più esatta possibile.
Paolini riflette molto sul concetto di idea e su quello che succede quando esse “mettono le gambe”.
Le idee possono essere pericolose se partono da concetti potenzialmente discriminanti. Ma una deriva negativa delle idee si può combattere solo attraverso valori opposti e altrettanto forti (se non di più). E questo si può ottenere solo se si esercita la memoria. Quella responsabile. Esercitatela per bene.
Se volete vedere lo spettacolo di Paolini, qui lo trovate in versione integrate.
L’Olocausto è, probabilmente, il capitolo più oscuro della nostra Storia: non necessita di spiegazioni.
L’Arte si è espressa molto in materia: quella cinematografica non è da meno. Molte pellicole, infatti, hanno insegnato agli uomini, o comunque aiutato a capire, l’atrocità di questo nero periodo. Come le pagine di un libro, le immagini su pellicola infatti ci permettono di non dimenticare.
Molti, lo sappiamo, sono tratti da libri o biografie; e hanno ricevuto importanti premi. Pensiamo a Schindler’s List, che ha dato 2 dei suoi 3 Oscar di Steven Spielberg; La scelta di Sophie a Meryl Streep; Il pianista a Roman Polànski ed Adrien Brody; Il figlio di Saul a Làzlo Nemes.
Quali sono stati però i film originali che il Cinema ci ha donato? Quali le opere unicamente cinematografiche?
Conspiracy – Soluzione finale
Film televisivo del 2001, poco conosciuto, merita di essere inserito al primo posto perché ci racconta come tutto ebbe inizio, nel 1942, quando alla Conferenza di Wannsee, i vertici del Partito Nazista decisero tecnicamente ciò che venne definito atrocemente come “la soluzione finale”. Cast d’eccezione: Kenneth Branagh nei panni di Heydrich; Stanley Tucci nel ruolo di Eichmann e Colin Firth in quelli di Stuckart.
L’ultima tappa
Film del 1948, è considerato unico nel suo genere, poiché non solo fu uno dei primi a parlare del delicato tema dell’Olocausto, ma fu il primo ad essere ambientato ad Auschwitz.
La grande poesia e tragedia di questo film fu che sia la regista che la sceneggiatrice furono prigioniere del lager, donando alle immagini e alla storia una crudezza che, fino ad allora, non fu neanche immaginabile. Per rendere tutto ancora più credibile, si unirono al progetto altri sopravvissuti.
Kapò
Diretto da Gillo Pontecorvo nel 1959, ci mostra la crudezza dell’istinto umano di fronte all’incapacità di comprendere il suo destino. Segue la linea di quella che qualche anno dopo Hannah Arendt chiamerà la “banalità del male”, ma che qui viene quasi giustificato dallo spirito di sopravvivenza di un’adolescente che si ritrova in un campo di sterminio, per poi tornare ad essere veramente se stessa. Presenti attori del calibro di Laurent Terzieff, Emmanuelle Riva (in uno dei suoi ruoli più intensi) e Susan Strasberg in veste di protagonista.
La vita è bella
Vincitore di svariati premi internazionali, tra cui il Grand Prix di Cannes e tre Premi Oscar, è forse il più celebre tra i film italiani che affronta questo tema. Dalla colonna sonora indimenticabile firmata da Nicola Piovani, la pellicola di Roberto Benigni ci racconta l’atroce dramma della Shoah, attraverso la storia di un padre che tramite l’arma del sorriso riesce a non far capire al bambino ciò che sta succedendo, senza fargli perdere la speranza e il sorriso.
Vento di primavera
Un frammento della storia francese, che per anni è stata dimenticata. Il film racconta della celebre “Retata del Vel’ d’Hiv” di Parigi, nota anche come la “Retata del Velodromo d’Inverno”, quando 15 mila ebrei vennero arrestati dalla stessa polizia francese, deportati in un campo di prigionia nella Loira, per poi essere condotti ad un campo di concentramento. La grandezza e il coraggio di questo film è l’autodenuncia da parte del cinema francese per le persecuzioni razziali: atto che, per lungo tempo, è stato taciuto e negato da parte dei vari governi francesi.
L’ultimo treno
Amicizia, accettazione, forza, coraggio e consapevolezza: queste le parole che riassumono la triste vicenda della pellicola del 2001, che vede l’Olocausto polacco con gli occhi degli adolescenti. Ambientato a pochi km da Auschwitz, il film racconta la crudezza di un momento storico, anche parlando degli approfittatori, gli sciacalli e senza scrupoli, senza dimenticare i tedeschi del Terzo Reich, razzisti, violenti e felici nel vedere la sofferenza.
Pasqualino Settebellezze
Diretto da Lina Wertmuller nel 1975, racconta la storia di un guappo, interpretato dall’immenso Giancarlo Giannini, che negli anni ’40, “tira a campare” tra i vicoli di Napoli, tra ragioni d’onore, nel manicomio di Aversa e in un campo di concentramento. Sarà proprio qui che la voglia di sopravvivere lo porterà ad umiliarsi, anche a costo della vita altrui. Gloria e vanto del Cinema Italiano, fu candidato a 5 premi Oscar, senza vincerne nessuno: la Wertmuller però divenne la prima donna nella storia del Cinema ad essere candidata per l’Oscar alla Regia.
L’oro di Roma
Firmata da Carlo Lizzani nel 1961, la pellicola ci racconta una storia d’amore avvenuta in prossimità del 16 ottobre 1943, quando nella città di Roma avvenne il rastrellamento del ghetto da parte dei nazisti, che avevano invaso la Città Eterna dopo l’armistizio. Oltre ad avere nel cast personalità come Ugo D’Alessio, Paola Borboni, Anna Maria Ferrero e Jean Sorel; il film denuncia l’avarizia dei nazisti che imposero, attraverso un ricatto con scadenza di due giorni, la scelta agli ebrei romani tra 200 capifamiglia da consegnare in ostaggio o un pagamento di 50 kg d’oro.
Train de vie
Film drammatico francese, narra di una comunità di ebrei dell’Est Europa che prova a scappare nel 1941, inventandosi un treno, dove la stessa comunità si finge carceriera e prigioniera, con vagoni di finti ufficiali nazisti e finti deportati. E se la cosa prendesse il sopravvento? Dolce e con qualche scena ilare, possiede una drammaticità tenera e profonda, come l’ingenuità…dello scemo del villaggio.
Music box
Tragedia del 1989, firmata da Costa-Gravas, ci racconta della presa di coscienza del dopo. Non è vista da parte di una famiglia ebrea deportata. È la storia di un’avvocatessa americana (Jessica Lange) di origine ungherese, il cui padre viene accusato di essere un criminale di guerra nazista. Basata su processi, indagini e testimonianze, la pellicola mostra il turbamento e lo sconcerto da parte di qualcuno nell’apprendere una cosa come questa: come comportarsi? Omertà per il genitore o andare fino in fondo? La domanda peggiore da porsi però è: e se fosse vero?
Questa è solo una parte di quei film che devono essere visti affinché, parafrasando una frase di Francesco Guccini in una sua canzone sull’Olocausto, il vento finalmente possa posarsi e non rialzarsi, né oggi né domani, ma mai più.
Francesco Fario
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Sempre e solo due parole penserà l’autrice di questo articolo all’indomani di un ballo ben riuscito: stupore e delizia. Ebbene, gentili lettori, l’intrigante resoconto della soirée tenutasi ieri a Vauxhall, è in egual misura scandaloso e delizioso. Emerge come araba fenice dell’irrilevanza la signorina Daphne Bridgerton. L’illustre debuttante è stata vista ballare non una ma ben due volte con il più ricercato e inafferrabile libertino della stagione: il duca di Hastings. 1×02
Carissimi e appassionati lettori, sembrerebbe che quel “sentire” accompagnato da una forte estetica, di cui vi ho parlato nel precedente articolo, abbia trovato in voi più di un riscontro. Vi osservo, percepisco il vostro respiro farsi più corto. I vostri pensieri non hanno segreti così come i desideri. Non siamo poi così diversi da Daphne e dal duca, o sbaglio?
Se davvero mi corteggiaste razziereste ogni fioraio della città Se davvero vi corteggiassi non avrei bisogno di fiori, mi basterebbe cinque minuti da solo con voi in un salotto. 1×02
Quante volte la signorina Bridgerton avrà bramato Simon immaginando quel tocco a fior di pelle posarsi lungo la sua schiena. E quante volte il duca si sarà perso tra il ricordo inebriante del profumo della pelle di Daphne e il desiderio di averla.
intendo che magari ci sono altre cose fisiche o magari intangibili che magari tengono le coppie unite. 1×03
Ebbene, pare che il diamante della stagione e quello che un tempo era definito un libertino senza possibilità di redenzione abbiano, invece, realizzato i lori desideri più profondi. Sembrerebbe che la piccola e ingenua debuttante sia diventata maestra di seduzione. Non sorprende sapere che tra pizzi e trasparenze il duca faccia scintille dentro e fuori le lenzuola di casa Hastings.
Allora miei cari e affezionati lettori, mettetevi comodi perché ancora una volta proverò a riportarvi nel Londra del 1813. Tra ambientazione d’epoca e moda Regency tenterò di farvi respirare un po’ di storia che si unisce al contemporaneo e ne risalta la bellezza e l’originalità distaccandosi dai cliché.
Un period drama ma non troppo
“Bridgerton” è davvero un period drama? Nì. Sicuramente alcuni elementi sono tipici dell’epoca. Tuttavia la serie non nasce con l’obiettivo di essere fedele alla storia ma di reinterpretarla alla luce delle dinamiche attuali. L’alta borghesia diventa multiculturale, le razze si fondono quasi a simboleggiare la società contemporanea londinese. Non c’è distinzione di razza che sorprenda e il confine tra una classe sociale ed un’altra si percepisce appena.
Sulla stessa linea, le ambientazioni. Pur richiamando gli arredamenti tipici di Downton Abbey o The Crown, voltano le spalle ad ambienti tetri e scuri che invece si ravvivano arricchendosi di colori, tappeti, tavole imbandite, frutta e fiori. Un voluto lieve distacco dalle costruzioni storiche tipiche, forse troppo claustrofobiche e chiuse.
A parte questa parentesi, si può dire che Bridgerton sia tutto sommato conforme ad alcuni standard del periodo Regency, almeno in grandi linee.
Un prodotto seriale che punta su dettagli storici, toni contemporanei, scenografie da sogno e tanto altro
Bridgerton è il fenomeno del momento. Il web pullula di recensione e dibattiti. Chi lo condanna, chi lo acclama. La serie indubbiamente è ricca di cliché eppure funziona. Perché? Semplice, il team di Shondaland ha puntato tutto sui dettagli piuttosto che sulla storia in sé.
Sono questi che catalizzano lo spettatore in un vortice di colori, ambientazioni fiabesche, coreografie che ricordano Il Grande Gatsby. Dettagli che hanno in sé una forza comunicativa in grado di attrarci nella storia. Scene come il primo ballo tra Daphne e Simon sono studiate nei minimi particolari. Tra riprese con tanto di droni, fuochi d’artificio, luci fioche e quei pochi istanti sulla pista comunicano un’intesa che, seppur finta, diventa totalizzante.
Le costruzioni narrative sono accattivanti e complesse grazie alle tematiche poste al centro della trama: la femminilità, la voglia di riscatto, il rapporto uomo/donna, il sesso e i precari equilibri della vita coniugale. La serie, assumendo toni a tratti contemporanei, si fa portatrice di un messaggio ben più ampio come l’inclusione, la questione di genere e l’accettazione di sé.
Verosimiglianza con la storia: la moda
Protagonista indiscussa è sicuramente la moda, con i suoi numerosi costumi che hanno cambiato il modo di mettere in scena gli abiti d’epoca. Un’attenzione al dettaglio senza eguali. Costato ore e ore di lavoro, studi approfonditi e un team di alto livello che ha visto la collaborazione di case di moda italiane, inglese e newyorkesi.
Il tocco romantico lo si deve alla costumista Ellen Mijornick. Il suo lavoro è una vera e propria opera d’arte. Ha lavorato a stretto contatto con il team al fine di dar vita ad una fedelissima riproduzione della moda Regency del 1813, strizzando l’occhio al moderno. In soli otto episodi ci sono stati dieci balli, e per ognuno di essi le dame e i lord dovevano indossare rigorosamente abiti diversi, e altrettanti diademi e frac. Poi c’erano gli abiti da giorno e quelli per la cena. La produzione è stata immensa, sono circa 7500 i modelli prodotti.
Il risultato è valso lo sforzo perché ad ogni episodio le spettatore assiste ad uno splendente e sontuoso guardaroba pieno di abiti a vita impero dai tenui color pastello con ricami delicati; abiti da sera impreziositi in pizzo con volant, maniche a sbuffo trasparenti e dettagli in nastro; ornamenti reali con motivi in broccato; tanti, tanti gioielli e ventagli.
