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Batman Begins: Le origini del Cavaliere Oscuro secondo Christopher Nolan

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Dopo il riscontro positivo di pubblico e critica per il remake hollywoodiano di Insomnia, Christopher Nolan entra nelle grazie della Warner che lo vorrebbe immediatamente alla guida del colossal Troy. Tuttavia, non trovando nell’opera di Omero vicende e parti in causa funzionali alla sua poetica, il regista declinò l’offerta della casa di produzione che, in risposta, chiese se avesse lui un progetto da proporre. In quel momento Nolan confessa di essere un grande fan di Superman di Richard Donner (1978), di voler prima o poi girare un film su un super-eroe e di essere da sempre affascinato dalla figura di Batman. Questo passaggio è di cruciale importanza in quanto, già nel suo lungometraggio d’esordio Following, abbiamo potuto notare il logo del Cavaliere Oscuro sulla porta di casa del giovane protagonista. L’eroe ideato da Bob Kane nel lontano 1939, è dunque da sempre stato influente nelle opere dall’autore, condizionando la doppia natura e i dilemmi etici che caratterizzano i suoi personaggi.  

La storia di Batman tra cinema e televisione 

Le avventure dell’Uomo Pipistrello e del suo diurno miliardario alter ego Bruce Wayne furono immediatamente adattate per la Tv dalla Columbia nel 1943, con anche un sequel (Batman and Robin) sei anni dopo. Ma l’approdo sul grande schermo avverrà soltanto vent’anni più tardi con il celebre giustiziere mascherato interpretato da Adam West, nel 1966, a seguito dell’enorme successo della serie ABC di 120 puntate, divenuta vero e proprio fenomeno mondiale. In questo primo lungometraggio, “The Dynamic Duo” dovrà affrontare l’unione di intenti di ben quattro super-cattivi di Gotham (Catwoman, Joker, l’Enigmista e Pinguino), intenzionati a controllare il mondo intero.  
Ciononostante, con l’addio al costume da parte di Adam West, bisognerà attendere altri 20 anni prima di rivedere Gotham City su un qualsiasi schermo. Un periodo coincidente con la cosiddetta “Bronze Age” del fumetto americano (1970-1985), nel quale la Nona Arte abbandona il super con la maschera, in favore delle debolezze dell’uomo che la indossa e i problemi della società in cui vive. Sarà Tim Burton a far inizialmente discutere (per la scelta di Michael Keaton come Bruce Wayne) e successivamente a convincere al cinema con un Batman inedito per il grande pubblico: solitario, irrequieto, dall’etica borderline ed ossessionato dalla perdita dei genitori, in una Gotham gotica, noir e senza speranza. I suoi due film, Batman (1989) e Batman Returns (1992), di ineguagliabile fattura, scriveranno pagine importanti della Storia del Cinema supereroistico e facendo da contraltare alle successive trasposizioni di Joel Schumacher che, cambiando stile, atmosfere ed intenti, non farà che sfigurare rispetto ai predecessori. Con Batman Forever (1994) e Batman & Robin (1997), le avventure dell’Uomo Pipistrello scontentano chiunque, con una deriva cartoonesca estetica di dubbio gusto ed una narrativa che non coglie minimamente la complessità del personaggio, togliendone credibilità e non lasciando alcuna speranza di redenzione nel breve periodo.

Cosa cambia con Christopher Nolan

Negli anni 2000 il mondo del cinema si riavvicina al mondo super-eroistico con il popolare Spider-Man di Sam Raimi (Columbia Pictures/Sony), i convincenti primi due capitoli degli X-Men di Bryan Singer ed il meno riuscito Daredevil (entrambi 20th Century Fox), nonchè l’incompreso Hulk di Ang Lee (Universal). Tutte le principali case di produzione stanno dunque sfruttando le licenze dei loro paladini al cinema e, all’idea di rilanciare il Cavaliere Oscuro, Warner è decisamente interessata, cosicché Christopher Nolan decide di farsi affiancare da David S. Goyer (Blade I, II e Trinity) per la stesura della sceneggiatura.  
Per prima cosa, il cineasta londinese decide di distinguersi dai predecessori, raccontando le origini ed il percorso che ha condotto Bruce Wayne ad indossare la maschera a forma di pipistrello, portando il pubblico ad entrare in sintonia con l’uomo prima che col simbolo. Spoglia quasi completamente Gotham dell’elemento surreale e tetro, abbandonando le atmosfere burtoniane e fumettistiche, portando una città che cambia nel corso della trilogia e che risponde alla presenza, o all’assenza, del suo vigilante. La ricerca del realismo, dogma imprescindibile del regista, porta anche in questo caso all’utilizzo della computer grafica al minimo indispensabile e, per conseguenza, anche gli elementi caratteristici dell’eroe quali: il costume, la bat-caverna, la bat-mobile, vengono giustificati, rinnovati e adattati. Ecco dunque che sentiamo parlare di tuta in kevlar e grandi acquisti tramite aziende di comodo per divenire irrintracciabili, di una caverna come ex nascondiglio per la liberazione degli schiavi e l’avvento dell’iconica Tumbler a metà tra auto e tank. Christopher Nolan decide dunque di arrivare al pubblico mainstream, attraverso un personaggio a lui caro, senza scendere a compromessi e mettendo la sua poetica, come sempre, al primo posto

La trama – Una caduta da cui rialzarsi

A seguito di una caduta in un pozzo nella tenuta di famiglia, il giovane Bruce Wayne rimane spaventato da uno sciame di pipistrelli e, traumatizzato dall’evento, pochi giorni più tardi chiederà ai genitori di uscire da teatro per la rappresentazione degli stessi nel corso dell’Opera. Nonostante l’impegno finanziario e sociale della famiglia Wayne, le fasce più deboli sono portate a delinquere ed è così che, in seguito ad un tentativo di rapina, il giovane Bruce rimane orfano. Ossessionato dai sensi di colpa per aver chiesto ai genitori di uscire, conducendoli così alla morte, il rampollo Wayne sogna per anni una vendetta che gli verrà negata davanti agli occhi. Umiliato dalla mafia cittadina, dalla sua amica d’infanzia Rachel e vergognandosi di sé stesso, Bruce decide di abbandonare Gotham e “imparare” la vita del criminale. È in questo nuovo, disperato inizio che verrà avvicinato da Ducard con la promessa di un addestramento sotto la supervisione di Ra’s al Ghul, capo della misteriosa “Setta delle Ombre”, e l’apprendimento di mezzi fisici, mentali e morali per tornare a Gotham con la certezza di salvarla dalla corruzione una volta per tutte. 

Un cast di super-star

Negli adattamenti cinematografici delle avventure dell’Uomo Pipistrello, le scelte di casting per il ruolo di Bruce Wayne/Batman, sono sempre stato oggetto di discussione. Dal cambio di opinione collettiva sul Keaton burtoniano e del più recente Affleck snyderiano, passando ai discutibili Kilmer e Clooney di Schumacher, la scelta di Christian Bale per il film in oggetto ed i suoi sequel è, ad oggi, l’unica scelta che ha convinto tutti fin dal primo momento. Descrivendolo come: “l’incarnazione definitiva di Bruce Wayne”, Christopher Nolan affida il ruolo all’attore gallese reduce dal dimagrimento forzato per L’uomo senza sonno, presentatosi al casting con un peso di 54kg. Ricordando il periodo di preparazione a Batman Begins come una sequenza infinita di cibo e pesi, Bale si conferma maestro della trasformazione fisica. Un enorme gesto di fiducia quello di Nolan che preferisce dunque il camaleontico attore a Cillian Murphy, al quale verrà affidata la parte del Dottor Crane, alias Spaventapasseri, presente in tutta la trilogia. In controtendenza con i ruoli che hanno contraddistinto le loro carriere, a Gary Oldman viene affidata la parte del puro Jim Gordon, mentre Liam Neeson vestirà i panni di Ducard: machiavellico tentatore che cercherà di portare il nostro protagonista sulla via della vendetta sanguinolenta.
Di primaria importanza e assente nel mondo fumettistico, l’amica d’infanzia e grande amore di Bruce Wayne, Rachel Dawes viene appositamente ideata pensando unicamente a Katie Holmes. Il suo è un ruolo chiave all’interno della Trilogia del Cavaliere Oscuro e dell’intera filmografia nolaniana, come donna che influenza le azioni del difensore di Gotham, rappresentando al tempo stesso, la vita che Bruce Wayne avrebbe avuto se non avesse scelto la maschera di Batman.
Il tris leggende quali Michael Caine, Morgan Freeman e Rutger Hauer, rispettivamente nei panni del maggiordomo e spalla paterna Alfred Pennyworth, dell’inventore Lucius Fox, e di Bill Earle, avido capo del CDA della Wayne Enterprises, chiudono il cerchio di un cast titanico e perfettamente calibrato. 
Vanno comunque citati, per accentuare ed omaggiare il percorso di Christopher Nolan, altri tre volti indispensabili nella sua affermazione come cineasta, che ritornano in questo capitolo di origine. Mi riferisco allo zio John Nolan, Jeremy Theobald e Lucy Russell figure nevralgiche della sua prima opera Following e che qui tornano in piccoli ruoli di contorno, simbolicamente accompagnandolo e consegnandolo al grande pubblico. 

Un viaggio nella paura

A differenza della totalità delle sue opere precedenti, Christopher Nolan non apre Batman Begins con una sequenza in soggettiva di un dettaglio ma con un sogno/ricordo, dove l’allora bambino Bruce conoscerà, per la prima volta, la paura. Ci viene dunque immediatamente mostrato l’evento catalizzatore che innescherà la serie di eventi che porterà il giovane Wayne a diventare il futuro paladino mascherato di Gotham. Seppur il ruolo della paura ritornerà anche nei successivi film, è in questa storia di origine inedita che viene affrontato l’evoluzione del rapporto tra la stessa ed il nostro eroe. Privo di super-poteri, prima su suggerimento inconscio padre Thomas (“ti hanno attaccato perché avevano paura di te”), poi del mentore spirituale Ducard, Bruce farà delle sue stesse paure la sua arma principale, condividendo il suo medesimo terrore (i pipistrelli) con i suoi nemici. In un gioco di doppi, come solo Christopher Nolan ci ha abituati, l’uomo dietro la maschera ha una fobia che suo alter-ego sfrutta a suo vantaggio, venendo però forgiato dai suoi stessi avversari. Dal mafioso Falcone che tiene in scacco la città con la sua rete di corruzione e omicidi, facendo leva sulla perdita delle persone care alla prima occasione; al Dottor Crane (alias Spaventapasseri) che, grazie al suo siero allucinogeno, traumatizza le vittime con le peggiori visioni portandole alla follia, il nostro duplice eroe proverà sulla propria pelle gli effetti di questi volti della paura, fino ad arrivare al doppiogiochista definitivo: Ra’s al Ghul. Il leader della Setta delle Ombre, maestro nell’uso della teatralità e dell’inganno, vuole spogliare fin dall’inizio il suo apprendista dalla paura di agire, spingendolo verso la vendetta e utilizzandolo per i suoi scopi. Tuttavia, nonostante la sua collera, il futuro Cavaliere Oscuro è forte di un senso di giustizia trasmessogli dalle persone care che gli impedirà di vendere l’anima al Diavolo, mettendolo sulla giusta strada per essere “l’eroe di cui Gotham ha bisogno“.
Quel pozzo di paura, protagonista del prologo, ha dunque permesso la nascita del salvatore di Gotham, in netta contrapposizione con il Pozzo di Lazarus che dall’oscurità e dall’odio forgerà Bane, temibile avversario di The Dark Knight Rises, chiudendo così il cerchio nolaniano.

L’autore e la sua maschera

Mascherando la sua impronta autoriale sotto il simbolo del pipistrello, il regista è conscio che questo sarà il momento di vero avvicinamento al grande pubblico ma non per questo sacrifica la sua poetica. Volendo esplicitamente essere ponte tra cinema blockbuster e da festival, Christopher Nolan continua a tracciare un fil rouge imprescindibile tra le sue opere, esplorando la figura del doppio ed esasperandola nel corso di tutta la trilogia. Dopotutto, il mondo del fumetto super-eroistico fa del doppio uno dei suoi punti di forza, ma il regista deciderà di esplorare il più classico rapporto eroe-nemesi, nel successivo capitolo The Dark Knight, mostrandoci in Begins una situazione similare a quella di un altro personaggio DC Comics a lui caro: Superman.  
In questo primo film infatti, il cineasta britannico ci mette di fronte ad un percorso di crescita che mostra il vero volto di Bruce Wayne come l’uomo determinato a salvare Gotham, che necessita di indossare la maschera del miliardario playboy spendaccione per depistare ogni sospetto, per salvare le persone a lui care. Come Rachel insegnerà al suo amato irraggiungibile, e a noi che stiamo guardando, “non è tanto chi siamo, ma quello che ci facciamo che ci qualifica”. Il personaggio di Christian Bale troverà dunque nel costume la sua vera missione, evadendo dalla figura del giovane ricco orfano che fu quasi divorato dalla rabbia, sconfiggendo quel passato crudele che lo ha visto reggere il corpo esamine dei genitori. Può essere ora lui stesso padre premuroso di una Gotham ignara, promettendole un destino diverso dal suo.
Non a caso ho utilizzato la parola padre, una figura accennata solo spiritualmente in Insomnia, ma che da qui in avanti diverrà tematica cardine della filmografia nolaniana, da sempre contaminata dalla sua vita reale. Divenuto infatti padre per la prima volta, si interroga sulle sfaccettature del ruolo attraverso i gesti delle figure che ruotano intorno a Bruce e permettendogli di essere l’eroe migliore che possa essere. Da Thomas Wayne che in fin di vita implora il figlio di non avere paura, sapendolo nelle mani di Alfred, vero regalo di un padre morente, a Lucius Fox, al mellifluo Ducard. Tutte queste figure andranno a lasciare una parte indelebile di loro stessi, che sia morale o nozionistica, al rampollo Wayne, plasmando l’eroe di domani

Chiedendo l’affidamento di un personaggio in cerca di redenzione cinematografica, Christopher Nolan si impone nel genere super-eroistico come mai tentato prima: privandolo dell’aspetto super. Adattando le sue azioni in un contesto urbano e sociale molto più realistico, il regista scrive la sua personale versione dell’Uomo Pipistrello: umano, spezzato, eticamente combattuto ma, al tempo stesso, non meno mitologico. Da qui in avanti le storie di origine saranno la chiave per entrare in empatia con il pubblico, meno attento al minutaggio della maschera a schermo, ma più avvezzo al rapporto con l’uomo dietro il simbolo. 

Michele Finardi

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Saffo: 10 curiosità tra falsi miti e un’intervista su Google Assistant

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Spero che questo articolo ti sia utile. Qualora decidessi di riportare da qualche parte le informazioni che ho scritto, ti chiedo la gentilezza di menzionare questa fonte originale perché le mie risposte provengono dai miei studi per la tesi di laurea.

Cercare le donne sul web è una mia ossessione: forse dettata dal fatto che sono assenti su molti dei nostri libri di scuola. Non è sicuramente il caso di Oriana Fallaci, ultima protagonista delle mie ricerche, né di Saffo, a cui dedico questo piccolo contributo.

Molto potrei scrivere sulla maestra d’amore, riassumendo poco di quello che si conosce della sua vita e molto di quello che i suoi frammenti hanno tramandato fino a noi. Uno di questi ha dato persino il titolo al mio libro, dedicato proprio alle figlie di Saffo: “Qualcuno si ricorderà di noi”.

La storia di un mito realmente esistito

Di certo il mio è un omaggio infimo al cospetto di secoli di tradizione letteraria che vedono Saffo primeggiare come voce occidentale femminile cosciente del proprio talento. Il mito di Saffo, che era una donna in carne ed ossa, ha viaggiato nelle menti dei postumi creando persino un personaggio finto e con una vita romanzata: tanta era la suggestione per questa ammirevole creatura. Col mito viaggiarono gli stereotipi, e con gli stereotipi anche la fama. La “bella e veneranda” era anche “brutta e suicida”, l’insegnante era anche prostituta, la madre e moglie era anche lesbica. Dulcis in fundo, la poetessa che non poteva avere un titolo perché non esisteva declinato al femminile, fu chiamata “La decima Musa”. E così Saffo sfiorò anche il divino: quasi si è sublimata la sua figura in questa apoteosi di “rumors” su di lei. 

Cosa resta di questa donna oggi, come viene cercata sul web? La rete ha il dono di rendere la conoscenza accessibile a tutti, ma su alcune figure viaggiano più luoghi comuni che verità. Per questo motivo ho deciso di raccontare qualche curiosità su Saffo, di quelle che mi hanno colpito nei miei studi oxfordiani e di quelle che vedo protagoniste della ricerca online. 

Si cerca la morte di tutti i personaggi famosi, ma per Saffo il connubio con l’amore è imprescindibile. Con piacere noto che su Google le persone cercano anche frammenti specifici, oltre alle più comuni domande scolastiche tipo chi era Saffo riassunto, domanda tipica degli studenti, oppure “Saffo frasi”, ricerca tipica di chi deve scrivere qualche dedica d’amore.

Otto Curiosità su Saffo, tra passato e presente

1. Dove è nata Saffo?

Saffo di Lesbo, in realtà, è nata ad Ereso ed è vissuta nel VII-VI sec. a.C.. Visse Mitilene e forse trascorse un periodo in esilio come racconta in alcuni versi. Potrebbe fare parte della stirpe dei Cleanattidi, che furono esiliati, come ricorda il nome di sua figlia Kleis/Cleide: “Questi ricordi dell’esilio dei figli di Cleanatte conserva la nostra città: perché costoro terribilmente si sbandarono…” (fr.98b v.5-9).

2. Che fece Saffo nella sua vita?

Saffo era un’aristocratica che insegnava alle future spose l’arte della raffinatezza. La sua scuola era famosa in tutte le sedi greche e, come tutte i business, aveva delle scuole rivali con cui fare guerra: “Tu giacerai morta né più alcuna memoria di te mai resterà in futuro” (fr. 55). Nei vasi di età classica viene spesso raffigurata mentre balla, quindi la sua attività di insegnante ovviamente comprendeva le attività coreutiche: non bisogna dimenticare la dimensione pubblica e corale della poesia arcaica quando si studiano questi autori. L’edizione critica di Saffo, ovvero la raccolta delle sue poesie, fu ufficializzata in età ellenistica grazie all’intervento degli alessandrini: la dimensione privata del libro è successiva alla sua esistenza.

3. Cosa scrisse Saffo?

Tra i canti di Saffo annoveriamo poesie dedicate all’amore con una veste molto particolare, che va dalla sacralità degli inni al dettaglio di un trattato medico. Famosissimi in tal senso l’Inno ad Afrodite (ascolta la lettura in metrica che ricorda una preghiera moderna), dove la dea diventa alleata dell’innamorata non corrisposta, e la cosiddetta Ode alla Gelosia (frammento 31), in cui Saffo descrive la sintomatologia dell’amore come se fosse una malattia a tutti gli effetti. Quest’ultimo componimento sarà tradotto e ripreso da moltissimi autori, specialmente quando avranno a che fare con la psiche femminile (trovi un video sul tema qui sotto).

Indimenticabile il manifesto letterario di Saffo, ovvero “La cosa più bella”, il componimento con cui afferma i valori soggettivi della sua poesia e li contrappone con garbo a quelli della società militare che avevano dominato dai tempi di Omero. La cosa più bella per Saffo è quella che si ama.

Con questi canti Saffo insegnava l’amore alle giovani donne, ma non solo. Anche se a scuola se ne parla di meno, Saffo scrisse anche epitalami naturalmente, ovvero i canti dedicati al matrimonio, molto apprezzati dai bizantini e quindi risparmiati dalle censure dell’antichità.

4. Come si chiama la scuola di Saffo?

Tutti la chiamano il Tiaso, per associazione con i culti ellenistici, ma recenti studi scelgono di parlare della “Casa dei servi delle Muse”. Μοισοπόλος <δόμωι> per integrazione di Ferrari (Saffo, Poesie, 2007). Oggi c’è una scuola a lei dedicata a Roseto, in Abruzzo.

