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Vespa spegne 76 candeline e festeggia con #VespaSoundsCool

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Una mostra per scoprire come Vespa e l’industria musicale abbiano incrociato le loro strade, sempre cogliendo lo spirito dei tempi e sapendo, in molte occasioni, anticipare le tendenze.

Vespa e Musica: un legame indissolubile

Vespa e musica sono unite da un legame fortissimo; sin dai primi anni di vita dello scooter più famoso al mondo a Vespa si legarono i movimenti musicali nell’Inghilterra degli anni ’60, lì dove nascevano le tendenze che avrebbero segnato intere generazioni. Vespa è protagonista di opere fondamentali nella storia del rock come il concept album Quadrophenia degli Who e il musical Absolute Beginners di Julien Temple con David Bowie e Patsy Kensit.

Una relazione indissolubile che ha attraversato gli anni ‘80 con Vespa protagonista di innumerevoli videoclip nel decennio segnato dal fenomeno MTV per arrivare agli anni ’90 al clamoroso successo tutto italiano di 50 Special dei Lunapop.

Il rapporto tra Vespa e l’arte della musica ha radici solide e continua a segnare l’immaginario collettivo attraverso canzoni, video di successo e un costante riferimento alla musica. Un esempio concreto è il recente JUSTIN BIEBER X VESPA, il nuovo esclusivo modello di Vespa pensato e disegnato personalmente dalla popstar.

Dal 24 aprile al Museo Piaggio di Pontedera

Se per i 75 anni Vespa ha collaborato con Dior, per celebrare le sue prime 76 candeline darà vita a #VespaSoundsCool, la mostra in programma al Museo Piaggio di Pontedera dal 24 aprile al prossimo ottobre. Un appuntamento imperdibile, un’occasione per scoprire come Vespa e l’industria musicale abbiano incrociato le loro strade, sempre cogliendo lo spirito dei tempi e sapendo, in molte occasioni, anticipare le tendenze.

Nelle sale del Museo Piaggio, visitabili anche tramite virtual tour, saranno esposti veri pezzi straordinari di questa lunga relazione tra Vespa e la musica. Tra i cimeli ci saranno anche rari vinili con Vespa in copertina, che i visitatori potranno ascoltare grazie a postazioni interattive e alla presenza di un autentico juke box d’epoca.

Micaela Paciotti

“Bridgerton” 2: a proposito della tensione sessuale

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È passato poco più di un anno da quando la prima stagione di Bridgerton faceva parlare di sé per le tante scene di sesso, per la rivisitazione del periodo storico in chiave multietnica, per la colonna sonora ricca di brani contemporanei in versione orchestrale e per una storia d’amore tanto classica quanto appassionante. È passato poco più di un anno, dicevamo, ma da quando Netflix ha rilasciato la seconda stagione il 25 marzo scorso le cose non sono poi così tanto cambiate. Eccoci di nuovo incollati/e alla televisione a guardare balli, vestiti, ambienti di un’altra epoca mai apparsa così idilliaca e luminosa.

Gli ascolti da record della seconda stagione di Bridgerton (più di 193 milioni di ore viste solo nel primo weekend) ci ricordano una cosa: le storie di buoni sentimenti e a lieto fine piacciono, soprattutto se prima assistiamo a un bel po’ di drama.

Bridgerton 2: la trama

Anche la seconda stagione è tratta da uno dei romanzi di Julia Quinn. Più precisamente, dal secondo volume della saga della famiglia Bridgerton, Il visconte che mi amava, dedicato alla storia del fratello maggiore nonché capofamiglia, Anthony. Dopo aver assicurato a Daphne un matrimonio d’amore sereno e prestigioso, tocca a lui scegliere una moglie tra le nuove debuttanti londinesi. La sua attenzione viene catturata dal “diamante” della regina, la giovane Edwina Sharma arrivata dall’India insieme alla madre e alla sorella maggiore, Kate. Quest’ultima non sembra avere una buona opinione del visconte visto che lo ha sentito pronunciare frasi abbastanza spiacevoli sulle donne e su come il matrimonio non debba essere basato sull’amore.

Intorno a loro, continuano le avventure degli altri e delle altre Bridgerton: Benedict ottiene un posto all’Accademia d’arte, Colin cerca il suo scopo nella vita, Eloise si avvicina sempre di più alle idee femministe e a un giovane tipografo, Theo Sharpe. Nel frattempo la regina continua con le sue ricerche volte a scoprire l’identità di Lady Whistledown e la famiglia di Penelope cerca un modo per sopravvivere ai debiti lasciati dal padre.

Tutti questi percorsi narrativi intrecciati tra loro regalano a spettatori e spettatrici 8 episodi appassionanti che non si potrà fare a meno di divorare, nonostante la durata (un’ora o poco più ciscuno).

Ciò che piace di Bridgerton (attenzione agli spoiler)

Bridgerton è un prodotto televisivo che funziona nonostante abbia una trama tutt’altro che imprevedibile. Questa nuova serie potrebbe tranquillamente essere una fan fiction di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen.

Avevo capito l’andazzo già dal primo episodio e più volte nel corso della stagione mi è capitato di prevedere l’intreccio e lo scioglimento di alcune dinamiche (la proposta di Anthony a Edwina e la caduta da cavallo di Kate, ad esempio, anche se non avevo pensato alla presenza dell’animale, devo ammetterlo). Nonostante questo, non ho potuto fare a meno di appassionarmi alla storia, di fremere a ogni incontro tra Lord Bridgerton e Miss Sharma e anche di commuovermi alla fine. Inoltre, credo che questa seconda stagione abbia brillantemente superato la prima.

È naturale chiedersi come mai Bridgerton sia così coinvolgente, ma è altrettanto semplice trovare una risposta. Si tratta di un mix perfetto di elementi classici della narrazione che aiutano il pubblico ad evadere dalla realtà e a entrare in un’atmosfera da sogno.

L’attrazione sessuale

Se la prima stagione di Bridgerton aveva stupito tutti con le numerose scene di sesso anche molto esplicite, questa nuova serie ruota tutta intorno al desiderio.

La costruzione dell’attrazione fisica tra Anthony e Kate può davvero dirsi riuscita. Si passa da una dichiarata antipatia reciproca, fatta di battute mordaci e continui battibecchi, a sguardi fugaci, contatti fisici agognati, dichiarazioni appassionate pronunciate nascostamente in momenti poco opportuni. La passione cresce tanto più grandi sono gli ostacoli che la impediscono fino a esplodere. Ed è coinvolgente. Anche se sai che arriverà, quando vedi il momento del primo bacio sullo schermo non puoi fare a meno di emozionarti e di sentire la tensione allentarsi.

La stessa cosa accade quando finalmente i due hanno il loro primo rapporto sessuale. La scena è resa benissimo con un’attenzione realistica alla rappresentazione dell’orgasmo femminile (come già nella prima stagione) senza perdere di romanticismo o di passione.

Bridgerton attrae a sé spettatori e spettatrici puntando non solo sull’emotività, ma proprio sull’istinto passionale. La telecamera indugia sui corpi e punta a “far sentire” la scena a chi guarda a livello fisico. La serie arriva alle viscere ancor prima che alla testa.

I personaggi

Al di là delle sensazioni fisiche suscitate, questa nuova stagione di Bridgerton offre due protagonisti interessanti, più di quelli della scorsa stagione.

Entrambi sono soffocati dal senso del dovere verso le loro famiglie. Vivono questi obblighi in maniera ben più seria di quanto i loro parenti vorrebbero o si aspetterebbero e sono sordi a chi gli consiglia di iniziare a essere onesti a proposito dei propri sentimenti. Anthony (Jonathan Bailey), in particolare, è spaventato dall’idea di amare e di essere amato per come ha sofferto la madre alla morte del padre. Rappresenta il classico personaggio maschile che non vuole cedere ai sentimenti non avendo idea di come gestirli. Il senso di responsabilità e il peso di portare avanti il nome di famiglia contribuiscono a renderlo frustrato e perennemente infelice. L’arrivo di Kate nella sua vita lo costringe a fare i conti con i suoi limiti e con le sue paure. Nel corso della storia, Anthony fa di tutto per autosabotarsi, arrivando a perdere tutto ciò che fino ad allora aveva ritenuto fondamentale (la sua reputazione, l’affetto familiare, la stessa Kate). Ma è solo quello il percorso possibile. Solo così può arrivare finalmente a conquistare le sua felicità.

Kate (Simone Ashley) può non avere il blocco emotivo di Anthony, ma deve fare i conti con la sua tendenza a controllare ogni cosa senza affidarsi a sua madre o a sua sorella. Pur facendo tutto per amore e altruismo, la ragazza non riesce a capire quanto stia rispecchiando se stessa in chi ha intorno senza dare loro la possibilità di scegliere o di esprimersi. Pensare a se stessi è più difficile che prendersi cura di qualcun altro perché così non si corre il rischio di fallire o di rimanere delusi. Il suo spirito vivace e anticonformista la rende uno dei personaggi più belli apparsi fino ad ora nella serie.

Il rapporto tra Kate ed Edwina è un altro dei punti forti della stagione. Il legame tra sorelle è qualcosa di unico. Si cresce insieme e, anche se con indoli diverse, si è una parte dell’altra. Il rischio è quello di perdere la propria individualità o di non avere un rapporto tra pari. Kate ed Edwina vivono entrambe queste crisi, ma riescono a uscirne ognuna più forte di prima.

Tra gli altri Bridgerton, Eloise è sicuramente il personaggio più interessante. A lei sono affidate le battute di rivendicazione femminista e di critica a tutta quella società fatta di convenzioni e buone maniere. È interessante vederla invaghirsi del giovane Sharpe, così come è bello vederla preoccuparsi per la sua famiglia nel momento di grande crisi. Nel finale, il suo rapporto di amicizia con Penelope si incrina con la scoperta della vera identità di Lady Whistledown. Vengono pronunciate parole molto dure, frutto del tradimento subito. Di certo, aspettiamo con ansia la prossima stagione per vedere l’evolversi di questa situazione così come di tutte le altre rimaste in sospeso degli altri fratelli e sorelle.

