Torino 2018: Wildlife, tra le macerie di una famiglia

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Non è un caso che Wildlife scelga un incendio come pretesto narrativo per raccontare una coppia che si divide.

Ad andare a fuoco non sono solo le foreste del Montana, ma soprattutto un rapporto, una famiglia. Anzi, ad andare a fuoco è l’utopia della tipica famiglia americana anni ’50, epoca in cui è ambientato il film, con la moglie che sta a casa, cucina e accudisce i figli, il marito che va a lavorare e torna a casa la sera sorridente, e vivono tutti felici e contenti.

In realtà sposarsi, e ancora di più costruire una famiglia, vuol dire muoversi costantemente tra macerie. Qualcosa, sempre ed inevitabilmente, va a pezzi. L’abilità è non far cadere tutto, e rimettere insieme ogni mattone giorno dopo giorno.

Abilità che però non hanno i protagonisti di Wildlife. E, forse, proprio tale mancanza li rende ancora più umani. Sicuramente li rende più empatici nei loro difetti, nel loro continuo scambio di ruoli. Quando la madre è amorevole, il padre sente l’impulso di lasciare la famiglia. Quando lui torna a testa bassa, è lei quella soffoca. Nessuno ha ragione, nessuno ha torto, nessuno può fare la morale all’altro sul accettare sacrifici e compromessi. Non si può prendere posizione perché il mestiere del genitore è il più difficile al mondo.

Lo capiamo in un film totalmente filtrato attraverso gli occhi ed i sentimenti di un adolescente.

Sembra un film vouyeristico Wildlife. Non vediamo e viviamo mai ciò che accade come spettatori, ma vediamo e viviamo tutto attraverso il giovane protagonista, un nostro surrogato. Non sappiamo mai più o meno di lui, siamo sempre accanto a lui, con lui, dentro di lui. Il film è il racconto della deflagrazione di una coppia dalla prospettiva del figlio, un fatto che amplifica la sofferenza della nostra empatia.

Ma, al tempo stesso, non ci alza moralmente. Il giovane è sicuramente vittima, eppure si muove con quell’inconsapevolezza che diventa ostinatezza. Il ragazzo non può capire le esigenze dei suoi genitori, i loro desideri, i loro cambiamenti d’umore e sentimento. Per lui l’immagine della famiglia è solo l’idillio iniziale, un nucleo perfetto che fa colazione ogni mattina tutti insieme sorridendo. Quando le cose cambiano, invece di elaborarle e capirle, si ostina a far tornare tutto come prima. Una missione impossibile, e pure sbagliata.

In questa profonda analisi della disgregazione famigliare, ciò che più colpisce è lo sguardo sicuro di Paul Dano. Un esordio alla regia convincente per la sicurezza nei propri mezzi che si intuisce scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura. Ha studiato nei set dei migliori registi nel corso degli anni, lo sappiamo, ha imparato e rubato tanto, si vede ed è meritevole. Sorprende, semmai, uno stile quasi “europeo”, con un tagliente uso della camera fissa che rende ancor più soffocante il suo ritratto.

Uno stile asciutto, senza filtri e soprattutto senza ridondanze, che taglia il grasso e arriva dritto al punto.

Un film piccolo e intimo Wildlife, ma che nella sua natura contenuta ha qualcosa da dire. Più di tanti altri film immeritatamente strombazzati.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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