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12 Gennaio 1965: addio Lorraine Hansberry, la prima afro-americana a Broadway

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Nella sua opera teatrale, ritratto di una famiglia tormentata di Chicago, Lorraine Hansberry ha anticipato questioni che vanno dagli scontri generazionali ai diritti civili e ai movimenti delle donne. Una grande donna se ne andava il 12 gennaio 1963.

Lorraine Hansberry nacque il 19 maggio 1930 in una famiglia afro-americana di attivisti di classe media. Suo nonno fu uno schiavo e suo zio un eminente professore afroamericano, quindi Hansberry crebbe con una grande consapevolezza riguardo la storia come afro-americana e la lotta per i diritti civili, ancora in corso in quegli anni.

Quando lei aveva 8 anni, la sua famiglia tentò di trasferirsi in un quartiere destinato ai bianchi, i proprietari delle cui case firmavano di norma un patto restrittivo per escludere le famiglie nere dalla comunità. La popolazione nera però aumentava sempre più e, data la richiesta e le poche case disponibili, i prezzi salirono alle stelle. La parte di Chicago destinata ai neri era il ghetto noto come la “cintura nera” nel South Side della città. Le condizioni delle case erano pessime nonostante il prezzo molto alto rispetto alle case nei quartieri bianchi.

Carl Hansberry, il padre di Lorraine, acquistò segretamente una proprietà in un quartiere “bianco” ma, appena trasferitosi con la famiglia, fu minacciato da una folla bianca, che lanciò un mattone attraverso una finestra, mancando di poco Lorraine. Carl si appellò così alla Corte Suprema dell’Illinois, che però confermò la legalità del patto restrittivo e costrinse la famiglia a lasciare la casa.

La Corte Suprema degli Stati Uniti, tuttavia, annullò questa decisione grazie ad un tecnicismo legale. Il risultato è stato l’apertura di 30 isolati di South Side Chicago agli afroamericani. Anche se il caso non sostenne che le alleanze restrittive razziali in generale fossero illegali, ha segnato l’inizio della loro fine.

Lorraine Hansberry

Le opere di Lorraine Hansberry riflettono la sua autobiografia. Dopo aver lasciato l’Università del Wisconsin, si trasferì a New York nel 1950 per iniziare la sua carriera di scrittrice. Ha scritto per Freedom, una pubblicazione progressista, che l’ha messa in contatto con altri mentori letterari e politici come W.E.B. DuBois.

Durante una protesta contro la discriminazione razziale alla New York University, ha incontrato Robert Nemiroff, uno scrittore ebreo che condivideva con lei le sue opinioni politiche. Si sono sposati il ​​20 giugno 1953 a Chicago.

L’opera teatrale A Raisin in the Sun fu presentata per la prima volta nel 1959, rendendola la prima drammaturga afro-americana ad arrivare a Broadway. Hansberry morì di cancro al pancreas a 34 anni, nel 1965.

L’approdo a Broadway con A Raisin in the Sun

A Raisin in the Sun è un’opera teatrale che prende in esame gli effetti del pregiudizio razziale sulla realizzazione dei sogni di una famiglia afroamericana. Lo spettacolo è incentrato sulla famiglia Younger, appartenente alla classe operaia che vive a Chicago intorno agli anni Cinquanta del Novecento.

Alla morte del capo famiglia, Big Walter, che accade prima degli eventi narrati, la famiglia eredita un’assicurazione sulla vita di 10.000 dollari. La famiglia attende con impazienza l’arrivo dell’assegno, che ha potrebbe potenzialmente realizzare i sogni a lungo rimandati di tutti i membri. Tuttavia, ognuno di loro ha diverse idee sul migliore utilizzo possibile del denaro, mettendoli l’uno contro l’altro.

Lena, chiamata anche Mama, la vedova e la proprietaria del denaro, non sa cosa farsene, mentre i figli Walter e Beneatha non hanno dubbi: lui vuole investirli, così come fanno gli uomini bianchi per cui lavora, lei vuole usarli per finanziarsi gli studi e diventare medico. C’è poi anche la moglie di Walter, Ruth, che da sempre sogna di avere una bella casa per la sua famiglia…

A Raisin in the Sun racchiude tantissimi temi, alcuni di questi controversi per l’epoca: si parla di aborto, di segregazione razziale, di femminismo e di orgoglio per le proprie origini.


È un testo per tutti, a prescindere dall’etnia, condizione sociale o genere. Te la consigliamo caldamente!

Vuoi leggere altre donne che dovresti conoscere? Dai un’occhiata alla nostra rubrica di Donne Stupefacenti:

Veronica Bartucca

Hamilton, l’acclamato musical di Broadway su Disney Plus tra storia e modernità

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Ispirato dalla biografia del padre fondatore americano Alexander Hamilton, il musical mescola nella sua colonna sonora hip-hop, jazz e R&B. È disponibile in alta definizione su Disney Plus tramite regolare abbonamento.

È il 2008 quando l’attore, compositore, cantante e paroliere Lin-Manuel Miranda (e futuro autore delle musiche di Oceania) inizia a pensare a Hamilton. In vacanza dal suo stesso spettacolo, In the Heights, Miranda compra la biografia di Alexander Hamilton scritta da Ron Chernow e scrive un pezzo rap su di lui. Questo stesso pezzo diventerà poi la canzone d’apertura del musical (“Alexander Hamilton”).

Miranda porta poi questo brano alla Casa Bianca nel maggio 2009 per la Serata della Poesia, Musica e Parole davanti a Barack e Michelle Obama. Visto il successo, inizia a scrivere il secondo brano. E il resto è storia.

Il musical ha vinto diversi Tony Awards, Grammy Awards, Lawrence Olivier Awards e il Premio Pulitzer per la drammaturgia. Ha ottenuto inoltre una menzione speciale senza precedenti dal Kennedy Center Honors.

Lo spettacolo

Hamilton è un musical ispirato alla storia della vita e della carriera politica di Alexander Hamilton, uno dei protagonisti della Guerra d’indipendenza americana e nella formazione del governo, delle politiche e della Costituzione degli Stati Uniti. 

Lo spettacolo inizia con la narrazione di Aaron Burr, uno dei contemporanei di Hamilton – a volte amico, spesso rivale e critico. Nel brano di apertura Burr accenna brevemente a tutta vita di Hamilton, incluso un riferimento al fatto che sarà Burr stesso a uccidere Hamilton.

È chiaro quindi che ci si debba godere lo spettacolo come un viaggio più che aspettare con fermento il finale. In questo brano conosciamo molti dei personaggi che ci accompagneranno durante la rappresentazione, tra cui Hamilton stesso, interpretato da Miranda.

Personaggi storici… ma moderni

Tra i personaggi in scena spiccano anche le sorelle Eliza e Angelica Schuyler, che nel brano “The Schuyler Sisters” ironicamente citano la Dichiarazione d’indipendenza americana dicendo di voler chiedere a Thomas Jefferson di “includere le donne nel sequel”. 

Jefferson così come George Washington sono presenti nello spettacolo e gli interpreti svecchiano tramite il rap la loro immagine dei libri di scuola che li ha sempre sempre solenni e seriosi. Hamilton è stato infatti considerato un ottimo modo per avvicinare i giovani alla storia e viene frequentemente citato nelle scuole statunitensi.

Menzione d’onore a Re Giorgio III, sovrano del Regno Unito di allora e villain dello spettacolo, una macchietta all’interno della performance che suscita l’ilarità del pubblico per la natura grottesca del suo portamento e dei suoi discorsi. Buffo come secoli dopo, il suo discendente, il principe Harry, abbia addirittura cantato un pezzettino di un brano del musical sul palco.

Alla domanda riguardo il cast multietnico degli attori, nonostante si tratti di persone realmente esistite e quindi notoriamente caucasiche, Miranda ha risposto che Hamilton è uno show che parla di come l’America sia diventata America e deve riflettere l’America di oggi.

Durante la visione si ride, ci si commuove, si rimane con il fiato sospeso. Tutto ciò grazie al magistrale lavoro degli attori e della produzione, in particolare quello di Lin-Manuel Miranda. Non vediamo l’ora di vedere altri suoi capolavori!

Non perderti le altre uscite su Disney Plus tramite il nostro catalogo aggiornato:

Veronica Bartucca

Le immagini in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Mister Black”: orrore in tonalità rosa

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“Mister Black” è una novità firmata CAMELOZAMPA, casa editrice indipendente per bambini e ragazzi fondata nel 2011 e vincitrice del “BOP 2020 – Bologna Prize for the Best Children’s  Publishers of the Year” per la sezione Europa.

Il racconto è scritto da Catalina Gonzales Vilar e illustrato da Miguel Pang. L’autrice è nata nel 1976 ad Alicante. Ha studiato Storia e Antropologia culturale ed è poi diventata autrice di libri per bambini. Miguel Pang, invece, è un giovane illustratore di origini cinese-cambogiane, che vive a Barcellona.

Il libro racconta di un vampiro chiamato Mister Black che vive su un’isola abitata da mostri e streghe. Apparentemente Mister Black è un vampiro modello dal lungo mantello nero, che vive in una casa cupa e tetra e che ha due perfetti canini affilati pronti a mordere.

Quando si apre la porta di casa però, è una grande sorpresa: ogni cosa è rosa!

Un racconto horror in rosa

Pareti, mobili, oggetti, vestiti e addirittura il cibo!

Amare il rosa non è un fatto puramente estetico per lui ma è soprattutto un modo di essere se stesso e di sentire. Mister Black è un vampiro sensibile e dal grande cuore, fan numero uno dei Barbapapà e che non farebbe paura a nessuno.

Ma questo segreto è all’oscuro di tutti gli abitanti dell’isola fin quando un giorno, in preda ad un acquisto compulsivo, la sua vita lo costringe ad uscire di casa.

Che paura che ci fai Mister Black!!!

Ma quando passeggia per strada deve necessariamente indossare la maschera del “cattivo” e non deve far conoscere il suo segreto a nessuno se non ad un fenicottero, il suo fido “servitore” che si traveste anche lui da mostro-cane per non farsi riconoscere.

Un giorno però, affrontando il coraggio di petto, Mister Black attraversa l’isola con la sua decapottabile e tutti gli abitanti, non gradendo, lo trasformano in un vero vampiro, privandolo di tutto ciò che è rosa, compresa la sua automobile.

Tutto questo fin quando non scoppia un incendio che cambierà le sorti dell’isola e..TADAAAN!

Un finale da restare a bocca aperta!

Un libro questo, pubblicato nel mese più pauroso dell’anno, resta comunque un inno alla libertà di espressione, una storia che promuove il coraggio di essere se stessi, di mostrare le proprie inclinazioni e di andare oltre ogni stereotipo e modello culturale che la società impone.

La paura del diverso, l’accettazione, il confronto con l’altro, sono temi che ben si inseriscono nella nostra quotidianità, andando a promuovere una nuova sensibilità verso l’altro e verso la diversità. Concetto vasto e complesso. Il cambiamento stesso è un modo di intendere la diversità come ricchezza e peculiarità dell’altro, una risorsa insomma.

Occorre trasmettere il messaggio che essere diversi è normale e che questa diversità va cercata, valorizzata, amata. L’ha detto anche la neovicepresidente Kamala Harris (sul nostro sito trovate il suo discorso).

Un libro questo che aiuta il lettore a coltivare empatia intesa come attitudine sociale fondamentale che consente di mettersi nei panni di qualcun altro (dal greco en-pathos ovvero “sentire dentro”) cercando di far proprie emozioni e sentimenti.

Ed è proprio attraverso la lettura che certi concetti si sviluppano sin dalla più tenera età e la Gonzales, attraverso Mister Black, riesce in un connubio importante: il piacere di leggere con l’educazione alla diversità.