Ambientazioni

Come non amare quei giardini e quei palazzi che fanno da sfondo alle vicende dei personaggi? Sono gli stessi che da sempre affascinano per ogni film o serie in costume ambientate in Inghilterra.

Ma se c’è un elemento che più di tutti lascia a bocca aperta in questa stagione quello è rappresentato dai costumi. Sono assolutamente meravigliosi. Aggiungono colore e atmosfera alla serie.

Un altro fiore all’occhiello della serie è la colonna sonora che riadatta canzoni contemporanee in chiave classica. In questa serie abbiamo Material Girl di Madonna, Dancing On My Own di Robin, Sign of the Times di Harry Style, Wrecking Ball di Miley Cyrus, What About Us di Pink e Diamonds di Rihanna. Una gran bella lista, no?

Cosa non ha funzionato

Ma tra tessuti da favola, storie d’amore e paesaggi mozzafiato c’è qualcosa che non ha funzionato all’interno della serie. Si tratta del modo superficiale con cui sono state gestite alcune dinamiche tra i personaggi e le storie della passata stagione. Partendo proprio da quest’ultima, come mai in questa stagione Siena compare solo una volta in un manifesto e non se ne fai mai menzione? Per come abbiamo visto invaghito Anthony nelle scorse puntate, non è del tutto realistico che non ne parli mai con la madre in uno dei tanti confronti che hanno.

Ancora più grave, dal mio punto di vista, è il mancato sfruttamento delle relazioni tra i Bridgerton visto che si tratta di uno degli aspetti più interessanti della serie. Il dialogo finale tra Anthony e Benedict è buttato via, così come molti altri nel corso delle puntate. Non c’è un momento in cui Anthony parla con Eloise dopo la pubblicazione dell’articolo di Lady Whistledown, né tra lui e Colin dopo il litigio per il denaro preso dal più piccolo. Data l’assenza di originalità e la presenza di elementi ben costruiti, è un peccato che si siano perse queste occasioni.

Cosa sappiamo di Bridgerton 3

Netflix ha annunciato di aver rinnovato la serie di Bridgerton non solo per una terza, ma anche per una quarta stagione. Questo significa che prossimamente dovremmo vedere sullo schermo le storie di Benedict e di Colin, protagonisti rispettivamente del terzo e del quarto romanzo di Quinn (La proposta di un gentiluomo e Un uomo da conquistare). Secondo alcune dichiarazioni rilasciate da Simone Ashley, la prossima stagione dovrebbe riguardare Colin e Penelope. Ciò altererebbe l’ordine dei romanzi e potrebbe cambiare un po’ le dinamiche della storia. Sarà davvero così?

Sappiamo che ritroveremo la coppia Anthony/Kate e probabilmente anche quella di Daphne e del Duca. Inoltre, è confermata la presenza anche di Theo Sharpe.

Per quanto riguarda l’uscita, possiamo solo fare delle ipotesi. Sicuramente dovremo aspettare il 2023, probabilmente la primavera o l’inizio dell’estate.

Lo faremo. Nel frattempo… ci dedicheremo al rewatch!

Federica Crisci

“Le portatrici”: un “Racconto dell’ancella” al rovescio

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Anche se con qualche giorno di ritardo rispetto a quanto programmato, ho portato a termine la lettura del romanzo di Jessica Schiefauer, Le portatrici. L’esperienza è stata decisamente più entusiasmante rispetto al libro del mese scorso (La verità su tutto di Vanni Santoni). Posso dirmi contenta di aver seguito l’istinto e aver dato una possibilità a questa distopia proveniente dalla Svezia e pubblicata in Italia dalla casa editrice Fandango.

Potreste domandarvi il perché di questo mio ritardo nel finire il libro. Pura e semplice mancanza di tempo da dedicare alla lettura, anzi le 344 pagine scorrono abbastanza velocemente grazie alla presenza di capitolo molto brevi. Una volta chiuso il volume, ci sarebbe la voglia di saperne ancora di più sulla storia e sui suoi personaggi. Le portatrici è un vino le cui caratteristiche richiamano alla mente sapori noti, ma non per questo non apprezzabili. Anzi. Se ti concentri, puoi trovare la nota particolare che lo distingue da tanti altri.

Audio recensione

Potete ascoltare il mio commento a Le portatrici anche su Spotify.

La trama di Le portatrici

La storia è ambientata in un futuro lontano dove la società è gestita e abitata solo da donne. Gli uomini vivono come bestiame in quarantene lontani dalle città poiché ritenuti i “diffusori” di un Morbo che da secoli ha decimato la popolazione e cambiato radicalmente il mondo. Sono disprezzati e ritenuti pericolosi.

Le donne vivono liberamente all’interno di arbitrarchie (singoli stati) e svolgono tutte mansioni utili alla comunità per un certo numero di ore durante la settimana. Non si mangia più né carne né pesce, si ha una grande cura dell’ambiente e il dibattito politico si incentra su come gestire le ultime risorse della Terra. Tutte le donne sono dotate di uno schermolibro che le identifica e permette loro di prendere attivamente parte alle decisioni politiche tramite il voto. Anche il vocabolario è cambiato. Non ci sono più termini declinati al maschile, non si usano parole come “padre”, “madre” o “bambino” e tutte le donne vengono chiamate “portatrici” data la loro capacità di “portare” la vita. Per portare al mondo nuove bambine, viene usata l’inseminazione artificiale e più donne possibili vengono invitate a portare.

La storia si apre proprio dalla voglia di Simone di diventare una vera e propria “portatrice”. Simone è la compagna di Nikki, la protagonista, che al contrario di lei non ha alcun desiderio di rimanere incinta ma non riesce a rimanere indifferente davanti al dolore di Simone quando i tentativi dell’inseminazione artificiale non vanno a buon fine. Nikki è pronta a fare di tutto pur di riveder sorridere la sua compagna, anche donarle il suo utero dopo aver portato per quattro mesi un bambino maschio. Il suo piano viene però compromesso dall’arrivo nella sua vita di Neon, un giovane xerxes, un uomo nell’aspetto, ma provvisto di utero al posto del pene poiché frutto di un esperimento genetico. Il mondo di Nikki verrà messo irrevocabilmente in crisi e non ci sarà più possibilità di tornare indietro.

Un vero e proprio distopico

Il romanzo ha le caratteristiche tipiche del genere distopico. Abbiamo un futuro contraddistinto da una grave crisi ambientale e una società organizzata in modo da fronteggiare al meglio questa situazione. Ciò equivale sempre alla costruzione di un regime totalitario in cui, a dispetto della propaganda, i cittadini non vivono pienamente liberi. La menzogna e la disinformazione sono alla base dell’ordine politico.

Ne Le portatrici la società delle donne è descritta quasi come un’utopia. Esse vivono serenamente in comunità. Quelli che non possono dire lo stesso sono i diffusori, ovvero gli uomini. Nei loro confronti viene costruita una vera e propria politica del terrore. In questo senso, questo romanzo si costruisce all’opposto di quello di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella.

In molti romanzi distopici, il fulcro della narrazione coincide con la lotta del protagonista o della protagonista al sistema. Questo non accade nel libro di Schiefauer dove il dibattito politico costituisce una parte importante della storia, ma non coinvolge direttamente Nikki. Lei non è impegnata in alcun tipo di lotta. Quello che succede dall’alto ha conseguenze dirette sulla sua vita e sulle scelte che farà, proprio come accade nella realtà per tutti noi, ma lei non ha il potere per cambiare le cose, né le interessa. L’autrice preferisce focalizzarsi sulle sue esperienze lasciandoci entrare nella realtà che la circonda solo in alcuni capitoli del libro.

La distopia creata da Schiefauer è interessante perché ci mostra le terribili conseguenze di un mondo in cui prevale la discriminazione e l’odio verso l’altro. Il problema della disparità di genere è penoso ed è una vera e propria lotta contro secoli e secoli di tradizioni soffocanti e destabilizzanti. Ma “rovesciare” il sistema significa cambiarlo radicalmente, non sostituire un oppressore con un altro. Il grande rischio quando si è vittima di odio e di discriminazione è di scambiare il concetto di vendetta con quello di giustizia (in questo, il personaggio di June della serie Il racconto dell’ancella è emblematico). Fare la distinzione diventa imperativo per non rischiare di trovarsi in un mondo altrettanto opprimente. Le idee di sorellanza, di pace, di compassione sono profondamente radicate nel femminismo e ne rappresentano uno dei punti di maggiore forza che potrebbero essere la base di una società più paritaria e positiva.

La difficoltà vera è rappresentata dagli esseri umani e da tutta la nostra storia. Le cose che abbiamo imparato e quelle che non abbiamo capito. Questo ce lo raccontano tutte le opere distopiche e questa non è da meno.

“Diffusori e portatrici vivevano insieme come due varianti della stessa specie, e l’evoluzione ha visto che le portatrici avevano il migliore potenziale. Perché potessimo continuare a evolverci i diffusori dovevano sparire, e il morbo è stato il metodo dell’evoluzione per riuscirci. non dobbiamo né guarirli né sterminarli, questo va contro la volontÀ dell’evoluzione. i diffusori non servono piÙ, e se ci calmiamo presto non saranno nient’altro che un ricordo”

J. Schiefauer, “Le portatrici”, pag. 154.

I discorsi politici e ideologici presenti all’interno del romanzo sono molto credibili e realistici. L’uso della biologia e della selezione naturale per giustificare la presunta superiorità di una razza, di un genere, di un orientamento sessuale non è (purtroppo) qualcosa che abbiamo visto fare solo nei film o nei libri. È attualità. È una trappola in cui non bisognerebbe mai cadere, tanto più insidiosa in quanto la natura e i suoi meccanismi sono effettivamente osservabili e misurabili in maniera oggettiva. Ma non dimentichiamoci mai le differenze che esistono e sono altrettanto vere e innegabili.