5. Saffo era lesbica?

Non sappiamo che tipo di rapporti Saffo intrecciasse con alcune delle sue allieve: quello che è certo è che la società greca – che proponeva un modello di uomo bisessuale – ha sempre associato l’insegnamento al sesso, a volte anche con intento pedagogico. Quello che fa sorridere è che da Saffo, che insegnava a Lesbo, e dalla sua presunta omosessualità, deriva la parola lesbica. Peccato che il verso lesbiazein in greco significhi “essere bravi a fare la fellatio”. Qualcosa è andato storto qui.

6. Saffo era sposata?

Il nome del marito di Saffo – Cercila di Andro –  fa pensare che in greco ci sia un’assonanza con la parola “fallo” e che sia quindi l’ennesima invenzione dei commediografi per ironizzare sulla sua presunta (e sconveniente) omosessualità. Sicuramente Saffo ebbe una figlia (frammento 132), Cleide, e due fratelli: Carasso e Larico (Dirk Obbink, ZPE 2014) . Il terzo fratello tramandato dalle fonti non è stato ancora confermato dai ritrovamenti papiracei attribuibili alla poetessa. 

7. Chi amava Saffo?

Sicuramente Saffo non amò Faone il traghettatore, come il mito racconta. Il suo profilo storico è stato oggetto di storie romanzate e ovviamente false, in cui la poetessa veniva definita brutta e quindi infelice, poiché amava un uomo che non la ricambiò: e dunque si uccise. Un esempio lo offre Cesare Pavese nei Dialoghi con Leucò, un altro è di Giacomo Leopardi nell'”Ultimo Canto di Saffo”. Tale tradizione, però, risale addirittura ad Ovidio, che la rende protagonista di una delle lettere delle sue Heroides. Una curiosità: nelle parole crociate alla definizione “si invaghì di Saffo” si risponde Alceo per dei versi a lui attribuiti, ma anche questa notizia “pseudo” storica non sembra fondata. 

8. Dove morì Saffo?

Sicuramente non sulla rupe da cui si gettò, secondo il mito, per Faone.

9. La fortuna di Saffo: chi ne parla e come?

La sua produzione poetica è stata ed è ancora è fonte di ispirazione per tutti: da Callimaco, Teocrito e Apollonio Rodio, passando per Catullo e arrivando fino a Leopardi, Pascoli e Pavese, Saffo ha influenzato tutti con la sua voce. Moltissime anche le menzioni non esplicite a lei, come quella nella “Medea” di Euripide (vv.1081-84) quando il coro menziona “un piccolo gruppo di donne a cui era stato concesso il dono della poesia”, oppure quella nel Simposio di Platone, quando Socrate riporta gli insegnamenti d’amore di Diotima di Mantinea, la “Saffo Socratica” secondo De Martino.

La sua fama durò nei secoli fino a noi, ma le costò anche tanti giudizi negativi perché una donna non poteva parlare di cose d’amore, specialmente se vagamente rivolti allo stesso sesso. Alcuni autori la presero in giro – tipo Eroda (VI) con i falli di cuoio che coinvolge anche Nosside -; certi critici la definirono “anormale”, arrivando ad ipotizzare che fosse una prostituta.

Nota bene: Saffo era una poetessa, ma questo termine declinato al femminile in greco, viene attestato con valore non parodico solo nel III a.C, molti secoli dopo la sua nascita. Forse per questo alcune fonti la chiamano “La Decima Musa”. Non sapevano come chiamarla…

10. Come posso parlare con Saffo?

Ti basta chiedere a Google e Saffo ti risponderà. Prova a chiedergli se è lesbica, ti sorprenderà. In questo video puoi vedere la mia intervista a Saffo con Google Assistant: https://bit.ly/3ksrOfL

Saffo: intervista impossibile con Google Assistant

Saffo è magia. Mentre scrivevo questo articolo, cercando i frammenti di Saffo letti in metrica, mi sono imbattuta in un progetto bellissimo di cui non ero al corrente: Sappho Education.

In questo sito, nato da un’idea di Alessandro Iannella, puoi studiare Saffo: troverai alcuni dei suoi componimenti in lingua greca e italiana, letti in metrica e letti in forma scenica. Inoltre, troverai le varie traduzioni dei critici più importanti, da Quasimodo a Ferrari.

La cosa più bella, per dirla con parole sue, è che si può parlare con lei. Sembrerò pazza, ma è stato davvero emozionante. Il sito è in continuo sviluppo, per cui attualmente Saffo non ti leggerà le sue poesie su Google Assistant: puoi provare a contattarla su Telegram, però, dove è possibile anche fare degli esercizi insieme a lei. Inutile dirvi quanto tutto questo potrebbe utile per studiare Saffo a scuola.

Qui puoi assistere alla mia intervista a Saffo: alla fine mi ha stupita con un colpo di scena!

Saffo su Youtube

Per concludere lascio un video sulla fortuna di Saffo in età Ellenistica, nella fattispecie in Apollonio Rodio, che utilizza la sintomatologia amorosa del frammento 31 per descrivere l’innamoramento di Medea per Giasone nelle Argonautiche. Insieme a Callimaco e Teocrito, Apollonio è uno degli scrittori che si avvale della parola alata di Saffo per descrivere la psicologia femminile, molto in voga nella società alessandrina.

Alessia Pizzi

Archiloco di Paro, il poeta senza peli sulla lingua

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Cosa intendiamo per poesia lirica e quando nasce?

Quando si parla di poesia lirica antica, e quindi anche della poesia di Archiloco (poeta del VII sec.), bisogna stare attenti a comprendere il significato esatto del termine: non si intende, infatti, una poesia, come quella di Leopardi, volta ad esprimere sentimenti esclusivamente individuali. La lirica greca si chiama così perché è un tipo di poesia destinata al canto con l’accompagnamento di uno strumento a corde: la lira

Questo nuovo tipo di poesia nasce in un periodo storico molto specifico: l’avvento delle tirannidi. Il τῠ́ρᾰννος (tiranno), visto non come il nostro moderno dittatore, ma come moderatore delle tensioni della πόλις, è sostanzialmente un uomo che ottiene il potere per suoi meriti. Si inizia a dare molto più spazio all’individualità, e questo avrà ripercussioni anche nell’ambito della letteratura, per esempio nel fr.1 West di Archiloco:

E io sono servo del signore Enialio

e delle Muse l’amabile dono conosco

L’innovazione di questo frammento sta soprattutto nell’affermazione dell’io iniziale che conferma l’individualità (nuova) presente nella letteratura greca. A differenza dell’epica, Archiloco è seguace sia di Ares (qui con il nome alternativo di Enialio) che partecipe dei doni delle Muse, non ha bisogno di invocarle per avere l’ispirazione poetica.

In questo il poeta lirico afferma la propria autonomia. Questa forte affermazione dell’io, tuttavia, presuppone un pubblico che conosce molto bene Archiloco, un gruppo di compagni d’arme o di amici.

La produzione lirica, dunque, come la definisce Gentili, è «poesia pragmatica», perché connessa con il contesto sociale in cui il poeta è immerso. Il poeta spesso canta di argomenti politici e contemporanei (a differenza dell’epica che si rifà ad un passato lontano e mitico) ad un uditorio ristretto. Spesso il luogo di esecuzione è il simposio.

Il simposio e il tiaso 

Il simposio è un’istituzione centrale della società greca arcaica: una riunione di uomini legati tra di loro da vincoli solidissimi, un gruppo che viene definito ἐταιρεία (da ἐταῖρος «compagno, associato»), all’interno del quale si condivide la medesima visione politica ed etica

All’interno di un ambiente simile è frequente che si manifesti anche una forma d’amore tipicamente greca: il legame erotico tra il partner grande e il ragazzo non ancora adulto. Questa forma d’amore, definita pederastia, ha un valore educativo: l’uomo adulto deve dimostrare e insegnare al piccolo come diventare un “vero uomo” (ricordiamoci della mascolinità tossica del mondo antico) per essere in grado di affrontare la futura vita politica. 

Per quanto riguarda l’atmosfera femminile, come quella della poesia di Saffo, anche qui l’amore pederastico tra insegnante e alunne aveva una funzione educativa, non nel simposio, ma in un altro luogo istituzionalizzato per l’educazione femminile: il tiaso

Archiloco odia gli ubriaconi!

Anche se Archiloco fa parte di un’eteria, la sua produzione poetica ci lascia veramente poco sull’ambiente del simposio, fatta eccezione per un frammento:

e bevendo vino puro in quantità

non hai dato contributi, come fanno a Micono;

sei venuto senza invito, come amico degli amici.

E la pancia t’ha stravolto l’equilibrio psichico

al di là della decenza.

Ateneo di Naucrati, l’autore che tramanda il frammento, dice che Archiloco deride il suo amico Pericle, che usa presentarsi ai simposi senza essere invitato. Anche gli abitanti dell’isola di Micono hanno questa abitudine.

Importante è anche il focus sull’ars bibendi: bere con moderazione è necessario, perché viene visto come dimostrazione di controllo di sé. Bere il vino puro e ubriacarsi è segno di inciviltà, associato a popolazioni viste negativamente dai Greci come gli Sciti o i barbari. Contrapposta a questa visione di eccesso e mancanza di controllo, i lirici spesso propongono il simposio attraverso un’immagine di armonia e senso di misura (μέτρον).

La biografia di Archiloco

I dati della biografia di Archiloco si desumono dalle sue opere, da interpretarsi con attenzione, poiché l’io poetico non corrisponde per forza all’io biografico. Altre notizie si evincono da riferimenti di autori antichi e da iscrizioni su alcuni monumenti che vogliono conservare il suo ricordo; tali iscrizioni prendono nome dai due dedicanti, Mnesiepes e Sostene, e risalgono rispettivamente al 3° e al 1° sec. a.C.

In uno dei frammenti è ricordata un’eclissi solare totale, quella del 648 a.C., e in un altro si parla delle smisurate ricchezze di Gige, che regnò sulla Lidia dal 687 al 652 a.C. Dunque è possibile collocare la maturità del poeta intorno alla metà del VII sec. a.C.; e la sua patria fu Paro, una delle isole Cicladi più grandi e importanti. Il padre Telesicle apparteneva a nobile famiglia ed era uno dei cittadini più in vista.

Tuttavia, la tradizione antica vuole che la madre Enipo fosse una schiava. Il bastardo era escluso dall’eredità paterna; per questo Archiloco si trasferì nell’isola di Taso, situata nell’Egeo settentrionale di fronte alla costa della Tracia. Qui egli militò contro i Traci. In seguito ritornò a Paro, e combatté contro gli abitanti della vicina isola di Nasso. Fu uno di questi, a nome Calonda, che lo uccise in battaglia: e il dio di Delfi gli vietò l’ingresso nel tempio, poiché avevo ucciso lo «scudiero delle Muse».

La poetica di Archiloco

In his Archaic Age, Archilochus introduces the reader to a new world that is neither Homeric nor Hesiodic, as Kenneth Dover has convincingly argued. The salient distinction is that Archilochus’ Greek world in seventh-century B.C. is one of realistic people, rather than epic, Homeric heroes. [1]

Se volessimo tracciare le linee di una poetica archilochea, dovremmo, prima di tutto, tenere presente la portata rivoluzionaria della sua poesia: non siamo più né in Omero né in Esiodo, quindi il mondo rappresentato è realistico, i personaggi della sua poesia rispecchiano uno spaccato della vita quotidiana aristocratica.

Scomparsi sono ormai gli eroi omerici, tanto idealizzati nelle loro caratteristiche quanto netti e stereotipati.

In Archiloco c’è molta più complessità: i valori come il coraggio non sono presi come punti di riferimento in assoluto, ma messi in discussione. A volte è meglio farsi furbi che morire per i propri valori.

La realtà non è bianca o nera, come gli eroi di Omero che sono o “belli e buoni” o “brutti e incapaci” (si pensi a Tersite); la vita reale, quella di tutti i giorni, richiede invece più elasticità mentale.

Importante è non dimenticare che Archiloco viene visto come uno dei primi a realizzare una poesia giambica: una poesia di carattere realistico e aggressivo, che ha come scopo il “deridere” o il “diffamare” qualcuno.

Il giambo: la storia

Con il termine ἴαμβος («giambo») gli antichi andavano a definire sia un tipo di metro, composto dall’unione di due piedi costituiti da una sillaba breve seguita da una lunga, sia la composizione poetica di carattere aggressivo e realistico.

Gli antichi accostavano la parola al nome di Ἰάμβη (Iambe), una vecchia serva del re di Eleusi che avrebbe fatto ridere la dea Demetra. Un’altra ipotesi sostiene che la parola derivi dal verbo ἰαμβίζω («scherzare, prendere in giro») o da ἰάπτειν («scagliare»).

Proprio per la sua natura vicina al parlato, il giambo venne usato nelle parti dialogate del teatro attico e divenne il verso della tragedia e della commedia. Successivamente, in età ellenistica, esso fu impiegato in composizioni poetiche (da Callimaco, per esempio), che imitavano la tradizione arcaica, ma non erano più destinate alla recitazione pubblica, bensì a un pubblico di lettori.

Archiloco “se ne frega” dei valori omerici

Thus Archilochus inherits from epic a tradition of seduction narratives that are sophisticated and flexible, and whose components can be reworked to suit the poet’s narrative goals. [2]

La società degli eroi di Omero come Achille, Odisseo, Agamennone, è basata su valori molto ben definiti: la καλοκαγαθία, ovvero la convinzione che, ad un bel corpo, corrisponda per forza un animo forte e coraggioso; il senso dell’onore e l’importanza della pubblica stima.

Archiloco va contro tutto questo in modo molto provocatorio. Se per uno come Achille il valore personale dipende esclusivamente dalla pubblica stima, cioè dalla considerazione che gli altri hanno di lui, Archiloco non si fa poi così tanti scrupoli ad ammettere pubblicamente di aver abbandonato lo scudo in battaglia:

Qualcuno dei sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio – arma gloriosa – lasciai non volendo. Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa? Vada in malora! Un altro ne acquisterò, non meno bello.

Gli eroi di Omero ricevono le armi come eredità di famiglia o dono divino. Al contrario, Archiloco “se ne frega” del valore sacrale dell’oggetto militare in sè. E questo è possibile per il fatto che Archiloco vive ormai in una società diversa: siamo negli anni della riforma oplitica, dove i guerrieri non combattono più per la loro virtù, ma per le leggi scritte e la città. Inoltre, come già detto prima, la tirannide diventa simbolo di un maggiore individualismo. Per non parlare poi dell’ascesa del ceto mercantile, con tutte le sue logiche di guadagno: infatti Archiloco dice che «un altro ne acquisterò, non meno bello».

L’importante è la sostanza, non l’apparenza!

Ma ad Archiloco questo non basta: vuole davvero dimostrare di aver superato un certo modo di vedere il mondo “all’antica”. Per questo motivo compone il seguente frammento:

Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe, fiero dei suoi riccioli e ben rasato. Uno basso ne voglio, con le gambe storte, ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.

Archiloco ribalta lo stereotipo del “bello dentro e fuori”, tipico della καλοκαγαθία omerica, portandoci un’immagine di un generale bello sì esteticamente, ma effemminato come pochi! Questo lo si può evincere dall’attenzione per la cura del corpo (i riccioli e la barba rasata), che lo allontanano dall’idea del maschio alpha tanto idealizzato dai Greci.

Il poeta preferisce, invece, al posto di questo miles gloriosus un po’ idiota, un generale magari meno eccellente fisicamente, ma che abbia tanto coraggio da vendere! L’importante, per Archiloco, non è la bellezza esteriore, ma quella interiore: il coraggio di una persona non si può più misurare in base all’apparenza.

Archiloco si arrabbia perché non si può sposare

Ancora prima di Renzo e Lucia, nel mondo antico c’è già una storia d’amore ostacolata: quella tra Archiloco e Neobule. La ragazza è figlia di Licambe, che rifiuta di farla sposare con Archiloco. Lui va su tutte le furie:

Padre Licambe, che idea è mai questa? Chi ti ha fatto perdere il senno? Sei stato sempre una persona di buon senso, ma ora in città tutti ridono di te.

Archiloco gli rimprovera di essere venuto meno al giuramento e l’appellativo «padre» all’inizio è volutamente ironico. Probabilmente questi versi costituiscono l’inizio di un’invettiva.

Ma noi sappiamo molto bene che Archiloco è un uomo senza peli sulla lingua; in più, vissuto in una società profondamente maschilista come quella greca, sicuramente non si fa problemi a manifestare il suo desiderio di fare sesso con la ragazza:

Ah! Posare questa mano su Neobule, stringerla…

e piombarle sul bacino e farmela, comprimere ventre a ventre, cosce a cosce…

A tal proposito, un papiro pubblicato nel 1974 restituisce il più esteso frammento archilocheo che sia conservato. Il testo è noto come Epodo di Colonia perché trasmesso da un papiro acquistato e conservato presso l’università tedesca di Colonia. Si tratta di un epodo in cui viene descritto l’incontro tra il poeta stesso e la fanciulla, che dal contesto si comprende essere la giovane sorella di Neobule. Il componimento tratta di un amplesso tra i due davvero scandaloso: avviene al di fuori del matrimonio in un luogo aperto, forse in un luogo sacro. L’epodo ha, quindi, come fine quello di diffamare l’odiato Licambe e le sue figlie, distruggendone la rispettabilità.

Fortuna di Archiloco

L’influsso di Archiloco si afferma subito dopo la sua morte; segni del suo vigore polemico e della sua originalità stilistica si ritrovano presso gran parte dei lirici. Al contrario, pensatori come Platone e Aristotele lo criticano per la sua irriverente valutazione dei valori omerici. Tra i poeti latini, Catullo lo usa come modello per la violenza dell’attacco personale; Orazio lo utilizza per l’immagine dello scudo gettato (Carm. II, 7, 10) e negli Epodi. L’Anonimo del Sublime mette a confronto positivamente il suo pathos con l’arte impeccabile di Demostene. Nell’età moderna il Carducci esalta i giambi di Archiloco celebrando lo splendore di Paro.

Poeti giambici in età ellenistica

Oltre a Callimaco, altri poeti in età ellenistica recuperano il giambo, di cui Archiloco è iniziatore. Le valenze tradizionali del giambo, ossia la satira e l’intonazione realistica, si uniscono in questo periodo al proposito moraleggiante d’impronta cinica.

Cercida di Megalopoli, vissuto nel III sec. a.C., usa toni polemici per criticare, in un passo di tradizione papiracea, l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, che fa perfino dubitare dell’esistenza e dell’onnipotenza divine. L’inizio del meliambo successivo tratta della duplice azione di Eros, che per gli uomini può essere bonaccia o tempesta.

Fenice di Colofone, vissuto nella prima metà del III secolo, scrive alcuni giambi, di cui noi siamo a conoscenza grazie ad una tradizione indiretta, tra cui l’inizio di un carme sul re assiro Nino, che «possedeva un mare di denaro» ed era «bravissimo a mangiare, bere e fare l’amore». Una gentile usanza popolare ispira il Canto dei questuanti con la canocchia; con grazie riprende i temi del folclore, facendo seguire alla richiesta di modesti doni l’augurio alla fanciulla di casa di trovare un marito illustre e ricco e di deporre un bimbo tra le braccia del vecchio padre e una bimba sulle ginocchia della madre.

Conclusione

Riassumendo, abbiamo visto come un personaggio come Archiloco possa essere allo stesso tempo innovativo quanto sfacciato. Anzi, forse è proprio grazie alla sua sfacciataggine se la poesia greca ha avuto un’evoluzione importante.

La vitalità potente dei suoi componimenti gli permette di svuotare di significato i valori aristocratici e passati, rivendicando l’importanza del presente e della sua multiforme realtà [3].