Curiosità: 1) la protagonista, nei tre mesi antecedenti la produzione, ha avuto un fitting lungo e ricercato che le è valso un guardaroba di ben 104 cambi più accessori come mantelle, indumenti intimi e gioielli;
2) sul finire della quarta puntata, Daphne fa cadere “sbadatamente” il suo ventaglio prima di danzare col principe. Nel linguaggio del ventaglio questo gesto sta ad indicare “saremo amici”.
Per le comparse gli abiti sono stati sono stati realizzati da differenti aziende provenienti da diverse parti del mondo: tra cui Angel Costume Company in Inghilterra, Peris Costume Company in Spagna, Tirelli Costumi in Italia e persino alcuni produttori a New York. La presenza della casa di moda italiana non è di certo sconosciuta alla filiera cinematografica. Il suo lavoro è valso svariati premi Oscar.
Tuttavia anche con riguardo ai costumi, nella loro fedeltà si discostano andando incontro al moderno perché se la famiglia Bridgerton è solita indossare abiti dai colori tenui, c’è chi come i Featherington posseggono un guardaroba ricco di eccentrici dettagli dai toni forti. Entrambe le famiglie mostrano un continuum nei toni che si riverbera in tutti i componenti della famiglia. Diverso è il caso della Regina che invece non sembra padroneggiare una specifica tonalità ma indossa abiti diversi, a volte contrastanti, con tocchi eccentrici.
Forse sono proprio gli abiti che sanciscono il vero distacco da Jane Austen dove mancano i classici abiti dai toni beige, monotoni e anonimi. In Bridgerton ogni abito ha una propria anima e un proprio richiamo al moderno. Come la presentazione di Daphne alla Regina che richiamaAudrey Hepburn in Guerra e pace.
Anche i gioielli sono parzialmente made in Italy. Alcuni disegni dei pezzi sono stati realizzati da Lorenzo Mancianti. I diademi sono stati acquistati in Italia e nel Regno Unito, e un ruolo importante è stato svolto dall’Archivio Swarovski.
Come denudare una duchessa senza inciampare in errori “storici”. Questione di biancheria intima
E la biancheria? Prima di tutto i corsetti sono stati creati dalla famosa corsettista Mister Pear. Ne abbiamo visti di vari, ma i più belli indubbiamente sono quelli a mezzo busto indossati da Daphne durante la luna di miele. E proprio con riguardo all’intimità tra i coniugi in epoca Vittoriana c’è da chiedersi se fosse così facile spogliare la propria consorte.
– …e degli articoli più intimi. Quattro camicie da notte, forse? O cinque? – Cosa potrei mai farmene di cinque nuove camicie da notte? – Non sono per voi ma chère ma per il vostro amoureux. A cosa credete serva la luna di miele? 1×05
In Bridgerton, salvo qualche scena, la giovane duchessa indossa sempre camice da notte “sexy” considerata l’epoca. Tessuti di pizzo di un bianco puro che lascia al marito il piacere di un gioco di trasparenze, e sotto? Ovvio nulla, all’epoca non c’era altra biancheria. Quanto emerge dal Jane Austen Center l’intimo come lo intendiamo noi ancora non esisteva. Questo veniva sostituito da pantaloncini sciolti che, seppur indossati nel 1806, divennero di uso comune tra le donne a partire dal 1820.
Ma se per esigenze sceniche, con agilità e velocità, il duca fa scivolare via il corsetto e i pantaloncini a mezza gamba, nella realtà denudare la propria consorte non doveva essere impresa facile, oltre al fatto che richiedeva un bel lasso di tempo. L’importanza di coprire il corpo con tutta questa biancheria sorgeva dalla necessità di evitare che i vestiti, ormai non più ampi, si poggiassero troppo sui lineamenti femminili, evidenziandoli.
Conclusione
Bridgerton è un fenomeno sociale che accende la curiosità di molti. I motivi sono vari. Si tratta di un prodotto seriale che mixa sapientemente moderno e antico creando qualcosa di unico nel suo genere. Dalle ambientazioni agli abiti non c’è mai la pretesa di essere fedele, ma di rendere il set vivo. La serie si presta a mille interpretazioni ed analisi. Da quelle più godibili e ludiche a quelle più interessanti e dettagliate. In conclusione, Bridgerton è l’esempio lampante di come i contenuti audiovisivi stiano subendo una profonda trasformazione. Un cambiamento del formato seriale che risponde a studi approfonditi su un pubblico sempre più interessato a fruire dello streaming come “distacco dallo stress quotidiano”. Per questa ragione le produzioni assumono una nuova veste rispondendo all’esigenza di creare una sincronizzazione tra “articolazione del racconto e quello dell’incontro con il mondo reale o, detto altrimenti, tra la costruzione dell’intreccio finzionale e la sua apertura alla partecipazione (e appropriazione) da parte dell’uomo spettatore.” (A. Maiello “Mondi in serie, l’epoca post medievale nelle serie tv” Pellegrini Editore).
Cari affezionati lettori sarà vero che la sottoscritta concluda qui questo viaggio? Forse no. Pare che le cose si stiano facendo sempre più intriganti e accattivanti. Abbiamo colto nella luna di miele, dal sapore agrodolce, segreti indicibili ed io non vedo l’ora di svelarveli. Allora miei cari, mettete a letto i bambini, tirate fuori la biancheria a voi più gradita perché qualcosa di piccante sta sobbollendo nel palazzo, ops redazione di CulturaMente.
mi urge l’obbligo di porgere le mie più vive congratulazioni ai nuovi duchi di Hastings. Auguro loro felicità e resistenza nel periodo più inebriante nella vita di una giovane coppia di sposi. 1×06
Con il nuovo singolo “Muovi” la cantautrice Pentesilea invita ad abbattere musicalmente il distanziamento sociale
“Muovi, muovi, muovi i pensieri, questa stanza non ha più pareti”: si apre così il ritornello di “Muovi”, nuovo singolo della cantautrice Pentesilea disponibile su tutte le piattaforme di streaming e digital download. La sua gestazione è particolarmente lunga: il concepimento, infatti, risale al primo lockdown. Figlio di quelle inquietudini, le stesse con cui ci ritroviamo a convivere quasi un anno dopo, ha però molte altre madri: la prima è una chiacchierata tra Pentesilea e La Sciura del Suono, che accorcia le distanze creative tra Roma e Milano.
Un solo brano ma in sei versioni
Il seme è gettato e, anche grazie al collettivo Ipologica di cui Pentesilea fa parte, “Muovi” inizia a prendere vita. Rivelandosi un raffinato brano che dondola tra pop alternativo e onirica elettronica, in cui alle ansie di questo tempo sospeso rispondono le visioni lisergiche dei gesti più quotidiani. Ma questa potrebbe non essere la sua unica forma: da qui l’idea di coinvolgere ben cinque dj producer, ognuno dei quali dona a “Muovi” il proprio punto di vista musicale. Dall’essenziale LoFi Edit della Sciura del Suono al sognante Fabio Sestili Fantasy Variation, dal suadente San Ignacio Baile Lento Rework all’inarrestabile Giulio Maresca Open Fields Version fino ad arrivare all’episodio più riuscito: quel Valerio Maina Neon Edit dal sapore nostalgico e vagamente röyksoppiano.
Un videoclip per sentirsi vicini in tempi di Coronavirus
Come tradurre tutto questo in immagini? Ancora una volta animata dalla voglia di condividere esperienze, professionalità e sensibilità Pentesilea si rivolge alla fotografa e film-maker Carlotta Stracchi Villa e al direttore della fotografiaFrancesco Marullo. Chiamando a raccolta amici, artisti e sostenitori: ognuno di loro ha realizzato con il proprio smartphone un breve filmato, riassunto di questa quotidianità straordinaria a cui siamo costretti ma alla quale non bisogna soccombere.
Il risultato è molto toccante nella sua semplicità e svela agli occhi ciò che hanno sentito le orecchie: un invito a non percepire mai le pareti di casa come un limite. Quasi a dire: gioca, allenati, ridi, canta, litiga e poi fai pace, ascoltati, abbi cura di te. E se ancora non basta, non fermarti: muovi.
Titolo originale: La Storia Infinita – Neverending Story Regia: Wolgfang Petersen Sceneggiatura: Wolfgang Petersen, Herman Weigel Cast principale: Noah Hathaway, Barret Oliver, Tami Stronach Nazione: Germania Ovest Anno: 1984
Esistono pellicole che, nonostante facciano parte di un’epoca ormai passata, restano indimenticabili come La Storia Infinita di Wolfgang Petersen. Film del 1984, una delle produzioni tedesche più ingenti dell’epoca, La Storia Infinita è tratto dall’omonimo romanzo di Michael Ende del 1979, che ha riscosso un grande successo in tutto il mondo, anche se sono presenti un bel po’ di licenze poetiche nella pellicola che hanno fatto discutere molto per anni.
La Storia di Bastian
L’immaginazione è una cosa potente. Può portarci in luoghi che altrimenti non vedremmo, che semplicemente non esistono o sono al di là della nostra portata.
Ecco cosa succede a Bastian, un ragazzino che ama leggere, pieno di fantasia e amante dei libri. Una mattina mentre va verso la sua scuola, viene rincorso da tre bulli che lo prendono in giro e che lo buttano in un bidone della spazzatura. Bastian esce e scappa, rifugiandosi in una libreria dove il proprietario sta leggendo un libro con un strano simbolo in rilievo sulla copertina, che ritiene sia diverso dagli altri e non adatto al bambino, poiché non è un semplice romanzo.
Mentre il libraio parla al telefono, Bastian prende furtivamente il libro e lascia un biglietto di scuse per tranquillizzare il proprietario. Il ragazzino arriva a scuola in ritardo ma, per sfuggire a un compito in classe, si nasconde nella soffitta dell’edificio, dove inizia a leggere le avventure narrate nel libro preso in prestito, il cui titolo è “La storia infinita“.
Il libro racconta la storia di Atreyu, un eroico giovane abitante del Regno di Fantàsia, il quale viene mandato in missione per scoprire una cura per la grave malattia dell’Imperatrice Bambina e salvare così il Regno dal Nulla, un essere che sotto forma di ciclone distrugge tutto ciò che incontra. Da qui, cominciano le vicende del giovane eroe, caratterizzate da incontri con personaggi fantastici, tra cui il fortunadrago Falkor e i giganti Mordiroccia. Bastian, nascosto a leggere in soffitta, si appassiona sempre di più al romanzo, senza rendersi conto che, lentamente, lui stesso sta diventando parte fondamentale della storia.
Un indimenticabile fantasy degli anni ’80
La Storia Infinita è un film pieno di magia, un grande successo che bilancia magistralmente voli gioiosi nell’immaginazione di tutti noi e grande spettacolo, donato dagli effetti visivi consoni all’epoca (completamente differenti da quelli che vediamo oggi nei grandi cinecomic o fantasy). Chi di noi non voleva essere sulla schiena di Falkor in picchiata attraverso le meraviglie di Fantàsia, accompagnati dalla suggestiva colonna sonora anni ’80 scritta da Klaus Doldinger e Giorgio Moroder? Penso tutti.
Gli effetti speciali, focalizzati principalmente sui burattini mischiati a quello che allora era il nascente CGI, reggono e sono credibili, anche se alcune delle sequenze in cui Falkor sta volando mostrano la loro età, dando a La Storia Infinita esattamente il tipo di qualità senza tempo che un film come questo deve avere. Il tutto rende intatta la nostra capacità di sognare, sperare e immaginare insieme ai protagonisti.
Una storia con temi attuali
Nonostante sia un film di 36 anni fa, La Storia Infinita affronta un tema molto attuale, ovvero quello del bullismo.
Bastian, come abbiamo detto, è tormentato da alcuni bulli della sua scuola ma, nonostante nella realtà non riesca ad affrontarli nel modo giusto, grazie al libro La Storia Infinita, diventa un eroe capace di garantire al mondo di Fantasìa la salvezza. Questo lascia un messaggio importante insito nella storia principale del film: tutto è possibile se lo desideri davvero.
Uno dei messaggi più importanti de La Storia Infinita è avere fiducia nelle proprie capacità. Solo perché qualcuno è giovane non lo rende incapace di grandi imprese.
3 motivi per guardarlo:
Vivere un’avventura fantastica
Per scoprire un mondo meraviglioso
Ascoltare la colonna sonora anni ’80 diventata cult
Quando vedere il film:
Una domenica pomeriggio, carichi di voglia di emozionarsi, divertirsi e capire che nella vita niente è impossibile!
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Ambientata quasi ai piedi della Mole Antonelliana il Torino Film Festival (TFF) regala agli appassionati una immersione totale nella celluloide virtuale.
Cineasti, curiosi, cinefili e l’immancabile pubblico da 37 edizioni affollano il capoluogo piemontese.
Indice
Storia
Nato nel 1981 dall’idea dell’assessore alla Gioventù del comune di Torino, Fiorenzo Alfieri, con il nome di Festival Cinema Giovani, la kermesse si pone da subito l’obiettivo di dar vita ad una manifestazione cinematografica, dedicata al cinema dei giovani e degli esordienti, con cadenza annuale. Un modo innovativo per farsi più prossimi ai giovani e creare un ponte comunicativo attraverso il cinema e l’audiovisivo.
