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2021: Titanomachia nello Spazio. Regia di Kubrick, Spielberg & Co.

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Ovvero come la nuova conquista del cosmo, sia un blockbuster da vedere in streaming. Una storia epica che coinvolge alcuni fra gli uomini più ricchi del mondo, Nikola Tesla, Isaac Asimov, il rock degli anni settanta, dinosauri, demoni e il più grande “pagamento in visibilità” della storia dell’uomo.

La vita imita l’arte. La scienza insegue la fantascienza. La comunicazione frega tutti, mescolando fiction e realtà, dimenticandosi delle differenze. Anzi, rendendo la differenza fra il reale e la sua rappresentazione un concetto privo di senso. Addirittura nocivo per i fini che essa si propone.
Ed è allora che un’impresa nata industriale, commerciale e tecnologica deve diventare – e diventa – puro entertainment.

Un equipaggio hollywoodiano alla conquista del cosmo

L’11 luglio 2021 il miliardario Richard Branson ha portato a termine con successo il primo volo turistico spaziale, con a bordo il primo viaggiatore civile, l’”astronaut 001”, ossia Richard Branson stesso. L’evento è stato trasmesso in streaming attraverso il canale Youtube di Virgin Galactic, l’azienda spaziale di Branson.
Così facendo ha battuto Jeff Bezos di Amazon e Elon Musk di Tesla, che nella stessa competizione si classificheranno (al momento) secondo e terzo. Con le loro compagnie spaziali, rispettivamente Blu Origin e SpaceX.

Il fatto interessante è che l’annuncio del viaggio sia stato un teaser di presentazione dell’equipaggio, che sembra piuttosto lanciare il reboot di Armageddon.

Niente di cui stupirsi, il teaser è pienamente in linea con la comunicazione scelta da Virgin Galactic. Anche l’ident aziendale di un anno prima non scherzava.

La corsa allo spazio degli anni ’20 del ventunesimo secolo è questa.
Aziende invece che stati. Fatturati invece che PIL. Miliardari invece che leader politici. Nella fattispecie Amazon contro Tesla contro Virgin per la conquista dello spazio. Con noialtri a finanziare inconsapevolmente l’uno o l’altro, se invece di iscriverci in una palestra Virgin Active, ci guardiamo una serie su Prime.

Poi sia chiaro: per “spazio” si intende un’area di pochi chilometri attorno alla Terra. Che è come chiamare “conquista dei mari” un bagnetto dove l’acqua ti arriva alle ginocchia.
E infatti laddove non giunge la realtà, deve spingersi la fantasia. Attingendo alla matrice narrativa che, volenti o nolenti, abbiamo tutti in mente: Hollywood.
Così il messaggio diventa chiarissimo anche nel minuto e quarantuno secondi di spot. Anzi trailer.

Che succede nel trailer?

Ci viene fatto sognare un obiettivo. Ci viene presentato un “cast” che lo realizzerà per noi. Ci viene comunicata una data di pubblicazione dell’impresa.
Secondo una modalità del marketing cinematografico, immutabile da almeno trent’anni.

Un casting di tizi che – pur augurandogli ogni bene – sembrano i protagonisti di un film su un’impresa spaziale avveniristica, ma di quelle che raramente procedono secondo i piani. Vediamo età e caratteri vari, multietnicità giuste (ma attenzione: in questo blockbuster dallo spiccato spirito altantista, manca il co-protagonista asiatico) e il “vecchio” Richard Branson nella parte del finanziatore visionario del progetto impossibile, colui che ci mette la faccia, anzi l’intero corpo, ed è disposto a tutto per riuscire. Pure ad anteporre i propri sogni alle procedure di sicurezza, come il candido John Hammond di Jurassic Park. Oppure, peggio, a diventare il cattivo di un Bond-movie alla Moonraker.
Il video di 1’ 41’’ è questo. Lo è nella scrittura, nella musica, nella grafica, nel mood, in tutto.

E naturalmente in ciò che evoca. Lo slancio, la corsa verso il domani. L’intera storia americana è un susseguirsi di sfide, di superamenti di limiti, di frontiere da raggiungere, di scontri fra titani . Questo abbiamo visto nelle grandi epopee dei magnati statunitensi dell’Ottocento: la guerra dell’elettricità fra Emerson e Tesla (Nikola, quello che ha dato il nome all’azienda di Elon Musk) la competizione per le telecomunicazioni (con o senza fili), addirittura quella per accaparrarsi fossili di dinosauri del sottosuolo americano (ed esporli a pagamento).

Ma il video evoca anche le grandi imprese da megalomani viste sul grande schermo, come appunto Jurassic Park.
Ora non è semplicissimo capire chi fra i tre megapaperoni sia davvero il buono e chi il cattivo. Il freak è senza dubbio Musk con le sue dichiarazioni shock e le conferenze da sballato. Ma gli altri due sembrano troppo due stereotipi, per cedere alla prima impressione.

Protagonisti e antagonisti di questo film

Branson-Virgin è biondo e belloccio, ha accumulato un patrimonio “per bene” con una etichetta discografica, poi con la radio, i viaggi aerei e le palestre. Bezos-Amazon è brutto e pelato, fa i soldi costringendo alla chiusura le piccole librerie e obbliga i dipendenti schiavi a indossare un braccialetto di controllo. E a non andare in bagno. Ed è pure une dei cinque, sei (diciamo sette, che fa mistico) Signori Oscuri agli Algoritmi. Sembra il villain perfetto per almeno tre pellicole.
Pare tutto chiarissimo, ma forse in questa sceneggiatura ci sarà un colpo di scena, un ribaltamento, un personaggi inaspettato, un tweet sbagliato (arte dirompente in cui Musk è maestro).

Il futuro che ci aspetta è già stato scritto (e girato)?

Certamente per gli appassionati di fantascienza è un gran momento. L’esplorazione privata dello spazio è alla base di gran parte delle trame sci-fi degli ultimi decenni. E magari, dopo aver assistito alla realizzazione dello smartphone (visto in Star Trek serie classica), del tablet (visto in 2001: Odissea nello spazio) ai computer parlanti che ti rispondono con voce femminile, ancillare e sottomessa, è arrivato il momento in cui grandi brand commerciali si spartiranno il Sistema Solare.

Forse finirà come immaginato da Isaac Asimov nel racconto Buy Jupiter in cui Giove viene acquistato per farne un gigantesco cartellone pubblicitario per le navi di passaggio.
Frontiere. Sogni. O incubi. Vedremo. Per ora la triste realtà è che tre miliardari giocano con i razzi spaziali e noi, inchiodati alla Terra, da più di due decenni aspettiamo il jet pack che ci avevano promesso, lo zainetto a razzi che dal 2000 ogni mattina avrebbe dovuto farci volare al lavoro.
Al suo posto è arrivato lo smartworking.

Musica.

Titoli di coda.

Scena post titoli.

Chi è il cattivo?
Negli anni settanta Richard Branson era un semplice venditore di dischi che, aperta una piccola etichetta discografica, sfonda col suo primo LP. Un disco famosissimo che forse non è immediato ricollegare alle palestre, alle compagnie aeree e ai voli spaziali, ma certamente ha dato origine al multiforme impero Virgin: Tubolar Bells di Mike Oldfield. Quello della musichetta raccapricciante usata nel film L’Esorcista (tanto per non uscire dal cortocircuito col cinema). Per ottenere un risultato del genere, il giovane Branson avrà stipulato un patto innominabile con gli inferi?

Tubolar Bells è un disco dal successo spaventoso, che ha lanciato una carriera imprenditoriale incredibile. E una melodia inquietante che, idealmente, si appresta a risuonare nel cosmo negli anni a venire (dove Pazuzu incontrerà i Grandi Antichi. Fra parentesi, perché è una frase che capiscono solo i maniaci dell’horror).

Sarà Branson l’antagonista malvagio? Forse, ma non per queste storielle da nerd. Il diavolo non è un cretino e lavora sui dettagli, come gli algoritmi.
Quello di Virgin Galactic è il primo logo commerciale, che sta per viaggiare (con forze proprie) oltre l’atmosfera. Tuttavia l’imprenditoria cosmica porta con sé alcuni vizi molto terrestri. Il logo handmade del gruppo Virgin, declinato in ogni comparto del gruppo, ha una storia umile: tracciato da un grafico su un tovagliolo durante un briefing in un bar nei lontani anni settanta, è rimasto nelle mani di Richard Branson, che poi non ha dato l’incarico al grafico. Ma si è tenuto il tovagliolo e ha usato la sua proposta.
La pagina wikipedia in lingua italiana non dice niente di più. Quella inglese non riporta per nulla l’episodio. Mentre il sito virgin.com lo cita, ma soprassiede sugli aspetti economici. Insomma, non si capisce se il grafico, che si chiama Ray Kyte, sia stato in seguito pagato, magari anche riservatamente.
In caso positivo, buon per lui. Altrimenti il lancio dell’11 luglio sarebbe l’apice cosmico di una epopea industriale, come in The Founder sulla storia di Mcdonald’s, nata da un furto. Di un tovagliolo e di un’idea. E farebbe di Ray il freelance-non-pagato più famoso dell’universo.

Seconda scena post titoli.

Dalla Neuralink, un’altra azienda di Elon Musk, è stato annunciato qualche mese fa di possedere la tecnologia per clonare dinosauri e costruire un vero Jurassic Park. Che dire? Forse arriva terzo nella corsa allo spazio, ma la conquista del tempo forse la vince lui.

Dario Magini

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Sulla soglia della lontananza”: la poesia con Chiara Rantini

Chi è Chiara, la scrittrice?

Chiara è una donna che si mette in gioco con la sua scrittura. Amo scrivere, l’ho sempre amato ma soltanto in questo ultimo decennio ho scelto di uscire dalla mia “comfort-zone” per pubblicare e far conoscere all’esterno i miei testi sia poetici che in prosa.

Raccontami dell’ultima tua antologia, “Sulla soglia della lontananza”, uscito nel 2020 e pubblicato con Libeccio CTL editore?

L’antologia poetica “Sulla soglia della lontananza” raccoglie i contributi lirici di 22 poeti e poetesse più o meno emergenti, nel senso che molti di loro hanno già pubblicato molti libri mentre altri sono agli esordi letterari.

Il tema scelto si è imposto come un’esigenza nata durante il primo lockdown. Le lunghe giornate trascorse in casa a guardare il mondo da una finestra o attraverso la lente virtuale del web, mi hanno fatto riflettere sul significato della distanza intesa come lontananza e come assenza. Fino a quel momento non mi ero mai posta come un problema quello di non poter vedere volti a me cari o di non poter uscire per camminare all’aria aperta. Questa nuova condizione andava esorcizzata attraverso l’uso della poesia. Questa è la genesi dell’antologia.

Chiara perché poesia oggi? Come potrebbe aiutare a vivere bene?

Domanda interessante. Oggi, per quanto non sia reso esplicito, c’è un profondo bisogno di uno spazio di riflessione che sia personale e collettivo allo stesso tempo. Credo che la poesia risponda perfettamente a questa esigenza. Ma sono in pochi ad averlo compreso. La poesia deve uscire dal ghetto in cui è stata confinata, anche dagli stessi poeti, e farsi viva, con tutti i mezzi, nelle case, nelle scuole, e soprattutto nelle coscienze.

Meglio poesia o romanzi?

La poesia e la prosa usano linguaggi diversi ma possono veicolare messaggi simili. Per questo non saprei dire cosa sia migliore; personalmente credo che il linguaggio poetico eserciti una maggiore influenza su di me. Spesso nella mia prosa ci sono contaminazioni liriche.

Perché spacciare cultura oggi? Cosa serve la lettura?

Mi piace il termine “spacciare”, per la sua sfumatura di illegalità.

La cultura oggi, contrariamente a quanto possiamo pensare, è sì alla portata di tutti (con un semplice “clic”), ma spesso è di pessima qualità. C’è molta superficialità sui social e molto pressapochismo. Ciò non toglie che internet sia un ottimo strumento per arricchirsi culturalmente e soprattutto per diffondere, o spacciare, cultura. Solo che bisogna saper scegliere i canali giusti.

La lettura è indispensabile, non solo come fonte di informazione, ma sopratutto come occasione di crescita interiore. Senza i libri che abbiamo letto, non saremmo le persone che siamo.

Quali sono i versi che ti piacciono di più di questa antologia? Quali sono le pillole che consiglieresti?

Questa antologia ha come filo rosso il tema forte della lontananza, ma gli stili sono molto diversi. Credo che vada letta nella sua interezza, ponendo attenzione anche alle notizie biografiche degli autori. Quindi consiglio al lettore di approfondire ogni lirica, lasciandosi trasportare dal ritmo del verso.

Barbara Gabriella Renzi

Cultura Sostenibile: su Spotify arriva il podcast su arte e natura

Udite udite…Non poteva mancare, tra le serie Podcast di CulturaMente, una nuova proposta che mette al centro cultura e sostenibilità.
Il Podcast parlerà di Arte e Ambiente, un binomio forse poco esplorato, ma che trova manifestazioni concrete in moltissimi campi e che indubbiamente fa parte del dibattito attuale in tema di salvaguardia ambientale.

Cultura, Ambiente, Sostenibilità

La prima puntata partirà dalla Preistoria e avrà come protagonista indiscussa la pittura. Non c’è epoca storica in cui l’Uomo non abbia rappresentato l’Ambiente attraverso una qualche forma d’Arte.


In questo primo episodio, Serena Cospito ci parlerà dei mille modi di rappresentare la natura attraverso l’arte pittorica. Faremo un vero e proprio viaggio, a bordo della sua voce e del suo racconto: partendo dalla Preistoria, per poi passare alla pittura francese dell’impressionismo, con il suo padre fondatore: Claude Monet; fino ad arrivare alla pittura più contemporanea con l’artista Giapponese Hokusai.

L’arte si fa green


Qual è il rapporto che lega l’Arte all’Ambiente? Come riesce l’Uomo a parlarci di cambiamenti climatici e come fa a riappropriarsi delle sue radici? Sono solo alcune delle domande a cui cercheremo di dare una risposta, ovviamente se possibile. Lo scopo, però, non è tanto quello di dare delle risposte, ma è quello di tentare di innescare qualche riflessione e, soprattutto, come dice Serena stessa, è quello di meravigliarci! Perché solo con la meraviglia riusciamo a cogliere la bellezza delle piccole cose, riscoprendo la vera essenza di noi stessi.


Allora buona meraviglia e buona riscoperta a tutti!

