Following, il brillante esordio di Christopher Nolan

Christopher Nolan recensione Following

Era il 1998 quando un giovane aspirante regista londinese poggiò il primo mattoncino di una filmografia destinata a far parlare di sé. Dopo alcuni cortometraggi, tra cui vi segnalo “Doodlebug” (facilmente recuperabile su YouTube), l’allora 28enne Christopher Nolan con l’aiuto della futura moglie Emma Thomas, di alcuni membri della famiglia e di un gruppo di amici, decise di girare il suo primo lungometraggio. Completamente autofinanziato dalle parti in causa, senza alcuna autorizzazione sulle location e con un budget complessivo di 6.000$, “Following” è un neo-noir sfaccettato ed enigmatico, punto di partenza della poetica nolaniana.

“Quando sottrai, gli mostri quello che avevano”

Storia di un’ossessione

Bill è un giovane disoccupato aspirante scrittore che, annoiato e solitario, inizia a pedinare sconosciuti in cerca di materiale per i suoi personaggi. Ossessionato da questa pratica, decide di darsi delle regole quali: non seguire nessuno troppo a lungo, niente donne in vicoli bui, non forzare la scelta della persona da pedinare. Sfortunatamente per Bill, sarà proprio il tradimento di quest’ultimo vincolo a condannarlo, innescando una serie di eventi che lo porteranno da osservatore a osservato. Accortosi di lui, un ladro di appartamenti lo prende in simpatia e decide di farlo entrare nel suo mondo, rendendolo partecipe dei furti. Cobb, come il nostro protagonista, risulta essere poco interessato agli oggetti da sottrarre ai malcapitati e molto attratto dalla violazione dell’intimità altrui, giocando a smascherare e portare alla luce i segreti dei residenti. Bill si troverà dunque invischiato in un giro più grande di lui, ossessionato dal sapere di più su una ragazza (la Bionda), proprietaria di un appartamento visitato dalla coppia di ladri, indissolubilmente legata a un malavitoso (lo Stempiato).

La genesi di un autore

Following rappresenta, senza ombra di dubbio, uno degli esordi più brillanti del cinema contemporaneo, che assume ancora maggior risalto se andiamo ad analizzarne la realizzazione. Christopher Nolan, ispiratosi a un furto subito nella sua abitazione, scrive la sceneggiatura della sua opera prima, curandone anche la fotografia ed il montaggio (con Gareth Heal). Con un budget limitato, che venne utilizzato quasi interamente per l’acquisto della pellicola da 16 mm, le riprese richiesero più di un anno di lavoro per l’impossibilità di avere il cast costantemente a disposizione. Utilizzando un rapporto 1:2, che permette di girare un massimo di due take per scena, gli attori (non pagati e disponibili soltanto nel week end) dovettero provare ripetutamente le parti prima di girare. Di fronte a tutta questa economia, che emerge prepotente anche ad un occhio meno esperto dato l’utilizzo unico della camera a mano e dalla presenza di una fotografia in bianco e nero essenziale, traspare il talento del regista e la sua concezione unica del mezzo cinematografico. È infatti la visione che Christopher Nolan ha del Cinema e dello storytelling, all’epoca già molto chiara, che porterà il film ad essere accolto con interesse ai festival indipendenti, tanto da aggiudicarsi svariati premi tra cui il Tiger Award al Rotterdam International Film Festival del 1999.

Una scatola che vuole essere trovata

Singolare, e di assoluta riflessione, è il fatto che la prima sequenza della filmografia di Christopher Nolan sia un primissimo piano di una scatola di cui ne viene svelato l’apparentemente innocuo contenuto. Sconosciute allo spettatore che si avvicina alla pellicola per la prima volta, vengono seguite dalla camera delle mani con guanti in lattice, intente a sistemare e verificare il contenuto del cofanetto, prima di chiuderlo e dare il via agli eventi. Cobb, durante il primo furto in compagnia di Bill, comunica il ruolo dell’oggetto all’interno film: “una scatola è come un diario; la nascondono ma vogliono che sia trovata. Nascondere, mostrare: due facce della stessa medaglia”. Considerando i successivi passi di Christopher Nolan, risulta dunque chiaro che, metaforicamente parlando, “Following” sia la scatola dove minuziosamente ha inserito tutti i temi a lui cari, che sistematicamente torneranno nel suo cinema. Attraverso il dualismo spettatore-regista, qui rappresentati rispettivamente da Bill e Cobb, il giovane Christopher Nolan ci porta in un labirinto temporale di false verità, sovvertendo la consequenzialità del rapporto causa-effetto, ingannando chi guarda. Utilizzando una struttura di montaggio che verrà poi affinata nella sua opera successiva (Memento), ogni nostra congettura verrà sistematicamente smentita fino ad arrivare a un epilogo-rivelazione sbalorditivo, che ci spronerà a voler rivedere l’opera per poterla meglio decifrare. Ci troveremo dunque, ancora una volta, nei panni di Bill, tornando a seguire nuovamente la stessa persona, lo stesso film.

Un futuro già scritto

“Following” è il principio della poetica nolaniana; il punto di partenza di quel fil rouge che unirà indistintamente tutti i lavori di Christopher Nolan: un regista incredibilmente coerente con sé stesso, con la sua visione ed i suoi temi, dal primo all’ultimo ciak, con un amore per il cinema incrollabile. Tra somiglianze (Marilyn Monroe – Lucy Russell, la bionda), cartoline di “Shining” e de “Le iene”, nonché i consueti rimandi al cinema hitchcockiano, fa la sua apparizione anche un logo amico (quello di Batman), presagio di un futuro già scritto. Concludendo, “Following” è un piccolo grande film d’omaggio, di necessità e di rivoluzione, assolutamente imperdibile e imprescindibile per decifrare al meglio uno dei più grandi autori contemporanei.

Michele Finardi

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