Nel 1982 si tenne la prima edizione del Festival Cinema Giovani. La rassegna si muove con l’intento di indagare sulle forme innovative, periferiche e sperimentali del cinema internazionale: un cinema giovane che si discosta sempre più da forme e meccanismi radicati nel tempo all’interno della filiera cinematografica. Obiettivo questo che porta il TFF ad accogliere, sin dalla sua prima edizione, la vasta gamma di nuove modalità espressive.
Ciò che distingue questo festival dagli altri è sicuramente il connubio cinema-città. Il festival, sebbene nasca con l’intento di avvicinarsi ai giovani e dare voce al loro desiderio di espressione attraverso le nuove tecnologie, ha da sempre un’altra ragion d’essere: l’interesse culturale verso la settima arte, latente nella capitale piemontese.
Sempre più attento al cambiamento fluido della società contemporanea e dei giovani, per qualche anno il festival bilancia il proprio interesse tra temi cinematografici e temi sociologici. Il binomio antropologia – cinefilia militante caratterizza, dunque, i primi anni del Festival. L’aspetto antropologico inizia a scemare sotto la direzione di Alberto Barbera nel 1989, ponendo un maggiore focus sull’innovazione tecnologica nella filiera cinematografica.
Il programma del festival si compone di cinema d’autore, cinema di genere, panoramiche su cinematografie straniere e produzioni video. Alle nuove proposte si affianca anche una serie di retrospettive, con l’obiettivo di puntare i riflettori su opere cinematografiche in passato indebitamente trascurate.
Ben presto il Festival del cinema di Torino acquisisce prestigio e respiro internazionale mettendosi dietro il Festival di Venezia in termini di rilievo.
L’impostazione iniziale un po’ d’avant garde e un po’ contro corrente inizia a subire qualche cambiamento a partire dal 1986. La rassegna diviene competitiva in alcune sezioni.
Le ripartizioni “Opere prime” e “Film su tematiche giovanili” vengono unificate in un’unica articolazione che prende il nome di “Concorso lungometraggi“.
Sono introdotti i premi nella sezione “Spazio aperto”, che ospita le opere realizzate senza distinzione di genere, formato e durata.
Nel 1987 viene creato un concorso internazionale di cortometraggi e nel 1990 scompare definitivamente la sezione “Spazio aperto” che in qualche modo viene “riciclato” in due nuove sezioni: Spazio Italia, concorso per corto e mediometraggi italiani e Spazio Torino, sezione regionale che mantiene i caratteri originali di Spazio aperto limitando però l’accesso alle sole produzioni video piemontesi.
Gli Anni Novanta
Gli anni Novanta consacrano il Festival sul palcoscenico internazionale. Dal 1995 il festival assegna il premio Cipputi al miglior film sul mondo del lavoro.
Nel 1997 anche la rassegna torinese cambia nome da Festival Cinema giovani a Torino film festival (TFF). Un passaggio importante, che segna l’ingresso in una dimensione più internazionale, abbandonando il percorso iniziale che lo collocava in un contesto di nicchia, dal sapore urbano.
Sul finire della 24° edizione del festival il destino della manifestazione si fa incerto a causa di scontri tra le istituzioni torinesi e l’Associazione cinema giovani, presieduta da Gianni Rondolino, a seguito delle dimissioni, poi ritirate, di cinque soci dell’Associazione, tra cui Alberto Barbera e Steve Della Casa. Polemica accresciuta con la nomina e poi rinuncia a direttore generico del festival di Torino del regista Nanni Moretti. L’astio si placa a seguito di un accordo sottoscritto dall’Associazione cinema giovani, dal Museo nazionale del cinema e dalla Città di Torino e con le conseguenti dimissioni di Rondolino dalla presidenza dell’Associazione. Da qui in poi il TFF è organizzato dal Museo Nazionale del Cinema.
Nel 2007 Nanni Moretti ha nuovamente ricevuto la richiesta di dirigere il Festival, accettando l’incarico per poi rinunciarvi nuovamente alla fine della 26° edizione, per potersi dedicare alla realizzazione di un nuovo film: Habemus Papam.
Come per la Mostra del Cinema di Venezia anche per il Torino Film Festival giunto alla sua 38° edizione si adegua alle esigenze dettate dal Covid-19 e si presenta rinnovata sia nella struttura che nella fruizione: per la prima volta, alla presenza in sala si affiancherà un programma online.
In un contesto sociale in cui si chiede distanza sociale e zero assembramenti, quindi, anche il Torino film Festival si presenta in scena sotto nuove vesti.
Da una parte l’estro creativo, dall’altra la società digitalizzata, il festival di Torino, in collaborazione con MyMovies, si fa più accessibile creando una sala virtuale di 500 posti. Uno spazio digitale dove si possono vedere tutti i film in concorso e dove si possono svolgere le masterclass, le conferenze stampa, le attività didattiche.
Un dato da non trascurare, soprattutto alla luce delle recenti battaglie per l’azzeramento del gender gap: quest’anno (2020) il TFF ha visto una giuria tutta al femminile!
I luoghi dove si svolge il TFF
Al pari della Mostra del Cinema di Venezia, anche il Torino Film Festival si svolge in diversi luoghi dislocati nella città:
Mole Antonelliana;
Cinema Massimo;
Cinema Ambrosio;
Cinema Classico;
Film Commission;
Sale di comunità ACEC;
Accademia Albertina;
Museo del Risorgimento;
Fondazione per la scuola;
Laboratorio xké;
Galleria MUSA;
Le roi dancing;
Villa d’Agliè.
I Film da non perdere del Torino Film festival
I ribelli del dio neon, di Tsai Ming-liang (1993);
Il volo dell’ape, di Jamshed Usmonov e Min Biong Hun (1998);
Marana Simhasanam, di Murali Nair (1999);
George Washington, di David Gordon Green (2000);
Mein Stern, di Valeska Grisebach (2001);
Satin rouge, di Raja Amari (2002);
La fin du règne animal, di Joël Brisse (2003);
Los muertos, di Lisandro Alonso (2004);
Odgrobadogroba – Di tomba in tomba, di Jan Cvitkovič (2005);
Utsukushiki tennen , di Takushi Tsubokawa (2005);
Honor de Cavalleria, di Albert Serra (2006);
Garage, di Leonard Abrahamson (2007);
Tony Manero, di Pablo Larraín (2008);
La bocca del lupo, di Pietro Marcello (2009);
Un gelido inverno, di Debra Granik (2010);
Á Annan Veg, di Hafsteinn Gunnar Sigurdsson (2011);
Torino 38: concorso Internazionale aperto a Lungometraggi e Documentari;
Festa mobile: non competitiva, nella quale viene presentata la produzione più interessante dell’anno in corso;
AfterHours: non competitiva e dedicata a film di genere: horror, fantascienza, noir, midnight movies, autori “notturni”, film di serie B;
Onde: uno spazio non competitivo dedicato alle opere innovative e sperimentali del cinema mondiale, in qualsiasi formato e supporto;
TFFdoc: dedicata ai documentari, comprende proiezioni speciali fuori concorso e al suo interno due concorsi, quello internazionale e quello italiano;
Italiana.corti: Concorso cortometraggi italiani;
Omaggi e Retrospettive;
Programmi Speciali.
Premi ufficiali del TFF
Miglior Film
Miglior Attore
Miglior Attrice
Miglior Sceneggiatura
Premio del Pubblico
Miglior film per Internazionale.doc
Premio Speciale della giuria per Internazionale.doc
Miglior film per Italiana.doc
Premio Speciale della giuria per Italiana.doc
Premio il Miglior cortometraggio
Premio Speciale della giuria
Premio Fipresci, per il miglior film
Premio Cipputi, per il miglior film nel mondo del lavoro
Premio Cinema d’Acqua, per il miglior film
Premio Torino Factory.
Le nostre recensioni dal 2016 al 2019
Siamo giunti alla fine del nostro approfondimento: è arrivato il momento di lasciarsi ispirare dalle nostre recensioni, festival dopo festival. Eccole qui:
Sarà che i Gender Studies, ovvero gli studi dedicati alla riscoperta delle voci femminili, ci hanno messo un po’ ad arrivare in Italia, ma è pur vero che quando sono approdati nel Bel Paese hanno iniziato a colorare l’offerta italiana di titoli nuovi, e non solo concernenti la saggistica.
Biografie, libri storici, sillogi poetiche, corti teatrali: sono moltissimi i generi letterari che stanno contribuendo a fare luce su innumerevoli personaggi femminili dispersi nella Storia e – il più delle volte – spariti dai manuali scolastici.
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Le nostre recensioni
Noi della Redazione in questi anni abbiamo sempre avuto cura di recensire tutti i libri di questo tipo, proprio per fare in modo che il web si colorasse anche delle voci femminili. Quello che non abbiamo imparato a scuola oggi possiamo trovarlo gratis su internet. Con questa piccola classifica sui 15 libri dedicati alle grandi donne della storia vogliamo contribuire a riempire quel gender gap che troppo spesso lascia la controparte femminile in silenzio, quando invece molto è stato detto e molto si dovrebbe conoscere per avere una panoramica completa della storia del mondo.
Ecco qui il nostro elenco: potete cliccare ogni titolo per leggere la nostra recensione.
Virginia Woolf e i suoi contemporanei
Ce l’hanno sempre descritta come una donna triste, tormentata, malata: ma non era questa la Virginia Woolf che i suoi amici e conoscenti ricordano. Virginia Woolf era una donna vivace, che amava le persone e stare in compagnia. Le piaceva cucinare, fare la maglia, curare il giardino...
Come un fucile carico – La vita di Emily Dickinson
Ognuno di noi è il frutto dell’ambiente in cui vive e di quello che gli accade: vale per tutti, anche per Emily Dickinson. Lyndall Gordon, nella biografia della poetessa “Come un fucile carico” edita da Fazi Editore, ricostruisce non solo la vita di Emily Dickinson, ma anche la storia della sua famiglia e quella di una faida familiare che ha avuto una influenza decisiva sul modo in cui la sua vita ci è stata raccontata.
Prima che il cinema diventasse la fabbrica dei sogni, fu uno strumento unico per raccontare il mondo. Siamo ai primi del Novecento e c’è una donna dietro la macchina da presa che ha reso grande il cinema italiano, una donna coraggiosa e determinata, che con il suo lavoro è riuscita a raccontare le sue storie. ÈElvira Notari, napoletana, nata a Salerno nel 1875, con una grande passione per le storie e un talento straordinario nella regia...
Con Lucrezia Borgia, Maria Bellonci realizza un romanzo, improntato all’insegna dell’accuratezza storica. Non c’è spazio per il dialogo o per la divagazione. Tutto è dettagliatamente raccontato dalla voce narrante con la perizia e l’attaccamento alla fonte propria della ricerca storica.
Hypatia di Watts (in inglese, non è ancora stato tradotto)
Sicuramente fu una donna colta e influente, uccisa brutalmente dai sostenitori di Cirillo, vescovo di Alessandria d’Egitto, secondo i quali aveva stregato Oreste, praefectus augustalis della città, affinché non si riconciliasse col vescovo. Perché le donne solitamente fanno questo: stregano gli uomini. È impossibile che siano davvero in grado di fare qualcosa di buono, soprattutto quando arrivano al potere.
“Artiste”, è un libro dedicato alle donne appartenenti al mondo della Storia dell’Arte. Realizzato da 27 illustratrici e fumettiste vuole “dare voce alle artiste che sono state molto importanti nella storia dell’arte ma che sono state state, purtroppo, dimenticate.”
Non sono stati solo gli uomini i protagonisti della rivoluzione russa del 1917: quella rivolta prese forma anche grazie alla passione e all’idealismo di tante donne, anarchiche russe che però la storia, come spesso accade, ha quasi del tutto dimenticato.
Narrando le vicende di 5 donne del passato (Ipazia, Plotina, Marie Madelaine d’Aubray, Olimpia Mancini, Cleopatra) l’autrice ci porta in un universo dove non solo la femminilità e la Storia si abbracciano nella ricerca di qualcosa che analizza i sentimenti e penetra i sensi, come un graffio di passione sulla pelle; ma, al tempo stesso, ci racconta come esse si siano ribellate al loro destino.
Le rose di Cordova (libro sulla figura di Giovanna la Pazza)
Amante della cultura in tutte le sue sfaccettature, Juana si rivela malinconica e lunatica sin da giovanissima. Superato l’ingenuo amore che la legherà a Filippo d’Asburgo fino alla morte di quest’ultimo, ella rivela un’indole fiera e belligerante, specialmente di fronte ai continui colpi inferti dal coniuge.
Qualcuno si ricorderà di noi (Saffo, Erinna, Anite e Nosside dialogano con Google)
L’autrice ha deciso di unire il più famoso motore di ricerca al mondo con le voci femminili di età ellenistica: è proprio lui che invita le tre poetesse di età ellenistica a svegliarsi, perché è arrivato il momento di far sentire la propria voce. E non manca all’appello, per motivarle, la madre letteraria Saffo.