Il Podcast su Spotify

Fear Street: la miniserie Netflix al gusto Stranger Things

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La cosa più strana di questa recensione è che Fear Street me l’ha suggerito mio padre. Ora, voi non lo sapete, ma mio padre dice che fa schifo tutto quello che guardo in fatto di film e serie tv. Andavamo d’accordo solo sui film horror degli anni Settanta: morto Romero, ci siamo separati.

Il trailer

Dalla serie letteraria a Netflix

Insomma, qualche giorno fa mi dice di guardarmi questa miniserie di tre episodi. E io mi fiondo. La triologia si articola tra presente e passato, infatti i capitoli sono distinti solo da date differenti.

– Fear Street parte 1: 1994

Nella prima parte siamo catapultati in un presente di paura dove dei terribili omicidi stanno sconvolgendo le vite di alcuni ragazzi.

– Fear Street parte 2: 1978

Nella seconda parte apprendiamo che questi strani omicidi si erano già verificati: questo è il primo salto nel passato per capire cosa sta succedendo.

– Fear Street parte 3: 1666

Nel terzo episodio apprendiamo che la storia ha origini ancora più antiche, impregnate di crudeltà e vendetta. Questa parte oscilla tra presente e passato.

La prima cosa che noto nella prima parte “Fear Street: 1994” è la presenza di Maya Hawke, attrice nell’ultima serie di Stranger Things e non unica star della serie presente anche in Fear Street. Nel secondo episodio, infatti, troviamo la rossa Sadie Sink.

Della serie non ci sono solo le attrici, ma anche lo stile “throwback”. Non mancano riferimenti al cult dei gloriosi anni Novanta, come Scream, o anche al Buffyverse: sarà un caso che una delle ambientazioni si chiami Sunnyvale o è un omaggio alla Bocca dell’Inferno di Sunnydale?

Fear Street, La strada della paura, ha una genesi differente, però: è figlia infatti di uno degli scrittori che ho amato di più da ragazzina: R.L. Steene, l’autore dei meravigliosi Piccoli Brividi.

Una trama tra horror e sociale

Malinconia a parte, Sunnyvale è la città della gente felice, Shadyside della gente sfigata: abbiamo un team di cinque adolescenti che dovranno salvarsi dagli omicidi che stanno colpendo Shadyside. Capo gruppo è Deena, che vivrà tutta la questione molto emotivamente, visto che una delle persone perseguitate è a lei molto cara.

Nel corso della triologia, gli omicidi si sviluppano gradualmente in modo sovrannaturale: dopo l’inizio “ingannevole” con il classico assassino in stile Scream, già nella prima parte il film prende una piega più fantasy. Seguono il Campeggio degli orrori nel 1978 – sulla falsariga di Jason – e la caccia alle streghe nel 1666. Ed è qui che casca l’asino, o meglio il cliché. Perché la storia dell’orrore diventa una metafora di vita, una sorta di allegoria della diversità: Deena ha la carnagione scura ed è attratta dalle donne. La mini saga alza il velo di Maya su quello che non si sarebbe mai detto negli anni Novanta, ma che si dice molto oggi: basti pensare anche al Reboot di Charmed e alle protagoniste latino-americane, dove non manca la strega femminista e lesbica.

Non ci sarebbe nulla di male nel trattare determinati temi, se non fosse che è un po’ la moda del momento, e questo mix tra storia di paura e diritti umani è sicuramente bizzarro a primo impatto. C’è da dire comunque che la fotografia è bellissima, le scene sono suggestive e il cast è preparato, ma questo non basta a farmi affermare che Fear Street sia tra le serie migliori viste fino ad ora. Sicuramente va bene per passare qualche serata leggera, ma nulla di più.

La domanda a questo punto nasce spontanea: ci sarà un Fear Street 4? Perché la piega che sta prendendo Netflix, vedendo anche “A Classic Horror Story” è quella di lanciare dei trend più che dei film di qualità. Per ora la risposta è no, ma si sa, quando si parla di piattaforme streaming…di doman non c’è certezza!

Alessia Pizzi

Summertime sadness

Mia madre racconta che da bambina il mio unico desiderio era poter volare. 

Spesso mi ha trovata in piedi sul letto della mia cameretta pronta a spiccare il volo. Alla sua domanda “Cosa stai facendo?” rispondevo “Pensieri felici!”. Lei, sorridendo, mi faceva notare che mi mancava la polvere di fata.

Io, imbronciata e con i pugni stretti, continuavo a riprovarci con scarsi risultati. Avevo soltanto tre anni. 

Qualche anno dopo ho iniziato il mio percorso di studi e, fin dalla scuola elementare, ho imparato che i compagni di classe possono essere davvero cattivi. Io sono stata grassa per due decenni della mia vita e tutti non hanno mai perso l’occasione di farmelo notare utilizzando soprannomi poco carini. In quei momenti desideravo solo sparire. 

Fossi stata Harry Potter avrei avuto un mantello magico, ma sono solo V. 
Nel tempo grazie a un innato spirito di sopravvivenza ho imparato a rendermi invisibile agli occhi della gente usando due semplici trucchetti: usare un look total black e muovermi silenziosamente e con circospezione manco fossi un gatto. Se non fossi stata una 48 mi sarei potuta addirittura paragonare a Cat woman.

Negli anni del liceo linguistico, poi, terrorizzata dalla mia prof di inglese avrei voluto avere il potere dell’omnilinguismo, la capacità di capire e di parlare qualsiasi lingua, un po’ come faceva Wonder woman

Avrei così potuto impiegare le mie 5 ore pomeridiane dedicate allo studio guardando i video degli Oasis su Mtv. Sono sempre stata pazza dei fratelli Gallagher.

Finita l’università, a 24 anni suonati, avendo raggiunto ormai un cospicuo bagaglio di errori messi a segno e fallimenti di varia natura, a volte ho pensato che sarebbe stato bello tornare indietro nel tempo per sistemare le cose, per comportarmi in modo diverso o semplicemente prendere altre strade. Ma si è trattato solo di attimi, alla fine ha sempre vinto la legge del nessun rimpianto, nessun rimorso.

A mia figlia potrò raccontare che la sua mamma è stata una punk-rock girl. 

Dopo la laurea, al mio primo impiego mi sono sentita realmente inappropriata sul posto di lavoro. Venivo da anni in cui avevo dato del lei ai miei professori e avevo usato un linguaggio forbito nelle classi accademiche del 1400. Mi trovavo in un ambiente smart dove tutti si davano del tu, usavano un linguaggio pragmatico ed erano easy. Ma cosa pensavano di me? Della stagista appena arrivata? Che voglia pazzesca di poter leggere nel pensiero delle persone come il Professor X. 

Quando sei anni dopo sono diventata un punto di riferimento in ufficio, ho capito che della telepatia non me ne sarei fatta proprio nulla. Le mie amiche e colleghe non si sono poste nessun problema nel dirmi cosa pensassero di me, lasciandomi unconventional love messages su post-it attaccati al mio pc tipo: “V. sei una st…”. 

E oggi che ho superato i trenta? Vorrei potermi teletrasportare. 

Pensate che gioia! Già mi immagino: mi sveglio la mattina, faccio colazione in veranda nella mia villetta sul mare, poi puff in un attimo sono a lavoro nella grande metropoli e alle 19 puff sto facendo un bagno in mare. E poi potrei incontrare i miei amici sparsi per l’Italia quando mi va e smettere di fare le videochiamate.
I’ve got the summertime sadness.

La strana coppia, la costretta convivenza tra due opposti

“Tu sei pazzo. Io sarò nevrotico, ma tu sei pazzo”

Titolo originale: The Odd Couple
Regista: Gene Sacks
Sceneggiatura: Neil Simon
Cast Principale: Jack Lemmon, Walter Matthau, Monica Evans, Carole Shelley, Herb Edelman, John Fielder, David Sheiner
Nazione: USA

Alcune commedie teatrali, spesso e volentieri, non appena prendono vita, possiedono già una sceneggiatura cinematografica evidente: tra questi c’è sicuramente La strana coppia di Neil Simon, andato in scena nel 1965 e divenuto pellicola tre anni dopo, con la regia di Gene Sacks.

Oscar (Matthau) e Felix (Lemmon) fanno parte del medesimo gruppo di amici, che si vedono una volta a settimana per giocare a poker. Una sera Felix si presenta distrutto e depresso: sua moglie vuole il divorzio. Notizia troppo forte per un animale da coppia come lui: l’unica soluzione è uccidersi. Gli amici gli fanno capire che la vita continua, soprattutto Oscar, divorziato da tempo, che non solo gli offre supporto ma gli propone di andare a vivere in casa con lui: dividere le spese ed essere in compagnia con un amico non potrà che essere un bene per entrambi!

Il guaio dei due uomini è il carattere, l’uno l’opposto dell’altro.

Oscar è un uomo alto, trasandato, che vive non-curante nella sporcizia e nel caos, approssimativo, confusionario, borbottone e dall’ironia facile, felicissimo della sua attuale condizione di scapolo. Felix, invece, è ancora innamorato della moglie, pieno di dubbi, preciso, metodico e meticoloso, sempre attento a tutto e….maniaco dell’ordine e della pulizia. La loro convivenza diventa un vero e proprio delirio.

Testo geniale sulla scena, si dimostrò altrettanto geniale sullo schermo.

Al contrario di quanto si possa pensare dal titolo, la coppia di cui si parla è diversa da quella Tognazzi-Serrault in Il Vizietto.

Sono due amici, opposti, che per necessità debbono condividere lo stesso luogo: un ambiente perfetto affinché alcuni atteggiamenti possano distruggere gli stereotipi e rendere comico il quotidiano.

Immaginiamo un uomo carico di tic, rituali senza senso, ipocondriaco, ansioso e frustrato in una stanza con un altro che non si preoccupa del domani, sereno anche di fronte alle minacce della sua ex moglie di mandarlo in galera per non averle inviato gli alimenti, indifferente e preoccupato solo di ciò che turba il suo piacere momentaneo. Lo scontro è inevitabile, ai limiti dell’ironia paradossale.

Il film è la consacrazione della coppia Lemmon-Matthau, già consolidata nel ’66 con Non per soldi…ma per denaro di Billy Wilder. Qui i due attori diventano il simbolo ufficiale di quel duo che diverrà storico: il primo, con i suoi occhi sensibili e la sua bassa statura, nonostante si dimostri un nevrotico, è un uomo dolce, sensibile e attento agli altri; mentre il secondo, alto, con la sua bocca sempre storta, è un burbero ed ironico, tendente all’egoismo.

Altra divertente curiosità riguarda le due sorelle Pidgeon (o Piccioni come sono state tradotte in italiano), Interpretate da Monica Evans e Carol Shelley, le due attrici hanno ricoperto lo stesso ruolo sulla scena. La loro caratterizzazione fu così limpida da convincere la Disney, un anno dopo, a far loro doppiare due personaggi comici come le due oche de Gli Aristogatti: non per nulla, una delle due volatili, in italiano, si chiama Guendalina, traduzione di Gwndolyn, uno dei nomi delle due sorelle Pidgeon.

3 motivi per vedere il film:

  • Jack Lemmon, che si introdusse perfettamente nella parte, senza averla mai interpretata in scena (Matthau invece sì)
  • Il ritmo e l’ironia del testo, così pungente e signorile, da ricevere la candidatura all’Oscar per la Sceneggiatura Non Originale
  • La colonna sonora firmata Neal Hefti, divenuta poi un cult

Quando vedere il film

In un momento di noia, che sia mattina, pomeriggio o sera: è leggero e poco impegnativo

Francesco Fario

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Non solo Estate romana: quattro idee fuori città

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Agosto incombe, bollente. Tanto si parla di Estate romana e molteplici infatti sono le iniziative, più o meno culturali, organizzate nella capitale: dal Tevere Expo al cinema all’aperto; ma oltre c’è di più: è il turismo lento dei borghi, dei paesaggi campestri, delle cittadine arroccate. Ottimi anche in ottica post-pandemica: meno gente, più aria aperta, meno rischio contagio.

Eccomi quindi a suggerirvi delle fughe dall’afa romana, diverse dal solito mare.

Civita di Bagnoregio

No, effettivamente non poteva mancare. Riconosciuta come uno dei borghi più belli di Italia, è raggiunta annualmente da un gran numero di visitatori. Sarà per i paesaggi mozzafiato o sarà forse che il tempo stringe. L’appellativo malinconico la dice lunga: “la città che muore.” Il borghetto è infatti su un colle tufaceo destinato, presto o tardi, a crollare a causa dell’erosione. Si giunge alla cittadina lungo un suggestivo ponte sospeso: il luogo è piccino, un quarto d’ora di cammino al massimo, sempre che non si voglia giocare ad indovinarne tutti gli scorci. Vi ricordo di non perdere alcune cose. In primis, la chiesa di San Donato, dalla facciata rinascimentale e nel campanile della quale sono conservati due sarcofaghi di età etrusca, la cappella Madonna del carcere, antica tomba etrusca e -tutto attorno- la valle dei calanchi. Suggerimento: la visita vi porterà via forse una mattina. Vi segnalo la vicina Orvieto, trenta minuti di macchina, col suo duomo e la sua gastronomia.

Torre Alfina

Siamo in provincia di Acquapendente, a due ore di macchina da Roma. Due ore che vale la pena di fare per quello che il National Geographic ha definito come “il bosco delle favole” o anche “ bosco di Biancaneve”: alle pendici dell’altrettanto favoloso castello, si estende questo boschetto di latifoglie secolari. Sistemato dalle mani del marchese Edoardo Cahen nel’800, egli vi si fece seppellire e ancor oggi è qui sepolto. Consiglio pratico: Le visite al bosco del sasseto si effettuano solo su prenotazione per un minimo di 15 persone. Consiglio invece da una buona forchetta: pappardelle al cinghiale.

Sutri

Questo piccolo borgo della Tuscia vanta una bandiera arancione, importante riconoscimento del Touring club Italiano e, secondo la leggenda, avrebbe dato i natali al celeberrimo paladino Orlando. Non potete non partire da Palazzo Doebbing, uno dei centri artistici più importanti. Voluto da Vittorio Sgarbi, sindaco della cittadina, prende il nome dal vescovo di Sutri dal 1900 al 1916, Joseph Bernard Doebbing. Se non fa troppo caldo, avventuratevi nel parco archeologico: è il più piccolo della regione Lazio ma saprà sorprendervi. Ora parlo ai curiosi medievalisti: date un occhio a quello che si dice sia stato il castello che ospitò Carlo Magno mentre si dirigeva verso Roma per diventare imperatore.