Bibliografia

[1] Maxwell Fabiszewski, Expressions of Violence as Determining Reality in Archilochus, April 2015, p.74

[2] L. A. Swift, NEGOTIATING SEDUCTION: ARCHILOCHUS’ COLOGNE EPODE AND THE TRANSFORMATION OF EPIC, p.8

[3] Dario Del Corno, Letteratura greca, Milano, Principato, 2020, p.97-98-99-100

The Walking Dead 11: recensione del secondo episodio

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Acheronte, parte 2: in questo secondo episodio dell’undicesima stagione di The Walking Dead, il team di Maggie riesce ad uscire dalla metropolitana infestata dagli zombi. A caro, carissimo prezzo.

Mors tua, vita mea

La puntata propone una dinamica molto sottile. Maggi ce l’ha con Negan perché non l’ha aiutata a mettersi in salvo, e la squadra lo aggredisce per questo. In realtà Negan si sente come uno che fa quel che può, e non ha alcuna intenzione di tendere la mano a chi vuole ucciderlo. Per quanto possa sembrare insensato – perché Negan si è macchiato dell’omicidio di Glenn – in realtà il suo comportamento ha un senso nell’Universo in questione. E anche Maggie l’ha capito.

Non serviranno troppe parole per lasciarlo intendere. Maggie dovrà sacrificare la vita di chi ha abbandonato la squadra, per salvare la squadra stessa e il futuro di Alexandria: parte di questa salvezza sarà riposta anche nelle mani di Negan, che in fatto di headshot se la cava piuttosto bene.

Il focus su Maggie è fortissimo, come la pressione sulla sua leadership. La solitudine di chi comanda permea tutte le scene a lei dedicate: schiaccia, quasi soffoca. In Maggie rivediamo Rick e le sue scelte difficili. Questa donna, nonostante la pressione, è totalmente all’altezza della situazione, e lo dimostrerà per l’ennesima volta. Il punto è che questa è una storia già vista.

Un riflettore si accende anche su Daryl, che entra in scena deus ex machina per salvare i suoi compagni, dopo averli abbandonati per salvare il cane. Non posso biasimarlo per questa scelta: Dog prima di tutti!

Doppia leadership al femminile

Nella trama parallela è Yumiko a prendere la scena: l’ex avvocato sfoggia tutta la sua intelligenza per incartare il CommonWealth, che non sembra molto scioccato dalla scaltrezza della donna. C’è da dire che in The Walking Dead è piacevole vedere quanto uomini e donne si alternino al potere senza troppe differenze di genere.

Il problema è uno solo: è tutto già visto. Nelle due trame parallele vediamo a confronto corpo e mente, azione fisica e azione mentale. Tuttavia, la storia gira intorno sempre alle stesse cose: si esce, si resta incastrati con gli zombie alle calcagna, qualcuno muore e quelli che si salvano incontrano i nuovi cattivi della stagione. Seguono dolori, scelte difficili, alleanze impossibili, tradimenti e così via. Un’epopea senza fine che mi fa un po’ rimpiangere la tenera zombi Sophia che usciva timida dal granaio, alla fine della seconda stagione, quando tutto era ancora così semplice e umano.

L’unica novità qui è Eugene che incontra finalmente Stephanie alla fine della puntata.

Alessia Pizzi

Promo del terzo episodio

La Casa di Carta 5: recensione dei primi 2 episodi in anteprima

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Quando esce in Italia la quinta stagione?

“La casa di carta” , la serie che ha incollato allo schermo milioni di spettatori, sta per scrivere il suo ultimo capitolo e non abbiamo dubbi che lo farà alla grande. L’attesa è quasi finita: il 3 Settembre saranno caricati sul catalogo di Netflix Italia cinque episodi, visibili anche su Sky Q e Now, mentre l’attesa si protrae fino al 3 Dicembre per il secondo volume della quinta stagione, altri 5 episodi, stavolta davvero gli ultimi.

La trama

No, tranquilli, niente spoiler. Avevamo lasciato i nostri nella banca di Spagna, col piano ambizioso di fondere l’oro e di farlo uscire sotto gli occhi della sicurezza. Sono passate più di 100 ore: nell’ultima stagione c’era stato il furbo salvataggio di Lisbona, ora nella banca con gli altri ma qualcosa va storto. Il Professore è sorpreso e catturato da Sierra e tanti cari saluti alla mente geniale: questa volta non c’è un piano di sicurezza e i nostri rimangono per la prima volta senza direttive. La situazione si complica quando l’esercito, pronto a fare una carneficina, viene coinvolto dalla polizia: inizia una guerra.

Cosa accade nei primi due episodi

Chi è abituato alla Casa di carta, lo sa: e non ci si aspetti un cambio di registro. I due primi episodi sono il solito concentrato di action– un po’ forzata alle volte, lo ammettiamo, ma quanto ci piace?;

Quel che capiamo subito è che il Professore è nelle mani della spietatissima Sierra: legato e torturato, Sierra cerca di costringerlo a parlare. Avviso a chi abbia conosciuto il personaggio dalla prima stagione: a vederlo così, senza piani, vi si stringerà il cuore e vi verrà da urlare quando, ormai completamente arreso, chiamerà i suoi, nella banca che aspettano direttive, e gli dirà semplicemente “Mi dispiace.” Una scena che forse, da fan, non avremmo mai voluto vedere. Soprattutto dopo quattro stagioni che ci hanno abituato a pensare al professore come ad uno che, qualunque cosa accada, dal cilindro continuerà a tirare fuori conigli.

Segue un flashback- un altro?!– in cui et voilà l’ennesimo retroscena che di Berlino, ambiguo e bellissimo come sempre, proprio non potevamo perderci: il figlio. Dalla breve scena che segue ci viene lasciato il dubbio che questo ragazzone biondo e buono buono, l’esatto opposto del padre, ci sarà molto utile nei prossimi episodi.

La tensione nella banca, nel mentre, sale: si prepara l’esercito guidato da un brutto ceffo- fidatevi, vi starà antipatico dopo sessanta secondi esatti di scena-. Dentro le cose non vanno meglio, c’è aria di litigio un po’ ovunque: tra Tokyo e Lisbona, Tokyo inizialmente sembra non fidarsi ( tanto per cambiare) e due secondi dopo si lancia nell’accorato ricordo- ecco un altro flashback- dell’amore che l’ha unita a quello che lei definisce l’amore della sua vita, con cui ha iniziato a fare le prime rapine e poi tragicamente morto in una di queste. Tra Denver e Stoccolma inutile dirlo; ma ,insomma, andateci voi d’accordo con Denver.

La situazione, come nel più classico dei casi della serie, ad andare giù a picco ci mette un attimo.

Piccola clausola per i sostenitori della coppia Tokyo-Rio: tenetevi forti.

Il Trailer della quinta stagione

Il Cast e le nuove entrate

Oltre al solito cast quasi al completo – sì, compare ancora Berlino per la gioia di molti- ci saranno delle novità: Miguel Angel Silvestre nei panni di René, l’uomo che Tokyo ricorda nei suoi flashback come l’amore, ormai perduto, della sua vita. Patrick Criado sarà invece il figlio di Berlino, Rafael, ingegnere informatico dal cuore buono. In ultimo lo spietato Sagasta, il capo dell’esercito, sarà interpretato da Josè Manuel Seda.

Serena Garofalo

Figli degli anni Novanta

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Una mattina ti svegli e non hai più 18 anni, e neanche 23, e neanche 27, e se è per questo neanche 30. Io non so voi, ma dopo aver compiuto 30 anni ho tolto la mia data di nascita dai social: non posso più affrontare la notifica che mi ricorda che l’età avanza inesorabilmente. Si vede però che ovviamente i miei dati, come i vostri, sono stati salvati e archiviati forever and ever and ever. 

Quindi ogni volta che sono sull’internet un certo algoritmo continua a ripropormi pubblicità di prodotti che una come me, nata nei lontani anni ’80, dovrebbe usare: il dispositivo medico per capire quando sono nei miei giorni fertili, perché a una certa età è “normale” che una donna debba sfornare uno o più figli; il siero antirughe che rimpolpa, perché è sottinteso che una donna arrivata a una certa età non abbia più il viso fresco; il gel anticellulite, per avere delle cosce e dei glutei liscissimi; la tinta per capelli con effetto naturale and so on.

Ho comprato un album fotografico. Avete presente gli album in cui si inseriscono le foto dei figli? C’è la sezione dedicata al primo mese, al primo dentino, al primo anno, alla prima cacca, al primo rigurgito. Ecco io ne ho creato uno personalizzato per tenere sotto controllo la storia della mia decadenza: la prima ruga, il primo capello bianco, il primo chilo in più, il primo centimetro quadrato di pelle a buccia di arancia, il primo pelo bianco ribelle che si allunga su per il viso manco fossi una befana. Non è vero, questo album non esiste, non ho stampato delle foto, ma tutte quelle prime volte sono ben impresse nella memoria, nonostante dopo i 30 anche quella abbia cominciato a vacillare. 

Ho pensato di non poter ingannare internet e i suoi algoritmi, ma la gente forse sì. 

Ad esempio una volta sono andata a fare una lezione in Università come collaboratore esterno. Convinta di poter sembrare più giovane mi sono vestita come una teenager: t-shirt, jeans, scarpe da ginnastica di tela e zainetto dello stesso materiale. Entro nel bar e il tizio lì al bancone mi fa: “Cosa prende signora?”. “Un caffè per favore (ma signora a chi? Come ti permetti? Maleducato, ignorante e cafone). Grazie”. Epic Fail. Fatal Error. Game Over. That’s all folks. 

Anzi no, non è tutto. Contrariamente a quanto si crede non è mai stata approvata in Italia una legge che abbia abolito ufficialmente il termine signorina. Quindi se il tizio mi ha dato della signora è perché sembro una signora. Ma io non sono una signora, una con tutte stelle nella vita… D’altronde se mi chiamano ragazza mi fa un po’ male il cuore, perché è una bugia. 

Una volta mi sono quasi commossa. Ero a Edimburgo per il Fringe Festival e all’ingresso di un club mi hanno fermata, per chiedermi il documento di identità. Volevano esser certi che fossi maggiorenne. Mi sono venuti gli occhi lucidi e la pelle a cappone. 

Si dice che una volta Anna Magnani abbia chiesto al suo truccatore di lasciarle tutte le rughe, perché ci ha messo una vita a farsele venire. Io amo Anna Magnani e le sue rughe sono bellissime, ma le mie no. 

“L’assassino”, la prima nevrosi di Elio Petri

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Titolo originale: L’assassino
Regia: Elio Petri
Soggetto e sceneggiatura: Elio Petri, Tonino Guerra, Pasquale Festa Campanile, Massimo Franciosa
Cast principale: Marcello Mastroianni, Salvo Randone, Micheline Presle, Cristina Gaioni
Nazione: Italia
Anno: 1961

Può un’opera prima, giovanile e già matura, rivelarsi un prezioso crogiuolo in cui risuonano tutti gli accordi, le variazioni, la forza espressiva di un autore? L’assassino (1961) sta qui a dimostrarlo. Realizzato da un Elio Petri trentaduenne, sommerso da cumuli di prodotti più o meno ottimi (nell’ipertrofica congerie della cinematografia nostrana, segnata – all’epoca – da una ‘concorrenza’ spietata) il film mostra in filigrana le tracce di una visione sfrangiata, capace di incrinare la superfice apparentemente salda del quotidiano. Tipico del cineasta, naturalmente altro rispetto ai tempi, avulso da logiche di mercato e dall’inserimento in cori obbligati, tesi alla narrazione di una società sghemba e mutata, incapace di accettarsi.  

Tra cinismo e inganno

Costruita come un lungo incubo, striato di flash e partizioni memoriali, l’opera conserva una sua linearità restituendo, per tratti essenziali, i nodi irrisolti della vita del protagonista. Individuo cinico e corrotto, colpevole – al di là dei fatti – di un dis-umano modo di vedere, l’antiquario Alfredo Martelli (Marcello Mastroianni) è uno spietato figlio del boom, campione di un’umanità rispettabile, che pacifica e rasserena. Accusato, in apparenza senza ragioni, di aver ucciso la facoltosa amante (Micheline Presle), Martelli è un mezzo di indagine, lo spettro scelto da Petri per perturbare l’azione.

Tutta la storia si svolge sotto la sua pelle, nei movimenti nervosi delle braccia, nell’incavo delle rughe sottili come linee di demarcazione. Inganna Martelli, nasconde frammenti di un passato mellifluo, via via incancrenito dall’arrivismo dispeptico, che travalica il passato nobile – non a caso passivo, ‘mediato’, come dimostra l’episodio del nonno antifascista – e converge nell’horror vacui del suo oggi. Manipolatore senza scrupoli, mantenuto da donne devote e circuite, il protagonista è il fulcro di un racconto destrutturato, un gioco di scatole senza fondo, in cui il giallo più riuscito è – gaddianamente – quello che non ha una soluzione.

L’indagine psicologica e sociale

Le venature thriller, la suspense del sospetto, tutto concorre alla costruzione di un’opera psicologica, esteriormente francese – con dissolvenze, contrazioni tipiche della Nouvelle Vague – e una profonda matrice italica, striata di umorismo, notazioni di costume, verve affabulatoria tipica del nostro cinema. Nell’atmosfera fumosa, soffocante oltre il limite (non solo il commissariato, ma ogni ambiente abitato da Martelli è angusto) si svela la forma del cinema di Petri, che pesca dal crime, dal poliziesco anglosassone e poi rovescia le aspettative, sabota interiormente le linee guida del genere. Il tortuoso procedere della narrazione risponde a un desiderio di scandaglio sociale, alla denuncia di certe pratiche ataviche, connaturate all’ambiente medio borghese che, da sempre, è il «territorio esclusivo della commedia all’italiana».

Stupisce la capacità di Petri di descrivere e far muovere la psiche di Martelli, di rendere le sue idee proiezioni di immagini, in un viaggio kafkiano nei recessi dell’inconscio e ancor più nella coscienza collettiva. È la dialettica tra pubblico e privato, il tarlo dell’etica a senso unico il fulcro vitale di quest’opera. Come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), nel rovesciamento di ruoli ancor tipico del suo cinema, in cui tutto è osmosi e il chiaroscuro riluce, il racconto di un’oppressione diviene metafora della cancrena collettiva. C’è spazio per tutto: per l’orrore del vizio, per la sudditanza del debole al ‘padrone’ (emblematica la dipendenza di Rosetta, Giovanna Gagliardo, ad Alfredo, pronta come è ad autoaccusarsi del delitto), per lo sconfinamento di responsabilità, laddove la polizia opera con metodi illegali e l’accusato – moralmente riprovevole – è, in fondo, una vittima del sistema.

Una metafisica del reale

Come se guardasse tutto da lontano, Petri fotografa uno stato incancrenito, un malessere individuale cifrato, quasi un’allegoria del suo reale. I loschi compagni di cella di Martelli, Paolo (Paolo Panelli) e Toni (Toni Ucci), si configurano come metafore della coscienza, brevi lampi ambigui – e per questo ficcanti – sulla paura e sulla violenza. La loro azione, il loro sapere ‘da strada’, inducono il protagonista a una confessione, a una catarsi salvifica che ha il sapore dell’impostura.

Ogni sfumatura della sua liberazione rivela un senso di incompiuto, ogni dettaglio sul colpevole si mostra futile e incidentale.
Permane, al termine della visione, la certezza di aver assistito a un dramma, alla complessità di personaggi singolarmente universali. Non c’è sarcasmo né vieta retorica nell’indagine di Elio Petri. Tutto sconfina, straborda, fluisce in rivoli torbidi. E punge, dilania. Più del carcere o della colpa.

Tre motivi per vedere il film

  • L’andamento tortuoso della trama
  • Le atmosfere da noir franco-anglosassone
  • L’ottima prova di Salvo Randone

Quando vedere il film

Come primo, obbligato capitolo della filmografia di Elio Petri.

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo Cineforum? Eccolo per te!

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Nine Perfect Strangers: recensione del quarto episodio

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Torniamo su Amazon Prime Video e nel mondo di Tranquillum, che tanto tranquillo non sembra essere. In questo quarto episodio di Nine Perfect Strangers gli ospiti scoprono che la padrona di casa non è stata totalmente sincera con loro. Tuttavia, dopo una iniziale reticenza, decideranno comunque di rimanere nel resort.

Le minacce contro Masha

Cosa si nasconde dietro i sorrisi di Masha? Una donna a sangue freddo, una manipolatrice? La sua brama di rivincita nei confronti del mondo è molto forte. Forse avrà smesso di fare la manager 24 ore al giorno, ma l’indole è ancora quella della conquistatrice. Sarà che non è il lavoro a renderci ciò che siamo: la natura di Masha è ambiziosa e l’apparente calma del suo resort non può di certo cambiarla.

Se non la intaccano i timori del suo fidato staff, figuriamoci il resto: la donna non sembra fermarsi neppure di fronte alle minacce anonime che sta ricevendo. Chi sta giocando sporco? Qualcuno degli ospiti, dello staff o qualcun altro personaggio che ancora non si è rivelato?

Il resort del dolore

Nel frattempo continuano gli sfoghi dei personaggi, anche fisici: volenti o nolenti gli ospiti di Tranquillum stanno tirando fuori i loro demoni. Le dinamiche di “decompressione” iniziano a delineare delle “nuove coppie”, oltre quelle canoniche. La giovane Zoe – ospite con i genitori (i Marconi) dopo il suicidio del gemello – ha legato con il giornalista gay Lars, e la scrittrice Francis inizia a diventare molto amica del giocatore Tony, la cui improvvisa interruzione di carriera sembra non essere più l’unico motivo per cui ha deciso di ritirarsi nel resort.

Le cicatrici degli ospiti emergono e sanguinano stuzzicate da Masha, e chi ne inizia a trarre davvero giovamento è la coppia Marconi, che ritrova affinità dopo ben tre anni di freddezza e distacco. Non si può dire lo stesso di Ben e della sua influencer Jessica, che secondo me ci riserverà delle grandi sorprese. Il bello di questa serie rimane la progressiva rivelazione di tutti i segreti celati: non resta che aspettare un colpo di scena dai personaggi che sembrano più remissivi, come anche Carmel.

Manipolazione o meno, alla fine dei conti Masha scava e tira fuori quel dolore preannunciato sin dal primo episodio con un aiutino “magico” nelle bevande che offre ai suoi ospiti: il protocollo lo chiama, e ha intenzione di aumentare il dosaggio. E come si fa a tirare fuori il dolore? Perdendo il controllo e quindi la gestione delle apparenze.

La mania del controllo

E qui torniamo un po’ alla denuncia iniziale relativa al “va tutto bene” della nostra società, di cui Masha è ancora prima vittima: nonostante il suo ruolo di guida in Tranquillum, lei stessa scansa il suo dolore: lo abbiamo visto quando è stata uccisa la sua capra dal team degli uomini e lo vediamo ancora di fronte alle minacce che riceve. Qualcuno lo ha capito e vuole metterla in ginocchio come lei sta facendo con gli ospiti. Ci riuscirà?

Alessia Pizzi

Quando l’arte incontra il sacro

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Il rapporto tra arte e religione è stata focale per gran parte della produzione artistica del passato e in alcuni casi anche moderna e contemporanea.

Nei tempi antichi è possibile vedere una relazione molto stretta tra l’arte e il sacro. Basti pensare alle pitture egizie, realizzate all’interno delle catacombe, alle famose ieratiche Madonne dei Bizantini, fino alle pitture e sculture dell’antica Grecia e dell’Impero Romane dedicate agli dei, fino a raggiungere all’indissolubile rapporto tra la religione cristiana e l’arte, come nelle opere di Michelangelo, Caravaggio fino a raggiungere l’età barocca e l’epoca contemporanea.

L’arte dunque ha visto una stretta relazione con il sacro e la religione, che può essere ben vista in alcune opere pittoriche e scultoree che rappresentano parte della storia artistica non solo del nostro paese ma del mondo.

L’arte e il sacro: dal rinascimento di Michelangelo a Caravaggio

L’arte e la religione si sono unite in uno stretto rapporto che hanno permesso da secoli la realizzazione di opere ispirate, meravigliose, che toccano nel profondo anche i non credenti.

