Il contagio della banalità: Lavia feat. Prévert

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Jacques Prévert è protagonista con le sue poesie sul palco del Teatro Eliseo di Roma. Ma Gabriele Lavia è contagiato dalla banalità… e il vaccino non si vede all’orizzonte.

Quanto è inflazionata la parola contagio in questi giorni? E allora perché non usarla anche per altro, oltre che per l’influenza che sta terrorizzando il nostro Paese?

Perché come ha detto Gabriele Lavia, la scorsa domenica, in molti hanno sfidato il contagio per recarsi al Teatro Eliseo, e l’hanno fatto con gioia. Un po’ che perché parliamo di un interprete di altissimo livello, un po’ perché Jacques Prevert è un poeta altrettanto apprezzabile, un po’ perché il Teatro Eliseo è noto per l’ottima programmazione, un po’ perché pioveva pure.

I ragazzi che si amano, spiega Lavia, sono in lingua originale i “bambini” che si amano. E devo ammettere che ho adorato ogni frecciatina scagliata dall’attore ai traduttori italiani (noti perbenisti), ma dallo spettacolo mi aspettavo altro. Non so bene cosa, ma certamente non quello che ho visto.

E cosa ho visto di preciso? Un uomo celebre che chiacchiera, che elenca citazioni coltissime ed etimologie interessanti. E non sarò io, che nasco filologa, a distruggere questo. Penso però che tra la chiacchiera e lo spettacolo debba esistere altro.

Mi viene in mente Mistero Buffo di Dario Fo, ma anche gli spettacoli sulla grecità di Moni Ovadia, come esempi di “altro”.

Insomma, a parte leggere qualche poesia di Jaques Prevert, poeta che peraltro conosco e adoro, e sollevare qualche legittima polemica alla nostra società, di preciso cosa mi rimane di questi Ragazzi innamorati firmati Gabriele Lavia?

Sicuramente l’interessante scena dedicata ai tre fiammiferi e ispirata alla nota poesia. L’unico momento in cui il performer si permette davvero di osare, giocando coi fiammiferi e sfidando la reazione del pubblico.

Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia

Per il resto, mi sono anche appisolata. E mi rendo conto che questa è una recensione caustica: per la mia natura empatica sono sempre dispiaciuta quando mi ritrovo a stroncare qualsiasi tentativo artistico. Temo, però, che a volte si punti molto sul personaggio e poco su quello che porta in scena: come se la fama fosse una scusa per adagiarsi sugli allori e potersi permettere di portare a teatro due chiacchiere tra amici perché tanto… sei Gabriele Lavia.

La sensazione, purtroppo, è stata questa. Molte persone sono andate via prima della fine dello spettacolo e di certo non è stato per qualche colpo di tosse qua e là in sala.

Piuttosto è stata una comprensibile fuga da un altro tipo di contagio, ancora più pericoloso: quello della banalità. E di tutta la noia che ne deriva.

Alessia Pizzi

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