Nerola

Chi dice Nerola dice castello Orsini: il castello visto da fuori è un salto nel tempo. L’imponente struttura quadrangolare, le torri, il mastio: domina completamente il borghetto circostante. Una prima attestazione del castello si ha nel 1061 quando leggiamo di un “castrum nerolae”. La fortezza, tra le altre vicende, fu occupata dai Normanni e passò qualche tempo dopo agli Orsini per concessione di Bonifacio VIII. Solita nota: il castello è spesso location di matrimoni e cerimonie. E noi siamo molto felici per i novelli sposi, un po’ meno per noi visto che banchetti ed eventi tolgono un po’ di atmosfera.

Santa Severa

Torniamo al mare, uniamolo alla storia. E’ sicuramente uno dei castelli più suggestivi del Lazio: un antico maniero costeggiato dall’azzurro del mare. Il borgo circostante si è formato tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo, a più riprese. Inoltre, il castello è location di eventi, conferenze e proiezioni in queste sere estive.

Ovviamente, queste location sono sempre-verdi e l’invito rimane valido anche nel periodo invernale. E se ora vi ho messo la pulce nell’orecchio, vi lascio in buone mani.

Serena Garofalo

Blood Red Sky: vampiri vs terroristi su Netflix. Chi vincerà?

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Blood Red Sky, diretto da Peter Thorwarth, che ha co-scritto la sceneggiatura con Stefan Holtz, è uno dei 10 film più visti in Italia su Netflix nel mese di Luglio: anche solo per dare un po’ di fiducia ai compatrioti si dovrebbe pensare di vederlo. Il secondo motivo potrebbe essere che, come me, siete degli amanti dell’horror.

Il trailer

Gli ingredienti base di questo minestrone cinematografico sono estraibili già dal trailer: mamma e figlio si imbarcano dalla Germania su un volo verso New York che sarà dirottato da un gruppo di terroristi. C’è solo un problema: non sono loro i più pericolosi a bordo. La mamma tedesca, infatti, nasconde un terribile segreto, una malattia che ricorda proprio il vampirismo.

Un horror banale, nonostante la trama

Nonostante la trama sia sicuramente particolare, anche solo per aver tentato di unire la cattiveria umana e una delle figure horror più note di sempre, il film è veramente banale. Non c’è un vero momento di suspense, ma soprattutto manca la credibilità.

I componenti per rendere Blood Red Sky un film interessante c’erano tutti: poteva essere approfondito il personaggio della madre, anche solo a livello psicologico; poteva essere intensificato il rapporto genitore-figlio; poteva persino essere sviluppato meglio il terrore delle persone sull’aereo. Eppure il risultato è quello di un film davvero poco realistico, e non perché i vampiri sono protagonisti, ma perché alcune scelte narrative non sembrano navigare verso la direzione del buon senso.

Ad esempio, non viene per nulla argomentato come sia possibile che una donna che non può esporsi alla luce del sole sia riuscita a crescere un bambino. L’unica informazione che possiamo evincere è che lui alla sua età è già autonomo, più del normale. I continui flashback non aiutano affatto e tutto il film risulta abbastanza piatto. Talmente piatto da addormentarsi durante la visione.

Vampiri moderni

Unica nota positiva da segnalare la resa grafica e gli effetti speciali: i vampiri sono credibili e sicuramente al passo con i tempi. Per il resto, c’è da chiedersi se davvero questo sia il massimo che può offrire Netflix al momento.

Alessia Pizzi

Cultura & Menta: Millennials VS GenZ nel podcast dell’estate

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Cultura e Menta è nato da un’idea di Valeria de Bari, che sarei io, e Veronica Bartucca. Entrambe siamo redattrici di CulturaMente interessate all’esplorazione della scrittura in senso lato su media diversi e dello storytelling, per cui quando quest’anno è stato lanciato Clubhouse, anche noi ci siamo letteralmente lanciate su questo nuovo social, fondato esclusivamente sul senso uditivo e sulla voce, esplorandone le potenzialità.

Con l’arrivo dell’estate abbiamo poi pensato di tuffarci in una nuova avventura culturale: ci siamo chieste perché non scrivere un podcast che gli utenti avrebbero potuto ascoltare in spiaggia sotto l’ombrellone o in metropolitana sulla via verso casa o sul divano in una pausa relax? Da questa volontà è nato Cultura e Menta, un podcast dal sapore estivo che fa immergere l’ascoltatore nelle nostre due vite e che permette a me e Veronica di aprire la porta dei nostri ricordi condividendo emozioni, esperienze e sentimenti personali ma universalmente conosciuti.

Al contempo in Cultura e Menta è possibile raffrontare due diverse generazioni, la mia, Millennial, e quella di Veronica, GenZ.

La mission secondo Valeria

In generale a me piace ascoltare podcast, sia di storytelling sia investigativi, ma anche di divulgazione culturale e scientifica (e ovviamente li recensisco per CulturaMente). Si tratta, a mio avviso, di un mezzo di comunicazione molto intimo, oggettivamente unidirezionale: c’è una persona che parla e una che ascolta. In un podcast c’è la condivisione di una confessione. E in Cultura e Menta io mi sono letteralmente confessata, scavando nei ricordi per raccontarmi in maniera autentica. Io sono una figlia degli anni Novanta, del Brit-pop, dei videoclip su MTV, delle audiocassette di Ambra Angiolini, dei jeans a zampa di elefante e degli anfibi anche d’estate. Sono figlia del 56 K e di DOS. Sono figlia di Omnitel e delle pubblicità di Megan Gale. Vi racconto quindi come ho vissuto gli esami di maturità, gli amori estivi, il viaggio che mi ha cambiato la vita, la vita da fuori sede in anni ormai lontani, ovvero in un contesto spazio-temporale molto diverso da quello odierno.

La mission secondo Veronica

Crescendo con cugini più grandi di me, da sempre mi sono trovata a confrontarmi con generazioni diverse.
Quando mio cugino, classe 1990, guardava South Park, cartone irriverente per ragazzi grandi, io ancora guardavo la Melevisione.
Quando un altro mio cugino, classe 1994, giocava alla playstation, io in mano avevo le Barbie.
Perché quando si è nativi digitali anche un paio d’anni fanno la differenza: con la velocità che ha preso il mondo negli ultimi anni, è normalissimo che tutto evolva così rapidamente.
Io che sono nata nel 1998 mi trovo in quella strana area grigia in cui sulla carta sono una ragazza della Generazione Z, tuttavia mi sento di condividere esperienze anche con i Millennial.
D’altronde io il mio primo cellulare l’ho avuto alle scuole medie, registravo i film sulle videocassette e avevo un account su MSN. Sono cose che chi è nato nel 2004, con cui condivido l’appartenenza alla Generazione Z, difficilmente avrà in comune con me.
D’altro canto, non sono cresciuta con le canzoni dei Backstreet Boys o delle Spice Girls e di Non è la Rai ho visto spezzoni solo su YouTube.
Un’etichetta non può quindi riassumere davvero un’intera generazione, però aiuta a capire più o meno quali sono state le esperienze in comune. E a me piace sapere quali sono le differenze tra queste generazioni, parlare di uno specifico argomento con persone che sono nate in un decennio diverso dal proprio può arricchire moltissimo, perché il punto di vista cambia radicalmente e una stessa esperienza può essere vista sotto una nuova luce.
Ecco perché questo podcast ha argomenti generici ma è allo stesso tempo estremamente personale: alcune cose della vita sono pressoché universali, come le cotte estive o gli esami di maturità, ma il modo in cui le si vivono probabilmente differisce di generazione in generazione. Io e Valeria abbiamo punti in comune su molte cose, ma su altrettante cose abbiamo vissuto in maniera totalmente diversa.
Magari chi è nato qualche anno dopo di me avrebbe da raccontare una versione ancora diversa della propria esperienza.

Ci piacerebbe sapere la vostra: lasciateci un commento se volete raccontarci le vostre storie.
Nel frattempo vi auguriamo un buon ascolto!


Valeria e Veronica

Vivo: amicizia e musica protagoniste su Netflix. Basteranno?

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Arriva il 6 agosto 2021 in streaming su Netflix l’ultimo film di animazione della Sony Pictures Animation.

Protagonista un animale davvero insolito: un cercoletto. Cosa diavolo è un cercoletto? Una sorta di procione. Ma la natura di Vivo – così si chiama l’animaletto – non è l’unica novità di questo film. Location d’eccezione l’Avana, quindi le lingue che sentirete sono tre. L’inglese (o l’italiano se lo guardate doppiato), lo spagnolo e la lingua animale del cercoletto. Fattore molto interessante, questo, che mi porta alla mente due riflessioni.

La prima è quella legata alle realtà che stanno diventando protagoniste dei film di animazione: pensiamo anche a Luca, ambientato in Italia, dove viaggiano milioni di parole italiane. Le Colonne d’Ercole sono state abbattute e tutto il mondo può essere protagonista al cinema, anche se si tratta di “cartoni”.

La seconda riflessione è sulla maturità che i film di animazione iniziano a proporre: nessuno comprende il cercoletto quando parla. Andatelo a dire a Cenerentola: vi tirerà una scarpa dietro! Lo abbiamo già visto anche con Raya e L’Ultimo Drago: il mondo dell’animazione sta prendendo una piega molto vicina al realismo, specialmente per i temi che affronta. Non importa se il protagonista è un animaletto o se nel film ci sono dei draghi: il messaggio è quello che conta.

Una storia di amicizia

Che temi affronta, quindi, Vivo? Primariamente quello dell’amicizia. Vivo intraprenderà un bel viaggio fino a Miami proprio per realizzare il sogno del suo amico umano Andres, compagno di suonate, compagno di vita. Il sogno in questione è quello di fare arrivare al grande amore di Andres, la famosa cantante Marta Sandoval (doppiata da Gloria Estefan), una vecchia canzone in occasione del suo ultimo concerto.

Il bello di Vivo, nonostante sia un cercoletto, è l’umanità dei suoi sentimenti e delle sue riflessioni: nei momenti di sconforto l’animaletto tira fuori tutta la sua forza. Sicuramente è un esempio fantastico per i bambini, ma anche per noi grandi quando ci abbattiamo di fronte a cose di poco conto.

Compagna nel viaggio verso Miami è l’eccentrica Gabi: una bambina, una musicista incompresa, che non ha nessuna intenzione di mollare Vivo nonostante le sue iniziali reticenze sul viaggio a due. Anche la figura della bambina rafforza fortemente il concetto di amicizia, regalando fluidità al concetto di vecchi e nuovi amici: ogni fase della vita ha i suoi compagni, non bisogna essere chiusi.

La Musica per esprimersi

Seconda prima donna di Vivo, insieme all’amicizia, è naturalmente la musica: il cercoletto canta a più non posso grazie al doppiaggio originale di Lin-Manuel Miranda e da quello italiano di Stash dei The Kolors. Nonostante le due grandi voci, le canzoni che mi hanno colpito di più sono state gli inni di Gabi alla sua “diversità” per raccontarsi al mondo: anche se questo significa dover lottare di più per essere capiti, specialmente dalla propria famiglia, la bambina non si perde d’animo e prosegue per la sua strada.

Alla fine dei giochi Vivo punta tantissimo sul sentimentalismo: la stessa Gabi nel finale avrà un momento di fragilità degno di mille kleenex. Il film è carino, ma non mi ha convinta, nemmeno con tutto questo pathos. Gli manca il quid per essere qualcosa di più del solito film di animazione con gli animali che cantano, ma alcuni spunti sono sicuramente interessanti.

Alessia Pizzi

“Una ragazza perfetta”: femminismo per teen ager

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Una ragazza perfetta di Candace Bushnell e Katie Cotugno (edito da HarperCollins) ha accompagnato le ore passata sdraiata sul lettino in spiaggia durante la mia settimana di vacanze al mare. Era la lettura pensata per il nuovo appuntamento dei Postumi Letterari scelta perché degli alunni della scuola in cui lavoro ne hanno realizzato un booktrailer.

Mi sono ritrovata tra le mani il libro perfetto da leggere in vacanza e infatti lo consiglio vivamente per le letture estive del 2021. Si legge in pochissimo tempo, lo stile è leggero ma non trascurato e la storia tratta un tema importante – il femminismo – in maniera accessibile. Bisogna fare una premessa doverosa: è una lettura per teen ager. Il target di riferimento è quello, ma questo non significa che non possa piacere anche a persone più grandi che apprezzino le storie ambientate tra i corridoi scolastici.

Caso ha voluto che mi dedicassi alla lettura di Una ragazza perfetta pochi giorni dopo aver visto Una donna promettente al cinema. La cosa, oltre ad avermi confusa un po’ con i titoli (tanto che in libreria ho chiesto dove fosse Una donna perfetta), è stata sicuramente utile per formulare una serie di considerazioni sia sul tema che sul modo di raccontarlo.

Il libro di Bushnell e Cotugno è un fresco cocktail alla frutta, molto zuccheroso e… analcolico. Con questo non dovete intendere che non sia meritevole, ma solo pensare che sia adatto ai minorenni.

Video e Audio Recensione

Abbiamo letto Una ragazza perfetta per il nostro bookclub. Ecco di seguito le video recensione del libro. Lasciateci pure dei commenti e fateci sapere se avete apprezzato il libro!

Per i più pigri anche la audio recensione formato podcast:

Una ragazza perfetta: la trama

Marin Lospato è una diciassettenne giunta all’ultimo anno di scuola superiore che si è sempre comportata come una ragazza perfetta. È popolare, è una brava studentessa, gestisce insieme alla sua amica del cuore Chloe il giornale scolastico e si frequenta con Jacob, il capitano della squadra di lacrosse.

Insieme a Chloe ha una cotta per il suo professore di letteratura inglese, il signor Beckett (Bex, nel loro gergo) che non perde occasione per lodarla o per complimentarsi del suo stile di scrittura. Un giorno, Bex la bacia e questo manda Marin in completa confusione. La sua infatuazione era del tutto idilliaca, non si aspettava potesse avere delle conseguenze reali. Ha paura di aver incoraggiato il professore anche perché lui non esita a colpevolizzarla. Da quel momento, Marin si rende conto di molte diseguaglianze esistenti tra maschi e femmine e decide di pubblicare un articolo di denuncia intitolato Le regole della ragazza perfetta. Dà anche inizio a un club del libro femminista.