Rifacendoci all’arte italiana non possiamo che fare riferimento a due grandi pittori legati alla religione, e realizzatori di opere proprio commissionate dalla Chiesa e dai clericali. Stiamo parlando di Michelangelo Buonarroti e di Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio.

Michelangelo erede dell’arte della Firenze medicea ha raggiunto l’apice della carriera proprio grazie alla produzione di opere d’arte per i Papa di Roma, come i famosi affreschi che hanno decorato la Cappella Sistina e che ancora oggi attraggono milioni di turisti e amanti dell’arte. Nella città papale, centro d’attrazione per gli artisti all’epoca, grazie al sostegno economico offerto dalla chiesa, Michelangelo creò uno dei suoi capolavori: La Pietà Vaticana.

Al servizio dei Papa, come Giulio II che era trascinato dalla furia creativa del Michelangelo, l’autore si occupò di diversi affreschi. Tra i suoi ultimi lavori, forse uno dei più ispirati e legati alla religione non si può che citare la Pierà Rondanini, drammatica immagine di Maria madre di Gesù che sostiene il figlio il giorno della sua morte. Un’opera a cui Michelangelo da significato di un requiem.

La storia di Caravaggio è di sicuro ricca di misticismo, di avventure caratterizzate dal suo atteggiamento aggressivo e ribelle. Ma il Caravaggio era anche profondamente religioso, creando con la sua arte un percorso spirituale, ricco di dubbi e pareri contrastanti, tant’è che la sua spiritualità rimane ancora un mistero.

Caravaggio, nasconde all’interno dei suoi quadri sempre dei simboli cristiani e spesso usa la luce, a rappresentanza della presenza del divino. La devozione e la ricerca di Dio si denota non solo nei dipinti religiosi, come ad esempio la Cattura di Cristo o la Cena in Emmaus, ma anche nei quadri realistici, come ad esempio la Canestra di Frutta.

Il rapporto tra la religione, il sacro e l’arte in epoca moderna

Il rapporto tra l’arte e il sacro continua a ripresentarsi anche nel corso dei secoli, non solo nei pittori e scultori italiani, ma nelle opere di tutto il mondo.  Basti guardare alle opere che rappresentano il Cristo come quello di Chagall oppure di Ernst, i riferimenti alle persecuzioni ebraiche fino al laicismo offerto da opere come la Crocifissione di Guttuso.

In età moderna dobbiamo anche evidenziare come ci sia stato un altro pittore che ha voluto far trasparire dalle sue opere: la luce, il divino, la spiritualità e l’anima, ecco riassuntoil pittore della luce Thomas Kinkade.

Questo artista nelle sue opere e grazie alle sue capacità artistica ha voluto dimostrare come alcune atmosfere e paesaggi siano dimostrazioni vere e proprie dell’essenza del divino, del mistero di Dio, sul quale si fonda l’animo umano. L’arte figurativa emotiva di Kinkade è un inneggio alle opere di Dio sulla terra, con paesaggi che vivono di luce propria e che gli hanno dato il nome di “the painter of lightness”.

Possiamo vedere come la religione sia ancora presente anche in altre opere in epoca moderna e contemporanea. Come l’Angelo Annunciante di Corcos punto prospettico di un giardino assolato. Oppure la Resurrezione di Lazzaro di Annigoni, un’opera unica e singolare, in quanto non basata sul miracolo compiuto, ma sull’attimo che lo precede. Da nominare anche il Figliol Prodigo di Arturo Martini con richiami alla modernità, ma anche alla tradizione medievale e classica.

Gli artisti, dunque, anche in epoca moderna hanno continuato in un modo o nell’altro a far coincidere l’arte e il sacro. Naturalmente, diversi artisti si allontanano dall’arte cristiana, ma fanno riferimento anche ad altre religioni da quella ebraica, al buddismo fino all’islamismo.

Oggi sicuramente il legame tra religione e arte si è allentato rispetto al passato, è meno esplicito e più conflittuale rispetto a un tempo. Ma rimane comunque presente, in quanto sono diversi gli artisti che vogliono far rivivere nelle loro opere l’arte con lo spirito umano e in alcuni casi divino.

“Is this it”: il primo album degli Strokes compie venti anni

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Pubblicato in Inghilterra il 27 agosto del 2001, Is This It è l’album d’esordio degli Strokes, gruppo di New York formato da cinque ventenni: Julian Casablancas, il front-man; i chitarristi Nick Valensi e Albert Hammond Jr; il batterista Fabrizio Moretti e il bassista Nikolai Fraiture.

Nonostante i consigli di Rough Trade e le sessioni in Inghilterra con il produttore dei Pixies Gil Norton, Casablancas e compagni hanno insistito per registrare questo album nel minuscolo studio seminterrato del produttore Gordon Raphael, sulla squallida Avenue A del Lower East Side di Manhattan, con nient’altro che alcune immagini del catalogo di biancheria intima di Victoria’s Secret attaccate a un muro per distrarsi.

I risultati sono stati grandiosi e l’album ha conquistato critica e pubblico, diventando una pietra miliare nella storia del rock internazionale.

Is this it si ascolta in trentasei minuti che volano in un lampo. Gli Strokes, ispirandosi al rock ‘n’ roll di Iggy Pop e Velvet Underground, David Bowie, Stooges e Television, costruiscono un disco vincente, composto da brani orecchiabili, coinvolgenti, divertenti e memorabili.

Melodie semplici, ritmi veloci, chitarre vivaci: questo è This is it. La voce di Casablancas è il plus dell’album. Il front-man, con il suo canto svogliato e la voce annoiata, costantemente impastata di alcool e fumo in attitudine punk, è il vero marchio di fabbrica, oltreché punto di forza, della band.

Track listing

  1. Is This It 
  2. The Modern Age 
  3. Soma 
  4. Barely Legal 
  5. Someday 
  6. Alone, Together 
  7. Last Nite 
  8. Hard to explain
  9. New York City Cops 
  10. Trying Your Luck 
  11. Take It or Leave It 

L’album inizia proprio con la title track, e prosegue in modo lineare ricamando trame rockabilly o punk e strizzando l’occhio al brit-pop europeo anni ’90. I miei pezzi preferiti sono tre: Someday, Last night, Hard to explain.

Ed è proprio così: è difficile da spiegare questo album semplicemente perfetto, rock e mainstream, fresco ed estivo. La formula vincente è fatta di un sound sporco, sonorità orecchiabili e la sensazione di essere in sala prove ad ascoltare degli amici che suonano. Non è un caso se gli Strokes diventano portavoce di un’intera generazione e se hanno poi influenzato altre band protagoniste della scena musicale mondiale: il debito musicale e visivo che i Libertines, i Franz Ferdinand e gli Arctic Monkeys hanno nei confronti di Casablancas & Co. è evidente e innegabile.

Is this it, la copertina

Il primo album degli Strokes si fa ricordare, oltre per la sua musica, anche per la sua cover in bianco e nero, sulla quale vediamo il profilo di un sedere femminile coperto da una mano con un guanto nero in lattice.

Questa immagine che potremmo definire fetish fu scelta per il disco venduto sul mercato europeo, mentre per il mercato americano, per evitare problemi di censura, in copertina si può ammirare il Big Bang, ovvero un particolare della collisione di particelle effettuata nell’acceleratore del CERN.

Valeria de Bari

The Walking Dead 11: recensione del primo episodio

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Ci siamo: undici stagioni, non tutte fantastiche – bisogna essere onesti – e anche The Walking Dead chiude i battenti. L’ultima stagione arriva su Disney Plus (insieme a tutte le altre) con abbonamento normale e un episodio a settimana ogni lunedì.

Le uscite degli episodi di The Walking Dead 11

La stagione è composta da 24 episodi, ma la seconda parte sarà mandata in onda nel 2022.

Recensioni della Prima Parte

Recensioni della Seconda Parte

Il trailer

Novità nel cast

A chiudere il sipario torna anche Maggie: sono passati sei anni dalla morte di Glenn per mano di Negan, e i conti stanno per essere saldati. Con questa sete di vendetta si apre il primo episodio dell’undicesima stagione su Star: si intitola “Acheron”, come il fiume infernale menzionato anche da Dante nella Divina Commedia, e forse non è un caso. La donna guida il team alla ricerca di cibo per Alexandria, distrutta dall’orda di Beta, e porta con sé Daryl e Negan. Non mancano duri confronti già da questa prima puntata: Negan è il solito provocatore, ma Maggie non ci sta. Si rivela molto oneroso avventurarsi in missioni tra la vita e la morte affiancati dall’assassino del proprio grande amore. E questa missione è molto pericolosa, ma imprescindibile per la sopravvivenza di tutta la comunità: ci lascia col fiato sospeso fino alla fine dell’episodio, che si chiude con un vicolo cieco nel binario di un treno e l’ennesima orda di zombie. Aspiriamo dunque al Paradiso per il finale di stagione?

Il duello emotivo tra Maggie e Negan non è l’unico momento interessante, comunque: Yomiko, Princess, Ezekiel e Eugene erano sulla strada per incontrare l’amore radiofonico di quest’ultimo – Stephanie – e si ritrovano in un edificio dove arrivano bendati; all’interno vengono interrogati per sette ore sulla loro “vita precedente” da uno staff del Commonwealth. In questo episodio si inizia a capire che Princess è un personaggio molto perspicace nonostante le apparenze un po’ buffe. E così, mentre la squadra tenta la fuga grazie a una sua intuizione, sempre Princess scopre che forse sono lì perché qualcuno li sta cercando.

Rick Grimes tornerà?

Molti si staranno chiedendo come sia possibile chiudere la serie senza notizie su Rick, ma sappiamo che il nostro eroe tornerà solo al cinema per il film già preannunciato. Possiamo comunque continuare a sperare in una sorpresa: sarebbe bello mettere un punto alla sua storia, visto che The Walking Dead è iniziato proprio col suo risveglio all’ospedale. Nel frattempo, comunque, ci sono altri conti da chiudere, quindi scegliere di riportare Maggie in scena è stata sicuramente una buona idea: Daryl e Carol sono entrati in un loop di comportamenti sempre uguali che non consentono alla trama di svilupparsi in maniera avvincente. Manca un leader. E dopo Michonne, la palla passa alla ex ragazza di campagna.

L’inizio della fine

Questo il sottotitolo della stagione finale, iniziata davvero bene. I 46 minuti minuti del primo episodio non annoiano e conducono lo spettatore in due trame parallele intriganti. Dobbiamo solo sperare che si prosegua con questo andamento e soprattutto che – qualunque cosa accada – il cane di Daryl sopravviva.

Alessia Pizzi

Promo dell’episodio 2

Nine Perfect Strangers: recensione dei primi 3 episodi

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Nove perfetti sconosciuti è la traduzione del titolo originale di questa serie su Amazon Prime Video, ovvero della nuova perla di fine estate. Sono già usciti i primi tre episodi, mentre per gli altri dovremo attendere tutti i venerdì fino alla seconda metà di settembre, per un totale di otto episodi. Già questa informazione fa intuire il senso di tristezza che mi ha invaso, quando alla fine del terzo episodio, mi sono resa conto che non ce n’erano altri da guardare. Buon segno, penserà il lettore di questo articolo, e farà bene: Nine Perfect Strangers è una serie ben scritta e che per ora sa appassionare.

Quando escono gli episodi in Italia?

Il Trailer

Già dal trailer si può intuire il tema principale che affronta la serie: il superamento del dolore. C’è da dire che il dolore è una questione molto soggettiva, quindi nella serie si incontrano vari tipi di esperienze. Il fattore interessante risiede nella modalità in cui vengono affrontate le criticità e soprattutto nelle risorse nuove e inaspettate che i personaggi sanno tirare fuori per vivere il proprio malessere, ed esorcizzarlo.

La Trama

Partiamo dal principio: nove sconosciuti con nove storie differenti – tutte da scoprire piano piano – si recano in un resort guidato da Masha, una sorta di santona russa pronta a stravolgere le loro vite. Con lei c’è uno staff di assistenti personali che guiderà i protagonisti attraverso la loro rinascita. Nel gruppo troviamo varie maschere: per citarne alcune, la ragazza ossessionata dai social network, la scrittrice in crisi, il giocatore infortunato. La polemica verso il mondo Occidentale e verso tutte le forme di panico che il nostro sistema sociale scatena nelle persone è evidente: l’ossessione per la perfezione, l’idea di auto-miglioramento, il fare finta che vada tutto bene, il successo a tutti i costi, sono le componenti alla base di questa storia, dove in fin dei conti si cerca giusto…il senso della vita. E nel variegato gruppo non mancano la figura dell’omosessuale e della donna nera, tanto care – oggigiorno – a tutte le serie sfornate dalle piattaforme streaming. La cosa buona è che fino al terzo episodio ancora non si è caduti nel cliché.

I dialoghi ondeggiano tra il drammatico e il comico, intrigando lo spettatore ad ogni battuta. La fotografia è bellissima e suggestiva. L’atmosfera New Age catapulta in questo universo parallelo – Tranquillum House si chiama – dove una donna vuole fare la differenza e aiutare gli altri. Ad ogni costo. Sarà solo per puro altruismo? Non ci è dato saperlo, ma siamo qui per scoprirlo.

Il Cast

Cosa fa la differenza in questa serie? Sicuramente il cast d’eccezione. Capeggia l’eleganza indiscussa di Nicole Kidman, un’attrice che non delude. Il ruolo della guida spirituale, della donna apparentemente gelida, le riesce come sempre alla perfezione. Bellissima, eterea, affascinante, dopo Big Little Lies, l’attrice australiana è tornata a farci sognare con il suo carisma.

Insieme a lei anche la simpaticissima Melissa McCarthy, la chef Suki di Una Mamma per Amica: profonda e ironica, ci guida nel suo personaggio come solo lei sa fare. Questa volta è affiancata da un “antagonista” d’eccezione, Bobby Cannavale, recentemente apparso nel sequel di Jumanji.

Perché guardare Nove Perfetti Sconosciuti?

Sono bastati tre episodi per far salire l’acquolina in bocca: quale segreto nasconde Masha? Perché vuole a tutti i costi “sistemare” le persone”? Ma soprattutto, ci riuscirà con questo gruppo? Il suo staff sembra molto preoccupato, e già al terzo giorno, iniziano a fioccare imprevisti che nemmeno lei avrebbe potuto programmare…

Alessia Pizzi

“Loki”: la redenzione come amore di sé

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Loki è la terza serie tv dell’universo Marvel arrivata su Disney+ lo scorso 9 giugno dopo il debutto di WandaVision e di Falcon and the Winter Soldier.

Tra le più attese di sempre è anche quella che ha segnato un cambiamento importante nella storia non solo del protagonista che dà il nome allo show, ma per tutti gli altri personaggi che abbiamo conosciuto e che conosceremo (Shang-Chi arriverà sugli schermi a partire dal 3 settembre). D’altra parte è da un po’ che gli appassionati lo hanno capito: non è più possibile pensare a tutte queste storie come a sé stanti. Sono tutte collegate le une alle altre. Eroi e antieroi sono tanti e sono diversi ma le azioni di ognuno di loro ha ripercussioni su ciò che accadrà a qualcun altro. Un po’ come nella vita.

I film e le serie tv della Marvel stanno creando un’imponente saga ricca di personalità intrecciate per servire un solo e unico mondo narrativo che interpreta in chiave d’azione temi archetipici e da sempre in circolazione: quelli legati all’eroe e al suo viaggio. In Loki c’è tutto questo, ma riguarda uno degli antagonisti più noti (e anche più amati) del mondo Marvel.

Loki: la trama della serie tv

Loki ha fatto la sua comparsa nel mondo Marvel in Thor, il primo film dedicato al dio del tuono. Da subito è stato presentato come un personaggio ambizioso, assetato di potere e soprattutto geloso del fratello maggiore Thor. Nel momento in cui scopre di essere stato solo adottato da Odino e di non essere realmente un asgardiano, il dio dell’inganno si sente come autorizzato a comportarsi da “cattivo”. Lo abbiamo visto tentare di distruggere la Terra in Avengers e ingannare più volte suo fratello in Thor – The Dark World e Thor: Ragnarok. Ma è proprio in quest’ultimo film che il personaggio inizia a dare segni di cedimento e a mostrare un inconscio istinto di redenzione. Redenzione che sarà completata con il suo sacrificio all’inizio di Avengers: Infinity War per mano di Thanos.

Ma se Loki muore, come è possibile che ci sia una serie a lui dedicata? Chi ha visto Avengers: Endgame sa che grazie ai viaggi del tempo di Tony Stark, Capitan America e compagnia, il Loki del 2012 (proprio quello del primo Avengers) riesce a fuggire dando inizio alla storia della serie.

Il Loki in fuga è diventato una variante della Sacra Linea del Tempo, custodita e preservata da un’apposita organizzazione, la TVA. Rintracciato dagli agenti, Loki viene fatto prigioniero. Mobius, un investigatore gentile della TVA, gli chiede di aiutarli a scovare un’altra variante, Sylvie, che altri non è che la versione femminile di Loki. Come sempre, il protagonista agisce in maniera sleale: si serve di Mobius per arrivare a Sylvie e vorrebbe allearsi con lei per conquistare il potere dei Custodi del Tempo, i capi della TVA. La donna, invece, agisce per vendetta: i Custodi del Tempo l’hanno portata via dalla sua vita rendendola una fuggiasca sin da quando era piccola.

Sylvie rivela a Loki che la Sacra Linea Temporale non è altro che una delle linee temporali possibili e che a sceglierla sono i Custodi della TVA, organizzazione fasulla in cui tutti quelli che lavorano non sono altro che delle varianti che hanno perso la memoria delle loro vite precedenti. Tra i due Loki nasce un legame molto forte che li porta ad affrontare i Custodi e a scoprire che si tratta solo di macchine, burattini manovrati da un’entità ignota. Dopo un viaggio al di fuori del tempo, Loki e Sylvie arriveranno finalmente a scoprire chi c’è dietro l’ordine imposto: Colui che Rimane (alias variante buona del ben più temuto Kang il Conquistatore).

Colui che Rimane racconta di aver creato la Sacra Linea Temporale e la TVA alla fine della guerra del multiverso per evitare che il cosmo sprofondasse nel caos. Ai due Loki viene data una scelta: sostituire Colui che Rimane nel suo compito oppure ucciderlo e liberare tutte le linee temporali fino ad allora imprigionate. Loki sarebbe propenso a prendere il posto di Colui che Rimane, ma Sylvie vuole la sua vendetta e il libero arbitrio per tutti. Così uccide Colui che Rimane. Loki, spedito via da Sylvie prima dell’omicidio, si ritrova in un altro multiverso, faccia a faccia con la statua di Kang.

Considerazioni sulla serie tv Loki

Fino ad ora, Loki è il prodotto seriale più ambizioso realizzato dalla Marvel. Scenografie ed effetti speciali non hanno nulla da invidiare alle pellicole cinematografiche, anzi. Il livello è molto alto anche per quanto riguarda la colonna sonora (la sigla è tanto semplice quanto incisiva) e soprattutto per la recitazione degli attori. Tom Hiddlestone conferma la sua bravura regalando al suo personaggio tante sfumature nuove che ci portano a esplorare un lato del tutto inedito di Loki. Notevole anche il lavoro di Sophia Di Martino nel ruolo di Sylvie. La chimica tra i due attori riesce a restituire la nascita di una storia d’amore quasi imbarazzata, tenera, adolescenziale. E Owen Wilson è sempre Owen Wilson.

I dialoghi sono brillanti. È tipico della Marvel accostare scene epiche a momenti comici; in Loki viene fatto in maniera magistrale. Le scene tra il protagonista e Mobius sono in grado di passare da un registro ilare a uno drammatico nel giro di pochissimi minuti. Tutte le sequenze che coinvolgono le tante versioni di Loki non passano inosservate di certo.

Eppure c’è una pecca. La velocità di svolgimento di alcune dinamiche e alcune incongruenze narrative.