E se cercate qualche altro spunto artistico sul tema, ecco un’altra pillola culturale per voi!

Francesca Sorge

Tutti insieme appassionatamente, la leggerezza del cantare

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Do, se do qualcosa a te| Re, è il re che c’era un dì| Mi, è il mi per dire a me |Fa, la nota dopo il Mi |Sol, è il sole in fronte a me |La, se proprio non è qua |Si, se non ti dico no |e così ritorno al Do“.

Titolo originale: The Sound of Music
Regista: Robert Wise
Sceneggiatura: Ernest Lehman
Cast Principale: Julie Andrews, Christopher Plummer, Eleanor Parker, Richard Haydn, Peggy Wood, Nicholas Hammond, Angela Cartwright, Charmian Carr, Anna Lee
Nazione: USA

La vita vera, spesso, merita di essere raccontata: troppo straordinaria per lasciarla nel dimenticatoio. Personaggi particolari, riuniti in un vortice di eventi, caratteri e tempismo. Da qui spesso nascono…le storie, quelle intramontabili, che in qualsiasi modo tu possa raccontarle e per quanto tu possa romanzarle, riusciranno sempre a lasciare qualcosa a chi le ascolta. È il caso questo di Tutti insieme appassionatamente del 1965.

La storia si svolge nell’austriaca Salisburgo, nel 1938. In un convento, alcune suore sono intente in uno strano dibattito riguardante la giovane novizia Maria (Andrews). Questa infatti, per quanto dolce e sensibile, risulta spesso troppo indisciplinata: canta, balla, arriva tardi alle messe. Non è pronta a prendere i voti! La Madre Superiora (Wood), per metterla alla prova, decide di mandarla per qualche mese a casa del comandante Georg Von Trapp (Plummer), ex ufficiale della Marina imperiale austriaca e vedovo, a cui occorre un’istitutrice per i suoi 7 figli (Liesl, Friedrich, Louisa, Kurt, Brigitta, Marta e Gretl). Inizialmente titubante, Maria decide di accettare.

Giunta a casa Von Trapp, Maria capisce che l’atmosfera non è molto famigliare. Georg non si comporta da padre, ma da comandante; e come dirà la governante della casa:

Da quando è morta la moglie, il comandante tiene in piedi la casa come se fosse ancora sulla sua nave: fischi, ordini. Non più musica. Non più allegria. Niente che possa destare ricordi, compresi i ragazzi.

I ragazzi, inoltre, si dimostrano dispettosi e ben compatti tra loro. La prima sera, però, un forte temporale costringe i ragazzi a ripararsi nella stanza dell’unico adulto che, forse, non li rimprovererà per aver paura: Maria.

Qui, cantando e ridendo, la nuova arrivata conquista la stima dei sette.

Intuisce inoltre che la più grande, la sedicenne Liesl (Carr), vede di nascosto il giovane postino Rolf: la primogenita di Georg capisce anche quanto Maria possa essere non solo un’alleata, ma anche una buona confidente.

In breve tempo, Maria diventa più che un’istituitrice, ma una vera e propria amica, con i ragazzi liberi di correre, sporcarsi, ridere, urlare, cantare e ballare; complice il fatto che Georg sia partito per Vienna dalla sua fidanzata, la baronessa Elsa Schraeder. Al ritorno dal viaggio, però, portata con sé la baronessa e l’amico di famiglia Max (Haydn), il severo genitore non gradisce l’assenza di disciplina dei figli, così dopo un confronto, intima a Maria di andarsene, la quale gli dice apertamente che ha capito più cose lei dei ragazzi in pochi giorni rispetto a lui.

Ad un tratto Georg subisce un positivo choc, sentendo i ragazzi cantare in coro una canzone alla baronessa. Antichi ricordi tornano nella mente dell’austero uomo, che perde tutte le barriere e inizia a cantare (forse per la prima volta) con tutti i figli, stupendo pubblico che ascolta e il coro che lo accompagna.

Georg capisce la magia compiuta da Maria e, per quanto la baronessa sia lì, si comprende anche che entrambi provino qualcosa l’uno per l’altra.

Siamo però nel 1938. Il Nazismo avanza e il collegamento politico tra l’Austria e il Reich (quello che verrà chiamato in seguito “Anschluss”) è ormai imminente; e, mentre la relazione tra lui e Maria prosegue, la Storia fa il suo corso. In quanto ex comandante, il nuovo governo impone a Von Trapp di servire la marina tedesca: cosa impossibile per il forte spirito nazionalista di Georg, che non accetterà mai di servire un invasore. Rifiutare, però, sarebbe fatale per tutti. L’unica è fuggire verso la Svizzera: il problema è capire come. E se il canto fosse anche questa volta la soluzione?

Tratto dalla autobiografia di Maria Von Trapp, intitolata La famiglia Trapp, il film è un rifacimento cinematografico della commedia muisicale teatrale, sempre intitolata The Sound of Music, firmata da personalità quali Rodgers e Hammerstein (divinità per il mondo di Broadway).

Da questo spettacolo, iniziato nel 1959 e che all’epoca vantava ben 1443 repliche, la 20th Century Fox provò ad investire una grossa somma per risollevarsi dal catastrofico fallimento del 1963 di Cleopatra.

Rendere lo spettacolo non fu facile. Le scene all’aperto furono girate in Europa, compresi i giardini della villa e il matrimonio: ci volle però più del previsto, dato il maltempo che non permetteva buone riprese. Inoltre, come sempre, ci furono contrattempi, come i denti della piccola Martha, che caddero per motivi d’età durante le riprese e furono sostituiti con denti finti; o la scivolata di Liesl su una lastra di vetro, senza preoccupanti conseguenze. Si usarono veri vestiti austriaci dell’epoca, macchine di quel tempo e balli tipici (si pensi al “Leandler” di Plummer e la Andrews).

Lasciando canzoni e storia, si pensò soprattutto a chi scegliere per il cast.

Per il ruolo di Maria, si era pensato sia a Doris Day che ad Audrey Hepburn, ma entrambe rifiutarono. Si fecero anche i nomi di Leslie Caron e Anne Bancroft. Il regista Wise (il quale, anche lui, accettò, dopo 3 rifiuti) invece volle a tutti costi Julie Andrews: l’aveva vista a teatro e sapeva che era perfetta!

L’attrice inglese invece era molto indecisa se accettare il ruolo. Il personaggio mite e canterino di Maria, a suo avviso, assomigliava troppo alla recente Mary Poppins: film girato nel 1964, quindi all’epoca sconosciuto. Pochi sanno, infatti, che Julie Andrews, per intrattenere i suoi giovani co-attori, cantava loro la celebre “Supercalifragilistichespiralidoso” e i ragazzi erano convinti che la donna avesse composto la canzone per loro. Nessuno avrebbe immaginato che, proprio nel ’65, la “supertata” darà alla Andrews l’Oscar come miglior attrice.

A chi dare inoltre la parte di Georg? La prima scelta andò verso Yul Brinner. Questi, con Il re ed io del ’56 (altro rifacimento filmico di uno spettacolo di Rodgers e Hammerstein), vinse l’Oscar come Miglior Attore: perché non riprovarci? Altri nomi furono Bing Crosby, Richard Burton e Sean Connery; ma si puntò su Plummer, il quale nel canto non era poi così portato: infatti, le canzoni sono doppiate da Bill Lee.

Per il ruolo di Max inizialmente si pensò addirittura a Fred Astaire; mentre per l’austera baronessa a Grace Kelly. Tra i ragazzi provinati, invece, ci furono future grandi “star”. Solo per citarne alcuni: Liza Minelli, Kurt Russell, Mia Farrow, Richard Dreyfuss e Sharon Tate.

Un film che ha fatto epoca e che ogni volta ci dona gioia.

Secondo il mio scocco parere, è quasi impossibile restare indifferenti a melodie come “My Favourite Things“, “The Hills are alive” (nota anche come “The Sound of Music”) o “Climb every mountain“: quest’ultima canzone, cantata dalla Madre Superiora, non è presente nella versione italiana, perché all’epoca non si riteneva consono per un personaggio come una suora cantare cose non religiose. Ovviamente c’è anche la più celebre:

È considerato da molti uno dei film più dolci della storia del cinema, nonché vintore di ben 5 Oscar su 10 candidature, tra cui Miglior Film e Regia. Non si vede solamente, si ascolta. Si condivide, insegnando anche qualcosa di Storia (il che non guasta mai). Adatto soprattutto ai più piccoli, è meno bigotto di quanto si possa immaginare: non si parla di Credo o fede, ma di stare uniti e di credere nel domani.

Tre motivi per vedere il film

  • La fotografia di McCord, in paesaggi ancora incontaminati e verdi, dove veramente la natura richiama canti e sorrisi
  • Le canzoni e la colonna sonora , da imparare e da riascoltare, sempre a qualunque età
  • Il finale, commovente e sempre profondo

Quando vedere il film

Pomeriggio, specialmente se piove o fa freddo. Possibilmente in famiglia o in coppia.

Francesco Fario

Ecco l’ultimo appuntamento con il nostro cineforum:

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

The Lizzie Bennet Diaries, la web serie su un moderno Orgoglio e Pregiudizio

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The Guardian lo ha definito “il miglior adattamento di Jane Austen in circolazione” ed è stata la prima serie digitale a vincere un Emmy Award nel 2013: è The Lizzie Bennet Diaries, una web serie americana disponibile su Youtube, ispirata al romanzo Orgoglio e Pregiudizio.

Orgoglio e Pregiudizio è un romanzo che ha avuto una miriade di adattamenti. Tra film, serie tv, miniserie e addirittura una versione horror, non poteva mancare una rivisitazione in chiave moderna. D’altronde è senza dubbio un classico senza tempo, che affascina i lettori anche dopo due secoli.

Era il 2013 quando ho letto per la prima volta il romanzo ed è stato amore a prima vista. Nel giro di poche settimane avevo già visto e rivisto gli adattamenti più famosi, primo fra tutti quello con Keira Knightley. 

Così, all’improvviso, mi sono ritrovata su Youtube a guardare una strana serie, con episodi brevissimi e con pochi personaggi in scena.  Mi ci è voluto un po’ per scoprire che fra gli autori della serie figura Hank Green, fratello dello scrittore John Green (Colpa delle stelle, Città di carta) e co-creatore del Vid-con. Quindi certo non l’ultimo arrivato.

Di cosa parla The Lizzie Bennet Diaries?

La storia è raccontata in stile vlog dalla ventiquattrenne americana Lizzie Bennet e ogni episodio dura da due a otto minuti. Gli episodi si svolgono principalmente nella camera da letto di Lizzie. Per questo motivo la maggior parte degli avvenienti cruciali ai fini della trama accadono fuori dallo schermo. Questi vengono raccontati da Lizzie stessa, che li mima in costume fai-da-te (come un berretto e un papillon per Darcy, uno stetoscopio per Bing…) insieme alla sua amica Charlotte e le sorelle Lydia e Jane, che aggiungono prospettive diverse. 

Dall’episodio 25 in poi, la serie inizia a farci vedere altri scenari, sempre seguendo Lizzie, consentendoci di conoscere i personaggi esterni.

Modernizzare un classico

Potete godervi la serie anche senza aver letto Orgoglio e Pregiudizio, ma se lo aveste fatto, troverete esilaranti le modalità con cui la storia originale di Jane Austen, ambientata a fine Settecento, è stata traslata e adattata in un contesto totalmente differente, cioè nel 21° secolo. 