I personaggi e il tema

La vita di Nikki, però, si concentra su qualcosa di un po’ più importante: la sua gravidanza.

Per amore, la donna sceglie di portare un bambino maschio e di abortire al quarto mese per donare poi il suo utero a Simone. Nikki è una ragazza che ha viaggiato tanto, aperta e sensibile. Avendo perso la sua famiglia da piccola, è riuscita a ritrovare la sua “casa” con la sua compagna e farebbe di tutto pur di salvare il suo rapporto non rendendosi conto dell’egoismo e della violenza insita nell’atteggiamento di Simone. Con il tempo, la creatura dentro di lei arriverà a farsi sentire, a farsi desiderare, a farsi amare. La descrizione dell’esperienza del “portare” è uno dei punti più interessanti del romanzo. Cosa si prova ad avere una vita che si sviluppa dentro di te? Quanto è spaventoso e al tempo stesso rassicurante? Schiefauer lo racconta senza mai cadere nella banalità.

Un altro aspetto particolarmente notevole del romanzo è il rapporto tra Neon e Nikki e tra lei e gli altri uomini della storia. In essi è possibile vedere il tema difeso dall’autrice: possiamo coesistere e possiamo essere utili gli uni alle altre pur con le nostre differenze di genere. Non si tratta di “bisogno” perché ognuno/a dovrebbe imparare a cavarsela da solo/a, ma della naturale propensione degli esseri umani ad aiutarsi a vicenda. Attraverso il rapporto con un uomo, Nikki ha l’opportunità di vedere le cose da un punto di vista diverso da quello con cui è cresciuta. Neon le parla chiamando le cose con il loro nome e la costringe a fare i conti con ciò che la circonda. In questo senso, risulta per lei ciò che la pillola rossa è per Neo di Matrix. La diversità è utile perché è alterità, perché ci fa uscire dal nostro egocentrismo e ci pone in ascolto di quanto non avremmo mai immaginato.

Il modo in cui viene descritta la paura del “nemico” è altrettanto intrigante e veritiera. Anche le tappe dell’accettazione da parte di Nikki di un mondo inclusivo e diverso da quello a cui è abituata sono costruite in maniera realistica. Buono anche il tratteggio dei personaggi di contorno. L’approfondimento psicologico non è a livelli massimi. Va detto che siamo all’interno di una narrazione che sfiora la superficie, pur risultando comunque convincente.

Il linguaggio

Uno degli aspetti più intriganti della distopia è la creazione di un nuovo vocabolario che faccia da specchio al mondo in cui si vive. Tutto è partito da Orwell, da 1984 e dalle sue riflessioni all’avanguardia sul linguaggio. Da quel momento, tutti gli autori e le autrici che hanno voluto confrontarsi con questo genere hanno dovuto ingegnarsi per trovare nuovi lessemi o pensare a quali andrebbero eliminati per la loro “pericolosità”.

Le portatrici non fa eccezione e presenta un’innovazione lessicale sicuramente degna di nota. Tutti gli aggettivi e i participi sono declinati al femminile visto che la società prevede solo donne e vengono aboliti la maggior parte dei termini legati al mondo maschile. Ci sono anche nuove parole che indicano i mezzi di trasporto (“ibrido”), cibi e bevande (“vino di mellipere”, “acqua di vespa”, “maisrape”) e nuove unità abitative (“kondo”, “terricci”, “modulo cucina”). Sfortunatamente, però, molti di questi termini non vengono spiegati proprio come alcune consuetudini o ordinamenti del mondo vissuto da Nikki. La scelta ha senso a livello narrativo, poiché tutta la storia viene raccontata in prima persona da Nikki che conosce bene questi elementi proprio come il destinatario del testo (suo figlio). Al lettore e alla lettrice si chiede uno sforzo di immaginazione, cosa che può risultare gradita o meno. Personalmente, mi sarebbe piaciuto saperne di più e la stessa cosa potrei dire del finale. Mi piacerebbe che ci fosse un secondo capitolo e che si capisse che cosa succederà in futuro.

Chi dovrebbe leggere Le portatrici

La scrittura di Schiefauer è semplice e scorrevole. Questo la rende leggibile a un vasto pubblico, dagli adolescenti agli adulti. Gli e le amanti delle distopie non devono perdere l’occasione di leggere questo testo, soprattutto se si è apprezzato già Il racconto dell’ancella.

Se avete letto il libro e volete condividere con noi pensieri e opinioni, scriveteci all’indirizzo e-mail bookclubculturamente@gmail.com o sui nostri canali Facebook e Instagram per partecipare a una diretta sul libro.

Il prossimo appuntamento dei Postumi Letterari

Vi ricordate La disciplina di Penelope e la grande delusione nel trovarmi di fronte un giallo così sciapo? Tra i tanti commenti negativi avevo anche scritto: “Si è curiosi di sapere che cosa sia successo a Penelope e perché sia diventata così arrabbiata, anaffettiva e isolata. Non è dato saperlo. Chissà se non verranno pubblicati altri romanzi con lei e se la sua storia sarà rivelata nei prossimi anni”.

Ebbene, è successo. Il 29 marzo è arrivato nelle librerie Rancore, il secondo volume dedicato al personaggio di Penelope Spada e firmato sempre da Gianrico Carofiglio per la casa editrice Einaudi. Non potevo non proporlo con i Postumi Letterari. Vedremo se questo nuovo libro riuscirà a riabilitare il primo. Lo scoprirete nella recensione del 15 maggio, termine ultimo per leggere il libro.

Federica Crisci

“Luigi Proietti detto Gigi” è una guida commovente sulla vita dell’attore

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Edoardo Leo nel docufilm “Luigi Proietti detto Gigi” mette in atto l’impresa titanica di raccontare la vita di Gigi Proietti in un’ora e mezza. Quello che è certo è che questo documentario sarà una guida per chiunque voglia scoprire la vita di Gigi Proietti.

Il trailer

Edoardo Leo ha cominciato a girare le riprese per il documentario nel 2019. Gigi inizialmente era perplesso: la sua umiltà gli faceva pensare di non esserne meritevole. Poi ha comunque consentito al suo collega e ammiratore di farlo e di seguirlo e filmarlo anche dietro le quinte.

La morte di Gigi

Purtroppo, il 2 Novembre 2020, il giorno del suo 80° compleanno, Gigi Proietti è venuto a mancare. Leo e altri attori avevano preparato una lettera per omaggiare Proietti nel suo compleanno. Mai avrebbero immaginato di leggerla invece, distrutti e un capoverso ciascuno, nel Globe Theatre di Roma, il giorno del suo funerale.

Il progetto di questo docufilm era rimasto in sospeso. Vedendo l’amore degli italiani per Gigi e pensando alla persona grande che è stata, a Edoardo Leo è salita la voglia e la determinazione di continuarlo. La prima cosa che ha fatto è stato chiedere il permesso di continuare ai familiari di Gigi, e loro, sua sorella e le sue due figlie, hanno dato il consenso e hanno anche preso parte al documentario con i loro aneddoti.

Il ritratto che esce fuori da Luigi Proietti detto Gigi è quello di un uomo grande e di un artista completo.

Gigi è stato un uomo popolare. Nel senso che era famoso, che piaceva a tutti e anche nel senso di “fatto per il popolo”.

Il successo che ha avuto e l’amore ricevuto da tutti, specie dai suoi concittadini, spiegano i primi due significati del termine. L’ultimo significato si spiega con le sue azioni.

Gigi ha ridato vita per ben due volte al Teatro Brancaccio, ogni volta che gli venne data la direzione. Ha istituito una scuola di recitazione aperta a chiunque, da cui sono usciti grandi talenti; probabilmente non avrebbero potuto permettersi una normale scuola di teatro. Come ultima cosa che ha fatto è stato far costruire e lasciarci in dono il Globe Theatre, dentro Villa Borghese, che gli è stato intitolato dopo la sua morte.

Eppure, nonostante il bene fatto a noi ammiratori, il suo pubblico, nessuno sentirà la sua mancanza quanto le persone che lo hanno vissuto per anni. In Luigi Proietti detto Gigi osserviamo quanto sia stato profondo e ampio il suo talento, con tutti i personaggi creati o impersonati, e la caratterizzazione specifica di ognuno. E ancora gli sketch, le gag e le frasi-motto, diventati tutti iconici

Dietro a tutto questo c’era una persona allegra, riservata, umile e immensa.

Sembra banale dire “Grazie Gigi”, ma è il sentimento vero che si prova pensando a tutto quello che ci ha dato. Gratitudine, oltre alla commozione della consapevolezza di non averlo più con noi. Perché Gigi doveva essere eterno.

Ambra Martino

Camila Cabello: dalle Fifth Harmony al nuovo album Familia

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Quando Camila è diventata una star della musica con il suo singolo Havana, pochi sapevano che proveniva dalle Fifth Harmony, girl group nato ad XFactor, dove la giovanissima Cabello (classe 1997, fate voi i conti) spiccava già per il suo talento da diva. E non sono solo io a dirlo.

Da XFactor a Shawn Mendes

Dovreste tutte imparare qualcosa da Camila aveva affermato – dopo aver assistito ad un’esibizione del gruppo nel talent – la cantante Demi Lovato: e non aveva tutti i torti. Camila era l’unica a spiccare per la personalità, nonostante fosse davvero giovanissima: tutte le altre cantanti erano delle vocalist abilissime, ma non possedevano quel “quid” – il talento – mi verrebbe da dire. Il risultato si è visto qualche anno dopo, quando Camila ha iniziato a fare dei duetti che l’hanno resa molto famosa, fino a farle prendere la strada da solista.