Il suo nuovo atteggiamento le alienerà le simpatie del mondo che conosceva. Si allontanano da lei Chloe, Jacob, Bex… ma avrà modo di ricostruire una nuova rete sociale più sincera e matura tra cui c’è anche Gray, un ragazzo cresciuto da due mamme sul conto del quale circolano molte storie particolari. Grazie a questi nuovi contatti, Marin troverà la forza di denunciare quanto le è accaduto, ma non sarà di certo semplice visto che è la sua parola (di donna) contro quella di un professore.

Un’introduzione narrativa al femminismo

L’articolo di Marin (di cui si leggono degli spezzoni anche sulla copertina del libro) potrebbe essere considerato a tutti gli effetti un Manifesto del Femminismo del XXI secolo. In quelle righe vengono messe in luce tutte le contraddizioni di una società che vede riconosciuti tanti diritti al sesso femminile senza riuscire, però, ad attuare una reale integrazione.

Ad un certo punto si dice “Le ragazze possono fare quel che vogliono!”. Chi, vivendo in alcuni paesi del mondo, potrebbe dire che questa frase non è vera? Eppure quest’uguaglianza di diritto non lo è nei fatti e lo si può vedere quotidianamente nei posti di lavoro, in famiglia e nei luoghi della socialità. Il problema ora non è far capire alle persone (volutamente generico) che le donne hanno diritto a lavorare o votare, ma che hanno diritto a non essere stigmatizzate all’interno di stereotipi che continuano a essere vivi nella nostra educazione. A non essere trattate come corpi da sessualizzare, ma come esseri umani.

Quando si parla di denunciare abusi o violenze, c’è sempre per una donna la possibilità di non essere creduta. Questo nel migliore degli scenari. Nei peggiori, viene ritenuta co-responsabile. È quello che succede a Marin con il professore e la stessa cosa accade anche all’amica di Cassie del film Una donna promettente. È molto interessante che le autrici abbiano scelto di far molestare la ragazza da un professore descritto inizialmente proprio come un principe: affascinante e intelligente. Ed è sicuramente significativo che inizialmente Marin sia affascinata da quest’uomo perché si mette alla prova anche il lettore o la lettrice. In base a come si reagisce alla scena del bacio (che purtroppo viene già anticipata nella sinossi del libro, sarebbe stato un colpo di scena se non lo fosse stato), si può capire tanto del proprio modo di ragionare rispetto a determinati argomenti (ovviamente per prenderne consapevolezza, non per giudicarsi).

Il libro di Bushnell e Cotugno fotografa bene la realtà contemporanea e il problema del sessismo oggi. Lo fanno con una storia interessante, anche se non di certo nuova per chi da anni è vicino a questi argomenti. Per questo ritengo che Una ragazza perfetta sia un’ottima lettura per ragazzi e ragazze giovani che si approcciano al tema del femminismo.

I personaggi

Uno dei rapporti su cui Bushnell e Cotugno si soffermano maggiormente è quello tra Marin e Chloe, le due migliori amiche. Ed è anche uno di quelli che più mi ha fatto soffrire mentre leggevo.

L’amica è la prima a cui Marin racconta cosa è successo con Bex ed è la prima a trattarla come responsabile della situazione. La prima cosa che le chiede è: “Sei sicura?”, aggiungendo poi: “[…] cioè, magari gli sei solo finita addosso per caso, no?”. Anche se con un po’ di imbarazzo e difficoltà, va avanti con “Però forse stai ingigantendo la cosa, non ti pare? Certo, io non c’ero, ma pensa a quante volte ci siamo dette che è un figo: magari lui non ha fatto altro che raccogliere ciò che tu gli stavi offrendo, oppure voleva smorzare l’imbarazzo e…”.

Chloe è sempre in opposizione a Marin durante buona parte del libro. Non le parla, l’accusa di essere impazzita, la rimprovera quando denuncia Bex e non si mostra mai disponibile ad alcun tipo di chiarimento. Si presagisce che qualcosa non va e infatti, nella parte finale, si scopre che anche Chloe è stata avvicinata dal professore e con lei c’è stato molto di più di un semplice bacio. Alla ragazza, il professore ha fatto credere di essere innamorato, salvo poi trattarla male e abbandonarla quando si era stancato.

La dinamica tra le due serve alle autrici per raccontare il mondo dei legami femminili che possono essere un’arma potentissima nella lotta per l’uguaglianza (solo quando Chloe si riappacificherà con Marin, il professore sarà cacciato dalla scuola). Ma se prevalgono le invidie, le incomprensioni e le gelosie, questo legame non può nascere.

In opposizione, il legame tra Marin e Gray risulta essere molto positivo, un buon esempio di relazione uomo/donna paritaria in cui c’è ascolto e supporto reciproco, nonostante le incomprensioni normali durante una conoscenza. Il background familiare di Gray sicuramente lo rende più vicino ad alcune tematiche o almeno lo predispone a una visione più aperta nei confronti della realtà.

Cosa non funziona?

Il libro è godibilissimo. Si legge con rapidità, lo stile è semplice ma non trascurato, i personaggi sono credibili e ben scritti… c’è solo una pecca: l’eccessivo didascalismo. Nonostante le due autrici raccontino molte scene in cui è facilmente intuibile dove vogliono andare a parare (anche ideologicamente), lo dichiarano attraverso la voce della protagonista (il romanzo è in prima persona).

Questa cosa l’ho avvertita ancora di più perché ho letto il libro dopo aver visto Una donna promettente. Il film racconta di una donna stuprata e non creduta ma lo fa senza cadere mai nella retorica ed è questa la sua grande forza. Non si può dire lo stesso di Una ragazza perfetta ed è questo il motivo per cui entusiasma, ma fino a un certo punto.

Chi dovrebbe leggere Una ragazza perfetta

Come ho scritto prima, ritengo che il libro di Bushnell e Cotugno sia perfetto per gli e le adolescenti. Aiuta a confrontarsi con alcune dinamiche che possono essere difficili da identificare vista la loro diffusione nella società. Inoltre, l’ambientazione scolastica aiuterà facilmente l’immedesimazione dei giovani lettori e delle giovani lettrici.

Se l’età adolescenziale è ormai un ricordo, la lettura non vi è preclusa, anzi! Però devono piacervi le storie con protagonisti giovani e in crescita.

Il mese di agosto sarà dedicato al fantasy con La biblioteca di mezzanotte di Matt Haig, edizioni e/o. Chi vuole unirsi a noi non deve fare altro che leggere il libro entro il 25 agosto!

Federica Crisci

Domenica è sempre Domenica

La domenica “non ci sono sveglie”, come recita il desktop del mio telefono: la modalità pigiama party è rigorosamente on. Io e il mio letto siamo BFF, best friends forever, e questo è il lato positivo di questo giorno meraviglioso. 

Tuttavia la domenica è stata anche il giorno del vuoto e del pessimismo cosmico. In questa giornata senza impegni si sono fatte spesso largo dentro di me riflessioni su ciò che è e che è stato. Sono certa che il mal de vivre a Baudelaire sia venuto proprio di domenica. 

La domenica può essere tempo di bilanci. Sunday morning brings the dawn in, it’s just a restless feeling by my side. Dove sono? Dove sto andando? Avrò preso l’incrocio giusto o sto sbagliando strada? 

Chiedo a Siri: è questo il percorso corretto per la mia vita? 

E lei: Ecco le indicazioni per Vita. Avvio itinerario per Vita. Vai verso sud su via Freemantle. 

Ebbene sì esiste un paese in provincia di Trapani che si chiama proprio Vita. Epic fail. Siri non capisce e allora insisto. Siri tu sei felice? Preferirei parlare di te, non di me. Inizio a sospettare che la domenica non sia facile neanche per lei. È confortante sapere che siamo in due: mal comune mezzo gaudio. 

In passato per me l’unica soluzione per sopravvivere alla domenica è stata riempire i vuoti con rendez-vous, cibo, passeggiate, shopping and so on. Le partite della Juventus, per esempio, sono state un appuntamento fisso. God save the football. Per non parlare del brunch con le amiche, un’ottima occasione per pensare ai loro problemi e non ai miei. 

E il cinema pomeridiano? Avete mai pensato al casino che c’era al botteghino di domenica? Una marea di persone che non ha voglia di pensare o che non ha niente da fare.

La verità vera è che tutto questo malessere domenicale mi prendeva nel pre-Adone.

Oggi mi rigiro nel letto e rimango assorta ad ascoltare il suo respiro. Facciamo colazione insieme davanti a un caffè fumante. Mettiamo la nostra musica preferita, parliamo della settimana appena trascorsa, decidiamo cosa mangiare, cuciniamo, ci abbracciamo, usciamo, brighiamo. Sono piccole grandi cose. Ah e ho smesso di guardare le partite di calcio.

Per una donna orgogliosa come me la consapevolezza che sia stato un uomo a cambiarmi la vita è una pillola dura da ingollare, ma tant’è … 

Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile, questo è garantito. Io non so come fare a spiegare questa cosa, né la pazzia che è dentro di me e dentro gli altri, ma indovinate un po’? Domenica è di nuovo il mio giorno preferito! Penso a tutto quello che gli altri hanno fatto per me e mi sento tipo … una molto fortunata.

Leggi la prima puntata

Leggi la seconda puntata

Mamma Mia! una vacanza a ritmo di musica

Titolo: Mamma Mia!

Regia: Phyllida Lloyd

Sceneggiatura: Catherine Johnson

Cast: Meryl Streep, Amanda Seyfried, Pierce Brosnan, Colin Firth, Stellan Skarsgard, Julie Walters, Christine Baranski, Dominic Cooper

Nazione: USA

Anno: 2008

Lo stravagante musical con le musiche degli ABBA nel 2008 diventa un film, che negli anni è diventato un piccolo cult estivo. Se amate le canzoni del gruppo svedese, Mamma Mia! è il film da non perdere, perfetto per queste serate estive.

Meryl Streep è la protagonista assoluta, nei panni di un’hippie americana che gestisce un hotel molto funky su una splendida isola greca e si prepara al matrimonio di sua figlia, una giovanissima Amanda Seyfried. Canti, balli e storie d’amore: tutto questo vi regalerà un’ora e mezza di puro divertimento.

La storia di Mamma Mia!

Basato sull’omonimo musical di Broadway con lo stesso nome, Mamma Mia! è un film nostalgico e vivace, pieno di canzoni famosissime degli ABBA eseguite dal cast del film.

Sophie (Amanda Seyfried) deve sposare il suo bel fidanzato Sky (Dominic Cooper). La giovane vive con la mamma Donna su una paradisiaca isola greca e non sa nulla di suo padre.

Le cose cambiano quando un giorno legge le pagine del diario di sua madre, scoprendo che ci sono ben tre uomini che si giocano il titolo di papà: Sam (Pierce Brosnan), Bill (Stellan Skarsgard) e Harry (Colin Firth).

La ragazza decide, quindi, di invitare tutti e tre alle sue nozze e, con sua grande sorpresa, si presentano proprio tutti per l’occasione. Quando gli uomini arrivano sull’isola, nessuno ha avuto contatti con Donna da decenni e lei resta scioccata. Sophie pensa, però, che conoscendo il suo vero padre, la sua vita avrà finalmente un senso, l’unico problema è che nemmeno Donna sa per certo chi è!

Ma Donna non è sola in questa nuova avventura: la protagonista ha anche invitato le sue grandi amiche di una vita Tanya e Rosie. Con i drink in mano, sono pronte a riprendere parte del loro passato, folle e selvaggio, come un tempo nella loro band Donna e le Dinamo. 

Mamma Mia! un musical pieno di energia

Mamma Mia!, diretto da Phyllida Lloyd sprizza gioia da tutti gli schermi, è un film leggero, romantico, divertente e spensierato, che fa rivivere le atmosfere anni ’70 grazie ad alcuni successi degli Abba.

Tutti gli attori cantano e ballano, ma Meryl Streep dà davvero il meglio di sé. L’attrice in questo film dimostra la sua versatilità e creatività come attrice, mettendosi in gioco e affrontando una nuova prova.

Le sue doti canore sono espresse, in particolare, nelle canzoni “Slipping Through My Fingers” e “The Winner Takes It All”, due esibizioni davvero belle ed emozionanti.

Alcuni dei grandi numeri della produzione, come “Dancing Queen”, “Money, Money, Money”, “Voulez-Vous” e “Does Your Mother Know”, sono molto magnetici, grazie all’ambientazione isolana e al cast che si cimenta a interpretare le canzoni pop degli Abba.

Mamma Mia! è una storia molto allegra, divertente e piacevole che ha il suo momento emotivo, ma non dimentica mai di divertirsi. È un po’ esagerato, o come direbbero gli americani “campy”, ma riprende in toto il tono dei musical e rimane coerente. 

In termini di ritmo, tutto scorre molto rapidamente e costantemente, ma colpisce un punto debole all’inizio del terzo atto che, in contrasto con il primo e il secondo atto rapidi, è un po’ stridente. Questo piccolo problema, però, grazie alle coinvolgenti musiche degli ABBA viene per fortuna messo in secondo piano.

La nostalgia degli anni ’70

La storia è pacchiana, alcuni momenti sono sdolcinati, ma Phyllida Lloyd riesce a portare questo musical sullo schermo assecondando la nostalgia degli anni ’70.

La regista lo fa dando la giusta importanza alle cose essenziali: location, ovvero la meravigliosa isola grecia di Skiathos, il design, il casting e le coreografie, bellissime e coinvolgenti. In Mamma Mia!, Phyllida Lloyd trova un equilibrio tra la fantasia dei numeri musicali, la storia da favola e la presentazione dei personaggi. L’unica concessione che fa al mondo Hollywoodiano è che molti dei protagonisti sono americani rispetto a quelli della versione teatrale, ma compensa ampiamente scegliendo Julie Walters per un ruolo molto importante.

Tutto il film è nostalgico, nonostante sia ambientato nel 2008, riprende tantissimo le ambientazioni anni ’70 e, forse, proprio per questo e grazie alle musiche degli ABBA, Mamma Mia! è diventato un film cult da non perdere, sopratutto per gli amanti della musica e della spensieratezza.

Tre motivi per vedere il film

  • Meryl Streep che dimostra sempre di essere una delle migliori attrici di Hollywood
  • La colonna sonora, gli ABBA sono sempre attuali
  • Il sogno di poter vivere su un’isola meravigliosa, lontano dallo stress quotidiano.

Quando vedere il film

In una bellissima sera d’estate, magari sotto le stelle.