Qualcosa è stato cambiato ai fini della rappresentazione, ad esempio le cinque sorelle Bennet del romanzo diventano solo tre nella versione moderna (Kitty è il gatto e Mary la cugina). Per rendere l’adattamento più inclusivo e reale è stata cambiata l’etnia di alcuni personaggi. Charlotte Lucas e Charles Bingley, ad esempio, diventano rispettivamente Charlotte Lu e Bing Lee, americani di origine asiatica.

Evito di fare spoiler, ma alcuni cambiamenti rispetto al romanzo originale mi hanno piacevolmente sorpresa e mi hanno fatto empatizzare ancora di più con i personaggi: la fuga di Lydia Bennet con un uomo, nel romanzo, aveva tutto un altro peso rispetto a oggi e una lettrice ottocentesca sapeva benissimo le implicazioni di questo gesto. Non avrebbe avuto senso, quindi, riproporre nello stesso modo questo evento così come è descritto nel romanzo, in un adattamento moderno.

Una ragazza come tante

Sebbene la revisione del personaggio di Lydia attiri l’attenzione sui modi in cui le visioni della sessualità femminile sono cambiate negli ultimi due secoli, anche il personaggio di Lizzie viene rivisitato. Mentre la vita della Elizabeth del libro si concentra sulla ricerca di un matrimonio non senza amore ma se possibile con sicurezza finanziaria come bonus allettante, Lizzie Bennet si concentra su altro. Vuole finire gli studi all’università, vuole una carriera non solo soddisfacente, ma anche remunerativa, che la aiuterà a ripagare i suoi prestiti studenteschi. Trovare un fidanzato non è tra i suoi interessi principali, ma solo un plus. Insomma, una ragazza come ce ne sono tante in giro. E credo che sia proprio questo il bello della serie.

Da parte mia, posso dirvi che lo riguardo almeno una volta all’anno ed è stato argomento principale di un progetto per uno dei miei esami di lingua e linguistica inglese all’università, quindi è consigliatissimo.

Lo trovate su Youtube gratuitamente (e legalmente!) con i sottotitoli in italiano (basta cliccare in basso a destra sulla prima icona). Vi lascio qui sotto il link del primo episodio! Buona visione!

Veronica Bartucca

SanPa: la recensione della docu-serie Netflix sulla comunità fondata da Vincenzo Muccioli

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Dal 30 dicembre 2020 è disponibile su Netflix SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano, la prima docu-serie originale italiana targata Netflix.

La serie è composta da cinque episodi, ciascuno della durata di un’ora (intitolati Nascita, Crescita, Fama, Declino, Caduta), in cui lo scopo è raccontare la controversa, discussa e incerta storia della comunità di recupero di San Patrignano fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli in un podere di Coriano, paese del riminese.

Nella docu-serie l’intento è principalmente ripercorrere il ventennio di gestione della comunità da parte di Vincenzo Muccioli, dalle origini (sul finire degli anni Settanta) fino al 1995 (anno della sua morte), e secondariamente raccontare il contesto sociale, economico e politico in cui l’Italia si trovava in quel periodo.

Tutto ha inizio a causa del dilagare dell’uso dell’eroina da parte di un’intera generazione. Un uomo laico, Vincenzo Muccioli, decide allora di accogliere e salvare dalla “piazza” moltissimi ragazzi e ragazze, diventati ormai degli zombie che si aggirano per le città senza una ragione di vita che non sia la ricerca della droga.

Tuttavia la storia di Muccioli e della sua comunità di recupero è avvolta dal mistero. La serie, realizzata grazie a venticinque testimonianze (per un totale di 180 ore di interviste) e alle immagini di repertorio tratte da 51 differenti archivi, ricostruisce la vicenda in modo accurato, mostrando sia le luci che le ombre di una storia che ha segnato un’epoca del nostro Paese e che ha diviso la magistratura, l’opinione pubblica, la politica.

Vincenzo Muccioli, figura a cui è dedicata SanPa: Luci e Tenebre di San Patrignano, è un uomo che indubbiamente ha salvato tantissime vite. In quel particolare momento storico in cui Muccioli fonda San Patrignano lo Stato non si (pre)occupava del problema della droga, quindi le comunità per il recupero dei tossicodipendenti nascono in modo artigianale.

SanPa mostra infatti come San Patrignano fosse all’inizio simile a una piccola azienda agricola. Tuttavia in pochissimo tempo gli ospiti si moltiplicano passando da venti a diverse centinaia. Di conseguenza negli anni Ottanta San Patrignano diventa enorme e si dota di una struttura sempre più complessa – con la costruzione addirittura di un ospedale interno per la cura dei sieropositivi- e organizzata per gerarchie e per reparti (la macelleria, la manutenzione, la programmazione).

Se nel primo episodio SanPa dedica un certo spazio al problema della dipendenza e a quello contestuale dell’epidemia di AIDS, la serie lascia presto il racconto delle tragedie connesse alla tossicodipendenza per parlare più in generale di Muccioli e delle controversie legate ai metodi “terapeutici” usati a San Patrignano durante la sua guida.

Chi è veramente Vincenzo Muccioli? Un uomo capace di fare il miracolo “di far spuntare un fiore da una pianta morta”? Un filantropo o un laico che aiutava il prossimo per un interesse economico? Un padre o un sequestratore che metteva le catene ai polsi e alle caviglie degli ospiti della comunità?

Cosa è San Patrignano, la sua creatura? Una fabbrica che produce uomini soldati e donne casalinghe? Un luogo di salvezza o un lager fondato sul motto “il lavoro ti rende libero” come dichiara l’ex ospite Antonella De Stefani?

SanPa non dà una risposta a queste domande ed evita di sostenere un’unica tesi: non difende Muccioli né lo accusa, almeno ad una prima lettura o meglio fino alla visione della terza puntata.

Proponendo interviste a persone pro-Muccioli e contro-Muccioli, la serie tenta di offrire un duplice punto di vista. Nonostante ciò prevale un sentimento negativo nei confronti del fondatore di San Patrignano, per due motivi. Il primo è che nel montaggio delle interviste i testimoni pro-Muccioli sembrano spesso non essere credibili, perché negano certe evidenze (come i pestaggi che avvenivano all’interno della comunità certificati da ricoveri in ospedali pubblici); il secondo è che lo spettatore può farsi un’idea di chi potesse essere Muccioli grazie alle sue stesse parole, mostrate nelle immagini di archivio scelte per essere parte della narrazione.

Ad esempio quando l’uomo è intervistato a proposito dei presunti stupri punitivi che si tenevano nel reparto manutenzione fa, a un certo punto, il “gioco dell’anello” con la giornalista, chiedendole di infilare il dito in una fede. La donna non riesce nell’impresa, perché lui continua a spostare l’anello a destra e sinistra. Con questa metafora Muccioli spiegherebbe come una donna che non voglia essere penetrata possa evitare lo stupro. Cosa ci dice questo? Che è un omicida? No. Che è un sequestratore? No. Che è un misogino? Giudicatelo voi. Suo figlio nella serie afferma candidamente:

Ma sai quante volte ho sentito mio padre parlare di ammazzare…quello lì [sic] bisognerebbe prenderla, infilarla nell’acido, farla sciogliere e poi prendere … cioè ma da quando ero bambino. 

Non mi impressionavo perché sapevo bene che mio padre, come dire!?!, scherzava, diceva una roba volutamente esagerata. Amava l’iperbole

Ma esistono iperboli e iperboli.

Ad ogni modo SanPa è una serie da vedere, perché, con la giusta distanza temporale e sentimentale aggiunge molte informazioni che concorrono al racconto di una storia enigmatica e complessa, sulla quale persistono diversi dubbi. Ecco il trailer e buona visione!

Valeria de Bari

Acquistare online: le spedizioni in tutta Europa

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La vendita online è, al giorno d’oggi, in continua crescita. Sono sempre più numerosi i siti e-commerce da cui poter acquistare diversi prodotti: dall’abbigliamento, ai casalinghi, dagli strumenti da lavoro, ai cosmetici, dagli elettrodomestici agli articoli di elettronica.

In generale, lo shopping online è considerato comodo e rapido, ma oltre ad avere numerosi vantaggi, ha anche alcuni svantaggi che bisogna valutare attentamente; soprattutto per chi non è pratico nell’uso quotidiano di smartphone, pc o tablet.

I vantaggi e gli svantaggi dello shopping online

Esistono davvero tantissimi vantaggi per cui vale la pena acquistare dai negozi online, primo fra questi, è sicuramente la convenienza di poter ordinare qualunque articolo si desideri, a qualsiasi ora, comodamente da casa.Un altro vantaggio è dato dalla possibilità di confrontare i diversi prezzi di uno stesso prodotto su vari shop online: lo si può fare rapidamente e senza alcuna fatica, per scegliere alla fine il prezzo migliore.

L’acquisto online è vantaggioso soprattutto se si è soliti ordinare sugli stessi siti e-commerce, in questo caso, i venditori saranno interessati a fidelizzare i propri clienti con sconti, premi o coupon.Altrovalore aggiuntoè sicuramente la scelta infinita di prodotti da poter acquistare ele tantissime modalità di pagamento disponibili. Chi è solito dedicarsi allo shopping online, sa benissimo che tra le molteplici modalità di pagamento con carte o bonifici vari, c’è anche la possibilità di pagare direttamente alla consegna.

Per quanto riguarda quelli che potrebbero essere definiti svantaggi, probabilmente c’è soltanto, da segnalare, il fatto che non si possano vedere i prodotti di persona prima dell’acquisto. In realtà, a questo piccolo problema, c’è una risposta assolutamente molto chiara e concreta: ogni tipologia di e-commerce che si rispetti permette il cambio di prodotto, in base alla taglia o al fatto che magari il prodotto acquistato non corrisponda a ciò che cercavamo. Insomma, il problema principale è facilmente bypassabile attraverso la possibilità di poter cambiare qualsiasi cosa abbiamo acquistato, entro un limite di giorni stabilito dall’azienda.

E’ evidente che ci siano sicuramente molti più vantaggi che svantaggi in questo tipo di attività: ecco perché sempre più aziende e brand hanno deciso di dedicarsi allo shopping online, riscontrando una risposta di pubblico davvero significativa.

Spedizione in tutta Europa. Info e consigli

Oltre alle frequenti spedizioni nazionali, moltissimi siti e-commerce mettono a disposizione il servizio di spedizione in tutta Europa.Le modalità di consegna sono molto semplici e, soprattutto, c’è da segnalare il fatto che per i pacchi che devono essere spediti all’interno dell’Unione Europea, non serve nessuna dichiarazione doganale. Per quelli che sono destinati ai paesi fuori dall’UE, bisogna semplicemente compilare una serie di moduli.

Ovviamente i costi e i tempi delle diverse spedizioni saranno variabili, a seconda del paese di destinazione.

Grazie alla globalizzazione, è sempre più frequente, ad esempio, spedire in Spagna, Francia, Belgio, Austria, Germania,e così via.Sul web è, anche, possibile confrontare i vari costi di spedizione imposti dai diversi corrieri, in questo modo si potrà scegliere quello più economico e sicuro!

Quiz di cultura generale con risposte

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Spesso siamo chiamati a rispondere a delle domande di cultura generale.

Succede quando partecipiamo a un concorso pubblico, quando ci sottoponiamo al test per provare a entrare in una facoltà a numero chiuso o anche semplicemente se siamo degli studenti di scuola superiore e ci viene chiesto di rispondere a domande a risposta chiusa.

Web Story: speciale Maturità 2022

La materia che desta le maggiori preoccupazioni prima di un concorso pubblico o di un test di accesso è senza dubbi la cultura generale, perché con questa espressione si intende uno scibile immenso, enorme, inafferrabile per chiunque di noi nella sua totalità. Il socratico saggio, che sa di non sapere, non può non essere intimorito e intimidito da un argomento vasto come la cultura generale.