Nel 2016, infatti, la cantante lascia il gruppo, complice anche il successo di I know what you did last summer con quello che poi sarebbe diventato il suo compagno Shawn Mendes, ma non solo: non mi interesso molto di gossip, ma pare che Camila non fosse trattata benissimo dalle sue colleghe. Sul web ci sono molti video a riguardo. Inoltre, avevo letto da qualche parte che Camila non era contenta della linea tropo “sessuale” delle canzoni delle Fifth Harmony. Effettivamente, se ascoltate anche solo “Worth it” o “Work from home” potete facilmente intuire la malizia. La linea musicale di Camila oggi è molto differente e ha tirato fuori ulteriori sfaccettature della sua vita. Ma andiamo per ordine.

Altri duetti importanti

  • 2016 – Bad Things Machine Gun Kelly 
  • 2017 – Love incredibile Cashmere Cat
  • 2017 – Hey Ma Pitbul e J Balvin (Fast & Furious 8)

Nel 2018 esce “Camila”

Tracklist

  1. Never Be the Same
  2. All These Years
  3. She Loves Control
  4. Havana
  5. Inside Out
  6. Consequences
  7. Real Friends
  8. Something’s Gotta Give
  9. In the Dark
  10. Into It
  11. Never Be the Same

Segue Romance nel 2019

Tracklist

  1. Shameless
  2. Living Proof
  3. Should’ve Said It
  4. Señorita
  5. Liar
  6. Bad Kind of Butterflies
  7. Easy
  8. Feel It Twice
  9. Dream of You
  10. Cry for Me
  11. This Love
  12. Used to This

Sono una grande fan di entrambi gli album. Mi piacciono le sonorità, che comunque si allontanano spesso dal pop canonico e inseriscono anche delle note sudamericane molto interessanti. Il timbro di Camila è facilmente riconoscibile, ma anche versatile. Penso sia un soprano, ha un piacevole falsetto e una voce graffiata e quasi parlata nelle note più basse.

Il film “Cenerentola” nel 2021

Nel 2021 Camila arriva anche sul grande schermo interpretando una Cenerentola in versione totalmente moderna. Certo, il film non è un Oscar, ma Camila è stata brava e la canzone della colonna sonora “Milion to one” è molto bella.

La relazione col suo corpo e il body shaming

Camila è diventata sicuramente un’icona di normalità: è una ragazza che non ha paura di farsi fotografare in costume, anche se non ha un corpo da modella. Onestamente credo sia una bellezza molto naturale e sono felice che mandi un messaggio positivo a tutte le donne sullo stare bene col proprio corpo. Per aver preso qualche chiletto, è stata vittima di commenti pesanti sui social, ma ha risposto a dovere, ricordando a tutti che siamo esseri umani, pregi e difetti inclusi.

Il nuovo album “Familia” è uscito l’8 aprile 2022

Io sono completamente innamorata di Bam Bam: Camila è l’unica che poteva farmi ascoltare una canzone di Ed Sheeran.

Sicuramente in questo album c’è molto della rottura col fidanzato Mendes, ma il bello delle canzoni di Camila è che c’è sempre una speranza nel buio, come era accaduto già anche nella canzone “Crying in the club“. Detta in parole povere, Camila è una che cade sempre in piedi!

Tracklist

  1. Familia
  2. Celia
  3. Psychofreak feat. Willow
  4. Bam Bam” feat. Ed Sheeran
  5. La Buena Vida
  6. Quiet
  7. Boys Don’t Cry
  8. Hasta Los Dientes feat. Maria Becerra
  9. No Doubt
  10. Don’t Go Yet
  11. Lola” feat. Yotuel
  12. Everyone At This Party

Cosa mi piace di Camila

Camila si è contraddistinta per dei video molto umani: è passata dall’immagine sexy che le avevano attribuito nel gruppo per arrivare a distinguersi come “una di noi”. Una ragazza semplice, che nelle performance sa essere tanto simpatica quanto sensuale. Il tocco cubano che ha inserito nella sua carriera da solista le vale sicuramente molti consensi nel pubblico sudamericano. L’ultimo album “Familia” è un omaggio alle sue origini già dal titolo, ma anche solo nel duetto con Ed Sheeran, Camila canta sia in inglese che in spagnolo. Sicuramente è una cantante che sta sbocciando e che avrà ancora molto da mostrarci. Basti pensare alla fioritura di Miley Cyrus, che attualmente per me è un punto di riferimento come icona del panorama musicale internazionale, insieme a Lady Gaga. Insomma: si inizia col pop infiocchettato e si arriva a tirare fuori la propria originalità. Miley ormai fa degli show in cui le sue cover sono meglio delle canzoni originali, Lady Gaga si è data persino al Jazz, e così anche la Cabello ha tirato fuori quello è realmente. Del resto, persino Christina Aguilera ha iniziato con i balletti anni Novanta di Genie in a Bottle, no?

Le mie 10 canzoni preferite di Camila

L’ordine non è rilevante.

  1. Bam Bam (Con Ed Sheeran)
  2. Easy
  3. Living Proof
  4. Milion to one
  5. Never be the same
  6. Shameless
  7. Inside out
  8. Consequences
  9. Crying in the club
  10. I know what you did last summer
  11. Bonus: la mia preferita con le Fifth Harmony è Sledgehammer.

Chiudo con il video della performance live di Bam Bam, in cui secondo me Camila ha dato veramente il massimo.

Alessia Pizzi

Linee bollenti: la recensione della nuova piccante serie Netflix

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Linee bollenti (il cui titolo internazionale è Dirty Lines) è la nuova serie tv di produzione olandese disponibile su Netflix dallo scorso 8 Aprile.

Ispirata al caso editoriale 06-Cowboys di Fred Saueressig e creata da Pieter Bart Korthuis Linee Bollenti ripercorre la storia della Teledutch, la prima linea telefonica bollente, per l’appunto, del continente europeo. Fondata dai fratelli Frank e Ramon Stigter nel 1987, la compagnia guadagnò un successo economico inaspettato quando la PTT, ovvero la società di Stato delle telecomunicazioni, diventata consapevole del potenziale guadagno connesso alle telefonate erotiche, concesse alla Teledutch ben duecento linee.
Il racconto è affidato allo sguardo onnisciente di Marly, una studentessa di psicologia alla ricerca della propria sessualità. Figlia di puritani la ragazza si ritrova coinvolta nella vicenda della Teledutch perché, essendo alla ricerca di un lavoretto che le consenta di pagare l’affitto, decide di prestare la sua voce per una registrazione erotica.

Il trailer

Raccontare la Storia e le storie

La serie è ambientata a cavallo tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 in una Amsterdam molto diversa da come la conosciamo oggi, come sottolinea il voice over della stessa Marly nella prima puntata. Ci sono quartieri periferici malfamati – che si contrappongono alle aree più borghesi – in cui vige addirittura l’usanza, da parte di alcuni giovani, di occupare gli appartamenti lasciati “incustoditi”. Al porto è possibile partecipare a delle incredibili feste in cui girano delle nuove droghe allucinogene, gli omosessuali si sentono liberi di manifestare apertamente i propri istinti sessuali, si balla un nuovo genere di musica, la house, completamente diverso dalla dance che andava in voga qualche anno prima.
La nuova generazione è in pieno fermento e la sua parola d’ordine è sperimentare.
Nel frattempo a Berlino viene sancita la fine della guerra fredda grazie all’abbattimento del muro. C’è quindi una generica voglia di libertà e uno specifico desiderio di vivere il sesso in modo anonimo e sicuro. Le circostanze sono perfette per la nascita del telefono erotico. Questa è la Storia.

Linee Bollenti ci racconta questa Storia utilizzandola come scenario per altre storie, ovvero le vicende personali dei tre protagonisti principali: Marly, la narratrice, che vorrebbe fare nuove esperienze sessuali ma è frenata dall’educazione puritana ricevuta; Frank, un eterno Peter Pan, un uomo creativo che per sua natura vorrebbe condurre una vita libera ma non può, perché è sposato e sta per diventare padre; Ramon, il fratello minore di Frank, che ha costruito tutta la sua vita apparentemente perfetta sulla menzogna della sua eterosessualità, con delle conseguenze disastrose.

La recensione

Dopo Sex Education e Sexify Netflix ci regala un’altra serie sul sesso da non perdere.
Linee bollenti è un prodotto culturale molto interessante, perché affronta il tema dell’erotismo da un punto di vista specifico rispondendo alla domanda: “come veniva vissuto il sesso ad Amsterdam alla fine degli anni ‘80?”. La risposta a questa domanda porta alla definizione di un quadro ricco di tematiche come la contrapposizione tra vecchia generazione bigotta e nuova generazione libertina, la ricerca delle differenze di genere nell’affrontare la propria sessualità, l’incontro/scontro tra il perbenismo di facciata e il successo delle anonime linee bollenti.
Il tutto è condito con una scrittura piacevole e divertente, un montaggio ritmato che alterna le storie dei personaggi al footage in 4/3 con cui si racconta la Storia, una colonna sonora da 5/5 stelle che ha, per esempio, tra le sue canzoni Boys don’t cry dei Cure.


Valeria de Bari


Michelangelo Antonioni e i film “dei sentimenti” con Monica Vitti

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Michelangelo Antonioni è uno dei registi più visionari e avanguardisti della sua epoca. Partendo dalle influenze dell’Esistenzialismo (lasciandosi ispirare da Camus) e dall’Intimismo intrinseco in molti scrittori novecenteschi, il cineasta esplicita la propria visione e il proprio pensiero in un modo di fare cinema completamente nuovo. Ogni opera si trasforma in poesia dove vi confluiscono l’arte, la filosofia, la psicologia e la sociologia. Grazie alla presenza di elementi avanguardisti e astratti, che caratterizzano la sensibilità artistica visuale di tutta la componente cinematografica del regista, ogni immagine è potenzialmente un’opera artistica pronta a staccarsi e ad emergere come se fosse slegata dalla sua narrazione. I personaggi sono delle tele su cui dipingere una psicologia contorta e complessa, non facilmente intellegibile agli occhi dello spettatore.

