I ponti di Madison County, l’amore secondo Clint Eastwood

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Titolo originale: The Bridges of Madison County
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Richard LaGravenese
Cast principale: Clint Eastwood, Meryl Streep, Jim Haynie
Nazione: Stati Uniti d’America
Anno: 1995

I ponti di Madison County secondo Eastwood

Quattro giorni d’amore struggente, una parentesi di vita in un destino segnato. Clint Eastwood trasforma I ponti di Madison County in un capolavoro registico.

La sfida al ‘rosa’ di Clint Eastwood

Più adattamento che traduzione, I ponti di Madison County (1995) rovescia il vieto dogma della superiorità letteraria indagando – sul piano basico della love-story – l’intreccio tra racconto e medium filmico. Vi è, nell’opera di Clint Eastwood, la sfida a diffrangere un genere abusato, talvolta ‘chiuso’, viziato da stereotipi tematico-stilistici che – come nel romanzo di Waller – generano un intruglio «dolciastro e piatto»[1], misurato sulle aspettative di un pubblico astratto, che si suppone avvezzo ai sentimenti ‘mediati’, finanche imposti dai modelli finzionali.

Un libro mediocre

Un’operazione ambiziosa, dunque, perigliosamente in bilico tra la débâcle e il ridicolo, condotta a partire da un testo che Bossi Fedrigotti definì ‘sciropposo’, intriso di un bovarismo parodiato in salsa «Postalmarket»[2], stigmatizzato da Anthony Lane come «il peggior libro a memoria d’uomo»[3].

Un’allegorica Madison County

Eppure, a dimostrazione della sensibilità artistica di Eastwood, il film è la prova che si può fare un ottimo lavoro pur partendo da un’opera mediocre e artefatta. La Madison County del vecchio cowboy ha il sapore straziato del tempo fermo, è un’ambigua allegoria dell’impermanenza, il preludio visivo-sensoriale della rinuncia alla vita.

Ambientazione e sentimenti

Nel trasformare l’amor fou pensato da Waller in un trepido, dolcissimo incontro di anime, regista e sceneggiatore (Richard LaGravenese) minano persino la simbologia dell’ambientazione, là dove il cuore dell’America oltranzista si tinge di un crepuscolarismo intimo, lontano dall’equivalenza fra «nobiltà del sacrificio» e «scelta tradizionale della famiglia, dei valori americani»[4]. Tra i ponti di Madison County si consuma una passione ‘ribelle’, tanto più ardita giacché vissuta in età avanzata, nuda, esposta e lacerata come ogni ‘inizio’, quando un’altra creatura ha in consegna la parte segreta di te, il lato indifeso e sincero.

Francesca: moglie e madre

Non c’è, in quest’adattamento rivisitato, alcuna tensione moraleggiante, piuttosto la triste constatazione della dicotomia dovere/piacere, incarnata da una protagonista (Meryl Streep) che riassume in sé i ruoli ‘tradizionali’ assegnati alla donna: moglie (ex sposa di guerra), madre e «casalinga quieta»[5], tacitamente dedita al lavoro domestico mentre il consorte agricoltore va per fiere di vacche.

Il monito di Eastwood

Si badi, né Eastwood né LaGravenese intendono denunciare un tale stato di cose. L’espediente iniziale svela anzi un sottofondo didascalico, in cui «il mutamento non è più necessariamente negato […] ma affiora come una legittima possibilità del presente ammaestrato dalle sofferenze passate»[6], se è vero che la storia di Francesca parla ai figli ormai adulti, spinti a ricucire matrimoni sfilacciati.

Intensa Streep

Al di là dell’annullamento di quella che Elio Girlanda definisce «anti-Medea»[7], il film di Eastwood opera uno scarto in termini di ‘consistenza’ dei sentimenti, affidando a un’interprete come la Streep il ruolo della mite Francesca, italoamericana ridotta a cliché nell’opera di Wallace e ora vicina all’eterna Magnani, di cui l’attrice ricalca i gesti, alcune espressioni facciali, gli sguardi intensi e penetranti[8]. Leslie Felperin individua in lei il perno della narrazione, la scelta mirata di un artista che la dirige e l’affianca, «dandole una luce splendida sotto i ponti bui e inquadrandola come le composizioni rurali del pittore Edward Hopper»[9].

Una parentesi d’amore

La sua interpretazione – al pari di quella di Eastwood – dona all’opera un valore assoluto, prosciolto da tesi, perdonato delle (inevitabili) sbavature. La «“vacanza d’amore”»[10] resta così un’incancellabile parentesi, sopravvive nel tempo sospeso della memoria, già anticipato – in fondo – dalla dilatazione degli atti quotidiani (il frigo chiuso con il piede, il té sorseggiato da Robert) e dai gesti d’addio («la mano di lei sullo sportello, la luce rossa del furgoncino di lui»[11]).

Il finale

Ha ragione Tullio Kezich ad affermare che senza «la melensa apparizione di Meryl truccata da vecchia e con la lacrima sul viso» il film avrebbe sfiorato la perfezione. La scena in cui Francesca vede Robert dal finestrino della Chevrolet, immoto e solenne sotto il diluvio, è forse il vero atto finale di questa storia. Non c’è ellissi, alcun salto temporale, solo il qui e ora di un tempo indicibile, l’attimo in cui si compie la presa di coscienza.

Ordine e dis-ordine

Ed è il passaggio dall’emotivo al razionale a sancire il distacco, la consapevolezza di non poter (voler?) prolungare il dis-ordine. Francesca dichiara: «Quello che avevo con Robert sarebbe svanito se fossimo andati via insieme. Quello che avevo con Richard sarebbe scomparso se me ne fossi andata». È un tentativo di conservare una zona propria, immutabilmente sottratta alla segnatura del suo destino.

Tre motivi per vedere il film

  • La recitazione ‘sguardi e gesti’ dei protagonisti
  • La musica di Lennie Nieaus (su un tema di Clint Eastwood)
  • Clint che declama Yeats

Quando vedere il film

Se si ha voglia di storie d’amore ‘fuori canone’

Note

[1] E. Caretto, Tra i conservatori romantici di Madison County: «sotto il ponte scorre il fango politico», in “Corriere della Sera”, 12 febbraio 1996.
[2] I. Bossi Fedrigotti, Madame Bovary in versione postal market, in “Corriere della Sera”, 23 settembre 1993.
[3] A. Lane, The top ten, in “The New Yorker”, 27 giugno 1994.
[4] E. Caretto, Tra i conservatori romantici di Madison County: «sotto il ponte scorre il fango politico», cit.
[5] T. Kezich, Lo straniero colpisce ancora, in “Corriere della Sera”, 28 settembre 1995.

Note (2)

[6] A. Piccardi, I ponti di Madison County di Clint Eastwood, in “Cineforum”, ottobre 1995.
[7] E. Girlanda, Meryl Streep, Roma, Gremese, 1997, p. 114.
[8] Si veda a tal proposito lo studio di Ken Reagan, The bridges of Madison County. The film, New York, Warner Books, 1995.
[9] L. Felperin, The bridges of Madison County, in “Sight and Sound”, 9, 46, settembre 1995.
[10] E. Girlanda, Meryl Streep, cit., p. 112.
[11] Ivi, p. 113.

Ginevra Amadio

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