Questa notevole materia, chiamata cultura generale, non soltanto ci viene richiesta quando volontariamente ci sottoponiamo a un test, ma anche nella nostra vita quotidiana, quando siamo chiamati a discutere di un argomento con amici, parenti, colleghi, conoscenti. Insomma una buona infarinatura in cultura generale è d’obbligo per tutti anche nella routine quotidiana.

I quiz di cultura generale, in ogni caso, attirano da sempre la nostra curiosità per il loro aspetto ludico: ci consentono non soltanto di testare noi stessi, ma anche di sfidare gli altri. Lo sanno bene gli ideatori di Trivial Pursuit, un gioco da tavolo in cui i concorrenti sono chiamati a rispondere, per l’appunto, a domande sulla letteratura, la storia, la scienza, la musica e tante altre categorie. Lo hanno capito subito le reti televisive che nell’access prime-time propongono quiz show come L’Eredità, con domande che riscuotono un grande successo di pubblico. Lo hanno sperimentato recentemente anche gli sviluppatori di un’applicazione, Live Quiz, che consentiva agli utenti di partecipare ad un quiz live, dal vivo, e vincere dei premi. L’app proponeva domande a cui si poteva rispondere partecipando a sessioni di gioco organizzate solo in orari prestabiliti.

Noi di CulturaMente, dal lato nostro, abbiamo pensato a dieci quiz per un po’ di sano divertimento, che in tempi di pandemia non guasta, e per testare la preparazione con delle domande di cultura generale.

Test/Quiz online con domande e risposte

Si tratta di 10 domande a risposta multipla con risposte: una volta risposto a tutte le domande potrai cliccare sul punteggio e vedere quali risposte hai sbagliato. Naturalmente ti apparirà la risposta corretta e – a volte – anche un nostro articolo di approfondimento sul tema. Questo perché la nostra Redazione ci tiene a regalarvi dei quiz che siano un gioco per apprendere. Vi chiediamo l’email all’inizio perché ci interessa sapere quante persone sono interessate a questo tipo di attività: naturalmente non useremo i vostri dati per importunarvi, ma solo per avere dati statistici sui nostri quiz.

Quiz sull’Arte

In questo periodo di digiuno forzato dall’arte, a causa del lockdown che ha previsto la chiusura dei musei, tutti ne sentiamo la mancanza nella vita di tutti i giorni. Mentre aspettiamo di poter ritornare a godere dell’arte in tutte le sue espressioni abbiamo un rimedio per te: un quiz dedicato all’arte, ai grandi artisti e ai luoghi deputati alla conservazione ed esposizione delle grandi opere!

Quiz sul Cinema

Il cinema è la Settima Arte. Sono trascorsi secoli da quando è stata inventata la pellicola trasparente di nitrocellulosa e da quando i fratelli Lumière decisero di proiettarla davanti a un pubblico pagante. Da allora il cinema ne ha fatta di strada. Quante ne sai tu? Testa la tua conoscenza col nostro quiz dedicato a film, registi, attori!

Quiz sulle Citazioni ai Grandi Autori

A scuola spesso gli insegnanti ci chiedevano di imparare a memoria i versi dei grandi Autori della letteratura. Finito il liceo però molti di noi dimenticano tutto. Siamo forse il mondo meno mnemonico che si possa immaginare; abbiamo carta, penna, computer, supporti digitali e pure Alexa che ci ricorda le cose con voce robotica. In questo quiz ti sfidiamo a riconoscere le citazioni dei grandi autori per testare la tua memoria!

Quiz sulla Filosofia

Lo dice già il nome, nato dall’unione tra φιλο (da φιλέω – amare) e il sostantivo σοφία (sapienza): la Filosofia è una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti del sapere. Una passione che si nutre della curiosità verso ciò che ci circonda, del porsi domande e tentare di dar loro una risposta per poi ricominciare a indagare ancora. Quante ne sai di Filosofia?

Quiz sulla Letteratura

Noi di CulturaMente siamo dei grandi amanti della letteratura in tutte le sue sfaccettature — e si vede: guardate il nostro sito! Abbiamo la rubrica, intitolata Dosi di eroine, dedicata ai grandi personaggi femminili della letteratura.

Abbiamo pensato quindi di proporti un quiz per testare la tua conoscenza in materia e per farti venire voglia di leggere qualcosa di nuovo o riscoprire romanzi dimenticati.

Quiz sui Libri

È bello passare ogni momento libero della propria giornata con il naso tra le pagine di un libro, vero? Di certo a molti di noi culturini piace, altrimenti non ci dedicheremmo a tutte le recensioni di libri che scriviamo. Se sei un grande lettore o una grande lettrice, metti alla prova le tue conoscenze con il nostro quiz sui libri!

Quiz su Moda e Costume

Filosofi, scrittori, intellettuali e poeti nel corso dei secoli si sono dedicati all’interpretazione della moda, questo fenomeno vecchio come il mondo. Per questo ti sfidiamo a un piccolo quiz sugli abiti e i personaggi più iconici della storia del costume. Sei pronto?

Quiz sulla Musica

Chiusi nella nostra camera a casa o mentre passeggiamo, al cinema o in auto, la musica ci accompagna sempre. Non importa che sia riprodotta su Spotify o da una radio; dal cellulare o dal giradischi la musica è una compagna di vita.

Rispondi alle domande che abbiamo pensato sugli artisti, gli album migliori di sempre e i generi musicali!

Quiz sulle serie tv

Le serie tv sono diventate la nuova forma d’arte di intrattenimento popolare. Il lockdown non ha fatto altro che rafforzare l’amore che molti già nutrivano per la serialità. Conoscere un personaggio e la sua storia episodio dopo episodio ti coinvolge molto di più e rende più facile l’identificazione.

Ma quanto bene conosci il mondo delle serie di Netflix, Amazon Prime e Disney Plus? Scoprilo con il nostro quiz sulle serie tv!

Quiz sul teatro

Il teatro non è solo recitazione, scrittura, musica, scenografia, regia, ecc.. È tutte queste cose messe insieme. La messa in scena può pure essere irreale e ricostruita, ma le emozioni che gli spettatori provano in un teatro sono sempre vere e coinvolgenti. Anche la struttura fa la sua parte, pensiamo alla suggestione del Silvano Toti Globe Theatre, oggi Teatro Gigi Proietti.

Sei un esperto o un’esperta di teatro? Scoprilo con il nostro quiz sullo spettacolo dal vivo!

Non ci resta che augurarvi buon divertimento!

Valeria de Bari

Quiz Musica Anni 90

Abbiamo fatto anche il quiz sulla musica anni Novanta: se non è cultura generale questa! Compilalo mentre ascolti la nostra playlist…

Quanto ne sai di teatro? Mettiti alla prova con il nostro quiz!

Sei un animale da palcoscenico o un semplice appassionato di teatro? E quanto ne sai in merito?

Il teatro è un’arte completa. Per creare uno spettacolo emozionante non basta solo una buona scrittura, né una buona recitazione, né la giusta scenografia o la colonna sonora opportuna. Tutti questi elementi devono essere combinati insieme per creare la magia che porta gli spettatori a perdere cognizione dello spazio e del tempo presente per vivere in un’altra dimensione per qualche ora.

Si tratta di una delle forme primordiali di arte che nel tempo è sopravvissuta e ha saputo resistere anche nel momento in cui un suo figlio, ovvero il cinema, ha catturato gran parte dell’interesse del pubblico. Ha resistito anche all’avvento delle serie tv e alla pigrizia domestica. È stato momentaneamente fermato dalla pandemia causata dal coronavirus, ma sicuramente troverà il modo per risorgere quando finalmente lasceranno riaprire i teatri. Perché? Ce lo facciamo spiegare da Gigi Proietti:

Benvenuti a teatro dove tutto è finto, ma niente è falso.

Lo spettacolo teatrale si basa su un tacito accordo tra chi lo guarda e chi lo rappresenta che in termini accademici prende il nome di “sospensione dell’incredulità”. In poche parole, il pubblico sceglie di credere a quanto rappresentato, anche se sa che è falso. Lo fa perché solo accettando questo compromesso può imparare qualcosa in più del mondo e di se stesso.

Per capire quanto questa affermazione sia vera, basta pensare a una qualsiasi opera di William Shakespeare. Pur essendo state scritte tra il XVI e XVII secolo, sono ancora perfettamente in grado di parlare a noi e alle nostre emozioni.

Ti capita spesso di frequentare teatri? Ne sei appassionato/a? E allora mettiti alla prova con il nostro quiz di teatro! Il nostro regalo di Natale per te è divertente e non manca di offrirti dosi di cultura sensazionali!

Federica Crisci

Quiz: riconosci gli autori dai loro versi!

Quante ne sai sui grandi versi della letteratura? Quante citazioni saresti in grado di riconoscere?

Avevo una professoressa che, arcigna pure nel volto, ripeteva a mo’ di mantra “Devi partire dal testo, se vuoi conoscere un autore”. Ti lancio la stessa sfida: parti dal testo. Come quando fai la conoscenza d’una persona nuova: la guardi bene in volto e poi..la senti parlare.

E quindi sentili parlare, gli autori: probabilmente l’ultimo ricordo che hai, vago, è di quando in piedi davanti alla classe hai recitato la nebbia agli irti colli o quando, qualche anno dopo, avevi un’ insegnante un po’ fissata che ti ha fatto imparare a memoria certi passi della Divina Commedia.

Dopo la scuola, più niente. Ahimè, lo so, la società non aiuta: siamo forse il mondo meno mnemonico che si possa immaginare; abbiamo carta, penna, computer, supporti digitali e pure Alexa che ci ricorda le cose con voce robotica. Ricordare non serve e noi pensiamo di non saperlo più fare.

Eppure, la canzone che ultimamente la radio passa di continuo non ti esce più dalla testa e lo stesso vale per quell’irritante jingle pubblicitario che hai sentito l’altro giorno in televisione, purtroppo. E se ti dicessi che le canzoni del tuo cantante rap preferito hanno qualcosa in comune con Dante, Leopardi, D’annunzio?

Prima che i puristi si rivoltino: aspettate. Sia gli uni che gli altri utilizzano quel che ti permette di ricordare: il ritmo. Il ritmo, l’elemento fondante della musica e della poesia, quella pulsione melodica e tribale che ci entra in testa assieme alle parole che porta.
E se quel cantore, che la tradizione ha chiamato Omero, a furia di ritmo e altri “giochetti”, s’è ricordato due poemi epici- due, non uno, due- non vedo perché tu non possa ricordare Mattina di Ungaretti. D’altra parte, non che per i poeti il ritmo sia una questione naturale: quelli si sono scervellati con figure retoriche, pause metriche, versi e strofe, e noi non vogliamo dargli il grande dispiacere di non ricordare i loro versi.

Allora sei pronto? Ti sfidiamo a un piccolo quiz in cui ti chiediamo di scoprire la citazione!

The Doors. Compie gli anni l’album di debutto dei Doors

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È il 4 gennaio 1967, siamo nel pieno della guerra in Vietnam, i giovani americani manifestano e protestano a ritmo di sesso, droga e rock’n’roll, e lo fanno per davvero, prima degli stereotipi e della globalizzazione della controcultura.

È il 4 gennaio 1967 dicevamo, e la Elektra Records, piccola etichetta da poco affacciatasi sulla scena del pop-rock, lancia The Doors, album di debutto dell’omonimo gruppo.

Considerato uno dei migliori album rock di tutti i tempi, un fondamento per la cultura psichedelica, inserito in tutte le più importanti classifiche musicali, l’album include alcune delle canzoni più famose dei Doors ed è il perfetto manifesto del suo leader, Jim Morrison, il Re Lucertola, l’uomo degli eccessi dall’immensa cultura letteraria, colui che con la sua breve vita e la sua tragica e plateale morte in una vasca da bagno di un albergo parigino, incarna l’idealtipo della rockstar.

