Il mistero della vita di Emily Dickinson svelato dalla biografia di Lyndall Gordon

emily dickinson

In “Come un fucile carico”, edito da Fazi Editore, la vita della poetessa diventa una saga familiare.

Ognuno di noi è il frutto dell’ambiente in cui vive e di quello che gli accade: vale per tutti, anche per Emily Dickinson. Lyndall Gordon, nella biografia della poetessa “Come un fucile carico” edita da Fazi Editore, ricostruisce non solo la vita di Emily Dickinson, ma anche la storia della sua famiglia e quella di una faida familiare che ha avuto una influenza decisiva sul modo in cui la sua vita ci è stata raccontata.

Perché Emily Dickinson non è stata la donna che ci hanno fatto credere.

Nella sua vita ha scritto 1789 poesie, custodite in un baule all’interno della sua stanza, e centinaia di lettere, che sono veri e propri testi letterari. Emily Dickinson era una sperimentatrice, una donna che aveva una grande conoscenza dell’animo umano e una capacità straordinaria di giocare con le parole e con le metafore.

Fu anche un’innovatrice, l’uso della punteggiatura nelle sue poesie era qualcosa di rivoluzionario.

emily dickinson - murales ad ahmerst
Murales ad Ahmerst
Eppure visse quasi tutta la sua vita nella sua casa di Ahmerst, incontrando poche persone, intrattenendo una corrispondenza con molte di più, ma senza quasi mai uscire.

 

Il mito creato intorno a lei ci ha convinto che la sua reclusione volontaria fosse dovuta a una delusione d’amore, ma la biografia della Gordon invece apre la strada a una nuova ipotesi: Emily Dickinson era epilettica, una malattia che all’epoca portava con sé un grosso carico di pregiudizi e rappresentava qualcosa da nascondere.

 

Per evitare che si sapesse in giro di questa sua malattia, visse da reclusa, in compagnia della sorella Lavinia e assistita finanziariamente dal fratello Austin. L’epilessia era infatti ritenuta una tara ereditaria e quindi Emily avrebbe potuto danneggiare anche i suoi famigliari se si fosse saputo della malattia.

 

E questo è anche uno dei motivi per i quali decise di non sposarsi, anche quando fu tentata. Le sorelle Dickinson potevano avere il lusso di non sposarsi, non avevano necessità di trovare chi si occupasse di loro.

 

La sua vita ritirata non le impedì di innamorarsi o di nutrire forti passioni, come testimoniano le sue poesie e le sue lettere, che però secondo la Gordon non sarebbero rivolte a un solo amante.

 

Emily Dickinson era legata al mondo in cui viveva: leggeva tutte le opere più recenti (amava George Eliot e le sorelle Bronte, ad esempio), seguiva la stampa, corrispondeva con tante persone. Apparteneva a una delle famiglie più in vista del New England e il salotto di sua cognata Susan, moglie di Austin, era frequentato dagli intellettuali dell’epoca.

 

Proprio Susan ebbe un ruolo centrale nella sua vita: era legata a lei da un rapporto speciale, molto intimo, che le procurò anche cocenti delusioni, quando la cognata cercò di prendere le distanze da lei.

 

Il matrimonio tra Susan e Austin fu causa di tristezza per Emily: il fratello ebbe per tanti anni e fino alla sua morte una relazione con Mabel Todd, una giovane e ambiziosa aspirante scrittrice che gettò nello scompiglio la vita dei Dickinson.

 

Il duello silenzioso tra Susan e Mabel per lunghi anni segnò la vita della famiglia: dopo la morte della poetessa le due donne si fronteggiarono in una complicata battaglia per la pubblicazione delle poesie e delle lettere che si protrasse per decenni, coinvolgendo anche le loro figlie. Susan e Mabel raccontarono al mondo due Emily diverse e sono alla base di quella che è ancora oggi la nostra percezione della poetessa.
Ci racconta la biografa:

 

 

“Da buone famiglie ottocentesche proiettano un’immagine della scrittrice come vecchia signora riservata, il cui dono sfuma in una vita priva di eventi. Nulla poteva essere detto a proposito di malattia, amore, adulterio e neppure del fuoco nascente della faida”.

 

La biografia di Lyndall Gordon ci restituisce la storia di una donna che amava la vita, l’amore, la natura, una donna appassionata che aveva un dono speciale. E soprattutto di una donna del suo tempo, con una famiglia complicata e un talento riconosciuto nella sua grandezza solo dopo la sua morte.
Non era un essere passivo, anzi. Scrisse versi potenti, come quelli ai quali si deve il titolo del libro:

 

“La mia vita era rimasta – un fucile carico/ In un angolo – finché un giorno/ Il padrone passò – m’identificò –  e mi portò via”

 

E le sue parole sono ancora oggi un’arma potente.

 

Silvia Gambi
Silvia Gambi
Giornalista di Prato. Autrice del blog www.parliamodidonne,com

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