“Cartoline dall’inferno”: la verità della finzione

Cartoline dall'inferno recensione del film con Mike Nichols

Titolo originale: Postcards from the Edge
Regia: Mike Nichols
Soggetto e sceneggiatura: Carrie Fisher
Cast principale: Meryl Streep, Shirley MacLaine, Dennis Quaid, Gene Hackman
Nazione: USA
Anno: 1990

L’imitazione della vita

«Io non voglio che la vita imiti l’arte, voglio che la vita sia arte»: lo professa Suzanne (Meryl Streep), spinosa co-protagonista di Cartoline dall’inferno, e al nostro orecchio può suonare come un vezzo tardo-esteta. La realtà, tuttavia, è irta di spigoli, sgocciola nella compattezza delle categorie per rifluire in rivoli torbidi, spesso fuori dagli argini.

È il velato autobiografismo della fonte a conferire all’opera di Mike Nichols un carattere complesso, come una stratificazione di sensi che attraversano in lunghezza l’opera. Tratto dal ‘lessico famigliare’ di Carrie Fisher – un memoir della sua carriera e dell’esperienza con le droghe – il film risponde a un comando ‘ancestrale’, alla narrazione tagliente del rapporto Madre-Figlia. Vi si scorge, al netto delle banalità, l’ombra di un sentimento autentico, che scava nelle pieghe di un’esistenza consumata, stretta  nell’imbuto della presenza-assenza.

Un’opera stratificata

Il lembo, l’estremità del titolo originale (Postcards from the Edge) allude anzitutto alle sfilacciature emotive, all’opposizione complementare delle due donne protagoniste: attrici, sospese sul vuoto di un successo rosicchiato, combattono dentro corpi stremati, rincorrono l’ombra di un fragile equilibrio.
In seguito all’overdose che la lascia in bilico – sospesa, dunque, tra la vita e la morte – Suzanne si trova affidata alla madre Doris Mann (Shirley MacLaine), star del Musical anni Cinquanta e calco im-perfetto dell’attrice Debbie Reynolds.

Ne segue un’inevitabile carosello di accuse, un’incontinenza verbale che sottende cicatrici: «Ti sei sempre sentita superiore a me da quando avevi quattordici anni»; «Sei stata tu a darmi i sonniferi, da quando avevo nove anni». Questo rapporto di dipendenza e invidia si muove sui binari del cliché e dello shock, chiama in causa lo spettatore che, dietro a una superfice liscia, all’apparenza narcotizzante, scopre le falde di un discorso articolato, la vitalità di un’opera che non è solo comedy-drama.

Rapporto tra arte e vita

Il luogo comune, il racconto frizzante di una relazione disfunzionale è piuttosto – a uno sguardo acuto – il capo d’accusa contro un modello illusorio, il grimaldello che scardina la sicurezza dello showbiz, la gabbia dorata del cinema hollywoodiano. Il rapporto tra arte e vita, dunque, oltre il confronto madre-figlia. Come una meta-riflessione, una lente sul mondo in apertura di opera (un film nel film, inizialmente spiazzante), che svela trucchi e affabulazione, meccanismi di ricatto e prepotenza.

Mike Nichols, regista della New Hollywood, fotografa così l’effimero del suo universo, inducendo le attrici a un’auto-critica mediata (dichiara Streep: «Certo, questo film è una commedia, ha battute brillanti, ma nasce da una vera e propria esperienza drammatica»), resa ancor più viva – e per questo dolorosa – dalla sceneggiatura di Carrie Fisher, puntellata di riferimenti freudiani, memorie da psicodramma, urti con l’invadenza e prepotenza della madre. Il contorno, ancor più ‘succoso’, è come un’estensione di questo microcosmo affettivo-lavorativo, dove gli uomini – Dennis Quaid e Gene Hackman – assumono il ruolo di carnefice o guida, vettori di emozioni standardizzate (negative il primo, salvifiche il secondo), messe a punto sul teatro della scena.

Svelare il reale

L’estrema finzione, il confine su cui si muove gran parte della pellicola, mira dunque a potenziare quanto osservato a una prima ricognizione. Ci sono immagini – e immagini in movimento – in cui l’arte agisce da pungolo, spettacolarizza il reale per lasciarlo nudo, finanche scarnificato. In quest’ottica, il macchiettistico scontro tra Doris e Suzanne nasconde in filigrana una serie di altri aspetti: chiama in causa lo spettatore, esige da questi una presa di posizione.
Così, una storia di conflitti e riconciliazioni (nel finale una nuova vita, forse scontata ma fedele al rapporto Fisher-Reynolds) diviene, a uno sguardo attento, sé stessa e altro.

La neutralità del racconto, condotto in modalità ‘vecchio stile’, lontano da sperimentalismi, pone al pubblico un’alternativa: farsi complice dei contenuti oppure rifiutarli, lasciando che emerga il non-detto, quanto si nasconde nel sottotesto.
È ciò che emerge, mediante guizzi di luce, dalla calibrata alternanza dei registri: surreale quello della ‘vecchia’ Hollywood, pullulante di animali urlanti e vieti arnesi, più realistico quello delle protagoniste, modulato sulla diversità dei caratteri e sul temperamento delle interpreti. Calandosi nel ventre dell’America edonista, Nichols non cela il suo affetto per queste creature difettose: il loro duello è una sonda sullo star system, una denuncia ovattata, ma non per questo meno feroce.

Tre motivi per vedere il film:

  • La prova attoriale di Meryl Streep e Shirley MacLaine
  • Gli inserti canori (“I’m Still Here” cantata da MacLaine e “You Don’t Know Me” eseguita da Streep)
  • Il film nel film diretto da Gene Hackman

Quando vedere il film:

In un afoso pomeriggio estivo

Ginevra Amadio

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