30 anni di “Mediterraneo”: una generazione tentata dalla fuga

Mediterraneo film recensione

Avevamo tutti più o meno quell’età in cui non hai ancora deciso se mettere su famiglia o perderti per il mondo”

Titolo originale: Mediterraneo
Regia: Gabriele Salvatores
Soggetto e sceneggiatura: Enzo Monteleone
Cast principale: Diego Abatantuono, Gigio Alberti, Vana Barba, Claudio Bigagli, Claudio Bisio, Antonio Catania, Giuseppe Cederna, Ugo Conti
Nazione: Italia
Anno: 1991

Il 31 gennaio di 30 anni fa usciva “Mediterraneo”, il film che ha dato al regista Gabriele Salvatores la fama internazionale. 

Ciò soprattutto grazie all’Oscar come miglior film in lingua straniera nel 1992. Quell’anno c’era in lizza per la stessa categoria un altro film bellissimo, “Lanterne rosse” di Zhang Yimou. Il pubblico italiano si divise, perché aveva amato molto entrambe le pellicole. Lo stesso Salvatores ha raccontato che il fatto che avesse vinto il suo film, anziché quello di Yimou, lo aiutò a relativizzare il premio e a non perdere la testa. 

I riconoscimenti di pubblico e critica erano già stati notevoli in patria, coronati da un David di Donatello come miglior film nel 1991. 

Il soggetto scritto da Enzo Montelenone era liberamente ispirato da “Sagapò”, romanzo autobiografico di Renzo Biasion.

Siamo nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale. L’Italia fascista è alleata della Germania nazista e va, tra l’altro, alla conquista della Grecia. Un manipolo di otto improbabili soldati italiani viene spedito in missione su un’isola dell’Egeo di importanza strategica pari a zero. Recentemente abbandonata dai tedeschi, ora dovranno presidiarla gli italiani. 

Ad interpretarli troviamo un gruppo di attori da sempre vicini al mondo di Gabriele Salvatores. A comandare il gruppo c’è il tenente Mortini (Claudio Bigagli), un intellettuale amante dell’arte e di Omero. Il suo attendente è il timido Farina (Giuseppe Cederna). Gigio Alberti interpreta l’alpino Eliseo Strazzabosco, accompagnato dalla sua fedele asina Silvana. Per lei nutre un affetto spesso dileggiato dai commilitoni. I fratelli Libero (Memo Dini) e Felice Munaron (Vasco Mirandola) sentono nostalgia della loro montagna. Non sanno nuotare e non sono certo i soldati ideali per una missione su un’isola. Corrado Noventa (Claudio Bisio) ha tentato più volte di disertare, per tornare dalla moglie incinta in Italia. Poi c’è il marconista inetto Colasanti (Ugo Conti), sempre vicino al sergente Nicola Lorusso (Diego Abatantuono). 

Una storia generazionale, pacifista, di fuga: questo è Mediterraneo

Appena sbarcati, qualcuno per errore uccide l’asina Silvana. Strazzabosco, preso da un dolore accecante, distrugge la radio, unico strumento di comunicazione con l’esterno. Si fa difficile, ma alla luce del giorno l’isola si dimostra un paradiso, apparentemente disabitato.

Tuttavia, la popolazione non tarda troppo a palesarsi, appena i bambini si accorgono che i soldati italiani non sono pericolosi. I bambini, le donne e i vecchi sono rimasti, gli uomini sono stati, invece, deportati dai tedeschi.

Inizia, quindi, la convivenza pacifica tra occupati e occupanti, che iniziano a sentirsi a casa. Passano i mesi, così velocemente che diventano anni, senza che i soldati italiani se ne accorgano. Vivono ignari che nel frattempo sia intervenuto l’armistizio. Dopo l’8 settembre 1943, anche le alleanze sono cambiate. L’Italia è dalla parte diametralmente opposta a quella in cui stava due anni prima.  

 “Mediterraneo” è un film pacifista, che esalta il valore dell’amicizia. Ma, soprattutto, è un film che parla della fuga, quella fisica e quella mentale.

Appare chiaro fin dal primo fotogramma, quando compare sullo schermo scuro una frase di Henry Laborit a dare la cifra del film: “In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”. Altrettanto significativa è la didascalia che chiude il film: “Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”.

Gabriele Salvatores aveva già dedicato due film all’argomento: “Marrakech Express” (1989) e “Turné” (1990).

Quando nel 1991 uscirà “Mediterraneo” inevitabilmente la triade inizierà ad essere chiamata “la trilogia della fuga”. 