Il peccato della lussuriosa Cleopatra, secondo un’opinione piuttosto retrograda, fu quello di allacciare delle relazioni sentimentali alquanto opportunistiche con due delle figure più rilevanti della storia occidentale: Giulio Cesare e Marco Antonio. Da questa “colpa originale” parte Antonella Rizzo con l’antitetico titolo di Cleopatra. Divina donna d’Inferno, per dare nuovamente voce, e in una veste del tutto inedita, allo spirito di donna che arrivò a sedurre persino il genio shakespeariano.
Donne coraggiose, che hanno voluto superare i limiti che la società imponeva loro per cercare la felicità: creative, eccessive, poliedriche, insomma “Scandalose“. Il libro raccoglie brevi ritratti di vite speciali, di donne poco conosciute, ma straordinarie. Bella la storia di Jean Rhys, autrice del classico femminista “Il grande mare dei Sargassi”, che diventa famosa a 76 anni, quando molti credevano che fosse morta. Si è invece potuta godere il meritato successo Niki de Saint Phalle, anche se la sua vita è stata segnata dalla sofferenza…
Perché conosco solo una manciata di donne geniali quando sono così tante? Nasce così l’idea di realizzare la Breve Storia delle Donnecon l’intento di mostrare come le informazioni sulle donne siano state sempre accantonate, per poi finire nel dimenticatoio della Storia. E Jacky Fleming lo fa con delle illustrazioni divertenti ed estremamente istruttive!
Le poesie di Wallada bint al-Mustakfi per la prima volta in italiano con Fusibilia
FusibiliaLibri pubblica per la prima volta in Italia la traduzione delle poesie di Wallada bint al-Mustakfi, poetessa dell’XI secolo vissuta nei territori arabo-spagnoli. Il volumetto, dal titolo Cammino orgogliosa per la mia strada, comprende anche i lavori delle sue allieve ed è frutto del lavoro di Claudio Marrucci e Antonio Veneziani.
Questo libro è un omaggio a tutte coloro che hanno dovuto usare pseudonimi o iniziali per vendere i propri libri senza sembrare donne (inclusa Joanne Kathleen Rowling della saga di Harry Potter), a tutte coloro che si nascondevano mentre scrivevano (Jane Austen), ma anche a tutte le scrittrici che per una vita hanno scritto di notte, solo dopo aver messo a letto i bambini (Alice Munro): scorrere le pagine di questo libro è un modo semplice e divertente per scoprire (finalmente?) le loro storie.
20 gennaio 2021: Lady Gaga si presenta con una ghiandaia imitatrice appuntata sul vestito, o almeno così scherzano i vip su Instagram (n.d.r Sarah Michelle Gellar), forse per ironizzare sul tramonto di Trump richiamando la rivoluzionaria Katniss del film Hunger Games.
Nonostante la sua entrata trionfale, la popstar, non ha brillato nella performance per l’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris.
Da una cantante di fama mondiale e dal talento innato forse ci si aspettava qualcosa di più in fatto di modulazione della voce. Lady Gaga parte in quarta cantando l’inno americano a pieni polmoni. Si prodiga in virtuosismi sempre più complessi sfoggiando la sua estensione vocale: è indubbiamente molto dotata. Ma la canzone sembrava un inno allo stadio.
Complice l’emozione – forse – non tanto per l’occasione in sé per sé, quanto piuttosto per quello che significa: l’America è finalmente libera da Trump e lo showbusiness americano si ri-palesa per celebrare.
All’insediamento di Trump, infatti, furono in molti a declinare l’invito di cantare l’inno americano, da Elton John a Celine Dion. Ma non solo: persino Andrea Bocelli e Il Volo non accettarono. E alla fine cantò Jackie Evancho, all’epoca diciassettenne partorita da America’s Got Talent. La sua interpretazione lirica fu molto suggestiva perché diversa dalle solite, ma comunque nella voce della cantante si può riscontrare l’esitazione e il timore di chi è ancora acerbo. E data l’occasione, lo capiamo. Ecco il video:
Regina indiscussa degli “insediamenti” è Beyoncé, che cantò per Obama. Una performance bellissima che tra queste tre arriva sicuramente al primo posto grazie ad una modulazione e ad un controllo della voce pazzeschi. Elegante, espressiva, Beyoncé… che fine hai fatto? Sicuramente hai fatto un playback! Già, perché poco dopo la performance la stessa cantante rivelò di aver optato per la registrazione per la paura di sbagliare. Si rifece, poi, qualche tempo dopo con la splendida interpretazione per il Super Bowl, naturalmente dal vivo.
L’inno americano oltre gli insediamenti presidenziali
L’inno americano, però, non viene cantato solo in occasione degli insediamenti presidenziali. Nel mondo dello sport solitamente è il vero e proprio protagonista. La stessa Lady Gaga cantò al Super Bowl 2016, facendo faville: era stata molto più elegante e suggestiva. All’altezza di Beyoncé, senza alcun dubbio.
Ma proseguiamo con la carrellata di voci femminili: corre l’anno 2012 quando la bravissima e precisissima Kelly Clarkson canta l’inno al Super Bowl. Ma alla sua esibizione mancano un pizzico di originalità e interpretazione.
Elegante e armata di pianoforte: nel 2013 Alicia Keys incanta lo stadio, ma si può fare di meglio!
Nel 2018 abbiamo l’esibizione di un’altra grandissima voce del pop: Pink. La performance è potente nonostante qualche incertezza alla fine, ma non convince del tutto: per l’intera durata del video sembra che non voglia stare lì a cantare l’inno. Probabilmente perché aveva l’influenza.
Nel 2020 anche Demi Lovato ha cantato l’inno americano al Super Bowl: analogamente a Lady Gaga fa spesso l’errore di urlare troppo, come se non riuscisse a contenersi. Le voci forti hanno la tendenza a strafare in queste occasioni: come se la bravura fosse legata all’acuto virtuoso a tutti i costi.
Era il 2002 quando Mariah Carey cantava al Super Bowl con la sua voce delicata e potente allo stesso tempo. Certo quel falsetto finale forse è stato un po’ troppo…
Molto differente l’esibizione di Cher, per la medesima occasione, nel lontano 1999. Timbro ed estensione molto lontani dalle cantanti osservate fino ad ora, ma tutto il carisma della star si concentra in una sola esibizione.
Prima di lei, nel 1991, una voce senza termini di paragone incantava il Super Bowl cantando l’inno americano: era quella di Whitney Huston. Entusiamo, voce pulita, sicura, in perfetto stile Whitney. Un’esibizione bellissima e difficile da emulare. Forse perché registrata, come quella di Beyoncé?
Nel 2020 ci ha provato anche Fergie all’NBA All-Star, con scarsi risultati. Nel tentativo di personalizzare la canzone, l’ha resa una sorta di lamento tutto uguale.
Anno 2010, Christina Aguilera arriva alla finale di NBA: attacca molto aggressiva e si lascia andare a davvero troppi virtuosismi. Sulla falsariga di Lady Gaga e Demi Lovato, anche lei è decisamente una “scream queen”!
Con Bebe Rexa alla finale MBL 2017 l’inno nazionale diventa un canto di Natale. Peccato, perché la cantante ha una timbrica davvero unica.
Con Taylor Swift – munita di chitarra luccicante – l’inno diventa una ninna nanna…
L’inno americano cantato da Ariana Grande
E qui arriviamo a una delle voci più promettenti degli ultimi anni: una che strilla spesso, ma che durante l’inno ha sfoggiato il meglio di sé. Ariana Grande. Ho trovato anche un video in cui canta lo stesso inno alla tenera età di otto anni. Era destino!
Dulcis in fundo: Aretha Franklin
Il 4 luglio 2009 arriva una Dea sulla Terra: Aretha Franklin lancia la sua magia. Ha oltre sessant’anni e fa sognare l’America e tutto il mondo con la sua performance. Anche l’inno americano diventa profondamente malinconico e struggente: improvvisamente si trasforma in una canzone di vero amore. L’emozione trabocca con la Regina del Soul.
Menzione speciale va a Celine Dion quando ha cantato God Bless America al Super Bowl: certo, non era l’inno, ma quell’esibizione non l’ho dimenticata a distanza di quasi vent’anni. Era il 2003.
Alessia Pizzi
Il testo in italiano dell’Inno Nazionale Americano:
Di’ dunque, puoi vedere nella luce del primo mattino quel che, fieri, salutammo all’ultimo bagliore del crepuscolo, le cui larghe strisce e stelle lucenti, nel pericolo della battaglia fluttuavano valorosamente sui bastioni che osservavamo? E il rosseggiar dei razzi, e le bombe che scoppiavano in aria mostrarono, nella notte, che la nostra bandiera era ancora là. Di’ dunque, lo stendardo lucente di stelle sventola ancora sul paese degli uomini liberi, e sulla dimora dei coraggiosi?
Sulla costa, che pallidamente si scorge tra le nebbie marine, ove l’altezzosa schiera nemica sta in un tremendo silenzio, cos’è dunque che il vento, sull’erta torreggiante, soffiando con forza ora nasconde, e ora rivela? Ora cattura il barlume del primo raggio del mattino che risplende sui flutti con riflessi di gloria: E’ lo stendardo lucente di stelle! Ch’esso sventoli a lungo sul paese degli uomini liberi, e sulla dimora dei coraggiosi.
E dov’è mai quella banda, che giurò, nella sua vanagloria, che la rovina della guerra e il caos della battaglia non ci avrebbero mai più permesso di avere una casa e un paese? Il loro sangue ha cancellato anche il puzzo dei loro sporchi passi. Nessun rifugio potrebbe salvare il mercenario e lo schiavo dal terrore della fuga o dalla cupezza della tomba: E lo stendardo lucente di stelle sventola trionfante sul paese degli uomini liberi, e sulla dimora dei coraggiosi.
E così sia per sempre, quando uomini liberi dovranno scegliere tra le loro amate case e la desolazione della guerra! Benedetta dalla vittoria e dalla pace, la nazione salvata dal cielo renda lode alla Potenza che ci ha creati e preservati come nazione. Indi vincer dobbiamo, ché giusta è la nostra causa, e questo sia il nostro motto: “Abbiamo fede in Dio.” E lo stendardo lucente di stelle sventolerà in eterno sul paese degli uomini liberi, e sulla dimora dei coraggiosi!
Homework è l’album che ha segnato l’inizio della storia dei Daft Punk, il duo francese composto da Thomas Bangaltier e Guy-Manuel De Homen-Christo che vanta il merito di aver portato fuori dai confini nazionali lafrench house.
Conosciuta anche come French Hype, French touch, Disco house, Neu-disco, Filter house e Tekfunk la french house è la musica dal ritmo techno che si ballava nelle discoteche, nei magazzini e nelle banlieues della capitale francese.
Si tratta di un genere importato dagli Stati Uniti che in Francia viene reinterpretato e rimodellato diventando più chic, elegante ed elaborato. Caratteristiche dei brani French house sono l’uso dell’effetto “filtro” delle frequenze, il ricorso a stabs vocali e il campionamento di vecchi dischi disco e funk degli anni ’70 e ’80.
TRACK LISTING
Daftendirekt
WDPK 83.7 FM
Revolution 909
Da Funk
Phœnix
Fresh
Around the World
Rollin’ & Scratchin
Teachers
High Fidelity
Rock’n Roll
Oh Yeah
Burnin’
Indo Silver Club
Alive
Funk Ad
Le tracce di Homework sono state composte nella cameretta di ThomasBangaltie. Sembra incredibile a credersi, perché si tratta di un album composto da una serie di pezzi mozzafiato caratterizzati da samples basilari, che si memorizzano istantaneamente.
Il successo di Homework è però arrivato sulle note di una traccia in particolare: Around the World, il pezzo dance che con la sua linea di basso minimalista (come quello di Another One Bites the Dust) e le tre parole del titolo ripetute all’infinito – con l’insistenza ossessiva tipica del mantra – è letteralmente riuscito a fare il giro del mondo, scalando le classifiche nazionali.
Around the world è una canzone iconica nella storia della musica elettronica, esattamente come lo è il suo videoclip girato dal mitico Michel Gondry, il regista del film cult Se mi lasci ti cancello.
Il video di Around the World presenta una struttura ripetitiva delle immagini che ricalca la traccia sonora. L’ambientazione è un palcoscenico circolare con una scala inclinata, in cui si muovono dei gruppi di personaggi travestiti che ballano seguendo il ritmo sincopato della canzone.
I protagonisti sono dei robot che camminano in circolo su una piattaforma, atleti e nuotatrici sincronizzate che vanno su e giù per le scale, scheletri che ballano al centro del “disco,” e mummie che danzano seguendo il ritmo della batteria.
Si tratta di una rappresentazione visuale della canzone, coreografata da Blanca Li in cui i movimenti di tutti sono perfettamente sincronizzati. Lo spettatore non può che essere rapito dall’ipnotico effetto di immagini e suoni.
Grazie all’incredibile debutto di Homework, Bangalter e De Homem-Christo, si ritroveranno, poco più che maggiorenni, ad essere allo stesso tempo star della scena underground e dominatori delle hit parade di mezzo mondo.
