I Muse a Roma tra realtà e distopia

Muse tour 2019
Foto di Federica Crisci

Dopo 4 anni, i Muse tornano a incantare lo Stadio Olimpico di Roma.

Assistere a un concerto dei Muse è un’esperienza totalizzante. Per due ore ci si ritrova immersi in una realtà distopica fatta di macchine, robot e laser. Manco a farlo apposta (o forse sì, chi può saperlo?!), la canzone di apertura, Alghorithm, recita: “We are caged in simulation”, “Siamo intrappolati in una simulazione”. La simulazione per il pubblico dell’Olimpico è proprio lo show a cui ha assistito lo scorso 20 luglio. Non si tratta di un semplice concerto, ma di un vero e proprio viaggio dal quale si ricava tanta energia e voglia di stare al mondo. Già solo se ascoltate le canzoni dei Muse riescono a proiettarvi in una dimensione distorta, tecnologica, oppressiva in cui si sente forte il bisogno di evadere e di gridare la propria voglia di libertà. E lo si fa, cantando. Nello show live, i Muse creano quello che dai cd si riesce solo ad immaginare.

Il tour dei Muse del 2019, che segue l’uscita del nuovo album Simulation Theory, vede i tre artisti in scena come gli unici esseri umani superstiti in un lontano futuro dominato dalle macchine.

Durante diversi brani, i Muse vengono circondati o inseguiti da figure inquietanti (sono in realtà i bravissimi componenti del corpo di ballo MUSE dancers) armate di fucili, di bastoni luminosi, di macchine che sparano fumo. Essi rappresentano i “poliziotti tecnologici” di questo nuovo mondo che piombano in scena quando meno li si aspetta, qualche volta anche calandosi dall’alto e volteggiando sopra il palco. Durante il metal medley che si apre con le note di una straordinaria Stockholm Syndrome, da sotto il palco si alza una mano gigante dalle dita affilate. Subito dopo compare Murph, un robot scheletrico che sembra voler afferrare i membri della band. Si tratta del “capo” di questo esercito, simbolo della distruzione del genere umano.

Tutto questo, insieme al maxischermo con le riprese live, il gioco di luci che illumina non solo il palcoscenico ma tutto lo stadio, gli effetti sorpresa, rende il concerto dei Muse un vero e proprio spettacolo.

Ma la vera protagonista è la loro musica.

È lei che ha il potere di coinvolgere ogni singolo spettatore, da chi ha trascorso la notte fuori lo stadio per aggiudicarsi la posizione in prima fila fino a chi si è dovuto accontentare di un posto in curva. Non si può rimanere indifferenti a quello che accade davanti ai propri occhi. Ci sono i fan storici e chi è lì semplicemente per accompagnare il proprio partner. Eppure, quando Matt Bellamy fa la sua comparsa sollevandosi da sotto il palco ogni differenza si annulla. La voce, come sempre impeccabile, e gli assoli di chitarra, fenomenali, confermano un frontman dal virtuosismo fuori dal comune.

Muse tour 2019
Foto di Federica Crisci

Non sono da meno gli altri due membri della band, allo stesso modo protagonisti dello show. Alla batteria Dominic Howard è come al solito preciso e super energico. Si dimostra, inoltre, sempre simpatico e cordiale con i fan; alla fine è lui che prende il microfono e percorre la passerella per salutare il pubblico romano.

Chris Wolstenholme suona il basso con una carica straordinaria, rendendo il suo strumento un pilastro fondamentale del concerto. Impossibile non pensare all’incipit di Hysteria con il suo riff potente e inconfondibile, considerato tra i dieci migliori della storia. E pensare che all’inizio della sua carriera Chris suonava la batteria! Ma il bassista ci regala anche una performance con un altro particolare strumento: è lui, infatti, a suonare l’armonica nell’intro di Knights of Cydonia, il brano conclusivo della serata. L’esecuzione di questa canzone dura oltre dieci minuti durante i quali l’energia raggiunge il massimo livello. Migliaia di voci in un unico coro che canta parole di una verità sconcertante:

And how can we win,
When fools can be kings
Don’t waste your time
Or time will waste you[…] You and I must fight for our rights
You and I must fight to survive

L’Olimpico è scatenato, esprime tutta la sua voglia di prolungare all’infinito quel momento.

Un concerto dal ritmo serrato, con l’alternarsi di brani dell’ultimo album e grandi successi storici senza nessuna pausa e poche chiacchiere. Le uniche parole che Matt ci concede sono per ringraziare il pubblico italiano ed elogiare la nostra cucina: “You have the best pasta and food” (L’account instagram di Dominc ci fa sapere che anche lui condivide a pieno).

https://www.instagram.com/p/B0GByTthTkq/

Per il resto, c’è solo la musica con tutta la sua potenza comunicativa. Finisce il concerto e si è euforici, consapevoli di aver vissuto un’esperienza unica. E questo è qualcosa che succede solo con i grandi artisti.

Le tre canzoni migliori del concerto secondo Federica:

Per me Knights of Cydonia vale da sola tutto il concerto. Varrebbe la pena di vedere i Muse anche solo per questa canzone. Vengono poi Uprising Propaganda. Bellamy ha lasciato che fosse lo stadio a cantare il primo ritornello alzando lentamente le braccia verso il cielo, come per racchiudere tutta la potenza del coro su di sé. Propaganda, invece, mi ha stupita con gli effetti delle macchine del fumo e per il suo sound distorto e disturbante. Non riesco a smettere di sentirla da sabato sera!

Le tre canzoni migliori del concerto secondo Francesca:

1) Plug in Baby. Preceduta da un dialogo botta e risposta tra la chitarra di Bellamy e i boati del pubblico. Con il riff della chitarra e la potenza del basso, trasmette una carica incredibile. Impossibile rimanere fermi. Al ritornello sembra che tutto lo stadio voglia venir giù.

2) Hysteria. L’intro del basso con Chris da solo all’estremità del palco mi fa letteralmente impazzire. Altrettanto adrenalinici sono gli assoli di Matt, che sul finale si diletta riproducendo l’outro di Back in Black degli AC/DC.

3) Metal Medley: Stockholm Syndrome / Assassin / Reapers / The Handler / New Born. Con questo medley i Muse hanno fatto un grande regalo ai fan, eseguendo alcune delle canzoni più rock della loro discografia che non sempre trovano spazio nei live. In particolare, la conclusione con New Born (al cui termine Bellamy ha persino lanciato in aria la sua chitarra) è stata davvero da brivido.

Bonus track

Menzione speciale per Supermassive Black Hole. Un omaggio allo sbarco sulla Luna di cui proprio lo scorso 20 luglio ricorreva l’anniversario. Le immagini dell’allunaggio proiettate sul maxischermo hanno reso l’esecuzione ancora più epica.

Federica Crisci

Francesca Papa

Tutte le immagini dell’articolo sono di Federica Crisci

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