Il pensiero e la visione del regista si distaccano dalle correnti che pervadono la filiera cinematografica e con il suo estro visionario scardina il cinema classico, segnando la fine del Neorealismo e la nascita del cinema moderno. Con Antonioni assistiamo ad una destrutturazione della drammaturgia che viene rinnovata, dando vita a opere molto innovative per il tempo. Ogni pellicola diventa, così, il Manifesto per raccontare una realtà nascosta, fatta di crisi esistenziali e immobilità. Una modernità costellata da un non tanto latente pessimismo esistenziale, calato nell’alienante società moderna.

La tetralogia dell’incomunicabilità e l’uomo come mezzo per raccontare una società alla deriva

Questo suo esperimento inizia con la realizzazione della trilogia dell’incomunicabilità – una delle pietre miliari del cinema d’autore – detta anche esistenzialista o dei sentimenti. Le opere che ne seguiranno, ben tre film, hanno fatto la storia del cinema: L’Avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962). Tre pellicole in bianco e nero a cui seguirà Deserto rosso (1964) che rappresenta il suo primo film a colori. Questa aggiunta farà si che si parlerà sempre più di tetralogia.

Queste opere hanno rappresentato un vero punto di riferimento per critici, intellettuali e registi d’Europa e non solo. Queste quattro opere rappresentano la vetta della carriera di Antonioni in quanto rappresentano un caso unico in tutta la sua cinematografia.

Al centro delle pellicole si affrontano i temi dell’incomunicabilità, alienazione e disagio esistenziale, tematiche non troppo lontane dai nostri tempi. Per questa ragione la tetralogia diventa una testimonianza che racconta gli effetti della crisi e non le sue cause. E lo fa attraverso un cinema dove i tempi sono dilatati e gli spazi sono vuoti.

La società moderna viene messa sotto una macchina (da presa) a raggi X e viene scardinata dal perbenismo che aleggiava durante il boom economico, soprattutto nella borghesia. Ed è proprio questa modernità che diventa il presupposto per narrare l’incomunicabilità, una conseguenza inevitabile dettata dal contesto e dalla relativa condizione esistenziale in cui sono proiettati i personaggi. (M. Vannoni in Incomunicabilità e modernità tra Antonioni e Kieślowski).

Le nostre recensioni della tetralogia

La poetica di Antonioni

L’azione di Antonioni attraverso questa tetralogia si accosta all’operato di uno psicologo e continua, attraverso i suoi personaggi, come se fosse uno psicologo interno. Quella di Antonioni è una vera e propria poetica che […] tratteggia i caratteri di una mente, di una relazione, mantenendo come riferimento costante l’ambiente esistenziale ed emotivo nel quale ha preso forma quell’esperienza.

Antonioni mette in scena la filosofia di Giacomo Debenedetti con la sua epica dell’esistenza dove tra i personaggi e il mondo vi è una forte disconnessione, una rottura, dove i primi percepiscono il secondo come assurdo. Per il cineasta questa frattura è la conseguenza del boom economico. La disconnessione si manifesta attraverso la distanza, la noia, l’insoddisfazione e la mancanza di appagamento. In questo contesto non c’è più l’altro, ma ogni personaggio è ripiegato su sé stesso, sul proprio ombelico, avvolto da un forte egocentrismo.

L’analisi all’operato del cineasta è estremamente complessa e ampia. Si presta a numerose interpretazioni e connessioni. Tra le tante risulta interessante evidenziare come il brando di Lucio Dalla “Il fiume e la città” del 1970 presenti collegamenti con il cinema di Antonioni, quando recita: “Quanto ho camminato, non ho ragionato mai. […] Uno parte sempre e non arriva mai.” Parole ben rappresentate ne “L’ Avventura” quando i protagonisti si muovono nello spazio e nel tempo privi di una meta. E sempre in questo film, tristemente il cineasta, in maniera sottile, evoca la teoria darwiniana secondo cui sopravvive chi si adatta meglio all’ambiente. Questo trova riscontro nell’epilogo quando Claudia accetta passivamente l’infedeltà del proprio compagno. Ribellarsi a una tale circostanza, per lei, significherebbe abbracciare il medesimo destino dell’amica scomparsa, poiché gli insoddisfatti sono inevitabilmente condannati all’alienazione – sia essa fisica che mentale. (Giordano Pulvirenti in Antonioni: 60 anni fa usciva “L’avventura” con Monica Vitti).

La narrativa Antoniana

Alcuni elementi fondanti la poetica di Antonioni vengono già accennati, seppur non in maniera esplicita e penetrante nel Grido, come l’impossibilità di comunicare, l’interesse non per la collettività ma per l’individuo, la ricerca sul paesaggio come espressione dell’interiorità. Anche la narrativa segue una struttura piuttosto lineare e classica. 

Solo con la tetralogia si può finalmente parlare di “de-drammatizzazione”, ossia quel meccanismo che non fa procedere la trama, che non porta i personaggi in nessun luogo. E attraverso questo meccanismo la riflessione di Antonioni emerge con forza manifestandosi in maniera trasversale. Le tematiche coinvolte infatti non riguardano solo la narrativa, ma anche l’uso del mezzo, la suggestione scenografica e soprattutto la caratterizzazione dei personaggi.

In sostanza la cinematografia di Antonioni è in continua evoluzione. Parte della realtà e la mette in scena in maniera cruda, non con una narrativa sempliciotta ma focalizzandosi su una condizione reale da cui fa emergere una narrativa che non teme critiche. Il suo approccio cambia con Deserto Rosso (1964), la sua poetica sarà modificata da vari fattori quali l’uso del colore, un carattere più maturo e “internazionale” e soprattutto un nuovo tipo di indagine sullo sguardo e una riflessione metalinguistica.  

Proprio il colore consente al regista di esprimere al massimo il non detto, lo stesso cineasta in un’intervista rimpiange non aver potuto realizzare l’avventura a colori. Ciò avrebbe reso la pellicola ancora più profonda, dove i personaggi, il paesaggio e i colori avrebbero facilitato la manifestazione dell’interiorità dell’individuo e la sua percezione del mondo.   

L’amore incomunicabile e la precarietà dei sentimenti

La borghesia raccontata dal cineasta non è così sfavillante, ma è una generazione tremendamente sola e spaventata, cresciuta con retaggi culturali che conducono a crisi di identità costanti e una precarietà sentimentale che renderà l’uomo affamato di piacere ed egoismo. E proprio la precarietà dei sentimenti al centro dei film. Così assistiamo ad una fame di sessualità accompagnata ad un senso di rassegnazione ne L’Avventura; ad una sessualità macabra data dall’insoddisfazione (qui possiamo notare i primi approcci erotici che gli costarono la censura) ne La Notte e l’alienazione di una società rappresentata ne L’Eclissi dal mondo spietato della borsa.

E proprio nel rapporto uomo-donna che Antonioni mette in scena l’incomunicabilità e lo fa attraverso il ruolo femminile. Se, infatti, Claudia ne L’Avventura ricerca ancora un contatto con Sandro, Lidia ne La Notte sembra del tutto rassegnata all’impossibilità di comunicare con Giovanni pur rimanendo lì accanto, e infine ne L’Eclisse Vittoria, quasi a inizio film, si separa da Riccardo.

E proprio in questa società perbenista dove il sesso è vissuto come un tabù, Antonioni gli dà un ruolo fondamentale. Non sorprende se negli anni ’60 Antonioni subì numerose critiche e censure. Nelle sue pellicole il sesso non suggella l’amore tra due persone, ma è uno strumento per soddisfare il desiderio e il mero piacere. Non avvicina ma allontana, creando un ulteriore vuoto. Fomenta l’incomunicabilità e diventa il palliativo davanti all’impotenza di creare una connessione con l’altro.

«Non ti ho dato niente. È strano come soltanto oggi mi rendo conto di quanto ciò che si dà agli altri finisca con il giovare a se stessi» (La Notte)

Insomma, il suo cinema non aveva filtri, non temeva di raccontare quella generazione disorientata dalla guerra prima e dalla fatica di ricostruire poi. La generazione del boom economico osannata dal cinema fino a quel tempo, crolla vertiginosamente nelle pellicole di Michelangelo Antonioni.

Monica Vitti: Musa ispiratrice e il “Virgilio” che accompagna lo spettatore nel purgatorio realizzato da Antonioni

Monica Vitti è la Musa del cinema dell’incomunicabilità. La sua voce roca, la bellezza dolce e graffiante e la sua incisiva espressività caratterizzano le pellicole del cineasta. L’attrice diventa l’elemento che fa crollare le maschere in ogni film, il dettaglio che fa emergere la fragilità della classe dirigenziale degli anni ’60. L’anti-diva del cinema italiano diventa una sorta di Virgilio della cinematografia che accompagna lo spettatore, pellicola dopo pellicola, in questo viaggio intimista e disorientante.

Nel capitolo iniziale della tetralogia L’Avventura la presenza di Monica Vitti si fonde con il paesaggio, i silenzi, le ampie inquadrature e gli sguardi perduti che giocano un ruolo fondamentale. Personaggi “dipinti” come infelici e precari simulacri deprivati della possibilità di comunicare e comprendersi. Con questa pellicola l’attrice conferma essere l’asse portante per raccontare il malessere della generazione portata sullo schermo da Antonioni. 