TRACK LISTING ALBUM ORIGINALE

Lato A

1. Break on Through (To the Other Side)

2. Soul Kitchen

3. The Crystal Ship

4. Twentieth Century Fox

5. Alabama Song

6. Light My Fire

Lato B

1. Back Door Man

2. I Looked at You

3. End of the Night

4. Take It as It Comes

5. The End

Si inizia con Break On Through, sonorità jazz e un testo di rottura, amore, sesso e perdita del controllo, temi sublimati nella celeberrima Light My Fire, una fusione di jazz e rock psichedelico, di cui sono state fatte innumerevoli cover, tra cui Dammi Fuoco, di Nicola Di Bari “dammi fuoco e brucerò, dammi amore e t’amerò”, ok non rido.

Troviamo The Crystal Ship, dove ci si consola per la fine di un amore con una nave di cristallo appunto -vogliamo chiamarla eroina?- e un migliaio di ragazze.

E tra reinterpretazioni di brani esistenti, testi colmi di simbologia e provocazioni, la musica ci porta al culmine del disco, l’agognata fine.

The End è forse uno dei brani più controversi e acclamati della band.

Sviluppatasi nel corso di alcuni mesi grazie ad alcune esibizioni live in cui Jim ogni volta modificava o aggiungeva una nuova strofa, venne registrata nell’agosto del ’67 e inserita nell’album.

Concepita inizialmente come un addio a una ragazza, arriva a rappresentare un presagio apocalittico.

La musica richiama le melodie orientali, il testo è delirante, profetico, i contenuti volontariamente blasfemi. Le allegorie del serpente e del pullman blu sono un richiamo alla guerra e alla morte narrata nell’immaginario del complesso di Edipo: “..Father, yes son, I want to kill you/ Mother.. I want to..

Undici minuti che ci accompagnano attraverso riferimenti letterali classici e moderni fino alla fine, la vecchia amica che libera dall’angoscia e dalla disperazione.

Ebbene, si potrebbe dire, senza scomodare gli stereotipi di cui sopra, che il resto è storia.

Maria Gabriele

Lupin (2021) su Netflix: quando anche rubare diventa arte!

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Il fascino di Arsène Lupin passa dal libro alla realtà

Dopo anni da una fatale ingiustizia, Assane è ancora assetato di vendetta; tuttavia, per attuare il suo piano, ha bisogno di ispirarsi al suo personaggio letterario preferito: Arsène Lupin.

Il mondo dei ricchi

«Tu mi hai visto, ma non mi hai guardato, come non mi hanno guardato loro.»

«Loro chi?» chiese Kevin.

«Quelli per cui lavoro! Quelli che vivono là, mentre noi viviamo qua; quelli che sono in alto, mentre noi siamo in basso! Non ci guardano e grazie a questo noi diventeremo ricchi!»

Così Assane, già nel primo episodio, descrive l’inconsistenza del mondo dei ricchi, uno dei temi portanti di tutta la serie. Il quadro che viene offerto allo spettatore è, appunto, caratterizzato da uomini egoisti e senza scrupoli, disposti a tutto pur di mantenere potere e i soldi. Inoltre, interessante è vedere come gli stessi potenti siano non solo in grado di mettere a tacere l’onestà intellettuale, ma siano anche capaci di manipolare le informazioni trasmesse attraverso i media o la televisione. La stessa denuncia contro la superficialità e la bassezza di chi, purtroppo, si trova ai vertici della società è offerta da una frase particolarmente impressionante: «Nascono con il cucchiaio d’argento in bocca e la m***a in testa!»

La famiglia

Il tema della famiglia è un altro dei fili rossi che caratterizza tutta la vita di Assane. Il torto di cui è vittima il padre sarà origine del piano di vendetta. Inoltre, la vita segreta di Assane come ladro va sempre in parallelo con il suo ruolo di padre e di marito. In particolare, i primi episodi sono principalmente basati su continue analessi tra il passato e il presente. A collegare le due generazioni sarà proprio il libro Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo: il padre lo regalerà ad Assane; quest’ultimo, a sua volta, farà la stessa cosa con il figlio Raoul.

Rubare l’opera d’arte o rubare è un’opera d’arte?

Il motivo dell’arte e della cultura è un’altra colonna portante della serie: già dall’inizio, infatti, si può notare il Louvre in tutto il suo splendore, mentre Assane cammina vicino ad opere come la Gioconda o la Libertà che guida il popolo, per non parlare della collana di Maria Antonietta. Non bisogna dimenticarsi che lo stesso protagonista, i travestimenti e le imprese si rifanno ad un personaggio letterario, i cui libri non sono solo fonti di ispirazione, ma anche indizi per poter comprendere l’inguistizia che ha subito il padre di Assane.

Lo stesso furto della collana, presente nel primo episodio, sembra quasi un’opera d’arte: essa infatti intreccia con il vissuto personale di Assane, ma il piano viene realizzato usando come modello proprio le imprese letterarie di Lupin.

Un ladro «gentiluomo»

Di fronte all’immoralità dei potenti, Assane svela, invece, un forte attaccamento alla lealtà, all’amore e al proprio senso di giustizia. Già il padre è definito «gentiluomo» quando aiuta la signora Pellegrini con la macchina: sembra che la nobiltà d’animo sia un fattore ereditario. Ma, a confermare ancora di più questa caratteristica di Assane, è il libro Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, che sarà fondamentale per la sua vita.

Emblematico è anche l’incontro con Claire, futura moglia di Assane, che crede che gli uomini siano divisi in due categorie: barbari o cavalieri. Sarà, però, poi lo stesso Assane a dimostrare che esiste un terzo tipo di uomo, il gentiluomo, che «gioca, ma rispetta le regole».

Lorenzo Cardano

Quanto ne sai di arte? Prova il nostro quiz!

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Pensi di sapere proprio tutto di Storia dell’Arte? Mettiti alla prova con questo quiz

In questo periodo di digiuno forzato dall’arte, a causa del lungo lockdown che ha portato alla chiusura di molti luoghi della cultura, sono sicura che anche voi ne abbiate sentito la mancanza nella vita di tutti i giorni. In effetti il famoso artista spagnolo Pablo Picasso aveva ragione:

L’arte spazza la nostra anima dalla polvere della quotidianità

Pablo Picasso

Purtroppo non ci è consentito riaprire i musei ma possiamo aiutarvi a scrollare di dosso un po’ di polvere accumulata durante questo susseguirsi di giornate tutte uguali.

L’arte non si può separare dalla vita. È l’espressione della più grande necessità della quale la vita è capace

Robert Henri

Quindi mentre aspettiamo di poter ritornare a godere dell’arte in tutte le sue espressioni possiamo proporvi dei rimedi per ammazzare questa lunga attesa.

Vi consigliamo di consultare il nostro post relativo alle visite virtuali dei Musei per prepararvi ad una futura visita in carne ed ossa. In alternativa potreste invece ispezionare la sezione del nostro sito dedicato agli infusi d’arte dove troverete spiegazioni interessanti ma leggere su alcuni quadri famosi.

Infine vi proponiamo anche il quiz di Storia dell’Arte, un modo per mettervi alla prova divertendosi e scoprendo qualcosa di nuovo.

Che tipo di domande troverete nel quiz di Storia dell’Arte?

Il Quiz di Storia dell’Arte spazia nel tempo, nello spazio e tra culture quindi anche i più ferrati potrebbero inciampare e cadere in qualche trabocchetto. Non vi preoccupate in realtà non siamo stati davvero così cattivi.

Vi testeremo su qualche città d’arte, sulla collocazione e paternità di alcune opere famose a livello mondiale, sulla città di provenienza di alcuni artisti e molto altro.

Tutte le domande saranno corredate da risposte ragionate ed in alcuni casi accompagnate da link per approfondire l’argomento.

Adesso non posso che augurarvi buon divertimento!

Giulia Tiddens

“Strappare lungo i bordi” sarà il prossimo capolavoro di Zerocalcare?

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Grande attesa dei fan per la serie animata creata da Zerocalcare, che andrà in onda su Netflix il 17 novembre 2021.

Chi segue il fumettista Zerocalcare sui suoi canali social oppure lo ha sentito parlare come ospite al programma di La7 “Propaganda Live” sa che, da molti mesi, parlava di un lavoro molto impegnativo a cui si stava dedicando.

L’annuncio ufficiale si è fatto attendere, ma alla fine è arrivato pochi giorni prima di Natale: è in lavorazione “Strappare lungo i bordi”, la prima serie di animazione, scritta e diretta proprio da Michele Rech (alias Zerocalcare).

Questa sarà anche la prima serie animata italiana originale prodotta da Netflix, la piattaforma streaming su cui sarà disponibile “Strappare lungo i bordi”.

Non sappiamo ancora quando sarà pronta e potremo vederla. Ma, nel frattempo, Netflix ha rilasciato il trailer, che ha fatto già venire l’acquolina in bocca ai fan del fumettista.

Strappare lungo i bordi” sarà ambientata nell’universo narrativo dell’autore. I protagonisti saranno i suoi personaggi cult come Secco, Sarah e l’Amico Cinghiale. Non mancherà il mitico Armadillo, a cui Valerio Mastandrea presterà la voce, “sostituendo” in un certo senso Valerio Aprea, il quale lo aveva interpretato nel film “La profezia dell’armadillo”. Già dal trailer si vede confermata la funzione essenziale del personaggio, a metà strada tra la voce della coscienza di Zero e un cinico grillo parlante, che deve insegnare al suo protetto come vivere e sopravvivere.

“Strappare lungo i bordi” è una co-produzione di Movimenti Production, con Bao Publishing e Netflix.

La produzione della serie è affidata alla Movimenti Production, il principale produttore e studio di animazione indipendente in Italia. Al momento vanta già più di 40 produzioni internazionali tra serie tv, videoclip, live-show e progetti multi-piattaforma. 

Inevitabilmente, però, la serie è realizzata in collaborazione con Bao Publishing, la casa editrice di fumetti che da sempre pubblica le opere di Zerocalcare, comprese le ultime due graphic novel, “Scheletri” e “A babbo morto”.

Lo stesso Zerocalcare si è dimostrato entusiasta di questa impresa. Inizialmente, ha iniziato a sperimentare con l’animazione, facendo tutto da solo. “Al tempo stesso” – spega” – mi sarebbe piaciuto alzare l’asticella, sfruttare di più il mezzo video in termini di regia, di movimento, mantenendo però il mio linguaggio e i miei temi e continuando ad avere il controllo totale sulla storia. In questo senso Netflix mi ha messo in condizione di lavorare in un modo che tiene insieme tutti i piani: libertà assoluta nei contenuti e nei linguaggi, possibilità di collaborare con persone più capaci di me, per raccontare una storia su una piattaforma accessibile ormai praticamente a tutti. Speriamo che tempo che esce la serie il mondo esista ancora più o meno come lo conosciamo”.

È superfluo dire che – come spesso succede – Zerocalcare ha espresso una speranza condivisa da molti di noi. 

Aggiornamento Ottobre 2021

L’8 ottobre 2021 Netflix e lo stesso Zerocalcare hanno annunciato che la serie TV sarà disponibile sulla piattaforma a partire dal 17 novembre 2021. Siamo tutti in ansiosa attesa, soprattutto dopo aver visto il teaser:

Stefania Fiducia

La foto di copertina è di ActuaLitté (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/)

Se succede qualcosa, vi voglio bene. Il dramma in 12 minuti su Netflix

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Colpisce su Netflix la presenza di questo titolo, un titolo che lascia presagire che qualcosa potrebbe andare storto. Ricorda le mille frasi inviate sul cellulare ai propri cari durante gli attentati. Ma poi il sottotitolo sulla piattaforma ci conduce verso qualcosa di analogamente tragico, di cui l’America è ancora protagonista: le sparatorie nelle scuole.