Ilaria Scognamiglio

Avete perso l’ultimo appuntamento con il cineforum? Niente paura, lo lasciamo qui:

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Memento: il cult per eccellenza di Christopher Nolan

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Dopo il successo nei festival indipendenti ed in home video di Following, il nome dell’emergente regista britannico Christopher Nolan ha attirato l’attenzione dell’industria cinematografica oltreoceano. Spostatosi in terra statunitense, durante un viaggio in auto da Chicago a Los Angeles, Jonathan Nolan racconta al fratello del romanzo cui sta lavorando, dove un uomo affetto da perdita di memoria a breve termine è alla disperata ricerca dell’assassino della moglie. Il giovane regista rimane affascinato dal concept e, con il permesso del fratello minore, scrive una sceneggiatura similare dal titolo: “Memento”, traducibile dal latino come “ricordati”. 

“Non riesco a ricordarmi di dimenticarti”

Una caccia al killer mai vista prima

Leonard Shelby è un ex investigatore assicurativo che, a causa di un trauma cranico dovuto a un’aggressione domestica, soffre di amnesia anterograda ed è impossibilitato ad assimilare naturalmente nuovi ricordi. Il protagonista è infatti perfettamente in grado di ricordare la sua vita prima del manifestarsi della patologia, che lo porta ora a dimenticarsi ogni cosa avvenuta negli ultimi 10 minuti. Leonard sviluppa dunque un sistema di memorandum attraverso post-it, polaroid e tatuaggi che gli permetta in breve tempo di rimettersi sulle tracce di John G.: il colpevole della morte della moglie. 

L’ingresso nell’industria che conta 

Anche questa volta Emma Thomas, futura moglie di Christopher Nolan, ebbe un ruolo fondamentale nella realizzazione del film, proponendo la sceneggiatura alla Newmarket Films. Lo studio cinematografico definì il progetto come “il più innovativo mai visto” e concedette un budget di 9 milioni di $. La pre-produzione partì immediatamente tanto che, dopo sole 7 settimane dall’accordo, la troupe era già sul set. Girato in soli 25 giorni, il film vede la presenza di Guy Pearce nei panni di Leonard Shelby e della coppia Carrie-Anne Moss – Joe Pantoliano, già vista in “Matrix” delle sorelle Wachowski, nei rispettivi ruoli secondari di Natalie e Teddy. Con un cast di prima scelta che il giovane Nolan riuscirà a dirigere con rara maestria, Memento diverrà un vero e proprio cult movie, nonostante la tiepida accoglienza ricevuta alla 57^ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia durante la prima assoluta. Oggi considerato come uno dei film più importanti del nuovo millennio, nel 2002 ricevette anche le candidature ai premi Oscar per miglior sceneggiatura originale e miglior montaggio.  

Chi siamo senza ricordi?

L’obiettivo dichiarato di Christopher Nolan non era raccontare unicamente il difficoltoso percorso investigativo di Leonard alla ricerca di John G., ma portare il pubblico ad una riflessione sulla memoria e l’identità. Attraverso una struttura filmica straordinariamente complessa, lo spettatore è portato ad immedesimarsi immediatamente con lo smemorato protagonista, smarrito dalla non conoscenza totale degli avvenimenti post-trauma e disorientato da un’elaborata sovversione del rapporto causa-effetto. Tuttavia, con l’incedere del film, quell’unica soggettiva comune s’incrina e, dove lo spettatore è portato a dubitare delle persone, degli oggetti e delle false verità che circondano Leonard, quest’ultimo non può fare a meno di fidarsi ciecamente di sé stesso e del suo metodo. Da questa svolta scaturisce l’interrogativo più grande che il regista vuole instillare in noi: chi siamo senza ricordi? Ed è proprio qui che il personaggio di Sammy Jenkins, persona anch’essa affetta da memoria anterograda con la quale Leonard si relaziona prima degli avvenimenti in corso nella pellicola, assume un ruolo di primaria importanza. “Ricordati di Sammy Jenkis” è il primo tatuaggio che vediamo sul corpo del nostro protagonista e la prima frase che quest’ultimo legge ad ogni risveglio. Una rapida rimembranza che scopriremo non essere un semplice avvertimento per lo smemorato, ma spunto di riflessione sul rapporto identità-memorie e su come i ricordi possano essere facilmente sabotati e modificati a piacimento nostro e/o altrui. 

Un montaggio che ha fatto storia

Osservando Memento all’interno della filmografia nolaniana, nasce spontaneo pensare che sia il perfezionamento della struttura narrativa già vista in Following, dove ad un labirinto temporale ne viene associato uno percettivo. Come nel precedente film, anche la seconda opera del regista britannico si apre con un dettaglio, non di una scatola questa volta, ma di una polaroid raffigurante il cadavere di un uomo. Lentamente la fotografia sbiadisce e, con un cambio di soggettiva, abbiamo la conferma che la sequenza si sta volgendo a ritroso, con un rewind che ci lancia spediti nel 2020 al controverso Tenet. La camera si sposta dallo scatto, alla macchina fotografica, al bozzolo del proiettile che torna nella pistola che ha sparato il colpo, fino a scoprire i volti dell’assassino e dell’assassinato. L’opening si conclude dunque con il finale, cronologicamente parlando, della storia di Leonard che, dopo lo stacco, ritroveremo solo in una camera di un motel. Capiremo ben presto che la struttura filmica è composta da due linee temporali, concatenate tra loro e destinate a collimare in un punto comune, ma qualcosa ancora non torna. Prestando maggiore attenzione, è possibile notare che la narrativa in bianco e nero è cronologicamente consequenziale e si sofferma sulla soggettiva di Leonard che espone in prima persona la sua condizione e le sue credenze allo spettatore. Questa viene segmentata e collocata all’interno della più longeva linea oggettiva a colori con una tempistica fissa, dove ogni 10 minuti di “linea a colori” avremo “un intervallo in bianco e nero”, richiamando così i blackout dello smemorato. La narrazione dei fatti intorno a Leonard, vengono portati a schermo a ritroso, partendo dall’ultimo segmento (l’opening) al primo (il finale del film che in un contesto di narrazione lineare sarebbe l’inizio). Si passa dunque costantemente dalla soggettività del racconto del vissuto personale all’oggettività degli eventi, dal bianco e nero ai colori.

La delineazione delle figure femminili

Nel Cinema di Christopher Nolan, il ruolo della donna è di fondamentale importanza tanto che, nella pellicola in analisi, assistiamo ad un passaggio cruciale. A mio avviso, in questo film viene accentuata la figura della Bionda, ampliata e sdoppiata nelle figure Catherine (Jorja Fox) e Natalie (Carrie-Anne Moss). Se in Following, l’unica figura femminile rappresentava la motivazione delle azioni del protagonista e, al tempo stesso, colei che plasmava il suo pensiero, in Memento avvengono similari dinamiche ma con due diversi personaggi secondari. Leonard è mosso dall’unico desiderio di vendicare la moglie deceduta, mentre Natalie si rivelerà essere una personalità forte ed ambigua. Il film in oggetto è dunque, tra le altre cose, anche quello che delinea con inequivocabile chiarezza il significato dell’amore e dei sentimenti all’interno della filmografia nolaniana: una forza non tangibile, resistente al tempo e allo spazio (come vedremo più avanti in Interstellar), non pienamente comprensibile ma motore delle azioni dell’essere umano

Un labirinto circolare di false verità da vedere e rivedere 

Iniziando con la fine e finendo con l’inizio, in conclusione la struttura della pellicola risulta circolare. Al termine della visione il regista vuole invitarci a salire nuovamente su questa giostra chiamata Cinema, per poter decifrare appieno il suo lavoro. Esattamente come Catherine Shelby è intenta a leggere per l’ennesima volta lo stesso libro “per il puro piacere di farlo”, Christopher Nolan chiede allo spettatore di tornare sul suo film e su quelli che verranno, superando il concetto del “vedere cosa succede dopo”.
Non limitandosi al raccontare una storia ma supportando un’esperienza cognitiva e condivisa, il cineasta britannico permea la sua seconda opera di dualismi in soggettiva, bugie, crisi d’identità e amori perduti, firmando una pagina indimenticabile del cinema contemporaneo. 

Michele Finardi

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Estate, tempo di Taranta

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Estate, tempo di Taranta: la campagna pugliese è battuta dal solleone, la luce rimbalza sulle pareti bianche delle casupole- poco più che capanne- di Galatina, in provincia di Lecce, gli animi sono morsi da pentimenti e angosce. Ernesto De Martino, antropologo col pallino del Meridione, inizia da qui il suo studio su una delle tradizioni italiane che più ha scosso l’immaginario collettivo, il tarantismo. Donne e uomini che battono il piede al ritmo ossessivo della piccola Taranta, “la tarantella”, fino alla perdita di se stessi, sino alla guarigione. L’antropologo, quando partì da Roma verso Galatina nel 1959 con la sua équipe, si chiedeva quanto del fenomeno si dovesse a cause mediche, quanto invece si spiegasse in ambito nevrotico e simbolico. Una cosa è certa: quando il nostro giunse sul luogo, già il rito era un relitto del passato, in via di scomparsa. Fatale gli fu l’impatto col Cristianesimo che finì per assorbirlo in sé, cambiandone il sistema ed estinguendolo col tempo.

Questo è come doveva sembrare l’esorcismo dal veleno della Taranta, svolto attraverso la musica.

Tarantismo, un disturbo clinico?

La prima cosa che ci fu da fare , prima di proseguire con qualsiasi tipo di ricerca, fu assicurarsi che quei balli ossessivi, quelle crisi, quei sintomi non fossero dovuti al morso reale di un ragno. Molti dei tarantati riportavano in effetti un morso reale, ne riferivano le circostanze. L’Estate, ossia la stagione in cui si verificava la maggior incidenza dei casi, è in effetti la stagione in cui i ragni sono più attivi, veloci e velenosi. Ed in più è la stagione della raccolta del grano e dei frutti, predisponendo l’uomo al contatto con le bestie. Ora, in quelle zone, le crisi da latrodectismo, cioè da avvelenamento, sono rarissime. Lo stesso Di Martino osservò che, tra tutti i casi che considerò, solo uno era riconducibile, in parte, ad un morso reale. Erano troppe le cose che, di contro, spingevano ad una considerazione simbolica del tutto. Come spiegare ad esempio la frequenza più alta delle crisi nelle donne rispetto agli uomini, che l’età della prima crisi fosse più o meno la stessa per tutti, che la provenienza dei tarantati fosse dalle stesse famiglie da generazioni e dalla stessa classe sociale- cioè contadini senza istruzione-? C’erano luoghi che, misteriosamente, apparivano immuni al fenomeno. A Galatina non si era mai registrato nessun caso: la città, si diceva, fosse protetta da San Paolo. Inoltre, i primi morsi avvenivano sempre in Estate e tendevano a ripetersi in un orizzonte continuo di ri-morsi, tanto che i tarantati lo rimanevano spesso per una vita.

Era impossibile spiegare tutte queste coincidenze non ricorrendo al simbolo.

Tarantati, gente un po’ nevrotica

Si proseguì quindi alle spiegazione simbolica, partendo dalla protagonista indiscussa della danza: la taranta. Diciamolo una volta per tutte: la taranta non è la tarantola ma un monstrum mitico che si nutre di diversi spettri. Per tradizione, l’aspetto descritto è quello della tarantola classica. Il ragno bruttissimo per eccellenza, con le zampone pelose e le chele forti, la lycosa tarantula. Sì, peccato però che questo ragno, ad eccezione di danni locali, non provochi nulla. O almeno: non può provocare nessuna crisi come quelle descritte nelle danze delle tarantate. È l’altro fratellino della famiglia ad essere molto più nocivo, il latrodectus tredecimguttatus. Solo che, come Calimero, questo sia piccolo e nero e il suo aspetto non è quindi troppo minaccioso. La Taranta fonde assieme questi due ragni nei loro aspetti più temibili: dell’uno l’aspetto, dell’altro il veleno. In altri casi, col nome di Tarantola si intendono anche scorpioni e alcuni serpenti. Alla Tarantola che morde si dà un nome, come “pina” o “maria” e questa può mostrare diverse tendenze e gusti: alcune tarantole spingeranno a ballare su ritmi da ossessione, altre preferiranno litanie più lente, altre vorranno alcuni tipi di colori, altre odieranno gli stessi.

Il simbolo serve a curare. Ricordiamoci dove siamo: gente semplice che non conosce altro modo, per liberare le proprie angosce, se non quello di affidarsi alla musica, all’orizzonte ben determinato del ritmo. Davanti al pericolo dell’annullamento esistenziale, davanti alla possibilità del dolore, i contadini, terrorizzati, si affidano ad un simbolo: e danzano, danzano su una musica ben scandita che dà ordine alle loro paure scomposte. La metafora è quella delle braccia di una madre che cullano: battono il tempo, avanzando nello spazio e retrocedendo ciclicamente, sino al sonno.

Non a caso, a ben guardare, qualsiasi tarantato ha alle sue spalle una storia fatta di soprusi, rinunce, dolori familiari, censure sociali. Il tarantato è un nevrotico, e il nevrotico è chi abbia interiorizzato delle contraddizioni sociali, senza poterle più risolverle.

Serena Garofalo

Crediti foto: wikimedia commons, foto di F. deldongo

Raya e L’ultimo Drago: un’eroina moderna, forse troppo

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Disponibile gratuitamente a tutti gli abbonati Disney Plus, la storia di Raya è l’ultima invenzione Disney Pixar. La giovanissima guerriera ha una missione da compiere, quella di riunire il popolo di Kumandra, grazie ai poteri dell’ultimo drago. Di per sé la trama non è travolgente, lo confesso subito. Ma abbiamo altro di interessante sui cui soffermare la nostra attenzione.

Un nuovo modello di eroina

Raya è una principessa guerriera molto lontana da quelle a cui eravamo abituate. Molto vicina a Vaiana di Oceania (non a caso i produttori sono gli stessi) per il forte legame familiare e lo spirito avventuroso, e sicuramente sulla scia di Mulan, anche per i bellissimi lineamenti orientali, che ricordano quelli del sud est asiatico, la protagonista non ha nessuno scambio col sesso maschile, se non con suo padre.

Come Vaiana la ritroviamo inserita principalmente nella dimensione amicale. Non c’è niente di male ovviamente a non rendere più la storia d’amore il centro dello sviluppo narrativo ma, da romantica, devo ammettere che mi manca un po’ il sogno che regalavano certe fiabe oggi ritenute fuori moda.