Nel successivo capitolo, La Notte la poetica intellettuale del regista diventa più fitta, avvallata dall’esigenza di raccontare qualcosa di più penetrante e ancora più urgente. La storia che il cineasta invita ad esplorare vede la Vitti come la chiave di volta nella relazione tra Giovanni e Lidia, sebbene relegata ad un ruolo secondario. Qui il cinema di Antonioni non accetta compromessi nella narrazione che assume i tratti di una parabola sui sentimenti

Nel terzo film, L’Eclisse (che chiude la trilogia) il percorso di Antonioni giunge al termine, anche se proseguirà con Deserto Rosso trasformando il suo esperimento in una tetralogia. Al centro della macchina da presa abbiamo l’uomo contemporaneo e la sua arida rappresentazione esistenziale. l paesaggio è solo uno sfondo asettico e desolato. La pellicola è quella che più assurge ad un’anima internazionale diventando un vero e proprio tassello del cinema moderno. L’attrice Monica Vitti non teme di mostrare la drammaticità della solitudine e lo fa con un personaggio che sembra restare costantemente in posa. Con una comunicazione sconnessa dove “non lo so” diventa un martellante mantra ripetuto al suo promesso sposo. I brevi attimi di felicità tra i protagonisti sono un vano tentativo di liberarsi dalle catene dello spleen. Una dimensione dove l’innamoramento non cede mai il passo all’amore, non si libera dalle catene del perbenismo, dalle pose plastiche strette in vestiti dal design perfetto. E qui Monica Vitti sfodera le sue grandi doti attoriali mettendo sullo schermo l’apatia della borghesia romana del tempo.

Infine, con Deserto Rosso la trilogia si trasforma in tetralogia. Si tratta del primo film a colori per Antonioni. Anche qui la crisi delle relazioni affettive nella società contemporanea è un invisibile protagonista. E, ancora una volta il malessere della società contemporanea viene raccontato grazie all’interpretazione di Monica Vitti e alla psicologia del suo personaggio. Ancora una volta il paesaggio si fonde con le persone che l’abitano. La Ravenna post-industriale rappresenta l’aridità interiore dei personaggi. La visione di Antonioni prende vita in un’opera di difficile compressione assurgendo al film più ostico di tutta la carriera di Antonioni.

Conclusione

In conclusione la tetralogia di Antonioni è manifesto struggente della pochezza dell’animo umano in una società moderna osannata invece dal cinema dell’epoca. Per trasmettere il senso di incomunicabilità durante il boom economico il cineasta si avvale di tre pellicole a cui farà seguito una quarta. Queste opere sono collegate da un sottile filo rosso che unisce un film all’altro. Ne L’avventura Claudia e Sandro dovrebbero sposarsi, ma ciò non avviene; avviene però ne La notte, dove i due protagonisti sono marito e moglie; ne L’eclisse, poi, la coppia si separa. Inoltre La notte, come da titolo, si svolge tutto nel corso di una notte e L’eclisse invece comincia la mattina presto. (M. Vannoni in Incomunicabilità e modernità tra Antonioni e Kieślowski).

Antonioni è un vero e proprio poeta visivo, un poeta dell’esistenza e soprattutto di tutto ciò che di inquietante ed incomunicabile. Il cineasta riesce a distaccarsi dal perbenismo non solo della società contemporanea ma anche da quella che Cinecittà voleva raccontare. E lo fa attraverso quattro pellicole in cui i sentimenti sono assenti e le persone sono disumanizzate. La pochezza dell’animo umano emerge con drammaticità raccontato la vera generazione del boom economico.

Angela Patalano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Bridgerton: un period drama tra errori storici, bloopers e Easter Egg

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Si parla tanto di serie tv, film, dettagli e curiosità ma cosa ne pensiamo dei bloopers e/o errori vari? Che siano un semplice dietro le quinte mentre si prova una scena o errori sfuggiti agli occhi attenti in fase di montaggio, a noi questi imprevisti piacciono molto.

A catturare la nostra attenzione sono i bloopers della serie di Netflix Bridgerton. Nonostante l’attenzione quasi maniacale per i dettagli, la ricercatezza negli abiti e l’arredamento, questo period drama – ma non troppo – ci ha regalato tanti imprevisti, e anche qualche sorpresa!

Prima stagione

La collana di Daphne

Ricordate la preziosissima collana che il principe Friederich regala a Daphne come pegno d’amore? Ebbene, correndo fuori dalla terrazza, in preda ad un attacco d’ansia, Daphne si toglie la collana e cosa fa? Beh, sembra che l’abbia abbandonata sulla terrazza perché del gioiello non se ne sa più nulla. Un buco nella trama che non è piaciuto ai fan.

Le strisce gialle nell’Ottocento, ma non solo

Rivoluzione industriale sì, ma non corriamo. Correva l’anno 1813 e no, non ancora esistevano le strisce gialle, o forse mi sbaglio?

Siamo nel primo episodio della fortunata serie e a quanto pare ci troviamo dinanzi a delle strisce gialle per il divieto di parcheggio. Forse si trattava di un divieto per carrozze fuori dal Royal Crescent Bath? Beh pare che in Bridgerton ci sia stato un salto di ben 140 anni.

Gli anacronismi non mancano e gli errori che snaturalizzano il contesto storico sono frequenti. In qualche altra scena si intravede un poster di Primark. Un rivenditore irlandese fondato nel 1969, un lampione elettrico, cassette dell’elettricità.

Il cambio di capelli della neo sposa Hastings

Si sa, la luna di miele ha sempre il suo da fare. La resistenza doveva essere alta, per il tempo. Forse anche i componenti della troupe della produzione si sono talmente immedesimati nelle fatiche piacevoli dei neosposi, gli Hastings, che a quanto pare durante la scena nel giardino di notte, la duchessa, travolta dalla passione per il suo duca, ha un repentino cambio di capelli. Da completamente sistemati e impreziositi da un gioiello a totalmente sciolti senza averli neanche toccati. Insomma, o la troupe era stanca o gli hair stylist erano già andati via. La scena doveva apparire unica, invece, è palese che durante il montaggio abbiano montato tre scene consecutive.

E nella seconda stagione?

Lady Danbury e le ginocchia risanate

Potevo non parlare di Lady Danbury? Ebbene, tutti ricordiamo il suo problema alle ginocchia che lei stessa sottolinea quando si inchina dinanzi alla regina Charlotte, ebbene cosa succede poi nella seconda stagione? Magicamente si scatena con le danze insieme a tutta la famiglia Bridgerton.

La mascherina FFP2 in scena

Ma l’errore più eclatante riguarda proprio questa nuova stagione. Giunta alla sua ultima puntata, durante il ballo si intravede tra gli ospiti dell’alta società un membro della troupe che si aggira con tanto di mascherina FFP2. Un intruso o un viaggiatore del tempo? Non è dato saperlo, ma quel che è certo è la necessità di aumentare il personale in sala post produzione.

I mobili differenti dalla prima alla seconda stagione

Altro errore riguarda la connessione tra la prima e la seconda stagione. Prima di partire per il viaggio di nozze Daphne comunica a Eloise che le ha ceduto la sua stanza, ma nel primo episodio della seconda stagione ci troviamo davanti all’ex camera di Daphne solo per la posizione ma in realtà è tutto diverso. La posizione dell’arredamento è praticamente in una posizione opposta e no, in passato non spostavano pesanti mobili con la facilità con cui lo facciamo noi. I mobili sono diversi, solo la carta da parati è quasi identica ma non la stessa.

11 Easter Eggs in Bridgerton

Gli errori o le intrusioni sono l’aspetto più divertente in ogni serie, ma anche gli Easter Eggs (n.d.r. rimando a un film o a un personaggio, spesso veloce e celato, inserito dentro un altro film) sanno appassionare e divertire. E Bridgerton, al pari di molte serie, non è da meno.

1. La serie è totalmente incentrata su Anthony e lo si capisce fin dalla sigla iniziale dove leggiamo il suo nome, vediamo l’orologio di Edmund che Anthony porta con sé e diversi oggetti dell’iconico gioco Pall Mall.

Inquadrature dei titoli di testa di "Bridgerton"
fonte: https://www.buzzfeed.com/noradominick/bridgerton-season-2-easter-eggs-details

2. Ai più attenti non sarà sfuggito il sottile cenno a The Taming of the Shrew (La bisbetica domata) di William Shakespeare. In particolar modo questo riferimento è possibile coglierlo quando Lady Whistledown ha presentato Edwina e Kate Sharma e parla di come qualcuno dovrà “addomesticare” Kate. Il riferimento sembra proprio richiamare l’opera Shakespeariana che parla di due sorelle che vivono a Padova. Nella commedia, Katherina, la sorella maggiore, è un ostacolo per i corteggiatori di sua sorella Bianca. Non vi sembra essere simile alla dinamica tra Edwina e Kate. 

3. Udite, udite, udite, nell’episodio 1 della seconda stagione, l’autrice Julia Quinn ha deciso di inserire il suo nome nella lista di aspiranti future Viscontesse. Quando il Visconte guarda l’elenco cancellando quelle “inadatte” è possibile vedere il nome di Lady Julia, donna romantica, e Miss Quinn, “scrittrice eccezionale”. 

4. Nel terzo episodio scopriamo l’origine del nome “Hyacinth”, ultima genita dei Bridgerton. Qui verrà mostrato un flashback della morte di Edmund di fronte ad Anthony. Il padre verrà punto da un’ape mentre raccoglieva giacinti per Violet, che nei libri è il suo fiore preferito.

5. Quando i mignoli di Anthony e Kate si avvicinano con desiderio, questo è un riferimento a un rituale di matrimonio dell’India meridionale, il saptapadi. Ma siamo onesti, ovviamente il nostro primo pensiero è corso alla nostra coppia preferita, Simon e Daphne che hanno condiviso un momento simile nella prima stagione.

Lo scatto dei mignoli di Anthony e Kate e gli scatti delle mani di Daphne e Simon che si toccano nella prima stagione
fonte: https://www.buzzfeed.com/noradominick/bridgerton-season-2-easter-eggs-details

6. Orgoglio e Pregiudizio (1995) come non ricordare un giovane Colin Firth nei panni del signor Darcy nella scena della caduta nel lago di Anthony? Infatti, lo showrunner di Bridgerton, Chris Van Dusen, ha sostenuto che Orgoglio e pregiudizio sono “lo standard d’oro” per le storie d’amore struggenti. Anche la versione del 2005 è richiamata almeno in un paio di punti, quando Kate e Anthony si tengono per mano per la prima volta, e questo sconvolge Anthony. Questo è probabilmente un cenno alla scena della “flessione della mano” ,in cui il signor Darcy flette la mano dopo aver aiutato Elizabeth a salire su una carrozza. O quando Anthony esce sotto la pioggia per fare la proposta a Kate e finalmente esprimerle i suoi veri sentimenti. Questo è simile a quando il signor Darcy racconta a Elizabeth i suoi veri sentimenti mentre piove a dirotto.