Non fraintendetemi: la storia funziona ed è anche molto interessante, ma tutto si sviluppa in modo troppo veloce e porta a sacrificare alcune tappe. La storia d’amore tra Loki e Sylvie, ad esempio, è molto accelerata e solo la bravura degli attori restituisce tutte le gradazioni del sentimento. Ma questo potrebbe anche passare. La cosa più grave – a mio avviso – è il modo confuso in cui episodio dopo episodio viene spiegata la questione delle linee temporali. Prima dell’arrivo di Colui che Rimane, spettatori e spettatrici si imbattono in numerose varianti di Loki. C’è Sylvie, ma anche un Loki vecchio, uno giovane, uno nero e… un Loki alligatore. La domanda che nasce spontanea è: perché? Se la linea temporale è una, perché esistono versioni di una stessa persona che possono cambiare razza, sesso e anche specie? La risposta viene data dall’esistenza del multiverso… ma anche dopo lo spiegone finale, ho continuato a provare una sensazione di insoddisfazione. Qualcosa non mi quadra e mi risulta molto strano che i personaggi all’interno della storia non si interroghino mai in merito.

Al di là di questo, il finale della serie apre davvero moltissime possibilità per l’universo Marvel e la curiosità di scoprire che cosa accadrà è sicuramente tanta.

Alla scoperta di Loki

Con questa serie abbiamo avuto la possibilità di conoscere meglio Loki e di assistere alla sua trasformazione da villan a hero. È un personaggio interessante perché ha un doppio percorso di redenzione: il primo è quello che abbiamo già visto nei film; il secondo è quello che ci viene offerto dalla serie che, infatti, riparte da un Loki ancora nel pieno del suo delirio di onnipotenza.

Lo snodo che permette a Loki di cambiare, però, si basa sempre su un’esperienza di dolore e di amore. La morte della madre che lo ha sempre accolto e che gli ha insegnato buona parte dei trucchi magici che conosce è un trauma per Loki. A questa sofferenza si aggiunge quella per la morte del padre (vissuta nei film e vista nella serie tv). Il contraltare della sofferenza è la possibilità di amare. Nei film la redenzione si ha attraverso il legame con il fratello Thor. Nella serie, invece, è grazie all’amore per Sylvie. Ma quest’ultima non è altro che una versione di se stesso. E se Mobius accusa Loki di essere talmente narcisista da potersi innamorare solo del proprio Io, noi possiamo coglierci un’altra verità: qualsiasi tipo di redenzione personale deve partire sempre dall’imparare ad amare la propria persona. Questo significa vedere i propri limiti ed entrare in contatto anche con azioni e sentimenti poco decorosi (proprio nel primo episodio, Loki deve confrontarsi con la sua Linea Temporale) per capire bene chi si è. Solo da quel momento in poi, possiamo ritenerci consapevoli di noi e poi riuscire a fare scelte migliori (in primis proprio per noi stessi) e aprirci nuove possibilità. Questo nuovo amor proprio, permette anche ai rapporti con gli altri di diventare più sinceri e di basarsi sulla fiducia.

Tutto il percorso di Loki è interessante e coinvolgente. Chissà ora cosa gli riserverà il futuro dopo che lui stesso ha sperimentato il tradimento che molto spesso ha inflitto.

Libero arbitrio o schiavitù ordinata?

La trama di Loki si concentra intorno a un quesito sicuramente non originale, ma a cui è talmente difficile dare una risposta che inevitabilmente si finisce per costruirci intorno tante storie e tutte diverse. La domanda è semplice: meglio vivere nel caos avendo libero arbitrio o nell’ordine ma inconsapevolmente controllati da una volontà superiore?

La risposta non può che essere soggettiva e legata alla morale che ciascuno di noi si costruisce nel tempo. Difficile decretare cosa sia positivo e cosa negativo visto che entrambe le situazioni presentano svantaggi e vantaggi di una certa rilevanza. Pensare di decidere per se stessi è oneroso, ma non poi così arduo come dovrebbe essere scegliere per tutti.

È molto interessante vedere Loki scegliere la schiavitù inconsapevole e l’ordine. Non lo fa più per egoismo o per brama di potere. Lo fa per paura del caos e del dolore che potrebbe colpire le persone a cui lui tiene.

Loki 2: l’uscita quando è prevista?

Chi ha resistito e guardato i titoli di coda del finale di stagione sa che Loki 2 si farà. La seconda stagione è stata anche annunciata ufficialmente dalla Disney, ma ancora nulla si sa sulla data di uscita.

Per ora, possiamo ingannare l’attesa guardando What if... su Disney+ prima dell’uscita cinematografica di Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli.

Federica Crisci

Francesco Piccolo e quei libri di vita (non) trascurabile

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Ancora ricordo, ma non ricordo bene quando, che ascoltai a teatro o forse in televisione, la storia di una donna che beve il cappuccino la mattina dopo. Mentre – non ricordo chi – leggeva questo breve passo, io pensavo “ma chi ha scritto questa cosa?”. E poi era uscito fuori il nome, Francesco Piccolo. E il testo era tratto da “Momenti di trascurabile felicità”, primo libro dell’unica trilogia che io abbia mai letto.

L’usus scribendi di Francesco Piccolo ha un dono su tutti: la brevità. Momenti di trascurabile felicità, Momenti di trascurabile infelicità e Momenti trascurabili Vol. 3 sono tre libelli che raccolgono per lo più aneddoti. Il fil rouge di tali aneddoti, raccontati in prima persona da Piccolo, sono proprio questi momenti felici, infelici, e apparentemente trascurabili. Attimi infinitesimali della nostra quotidianità.

In questi piccoli compendi di esperienze vengono semplicemente elencate attività, ricordi, cose che accadono nella vita di tutti: le amiche strane, le file, le fissazioni dei bambini, le cotte. Tutti si identificano, tutti prendono atto che ci sono eventi ricorrenti che amiamo o che ci infastidiscono. I momenti trascurabili sono quelli che ci uniscono, a quanto pare.

Quando capisci al primo colpo se la porta bisogna spingerla o tirarla. Ma non lo capisci quasi mai.

Momenti Trascurabili Vol. 3

Quindi si sorride molto leggendo questi libri, soprattutto perché l’altro dono di Francesco Piccolo è l’ironia. Ma lo scrittore ha qualcosa in più che tiene attaccati al testo: una penna disarmante. I suoi racconti, anche se sicuramente passano attraverso la lente dell’espediente letterario, hanno sempre una parvenza di realtà. Che siano totalmente veri, tratti dalla verità o inventati, è quasi impossibile capirlo: ma Piccolo ha il dono di far sembrare tutto reale, e con innocenza per giunta. Le storie che preferisco sono quelle in cui racconta le vicende con sua moglie e i suoi figli.

La trilogia, come scrivevo sopra, è l’unica che ho letto. La potremmo definire una trilogia per pigri: è piccola, è vivace, e come tutte le saghe letterarie crea dipendenza. O almeno lo immagino, visto che appunto io non leggo trilogie di solito.

Alessia Pizzi

Trentatré anni, trentatré giri

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Oggi è il mio compleanno, purtroppo. Il 22 luglio per me è stato sempre un blue day, altro che blue Monday. 

Mi ricordo che da bambina odiavo essere messa al centro dell’attenzione: arrivavano tutti i compagni di scuola a casa di mia madre con un sacco di regali che a me, puntualmente, non piacevano. A caval donato non si guarda in bocca certo, ma andatelo a spiegare a una bambina. E quindi mi ritrovavo a scartare tutti questi doni con il sorriso falso di chi sa, già in tenera età, che è buona regola ringraziare e fingere che sia tutto bellissimo. 

Ma il momento che più mi infastidiva era quello dello spegnimento candeline. Tutti avevano gli occhi puntati su di me e cantavano stonatissimi “Tanti auguri!”. 

Poi sono diventata adolescente e ho avuto la possibilità di scegliere di non festeggiare. All’epoca erano in pochissimi a ricordarsi del giorno della mia nascita: mio padre, mia madre, i nonni, qualche zia e le amiche più intime. Insomma è stato il periodo più felice, perché una decina di auguri si possono ben sopportare. Anzi sono anche graditissimi!

La grande catastrofe è iniziata con l’avvento di Facebook, perché Facebook ricorda a tutti i tuoi “amici” la ricorrenza. Aiutooooooo! 

Ottocento messaggi di auguri non si possono tollerare, a maggior ragione se sai che tutta questa gente non si è ricordata del tuo compleanno in autonomia. Per qualche anno ho passato il giorno del mio compleanno ricevendo una notifica ogni 10 secondi: “Tizio ha scritto sulla tua bacheca” e poi “Caio ha scritto sulla tua bacheca”. E che fai non ringrazi Tizio e Caio commentando i loro post? Ma si può mica passare un’intera giornata a ringraziare? 

Quindi a un certo punto ho tolto la data della mia nascita dall’applicazione e ho tirato un sospiro di sollievo. Fiuuuuuuuu. 

Tuttavia il fastidio del 22 luglio non è passato del tutto. Non saprei dirvi perché, forse ho solo paura di invecchiare. 

E allora sapete che ho fatto? A partire dal mio trentesimo compleanno ho iniziato a prenotare weekend in Europa per passare il fatidico giorno all’estero con pochi ristrettissimi amici, troppo impegnati a godere delle bellezze delle capitali per dare troppa attenzione alla ricorrenza. 

Per i 30 siamo stati a Berlino, per i 31 a Valencia, per i 32 a Roma. 

Oggi sono 33 e non ho prenotato nulla, perché sono in regime di austerity e c’è la variante Delta. Ma sapete che faccio? Metto su un 33 giri e cerco di non pensarci più!

Perché Diaz di Daniele Vicari è un film imprescindibile

La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale

Titolo originaleDiaz
Regia: Daniele Vicari
Soggetto e sceneggiatura: Daniele Vicari e Laura Paolucci
Cast principale: Elio Germano, Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Davide Iacopini, Renato Scarpa, Ralph Ammoussou, Francesco Acquaroli, Antonio Gerardi
Nazione: Italia, Francia, Romania
Anno: 2012

Diaz, uscito nel 2012, è un film unico e un film d’autore, da rivedere in questa estate 2021.

Diaz è un film unico perché la filmografia sui fatti avvenuti a Genova durante e a ridosso del G8 e del parallelo Genoa Social Forum è molto scarna, nonostante siano passati vent’anni e quegli eventi siano stati cruciali per la nostra società.

Ed è un film d’autore per definizione, visto che Daniele Vicari ne è il regista ma ne ha scritto anche il soggetto e, insieme a Laura Paulucci (sceneggiatrice di “L’amica geniale“), la sceneggiatura. 

La pellicola nacque dall’esigenza di Daniele Vicari e dei suoi collaboratori, di non sbagliare nella narrazione dei fatti, ma soprattutto dall’esigenza collettiva di capire con esattezza cosa fosse successo in quei giorni sconvolgenti tra il 19 e il 22 luglio 2001.

Non per altro, ha un altro titolo ufficiale, che si trova sui DVD, ovvero “Diaz-Don’t clean up this blood”, perché racconta una storia – vera – di sangue. Una storia che immagino conosciate già ma, se così non fosse, vi consiglio di approfittare dei tanti approfondimenti giornalistici e non che, in occasione di questo ventennale, abbiamo a disposizione in queste settimane.

La sinossi di Diaz recita così: “Genova, luglio 2001. Durante il G8, 300 poliziotti e 70 agenti di un reparto speciale fanno irruzione nella scuola Diaz, dove hanno trovato riparo 93 giovani provenienti da diverse nazioni e impegnati in una protesta pacifica contro il summit”. Nel film si racconta proprio il violento attacco delle forze dell’ordine sui manifestanti disarmati e semiaddormentati. Ma le immagini raccontano anche della zona rossa blindata, delle cariche della polizia sui manifestanti su Via Tolemaide e le vie limitrofe, dell’omicidio di Carlo Giuliani a piazza Alimonda. 

La realizzazione di “Diaz” è stata travagliata per la produzione e per gli autori.

Non era facile produrre e girare un film su argomenti tanto delicati e sfaccettati, su cui l’opinione pubblica negli anni ha molto dibattuto. La Fandango ha dovuto cercare finanziatori in Francia e in Romania, prima di avere dei contributi dal Mibact e radicare un po’ il film in Italia.

La decisione di Vicari di fare questo film tanto complesso matura diversi anni dopo gli eventi, per l’esattezza nel 2008, al momento della pubblicazione della prima sentenza sulle violenze nella scuola Diaz (che in realtà già all’epoca era intitolata a Sandro Pertini). 

Il regista si accorse che chi era stato a Genova non riusciva a parlarne e volle fare del film uno strumento per iniziare ad elaborare un lutto. Il lutto per la morte di Carlo Giuliani, ma anche il lutto di massa per l’attitudine dello Stato, mai dismessa dall’Unità d’Italia, alla tortura, all’uso sistematico della violenza. Qui, il film si mise anche contro il movimento del Genoa Social Forum, convinto che le violenze fossero finalizzate a mettere a tacere le loro idee, evidentemente giuste ma pericolose per lo status quo

L’assunto di Diaz è che quella violenza è sistematica, è un modus operandi dello Stato, che si ritrova più volte nella nostra Storia. Non è un caso che il film non si soffermi molto sulle idee dei manifestanti.

Tuttavia, secondo il regista, quello che è successo a Genova, già per le strade (dove sembravano già esercitarsi pratiche punitive), ma soprattutto alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, è stata una sospensione del diritto (come la definì anche Amnesty International).

Quello che è successo a Genova non è stato un evento repressivo come tanti in Italia, è stato lo sdoganamento della tortura da parte dello Stato. Con Genova è iniziata la criminalizzazione del conflitto sociale, che ci ha portato alla confusione – nell’opinione pubblica e nelle istituzioni – tra uso della forza (che può essere legittimo o lecito) e uso della violenza.

Era difficile trovare una chiave di lettura degli eventi adatta per il cinema e fare una narrazione rigorosa e libera.

La chiave di lettura scelta era una sorta di tabù, qualcosa di infamante per l’Italia e per chi porta la divisa: la pratica della tortura.

Ed è anche per questo che Genova è un punto di non ritorno. Secondo Vicari i fatti di Genova 2001, che sono stati molto raccontati dai media anche in presa diretta, hanno rotto una consuetudine narrativa. Le consuetudini narrative sono ideologiche, inevitabilmente. 

Quindi, il primo problema era scegliere che tipo di narrazione usare.

Diaz si basa, in modo quasi maniacale, sulla documentazione proveniente soprattutto dagli atti processuali, ma anche sulle diverse immagini video e fotografiche esistenti e sulle testimonianze che negli anni hanno cominciato ad arrivare. Ma non è una cronaca. È, senza dubbio, una narrazione. 

Vicari voleva sì fare un film di denuncia, ma che si adeguasse alla sua idea di cinema: raccontare qualcosa che lo riguardava, che riguardava il Paese, senza farsi sconti, senza piegare la narrazione a interessi o logiche esterne. Lo scopo era fare un film libero.

Alla fine la narrazione del film Diaz è conflittuale, anche con il pubblico: ti lascia delle domande e quando torni a casa, dopo averlo visto, sei tutt’altro che tranquilla.

A distanza di quasi dieci anni, questo film coraggioso sembra non essere invecchiato per niente. Infatti, ogni volta commuove, fa arrabbiare, interroga le nostre coscienze di esseri umani e di cittadini italiani.

Tra montaggio e grandi attori, Diaz è anche un grande risultato di squadra.

La grande professionalità di Daniele Vicari è palese nella scrittura del film, ma anche nella regia. L’autore non dimentica che un film può avere una grande funzione sociale, ma deve essere soprattutto un’opera creativa.

E il rispetto per la settima arte si vede nel richiamo, forse un omaggio, a Stanley Kubrick nella scena iniziale, che si ripeterà più volte nella pellicola (al ralenti, a ritroso, accelerata, da diverse angolazioni). Una bottiglia di vetro vuota che volteggia nell’aria fa da cesura tra una narrazione temporale e un’altra. Chiaramente ispirata alla scena di 2001 Odissea nello spazio in cui la scimmia preistorica lancia un osso come un’arma e questo rotea in area. E l’accostamento tra il 2001 immaginato da Kubrick e il 2001 che effettivamente abbiamo vissuto e di cui Diaz racconta un pezzo importante è pieno di spunti di riflessione.

A dimostrare il valore della regia c’è l’efficacia delle scene di massa, come delle scene di violenza inaudita, nonostante non sia stato possibile girare quasi niente in Italia nei luoghi degli eventi.

Un ruolo cruciale per Diaz è stato evidentemente quello del montatore Benni Atria, meritatamente premiato con il David di Donatello nel 2013, come il coraggiosissimo produttore Domenico Procacci con Fandango.

Il film si avvale, infatti, di immagini di repertorio sapientemente montate alle scene girate. Lo stesso Atria ha riconosciuto che le immagini erano così tante da creare “uno straripamento, una sovrabbondanza” ed “erano così forti, così intense, da rendere estremamente complessa la fase di montaggio”, che infatti è durata circa otto mesi.

Diaz è anche un film corale, non ci sono protagonisti. Ciò nonostante si possono apprezzare le interpretazioni di alcuni dei migliori attori più impegnati del nostro cinema, come Elio Germano o Claudio Santamaria, alle prese anche con ruoli complessi, in cui hanno dovuto lavorare più con l’espressività dei volti che con le battute.

Il messaggio di “Diaz” non può lasciare indifferenti, come dimostrano anche commenti autorevoli.

Annalisa Camilli – giornalista autrice del podcast Limoni proprio sui fatti di Genova 2001– riconosce al film di essere riuscito a rappresentare la molteplicità dei punti di vista, senza scorciatoie, senza scegliere un’unica soggettività preponderante, ma lasciando spazio anche alle altre. Inoltre, guarda in faccia alla violenza e si pone il problema di come debba e possa essere rappresentata.

E nel modo crudo e senza sconti di rappresentare quella violenza, il messaggio universale del film è diventato qualcosa che aveva a che fare con la riduzione della persona a cosa. 

Secondo lo stesso Vicari, il film va visto abbandonandosi alla visione, anche se alcune cose fanno male. “Ma il dolore trova, nella relazione tra film e spettatore, un circolo virtuoso, che permette di guardare fino in fondo l’abisso che ha fatto sì che per vent’anni quasi non si parlasse di tutto questo”.

Il compianto regista Ettore Scola ha dichiarato che Diaz appartiene a quel genere di film in cui metafora e realtà si combinano, si contrastano, si urtano, si annullano, però alla fine diventano un’opera che tocca tutti. È vero che segue la traccia del sangue, del dolore. Ma è ancora più importante che segua la dignità dell’uomo. Ogni repressione, ogni dittatura, ogni strategia della tensione tende a questo: ad umiliare, ad annullare il bene più prezioso che ognuno di noi ha, la dignità. “Questo è un film che trova la sua metafora, quindi il suo apprezzamento universale, proprio nella descrizione di cosa un uomo può fare ad un altro uomo per togliergli la sua dignità e, quindi, partendo da lui stesso. Perché, se ti confronti con uno a cui togli la dignità, il primo a perderla sei tu”.

3 motivi per guardarlo:
  • per guardare in faccia gli eventi drammatici e terrificanti dei giorni del G8 di Genova;
  • per contribuire, con la propria visione, a ricostruire e conservare una memoria collettiva;
  • perché Daniele Vicari è uno dei cineasti più interessanti del cinema italiano, di denuncia sociale e non solo.

Quando vedere il film:

il momento giusto è questo (trovate il film anche su Netflix), poche settimane dopo l’anniversario ventennale del G8 di Genova 2001 e dalle violenze della Diaz e di Bolzaneto, approfittando delle molte occasioni di approfondimento che i media hanno offerto per rammentare e rileggere quegli avvenimenti. 

Stefania Fiducia

Non diteci che vi siete persi l’ultima puntata del cineforum…Potete comunque rimediare cliccando qui sotto

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La ricerca della felicità attraverso la letteratura americana

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In un dibattuto rapporto del 1995 di uno studio degli psicologi sociali David G. Meyers e Ed Diener, emerge che gli americani sembrerebbero essere più felici di qualsiasi altra popolazione presa in considerazione.