Homework rappresenterà infatti il manifesto estetico della nuova dancemusic ed è da considerarsi a pieno titolo uno dei migliori album di sempre.
Con grande emozione mi accingo a scrivere sulle “Città metafisiche” di Ilaria Palomba per Ensemble edizioni. La silloge reca la prefazione dell’indimenticabile Gabriele Galloni, un testo introduttivo che rappresenta un valore aggiunto, un manifesto intellettuale fondato sulla condivisione esistenziale e creativa dei veri artisti.
Ilaria Palomba è filosofa ancor prima di essere definita scrittrice di talento, non per formazione accademica quanto per la testimonianza continua del verbo filosofico che impronta ogni sua uscita editoriale, una stanza dell’ascolto interiore dove si concretizzano le idee sulla vita e sul mondo.
Parlerò con un timbro interno, intestino evitando l’ipocrisia delle distanze apparenti e poi confluenti nel conflitto sotterraneo, tipiche del mondo editoriale. Non posso esimermi dal restituire anticipatamente le eventuali repliche di chi si ostina a non riconoscere alla Palomba l’appartenenza di diritto al ghota poetico, ancor prima della sua consacrazione come romanziera di talento.
Il libro Città metafisiche per Ensemble edizioni, dal titolo in assonanza totale con la sua spiritualità postmoderna, è la prova inconfutabile che nella sua scrittura la cifra poetica compare come una condizione necessaria perché è l’espressione dell’ontologia esistenzialista della scrittrice.
La parola poetica che si scorge come necessaria nei romanzi della Palomba, affacciata alle cornici che definiscono il lamento del dolore notturno, si rivela ad alta voce nella costruzione del verso che trova legittimità nelle leggi che costituiscono l’organizzazione percettiva della Gestalt di ogni grande scrittore: vicinanza, destino comune, chiusura, continuità, pregnanza, esperienza passata, somiglianza.
Forse è colpa delle generazioni di mezzo e della superbia del monopolio del linguaggio se la Poesia non ha distrutto le bancarelle del Tempio e ha disperso i farisei; la supponenza che ha reso detestabile la vittima più del carnefice.
Ma Ilaria Palomba ha superato il rancore e l’ha reso bellezza con una decadenza composta, elegante, intriso di una carnalità innocente poichè nel suo respiro è presente la tensione ideale per la germinazione artistica.
È dalla divinità poetica che deriva l’architettura linguistica dell’autrice: in quel senso di assoluto e solenne ogni idea si incarna nel suo antefatto e la tragedia si consuma, consegnando le ceneri alla memoria.
Chi ha letto prima di Città metafisiche gli altri libri di Ilaria Palomba non può non ravvisare il lirismo che accomuna i due generi e comprendere come dietro a una scrittura magmatica e feroce si nasconda una capacità di usare la parola come un’autentica incantatrice mitologica.
La Palomba è Ligea dal canto graffiato intenta ad irretire l’ascoltatore e l’unica ad approdare ancora viva presso la terraferma prescelta: le sue Città metafisiche. Esse aspettano che giunga alla riva l’incanto della morte che nomina tutte le cose, l’Alfa e l’Omega che tracciano il monogramma dell’esistenza.
Così la poetessa-sirena organizza, in comparti di dolore e di rassegnazione crescente, ogni forma di vita degna di significato.
Ilaria Palomba ha pubblicato il romanzo “Fatti male” (Gaffi), tradotto in Germania per Aufbau-Verlag nella collana Blumenbar, con titolo “Tu dir weh”; il saggio “Io sono un’opera d’arte. Viaggio nel mondo della performance art” (Dal Sud), durante un anno al CeaQ di Michel Maffesoli; il romanzo “Homo homini virus” (Meridiano Zero) d’ispirazione per molte performance teatrali e di body-art; il romanzo “Una volta l’estate” (Meridiano Zero) a quattro mani con Luigi Annibaldi; la silloge poetica “Mancanza”; l’autofiction “Disturbi di luminosità” (Gaffi); la silloge poetica “Deserto” (Fusibilia libri) il romanzo “Brama” (Giulio Perrone edizioni); la silloge poetica “Città metafisiche” (Ensemble edizioni).
Tim Burton è un regista che si distingue, all’interno della produzione hollywoodiana, per la capacità di coniugare nei suoi film l’universo personale alle esigenze degli studios.
Le sue pellicole hanno incassato più di un miliardo di dollari in tutto il mondo pur non obbedendo alle regole e ai requisiti commerciali di Hollywood.
Burton spiega in questi termini la sua situazione:
In realtà tutto quello che ho fatto, anche le cose che vengono considerate più commerciali come Batman, anche quelle in cui nessuno riesce a trovare nobilitanti qualità autoriali, tutte quante hanno sempre accolto una parte di me.[…] A Hollywood può essere molto duro perché amano le cose piane e letterali. Non apprezzano che si lasci uno spazio aperto all’interpretazione, che è invece quello che a me piace di più.
Il cineasta fin dall’inizio si interessa solo a progetti che potrebbero esprimere in qualche modo la sua personalità, il mondo interiore, l’universo creato dalla sua immaginazione.
Burton mette la sua potente immaginazione al servizio di un universo eccentrico, carnevalesco. L’obiettivo da perseguire è criticare l’american way of life. Ogni personaggio-maschera proposto dal regista- da Beetlejuice a Edward, da Catwoman a Willy Wonka- esprime la necessità di “giocare” con la cultura americana attraverso la scoperta di una società intimamente mediocre.
La creatività visionaria del cineasta si ispira ai ricordi della sua infanzia. Burton nasce nell’agosto del 1958 a Burbank, in California. La cittadina, vicina a Los Angeles, è una periferia per classi medie, costellata da casette di legno dipinte di colori pastello e allineate con precisione geometrica. Il cineasta ricorda così il posto in cui è cresciuto:
Le periferie come Burbank somigliano ai regni delle fiabe. Per i bambini, rappresentano un mondo chiuso che è il loro, un vero e proprio microcosmo. Le case si toccano l’una con l’altra, ognuno conosce il suo vicino, e tuttavia si ha l’impressione che non si sappia veramente quel che accade agli altri; questo era molto sconcertante e mi creava disagio.
Burbank è icona della banalità sociale e dell’ordinarietà dello stile di vita americano: l’adolescente Tim Burton si annoia, dunque per passare il tempo girovaga per la periferia fantasticando, creandosi un mondo interiore diverso da quello reale e trascorrendo i suoi pomeriggi a Hollywood:
Quando ero ragazzo prendevo molto spesso l’autobus per andare a girovagare sull’Hollywood o sul Sunset Boulevard; era una buona scusa per andarmene da Burbank, almeno il pomeriggio. Lì ci si imbatte in una tristezza immensa, in personaggi patetici che hanno avuto dei sogni, ma che sono stati incapaci di andare fino in fondo. Questa malinconia mi toccava moltissimo e dava slancio alla mia immaginazione
Il ragazzo desidera scappare costantemente dal conformismo che lo circonda e trova un rifugio sicuro, oltre che nella propria immaginazione, anche nei film.
A Burbank ci sono cinque sale cinematografiche, dove Burton può passare del tempo con le creature dei film fantastici e horror, ma soprattutto con il suo idolo: l’attore Vincent Price. Anche il palinsesto televisivo prevede la trasmissione di programmi di mostri il sabato pomeriggio, e così King Kong, Frankenstein, Godzilla, il mostro della laguna nera iniziano a popolare l’universo di Burton.
A diciotto anni finalmente Tim può allontanarsi da Burbank, ottenendo una borsa di studio per il California Institute of the Arts, un’università di grafica istituita da Walt Disney a Valencia, in California. Qui studia per tre anni e alla conclusione dell’iter formativo presenta il progetto finale, Stalk of the Celery Monster, grazie al quale viene assunto dalla casa di produzione.
ll film animato racconta la storia di uno scienziato sadico, che conduce strani esperimenti su alcune donne distese su tavoloni. L’ultima immagine rivela che l’uomo è un semplice dentista. In effetti sporgendo la testa nella sala d’attesa il protagonista dice: “Avanti il prossimo”.
Burton non ricorda felicemente questo periodo di lavoro presso la Disney. Il regista è avvilito per il fatto di non riuscire a trovare una giusta collocazione all’interno del prestigioso studio hollywoodiano.
Nell’estate del 1981 Burton cerca di sfruttare la propria immaginazione lanciandosi in un progetto amatoriale: l’idea è quella di realizzare un lungometraggio, che prenderà il titolo Luau, dalla traduzione in hawaiano della parola “festa”. Il film contiene già quelli che saranno alcuni temi tipici del regista, come l’opposizione tra gli individui alternativi e quelli convenzionali e il bisogno carnevalesco di truccarsi e travestirsi.
Nonostante il cineasta non sia a suo agio nell’ambiente lavorativo della Disney, dispone del sostegno di Tom Wilhite, un dirigente che si occupa dello sviluppo creativo, il quale gli permette, nel 1982, di produrre un suo progetto: si tratta di Vincent, prima creatura burtoniana e schizzo di molti personaggi successivi, poiché in lui possiamo già intravedere l’introverso, malinconico, arruffato Edward mani di forbice. Dividendosi tra la realtà di una banale vita di periferia e un altrove fantastico, Vincent vede se stesso in una serie di situazioni ispirate ai film di Vincent Price.
Tim Burton dirige successivamente Frankenwinnie, una reinterpretazione “infantile” del Frankenstein (1931) di James Whale e del suo sequel La moglie di Frankenstein (1935). Il protagonista della vicenda è Victor Frankenstein, un bambino che cerca di rianimare il suo cane Sparky, investito da un’automobile.
Questo cortometraggio, della durata di circa trenta minuti, anticipa elementi che verranno approfonditi in Edward mani di forbice: in primo luogo l’ambientazione, ovvero una periferia molto simile a quella di Burbank; poi il rifugio gotico in cui i personaggi si isolano per allontanarsi dalla realtà convenzionale; infine la figura mostruosa e incompresa, che viene letteralmente ricacciata nel suo spazio da una folla di persone benpensanti, impegnate a proteggere l’ordinarietà della loro esistenza.
Tim Burton, i film lungometraggi
Pee-wee’s Big Adventure
Nel 1985 Burton gira il suo primo lungometraggio, Pee-wee’s Big Adventure, per la Warner Bros.
La trama presenta già gli elementi che caratterizzeranno la poetica di Burton. Pee Wee Herman attraversa tutto il Paese per cercare la sua bicicletta, che gli è stata rubata. Nel corso del viaggio incontrerà tanti strani personaggi. Questa produzione segnerà, per il cineasta, l’inizio di una lunga carriera come regista.
Beetlejuice
L’anno successivo, infatti, Burton dirige Beetlejuice (succo di scarafaggio), una produzione da tredici milioni di dollari. Nonostante le previsioni di incasso non siano positive, il film guadagna in poche settimane settantatré milioni di dollari, oltreché un Oscar per il trucco. La critica è entusiasta: Pauline Kael definisce il film “un classico della commedia”.
Beetlejuice è la storia di due sposi che muoiono annegati a causa di un incidente automobilistico. I due ritornano dalla morte per infestare la loro casa, ma quest’ultima è stata occupata da una famiglia newyorkese. Gli sposi vogliono cacciare gli occupanti e, dopo diversi tentativi falliti, si rivolgono a Beetlejuice, un esorcista che, con i suoi metodi, condurrà tutti verso la catastrofe.
Batman
Nel 1988, in seguito allo straordinario successo del tutto inaspettato di Beetlejuice, la Warner Bros sceglie il regista di Burbank per dirigere Batman, un progetto che lo studio pianifica da dieci anni.
Burton accetta la proposta essendo affascinato dalla figura dell’uomo-pipistrello, figura dalla personalità divisa, nascosta dietro una maschera, che non riesce a risolvere la sua doppia identità.
Batman riscuote un enorme successo e Burton diventa il regista più “corteggiato” di Hollywood.
Edward mani di forbice
Il regista si lancia quindi nel suo progetto più personale, quasi autobiografico: Edward mani di forbice. L’immagine di un personaggio con forbici al posto delle mani gli frulla per la testa fin da quando era bambino:
L’idea di Edward nasceva da un disegno che avevo fatto molto tempo prima. In principio era solo un’immagine che mi piaceva, poi si è trovata collegata a un personaggio, qualcuno che vorrebbe toccare ma non può, che è insieme creativo e distruttivo, il tipo di contraddizione che può dar luogo a un’ambivalenza
In questo periodo Burton fa uno degli incontri più fortunati della sua vita: conosce Johnny Depp, giovane attore che sembra essere l’incarnazione di Edward. Tra i due uomini, dal primo momento, si instaura una piena comprensione reciproca e inizia una collaborazione che durerà per molti anni.
Edward mani di forbice è un film sull’emarginazione suggestivo e romanticamente gotico.
Batman returns (Batman – il ritorno)
Due anni dopo Edward mani di forbice Burton dirige Batman returns in cui il tema è il confronto tra due reietti della società, due mostri speculari, Batman e il Pinguino, il classico freak represso e solo ormai tipico della filmografia di Burton. Ai due si aggiunge una scheggia impazzita come Catwoman, un personaggio femminile estremamente erotico. In una straordinaria giostra di comicità, tra colpi di scena in un’ambientazione dark e gotica Gotham City si ritrova ad affrontare inedite minacce.