7. Durante la prima stagione possiamo vedere che Lady Bridgerton dice ad Anthony che i tulipani che sta ricamando per Daphne “simboleggiano la passione”. Nella seconda, dopo l’incidente a cavallo di Kate, Anthony le porta un mazzo di tulipani dopo che si è svegliata.

8. Alla fine della seconda stagione, la regina Charlotte afferma che suo nipote, che è un principe, potrebbe essere interessato a Edwina. E a buon memoria il nipote della regina è il principe Federico di Prussia, l’uomo che ha regalato la collana a Daphne nella prima stagione.

9. Quando Kate e Anthony sono a letto insieme, nell’ultimo episodio, è possibile notare che Anthony bacia sua moglie esattamente dove è stata punta da un’ape durante l’episodio 3.

10. Nell’episodio 8 della seconda stagione, quando Anthony alza le dita e chiede a Kate quante ne vede, lui passa dal tenere in alto tre o quattro dita. Nei libri Anthony e Kate finiscono per avere quattro figli.

11. Infine, in tutto la seconda stagione forse l’autrice ha voluto regalarci qualche anticipazione sulla terza stagione. Non vi sembra che Colin finalmente si sia reso conto dei sentimenti che prova per Penelope?

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Angela Patalano

Profondo nero: la recensione del podcast crime di Carlo Lucarelli

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Dal sei aprile sono disponibili sulle principali piattaforme i primi episodi di un nuovo podcast di genere crime: Profondo Nero con Carlo Lucarelli. Si tratta della prima delle produzioni Crime+Investigation Originals ad avere una versione podcast e sarà seguita da altre produzioni tra cui Mostri Senza Nome con Matteo Caccia, Il Forteto, Il Mostro di Modena, Delitti: Famiglie Criminali

Profondo nero: una serie televisiva

Profondo nero nasce quindi come una serie televisiva – prodotta tra il 2015 e il 2017 – il cui obiettivo è stato quello di portare alla luce storie di omicidi efferati, oscuri, tutti rigorosamente italiani. Carlo Lucarelli in questo programma televisivo ha ripercorso casi di delitti, alcuni molto famosi altri passati inosservati, svelando il lato più oscuro degli assassini, immergendosi nel profondo della cronaca nera.

Profondo nero è una serie composta da tre stagioni per un totale di 16 episodi: dal delitto di Cogne al Mostro di Merano Lucarelli ricostruisce storie terrificanti.

Dalla serie tv al podcast

A+E Networks Italia, l’editore dei canali TV History Channel, Crime+Investigation e Blaze ha deciso di produrre contenuti audio, allargando la distribuzione dei prodotti targati Crime+Investigation, canale italiano di real crime. 
Entro la fine del 2022 si prevede il rilascio di circa 60 podcast, tutti distribuiti sulle principali piattaforme audio, come Spotify e Apple Podcast
Profondo nero rientra di conseguenza in un progetto più grande ed è il primo podcast che è distribuito: due stagioni per un totale di undici episodi – ognuno dei quali dedicato a una storia di cronaca nera – online ogni mercoledì.
La prima puntata è dedicata al caso della “Vedova nera del Pavese”: Milena Quaglini, una donna che ha ucciso tre uomini nella provincia lombarda. Una vedova che agisce forse per difendersi dalla violenza subita.

Il secondo episodio, intitolato “Accecato dal sangue”, propone la storia di Minghella, un serial killer che si eccita ammazzando. Le sue vittime sono donne, in particolare prostitute, tossicodipendenti e vittime ai margini della società.

La serie continua con “Assassino cerca moglie”, la storia di di Cesare Seviatti che uccide e fa a pezzi sette giovani donne nell’Italia del fascismo e con “Un killer nel mirino” sugli omicidi di Salvatore Avantaggiato.

La recensione del podcast

In ogni società, in ogni Paese e in ogni epoca ci sono angoli bui che sfuggono allo sguardo. Soprattutto per quelle società, quelle epoche, quei Paesi che si ritengono più sani, più felici ed innocenti. Ogni epoca, ogni luogo, anche l’Italia ha il suo incubo: il suo serial killer.

Profondo nero è un podcast che gli amanti del genere crime ascolteranno tutto d’un fiato. Lucarelli è un narratore coinvolgente, che lascia appassionare alle storie di cronaca nera i suoi ascoltatori.


Si tratta di storie “piccole”, a cui, a volte, la stampa non ha dato risalto in quanto c’erano degli eventi più grandi da coprire e raccontare come l’assassinio di Aldo Moro, per fare un esempio. In alcuni casi le vittime vivevano ai margini della società e, per questo, la loro morte è passata pressoché inosservata.
Il podcast è interessante anche per questa motivazione, perché alcuni omicidi, non essendo diventati casi mediatici, sono tutti da scoprire.


L’architettura sonora fatta di suoni e motivi angoscianti contribuisce a creare un’atmosfera dark, cupa, oscura, spaventosa e terrificante.
Gli amanti del noir non possono assolutamente perdere l’ascolto di Profondo nero.

Valeria de Bari

La verità, lo giuro: Michela Giraud alla conquista di Netflix

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Michela Giraud è ufficialmente arrivata su Netflix con un one woman show tutto da gustare: la regina romana della stand up comedy regala un’ora piacevolissima all’insegna del divertimento dissacrante. Nello spettacolo vengono toccati molti temi caldi, dall’uso dei social network al body shaming, con una caratteristica fondamentale: Michela è una di noi. È la ragazza della mia età che potrei incontrare sotto casa, al bar di quartiere, mentre la madre le dice:

“A Michè, pensa che palle uno show dove per un’ora ci stai solo te!”.

Che – detto tra noi – è quello che direbbe pure mia madre, ma a questo punto forse è proprio una problematica legata a qualche quartiere romano. Eppure, “Michela la ragazza romana simpatica ” è anche quella che da Colorado in poi ha conseguito la cosiddetta fama, e che quindi ha anche il privilegio di raccontare al vasto pubblico la verità, ovvero quelle storie non così lontane dalla nostra quotidianità.

Gli insulti su Twitter

Lo spettacolo apre con Twitter: Michela racconta di quando ha fatto una battuta su Demi Lovato che, essendo non binary, vuole farsi dare del “loro” come il Divino Otelma. La comica ammette di aver fatto la battuta a cuor leggero, senza sapere cosa significasse non binary, e di aver attirato così valanghe di insulti di giovani fan su Twitter. Naturalmente lo storytelling è all’insegna della comicità più sfrenata, con inni alla vita lontana dal cellulare, immersi nella natura incontaminata. Del resto, chi di noi non ha mai “pestato un merdone” sui Social per poi tremare a ogni notifica del telefono?

Le donne curvy e le donne toste

Immancabile la satira del curvy, il modo elegante per definire le donne che non sono “normalmente filiformi”. Michela racconta della sua esperienza come ballerina di danza classica in un mondo di ragazzine perfette e magre, ma soprattutto manda più volte a quel paese la Maestra Pina che definiva lei e sua sorella “le più grasse della classe”. Non manca ovviamente la battuta sulle donne “toste”: sapete, quelle che riescono a combinare qualcosa nella vita nonostante siano donne!

La sorella e la famiglia

Attraverso l’ironia si sfiorano temi che hanno come fil rouge l’inclusività, specialmente quando Michela racconta di sua sorella, che ha la sindrome di Asperger e che spesso è stata oggetto di conversazioni sulla veridicità della sua disabilità (non essendo, ad esempio, sulla sedia a rotelle). Un discorso semi serio che non manca di sensibilità e credibilità, nonostante il contesto comico.

“La verità, lo giuro” combina riflessione e risate grazie al ritmo e all’abilità indiscussa di Michela. Spettacolo consigliatissimo e contro ogni stereotipo.

Alessia Pizzi

“Le disgrazie del libro in Italia” di Giovanni Papini: l’attuale saggezza di ottant’anni fa

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Luni Editore pubblica nella collana “Il sogno di Gutenberg” le riflessioni di Giovanni Papini sul mondo dei libri e dell’editoria italiana.

Scorrono parole amare in questo libricino di appena 32 pagine introdotto dal librario antiquario Roberto Palazzi: l’autore con un’ironia sagace ci ricorda quanto sia svalutata la cultura. Lo era ottant’anni fa e lo è tutt’oggi.

Un’industria che è tra le più meritevoli e le meno redditizie, ecco come Papini definisce la nostra editoria. Pare infatti che quasi un secolo fa, i libri fossero utili giusto a dare lustro alle case dei ricchi…che puntualmente non li leggevano.

I poveri non potevano permettersi i libri e le biblioteche non offrivano ai libri la vita che gli spetta: una vita di passione e consumo nelle mani di qualcuno che davvero li desideri. Papini oscilla tra critica analitica – con una perenne punta ironica – e sentimentalismi sulla dignità del libro. Il tema gli è particolarmente caro.

Chi tocca un libro tocca un’anima.

Giovanni Papini

Questo pamphlet è stato pubblicato per la prima volta nel 1953 da Vallecchi, quindi mi sono chiesta quali fossero i numeri dei lettori a quei tempi. Impossibile risalire al numero di libri posseduti in casa tramite le tavole storiche dell’Istat, mentre è possibile vedere quanti lettori consultavano i libri in biblioteca negli anni Cinquanta: 1,7 milioni contro i 4,2 milioni degli anni Settanta. Un bel salto.