Si potrebbe sostenere che una parte significativa del motivo alla base dei risultati è che la parola happiness in inglese rappresenta un concetto molto più debole rispetto ad altre lingue, rappresentando non solo uno stato di totale beatitudine, ma anche un momento di rapido piacere. In ogni caso, la felicità gioca un ruolo importante nel passato e nel presente degli Stati Uniti.

Facciamo una carrellata di opere letterarie statunitensi, di diverse forme e stile e di diverse epoche, per capire bene quanto il concetto di happiness sia alla radice della cultura statunitense.

Le origini: la “Dichiarazione d’Indipendenza” (1776)

Dovremmo probabilmente iniziare con John Locke, filosofo inglese del XVII secolo, che ha definito i diritti universali naturali degli esseri umani come “life, liberty and estate” (vita, libertà e proprietà). Questi concetti erano considerati universali (almeno teoricamente) e si applicavano a tutto il genere umano.

La trinità di Locke è stata presa come ispirazione per la scrittura della famosa Dichiarazione d’Indipendenza americana, un documento del 1776 scritto per la maggior parte da Thomas Jefferson che mirava a proclamare gli Stati Uniti come stati liberi e indipendenti dalla corona inglese. Il clou del saggio, ancora oggi citato e parodiato, è la parte in cui si afferma che tutti gli uomini sono creati uguali e che sono dotati di alcuni diritti inalienabili, come “life, liberty and the pursuit of happiness” (vita, la libertà e la ricerca della felicità). Quest’ultimo elemento, opposto alla “proprietà” proposta da Locke, è una parola chiave non solo nella Dichiarazione, ma nell’insieme del sistema di valori americani ancora oggi.

La ricerca della felicità, afferma la Dichiarazione, deve essere un diritto, come dovrebbero esserlo la vita e la libertà. Tuttavia, nella storia degli Stati Uniti questi diritti apparentemente inalienabili sono stati costantemente negati a determinati gruppi di persone.

Herman Melville, “Benito Cereno” (1855)

Benito Cereno di Herman Melville ci offre un esempio importante dell’ipocrisia degli Stati Uniti sin dai loro primi anni come nazione indipendente. Invece di ambientare la storia nella data della sua pubblicazione o nella data corretta delle esperienze di vita reale del Capitano Delano, da cui Melville ha preso ispirazione, la colloca nel 1799, nel bel mezzo della rivoluzione haitiana, un punto di riferimento importante nella storia dell’America nera.

Per Babo e gli altri schiavi neri, fra i protagonisti della storia di Melville, la rivolta era una questione di felicità, nel senso che per loro la felicità coincideva con la libertà. In un mondo che concepiva le persone nere come animali, la principale preoccupazione di questi era quella di poter vivere liberamente. Nel descrivere la nave di Benito Cereno, Melville usa l’espressione slumbering volcano, cioè vulcano addormentato, citando l’intellettuale nero Frederick Douglass che qualche anno prima aveva sottolineato l’ipocrisia della Dichiarazione che si rivolgeva solo agli uomini bianchi privilegiati.

Lorraine Hansberry, “Un grappolo di sole” (1959)

Se sopravvivere corrispondeva al concetto di felicità nell’era delle rivoluzioni e anche oltre, uno splendido esempio di come questo concetto sia soggetto a cambiamento nel tempo è mostrato nella più famosa commedia di Lorraine Hansberry, “A Raisin in the Sun”. Ambientato negli anni ’50 del Novecento, segue i diversi sogni e ambizioni di ogni membro della famiglia Younger. In una conversazione cruciale tra Walter Lee e sua madre, vediamo quanto sia diversa la loro prospettiva sulla felicità.

Perché suo figlio non può essere felice per quello che ha, si chiede Lena, quando ha dovuto combattere molte più lotte di lui? Quello che Lena non capisce è il peso delle circostanze e delle aspettative della società che fanno pressione su Walter Lee. Non può essere felice di vivere quella vita così com’è perché ciò che conta di più al suo tempo va oltre il semplice concetto di sopravvivenza.

Il denaro, lo status, il lavoro sono le cose che in una società moderna rendono felici le persone.

Henry James, “Ritratto di Signora” (1881)

Anche la questione della felicità alla luce della questione della donna negli Stati Uniti è stata dibattuta, già con la parodistica “Dichiarazione dei Sentimenti” di Cady Stanton. Ad esempio, i personaggi femminili di Henry James, in particolare Isabel Archer di “Ritratto di Signora”, sono l’incarnazione della complessità della femminilità americana nel XX secolo.

La felicità e la sua ricerca è uno dei temi principali all’interno del romanzo, coincidendo, per Isabel, almeno nella prima parte del romanzo, con l’indipendenza. In un famoso passaggio del capitolo 19, Isabel afferma che è il proprio sé che definisce una persona, non i vestiti che si indossano o ciò che si fa. 

Se nelle parole di Madame Merle il focus è l’espressione di sé e i problemi che l’espressione di sé provoca, la dichiarazione di Isabel riguarda la libertà dell’individuo, non confinata nell’involucro delle circostanze. Isabel ci crede davvero, sposare un uomo povero è la prova che dà agli altri e a se stessa.

Tuttavia, le circostanze sono cruciali per il romanzo sin dal suo inizio: Isabel si ritrova in uno stato di infelicità (può persino vedere i fantasmi a Gardencourt, presentati a lei come visibili solo a coloro che hanno sofferto), causato principalmente da una circostanza, cioè i soldi ereditati dal signor Touchett. Invece di liberare la sua immaginazione, come voleva Ralph, l’eredità l’ha messa in una gabbia.

Decidendo di non scappare con il suo corteggiatore storico, il signor Goodwood, Isabel non rinuncia alla sua felicità. Sta invece rifiutando l’idea di raggiungere la felicità attraverso un uomo, un principe azzurro. Presentata ai lettori dalla prima pagina in cui compare come indipendente e affezionata alla sua libertà, Isabel sceglie di rimanere fedele al suo carattere complesso.

Alison Bechdel, “Fun Home – Una tragicommedia familiare” (2006)

Con “Un grappolo di sole” e “Ritratto di signora”, appare chiaro che la felicità non è un concetto assoluto, ma si intreccia con la società, le circostanze e le aspettative. Il doloroso tentativo di adattarsi agli standard della società, spesso andando contro il nostro vero io, è magistralmente rappresentato da Alison Bechdel nel suo graphic novel autobiografico, “Fun Home”.

Nel capolavoro di Bechdel, la sua casa di famiglia è impiegata per affrontare questioni complesse come il genere e l’identità. Il tropo della casa come incarnazione degli stati psicologici delle persone residenti all’interno ha il suo apice nel romanzo realistico del XIX secolo, come nella produzioni di Charles Dickens. In “Fun Home”, l’ossessione di Bruce Bechdel, padre della protagonista, per l’architettura e la decorazione è un meccanismo di difesa per nascondere i suoi segreti personali e la sua vera identità sessuale al di fuori dei vincoli eteronormativi della società. Bruce è intrappolato in una vita matrimoniale e lavorativa che non vuole, soprattutto se paragonato alla vita che era solito immaginarsi di vivere in Europa prima di ereditare l’attività di famiglia.

Essendo una proiezione del dilemma interiore di Bruce, la casa che Alison trova tornando a casa dopo aver dichiarato la sua omosessualità e dopo aver scoperto da sua madre che anche suo padre è omosessuale, è diversa, la sua facciata è danneggiata come lo è la maschera di suo padre, poiché appunto la sua omosessualità è stata rivelata proprio prima della visita rivelando la sua vera identità.

L’omosessualità di Bruce è sempre lì, sotto la facciata che vuole irrimediabilmente sostenere. Il suo sforzo è raffigurato nella vignetta in cui sta cercando di fotografare il ritratto di una famiglia perfetta: alcuni fotogrammi dopo entra in scena lui stesso, con l’aiuto di Alison che ora scatta la foto, ma lo starnuto di uno dei figli al momento dello scatto simboleggia che niente è davvero sotto il suo controllo.

La scena è importante anche per le somiglianze tra i due fotografi: sia Alison che Bruce hanno il mignolo alzato mentre scattano la foto, e i loro posti nelle due foto si scambiano, sottolineando le loro somiglianze. Sia per Bruce che per Alison la felicità non può essere disgiunta dalla loro identità sessuale, la differenza sta nel fatto che Bruce non ha avuto il coraggio di esporsi completamente, preferendo indossare una maschera. Alison, al contrario, ha un rapporto più sano con la sua sessualità, desiderosa di esplorarla a fondo.

Grace Paley, “Midrash sulla felicità” (1990)

Ancora diverso il concetto di felicità per Grace Paley. Il Midrash del titolo si riferisce un metodo di studio interpretativo della Bibbia nella tradizione ebraica che prevede la ricerca di risposte indagando a fondo il significato delle parole nel testo. Attraverso questo titolo, Paley cambia l’oggetto dello studio da Dio alla felicità, suggerendo che, fedele alla tradizione americana, ciò che vale la pena perseguire è la felicità, più della religione. Invece della Bibbia, qui il testo oggetto di indagine è come se fosse implicitamente la Dichiarazione di Indipendenza. Faith, la protagonista, sta decostruendo parola per parola cosa intende per felicità, con ogni definizione che si apre ad altri concetti da definire.

Cosa intendeva per felicità, disse, era questo: intendeva avere (o avere avuto) (o continuare ad avere) tutto. Per tutto intendeva prima i bambini, poi una persona cara con cui vivere, preferibilmente un uomo (per «con cui vivere» intendeva a lungo ma non era necessario fosse così). Inoltre, ma non in ordine di preferenza, voleva tre o quattro amiche del cuore a cui raccontare qualsiasi fatto suo personale e con cui discutere poi al livello più profondo e disperato di economia […]

Grace Paley, “Midrash on Happiness”, traduzione italiana di Liana Borghi.

Paley giustappone l’esuberanza di Faith con l’oscurità del mondo, concentrandosi sul conflitto tra la vitalità del suo temperamento e le sofferenze che la circondano. I problemi del mondo non sono lontani dai suoi pensieri, tuttavia non prevalgono mai. Non li nega, semplicemente non si lascia sopraffare.

“A volte passeggiando con le mie amiche, dimentico il mondo” è l’ultima frase di “Midrash on Happiness”, il che implica che la felicità è qualcosa di personale, che può cambiare da un individuo all’altro.

Dalle prime battaglie per la libertà, inevitabilmente intrecciate con la felicità, alle lotte contemporanee contro ogni forma di ingiustizia sociale, passando per il celebre discorso di Barack Obama alla Democratic National Convention del 2004 su “l’audacia della speranza”, gli Stati Uniti si sono confrontati costantemente i problemi e i limiti della ricerca della felicità, su cui è stata fondata la nazione.

Veronica Bartucca

Perché leggere i libri di Raffaele Morelli

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Mi trovavo ad una cena qualche tempo fa. Avete presente quando nel corso della serata ad un certo punto uno dei commensali tira fuori la frase “luogo comune”? Ce ne sono varie, per tutte le occasioni. Ad esempio c’è quella tra gli universitari, tipo: “Ma che facoltà fa? Scienze della comunicazione. Ah sì, scienze delle merendine…

Insomma, quelle frasi messe così, un po’ a caso, da persone che ovviamente non hanno frequentato quella tale università o fatto quella tal cosa.

Protagonista del luogo comune è stato Raffaele Morelli. Non mi ricordo di cosa si parlasse in quel momento, ma ad un certo punto uno fa: “Come la gente che si legge i libri di Raffaele Morelli”. Io li leggo. L’ho detto con molta naturalezza, e forse l’interlocutore avrà pensato di aver fatto una gaffe. In realtà, mi preme spiegare in questo articolo – come ho fatto anche nel corso di quella serata – che Raffaele Morelli scrive proprio dei libri interessanti.

Una psicologia libera dal pregiudizio

Morelli si fa portatore – insieme al progetto Riza Psicosomatica – di una psicoterapia priva di farmaci, ma soprattutto scevra da sensi di colpa e giudizi. Per certi versi si avvicina alle filosofie orientali nella concezione dell’essere umano e di come dovrebbe vivere. A me ricorda gli studi che ho fatto sul Buddismo e quel sano egocentrismo che l’essere umano dovrebbe avere per realizzare la propria strada al posto dei progetti di gruppo, degli stereotipi e di quello che ci si aspetta da noi.

Possiamo fare i superiori quanto vogliamo, ma la verità è che la popolazione si divide in due categorie: quella delle persone consapevoli di essere influenzate dalla pressione della società, volenti o nolenti, e quelli inconsapevoli. Quelli inconsapevoli sono i più schiavi di tutti. “Amo il mio lavoro e faccio solo quello”, “La famiglia prima di tutto”, “Se non raggiungo quell’obiettivo entro i 30 anni sono un fallito”, “Se non faccio figli che donna sono”. E così via.

C’è da dire che alcune persone soffrono più di altre questa schiavitù. Primariamente perché se ne rendono conto, secondariamente perché non sanno come staccarsela di dosso senza sentirsi sbagliati. Sarebbe un po’ come rinnegare una madre, no?

I libri di Raffaele Morelli sono lontanissimi da quelli dei guru, che ti offrono le soluzioni per essere felici o vincere l’insicurezza. Morelli racconta, nemmeno insegna, che ci sono altri punti di vista. E questo mi ha ricordato molto una teoria Sufi: se fai sempre la stessa cosa e ottieni sempre la stessa reazione, cambia la tua azione e vedi che succede.

Essere o dover essere

L’accoglienza è il punto cardine di questo approccio: un’accoglienza di tutti gli stati d’animo, anche i più terribili, senza giudizi. I pazienti non vanno in terapia per piangersi addosso, ma per imparare a fantasticare. Fantasticando arrivano le immagini, con le immagini la pace, con la pace la soluzione. La strada si fa limpida e le cose capitano. Arrovellarsi sulle “cose da fare” è proprio sopravvalutato: spesso, quelli che riteniamo i nostri peccati, le cose “da mettere a posto”, altro non sono che energie che ci stanno comunicando qualcosa di molto importante. Solitamente il messaggio nascosto è quello di salvare la nostra unicità dall’omologazione che ci insegue ogni giorno, quel dover essere a cui i social network hanno unito il dover apparire.

Lontano dalla storia personale c’è la libertà

La parte che mi colpisce sempre di più della teoria proposta è quella in cui Morelli invita a stare alla larga dagli psicoterapeuti che danno la colpa alla storia personale. Sei così perché tua madre… Fai così perché tuo padre…

Quante persone, ormai adulte, ancora si nascondono giustificandosi per delle colpe altrui? Arrivare a 30 anni e credere che sia ancora colpa dei miei genitori se ho un determinato atteggiamento è un po’ come prendersela con una storia ormai morta. Il vittimismo che questo atteggiamento crea dentro di noi ci rende eterni bambini deresponsabilizzati: non potrò mai essere felice se mia madre ha fatto così. Essere consapevoli che alcune cose dipendono da noi e altre no è già un primo passo. Se faccio una cosa oggi, è perché oggi ho quella esigenza, non perché mia madre ha fatto così 30 anni fa. Liberare la nostra storia significa liberare noi stessi dalle catene che ci tengono prigionieri. Oggi sono così perché è così: domani chi lo sa?

Da appassionata di psicologia ho letto moltissimi testi – da Freud a Osho – eppure quando sono in affanno, mi aiutano solo quelli di Raffaele Morelli: insieme ai video e al giornale mensile Riza sono dei validi supporti alla vita stressante e pressante che siamo costretti a vivere ogni giorno. Li suggerisco a tutti quelli che non si fanno mai ingabbiare dal pregiudizio e hanno bisogno di respirare aria diversa.

Alessia Pizzi

“Dialoghi con Leucò”: la profondissima e smisurata dolcezza di Cesare Pavese

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Quando ancora non conoscevo Cesare Pavese, mi gironzolavano per la testa i nomi Leucò, luna e falò, casa in collina, ma non avevo la benché minima idea di cosa fossero nello specifico. Mica te lo insegnano a scuola Pavese, te lo devi fare da te. E menomale, aggiungerei!

Ah, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, ecco l’altra associazione. 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” mi ripetevo nella mente e rimanevo esterrefatto dalla potenza di quelle parole che trasmettevano d’impatto un senso di dolcezza.

Sì, avete letto bene: dolcezza. Bisognava approfondire!

Con queste premesse ho scelto “Dialoghi conLeucò” perché, inutile negarlo, l’idea del mito ha una marcia in più, un fascino particolare. L’ho fatto a scatola chiusa, senza sapere quanto mito ci fosse realmente dentro. Con  alle spalle una discreta conoscenza sull’argomento “Mitologia” e con il timore di dover rispolverare qualche vecchio libro al fine di far tornare alla memoria le vicende ivi narrate.

Ma tutto ciò  non è stato necessario, non ce n’era il bisogno perché i dialoghi vanno benissimo da soli senza necessità alcuna di conoscenze pregresse, anzi, fungono da stimolo per approfondimenti!

La scelta dell’autore di non fissare un ordine preciso nella strutturazione dei racconti è uno dei primissimi aspetti caratteristici di questa saggissima penna poiché sottolinea una libertà d’interpretazione, oltre che un chiaro motivo di trasmissione esclusiva del sentimento come fine ultimo di tutto il lavoro, senza altri obiettivi, slegato da preconcetti e da pre-costruzioni.

Sorvoliamo volontariamente l’excursus biografico su Pavese e sul periodo di stesura del libro: è fuor di dubbio che la vita e l’esperienza vadano a braccetto ed influenzino le opere degli autori, è verissimo che il contesto storico abbia la sua assoluta rilevanza, ma è altresì vero che un artista è in grado di esprimere le sue idee al di là dei binari storico temporali in favore dell’unico binario senza tempo, quello delle emozioni. Quindi “limitiamoci” a scoprire e a riflettere su questo profondissimo capolavoro, lasciandolo libero, così com’è per natura.

Capolavoro già nella struttura: Dialoghi con Leucò” è una raccolta di dialoghi brevi in cui i protagonisti sono i personaggi del mito, cioè divinità, eroi e poeti; Pavese, per loro bocca, riesce a trasmettere la sua visione sull’esistenza: un sottilissimo filo che ondeggia tra il dubbio e l’assenza di risposte, tra il tedio di vita e l’urgenza di vivere.

Pavese si serve di Eros e Tànatos, di Edipo, di Odisseo, si maschera dietro questi personaggi per sprigionare una profondità struggente, lacerante. Nel primo racconto, “La nube”, si avverte quel senso di iniziale smarrimento dell’uomo nel confronto con l’eventuale, e più che mai dubbia, esistenza divina:

Siamo tutti asserviti a una mano più forte

Questo sentimento, però, inizia subito a venire meno nel secondo dialogo, “La chimera”, che si chiude così:

|…| prima ti tolgono ogni forza e poi si sdegnano se tu sarai meno che un uomo. Se vuoi vivere, smetti di vivere…

La forza della parola in Pavese è devastante, specchio di una sofferenza interiore difficilmente esprimibile in versi o frasi e che invece l’autore è riuscito a far venir fuori con profondissima maestria. Ed è proprio la dolcezza di cui sopra che, di dialogo in dialogo, cresce a dismisura fino a colpire al cuore il lettore e lasciarlo così: smascherato, immobile e spaesato. 

Prendiamo a testimonianza alcuni passi:

Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo” (da “I ciechi” – dialogo, sublime trovata, tra Tiresia ed Edipo);

Se non altro ha trovatosestesso morendo” (da “Le cavalle”).

Quel che rende quest’opera un capolavoro è quel continuo pathos, quel sentimento di soffrire la vita che è proprio dell’artista, che è proprio non tanto di chi pensa, ma di chi lo fa profondamente, di chi riflette, di chi è vittima di quella continua incapacità di collocamento nel mondo, di chi ansima a causa di una spasmodica pretesa di risposte conscio di non ottener nulla, ma indomito nella ricerca di un segno, di ritrovarsi, per scorgere, alla fine, un indicibile senso di vuoto:

E non sai che il selvaggio e il divino cancellano l’uomo?” (da “La belva”).