Nightmare Before Christmas
Nel 1993 Burton gira Nightmare Before Christmas. Il progetto in stop-motion è la realizzazione di un’idea coltivata da Burton fin dal suo esordio alla Disney. Un parto della durata di tre anni, il cui frutto è Jack Skellington, un diverso che può dimostrare il suo potere solo nel mondo di Halloweentown.
In Nightmare Before Christmas assistiamo alla momentanea e meravigliosa fusione tra l’universo disneyano incarnato in Christmastown e quello burtoniano della Halloweentown in cui si muove il protagonista del racconto.
Nel 1994 Burton dirige Ed Wood, “il capolavoro di Tim Burton secondo Tim Burton”.
Edward D. Wood Jr è un regista degli anni cinquanta passato alla storia come “il peggior regista di tutti i tempi”. Con Johnny Depp nel ruolo del protagonista e Martin Landau che interpreta Bela Lugosi, celeberrimo amico di Wood il film vuole essere un omaggio a un individuo dallo spirito positivo e ottimista. Ed Wood è un campione nel portare avanti battaglie perse in partenza forte della propria inettitudine.
Nella scrittura del film sono evidenti gli elementi autobiografici: il rapporto tra Wood e Lugosi ricorda il sodalizio artistico e umano tra Burton e Vincent Price. Il film, prodotto dalla Disney e girato in b/n, riscuoterà un discreto successo.
Mars Attacks!
Basato su una serie omonima di figurine della Topps Chewing Gum Company uscita nel 1962, Mars Attacks! vede protagonisti dei cattivissimi e verdi alieni che si stanno avvicinando agli Stati Uniti con i dischi volanti. James Dale, presidente degli Stati Uniti, è preoccupato. L’esercito con a capo il generale Decker vorrebbe dichiarare guerra alle creaturine, mentre gli scienziati sono incuriositi da questo incontro ravvicinato del terzo tipo. Ma i marziani iniziano la loro lotta per distruggere il nostro pianeta.
Con un cast stellare gestito perfettamente – con Jack Nicholson nel ruolo del Presidente – Mars Attacks!è pieno di anni ’50. Quasi come se fosse un film di Wood girato però con la poetica del regista di Edward mani di forbice.
Il mistero di Sleepy Hollow
La sceneggiatura del film è basata su un classico racconto gotico di WashingtonIrving. La storia racconta di un detective chiamato a investigare su efferati omicidi.
Il cast funziona come un marchingegno perfetto. La parte del protagonista è affidata a Johnny Depp, che interpreta appunto l’investigatore Crane. Christina Ricci, co-protagonista, è perfetta nel suo ruolo; Miranda Richardson è una dark lady. E poi c’è Christopher Walken, la cui classe è riconoscibile anche quando recita senza testa.
Il film, uscito nel 1999, è il più gotico di Burton.
Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie
Planet of the Apes è un film del 2001.
Si tratta di un remake dell’omonima pellicola del 1968, che a sua volta era stata tratta dal romanzo di Pierre Boulle. Ne Il pianeta delle scimmie Burton interpreta Ed Wood e rende involontariamente omaggio al regista senza talento. Nonostante si tratti dell’unico buco nell’acqua di Burton il film riscuote un discreto successo al botteghino.
Big Fish – Le storie di una vita incredibile
Nel 2002, la Columbia affida a Burton un progetto ispirato al romanzo di DanielWallace, Big Fish: A Novel of Mythic Proportions. Il film inizialmente affidato a Steven Spielberg, che però aveva rifiutato per ulteriori impegni, racconta la storia di Edward Bloom.
Chi è veramente Edward Bloom? Un vecchio bugiardo che si rifugia nei racconti con cui ha descritto la sua esistenza o un personaggio dalla vita realmente straordinaria? Will, suo figlio, pensa che Ed Bloom sia un uomo incapace di affrontare la realtà. Ma, giunto al capezzale del padre malato dopo tre anni di silenzio, Will deciderà di ricucire il rapporto.
Realizzato a seguito della morte del padre, Big Fish può essere considerato un film di svolta nella carriera di Tim Burton:
Mio padre era morto da poco e così ho potuto percepire fino in fondo una serie di sentimenti astratti presenti nel tessuto narrativo del racconto. Forse anche solo un paio di anni prima non sarei stato in grado di cogliere pienamente lo spirito che il romanzo poteva offrirmi. Forse non mi avrebbe nemmeno interessato così tanto.
La fabbrica di cioccolato
Nel 1999, la Warner Bros. aveva comprato i diritti del libro per bambini La fabbrica di cioccolatodi Roald Dahl. Il progetto arriva nel 2003 nelle mani di Burton che decide di rinnovare il suo sodalizio con Johnny Depp affidandogli la parte di Willy Wonka, l’eccentrico proprietario di una fabbrica di cioccolato. Nel racconto Wonka ha nascosto cinque biglietti d’oro in altrettante tavolette di cioccolato sparse per il mondo. I biglietti daranno la possibilità a coloro che li troveranno di visitare la sua grandiosa fabbrica.
Burton col suo adattamento cinematografico del libro regala una coloratissima, bizzarra e inquieta favola fruibile a tutte le età.
La sposa cadavere
In contemporanea a La fabbrica di cioccolato Burton realizza La sposa cadavere (Corpse Bride), lungometraggio in stop motion da lui ideato e co-diretto con Mike Johnson.
La storia, tratta da una leggenda russa del XIX secolo, è degna dello stile e delle atmosfere gotiche di Burton.
I due protagonisti avranno la voce di Johnny Depp e di Helena Bonham Carter (all’epoca moglie di Burton), mentre la colonna sonora sarà affidata a Danny Elfman.
Conosco Danny Elfman da sempre. Andavo a vederlo cantare con gli Oingo Boingo nei club di Los Angeles prima ancora di iniziare a fare del cinema. Per me la sua musica è un altro attore, che offre al pubblico il sentimento presente nei miei film. Soprattutto nel cinema di animazione la musica ha una grande influenza perché è un tipo di produzione dalla vocazione coreografica.
La sposa cadavere riceve una nomination all’Oscar come miglior lungometraggio d’animazione.
La storia di Sweeney Todd non è inedita. Alla base del racconto c’è il testo teatrale di Christopher Bond del 1973 che ha ispirato il giallo vittoriano e musical, Sweney Todd: The Demon Barber of Fleet Street di Stephen Sondheim che è stato messo in scena per la prima volta a Broadway il 1° marzo 1979.
Sembrerebbe che la storia sia ispirata a un personaggio realmente esistito che si è reso responsabile di circa 160 omicidi nella Londra del XVIII° secolo. Questa macabra figura ha ispirato in passato diversi soggetti cinematografici e televisivi. Il film di Burton parte proprio dal ritorno di Sweeney Todd a Londra.
Si tratta del sesto film che Burton gira insieme a Johnny Depp e del secondo film in cui non lavora con il musicista Danny Elfman (il primo era Ed Wood).
Burton rimanda alle forme dell’horror gotico, utilizza i colori accesi amplificando cromaticamente soprattutto il rosso del sangue, recupera atmosfere vittoriane.
Alice in Wonderland
Nel 2010 Burton dirige Alice in Wonderland. Il cast è formato da interpreti di un certo calibro: Johnny Depp, Anne Hathaway, Helena Bonham Carter e Mia Wasikowska.
Il racconto parte dalle vicende successive a quelle narrate nell’omonimo romanzo di Lewis Carroll. Nel film Alice ha 19 anni, è ormai donna e ha dimenticato ogni ricordo riguardante il paese delle Meraviglie.
Il film è girato nel classico stile burtoniano e presenta tutte le caratteristiche della cinematografia di Tim Burton.
Infatti, presenta una fotografia cupa, scenografie dark e situazioni ambigue. La pellicola di Burton si discosta molto dal classico Disney al quale eravamo abituati e divide critica e pubblico.
Nonostante ciò il film riceve tre nomination ai premi Oscar, vincendo la miglior scenografia e i migliori costumi.
Dark Shadows
Nel 2012 Tim Burton porta sul grande schermo una serie tv cult americana creata da Dan Curtis negli anni ‘70 in un film interpretato da un cast di attori stellari, guidati ancora una volta da Johnny Depp ed Helena Bonham Carter.
Burton è nel suo mondo fatto di freaks e diversi. Il protagonista della storia è Barnabas un ricco e potente playboy, che compie l’errore fatale di spezzare il cuore di Angelique Bouchard. Angelique è una strega e gli assegna un destino peggiore della morte: lo trasforma in vampiro e lo fa seppellire vivo. Dopo duecento anni la tomba di Barnabas viene inavvertitamente aperta liberando il vampiro nel 1972, in un mondo molto diverso da quello di cui aveva memoria.
Big Eyes
Due anni dopo, nel2014, Burton dirige Big eyes, un film biografico. Si tratta della storia di Margaret Ulbrich, una donna non convenzionale, che non ha paura di sfidare le regole della società degli anni Sessanta, lasciando suo marito per trasferirsi a San Francisco con sua figlia Jane. La donna si mette in cerca di un lavoro, sfruttando il suo talento artistico per la pittura.
Le opere di Margaret attirano l’attenzione di Walter Keane. I due iniziano a frequentarsi e Walter si mostra sempre più interessato ai personaggi dei quadri che posseggono tristi occhi giganteschi, finché non si spaccerà per l’autore delle opere.
Big eyes è il secondo biopic diretto da Tim Burton dopo Ed Wood.
Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali
Nel 2016 per tornare alle sue fiabe dal sapore dark, Tim Burton sceglie di ispirarsi al libro di Ransom Riggs, terreno fertile per i suoi temi e la sua poetica.
Come sottolinea Ilaria Scognamiglio nella sua recensione del film Miss Peregrine il protagonista della vicenda è Jacob Portman, giovane ragazzo della Florida, che dopo la prematura morte dell’amato nonno decide di attraversare l’oceano per comprendere il segreto racchiuso tra le mura di una casa in Galles. Non una semplice abitazione ma quella in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonnoAbraham e altri piccoli orfani scampati all’orrore della seconda Guerra Mondiale. Qui incontra Miss Peregrine, una Mary Poppins un po’ dark ed enigmatica che si prende cura di tutti i ragazzi e che aspettava da tempo l’arrivo di Jacob. Man mano che incontra tutti gli abitanti della casa, Jacob comincia a capire che le storie magiche che un tempo il nonno gli raccontava non erano solo frutto della sua fantasia, bensì racconti reali del suo passato.
Dumbo è un film del 2019. Si tratta di un adattamento cinematografico della storia scritta da Helen Aberson. Il protagonista è Dumbo, un povero elefantino dotato di enormi orecchie.
Dumbo, deriso da tutti per la sua diversità, nasconde una straordinaria abilità: se stuzzicato da una piuma può volare. Lo scoprirà anche il furbo imprenditore Vandevere, e allora per Dumbo inizieranno i guai.
In questo remake in live action di Dumbo ritroviamo tutta la poetica e tutte le tematiche tipiche della filmografia di Burton, che al momento termina qui.
Il 2020 è stato indubbiamente un anno ricco per Netflix. Le iscrizioni sono triplicate, per ovvi motivi tutti concernenti la pandemia. La produzione è stata crescente con non poche difficoltà. Su quest’ondata, non poteva mancare un arrivederci di stile.
Cari lettori, ovviamente parlo di una delle serie tv più discusse del momento, Bridgerton. Un concentrato di 8 episodi (1 ora circa cad) che ha acceso gli animi fuori e dentro le lenzuola e non sempre in positivo. Bridgerton è sulla bocca di tutti, ops schermo. Tutti lo guardano, tutti ne parlano. Tutti si lasciano attirare in un vortice incontrollato di guilty pleasure.
Siete pronti ad entrare nella stagione sociale più calda, ricca di cliché, con qualche easter egg non proprio velato? E allora le donne preparino gli abiti migliori, stringano i corsetti e si inciprino il naso; gli uomini si preparino a balli sontuosi e a saper cogliere l’arte dello svenimento perché proverò a riportarvi nella Londra della Reggenza.
La Trama
Londra, 1813. Siamo nella stagione sociale della presentazione delle “debuttanti”.
“Titolate, caste e innocenti, è questo a cui sono state educate e allenate fin dalla nascita. Questa sera, scopriremo quali giovani donne riusciranno ad assicurarsi un buon partito […]” 1×01
Daphne (Phoebe Dynevor), quarta figlia del Visconte Bridgerton è una debuttante. Spicca per bellezza ma ancor più per il suo desiderio di sposarsi per amore e non per dovere. Ma quando il fratello maggiore inizia a scartare alcuni papabili pretendenti, le cronache scandalistiche diffuse dalla misteriosa Lady Whistledown rischiano di metterla in cattiva luce.