Una storia vera

Quella raccontata da Se succede qualcosa, vi voglio bene è la storia di tutti i genitori che hanno perso un figlio all’improvviso. Ma in America le sparatorie sono storie vere, storie da conoscere, come ha raccontato molti anni fa Bowling a Columbine, il documentario di Michael Moore dedicato all’ossessione per le armi, ma soprattutto alle conseguenze di tale ossessione.

Il massacro della Columbine High School risale al 20 aprile 1999 negli Stati Uniti d’America: in questa scuola vicino Denver (Colorado), due studenti, Eric Harris e Dylan Klebold si introdussero nell’edificio armati e aprirono il fuoco su numerosi compagni di scuola e insegnanti.

Ma quello di Columbine non è stato un caso isolato.

Per rendere l’idea del “problema sparatorie” in America, basti ricordare che a Marzo 2020 è girata anche una fake news sul tema: si affermava, come molti hanno riportato anche in Italia, che per la prima volta dopo 18 anni, gli americani avrebbero vissuto il mese di marzo senza sparatorie nelle scuole. Ma la notizia, che doveva apparire come un record secondario dell’effetto Coronavirus, è una notizia per lo più falsa. Ce ne dovrebbero essere state almeno otto anche nel 2020.

Se volete vedere i dati potete navigare lo School Shooting Database.

La recensione del corto

In dodici minuti il corto su Netflix racconta il dolore dei genitori che subiscono la perdita di una figlia a causa di una sparatoria a scuola. Non ci sono attori: è pura animazione. Disegni stilizzati che proiettano gli spettatori nel dramma di questo dolore indicibile. Da una litigata dei due genitori la storia si dipana verso il ricordo della figlia morta. Una maglietta in lavatrice, una palla che rotola verso la sua stanza, un disco di musica moderna che suona per caso e lancia un messaggio di giovane speranza ai due genitori, che si siedono vicini per riunirsi.

Da questo momento scorrono i ricordi di infanzia della bambina, una bambina a cui piace giocare a pallone e che si fa i selfie, come tante altre. Una bambina che un giorno si è alzata per andare a scuola e non è mai più tornata.

Le ultime parole sul cellulare: Se succede qualcosa, vi voglio bene.

E qualcosa è successo. La bambina non è più tornata. Le immagini hanno il dono di rappresentare le anime di tutti i protagonisti. Quella della ragazza defunta e quella dei genitori che hanno tentato di proteggerla: mi ha colpito molto la scena in cui la bambina cammina verso la scuola e le anime nere dei genitori la avvolgono, la stringono, per fermarla. Ma lei cammina, va avanti. Arriva a scuola. Quello che resta della scena sono i rumori degli spari e il silenzio del dolore. Non vi sono parole in questo corto, infatti, ma solo musiche e silenzi. Come se il dolore fosse così ineffabile da ammutolirsi.

Un prodotto elegante, che in 12 minuti tocca delle corde difficili da non far vibrare. Lascia turbati e scossi alla fine, ma con una speranza. Che alcuni sentimenti positivi, come l’amore tra figli e genitori, possono confortare anche dopo una terribile separazione.

Alessia Pizzi

“Aglio, olio e assassino” di Pino Imperatore. La recensione del libro

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Trama

Nell’affascinante quartiere di Mergellina, Francesco e Peppe Vitiello gestiscono la premiata trattoria Parthenope, dispensando buoni piatti e aneddoti ancor più saporiti. L’ispettore Gianni Scapece, amante della cucina non meno che delle donne, lavora nel commissariato appena aperto di fronte al locale. Per lui è un ritorno a casa, perché in quel quartiere ci è nato, e nell’ospitalità dei Vitiello ritrova il calore e la veracità che aveva perduto. Nelle settimane che precedono il Natale, però, Napoli è scossa dall’omicidio di un ragazzo, il cui corpo viene letteralmente “condito” dall’assassino con aglio, olio e peperoncino. Perché un rituale così macabro? Quale messaggio nasconde? Per trovare la risposta, l’ispettore dovrà scavare tra simboli, leggende e credenze della cultura partenopea, aiutato dalla tenacia del suo capo, il commissario Carlo Improta, e dalle scoppiettanti intuizioni dei Vitiello.

Dalla mente creativa di Pino Imperatore un romanzo giallo inaspettato

Simona Sparaco nell’Equazione di un amore scriveva:

“Sono i libri a sceglierci. Ci chiamano, come se sapessero di cosa abbiamo bisogno.”

Così è stato per me con “Aglio, Olio e Assassino” di Pino Imperatore, pubblicato da DeA Planeta Libri.

Quando ci si approccia a questo romanzo non si ha bene l’idea di cosa aspettarsi. Si pensa che sia il solito giallo, e probabilmente qualcuno non lo avrà acquistato per questo motivo. Errore! Il romanzo nasconde, infatti, una comicità che vi farà innamorare prima della trama e poi dei suoi personaggi.

Sebbene lontano dal mio genere, “Aglio, olio e assassino” è uno dei libri più belli e coinvolgenti che abbia letto. Un giallo che non teme di mostrare il suo lato comico, grottesco e ironico. Una storia brillante che alterna sapientemente momenti di tensione con la comicità, le risate e l’allegria. Vi terrà incollati fino alla fine e poi… poi ne vorrete ancora e ancora. Perché l’autore è uno scrittore geniale che ha fatto della comicità partenopea la punta di diamante di una trama che viaggia sulla lama di un coltello piccante come un peperoncino.

“Vissuta dal di dentro, Napoli è coinvolgente, contaminante, trascinante. Vista dall’alto, lascia senza respiro. Strappa il cuore dal petto.”

La storia si sviluppa in una delle città più belle, romantiche e poetiche d’Italia: Napoli. Ne coglie l’essenza e il cuore riuscendo a comunicare la sensazione di magia, folklore e poesia che si avverte tra le strade partenopee. Ne racconta la vivacità attraverso gli occhi dei personaggi e il romanticismo attraverso Isabella e Gianni. Un romanzo che si mette in moto inglobando il lettore nel suo continuo movimento.

Il vero e il quotidiano diventa storia narrata. Una trasposizione che non può non entrare nel cuore del lettore. E allora non sorprende se “Aglio olio è assassino” è un romanzo in grado di trasmettere un sentimento forte di appartenenza. Lo fa attraverso l’utilizzo sapiente dei tratti tipici della cultura in cui è ambientato lasciandosi avvolgere, a piccole dosi, dalle sfumature dialettali.

I personaggi

Pino Imperatore ha reso i suoi personaggi delle vere e proprie calamite che risucchiano il lettore nel romanzo, ciò grazie all’ampio uso del discorso diretto: uno strumento che trasforma la storia e la rende viva.

Gianni Scapece è il protagonista del romanzo. Un ispettore dall’intelletto acuto al cui fascino e sovair-faire nessuna lettrice potrà sfuggire.

In generale ogni personaggio è vivo e ben definito a tal punto da diventare presenza. Ci si affeziona fin da subito. Ognuno di loro – i Vitiello, Improta, Cafaro – sono pedine di un monito più grande: a Napoli non importa chi tu sia, ti sentirai sempre a casa.

Affiancato nelle sue indagini troviamo il commissario Carlo Improta. Una figura paterna che vi farà ridere fino alla fine. Ma il luogo in cui il lettore vorrà tornare si trova al di fuori dal Commissariato, e più nello specifico nella premiata trattoria Parthenope gestita dai Vitiello. Con nonno Ciccio al timone sfido chiunque a non voler trascorrere del tempo con loro. Eppure ad incuriosire è Isabella che nonostante il suo considerarsi ingenua e romantica non teme di mettersi in gioco nel mostrare il suo interesse per Scapece che fino alla fine è ben ricambiato, per la gioia di tutte le lettrici.

“Comincio a volerti bene” disse l’ispettore sfiorando con un dito la punta del naso di Isabella.
Anch’io
Però vacci cauta con me. Sono pericoloso.
Lo so. Ingenua si, stupida no

E infine c’è Zorro, amico fedele di nonno Ciccio che sa sempre entrare in scena con un tempismo impeccabile.

“Aglio, olio e assassino” punta tutto sul sacro e profano

Tra suspense e colpi di scena la storia scorre leggera intrecciandosi con una delle caratteristiche tipiche di Napoli: il sacro e il profano. Arte, religione, mistero e un killer che sembra quasi inafferrabile fanno di “Aglio, Olio e Assassino” un romanzo che ti catapulta nella dimensione più vera ma anche misteriosa della città partenopea. Una città ricca di miti, ma allo stesso tempo fortemente legata al simbolismo cristiano. Un luogo dove antico e moderno si fondono creando storie uniche, affascinanti ma anche inquietanti come la leggenda del Diavolo di Mergellina.

Per concludere

Aglio, Olio e Assassino” è una ventata di aria fresca e frizzante. Un fulmine a ciel sereno che mi ha regalato tante risate. Mi ha elettrizzato nella crescente tensione man mano che la storia si sviluppava. Grazie a colpi di scena ben studiati che lasciano il lettore col fiato sospeso fino alla fine, è un libro che non delude a prescindere che il genere letterario sia o meno il vostro preferito.

Angela Patalano

Quanto ne sai sulle serie tv? Mettiti alla prova con il nostro quiz!

Ti professi amante delle serie tv? Ma quanto ne sai veramente?

Grazie alle piattaforme streaming di Netflix, Amazon Prime, Disney Plus e le tante altre, la nostra vita è ormai circondata dalle serie tv. Anche coloro che erano più scettici al riguardo (“Ma posso mai guardare una storia per 10 ore di fila? Meglio il film!”), alla fine, non hanno potuto fare a meno di guardarne almeno una e di esserne entusiasti.

Ci sono poi coloro che sono innamorati delle serie televisive a cui dedicano buona parte del loro tempo libero. D’altra parte, episodio dopo episodio abbiamo la possibilità seguire l’evoluzione di un personaggio nel tempo in maniera molto più approfondita di quanto non ci è concesso in due ore di film. Più tempo passiamo all’interno di una storia, più essa ci coinvolge e ci aiuta a comprendere le motivazioni dei protagonisti in maniera più profonda e consapevole. È proprio come con gli amici di lunga data: avendo passato più tempo con loro, sappiamo come ragionano, come agiscono, ma siamo sempre pronti a farci stupire per la loro propensione alla crescita.

Dalle storie di giovani adolescenti come Dawson’s Creek e The O.C., a quelle fantasy o distopiche che usano metafore e ambientazioni irreale per parlare della vita di tutti i giorni e della società in cui viviamo (pensate a Buffy o a Il Trono di Spade) ci sono serie tv per tutti i gusti, ma i veri “serialisti” non si lasciano fermare dal genere, ma guardano di tutto.

Ma quando ci si può definire dei “drogati” di serie tv? Quando puoi andare in giro a vantarti di sapere tutto ciò che c’è da sapere sul mondo delle piattaforme streaming? Un buon inizio potrebbe essere rispondere correttamente alle domande del quiz sulle serie tv di CulturaMente!

Il nostro regalo di Natale è un gioco divertente che vi porterà a capire se le dosi di cultura seriale che assumete quotidianamente sono sufficienti o dovete integrarle con qualche altro dei nostri articoli, magari partendo dalla classifica delle migliori serie tv del 2020.