La Disney Pixar ricalca la realtà e offre modelli più moderni: scelta giusta e sicuramente in target con le bambine e le ragazzine di oggi. Tuttavia, accantonare totalmente la sfera sentimentale forse riecheggia troppo alcuni femminismi estremi, come anche alcune battute inserite nel film. Ad un certo punto, infatti, Raya afferma:

Ricordatemi di non fare figli

Raya e L’Ultimo Drago

Battuta legittima, sicuramente al passo con i tempi e molto ironica, ma forse un po’ decontestualizzata dalla missione di salvare il mondo, no? Insomma, ho come avuto l’impressione, vedendo Raya e l’Ultimo Drago, che nel proporre un modello femminile più moderno, a volte si sia calcata un po’ troppo la mano per assecondare qualche tendenza del momento. E forse sto osando troppo, ma non vi nego che quando Raya si avvicina alla piccola Namaari per stringere amicizia, tra loro ci sono degli sguardi imbarazzati che sembra vadano un po’ oltre la conoscenza amicale. Sarà stata solo una mia impressione? Possibile, ma comunque la sensazione c’è stata, e non credo sia casuale.

Molto film, poco Disney

In Raya e L’Ultimo Drago non ci sono canzoni, anche questa è una bella novità: i film di animazione Disney Pixar si avvicinano sempre di più a veri e propri film. Già dal trailer Raya aveva dato questo sentore, ricordandomi addirittura quello di Resident Evil o di Underworld. Raya è dal principio una vera e propria guerriera: gravita intorno a lei una solennità epica che viene scardinata solo dalla bizzarra banda dei compagni di viaggio.

Nonostante alcune innovazioni, resta un tocco immancabilmente Disney: quello del messaggio. In questo caso la risoluzione di tutti i mali si basa sulla fiducia negli altri. Un sentimento che sicuramente non proviamo spesso, soprattutto in questo periodo storico, dove la sicurezza equivale alla distanza. A maggior ragione, questa storia apre decisamente le porte del sentimentalismo, andando a far vibrare corde un po’ arrugginite.

Alessia Pizzi

Sulle ali dell’arte contemporanea: intervista a Francesca Nesteri

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Viaggiando sulle ali dell’arte contemporanea corre il pensiero a Francesca Nesteri, un’affascinante esponente di questa realtà.

Francesca, in te vivono due anime: quella umanista e organizzata della docente e quella visionaria dell’artista visuale. Come convivono le due realtà?
Ho sempre sentito dentro di me delle forze opposte e non sempre è stato facile gestirle.  Da un lato la razionalità,  l’organizzazione, la cura del dettaglio, lo stare ben piantata a terra, dall’altro la visionarità, i sogni, l’istintività, il fuoco. Non a caso i colori che uso sono il bianco ed il nero. Oggi ho imparato che questo dualismo è,  probabilmente, la parte migliore di me. In arte mi aiuta molto perché l’emozione viene sempre filtrata attraverso la razionalità e l’amore per l’equilibrio. In tal modo le opere risultano espressive, ma allo stesso tempo, armoniche.

È molto bello il fatto di contestualizzare le tue opere tra la gente, en plein air. 
Mi è capitato di farlo all’Orto Botanico di Roma, per OSMOSI – Risonanze d’arte contemporanea, a cura di ignorarte.  Concepire delle opere all’aperto comporta chiaramente diverse difficoltà progettuali; tuttavia allo stesso tempo, il fatto di essere presenti, per un pubblico eterogeneo, non solo legato al mondo dell’arte, è stato stimolante al punto che c’è,  da parte mia, la volontà di continuare anche su questa strada.

Possiamo ammirare le installazioni di Francesca Nesteri presso l’Orto Botanico di Roma fino al 28 luglio nell’evento Osmosi. risonanze d’arte contemporanea, insieme ad altri grandi artisti.

C’è un movimento che ti rappresenta o dal quale prendi le distanze?
Conosco la storia dell’arte, la accetto tutta e non rifiuto nulla. Tanti sono gli autori: artisti, scrittori, poeti, musicisti che hanno segnato la mia sensibilità. Non mi rifaccio a nessuno direttamente, ma le immagini e le emozioni che i grandi Maestri mi hanno donato affiorano comunque.

Francesca Nesteri, in tre parole..
Sensibile, inquieta, sognatrice. 

I tuoi impegni attuali e quelli futuri?
Dopo OSMOSI, ad ottobre è prevista una collettiva presso la Galleria Pavart a Roma a cura di Velia Littera in cui presenterò una nuova opera in tecnica mista e una nuova performance.  Dopodiché nelle mie intenzioni c’è di proseguire la mia ricerca attraverso il linguaggio delle installazioni e la scultura.

Nata a Roma, Francesca Nesteri fin da giovanissima ha manifestato una sensibilità verso l’arte e la poesia. Ha frequentato i corsi dell’Accademia Nazionale di danza classica di Roma e studiato  pianoforte ottenendo la licenza di Teoria, solfeggio e dettato musicale presso il Conservatorio “L. Cherubini” di Firenze. Nel 2005 si è laureata con lode in Lettere presso l’Università “La Sapienza di Roma” con una tesi su Leon Battista Alberti. Dopo il biennio SSIS, nel 2007 ha insegnato discipline umanistiche e, nel 2012 è diventata docente di ruolo. L’assidua frequentazione del mondo culturale italiano e di diverse forme d’arte l’hanno portata a sviluppare un linguaggio artistico in cui poesia del corpo, del movimento e dell’immagine si fondono. In particolare approfondisce gli studi junghiani degli archetipi ai quali sono ispirati i lavori fotografici e performativi. 

Antonella Rizzo

La foto in copertina è di Ettore Maria Garozzo.

“Coloratura”: il viaggio cosmico dei Coldplay continua con la nuova canzone

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Finalmente abbiamo una nuova canzone e soprattutto una data! Il 15 ottobre 2021 vedrà la luce il nuovo album dei Coldplay intitolato Music of the Spheres. Mai come in questa occasione l’attesa è stata lunga e palpitante. Tra indizi sparsi per il mondo (e non solo) e dichiarazioni sibilline, ormai i fan non potevano più aspettare.

Il trailer di Music of the Spheres

Ricordate lo strano sito alienradio.fm apparso prima della pubblicazione di Higher Power? Ancora una volta è partito tutto da lì. Improvvisamente, sono scomparse tutte le frequenze e sono apparsi 12 pianeti, ognuno sovrastato da una scritta in una lingua diversa e ignota e accompagnato da un audio molto disturbato e indecifrabile.  A distanza di qualche giorno, quegli audio si sarebbero rivelati essere le anteprime delle 12 tracce dell’album. Dopo essere stata pubblicata in anticipo per errore su un sito cinese (sarà stato davvero così?), infatti, ha fatto la sua comparsa un trailer ufficiale dal titolo Overtura che in un suggestivo viaggio cosmico di circa 2 minuti, contiene le anteprime di pochi secondi di tutte le canzoni del disco.

Il messaggio manoscritto di Chris Martin

A quel punto mancava solo l’annuncio ufficiale da parte della band.

Lo scorso 20 luglio, così, Chris Martin ha diffuso uno scritto di suo pugno e firmato anche dagli altri membri in cui comunica la data di uscita di Music of the Spheres. Non solo: ha reso nota, a sorpresa, la pubblicazione di un nuovo brano il 23 luglio intitolato Coloratura e di un’ ulteriore canzone nel mese di settembre.

Un dettaglio del messaggio che non è passato inosservato è che il cantante si è riferito al nuovo album come Music of the Spheres vol. i. Il che vuol dire che presumibilmente saranno rilasciati nei prossimi anni i volumi successivi (pare siano tre in tutto) di questo progetto cosmico e straordinario.

Everyone is an alien somewhere

A lato del testo scritto da Chris Martin è poi possibile leggere un’altra frase che potremmo definire il motto del nuovo disco: “Everyone is an alien somewhere”. Ognuno è un alieno da qualche parte. I Coldplay si sono sempre fatti portatori di messaggi di pace e di fratellanza. In particolare, l’ottavo album Everyday life si era distinto per il suo carattere impegnato (“We share the same blood”, ripete incessantemente il testo di Arabesque). Con Higher Power abbiamo visto che i colori si fanno più vivaci così come le melodie, rispondendo a un’esigenza diffusa di ottimismo e rinascita.

Dopo un anno e mezzo di paure, sofferenze, confinamenti e restrizioni, appare sempre più prezioso quel potere taumaturgico proprio della musica che ci fa sentire uniti e per questo meno soli (“Music is the weapon” recitava sempre Arabesque). E questo è ancora più evidente nella nuovissima canzone Coloratura.

Coloratura, un capolavoro universale

Coloratura è davvero un regalo inaspettato. A partire dalla durata insolita per la band inglese: 10 minuti e 18 secondi! Non è una canzone ma un’esperienza cosmica e mistica. Numerose le influenze musicali che vanno dai Pink Floyd ai Beatles, da David Bowie ai Queen, da Ennio Morricone ai Muse. Con questo brano, i Coldplay si avvicinano un po’ al progressive ma con la delicatezza e l’eleganza che li contraddistingue. Si potrebbe definire come una ballata psichedelica, di quelle da ascoltare al buio con le cuffiette, di quelle che ci trasportano altrove e una volta finite ci lasciano frastornati e increduli. Ci sono i violini, il pianoforte, gli arpeggi e gli assoli di chitarra: tutti gli strumenti contribuiscono a immergerci in un’atmosfera quasi onirica che richiama inizialmente il brano Hypnotised degli stessi Coldplay ma che poi si allarga a innumerevoli altre suggestioni provenienti dalla loro intera discografia e non solo.

Coloratura è un paradiso laico dove non esistono morti né dubbi. È una dimensione in cui ognuno nella sua singolarità è parte del tutto: Pluribus unum, unus mundus. Esprime il desiderio atavico dell’uomo di arrivare alle stelle: d’altronde non è proprio questa l’etimologia latina della parola “desiderio”? De-sidera, “mancanza delle stelle” e noi sappiamo quanto le stelle siano importanti nella musica dei Coldplay… Questa “corsa allo spazio”, però, non indica l’ambizione e la superbia dell’essere umano che vuole diventare superuomo, ma l’esigenza primordiale di sentirsi parte di un cosmo infinito ed entrare in contatto con esso. Ed ecco che in questa sorta di eden spaziale fatto di pianeti, stelle e galassie troviamo ad accoglierci tutti coloro che in qualche modo hanno rivolto il proprio sguardo alle stelle e hanno studiato l’universo che ci circonda, primo fra tutti Galileo Galilei (non a caso la sua biografia era protagonista della frequenza italiana su alienradio.fm qualche mese fa). La voce calda di Chris Martin ci guida in questa esperienza extrasensoriale, ci culla e ci accarezza, rassicurandoci che, in questo mondo folle, non siamo soli.

Poets prophesy up in the blue
Together, that’s how we’ll make it through

I poeti profetizzano nel blu /Insieme, è così che ce la faremo. Gli ultimi versi della canzone sono un messaggio di pace e di speranza, sono un po’ l’equivalente del dantesco “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. Coloratura è una vera e propria opera d’arte dal carattere universale, ma che sembra cucita su misura per ognuno di noi.

I Coldplay e la tematica ambientale

Mentre ci riprendiamo ancora dall’ascolto, ricordiamo che il nono album dei Coldplay è già pre-ordinabile su Amazon e sul loro sito ufficiale in edizione speciale limitata insieme al nuovo merchandising. Per ogni copia fisica di Music Of The Spheres acquistata, verrà piantato un albero grazie alla partnership con One Tree Planted. Non dimentichiamo, infatti, quanto la band inglese abbia a cuore la questione ambientale. Proprio recentemente è stata sancita una collaborazione tra i Coldplay e il marchio Bmw per supportare la tematica della sostenibilità con la campagna pubblicitaria delle nuove auto elettriche: si tratta della prima volta che il gruppo presta la sua musica per uno spot! Anche per quanto riguarda i tour, ormai è noto che Chris Martin e soci si stiano mobilitando per riuscire a renderli il più ecosostenibili possibile.

La tracklist di Music of the Spheres

In Music of the Spheres non mancano le sperimentazioni e le collaborazioni con artisti di vario genere: dal duo femminile We are king ai coreani BTS fino all’ormai inseparabile violinista italiano Davide Rossi. Di seguito la tracklist dell’album: da notare che, come aveva anticipato Chris Martin qualche mese fa, cinque tracce hanno come titolo una emoji!

  1. ⦵ (Music of the Spheres I)
  2. Higher Power
  3. Humankind
  4. *✧ (Alien Choir)
  5. Let Somebody Go
  6. ♡ (Human Heart) (Ft. We Are King)
  7. People of the Pride
  8. Biutyful
  9. ❍ (Music of The Spheres II)
  10. My Universe
  11. ∞ (Infinity Sign)
  12. Coloratura

Francesca Papa

Quando ho incontrato te

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Chi di voi non si è identificata almeno per una volta nella vita in una delle quattro protagoniste di Sex and the city? Io sono un po’ come Picasso, ho avuto il periodo Charlotte, il periodo Samantha, il periodo Carrie, e il periodo Miranda.
E come Miranda sono stata una single cinica e impenitente. L’amore non esiste, Forever isn’t for everyone, Non c’è niente che sia per sempre, Chi fa da sé fa per tre and so on. 

Le mie amiche hanno iniziato a soprannominarmi “grillo parlante”, per l’acutezza delle analisi delle loro fallimentari relazioni e per la cattiveria dei miei commenti sugli uomini in generale. Ma si sa il cinico è il più deluso dei romantici. 

Si avvicinano le vacanze e, come al solito, programmo il mio rientro al paese. Parto per questo lungo viaggio, arrivo a destinazione, dispenso baci e bacini (eravamo in era pre COVID) per salutare parenti e amici di infanzia. Come stai? Come non stai? Che racconti e bla bla bla. In realtà non vedo già l’ora di riprendere l’aereo e tornamene a casa mia. Poi il giorno uno arriva l’invito a cena a casa di amici. Esco o non esco? Mi sa che vado. Ciao! Ciao! Sì sto bene sono tornata oggi. E quanto ti trattieni? Una settimana (ma sono appena arrivata scusa già vuoi che vada via?).

E poi … lo vedo. Seduto sul divano, completamente disinteressato a tutto ciò che lo circonda, perso nei suoi pensieri. Non parla con nessuno. Mai visto al paese. Chi sarà? La serata finisce e io rimango con l’interrogativo: dove si è nascosto ‘sto Adone in tutti questi anni? Sono al buio e penso a te, io non dormo e penso a te, io non mangio e penso a te, torno a casa e penso a te. 