In società entra anche l’affascinante e ribelle duca di Hastings (Regé-Jean Page), scapolo convinto e buon partito che cattura l’attenzione di tutte le mamme delle debuttanti. Daphne e il duca dicono di non avere nulla da offrirsi, ma la loro attrazione è innegabile. A fronte di una prima resistenza, i due diventano complici di un gioco che li condurrà ad innamorarsi l’uno dell’altra. Un amore non detto che confonderà entrambi sui propri reali sentimenti. Un bacio, solo uno, e il destino di entrambi cambierà per sempre e quello che appare come un matrimonio riparatore in realtà diventa la culla di un amore profondo, intenso, travolgente e appassionante. Ma non saranno sempre rose e fiori e il passato incomberà sulla coppia come una Spada di Damocle. Ne usciranno vivi?
Bridgerton, la serie tv che ha mandato in tilt il web
Basata sui romanzi di Julia Quinn – la prima stagione è la trasposizione de Il duca e Io – e prodotta da Shonda Rhimes (nota per Gray’s Anathomy, Le regole del delitto perfetto e Scandal), Bridgerton è entrata a gamba tesa nel panorama dello streaming attirando l’attenzione di tutti. La punta di diamante di Netflix.
La serie racconta le vite private dell’alta società inglese e lo fa attraverso un espediente ampiamente noto alla serialità: la voce narrante che diventa presenza impercettibile. Una gossip girl dell’epoca vittoriana: Lady Whisteldown. Una figura misteriosa che minaccia l’alta borghesia con i suoi segreti, scandali e amori. Nella versione originale è narrata dall’iconica voce di Julie Andrews.
I richiami non finiscono qui. Un’altra serie cult richiamata è di inizio 2000: The OC. Non che vi siano elementi in comune facilmente intellegibili, ma sembra che Lady Portia (interpretata da Polly Walker), per aspetto e personalità, ricordi vagamente Julie Cooper. Indubbiamente – sia per l’ambientazione sia per quell’amore bramato, fatto di dita sfiorate, occhi sognati che ardono di passione e sospiri inappagati – i rimandi principali sono a Jane Austen, Downton Abbeyet similia.
Il “sentire” nell’audiovisivo: quando l’estetica provoca emozioni intense
È risaputo che il cinema e l’audiovisivo nascondono una grande potenzialità: emozionare. Avete presente quell’improvviso brivido di freddo che pervade, fulmineo, il vostro corpo? Lo viviamo spesso. Raramente legato a fenomeni meteorologici, si tratta di una risposta del nostro corpo quando è esposto a degli stimoli “eccitanti”. Non per forza o comunque non solo riconducibili ad una dimensione sessuale, ovviamente. Ebbene, la scossa che porta al brivido è dovuta al mutare degli stati d’animo. Tensione, commozione, rabbia, lacrime, gioia, tristezza, angoscia, paura. Il respiro si fa più corto, il sistema nervoso si attiva, diventa vigile, il battito accelera. Un modo di sentire e percepire che ci connette con il momento presente.
Ma cosa c’entra Bridgerton con questo? Tutto. Si tratta di un prodotto seriale che spinge sul “sentire” supportato dalla forza comunicativa delle singole scene, consapevoli che il nostro corpo reagisce attivamente agli stimoli prodotti da ciò che scorre sul grande schermo.
Sia che si tratti di un ballo, di parole proibite pronunciate durante una promenade, o di una scena di sesso, ognuna è costruita, studiata e girata affinché lo spettatore sia travolto attivando, a seconda della scena, questa o quella emozione con tutti gli stimoli che ne derivano.
La poetica e la storia di una piccola città a sud-ovest dell’Inghilterra
Una delle tante caratteristiche accattivanti di Bridgerton sono le location che spaziano tra Bathe Londra. Situata nello Yorkshire, Bath è a sud-ovest dell’Inghilterra. Ricca di storia, fonda le sue radici in epoca romana. Eccellente rappresentazione del perfetto stile Georgiano, è diventata il quartier generale delle riprese.
Chi conosce la città inglese non fatica a riconoscere alcune architetture come la Royal Crescent costruita fra il 1767 e il 1774 da John Wood. Il cui esterno è stato utilizzato per la casa della famiglia Featherington.
La Modiste – il negozio dove le signore dell’alta società confezionano le figlie in preziosi abiti per la grande stagione sociale – in realtà si trova a Pickled Greens, un caffè situato dietro le terme romane.
” … e raccomanderei alle fanciulle di non lasciarsi rapire dalla sensualità delle sue malie. Poiché la mossa audace di una coppia non sposata, un fugace sfiorarsi o, Dio non voglia, un bacio, trascinerebbe qualunque giovane dama sulla strada della rovina.” 1×04
In un’epoca in cui anche un solo bacio era motivo di disonore se avvenuto fuori dal matrimonio o fidanzamento, la passione e il desiderio correvano silenziosi sulle sontuose piste da ballo. Immense sale dove tra momenti di socializzazione, lustrini, luci e specchi la stagione sociale prendeva vita. In Bridgerton, lo sfondo degli otto balli che hanno segnato ritmicamente la storia di Daphne e Simon sono avvenuti tra la sala da tè del Bath Assembly Room e la sala dei banchetti della Guildhall.
Quanto agli esterni/ingressi di queste sale da ballo, alcune scene sono state girate alla Holburne Museum.
La fusione tra queste due ambientazioni è frutto della magia del montaggio che ha combinato la sala interna del Bath Assembly Rooms con il museo di Holburne.
E le Promenade? Le dimentichiamo? Certo che no! Chi non sogna una passeggiata romantica al parco con il/la proprio/a amato/a? Beh tutti, più o meno. In Bridgerton le scene al parco sono state girate nei i giardini di Painshill Park, nel Surrey, fra un laghetto e un ponte molto romantico.
Avete presente la scena in cui Daphne incontra Simon fuori la gelateria, dopo una notte, diciamo, di conoscenza con se stessa? Avete presente il distacco del duca e la “vendetta” di Daphne nel suo ingresso trionfale verso il principe? Ebbene, le scale percorse dalla signorina Bridgerton appartengono a Leigh Court.
E le scene con la regina Charlotte? Queste sono state girate a Wilton House. Si tratta di una grande dimora inglese, nata come convento nell’ 871. Il Maniero è di proprietà del primo Conte di Pembroke e dei suoi discendenti, ristrutturato nel XVIII secolo.
Conclusione
Bridgerton non è solo una serie, è un fenomeno sempre più sociale. I temi e le dinamiche emerse sono numerose e impossibili da affrontare in un solo articolo. Per questa ragione, in questa prima parte posso dire che la serie tv, del panorama di Shondaland, va ben oltre le aspettative. Ti cattura in un vortice di guilty pleasure che oltrepassa la fisicità aprendosi in più dimensioni. Catturano l’attenzione dello spettatore che viene risucchiando in un loop emozionale coinvolgendolo, emotivamente, a più livelli.
Un esperimento ben riuscito, un progetto complesso che fonde la storia e il contemporaneo senza alcuna pretesa di essere fedele. Tutto ciò supportato da un sapiente uso di un tone of voice quasi sempre allegro e divertente per far sì che l’introduzione di tematiche moderne non siano mai troppo pesanti da distrarre lo spettatore.
Suppongo che molti di voi abbiano già divorato le musiche, ma un remainder non guasta mai. E allora lasciatevi trasportare dalle note dei brani che hanno accompagnato un viaggio lungo otto episodi.
La mia preferita? The End di JPOLND, estremamente sensuale e accattivante. Note e parole si fondono insinuandosi sotto la pelle. Con una estenuante e piacevole lentezza percorrono il corpo nella sua interezza.
Se pensiate che sia finita qui vi sbagliate! A quanto pare altri intrighi e piaceri stanno bollendo nella redazione di CulturaMente. Di cosa si parlerà? Non ancora è dato saperlo. Eppure, se qualcuno dovrà rivelarvi dettagli sempre più interessanti, curiosi e intimi per aiutarvi ad accrescere il vostro guilty pleasure, quella sarò io.
“Dopo i pettegolezzi degli ultimi giorni, è un onore per me comunicarvi che Bridgerton tornerà ufficialmente per una seconda stagione. Spero che abbiate messo da parte una bottiglia di ratafià per questa deliziosa occasione.
L’incomparabile cast di Bridgerton tornerà sul set nellaprimavera del 2021. L’autrice è stata attendibilmente informata del fatto che Lord Anthony Bridgerton intende dominare la prossima stagione. La mia penna sarà pronta per riferire tutte le sue vicissitudini d’amore.
Tuttavia, gentili lettori, prima di lasciar spazio a richieste di sordidi dettagli, sappiate che al momento non sono incline a riferire alcun particolare. La pazienza, dopotutto, è una virtù.
Quello di cui non sono sicura è che le nostre vite siano tanto diverse da quelle delle persone che salviamo…tutti completiamo un ciclo…forse nessuno ha compreso veramente la propria vita, né sente di aver vissuto abbastanza
Titolo originale: Never let me go Regia: Mark Romanek Sceneggiatura: Alex Garland Cast principale: Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Izzy Meikle-Small, Ella Purnell Nazione: USA-Gran Bretagna Anno: 2010
Il trailer
Non lasciarmi, la trama del film
Siamo negli anni Settanta. Kathy (Carey Mulligan), Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightly) sono tre adolescenti che vivono in un college inglese. Qui, tra lezioni di arte, sport e amicizie, conducono un’esistenza simile a quella di tanti loro coetanei. Tuttavia il loro destino sarà diverso da quello che possono immaginare: i tre ragazzini, come tutti coloro che crescono nel college, sono dei cloni creati per crescere finché i loro organi non saranno pronti ad essere espiantati e trapiantati nei corpi di altri esseri umani.
Compiuti i diciotto anni i tre protagonisti iniziano a prendere coscienza della propria situazione, ma restano uniti finché le loro strade non si divideranno: Ruth e Tommy iniziano il percorso di donazione, mentre Kathy diventa assistente e aiuta i giovani espiantati ad accettare la propria condizione.
La recensione del film
Never let me go racconta una storia dai toni orwelliani, concepita con una parabola fantascientifica orientata al futuro come avviene in film come Fahrenheit 451 e dal sapore vittoriano, ponendosi tematicamente tra passato e futuro nonostante sia ambientata negli anni Settanta. Romanek adotta uno stile iperrealistico concedendo allo spettatore una visione minimalista che esplora la clonazione come se fosse una malattia terminale. Il regista dirige gli attori ottenendo una performance sfuocata: i personaggi si aggirano come dei fantasmi, anime tormentate senza identità che si muovono aspettando la fine. Per un attimo un guizzo di vita sembra rianimarli per perdersi immediatamente nella consapevolezza di un destino segnato.
Tratto dall’omonimo romanzo diIshiguro, inserito dal Time nella classifica dei cento migliori romanzi pubblicati in lingua inglese dal 1923 al 2005, Non lasciarmi è una pellicola emozionalmente dirompente.
Ogni gesto e parola dei protagonisti sembra essere studiato per far commuovere lo spettatore, al quale deve arrivare il messaggio che anche esseri creati dalla scienza in laboratorio, come ci aveva già suggerito Spielberg inArtificial Intelligence, sono dotati di anima e umanità.
3 motivi per guardarlo:
Godere di un’emozione catartica e devastante;
Riflettere sul tema dell’etica applicata alla scienza;
Assistere al racconto di una storia d’amore intensa e strappalacrime.
Quando vedere il film:
In una serata in cui si desidera guardare un dramma altrui per rifuggire dal proprio o per riviverlo sfruttando l’effetto catartico del cinema.
Valeria de Bari
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Avete già sentito questo titolo? Certo, perchè è una canzone di Ivano Fossati. Proprio a quest’ultima si ispira la cantante romana per il suo show.
“Soffrivo troppo” ammette, “così, mi sono liberata” continua lei stessa, durante la conferenza stampa. Ebbene sì, si sentiva oppressa dal giudizio del pubblico ed ora invece è libera di sentirsi amata per quella che è; in fondo ha già dimostrato tanto, insieme ad altri cantanti italiani.
Hanno dimostrato quello che valgono con la loro straordinaria carriera musicale ricca di successi; ora è arrivato il momento di prendere quello che di più bello può offrirci la musica: la libertà di espressione.
Si tratta di due speciali appuntamenti con grandissimi ospiti della canzone italiana. Tra i nomi: Claudio Baglioni, Alessandro Siani, Francesco De Gregori, Flavio Insinna, Antonello Venditti, Giorgio Panariello, Marco Giallini, Andrea Bocelli, Edoardo Leo, Sabrina Impacciatore, Achille Lauro, Samuele Bersani, Marco Mengoni, Gigi d’Alessio e Luciano Ligabue.
Le due puntate andranno in onda dal Teatro 1 di Cinecittà World.
Entrambe hanno un filo conduttore: la ricorrenza della musica nelle nostre vite. Essa è l’unica arte che ha un potere enorme, quello di essere spalmata nelle nostre vite, una caratteristica che ci accompagna mano per mano e la rende unica.
La musica in tv è ancora in grado di dare ottimi risultati. La Mannoia farà dei duetti straordinari e inoltre, essendo dotata di un talento eccezionale nell’interloquire, lo farà con i personaggi ospiti delle due serate.