Uno dei punti più toccanti è il dialogo tra Saffo e Britomarti in “Schiuma d’onda”:

|…|

– Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere? –

-Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte. –

|…|

-Non hai mai conosciuto donne mortali che vivessero in pace nel desiderio e nel tumulto? –

|…|

-Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla. –

-Dunque accetti il destino? –

-Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta. -”.

Come si è potuto evincere sinora, in Pavese filosofia letteratura e poesia si fondono in un unico insieme.

Il momento, per così dire, più filosofico dell’opera lo troviamo nel dialogo “La madre”, in cui Ermete rivolge a Meleagro questa imprescindibile ed inconfutabile domanda:

Tu credi che l’uomo, qualunque uomo, abbia mai conosciuto l’altro?”, a prova del fatto che non c’è alcuna ragione valida per le vili e pretenziose supposizioni d’ogni tipo che i meschini uomini lasciano invidiosamente andare sulla vita degli altri.

Tra i tantissimi temi toccati spicca l’impossibilità di comprendere il fine della vita ed il post-mortem.

Nel dialogo I due”, tra Achille e Patroclo, il giovane avventuriero, con il cuore infiammato per la dipartita che lo aspettava di lì a poco è nel vivo del confronto con l’amato che, sul più bello, tuona così:

Verrà il giorno che saremo cadaveri. Che avremo tappata la bocca con un pugno di terra. E nemmeno sapremo quel che abbiamo veduto.

Lapidario!

Il dialogo prosegue con un velo di ironia da parte dell’autore, quando Achilleafferma che “Solamente gli dèi sanno il destino e vivono”, chiaro riferimento alle tante religioni proclamatrici del nulla in cambio del nulla. 

E ancora a tema, nel passo I fuochi, due pastori, padre e figlio, dialogano finché il padre non richiama il figlio al lavoro da portare a termine come a voler segnalare l’incapacità di sfuggire al destino, di cambiare il fato, in quanto necessità imposta dalla vita e difficilmente sovvertibile.

|…|

Noi invece nessuno ci aiuta. Faccia pioggia o sereno, cosa importa agli dèi? Adesso s’accendono i fuochi, e si dice che fa piovere. Che cosa gliene importa ai padroni? Li hai mai visti venire sul campo?”.

Nel racconto La rupe”, Prometeo dice ad Eracle che “Il vittorioso è sempre un dio” fino a chiudere drasticamente il discorso divino con queste parole, per bocca di Orfeo, nel dialogo “L’inconsolabile”:

Tutte le volte che s’invoca un dio si conosce la morte. E si scende nell’Ade a strappare qualcosa, a violare un destino. Non si vince la notte, e si perde la luce. Ci si dibatte come ossessi”.

Non c’è nulla da aggiungere, sia concessa soltanto  una velocissima riflessione prendendo in prestito la frase di Swift: 

Abbiamo fin troppe religioni per odiarci, ma non abbastanza per amarci l’un l’altro” è più che mai necessaria”.

A ragion veduta ci si può chiedere quale soluzione trovava Pavese dinanzi a questo smarrimento e mi viene da rispondere: “Alcuna, se non quei fugaci momenti di piacere personale che ognuno, appunto, a suo modo, si concede sospendendo lo spazio-tempo”. Per l’appunto:

Immortale è chi accetta l’istante. Chi non conosce più un domani” (da “L’isola”, dialogo tra Calipso e Odisseo).

Sempre ne L’inconsolabile lo scrittore rimarca l’impasse dell’uomo sulla vita difendendo e consolando il povero Orfeo, ormai privato e privo per sempre di Euridice, con un balsamico: 

Eri tanto innamorato che – solo tra gli uomini – hai varcato le porte del nulla. No, non ci credo, Orfeo. Non è colpa tua se il destino ti ha tradito”.

Pavese, da artista eccelso, non nasconde un certo velo di superiorità o, chiamiamola così, diversa visione prospettica, appunto classica e propria degli artisti, e getta delle piccole pillole per i lettori più acuti nel dialogo “La vigna”:

Gli dèi durano finché durano le cose che li fanno”!

Chiosiamo con uno dei punti più significativi, summa di tutta l’opera, emblema dello smarrimento iniziale, finale ed eterno, risposta a qualsivoglia dubbio, chiave di volta della grandezza di Pavese. 

In uno degli ultimi passi, il dialogo “Il mistero”, Demetra chiede a Dioniso:

Si direbbe che vedi il futuro. Come puoi dirlo?

E Dioniso replica:

Basta aver veduto il passato,Deò. Credi a me. Ma ti approvo. Sarà sempre un racconto”.

Qui si comprende che Pavese, fino in fondo, non cercava davvero delle risposte, ma solo constatazioni dello stato delle cose nella vita dell’uomo; da qui si capisce la bellezza e l’eternità dello sfondo del mito come strumento narrativo; da qui si comprende che i tempi passano, ma l’uomo resta e resta nei tempi sempre uguale, tormentato dagli interminabili eterni ed irrisolvibili dubbi sulla vita!

L’uomo mortale,Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia.

Godiamo, dunque, dell’immortalità di questo stupendo (im)mortale, godiamo di questo  suo fantastico ricordo lasciatoci con meravigliosa e gentile dolcezza!

Lorenzo Romano

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Una cena da Monte, il primo ristorante stellato della Croazia

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Inerpicatevi per le stradine di Rovigno, gioiello della costa istriana, per entrare nella tana del Bianconiglio dei 5 sensi.

Primo consiglio: lasciate i tacchi o le scarpe scomode a casa. Raggiungere il ristorante Monte fa parte dell’esperienza stessa di cenare in un ristorante così unico. Sebbene alcuni taxi si rendano disponibili per accompagnarvi, c’è sempre un pezzo di strada da fare.

Proprio alle spalle della basilica di Sant’Eufemia, che dall’alto domina la cittadina, si trova il ristorante della famiglia Dekic. Marito chef e moglie manager, un’accoglienza molto gentile e formale al punto giusto: qui la cucina innovativa incontra la cordialità e l’eleganza moderna.

La Croazia, in rapido sviluppo in termini di accoglienza turistica di livello, vanta nel 2021 ben 5 ristoranti stellati Michelin, ma Monte è stato il primo ad ottenerla, ormai qualche anno fa, e l’ha sempre confermata. La definizione giusta è ristorante europeo moderno, quindi materie prime strettamente locali con incursioni moderate di esotismo.

Per la guida Michelin:

DANIJEL DEKIC È RIUSCITO NELL’ARDUO COMPITO DI AFFERMARSI COME PUNTO DI RIFERIMENTO PER L’ALTA CUCINA IN UN PAESE CHE STA INIZIANDO AD AFFERMARSI NEL MONDO DELLA RISTORAZIONE GOURMET. LA SUA CUCINA È SPETTACOLARE, QUASI TEATRALE, NELLA PRESENTAZIONE, OLTRE AD ESSERE ALTAMENTE CREATIVA, ED È SUPPORTATA DA TECNICHE CONTEMPORANEE ED EMOZIONANTI.

Ci sono tornata quest’anno per la seconda volta, perché ero rimasta colpita dall’atmosfera sofisticata unita a un servizio educato ma non distaccato: il personale di sala scambia volentieri qualche battuta, risponde con il sorriso alle domande curiose dei clienti, racconta il menù con entusiasmo e orgoglio.

I prezzi e i menù

I costi sono accessibili, perché si possono ordinare i pacchetti degustazione o scegliere à la carte. Quindi ognuno può spendere quanto nelle sue capacità. I menù degustazione sono 3: rosso, blu o verde (vegetariano) e tutti comprendono 2 entrée dello chef (un uovo pochè cotto a 60° con porcini e una mini pizza margherita scomposta, entrambi un sogno) e un finale molto.. dolce.

Tra i menù spiccano le materie prime che negli anni hanno attirato in Croazia sempre più appassionati di gourmet: il tartufo, l’olio, il vino (noi abbiamo pasteggiato con una Malvasia a km 0 eccezionale), il manzo Boskarin (autoctono) e in generale il pesce, pescato fresco nel nord dell’Adriatico.

5 piatti da assaggiare assolutamente:

  • Seppia, cozze, tartare con bietola su piadina accompagnate dalle cozze di Leme con porro
  • Manzo Boskarin con sedano rapa, asparago e funghi trombette
  • La tarte tatin salata, con cicoria, mimosa all’ uovo e ravanelli
  • Scampi di Quarnero su biscque, raviolo e tartare
  • Semifreddo di pistacchio su gelatina di gelsomino, melone e caramello

Per i vini, il sommelier vi farà volare altissimo con proposte allettanti e stimolanti!

Menzione speciale per la mise en place, dalle stoviglie ai piatti è tutto particolarissimo. Il sale è servito su una pietra, così come la crema di burro all’alloro; l’olio, invece, è in una fialetta di vetro da laboratorio. Perché il ristorante Monte è proprio questo: un laboratorio, dove tradizioni millenarie abbracciano tecniche moderne, con la finalità di preservare sapori unici che troverete solo qui.

Micaela Paciotti

Anche al World Press Photo 2021 la pandemia ruba la scena

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Fino al 22 agosto al Mattatoio di Roma sarà possibile visitare la mostra dedicata alla 64° edizione del World Press Photo.

Per la prima volta la mostra ideata dalla Fondazione World Press Photo di Amsterdam – di cui vi abbiamo raccontato le precedenti edizioni – è ospitata al Mattatoio. Vi si possono ammirare fino al 22 agosto le 141 foto finaliste del prestigioso premio di fotogiornalismo, 

Quest’anno il concorso ha visto la partecipazione di 4.315 fotografi da 130 paesi diversi. I vincitori, selezionati da una giuria indipendente di esperti internazionali, sono 45 fotografi provenienti da 28 paesi.

L’esposizione del World Press Photo 2021 – come le precedenti edizioni – nel suo insieme rappresenta un documento storico che permette di rivivere le storie che caratterizzano la contemporaneità nelle sue molteplici sfaccettature. 

Secondo la direttrice esecutiva della Fondazione, Joumana El Zein Khoury, “le immagini, le storie e le produzioni selezionate presentano diverse prospettive di uno degli anni più importanti della storia recente, segnato dall’impatto della pandemia COVID-19 e dei movimenti per i diritti sociali in tutto il mondo. Tra i candidati ci sono storie straordinarie di speranza, resilienza e cambiamento sociale”.

Come era prevedibile e come era stato, infatti, immaginato dal fotografo Fabio Bucciarelli nella conferenza stampa di apertura della mostra dell’anno scorso, quest’anno il concorso ha visto partecipare e vincere moltissime fotografie sulla pandemia che stiamo vivendo.

Anche nella sezione “Sport” sono presenti foto singole e progetti a lungo termine i cui temi e soggetti sono interconnessi con la pandemia da Covid-19 che condiziona le nostre vite dall’inizio del 2020. Infatti, più di un’immagine immortala atleti che hanno dovuto trovare modi creativi e luoghi insoliti per allenarsi quando palestre e piste erano inaccessibili: la banalità del salotto di casa per un corridore senior o una scenografica parete di tronchi tagliati per un arrampicatore libero. Non fanno eccezione neanche i club del bridge, come quello svedese in cui i giocatori si sono allenati protetti da divisori in plexiglas.

La plastica che, pur separando, consente la vicinanza è la co-protagonista anche della Foto dell’Anno 2020, The First Embrace.

Scattata dal danese Mads Nissen, come suggerisce il titolo è la foto di un abbraccio e come si capisce al primo sguardo il contesto è l’immancabile pandemia. Nell’immagine vincitrice, Rosa Luzia Lunardi, di 85 anni, viene abbracciata dall’infermiera Adriana Silva da Costa Souza presso la casa di cura Viva Bem, San Paolo (Brasile), il 5 agosto 2020.

World-Press-Photo-2021-Italia

Ovviamente questa è un’immagine iconica del COVID-19, molto emozionante. L’allestimento del Mattatoio a Roma la valorizza pienamente, ponendola solitaria al centro della parete di fronte all’ingresso del padiglione espositivo. Così il visitatore la nota subito e può avvicinarsi direttamente ad essa.

Il fotografo Kevin WY Lee, direttore creativo e membro della giuria del Concorso fotografico 2021, dichiara di averci visto “vulnerabilità, persone care, perdita e separazione, morte, ma, cosa importante, anche la sopravvivenza, tutto racchiuso in un’unica immagine visiva. Se ci si sofferma sull’immagine, si vedranno delle ali: un simbolo di volo e speranza”. 

Opinione condivisibile, che spiega la scelta di darle il primo premio. Tuttavia, personalmente, non la ritengo la scelta migliore. Credo che il premio della World Press Photo of the Year debba andare allo scatto che sia, allo stesso tempo, il più bello sul piano estetico e tecnico e quello più rappresentativo di quanto è avvenuto nel mondo durante l’anno. Ora, certamente The First Embrace non mancano né bellezza né rappresentatività

Tuttavia, altre fotografie, a mio parere, erano più adatte. 

A cominciare da quella di Ralph Pace che immortala un leone marino della California che nuota verso una mascherina e ha vinto il primo premio nella sezione “Ambiente – Soggetti singoli”. Esteticamente perfetta ed evocativa, pone nella stessa inquadratura due catastrofi strettamente legate tra loro: la pandemia da coronavirus e l’inquinamento ambientale, entrambe causate dall’impatto non sostenibile dell’umanità sugli equilibri del pianeta Terra. Bellezza e rappresentatività del tema rendono lo scatto ideale per essere la foto dell’anno del giornalismo 2021.

Discorso analogo potremmo farlo per la foto di copertina di questo articolo, “Fighting Locust Invasion in East Africa” scattata da Luis Tato. Ritrae Henry Lenayasa, capo dell’insediamento di Archers Post, nella contea di Samburu, in Kenya, mentre cerca di spaventare un enorme sciame di locuste che devastano l’area di pascolo, il 24 aprile 2020. Sciami di locuste hanno devastato vaste aree di terra, proprio quando l’epidemia di coronavirus aveva iniziato a mettere in crisi i mezzi di sussistenza. Qui il tema ambientale è più preponderante e di Covid19 non si parla proprio. Ma l’immagine ha un potere ipnotico e, soprattutto, offre un’immagine metaforica dell’essere umano che tenta in modo disordinato e vano di contrastare gli effetti nefasti del cambiamento climatico.

Nominata come Photo of the Year, ha vinto solo il secondo posto.

Chi avrà la possibilità di vedere la mostra del World Press Photo 2021 ripercorrerà le emozioni di questi quasi due anni di pandemia. 

Ma troverà anche quest’anno un diario in forma di reportage fotografico di tutto ciò che ha segnato il 2020: dal conflitto tra Armenia e Azerbaijan per il possesso della regione del Nagorno Karabach alla terrificante esplosione nel porto di Beirut il 4 agosto 2020 (per il cui reportage l’italiano Leonardo Tugnoli ha vinto il primo premio  nella categoria “Spot News, Storie”); dalle rivolte in Perù a novembre alle proteste del movimento Black Lives Matter negli U.S.A. dopo la morte di George Floyd. Nella sezione “Ambiente” le numerose immagini che raccontano i disastri degli incendi in tutto il mondo sono le più allarmanti, soprattutto se considerate la stretta attualità di questo agosto, in Italia, in Grecia e non solo.

Ma si va ogni anno a vedere la mostra sulle foto vincitrici del World Press Photo anche per scoprire delle storie, un pezzo di mondo e umanità sconosciute da cui lasciarsi sorprendere. Quest’anno vi segnalo il reportage di Ciril Jazbec sugli stupa, coni di ghiaccio costruiti dalla popolazione del Ladach, un deserto freddo dell’India Settentrionale, per immagazzinare l’acqua del disgelo da usare nei periodi di siccità.

La mostra è anche visitabile a Torino a Palazzo Madama, sempre fino al 22 agosto.

Stefania Fiducia

Merida: sguardo d’uomo

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Lo sguardo di un uomo è lo sguardo di un uomo e non ti fa nulla. Lo sguardo di un uomo è lo sguardo di un uomo e non ti fa nulla anche quando lurido ti scorre su per le cosce di perla, sino ad immaginarsi sotto il tessuto della gonna. Lo sguardo rimane uno sguardo pure quando si porta dietro parole, pure quando tu non lo vuoi e quello indugia, insiste, non si arrende. Lo sguardo di un uomo è lo sguardo di un uomo e non ti fa nulla. Tranquilla, Merida perché non ti fa nulla. Anzi, Merida, dovresti essere felice che finalmente un uomo ti guardi. Sei un po’ di ghiaccio, Merida, se non ti piacciono tutte le attenzioni che tutti gli uomini ti rivolgono. Vorrai mica essere di ghiaccio, Merida? Lo sai cosa si dice di te, Merida? Ti dicono di ghiaccio perché hai osato dire che quegli sguardi non ti piacciono neppure un po’.

La gente però, pure se vorrebbe, non arriva a vedere sotto le vesti di Merida: una regina meridionale, più che altro, un metro e ottanta di armonia, di colori puri, di labbra generose, di pelle abbronzata e ferita.

Si infila un vestito verde acqua dopo la doccia, con due aperture laterali sui fianchi. L’aveva messo una sola volta prima di allora, col suo vecchio ragazzo. Era passato forse un mese. Lui l’aveva presa, l’aveva poggiata sul muretto, l’aveva guardata a lungo con quella sua faccia da ranocchietto allegro e lei non aveva sentito dolore o male. La storia poi era naufragata come al mondo naufragano un sacco di cose. Naufragano matrimoni, naufragano affari, naufraga il debito pubblico, naufragano i trattati di pace, naufrago anch’io, che non naufragassimo noi c’erano veramente zero possibilità, pensa Merida, mentre ancora si guarda allo specchio, nel suo speciale vestito di tristezza e di un brutto tessuto sintetico, di quelli che ti si appiccicano addosso e ti fanno sudare.

Ecco, quello era rimasto nell’armadio, mentre ora quel suo vecchio ranocchio chissà dov’era. Naufraga tutto, continuò pensare, mentre osservava i suoi fianchi sfacciati che sembravano tirare il tubino all’inverosimile. Forse è troppo, pensò. Non è troppo, disse. Voglio metterlo, lo metto. Lo mise, assieme a due orecchini dello stesso colore che aveva preso qualche settimana prima alla festa di paese.

Era stato un Ferragosto bollente, e il sole aveva bruciato abbacinante in un cielo quasi bianco. Solo ora, arreso come un vecchio a fine vita, s’era smorto, facendo arancio tutt’attorno. Si prospettava una serata calda ma più vivibile rispetto alle ore precedenti. L’attendevano in spiaggia.

Il primo sguardo giunse sulla via dell’andata e la colpì nel pieno del petto, là dove la scollatura disegna il seno. Merida aveva diciotto anni e l’uomo che la guardò mostrava invece le prime canizie. La guardò con insistenza compiaciuta, compiaciuta ancor più dal rifiuto intimidito della ragazza, che sollevò un poco il volto, sfilando più velocemente sotto quei fari di fuoco. Merida sentì bruciare, come uno sfrigolio di carne.

“Come sei bella” disse l’uomo dalle prime canizie. Merida non rispose.

“Perché non rispondi? Si risponde, ad un complimento.” le disse dietro l’uomo dalle prime canizie, mentre lei già scivolava davanti. Resisti Merida, che vuoi che sia? Non ti fa piacere? Merida provò a sentirsi bella come lui le diceva ma non ci riuscì.

Successe di nuovo poco dopo. Qualcuno la chiamò da una macchina ma lei non sentì. Allora la voce si fece più carica e lei lasciò ciondolare un’auricolare bianco dall’orecchio: la musica che ne usciva si perse nell’aria. Qualcuno dalla macchina la chiamava: non stava propriamente chiamando. Fischiava. Fischi lunghi: la macchina rallentò, a costeggiare il marciapiede.