Federica Crisci

5 giochi da tavolo intramontabili con cui passare il Capodanno

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Capodanno è alle porte e anche lui, come molte feste di quest’anno, sarà celebrato in maniera diversa.

Non ci saranno eventi in locali o cenoni in alberghi e ristoranti. Non potremmo invitare amici e parenti per poter attendere in gran numero l’arrivo della mezzanotte. Cosa fare, quindi, in attesa del nuovo anno, se dobbiamo passarlo esclusivamente con chi vive con noi? Alcuni potranno scherzare con il partner e chiudersi provando nuove emozioni e nuovi piaceri; ma altri (tantissimi altri) no! Si può sempre vedere un film, che ancora possa farci respirare l’atmosfera del Natale; oppure si può passare il tempo con qualche caro vecchio gioco da tavolo.

Ci sono spesso, in molte case, scatole di questi giochi, dimenticate negli scaffali da tempo; ma in queste situazioni riescono perfettamente ad alleggerire l’atmosfera e farci divertire.

RISIKO

Catullo una volta disse “mai combattere contro due nemici contemporaneamente”: qui è impossibile! Il gioco bellico per eccellenza, nato nel 1968, Risiko è strategia e (per quanto ne dicano i suoi appassionati) tanta fortuna. Ogni giocatore ha un obiettivo da portare a termine, dato da una carta: sconfiggere un’armata o conquistare un numero preciso di territori, presenti sul tabellone. Sconfitta e vittoria, però, vengono stabiliti da 6 dadi: 3 rossi per chi attacca e 3 blu per chi si difende. Anche lui dalla lunga durata, ma riesce sempre ad essere coinvolgente, seppur dal messaggio poco nobile.

CLUEDO

Tabellone di una versione moderna di Cluedo

Per chi ama il giallo, le “detective stories” non può non conoscere Cluedo e non aver indagato la morte di Hugh Black. Lo svolgimento è semplice: bisogna trovare l’assassino, l’arma e la stanza del delitto. Carte, pedine, dadi e un pizzico di memoria faranno scoprire tutto! Cluedo è talmente un classico da essere stato fonte di ispirazione di un film, quale “Signori, il delitto è servito!”, con attori del calibro di Tim Curry, Eileen Brennan, Christopher Lloyd e Madeline Khan. Un gioco breve, che permette più di una partita, dove non ci si può fidare di nessuno: neanche di se stessi!

UNO

Iniziato a girare dai primi anni ’70, divenuto poi un vero e proprio cult negli anni ’90, Uno è un gioco di carte semplice, adatto a qualsiasi età, per grandi e piccini. Lo scopo è banale: riuscire a finire le carte che si ha in mano. Uno è l’evoluzione del gioco “Dernier” che si pratica con le carte francesi; e del successivo Solo, una prima commercializzazione di Dernier. Tutti noi abbiamo passato qualche pomeriggio a giocare con gli amici a questo rapido e simpatico gioco di carte colorate; provando ciò che una volta si lesse sui social network: “Davanti ad un +4, non ci sono amici, parenti o fidanzati”.

MONOPOLI

Il capitalismo formato divertimento: vince chi resiste al fallimento economico degli altri! Non per niente il suo nome deriva dalla parola “monopolio”… Considerato tra gli intramontabili del suo genere, Monopoli è forse il gioco da tavolo più longevo ancora in commercio: nato in America, tiene compagnia agli italiani sin dal 1936. Chi una volta nella sua vita non ha provato il brivido di acquistare il celebre Parco della Vittoria o ha litigato per scegliere come pedina il funghetto o il cilindro? Un gioco lungo nel suo svolgimento, Monopoli ha visto negli anni diverse edizioni speciali, con ambientazioni nei mondi di Star Wars, Harry Potter o Disney.

TRIVIAL PURSUIT

Tabellone Trivial Pursuit

Il gioco dei secchioni, dove per vincere solo la conoscenza può aiutarci. La meritocrazia a portata di tavolo! Un tabellone pieno di domande, divise per 5 argomenti: Scienza, Geografia, Storia, Spettacolo, Arte e Musica, Hobby e Sport. Ogni pedina è un cerchio diviso per 6 triangoli. Classe 1983, il gioco ha come scopo quello di ottenere i triangoli che testimonino la conoscenza degli argomenti sopra citati. Divertente sentire le risposte alle domande più curiose, tipo “Qual era l’hobby preferito dalla regina Maria Teresa d’Austria?”. Adatto a tutte le età, esistono anche edizioni facilitate per bambini.

Ho voluto citare, in questo articolo, solo i giochi “più anziani” e meno di nicchia. Ne abbiamo miliardi: Taboo, Lupus in Tabula, Bang, Seven Wonders, Pictionary e chi più ne ha più ne metta. L’idea è semplice: passiamo questo ultimo giorno dell’anno in allegria e con il cuore leggero! Chissà…Potrebbe portare bene, come mangiare un piatto di lenticchie!

Francesco Fario

Se poi hai voglia di giochi culturali online… hai provato i nostri quiz? Li trovi sparsi nel sito, sono il nostro regalo per le feste! Ecco un esempio:

“Risate di gioia”, il Capodanno di Monicelli

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Titolo originale: Risate di gioia
Regia: Mario Monicelli
Soggetto e sceneggiatura: Alberto Moravia, Suso Cecchi D’amico, Age&Scarpelli
Cast principale: Anna Magnani, Totò, Ben Gazzara, Toni Ucci, Fred Clark
Nazione: Italia
Anno: 1960

Mario Monicelli, reduce da I soliti ignoti (1959)e La grande guerra (1960), impianta una girandola di eventi grotteschi nella situazione più ridicola dell’anno: la notte di San Silvestro.

È un colpo da maestro, un dosaggio calibrato di ironia e dramma. Non c’è da stupirsi, ogni mossa del regista afferisce a un modello ri-declinato, libero da dinamiche che imbrigliano l’espressione. Le sue gag – cariche di compassione verso i soggetti – rifuggono meccaniche astratte per collocarsi, semmai, entro i confini dell’umano troppo umano. Sono i cascami della società a interessare Monicelli, qui coadiuvato da Cecchi D’Amico, Age e Scarpelli che impastano due racconti romani di Moravia.

Il risultato è sublime, con la coppia Magnani-Totò a suggellare l’impresa.

Qualcosa di commovente anima l’impianto di Risate di gioia (1960): è più facile coglierlo oggi, in un’epoca corrosa dai diktat dello spettacolo. Sia chiaro, Tortorella e Umberto sono improbabili guitti, disperate macchiette alla ricerca di un ‘posto’. Eppure, nello squallore del loro tempo, recano tracce vive di un’antica purezza. Si incontrano per caso, al centro di una Roma che li pone ai margini. Lei, generica di Cinecittà, aspetta in piazza Esedra i compagni di serata. Lui, ex vedetta del varietà, è istigato ai piccoli furti da un tagliaborse senza morale (Ben Gazzara).

Reclutati al fotofinish – tappabuchi indesiderati – passano da un veglione all’altro inseguendo chimere, mentre attorno si compie il rito dell’il-lusione di massa.

C’è, in quest’errare sghembo, una malinconia che incide le carni. Tutto è all’eccesso, l’ipertrofia domina la scena. Mirabili, in tal senso, le sequenze dei party, sguaiati coacervi di umanità livellata, templi consacrati al dio del benessere. Qui, con un effetto di décalage, Monicelli dà corpo all’estraneità della coppia, allo stigma del vinto che ne segna i destini.
La sovrapposizione personaggi-attori è studiata, per Tortorella e “Infortunio” si pesca nel repertorio della Magnani e Totò giovani. Il loro Geppina Geppi, mirabilmente accompagnato dal jazz di Luttazzi, è una sorta di inno alla diversità, incastrato fra battute viete e spensieratezza “un tanto al chilo”. Gli astanti non mostrano di apprezzarlo, così come non crederanno alla sceneggiata finale.

Ogni passaggio, nell’opera di Monicelli, rivela uno sguardo inattuale: c’è affetto verso i “vinti”, la nobilitazione di chi vive altrove.

Il macchinista della metro (un commovente Mac Ronay) è qui emblema dell’impermanenza degli effetti, della visione alterata di certi rapporti. Salutato dalla moglie tra affranti sospiri («Senza de te nun celebramo gnente… bevemo un goccetto de brodo caldo e tutti a letto») è abbandonato «sottoterra» mentre l’arrosto è in forno. Perfida costruzione la famiglia, squassata anch’essa dal consumismo vorace.
L’ingenuità – fuoco primario dell’opera – si insinua tra le pieghe di un tessuto smagliato. Persino Lello, cinico opportunista, subisce il peso di una «società fracica», effigiata nel volto del crasso statunitense (Fred Clark), negli sguardi glaciali dei ricchi tedeschi. La sua ennesima truffa – sventata con umiliazione – innesca la vena tragica del miglior Monicelli, qui portata alle estreme vette nella sequenza in chiesa.

«Miracolo, miracolo!» urla una Magnani ferita e infelice.

È una pantomima di maniera, l’applicazione reale di quanto appreso al cinematografo. Il pubblico è però altro, il diaframma tra realtà e finzione è sottile e crudele. Non c’è posto, nel mondo opulento, per chi dissimula goffamente la propria vera a-socialità. Come suppellettili lanciate nel vuoto, nella sospensione posticcia di un Capodanno vacuo, Tortorella e Infortunio si lasciano accompagnare al posto loro assegnato: quello del tredicesimo ospite a tavola.

Tre motivi per vedere il film:

La souplesse di Totò, le sue espressioni fuori dal tempo
La risata splendida e crudele di Anna Magnani
La sequenza della “pioggia” di suppellettili

Quando vedere il film:

In questo periodo dell’anno, per meditare sulla vacuità dei modelli indotti

Ginevra Amadio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Avete perso l’ultimo cineforum? Eccolo per voi!

Quanto ne sai di letteratura? Prova il nostro quiz

Sei appassionato alla materia? Cos’è poi la letteratura?

L’unica cosa certa sulla definizione della letteratura è che la definizione stessa cambierà. Quello che può essere considerato di poco conto e non degno di commento in un certo periodo può essere considerato capolavoro in un altro. Le prime recensioni di “Cime tempestose” di Emily Brontë erano tutt’altro che positive, tuttavia, è ora considerato uno dei più grandi successi letterari di tutti i tempi. Lo stesso si può dire per “Moby Dick” di Herman Melville.

Negli ultimi decenni la letteratura sta facendo sempre più spazio a coloro che fino a poco tempo fa erano completamente cancellati, marginalizzati o sfruttati all’interno del panorama letterario.

La letteratura che vale è quella che riesce a dar voce a chi non ha voce.

Luis Sepùlveda

Così, se Rudyard Kipling nella poesia “The white man’s burden” del 1899 dava dei selvaggi a tutti i non bianchi, considerandoli come un fardello, un secolo dopo, nel 1993, viene attribuito il Premio Nobel per la letteratura a Toni Morrison, prima afro-americana a vincere questo premio.

Chi studia letteratura o in generale chi legge molti libri ha un vocabolario più ampio, migliori capacità di comunicazione e di comprensione del testo. Quando si analizza un testo letterario, si impara a identificare causa ed effetto e si applica la capacità di pensiero critico.

La persona, sia essa un gentiluomo o una signora, che non trovi piacere in buon romanzo, deve essere intollerabilmente stupida.

Jane Austen

Noi di CulturaMente siamo dei grandi amanti della letteratura in tutte le sue sfaccettature — e si vede, guardate il nostro sito! Molti di noi studiano o hanno studiato materie umanistiche e ci piacerebbe condividere con voi la nostra passione.

Abbiamo pensato quindi di proporvi un piccolo quiz per darvi la possibilità di mettervi in gioco e magari, con la scusa, farvi venire voglia di leggere qualcosa di nuovo o riscoprire qualcosa che avevate dimenticato.