Afferma lei stessa:
“La musica gira intorno a noi e non ci lascia mai. Ci sono canzoni che ti ricordano amori, sapori, amori finiti, amori infiniti. Non vi è una forma d’arte che abbia questa capacità”.
Sarà una vera e propria festa, alla quale parteciperanno i più noti nomi del panorama della musica italiana e non ci resta che preparare i nostri pop-corn al caramello o una bella tisana calda (come preferite) e metterci davanti alla tv per gustarci questo spettacolo unico. Siete pronti a farvi travolgere dalla musica? Io sì e non vedo l’ora.
Alessandra Santini
L’immagine di copertina è stata scattata da Roberto Panucci. Ufficio Stampa Parole e Dintorni.
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Era il 28 dicembre 1895 quando i fratelli Louis e Auguste Lumière mostrarono per la prima volta, un apparecchio da loro brevettato, chiamato cinématographe.
In questi 125 anni di vita del cinema sono stati creati moltissimi capolavori che rimarranno nella storia di quest’arte e che vivranno nei secoli a venire.
È difficile trovare una persona vivente che non abbia mai provato una volta nella vita la suggestiva atmosfera che si vive nelle sale cinematografiche.
Nonostante ciò sono comunque molti coloro che, per i più differenti motivi, non apprezzano il fatto di recarsi al cinema per vedere un film, ma piuttosto preferiscono aspettare che questo esca in DVD o sulle varie piattaforme streaming.
Se, quindi fate parte della categoria di quelli che preferisco il divano e la coperta al seggiolino della cinema, vi basterà mettervi alla ricerca per capire cosa c’è stasera in TV, e se trovate uno dei vari capolavori cinematografici in programmazione, sappiate che la scelta è quasi d’obbligo.
Nel frattempo, a seguire trovate la lista dei film da guardare almeno una volta nella vita, e chi lo sa, magari ne troverete uno in programmazione sul vostro canale preferito.
1. 8½ (anno di uscita 1963)
Cominciamo con un classico intramontabile, di uno dei nostri migliori registi di sempre: era il 1963 quando al cinema debuttava la pellicola 8½ di Federico Fellini.
Come protagonista troviamo un indimenticabile Marcello Mastroianni nei panni di un affermato regista in crisi esistenziale che vediamo alle prese con un nuovo film, e che alla ricerca di ispirazione trova rifugio nella sua immaginazione e nella sua interiorità.
2. Shining (anno di uscita 1970)
Agli albori degli anni Settanta si affaccia sulla scena cinematografica il capolavoro di Stanley Kubrick, basato sul romanzo di Stephen King e con protagonista un magistrale Jack Nicholson nei panni di un folle omicida.
3. Forrest Gump (anno di uscita 1994)
Dalla fine degli anni Settanta passiamo direttamente alla prima metà degli anni Novanta, quando il pubblico viene incantato da Forrest Gump, con l’accoppiata vincente costituita dal regista Robert Zemeckis e l’attore Tom Hanks.
Dalla panchina di una fermata dell’autobus, Forrest Gump ci racconta la sua incredibile vita ed i problemi mentali e fisici che si porta dietro dalla nascita.
4. Titanic (anno di uscita 1997)
Prosegue l’infinita lista di capolavori degli anni Novanta con Titanic, uno dei film più visti di sempre dal pubblico: la pellicola di James Cameron ha tutto per essere definita come un film generazionale, imperniato sulla tragica storia d’amore tra Jack (Leonardo DiCaprio) e Rose (Kate Winslet).
Due anni dopo il mondo irreale narrato da The Truman Show, i fratelli Wachowski portano al cinema il primo capitolo di una trilogia che ha fatto la storia del cinema: Matrix, regalando gloria eterna al protagonista Keanu Reeves.
6. Il miglio verde (anno di uscita 1999)
Nello stesso anno di uscita di Matrix, un altro film di eccezionale portata si affaccia per la prima volta sui maxi schermi di tutto il mondo: Il miglio verde, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, con protagonista ancora una volta Tom Hanks.
7. La grande bellezza (anno di uscita 2013)
Con un pizzico d’orgoglio, dopo 8½ di Federico Fellini con cui avevamo aperto la nostra lista dei film da guardare almeno una volta nella vita, inseriamo la seconda pellicola italiana con La grande bellezza, il film con cui l’Italia è tornata alla vittoria dell’Oscar grazie al lavoro svolto dal regista Paolo Sorrentino che ha diretto egregiamente un cast stellare.
8. La la land (anno di uscita 2016)
Chiudiamo infine con La la land, che ci ha consegnato una storia d’amore moderna e allo stesso tempo indimenticabile con protagonisti Emma Stone (Mia) e Ryan Gosling (nei panni di Sebastian).
I due attori interpretano un musicista jazz e un’aspirante attrice, impegnati nell’inseguimento dei loro sogni ed ambizioni, finché non si innamorano. A quel punto,accompagnati dalle musiche e le coreografie, scopriremo se questo amore riuscirà a sopravvivere.
Ispirate alla collezione vittoriana Cranford, le copertine di questi romanzi vi faranno innamorare dei classici della letteratura. Un must-have per gli appassionati e per chi vuole arricchire la propria libreria!
Indice
La web story su Jane Austen
Questo articolo rientra nel nostro speciale su Jane Austen: dai un’occhiata qui sotto prima di proseguire! Tappa la web story come faresti con una storia su Instagram e scopri tutti i nostri approfondimenti sull’autrice.
Il design della collezione Cranford
Ci hanno sempre detto di non giudicare un libro dalla copertina. Eppure ammettiamolo: in libreria, o sui siti che vendono libri, la prima cosa che notiamo è proprio il design in copertina, specie se dobbiamo scegliere tra diverse edizioni dello stesso libro.
Che grandezza lo voglio? Che font si adatta meglio alla storia? Che disegno avrebbe più senso? Sono le domande che ci facciamo più o meno tutti, in particolare chi, come me, vorrebbe una libreria ordinata, possibilmente con tutti i libri simili nella forma e nello stile.
La soluzione ce la propone RBA con i classici senza tempo. Erano arrivati già in edicola lo scorso anno e, visto il successo, sono stati riproposti nel 2021-2022.
Perché soluzione? Perché le copertine di questi romanzi sono ispirate alla collezione Cranford della casa editrice britannica Macmillan, che alla fine del XIX secolo commissionò ad alcuni dei migliori illustratori dell’epoca le copertine della collezione.
Il risultato è una collana molto elegante che propone i più grandi classici della letteratura, in particolare quella femminile. Se vuoi saperne di più sulle eroine letterarie dai un’occhiata alla nostra rubrica Dosi di Eroine!
Ogni storia comincia con maestosi capilettera illustrati, disegnati appositamente per la collezione RBA.
Da Orgoglio e Pregiudizio.
Da laureata in lingue, devo anche spendere due parole sulla traduzione: le versioni italiane sono state concesse a RBA da varie case editrici e alcune sono effettivamente datate (in Cime Tempestose, la protagonista Catherine è chiamata Caterina), ma nel complesso sono godibili, specie se ricordiamo che sono all’interno di una collezione di importanza per lo più estetica.
Il sonno del crepuscolo – Edith Wharton – 14/01/2022
Una coppia quasi perfetta – Emily Eden – 21/01/2022
Raggi di luna – Edith Wharton – 28/01/2022
Il segreto di Lady Audley – Mary Elizabeth Braddon – 04/02/2022
Il mulino sulla floss – George Eliot – 11/02/2022
Mary Barton – Elizabeth Gaskell – 18/02/2022
Evelina – Fanny Burney – 25/02/2022
La piccola Fadette – George Sand – 04/03/2022
Una casa quasi perfetta – Emily Eden – 11/03/2022
Shirley I – Charlotte Brontë – 18/03/2022
Shirley II – Charlotte Brontë – 25/03/2022
Lady Roxana – Daniel Defoe – 01/04/2022
Effie Briest – Theodor Fontane – 08/04/2022
Due sulla torre – Thomas Hardy – 15/04/2022
Gli innamorati di Sylvia – Elizabeth Gaskell – 22/04/2022
Una nobile donna – Frances Hodgson Burnett – 29/04/2022
Mutevoli umori – Louisa May Alcott – 06/05/2022
La nuova collana 2022
Parallelamente alla collana 2021, che continuerà nel 2022 con le uscite elencate nel paragrafo sopra, RBA ha deciso di lanciare una nuova collana per il 2022! Ti elenchiamo anche queste uscite, che differiscono di qualche titolo da quella dell’anno scorso. Purtroppo non abbiamo le date, ma trovi i libri come sempre in edicola oppure sul sito!
Nel comunicato stampa si parla di survival drama e pigiama party distopico. Sul web troverete migliaia di recensioni dedicate al “teen drama su un’isola deserta”. Ma The Wilds, serie tv originale Amazon Prime Video, è molto di più.
Prendete delle adolescenti di diversa estrazione e buttatele su un’isola deserta. Fino a qui cosa vi aspettate? Il dramma americano che divide le cheerleaders dalle losers. Teoria aprioristica che poteva essere corroborata anche dalla pubblicità di Amazon Prime Video su TikTok, una banalizzazione totalmente inaspettata in un cui un’adolescente afferma:
Per me, essere wild è accettarmi come sono senza sentirmi sbagliata. E per te?
Trama e Recensione
Se vi aspettate delle ragazzine che si strappano i capelli perché il fidanzatino le ha tradite o che piangono perché si è rotta un’unghia, mettetevi comodi. Ci saranno unghie rotte, ci saranno moltissime lacrime, ma quello che può lasciarvi questa serie va davvero oltre. Dentro The Wilds c’è la storia della condizione femminile. Qualche genio – Sarah Streicher e Amy B. Harris – ha voluto incasellare dentro le adolescenti protagoniste tutte le difficoltà che una donna può incontrare nel corso della sua esistenza. Del resto, non è proprio dall’infanzia o comunque dall’adolescenza, che le donne vengono infarcite di luoghi comuni su come dovrebbero essere? E tutte seguiamo quei luoghi comuni, volenti o nolenti. Poi qualcuna di noi decide di fregarsene ad un certo punto, ma anche in quel momento deve continuare a combattere contro una voce nella propria testa.
“Sto sbagliando?”
Il dramma della violenza, il disagio della diversità sessuale, il bigottismo religioso, le pressioni familiari, ma anche quel ruolo che la società brama per le donne sin dalla tenera età, quello della cura, sono tutti protagonisti di questo racconto. Ma, sia ben inteso, il dolore su questi lidi non arriva solo dall’esterno. C’è chi lotta anche contro i propri demoni, quelli ossessivi, che martellano in testa. Avete presente quando siete innamorati di qualcuno senza essere corrisposti? E non serve avere 16 anni per conoscere quel tipo di martello. Lo stesso che vi fa controllare dieci volte se avete chiuso bene casa o la macchina. Non serve neanche essere donna, in questo caso, per averlo provato. Ma… c’è un ma. La debolezza (o presunta tale) in The Wilds diventa forza. Sembra una frase comune, ma non lo è. Tutti i demoni si trasformano in luce e noi siamo spettatori di questa metamorfosi.
Quindi, ed è incantevole, accade che una serie tv con protagoniste delle giovanissime (e talentuose, c’è da dirlo) attrici diventa quasi un dovere morale.
Guardare The Wilds significa andare oltre quello che potrebbe essere questa serie e osservare tutte le lezioni che si possono cogliere. Ciascuna protagonista ha qualcosa da mostrare, da svelare. Per questo motivo, episodio dopo episodio, si passa al crivello l’interiorità dell’uno e del tutto. Eppure, ciò che rende la serie davvero interessante è che non si arriva mai ad una verità. Si cerca, famelici, la risposta, ma non si trova. Una seconda stagione è assolutamente doverosa perché questo è il riassunto del cammino del femminino, della strada fatta fino a qui.
A volte visionaria fino ai limiti della credibilità, per questo forse “distopica” da comunicato, The Wilds è un’esperienza di cui nessuno dovrebbe privarsi. Guardare significa esperire la bellezza femminile fino agli abissi del suo malessere.
Assolutamente consigliata a tutti, soprattutto ai più paurosi.
Alessia Pizzi
Aggiornamento: in arrivo la seconda stagione a Maggio 2022
Dopo un countdown-caccia al tesoro su Instagram, Prime Video ha annunciato che la seconda stagione dell’elettrizzante serie young-adultThe Wilds sarà disponibile dal 6 maggio in esclusiva su Prime Video in più di 240 Paesi e territori nel mondo. La seconda stagione di The Wilds prosegue la narrazione delle tormentate disavventure di un gruppo di adolescenti bloccate su un’isola deserta, dove non sono finite per caso – sono state segretamente reclutate per un complesso esperimento sociale. La nuova stagione aumenta di pathos svelando che non sono solo le ragazze ad essere studiate, c’è un nuovo gruppo di soggetti, un’isola di soli ragazzi adolescenti, anche loro alle prese con la lotta per la sopravvivenza sotto lo sguardo vigile del “burattinaio” di questo esperimento.