La cinica dentro di me però mi dice che tra il paese e casa mia ci sono 900 km, che ‘sto tizio non lo rivedrò mai più e che quindi non potrà indurmi in tentazione. Con questo pensiero rassicurante prendo finalmente sonno. 

È di nuovo sera e sono con le mie amiche in un locale a bevicchiare. Mentre si parla di questo e quel mondo arriva il tizio. Uffaaaa pensavo di essermi liberata di te, che ci fai qui? E il tizio si siede accanto a me. E ora che faccio? Inizia a parlare … di serie tv. E così tra Game of Thrones, Leftovers, The night of passano tre ore ed è veramente ora di andare. Sono a casa e penso a te, io non dormo e penso a te. Inizio a fare il countdown del ritorno alla città. Così non si può andare avanti. Tornerò a lavoro più stanca dopo le ferie, tutto questo non ha senso. 

Che facciamo a Ferragosto? Questo è il tormentone del post-San Lorenzo. Qualcuno mi inserisce in una chat di gruppo. Quest’azione ha due conseguenze importanti: 

• la prima è che lui ha il mio numero e, quindi, se è interessato può scrivermi in privato; 

• la seconda è che io ho il suo numero ed è grave, gravissimo. È come essere a dieta e avere davanti una torta Sacher. 

Quanto è crudele la vita! Evito la chat collettiva come la peste. Ma non serve a niente. Mi scrive lui, mi invia una foto che mi ha scattato la sera delle serie tv. Lo ignoro, prima o poi si stancherà. 

È il 15 agosto e andiamo tutti in villa: ceniamo, mettiamo su un po’ di musica. Perché non andiamo sul tetto a vedere le stelle? E sono salita sul tetto col tizio, io e lui, lui e me. E abbiamo visto una stella cadente. 

Ho espresso il desiderio che ‘sta storia logorante finisse prima che il mio cuore di ghiaccio iniziasse a sciogliersi.

E quando arriva la scossa ci vogliamo abbracciare, arriva l’amore non capisco più niente. È come un sogno incredibile, magari poi non è vero, però adesso ci credo. E non vorrei che finisse con la luce del sole.

Leggi la prima puntata.

“Cartoline dall’inferno”: la verità della finzione

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Titolo originale: Postcards from the Edge
Regia: Mike Nichols
Soggetto e sceneggiatura: Carrie Fisher
Cast principale: Meryl Streep, Shirley MacLaine, Dennis Quaid, Gene Hackman
Nazione: USA
Anno: 1990

L’imitazione della vita

«Io non voglio che la vita imiti l’arte, voglio che la vita sia arte»: lo professa Suzanne (Meryl Streep), spinosa co-protagonista di Cartoline dall’inferno, e al nostro orecchio può suonare come un vezzo tardo-esteta. La realtà, tuttavia, è irta di spigoli, sgocciola nella compattezza delle categorie per rifluire in rivoli torbidi, spesso fuori dagli argini.

È il velato autobiografismo della fonte a conferire all’opera di Mike Nichols un carattere complesso, come una stratificazione di sensi che attraversano in lunghezza l’opera. Tratto dal ‘lessico famigliare’ di Carrie Fisher – un memoir della sua carriera e dell’esperienza con le droghe – il film risponde a un comando ‘ancestrale’, alla narrazione tagliente del rapporto Madre-Figlia. Vi si scorge, al netto delle banalità, l’ombra di un sentimento autentico, che scava nelle pieghe di un’esistenza consumata, stretta  nell’imbuto della presenza-assenza.

Un’opera stratificata

Il lembo, l’estremità del titolo originale (Postcards from the Edge) allude anzitutto alle sfilacciature emotive, all’opposizione complementare delle due donne protagoniste: attrici, sospese sul vuoto di un successo rosicchiato, combattono dentro corpi stremati, rincorrono l’ombra di un fragile equilibrio.
In seguito all’overdose che la lascia in bilico – sospesa, dunque, tra la vita e la morte – Suzanne si trova affidata alla madre Doris Mann (Shirley MacLaine), star del Musical anni Cinquanta e calco im-perfetto dell’attrice Debbie Reynolds.

Ne segue un’inevitabile carosello di accuse, un’incontinenza verbale che sottende cicatrici: «Ti sei sempre sentita superiore a me da quando avevi quattordici anni»; «Sei stata tu a darmi i sonniferi, da quando avevo nove anni». Questo rapporto di dipendenza e invidia si muove sui binari del cliché e dello shock, chiama in causa lo spettatore che, dietro a una superfice liscia, all’apparenza narcotizzante, scopre le falde di un discorso articolato, la vitalità di un’opera che non è solo comedy-drama.

Rapporto tra arte e vita

Il luogo comune, il racconto frizzante di una relazione disfunzionale è piuttosto – a uno sguardo acuto – il capo d’accusa contro un modello illusorio, il grimaldello che scardina la sicurezza dello showbiz, la gabbia dorata del cinema hollywoodiano. Il rapporto tra arte e vita, dunque, oltre il confronto madre-figlia. Come una meta-riflessione, una lente sul mondo in apertura di opera (un film nel film, inizialmente spiazzante), che svela trucchi e affabulazione, meccanismi di ricatto e prepotenza.

Mike Nichols, regista della New Hollywood, fotografa così l’effimero del suo universo, inducendo le attrici a un’auto-critica mediata (dichiara Streep: «Certo, questo film è una commedia, ha battute brillanti, ma nasce da una vera e propria esperienza drammatica»), resa ancor più viva – e per questo dolorosa – dalla sceneggiatura di Carrie Fisher, puntellata di riferimenti freudiani, memorie da psicodramma, urti con l’invadenza e prepotenza della madre. Il contorno, ancor più ‘succoso’, è come un’estensione di questo microcosmo affettivo-lavorativo, dove gli uomini – Dennis Quaid e Gene Hackman – assumono il ruolo di carnefice o guida, vettori di emozioni standardizzate (negative il primo, salvifiche il secondo), messe a punto sul teatro della scena.

Svelare il reale

L’estrema finzione, il confine su cui si muove gran parte della pellicola, mira dunque a potenziare quanto osservato a una prima ricognizione. Ci sono immagini – e immagini in movimento – in cui l’arte agisce da pungolo, spettacolarizza il reale per lasciarlo nudo, finanche scarnificato. In quest’ottica, il macchiettistico scontro tra Doris e Suzanne nasconde in filigrana una serie di altri aspetti: chiama in causa lo spettatore, esige da questi una presa di posizione.
Così, una storia di conflitti e riconciliazioni (nel finale una nuova vita, forse scontata ma fedele al rapporto Fisher-Reynolds) diviene, a uno sguardo attento, sé stessa e altro.

La neutralità del racconto, condotto in modalità ‘vecchio stile’, lontano da sperimentalismi, pone al pubblico un’alternativa: farsi complice dei contenuti oppure rifiutarli, lasciando che emerga il non-detto, quanto si nasconde nel sottotesto.
È ciò che emerge, mediante guizzi di luce, dalla calibrata alternanza dei registri: surreale quello della ‘vecchia’ Hollywood, pullulante di animali urlanti e vieti arnesi, più realistico quello delle protagoniste, modulato sulla diversità dei caratteri e sul temperamento delle interpreti. Calandosi nel ventre dell’America edonista, Nichols non cela il suo affetto per queste creature difettose: il loro duello è una sonda sullo star system, una denuncia ovattata, ma non per questo meno feroce.

Tre motivi per vedere il film:

  • La prova attoriale di Meryl Streep e Shirley MacLaine
  • Gli inserti canori (“I’m Still Here” cantata da MacLaine e “You Don’t Know Me” eseguita da Streep)
  • Il film nel film diretto da Gene Hackman

Quando vedere il film:

In un afoso pomeriggio estivo

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo per voi!

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Al Globe Theatre arriva la Politica: cosa direbbe Gigi Proietti?

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Il Globe Theatre è un teatro importante a Roma, nonostante sia uno dei più giovani. Nato per volontà di Gigi Proietti, dal 2003, pandemia compresa, la sua stagione ha presentato sempre spettacoli che avevano un solo minimo comune multiplo: William Shakespeare. Dalle grandi produzioni fino a quelle più piccole; dagli spettacoli d’avanguardia fino ai riadattamenti per i bambini; le produzioni del Globe hanno sempre cercato di far immergere il pubblico nell’universo del Bardo Inglese.

Globe Theatre senza Shakespeare: arriva l’attualità

Il 13 luglio, è successo un fatto veramente insolito per chi è amante e seguace del teatro capitolino. Marco Travaglio ha portato in scena Il conticino: una specie di giallo, dove il giornalista parla…di politica. Non una politica utopistica o legata al mondo letterario. No! Ha raccontato della nostra politica, quella italiana, quella trascorsa ed attuale.

Stessa cosa è avvenuta il giorno precedente, dove un altro giornalista, della medesima testata di Travaglio, ha usato il palco del Globe per mettere a confronto due personaggi politici attuali. Più ironico e con uno stile meno da “inchiesta”, ma pur sempre politico…

I due giornalisti sono rientrati nella rubrica nuova del Teatro, intitolato Tutta scena, dove viene dato spazio per un’unica data a spettacoli non collegati a Shakespeare: dalla comicità di Saverio Raimondo e Francesca Reggiani, passando per le favole di Oscar Wilde raccontate da Gabriele Lavia.

Politica, stand-up comedy, altri autori: è impossibile non storcere il naso.

Cosa diamine sta succedendo?

Evitiamo qualsiasi forma di pensiero a favore o contro i due giornalisti; anche gli altri spettacoli sono….inadatti a questo luogo!

La poesia del teatro situato a Villa Borghese è sempre stata quella di erigersi come luogo distante dall’attualità. La sola presenza di spettacoli shakespeariani rendeva il Globe Theatre unico nel suo genere, fuori dai normali festival o dalle rassegne teatrali estive. L’idea primaria del Maestro Proietti era rendere questo luogo un’isola, una specie di posto a sé, dove l’Arte non venisse contagiata da mode e (soprattutto) politica.

Il Globe è un luogo puro! Ciò che si respira all’interno e all’esterno di questo spazio non è solo Shakespeare, ma il lavoro finale di un grande artista romano, che, a soli 7 mesi dalla sua morte, vedrebbe gli sforzi di anni e anni svanire come una nuvola. Il Globe ha sempre avuto tanto pubblico proprio perché è sempre riuscito a mantenere una sua unicità, come una repubblica indipendente, senza il bisogno di questo genere di rappresentazioni.

Ci sono luoghi e luoghi: il Globe non c’entra niente! Il Globe è Teatro, quello vero: non è spettacolo, ma Recitazione.

Lasciamolo libero dalla Politica-Spettacolo. Lasciamolo libero di vivere nell’era modera e non quella contemporanea. Lasciamolo libero di esprimersi. Quest’anno è il primo suo anno da orfano: è un po’ presto per togliergli la dignità.

Francesco Fario

5 strumenti etnici rilassanti

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La musica etnica è tra le più rilassanti, inoltre permette di scoprire molto sulla cultura e sulla storia di un popolo.

Ogni tanto capita di incrociare qualche artista di strada intento a suonare strumenti particolari che evocano luoghi lontani. La musica d’altronde fa parte della cultura di un popolo e come noi italiani venivamo in passato associati al ‘mandolino’, ci sono altri paesi che presentano strumenti tipici come ad esempio la Spagna con la sua chitarra flamenca e le nacchere.

Ma andando ad esplorare paesi più lontani si possono trovare strumenti davvero particolari che suscitano un grande fascino sui giovani musicisti e che in alcuni casi sono stati usati anche nei generi musicali moderni. Una caratteristica comune a molti strumenti etnici è il loro utilizzo per la musicoterapia, specialmente per il loro effetto calmante. Vediamo quali sono quelli più conosciuti e usati.

Campana tibetana

Uno strumento utilizzato prevalentemente per favorire la preghiera e la meditazione, la campana tibetana ha fatto un lungo viaggio dal suo paese d’origine (il Tibet), espandendosi a macchia d’olio in tutta l’Asia grazie al Buddhismo. Nei tempi moderni, con il diffondersi della cultura asiatica anche in Occidente, la campana tibetana è arrivata anche da noi e in questo articolo potrete trovare la recensione di tanti modelli diversi. Il successo di questo strumento sta nella sua semplicità: basta colpire la campana con il battente per generare un suono profondo e rilassante. La campana tibetana inoltre si rivela anche un bell’oggetto da tenere in casa e che potrà abbellire il salotto o una stanza.

Didgeridoo

Il suono del didgeridoo sembra arrivare dritto dalle viscere della terra. Si tratta di uno strumento proveniente dall’Australia usato prevalentemente dagli aborigeni e in seguito diffuso anche nel resto del mondo. Il didgeridoo è caratterizzato dalla sua forma oblunga e dal suo timbro grave sul quale il musicista può effettuare diverse variazioni con il fiato e picchiando sullo strumento con delle particolari bacchette. In occidente il didgeridoo ha avuto un buon successo ed è stato usato anche da diverse band che si sono cimentate nella World Music, così come nel progressive rock e addirittura nel metal sperimentale.

La tecnica del didgeridoo è tutt’altro che semplice, in quanto si tratta di uno strumento a fiato che richiede al musicista la padronanza della tecnica di respirazione circolare. Quindi sebbene possa sembrare facile creare suoni con il didgeridoo, in realtà se provate a soffiare nell’incavo della tromba probabilmente non produrrete altro che il rumore del vostro respiro.

Hang

Uno dei più diffusi tra gli artisti di strada, l’Hang può sembrare uno strumento proveniente da paesi esotici orientali o mediorientali quando invece è stato creato in Svizzera e anche in tempi piuttosto recenti. Si tratta infatti di uno strumento sperimentale, frutto del lavoro di due artigiani di Berna nell’intento di unire le percussioni alla melodia. L’Hang si suona usando le varie parti della mano e produce suoni diversi della scala a seconda dell’incavo colpito. Il suono è molto piacevole ed evocativo, sebbene per ottenerlo occorre fare molta pratica tecnica e studiare un minimo le scale, per poter così produrre melodie che abbiano un senso.