Le guizzò qualcosa nello stomaco. Avrai mica paura? Ha ragione la gente del posto, allora, sei un’ingrata che non capisce i complimenti.

“Vuoi salire a fare un giro?”

Scosse la testa. La macchina ancora non andava via, mentre Merida sentiva bruciare il suo sguardo addosso: il guidatore le stava divorando rapace il collo con gli occhi. Disse no perché forse non l’aveva vista scuotere la testa. Disse no di nuovo.

“Troia” quello le disse, mentre andava via. Lo sguardo di un uomo è lo sguardo di un uomo e non ti toglie nulla. Strano, pensò lei, che davvero aveva per la seconda volta sentito un dolore fisico, questa volta all’altezza del collo.

Giunse in spiaggia con un lieve senso di peso sulle spalle mentre gli altri si preparavano ad accendere già il fuoco. Ora le sembrava di muoversi più lentamente: forse il vestito è stato davvero troppo. Dovrei stare più attenta, forse è colpa mia. A più riprese quello sfrigolio di carne venne a turbarle la serata: lo sentì sulle gambe, su quei fianchi che ora odiava, sulla curva della schiena, sul sedere. L’ultima volta che l’aveva indossato si era sentita solamente bella.

Odiava quel vestito ma non lo tolse, non lo tolse per fare il bagno, perché non fece il bagno. L’idea del suo corpo nudo ed esposto ora le dava una nausea e le faceva tirare lo stomaco. Ora il vestito era uno scudo e lei avrebbe voluto che divenisse una capsula, un piumone, un qualsiasi cosa avrebbe potuto nasconderla. Perché non riusciva a farsi piacere quelle attenzioni? Col suo ex uomo non si era mai sentita così. Cosa cambiava? Le venne un conato di nostalgia e si intristì.

Le era rimasto addosso il tanfo oleoso di un ricordo d’amore quando venne fuori dall’acqua l’adone della comitiva. La torsione delle spalle era evidenziata dalla luce sinistra delle stelle.

“Merida, nessun bagno oggi?” Andò a sedersi accanto a lei. La guardava dolcemente, senza pretese: in quello sguardo non c’era ora violenza d’alcun tipo eppure, ora, Merida aveva paura. Si sentiva minacciata. Ora lui guardava il mare, gli altri che giocavano nella scura acqua bassa, respirava lento e sembrava non prestarle attenzione. Eppure, lei si sentiva all’erta. Lo sguardo di lui non le avrebbe fatto nulla ma, avendo conosciuto sguardi dolorosi, ora dubitava.

“Tutto bene? Avrai mica freddo, se vuoi posso prenderti una magliet..”

Disse un no energico, più energico di quanto non volesse realmente essere. Ora sapeva ed era convinta che lo sguardo di tutti gli uomini le avrebbe fatto male. Disse di voler rimanere da sola, lui si alzò e andò a rituffarsi in mare.

Tornò prima degli altri. Si spogliò davanti allo specchio, faticando a guardarsi.

Lo sguardo di un uomo è lo sguardo di un uomo e non ti toglie nulla. Strano, pensò Merida mentre si guardava la pelle: cicatrici sanguigne le avevano storpiato la pelle, sul seno, sul collo, sulle gambe, sui fianchi, sul sedere.

“Donne, vi insegno come si seduce un uomo”, recensione del film con Tony Curtis

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Regia: Richard Quine
Genere: Sentimentale
Anno:1964
Cast: Lauren Bacall, Tony Curtis, Mel Ferrer, Henry Fonda, Edward Everett Horton, Frank Jeffries, Leslie Parrish, Natalie Wood
Paese: USA
Durata:115 min

TRAMA

Bob Weston (Tony Curtis), giornalista scandalistico, vuole intervistare la psichiatra Helen Gurley Brown (Natalie Wood), autrice di un libro sul comportamento sessuale delle donne. A questo scopo, si appropria del nome e delle sfortunate esperienze matrimoniali di un suo amico, Frank, e si presenta alla dottoressa come paziente. Alla fine il giornalista, oltre all’intervista, ottiene anche l’amore della bella dottoressa.

Prima di Sex and the City e di Mad Men c’era Sex and the single Girl

Nato dalla trasposizione cinematografica del bestseller “Sex and the single Girl” (Donne, v’insegno come sedurre gli uomini) pubblicato nel 1962, – per il quale la Warner Bros ha acquistato i diritti per un valore di ben $200.000 – il film è diretto da Richard Quine e non ha nulla a che vedere con il libro da cui è tratto, se non per il titolo. Infatti, la sceneggiatura – firmata Joseph Heller e David R. Schwartz – da vita ad una pellicola che rappresenta un’opera a sé dove i dialoghi risultano essere un po’ sconnessi, veloci e senza una vera ratio ma che tuttavia divertono lo spettatore senza alcuna pretesa.

La nascita della Sexy Comedy e gli stereotipi da seguire

Sex and single Girl rappresenta un esempio di un genere molto specifico, la “Sexy Comedy” o “Commedia Sessuale” che nacque tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Tuttavia, per il codice di produzione ancora in vigore al tempo, i personaggi principali non fanno sesso fino a quando non si sono sposati e assumono false identità. Quest’ultimo aspetto diventa parte integrante della trama. Su questo filone ricordiamo che tra i vari film più vicini alla nostra generazione, anche L’importanza di chiamarsi Ernest, segue alcune linee della Sexy Comedy, come ad esempio la falsa identità.

Tornando agli anni ’60, il film pur rientrando in questo nuovo genere non possiamo considerarlo il non plus ultra delle commedie sessuali, titolo che spetta a Pillow Talk (1959) con Rock Hudson e Doris Day. Infatti, in Donne, vi insegno come si seduce un uomo il regista tenta il colpo calando la sceneggiatura nella sexy comedy, in realtà la pellicola finisce per diventare una vera e propria parodia sul cinema del tempo che vedeva ruoli femminili che oscillavano tra l’indipendenza finanziaria e la loro liberazione sessuale. La commedia spinge molto sulla figura femminile portando in scena due riflessi di donna: l’una soffocata dal perbenismo del tempo, l’altra in lotta per l’emancipazione al fine di far crollare le restrizioni e i tabù spingendo per il riconoscimento collettivo del desiderio.

Il risultato finale? Scene divertenti, una regia poco riuscita ed un latente isterismo in una recitazione spesso portata all’estremo.

Gli anni ’60 dalla sexy comedy al concetto femminile nel cinema: il ruolo della donna esibizionista ed erotica

Quando parliamo del ruolo della donna nel cinema degli anni ’60 ci troviamo di fronte ad un ritorno dell’essere femminile, archetipica, dissoluta e sensuale, abbracciando talvolta le concezioni di donna-bambina (pensiamo alla segretaria) che si concede alle attenzioni dell’uomo; dall’altro lato assistiamo ad una donna determinata, matura, consapevole di ciò che fa, portando sullo schermo un tema e un’immagine molto trasgressivi per l’epoca.
Seppur molte pellicole del tempo mostrano questa ambivalenza della donna, il tentativo di rendere la donna indipendente, come invece appare qualche anno più tardi con A piedi nudi nel parco, fallisce miseramente mostrando una donna che si lascia influenzare dal nuovo paziente.

Donne, v’insegno come sedurre gli uomini diventa un vero e proprio trampolino di lancio per Natalie Wood e Helen Gurley Brown

Il film, per il genere e la storia da cui è tratto, ha rappresentato un cambio di passo sia per Natalie Wood come attrice, sia per la scrittrice del libro Helen Gurley Brown. Per la Wood, in Donne, v’insegno come sedurre gli uomini, è stato il suo primo ruolo comico da adulta, ed il secondo di tre film che ha realizzato con Tony Curtis: Kings Go Forth (1958) e The Great Race (1965) .

Anche per l’autrice di Sex and the single Girl, Helen Gurley Brown, assistiamo ad un passo avanti nella sua carriera di psicoanalista.  Nel 1965, poco dopo l’uscita del film, Gurley Brown ottenne il lavoro di caporedattrice di Cosmopolitan e ciò la trasformò in una delle principali riviste femminili. Infatti, prima di Carry Bradshaw c’era la dottoressa Helen Brown a comunicare l’arte del sesso e della seduzione alle giovani donne del tempo.

Ma cosa succede quando la teoria non coincide con la pratica? Il risultato è una ovvia applicazione pratica del tutto fallace. Con un Tony Curtis che, sospettando della non illibatezza della giovane donna, cercherà di scoprire, menzogna dopo menzogna, se la dottoressa stia solo usando la sua posizione per sublimare le sue frustrazioni sessuali o se, secondo la convinzione del tempo, abbia l’esperienza concreta per raccontare i piaceri del sesso.

Nell’epoca del cambiamento Quine celebra in versione parodia la verginità prematrimoniale

Di Pinket – screenshot catturato da me, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5558599

Il film, pur partendo con una buona marcia, si perde in una recitazione nevrotica quando entra in scena la dottoressa Brown e il suo isterismo legato alla pubblicazione su di una rivista scientifica del suo stato di ventitreenne vergine. Solo successivamente lo spettatore si rende conto che la pellicola in realtà è un continuo scimmiottare sia la psicoanalisi del tempo sia quella voglia di indipendenza e riscatto sessuale oltre che lavorativo su cui le donne del tempo spingevano, ma anche e soprattutto l’esigenza del tempo di accaparrarsi una Donna-Giovane-e-Vergine. Più che una parodia sul genere, parliamo di una parodia sul dato reale del tempo. Uomini – che Dio non voglia! – attenti all’illibatezza della loro futura consorte ma che poi desideravano le segretarie nei propri uffici.

Il nonsense di questa stramba sexy comedy

Il film è indubbiamente “divertente” grazie a qualche scena storica, come quando Bob Weston finge un tentativo di suicidio, solo per avere Gurley Brown che lo salva dall’annegamento o quando assistiamo all’inseguimento in macchina lungo ben dieci minuti alla fine del film. O ancora quando si susseguono le signore Broderick nello studio della dottoressa. Insomma, c’è da divertirsi senza molte pretese. Tuttavia, ad oggi quelle idee e quegli stereotipi sulle donne sono irrimediabilmente datati e l’aspetto comico spesso cade in una commedia senza senso dove i dialoghi e le scene sono messe un po’ a caso.

Tony Curtis pur essendo un attore affascinante e divertente, non riesce ad eguagliare la comicità di A qualcuno piace caldo e Operazione sottoveste. 

Il nonsense di questa sexy comedy un po’ datata e spesso sconnessa va in qualche modo a svilire la vera Helen Gurley Brown portata sullo schermo come una giovanissima dottoressa un po’ superficiale, isterica e confusionaria. Mi chiedo come si sia sentita la vera Helen Gurley Brown riguardo al film. Immagino che fosse probabilmente eccitata dal fatto che un’attrice come Natalie Wood la interpretasse, peccato che la sceneggiatura abbia costruito una dottoressa che esiste solo sulla pellicola.

Il Cinema richiama il Cinema

Da non perdere assolutamente è un Tony Curtis in vestaglia ed è subito  A qualcuno piace caldo  (1962) con i costanti richiami a Jack Lemmon, ma non dimentichiamo anche di Cary Grant in  Bringing up baby (1938) che in Italia viene tradotto con un insulso e sconnesso Susanna!

In Conclusione

La commedia è divertente ed alterna con sapienza la parodia alla satira, tuttavia non posso esimermi dal definirla a tratti grossolana e un po’ stupida. Non tutte le scene eccellono ma alcune sono decisamente più divertenti di altre. L’accoppiata Tony Curtis e Natalie Wood funziona sullo schermo anche se a volte alcune battute ed espressioni ricalcano eccessivamente stereotipi visti e rivisti. Ovviamente la pellicola non vuole assurgere a grande Manifesto sul sesso e seduzione ma vuole scimmiottare l’inversione di marcia a cui il cinema del tempo stava assistendo. La riuscita è segnata dal successo al botteghino diventando uno dei 20 film di maggior incasso del 1964 incassando ben 8 milioni di dollari.

Curiosità

Secondo Suzanne Finstad che ha studiato il contratto di Natalie Wood per Sex and the Single Girl sembrerebbe che l’attrice oltre ad essere pagata $ 160.000 per il suo ruolo, ha stabilito il colore del telefono nel suo camerino. Ha richiesto bocchini per sigarette bianchi da un negozio a Londra, uno speciale olio di gardenia disponibile al Cairo e ha stipulato giorni liberi durante il suo periodo mestruale.

Tre motivi per guardarlo

  1. Per gli occhi di Tony Curtis e il suo intramontabile fascino;
  2. Per la comicità senza senso che caratterizza il film, ma che in fondo diverte;
  3. Per gli outfit di Natalie Wood che fanno invidia a Audrey Hepburn.

Quando vedere il film?

Con amici o in coppia, o anche da soli perché no? Magari con del buon vino e tante patatine, ma soprattutto guardatelo quando vi sentite un po’ tristi.

Angela Patalano

Insomnia: un gioco di luci e ombre targato Christopher Nolan

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Dopo aver stupito il mondo con la sua seconda opera (Memento), Christopher Nolan accetta di dirigere il remake hollywoodiano di Insomnia, noir norvegese di Erik Skjoldbjærg di soli 5 anni prima, con Stellan Skarsgård. La scelta del regista britannico fu suggerita alla Warner Bros. da Steven Soderbergh, qui produttore esecutivo del film al fianco di George Clooney, sancendo l’inizio di un sodalizio destinato a durare nel tempo. Pur essendo attualmente l’unico film che non lo vede accreditato alla sceneggiatura, è sotto gli occhi di tutti che Christopher Nolan abbia in realtà revisionato e modificato parti del testo di Hillary Seitz, tanto che assistiamo non solo ad un proseguimento coerente della sua poetica, ma possiamo anche intravedere chiari riferimenti alle opere che ancora avranno da venire. 

“Troppo tardi per ieri, troppo presto per domani.”

Dove il sole non tramonta mai

Una coppia di detective di Los Angeles viene inviata a Nightmute in Alaska durante la stagione del “sole di mezzanotte”, per indagare sull’omicidio di una studentessa del liceo: Kay Donnell. Nonostante Will Dormer (Al Pacino) sia una vera e proprio leggenda vivente, apprezzatissimo agente con incredibili capacità deduttive, si ritrova nel mirino degli Affari Interni per la sospetta manipolazione di prove nei suoi precedenti casi. Venuto a conoscenza delle intenzioni del partner Eckhart (Martin Donovan) di patteggiare, Dormer si troverà a fare i conti con il suo passato, tanto da non riuscire ad addormentarsi per giorni interi. Inizierà dunque un’intensa lotta morale e di lucidità su due diversi fronti: trovare e arrestare l’assassino di Kay, cercando a tutti i costi di mantenere intatta la propria reputazione. 

Un cast di premi Oscar

Dovendo dirigere un remake hollywoodiano da 46 milioni di dollari e con un cast che vanta la presenza di ben tre premi OscarInsomnia è la vera prova del nove a cui Christopher Nolan viene sottoposto. Desta stupore, rivelandosi in seguito azzeccatissima, la scelta del regista di volere unicamente Robin Williams per la parte dell’antagonista che, a fronte di un minutaggio esiguo (la sua prima scena è al minuto ‘60), divenne uno dei suoi ruoli più significativi. Il 2002, fu l’anno in cui abbiamo avuto la fortuna di assistere a un Robin Williams inedito, tra i ruoli di Walter Finch e l’assassino problematico in “One Hour Photo”, ma non fu un periodo felice per l’attore che rivelò di aver ripreso con l’alcool proprio durante le riprese in Alaska, per l’effetto delle infinite giornate di sole e dell’isolamento dei luoghi. Tuttavia, lascia senza parole il talento di Williams, così credibile nei panni dello scrittore solitario Finch, capace di regalarci dei momenti di confronto e scontro con il tenebroso Will Dormer (dal latino dormio) di Al Pacino che, per il ruolo, studiò gli effetti del mancato sonno sul corpo umano per mesi, portando a schermo un deterioramento palpabile del suo personaggio. Come un interrogato ha la luce puntata contro per farlo crollare, così anche il detective losangelino non riuscirà a trovare zone d’ombra in cui ripararsi dal passato e la sua dubbia moralità entra in collisione con la purezza d’animo della giovane poliziotta Ellie, interpretata dalla due volte premio Oscar Hilary Swank. La presenza del rapporto tra mentore-allievo, nonché la trasmissione degli insegnamenti e della giusta via da seguire, sarà da qui in avanti una costante nelle opere del regista, venendo soprattutto sviscerata nella cosiddetta “Trilogia del Cavaliere Oscuro”, con cui questo film è interconnesso su più livelli. Un fil rouge ben visibile che passando per i dilemmi morali del nostro protagonista e l’inserimento di una figura paterna “spirituale” (Dormer per Ellie, Alfred per Bruce Wayne, Batman per Gotham City), ci porta ad una sequenza finale che non può che richiamare quella di “The Dark Knight Rises“, essendo forte degli stessi significati.

Le bugie di Casa Nolan

Rimanendo fedele ai suoi stilemi, il cineasta britannico introduce la sua opera con l’usuale dettaglio che verrà rivalutato dallo spettatore a fine visione. Così come in Following, la camera si sofferma su dei guanti in lattice ma, questa volta, intenti a cospargere di sangue delle stoffe bianche prima che una goccia cada sul polsino della camicia del nostro misterioso uomo. Un passaggio che non è nient’altro che la rappresentazione della perdita della purezza da cui non si può tornare indietro: una volta compromesso il proprio animo e infranti i propri valori, si è portati a farlo nuovamente. Sospinto dunque dal disperato tentativo di preservare il lavoro di una vita, Will Dormer rimarrà vittima di un doppiogiochismo continuo, ai danni di chiunque lo circondi, smarrendo progressivamente sé stesso giorno dopo giorno, una notte insonne dietro l’altra.   
Insomnia è dunque il film di Christopher Nolan che più di qualsiasi altro si sofferma sulla verità e la menzogna, attraverso un gioco di luci e ombre non così ben delineato nell’opera originale norvegese, per l’occasione ampiamente rivista e riadattata. Se da un lato abbiamo la verità sull’omicidio di Kay che lotta per non essere scoperta, dall’altra abbiamo la verità sul passato dell’agente Dormer che, nonostante i suoi sforzi, spinge per palesarsi al mondo. La realtà dei fatti è dunque vista come una forza astratta che non può essere controllata che va oltre il desiderio umano: non si può scegliere quando dire la verità; la verità non te lo permette

Non un semplice remake

Di tutta la filmografia di Christopher Nolan, Insomnia viene spesso citato come quel film “su commissione” estraneo alla sua poetica; martoriato per aver abbandonato i giochi di montaggio temporali e narrativi, marchi di fabbrica del cineasta britannico. Seppur sia vero che la struttura del racconto è classica e lineare, i punti cardine del cinema nolaniano non vengono affatto abbandonati e, oltre ai già trattati temi di moralità e verità, il tanto ricercato risvolto temporale è presente anche a Nightmute. E allora perché non viene notato? Semplice: perché è indecifrabile. Agli occhi del nostro protagonista, così come quelli dello spettatore, l’alternanza del giorno e della notte non esiste. Veniamo a conoscenza dell’incedere dei giorni dai cittadini del luogo che ci informano sull’orario e sul conteggio delle giornate passate in Alaska del nostro detective. È dunque una concezione temporale unica, statica, all’interno della filmografia del regista che riesce nell’ardua impresa di rendere un remake, e dunque una copia (o se preferite un doppione), totalmente personale e, per certi versi, più profondo dell’opera originale. Tutto questo cospargendola di riferimenti alle due opere precedenti e, come solo un autore fedele al suo cinema può fare, anche a quelle future, tra conflitti morali e di sopravvivenza a sfondo ghiacciato (come vedremo sul pianeta di Mann, in Interstellar) e nel buio dell’animo umano (Trilogia del Cavaliere Oscuro). Insomnia non è dunque solo uno degli adattamenti made in U.S.A. più riusciti, ma è anche la fotografia di un momento dove un autore non più esordiente conquista Hollywood e le sue leggende. 

Michele Finardi

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