Questi tre film compongono anche un’ideale trilogia generazionale, perché idealmente esprimono una riflessione storica sulla generazione del regista: quella che, agli inizi degli anni novanta del ‘900 si è ritrovata orfana di un impegno politico. 

Questo smarrimento “politico” è accennato con lievità in “Mediterraneo”. I soldati si interrogano su cosa sia giusto fare quando, con la radio non più funzionante, restano senza ordini sull’isola. Questi uomini, più che combattenti, sono combattuti tra la voglia di tornare a casa e quella di rifugiarsi nella pace dell’isola per sfuggire alla guerra. Nicolo Lorusso vorrebbe tornare in prima linea, raggiungere Rodi. Gli altri vogliono restare nell’isola dell’oblio. Sentono che l’Italia li ha abbandonati, nessuno è andato a cercarli quando sono scomparsi dalle comunicazioni radio.

Anche quando finalmente arrivano gli Inglesi per riportarli in Italia, a guerra quasi finita, c’è chi si chiede se sia giusto restare lì, mentre il mondo sta cambiando e l’Italia va ricostruita, magari come vorrebbero loro

Salvatores girò i film della trilogia generazione (o della fuga) con attori e collaboratori che erano anche suoi amici. Vi spicca Diego Abatantuono, che potremmo tranquillamente definire il suo attore-feticcio. Dalla magia che si creava sul bellissimo set dell’isola di Kastellorizo, nell’arcipelago del Dodecanneso, è nato un bel gioco di squadra attoriale, come lo ha definito il critico Morandini. 

Qualche anno dopo, il regista non resisterà a riprendere l’argomento della fuga con “Puerto Escondido”.

La fuga è soprattutto dalla guerra, per questo “Mediterraneo” è stato considerato un film pacifista.

Ricordo ancora le parole che Gabriele Salvatore pronunciò ritirando il premio Oscar: “Per favore, fate come i soldati di Mediterraneo: fermate le guerre. La vita è migliore”. Perché questo fanno i protagonisti: fermano la guerra, magari inconsapevolmente, nel loro piccolo mondo circoscritto. 

Per Morandini “Mediterraneo” è “un’accattivante mistura di buffo e patetico con molti stereotipi e qualche leziosaggine ruffiana”. 

In effetti, si ride per questa armata improbabile e impreparata e ci si commuove in alcune scene. I personaggi sono pieni di umanità, per cui è impossibile non provare tenerezza ed empatia. Uomini, soldati, con le loro paure, la loro nostalgia, il desiderio di portare a casa la pelle, la solitudine: insomma le fragilità di chiunque.

Italia, di giorno ti penso, di notte ti sogno”, scrivono i soldati sul muro della casa diroccata dove si accampano.

Ma questo apologo sull’amicizia virile contiene, in effetti, stereotipi sul comportamento degli italiani che, secondo alcuni critici, hanno contribuito al successo internazionale.

Nondimeno, il film fu tagliato per la distribuzione negli USA. La versione integrale originale, infatti, è di 99′ (quella disponibile ora nel catalogo di Prime Video) e quella americana era di soli 86’. Pare che la scelta sia stata del famigerato Harvey Weinstein, padrone della Miramax: sosteneva che la parte che precedeva la scoperta che il paese era abitato fosse lenta e troppo lunga. Tuttavia, i tagli hanno eliminato proprio le battute più grevi e potenzialmente offensive di Colarusso, tanto da far sospettare che la scelta del nuovo montaggio fosse dettata più dal tipico puritanesimo americano che dall’esigenza di conferire ritmo alla storia.

Si racconta anche che il giovane montatore americano incaricato dei tagli fosse molto a disagio nel dover mettere mano al lavoro di Nino Baragli, che considerava un maestro, visto che aveva collaborato con Fellini, Leone (ad esempio per “C’era una volta in America“) e Pasolini. Tra l’altro, Biragli aveva anche vinto il David di Donatello per il montaggio di “Mediterraneo.

3 motivi per guardarlo:
  • per la scena del calcio di rigore con Abatantuono in porta, gli sguardi immobili degli altri in campo e l’aereo che sta atterrando alle sue spalle;
  • per interrogarvi sullo smarrimento e il desiderio della fuga, vostri o di una generazione passata;
  • perché ogni tanto fa bene sognare di vivere in un’isola dell’Egeo.

Quando vedere il film:

in questi giorni, per festeggiare il trentennale dall’uscita nelle sale italiane

Stefania Fiducia

Avete già letto la precedente puntata del cineforum?

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