Ukulele

Recentemente l’Ukulele sta avendo un grande successo tra le nuove generazioni, ritagliandosi un posto nel cuore anche dei chitarristi più ‘attempati’ in cerca di uno strumento pratico e divertente da suonare. Originario delle Hawaii e diretta evoluzione della chitarra portoghese, l’Ukulele si distingue per il suo suono acuto che rende i giri di accordi più ‘allegri’ rispetto ad una chitarra o ad altri strumenti a corda. Sul mercato si possono trovare diverse tipologie, comprese diverse variazioni come l’Ukulele Basso e alcuni ‘incroci’ con altri strumenti come ad esempio il Banjo. Vista la sua somiglianza con la chitarra, l’Ukulele è stato ampiamente usato nella musica pop e rock, anche da artisti di fama mondiale come i Queen.

Sitar

Conosciuto anche come la ‘chitarra indiana’, il Sitar è uno degli strumenti etnici più complessi, in quanto necessita di uno studio approfondito della melodia, nonché della tecnica strumentale tutt’altro che facile. Nel mondo occidentale, il Sitar ha avuto grande fortuna grazie al movimento hippie degli anni ‘60 e ‘70, grazie a musicisti sempre curiosi di scoprire nuove sonorità evocative e oniriche. I Beatles lo hanno usato in alcune composizioni, mentre Il genere dove viene più usato, oltre ovviamente alla musica etnica, è stato il progressive rock. Il Sitar è stato infatti impiegato da band metal e alternative rock come i Metallica e gli Oasis.

“Crudelia”: oltre la cattiveria c’è di più

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Crudelia – Cruella nella versione inglese – è l’ultimo della lunga lista di film Disney che riprendono i personaggi ormai iconici della casa di produzione per dare loro nuova vita. 

Questa resurrezione avviene in diversi modi: si può riprendere fedelmente la storia (come nel caso del Re Leone), modificarne delle parti per adattarle al contesto (e soprattutto al dibattito) contemporaneo (basti pensare al personaggio di Jasmine in Aladdin) oppure creare delle vere e proprie rivisitazioni (Mulan). In quest’ultimo filone potrebbero rientrare anche quei titoli in cui viene esplorata la storia degli iconici cattivi del mondo Disney. È stato fatto con Maleficent e capita ora con Crudelia.

Questa operazione ha molto a che fare con il cambiamento culturale dei nostri tempi che vede nel ragionamento per assoluti un limite e una rigidità poco funzionale alla vita di tutti i giorni.  

Crudelia: la trama

Il lungometraggio racconta la storia di Estella (Emma Stone), una giovane ragazza dai capelli bicolore (bianchi e neri) che trova molta difficoltà a omologarsi a livello sociale. Coltiva da sempre la passione per la moda e il suo grande sogno è quello di aprire una maison tutta sua. Purtroppo, la precoce morte della madre a causa di un incidente di cui Estella si sente responsabile la costringe a vivere come una senzatetto a Londra in compagnia di altri due bambini orfani: Gaspare e Orazio. Ma la giovane non ha assolutamente intenzione di rinunciare ai suoi desideri e presto riuscirà a farsi strada nel mondo della moda entrando in contatto con la Baronessa von Hellman(Emma Thompson), la più grande stilista della città. Sarà proprio il legame con questa donna a dare vita a Crudelia De’Mon. 

In un vortice fatto di creazioni mozzafiato, sabotaggi, travestimenti e colpi di scena, Estella/Cruella deve fare i conti con la propria natura e la sua origine. 

Crudelia in versione punk

Quel che salta subito all’occhio (e all’orecchio) dello spettatore è l’atmosfera punk della Londra degli anni ’70 (mentre la versione Disney è ambientata circa un decennio prima). La moda rivoluzionaria dell’epoca è incarnata proprio dagli outfit mozzafiato creati da Estella, mentre la colonna sonora si fa protagonista con capolavori rock e punk dei Queen, dei Doors e dei Clash. A questi si aggiunge una canzone originale eseguita dai Florence and the Machine che si intitola Call me Cruella, in cui è possibile riconoscere nelle note iniziali un omaggio al classico brano Disney. Una menzione particolare va ai Måneskin che hanno partecipato alla colonna sonora italiana del film realizzando una cover del brano I Wanna Be Your Dog dei The Stooges. Due membri della band, Victoria e Damiano, hanno inoltre prestato la loro voce ad alcuni personaggi per il doppiaggio italiano.

Crudelia come film

Crudelia è un bel film. Dal punto di vista della storia, della scenografia e anche delle interpretazioni. C’è Emma Stone che dona alla sua protagonista la giusta dose di inquietudine e ambiguità riuscendo a rendere bene la natura doppia della protagonista (divisa tra la buona Estella e la cattiva Cruella). Buona anche l’interpretazione di Emma Thompson e di tutto il cast che gira intorno alle due donne. 

È vero che per certi aspetti ricorderà Il diavolo veste Prada, ma dai temi è palese che si tratti di un film Disney. Innanzitutto abbiamo il personaggio principale impegnato nella realizzazione del proprio obiettivo che la porterà anche a scoprire meglio se stessa e le proprie origini. Si percepisce in maniera molto forte anche la tematica del doppio che si realizza non solo nel rapporto tra Estella e la Baronessa, ma anche dentro la protagonista. In entrambi i casi si potrebbe parlare di due facce della stessa moneta. Non resta che provare a lanciarla in alto per vedere se uscirà testa o croce e decretare così la vincitrice. E se non è difficile capire chi la spunterà tra antagonista e protagonista, il dubbio può sorgere quando parliamo di Estella e Cruella. Quale delle due personalità è più vera dell’altra?

E il punto del film è proprio quello: non è possibile scegliere. Bisogna accettare la moneta così com’è. 

Non manca il tema dei legami familiari: quelli di sangue o quelli che si creano nel tempo? Be’, la risposta è ovviamente legata alla vita di ciascuno di noi, ma è chiaro che “famiglia” sia solo e soltanto quell’entità in cui ci si sente accolti e amati per ciò che si è. 

Sono ancora ammessi i cattivi nelle storie?

E arriviamo ora a quella che è la riflessione più importante che il film porta a fare. 

Bianco e nero, da sempre simboli di luce e ombra, di bontà e di cattiveria, convivono nella chioma di Emma Stone e nel suo personaggio che è tra i più spaventosi che la Disney abbia mai creato. A parte il geniale nomen omen (Crudelia De Mon: semplice ma veramente potente) purtroppo perduto nella versione cinematografica italiana (che poi perché? Sembra forse irrealistico che una persona si possa chiamare Crudelia? Ma non nasce da un nomignolo che la madre le affibbia?), si tratta di una donna ricca e priva di scrupoli che vuole uccidere cuccioli per farne delle pellicce. Nel film La carica dei 101 non ci si preoccupa di dare spessore a questa “cattiva” perché serve un’antagonista che sia malvagia. Punto. Neanche nei film con protagonista Glenn Close ci si è posti il problema. Crudelia è così. È l’incarnazione del male da sconfiggere, l’ombra, il nero. Con questo film, ci appare più umana ma soprattutto… buona. 

Questa nuova lettura (già adoperata con Malefica nel film con protagonista Angelina Jolie) fa parte di una tendenza tutta contemporanea in cui i cattivi non possono essere semplicemente cattivi perché sarebbe poco realistico (e anche educativo) credere che una persona abbia solo una sfumatura. Quest’idea binaria dell’esistenza, che si è radicata nel tempo e ha alle spalle una narrativa illustre (che risale addirittura alle fiabe), ha una matrice culturale, non naturalistica. Oggi si propende per la comprensione e per l’immedesimazione soprattutto nelle pellicole Disney. Ci sono personaggi che compiono scelte discutibili, ma sono sempre motivate e dettate da una coscienza in divenire e profondamente contrastata. Gli antagonisti non sono più dei semplici “tipi”, ma sempre più spesso hanno un approfondimento psicologico prima riservato solo ai protagonisti. 

Ma allora perché fino a questo momento ragionavamo secondo un sistema binario? È semplice: fa parte della nostra natura di esseri umani. Per noi, categorizzare e classificare le cose in “bene” o in “male”  è istintivo. Ci serve per sopravvivere e tutto ciò che si discosta dall’ordinario può essere minaccioso perché potrebbe metterci in pericolo. D’altra parte, se una cosa è nuova, non è stata testata a differenza del vecchio. Noi siamo a livello istintivo ancora ciò che eravamo nella Preistoria e quindi è normale provare emozioni semplici e assolute. L’evoluzione della nostra storia riguarda la cultura e la ragione. E l’evoluzione è aperta, è novità. Ragionare per dicotomie è naturale, ma non significa che debba essere vincolante. Si può cambiare, in alcuni casi si dovrebbe proprio farlo. 

Difenderci dal male è il nostro obiettivo evolutivo. Anzi, è l’obiettivo evolutivo di qualsiasi specie. Ecco perché le narrazioni orali diffuse prima ancora della scrittura ci propongono questo scontro secolare tra ciò che è buono e ciò che è cattivo. Ora tocca abituarsi alla maggior complessità con cui facciamo i conti nella realtà quotidiana. 

La Disney saprà rinunciare ai suoi villans?

La Disney è stata per anni specchio delle costruzioni sociali e della loro evoluzione. Non è affatto un caso che sia proprio questa casa di produzione a portare avanti un discorso ideologico simile.

Sarà un’azione di marketing o la volontà di voler davvero cambiare indirizzo culturale? È probabile che anche qui siamo di fronte a due facce di una stessa moneta. D’altronde, gli ideali devono fare i conti con il mondo capitalista in cui viviamo. Pensare che le lotte ideologiche siano slegate dal contesto economico è un’illusione pericolosa da concedersi. 

D’altra parte la Disney è particolarmente attenta al politically correct: i suoi protagonisti non possono fumare (Crudelia ha dovuto fare a meno della sua iconica sigaretta) e decisamente non possono uccidere poveri cani per ricavare pellicce! Da questo punto di vita “la riabilitazione” di Crudelia sembra una scelta quasi obbligata.

Tuttavia, bisogna notare una cosa: è vero che con questo film viene riscritto del tutto il personaggio di Crudelia De’Mon, ma questo non significa che non sia presente una cattiva ancora più spietata di lei (se possibile). Un po’ come Re Stefano in Maleficent, anche in questo lungometraggio abbiamo l’antagonista priva di scrupoli. Si tratta della Baronessa. In questo personaggio possiamo anche leggere un altro “tipo”: la donna in carriera che assume tutti gli atteggiamenti spregiudicati dell’imprenditore di successo.

Ci è piaciuto Cruella?

A questo punto non resta che chiedersi: ci piace questa nuova versione di Crudelia? Decisamente sì. È un film che mira ad avere una protagonista ben costruita, più sfaccettata e interessante. Tuttavia, è un’altra cosa dalla Crudelia con cui siamo cresciuti. Più come se si trattasse di una fonte di ispirazione che di un vero e proprio prequel. Anche perché, se così fosse, oltre alle tante incongruenze, rimarremmo ancora con l’interrogativo di come il suo personaggio arrivi a quel livello di malvagità tale da non far trasparire più alcun fondo di umanità.

Dove è possibile vedere Crudelia?

A meno che non riusciate a trovare un cinema all’aperto che riproponga le pellicole della passata stagione, potete vedere il film di Crudelia su DisneyPlus tramite l’accesso VIP.

Federica Crisci e Francesca Papa

Leggere: la sorprendente mostra di Steve McCurry al Teatro Margherita di Bari

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Leggere, la mostra di Steve McCurry, è visitabile a Bari presso il teatro Margherita fino al 25 agosto 2021.

Steve McCurry, maestro della fotografia

McCurry è una figura iconica nella fotografia contemporanea degli ultimi quarant’anni. Nato a Philadelphia, dopo aver frequentato la facoltà di Cinema e Storia all’Università, ha iniziato a viaggiare per il mondo e lo ha raccontato con i suoi lavori. Visitando e scattando foto in Afghanistan, Tibet, Mongolia, Giappone, Brasile, Birmania, Filippine, Marocco, Yemen, India, Turchia, Africa, Cuba, Italia McCurry dimostra di avere un instancabile desiderio di esplorare, scoprire e raccontare la Terra. 

I suoi progetti parlano di conflitti, guerre e culture in via di sparizione, antiche o moderne. Nella sua opera è centrale l’essere umano e, infatti, la sua fotografia più iconica e famosa è la ragazza afgana.

Leggere, la collezione fotografica

Il percorso espositivo presenta settanta immagini, scattate da Steve McCurry nei suoi quasi quarant’anni di viaggi e selezionate da Biba Giacchetti, che celebrano l’atto senza tempo e senza spazio della lettura

Scrive la curatrice:

Il rapporto che ci porge non è più con il soggetto ritratto, come ci ha abituato, ma tra il soggetto e la parola scritta. L’autore ci invita ad osservare, quasi silenziosamente, quanto accade in questo universo traslato, in cui le persone abbandonano la loro realtà, anche drammatica per essere totalmente assorbite da altro. McCurry le spia con noi, in una conferma del potere della lettura di astrarre dal presente e di condurre ogni individuo in un mondo a parte, personale e segreto.

Infatti Leggere comunica un messaggio ben preciso: non esiste uno spazio univoco per la lettura, né un tempo definito, né un unico modo. Si può essere immersi nella lettura nelle situazioni più disparate: mentre si è appoggiati a un elefante nella tundra; sulle macerie di un edificio dopo un bombardamento; sulla scala di una biblioteca immensa che ricorda quella de La bella e la bestia; in una scuola a cielo aperto; in un bazar; in una lavanderia self service o nel bel mezzo di un incendio. Si può leggere da soli o in compagnia.

In ogni caso la lettura ha un potere magico, quello di far viaggiare in altri mondi, tempi e spazi.

L’allestimento del Teatro Margherita

La visionaria installazione di Peter Bottazzi al Teatro di Margherita permette allo spettatore di godere di un’esperienza totalizzante. Il visitatore di Leggere si sentirà immerso a trecentossessanta gradi nella mostra fotografica. Le fotografie di Steve McCurry sembrano intrappolate in un reticolato formato da cubi vuoti di alluminio. Il gioco di vuoti e di pieni, di luci e ombre diventa motivo stesso di godimento della collezione fotografica.

Ma il senso della vista non è l’unico ad essere stimolato nel visitatore, che sarà immerso in un dolce rumore fatto di brusii, echi e voci che parlano silenziose, quasi come se stessero leggendo un libro tra sé e sé.

Leggere è una mostra da non perdere in questa estate 2021.

Valeria de Bari

Tutte le immagini contenute nell’articolo sono di Antonio Stasi.

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