Fateci sapere il vostro risultato e il vostro genere letterario preferito! In bocca al lupo!

Veronica Bartucca

La suocera invadente è il nuovo cupido?

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Se pensavate che il nuovo DPCM vi salvasse dal dover aver a che fare con i parenti per le feste vi sbagliavate di grosso. Certo, il loro numero è limitato, ma uno di quei due posti è sicuramente già occupato da una creatura quasi mitologica e nell’opinione comune nemico della serenità della coppia: la suocera invadente.

Ma è davvero così?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo addentrarci ancora una volta nel “sorprendente” funzionamento della psiche umana.
Secondo la teoria della reattanza (Brehm & Brehm, 2013) ogni volta che la nostra possibilità di scelta viene limitata, reagiamo in linea con la terza legge della dinamica, ossia in direzione uguale e contraria. Ad ogni restringimento della nostra libertà di azione, tentiamo di riaffermarla. Questo è il motivo per il quale finiamo per desiderare così tanto qualcosa che ci potrebbe essere portato via o che abbiamo già perso.
Alla fine, è lo stesso principio attraverso il quale i venditori ci appioppano un sacco di cose. Ad esempio, desideriamo maggiormente un bene o un servizio in disponibilità limitata, poiché in futuro potremmo vederci negata la possibilità di acquistarlo.


Cosa c’entra tutto questo con la suocera invadente?

Non abbiate furia. Ci stiamo arrivando. Avete presente l’opera di Shakespeare “Romeo e Giulietta”? Trattasi ovviamente di domanda retorica. La domanda vera è un’altra ed è molto semplice: storia di un amore che si è acceso nonostante il contrasto delle famiglie dei giovani o accesosi proprio perché osteggiato da esse? Non sono (purtroppo) nella testa del drammaturgo più famoso di tutti i tempi, ma possiamo rispondere gettando uno sguardo scientifico nelle teste di alcune coppie. Uno studio condotto su 140 coppie del Colorado ha rivelato che l’interferenza dei suoceri nella coppia fosse legata sì, ad un più alto numero di problemi all’interno della coppia, ma anche ad un maggior amore per il partner (Driscoll, Davis, & Lipetz, 1972). Tanto più le famiglie di origine diventavano invadenti tanto più l’amore si accendeva, mentre tanto più questa interferenza scemava tanto più il desiderio per l’altro/a calava.

Ovviamente non disperate, non è questo l’unico meccanismo che ci fa innamorare di un’altra persona fortunatamente. La suocera invadente non è la dotazione necessaria per un amore felice. Anzi dovremmo prestare attenzione a non cadere vittime dei nostri stessi meccanismi. Se la reattanza ci sprona ad un acquisto sbagliato è un conto, se invece ci spinge ad incaponirci con un partner sbagliato è un altro. Tuttavia, una spolverata q.b. di invadenza familiare potrebbe regalarvi qualche gioia. Chi lo avrebbe mai detto?

Fonti:

Brehm, S. S., & Brehm, J. W. (2013). Psychological reactance: A theory of freedom and control. Academic Press.

Driscoll, R., Davis, K. E., & Lipetz, M. E. (1972). Parental interference and romantic love: The Romeo and Juliet effect. Journal of personality and social psychology24(1), 1.

Astinenza da psicopillole sotto le feste? Svelto, butta giù prima che ti vedano.

Quando la Poesia ha un corpo: “Anatomia del vuoto” di Marco Onofrio

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Marco Onofrio è uno dei poeti italiani più prolifici: ha pubblicato oltre 6000 pagine di opere per un totale di 35 volumi ma Anatomia del vuoto, edito dalla casa editrice La vita felice, è sicuramente la sua opera omnia.

La poetica di Marco Onofrio appartiene alla sfera formale della scrittura inteso come facoltà in nuce, sillabazione primaria, ideale platonico. La sua collocazione al di fuori del recinto poetico pseudointellettuale di alcuni giovani autori o di vecchi scrittori di mestiere arroccati nei loro esercizi letterari lo rende un poeta iconico, indispensabile.

Non è opera facile calarsi negli abissi dei quali non si conosce la misurazione dello spazio né la percezione del sentimento quando risulta dominato dallo smarrimento, o dall’emozione di lasciare precipitare i moti interiori dell’anima nella fragilità dell’inconsistenza, del vuoto.

Sicuramente è di questo vuoto primordiale che si occupa la volontà caparbia di Marco Onofrio nel catturare le minime emozioni che scaturiscono dalla caduta libera, dalla liberazione dell’esperienza.

Il rapporto perfetto con il logos che fa parte della sua lunghissima peregrinazione nel mondo letterario gli fornisce gli strumenti adatti per compiere un’opera ardita: quella di lasciar cadere l’istinto nel baratro della libertà tenendone un capo a una corda, quella dell’Uomo senziente che della natura matrigna è signore indiscusso ma mai padrone per la sua disobbedienza al precetto primordiale.

Il vuoto che rappresenta nelle sue molteplici sembianze è l’utopia di Campanella, la Città del Sole ermetica e perfetta nelle sue gerarchie spirituali, il sogno platonico e sapienziale che ordina gli stati fisici e mentali degli esseri viventi. L’uso della parola è strategico e si svolge in un clima di naturalezza che palesa gli strumenti culturali dello scrittore solido, fabbricatore di speranza.

Anche un tocco di classicisismo attraversa i versi di Marco Onofrio senza mai renderli desueti, ma preziosi: è quel comune denominatore sprigionato dalle opere senza tempo.

Marco Onofrio, scrittore, saggista e critico letterario, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Attualmente è autore e amministratore del blog letterario Del cielo stellato.

E se volete scoprire un altro autore di poesia contemporanea, vi lascio un suggerimento.

Antonella Rizzo

Istat: i borghi più belli d’Italia salvati dagli stranieri

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Il 15 dicembre 2020 l’Istat ha rilasciato i primi dati dei censimenti permanenti relativi alle edizioni del 2018 e del 2019: tra i vari risultati spicca il focus sui Borghi più belli d’Italia, raccontati in un’infografica.

Lente di ingrandimento sui Borghi più belli d’Italia: l’Istat non si fa scappare l’occasione di portare alla luce delle informazioni interessanti su uno dei patrimoni culturali più importanti del nostro territorio. Dal 2001, infatti, alcuni borghi hanno ricevuto un particolare riconoscimento di carattere storico, culturale o artistico supportati dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI). Lo scopo di questa iniziativa è supportare questi piccoli gioielli, realtà spesso abbandonate che rischiano di essere dimenticate.

Si tratta di tutti quei meravigliosi borghi in cui ci rechiamo, noi gente di città, quando dobbiamo fare la scampagnata del weekend e cerchiamo un rifugio dove fermare il tempo e dimenticare la metropoli.

Borghi d’Italia in numeri

Nel 2019 ben 307 comuni appartengono all’associazione Borghi più belli d’Italia. La popolazione complessiva è pari a poco più di 1,3 milioni di abitanti, due terzi dei quali vivono in Borghi fino a 10mila abitanti.

Tra questi comuni 104 hanno tra mille e 3mila abitanti, ma la quota più significativa di popolazione si osserva nei 66 comuni tra 5mila e 10mila abitanti dove vivono più di 470mila persone (vale a dire più di un terzo della popolazione dei comuni in esame).

Lazio, Umbria, Liguria e Abruzzo sono le regioni che hanno più borghi censiti: il Centro Italia è ricco di questi angoli portatori di storia, spesso capeggiati da una rocca o da un castello medievale che attira molti turisti, sia italiani che stranieri.

Ma i “borghi del fine settimana” non possono sopravvivere solo col turismo. Chi li abita durante l’anno se gli italiani scappano alla ricerca di nuove opportunità?

Dal 1951 al 2019 il trend demografico dei Borghi con meno di 10mila abitanti si caratterizza per una perdita di popolazione sistematica: meno 289mila persone; invece, per i comuni con più di 10mila abitanti si registra un piccolo incremento di poco superiore ai 100mila abitanti.

Si stima anche, nella stessa fascia temporale, che 307 borghi abbiano perso ben 185mila abitanti. Complessivamente, 83 borghi sono in spopolamento, mentre altri 12 sono in crescita.

Non è un paese per giovani (italiani)

Giocando col titolo di un celebre film dei fratelli Coen potremmo dire che solitamente quando ci rechiamo nei borghi notiamo subito che sono popolati principalmente da persone anziane. Non serve far parte dei “Borghi più belli d’Italia” per sapere che i paesini oggi vengono abbandonati dai giovani, alla ricerca di nuove opportunità, in città o anche all’estero.

La tendenza allo spopolamento sembra però non essere così catastrofica nei borghi presi in esame, grazie all’arrivo degli stranieri, che sono giovani e lavoratori (specialmente le donne), ma soprattutto… fanno figli! Il loro contributo, sin dal 2001, è stato molto importante per ridare vita a queste piccole realtà: si stima la presenza di oltre 62.950 stranieri, con un declino della presenza italiana (-49.123).

Nel 2019 appaiono molto ampliate, rispetto al 2011,  sia le due classi di età 0-4 e 5-9 anni, sia le classi in età da lavoro, in particolare quelle da 25 a 34 anni di età.

Chissà se questa informazione potrà essere utile per abbattere qualche pregiudizio di troppo nella mente degli italiani.

Alessia Pizzi

Dati e materiali sono consultabili (e scaricabili) anche sulle piattaforme istituzionali dell’ente:

http://dati-censimentipermanenti.istat.it/
http://esploradati.censimentopopolazione.istat.it/
http://gis.censimentopopolazione.istat.it/

Quanto ne sai di moda e cultura? Mettiti alla prova con il nostro quiz!

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Quanto ne sai di moda? Sei più Miranda o Andy?

O pensi che la moda sia solo una sciocchezza? In questo caso, sappi che fior fiore di filosofi, scrittori, intellettuali e poeti nel corso dei secoli si sono dedicati all’interpretazione di questo fenomeno vecchio come il mondo.

Barthes, per esempio, dice:

Il vestito è come il linguaggio: una massa al cui interno è possibile trovare di tutto; aspetti fisici, tecnologici, economici, estetici, psicologici, sociologici, ecc., studiati ognuno dalla rispettiva disciplina. Questa massa eteroclita non deve essere però diluita nei vari punti di vista disciplinari che possono esaminarla, per poi sparire come oggetto unitario. Il vestito può invece trovare un punto di vista interno attraverso cui descriverne lo specifico”.

Persino i reali non sono immuni dal magico mondo della moda. Ultimamente, anche il Principe Carlo si è lanciato nella moda sostenibile!

Anche molte serie tv hanno voluto raccontare il mondo degli stilisti, come Made in Italy ed Emily in Paris, la prima più documentaristica e storica, racconta l’inizio della moda milanese e italiana, i primi stilisti importanti, i tessuti unici del nostro paese, le riviste che hanno educato al gusto del bello e del moderno.

Durante la pandemia globale, inoltre, il fashion business ha continuato ad interrogarsi sul futuro del suo mondo e a immaginare nuovi modi per non smettere di creare, vendere, comprare, pubblicizzare e far sfilare le collezioni in sicurezza. Molti brand, come YSL, hanno contribuito alla produzione di mascherine, gel e dispositivi per la protezione personale. A conferma che l’industria moda è e rimane un colosso globale, capace di muovere masse di lavoratori ed enormi somme di denaro, e per molti stati (come l’Italia) è uno dei maggiori motori economici.

Allora sei pronto?

Ti sfidiamo a un piccolo quiz sugli abiti e i personaggi più iconici della storia del costume!

Micaela Paciotti