Nelle case degli italiani, ieri come oggi non mancano i ricettari, qualche romanzo tradotto male, i vecchi libri della scuola, una Divina Commedia, la cabala del Lotto e… sì, qualcosa forse è cambiato: non abbiamo più gli elenchi telefonici in casa. Internet ci ha tolto questa incombenza. Non è finita qui. Oggi – grazie anche a nuove forme di marketing digitale – i libri sono dei veri e propri protagonisti della quotidianità. Spesso si trasformano anche in beni da collezionare per le loro copertine “instagrammabili”. Leggere è diventata una passione che unisce, e anche un business come nel caso dei bookblogger. Chissà cosa ne avrebbe pensato Papini.

Tra collezionare belle copertine e leggere molti libri c’è una bella differenza. Quindi ho deciso di farmi aiutare dall’Istat per fare un’estrazione degli ultimi 20 anni e vedere quanti libri leggono gli italiani ogni anno: l’andamento più stabile, in fin dei conti, mi sembra quello di chi legge al massimo un libro l’anno. Chissà quante delle persone che fotografano i libri sono andate oltre la copertina!

Alessia Pizzi

Ulisse – Il piacere della scoperta: Alberto Angela inizia la stagione 2022 con il Titanic

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Dopo la scorsa stagione, Alberto Angela ha ripreso a viaggiare per il mondo per raccontarcelo nella nuova stagione di Ulisse – Il piacere della scoperta.

Un palese effetto dei vaccini anti-Covid, che hanno abbassato il numero dei contagi e hanno permesso di tornare a viaggiare in maggior sicurezza e serenità. Il programma, anche quest’anno, va in onda il sabato in prima serata su Rai Uno.

La prima puntata

Per questa prima puntata siamo partiti dalla Groenlandia, cioè da dove è iniziato, all’incirca, il viaggio dell’iceberg fatale che affondò il Titanic. Questo episodio di Ulisse è quasi in concomitanza all’anniversario della tragedia, avvenuta nella notte tra il 14 e il 15 Aprile.

Grazie ad Alberto Angela e al suo staff, abbiamo visto come è stato costruito il transatlantico e abbiamo rivissuto il suo viaggio per l’oceano, fino alla fatidica notte.

La puntata è stata probabilmente ispirata anche dalla mostra a Londra “Titanic – The exhibition”. In essa vi sono esposti vari tesori storici che sono stati trovati nella nave sul fondale marino, o che sono stati donati dai superstiti.

Ogni oggetto di questa mostra ci racconta una storia legata alla nave e agli ultimi momenti a bordo dei suoi passeggeri. Addirittura è esposto il gioiello che ha ispirato la storia del famosissimo film Titanic, di James Cameron.

Il famoso Cuore dell’Oceano è in realtà un gioiello molto più piccolo di quello del film. Non è a forma di cuore e la gemma stessa è più piccola di quella della storia cinematografica. Fu un regalo di un commerciante ad una sua dipendente, che si imbarcarono sotto falso nome in una fuga d’amore, per vivere la loro storia, lontani dalla famiglia di lui.

Come nel film, lei, cioè Kate (non Winslet), si salvò su una scialuppa, lui purtroppo no… Nove mesi dopo, comunque, nacque il frutto del loro amore.

Dopo tanti film e documentari, si può facilmente pensare che ormai si sappia tutto del Titanic.

Tuttavia la storia ci insegna che si possono sempre conoscere cose nuove di un evento, a distanza di tempo. A volte grazie al progredire della tecnologia, altre perché si entra in possesso di carte il cui contenuto riporta nuove informazioni.

Tante cose si sanno in più del Titanic, tanto più si pensa che in alcune situazioni le cose debbano per forza andare in un certo modo. In certi casi, come per il transatlantico, molte cose vanno male, portando alla catastrofe, in altri invece molte cose vanno per il verso giusto. Come se in alcune situazioni il fato sia già deciso e una serie di eventi vanno in una certa direzione, come le tessere di un domino che cadono una sull’altra, andando in una direzione di fortuna o in una di sfortuna.

Per il Titanic purtroppo tante cose sono andate male, dai telegrafisti oberati di messaggi superficiali da inviare, al punto di aver sottovalutato un avviso importante, le vedette che erano rimaste senza cannocchiali, il Capitano che prese sotto gamba alcune cose, una stagione troppo fredda che non ha fatto sciogliere gli iceberg a certe latitudini…

Troppe cose andarono storte, finché non è successo quello che sappiamo tutti.

Eppure quell’incidente è stato forse necessario. Da quel momento le navi sono state obbligate ad avere un numero di scialuppe adeguato al numero di passeggeri, e ad avere una copertura dei telegrafi 24 ore su 24.

La fortuna dell’uomo è quella di imparare quando le tessere del domino vanno nella direzione sbagliata del fato.

Ambra Martino

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

The Walking Dead 11×16: recensione del finale della seconda parte

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Ci siamo, con “Acts of God” finisce ufficialmente la seconda parte dell’ultima stagione di The Walking Dead. Dovremo aspettare questa estate per vedere gli ultimi episodi della famigerata serie e dire addio ad alcuni dei nostri personaggi preferiti. Scrivo “ad alcuni” perché come sapranno i fan della serie, è in arrivo uno spin off con Maggie e Negan e soprattutto siamo ancora tutti in attesa del film con Rick Grimes.

Un mid season finale indegno

In questo episodio Leah è sulle tracce di Maggie: quest’ultima ha capito di dover mettere fine ai giochi di Lance, quindi porta Hersel al sicuro (naturalmente tra le braccia di Negan, no?) e viene colta di sorpresa da Leah, che la mette KO. L’apice dell’episodio viene raggiunto nel cat fight tra le due. Maggie fa un discorsetto canonico sulla vendetta a Leah (sapete quelle cose della serie: “se mi uccidi non ti sentirai meglio”), si libera dalle corde con cui è stata legata (quindi non si sa come era stata legata) e inizia a dargliele di santa ragione. Solo che Leah picchia duro e quando Maggie è ormai spacciata, arriva Daryl a salvarla. L’uomo è inseguito a sua volta dalle guardie del Commonwealth che vogliono ucciderlo, quindi prende Maggie e spara due colpi fuori, colpendo di striscio Lance.

Nel frattempo scorrono scene abbastanza blande, con Pamela che legge l’articolo in prima pagina sulla falsità del Commonwealth e lo sbatte sulla scrivania di Max, complice della pubblicazione incriminante.

Il delirio di Lance

Lance porta avanti la sua missione con delirio di onnipotenza, accompagnato da una strana musichetta: schiavizza tutte le città con la forza, facendo ergere la bandiera del Commonwealth ovunque. Naturalmente è convinto che Leah stia per uccidere Maggie. Così si conclude un episodio breve e davvero poco intenso.

Qualche riflessione

L’undicesima stagione è molto deludente. I personaggi sono poveri, i dialoghi anche. Ricordo le prime stagioni, gli scontri tra Shane e Rick, i personaggi come Hershel e Glenn. Ormai è tutto un gioco di potere, una sorta di drama in cui gli zombi sono diventati del tutto marginali. Posso aspettarmi qualunque cosa tranne un finale in cui si scopre che c’è un disegno divino dietro questa pandemia, nemmeno fosse una serie di produzione spagnola. Perché ve lo dico: la scena che proprio non ho proprio capito è quella con la pioggia di cavallette in stile biblico. Per un momento ho temuto che The Walking Dead si stesse trasformando in un romanzo di Saramago.

Alessia Pizzi

Tutte le recensioni dell’undicesima stagione

L’Eclisse, l’ultimo capitolo della trilogia di Antonioni

Piero: Mi sembra essere all’estero.
Vittoria: Pensa che strano, questa sensazione me la dai tu…
Piero: Allora non mi sposeresti?
Vittoria: Io non ho nostalgia del matrimonio.
Piero: E che c’entra la nostalgia? Non sei mica stata sposata?!
Vittoria: No, non volevo dir questo

Regista: Michelangelo Antonioni
Genere: drammatico
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Elio Bartolini, Ottiero Ottieri
Cast: Monica Vitti, Alain Delon, Francisco Rabal, Lila Brignone, Rossan Rory
Paese: Italia
Anno: 1962

Trama

È una mattina di una calda estate quando Vittoria, travolta da un senso di inquietudine e insoddisfazione, lascia il compagno Riccardo. Un addio freddo, indolore e apatico. Sola, avvilita, segnata dalla fatica di vivere, «cerca negli altri un calore di vita, una facoltà di appassionarsi di cui essa stessa è ormai svuotata.»

Nel fare visita alla madre presso la Borsa di Roma, luogo dove la madre si reca per giocare in borsa, incontra Piero, un giovane e cinico agente di cambio. Quest’ultimo avendo saputo che Vittoria è libera, lascia subito la propria ragazza e inizia a farle la corte. Comincia una relazione, malgrado la differenza di carattere e sensibilità tra i due e l’apparente mancanza di reale coinvolgimento e interesse. Dopo pochi incontri Vittoria si concede a Piero. Nei giorni successivi i due sono felici. Una mattina, nel salutarsi, Piero le ricorda l’orario del loro appuntamento serale. “Alle 8. Solito posto”. Ma sono le ultime parole che si scambiano.

L’Eclisse conclude la trilogia ma non rappresenta la fine

L’Eclisse è l’ultimo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità di Antonioni, diventata poi tetralogia con l’uscita in sala, qualche anno più tardi, con il film Deserto Rosso.

Protagonista è Vittoria, interpretata dall’attrice e musa ispiratrice del regista, Monica Vitti. Una presenza scenica che cattura lo schermo catalizzando lo spettatore grazie alla sua interpretazione magistrale che ha reso questa pellicola la più bella di tutta la trilogia. Un personaggio controverso, disturbante che non teme di raccontare la natura drammatica delle donne della borghesia degli anni ’60.

A fare da sfondo il quartiere Eur di Roma, con una finestra che si apre sul famoso ristorante, il Fungo. La città eterna viene rappresentata in tutta la sua essenza: caotica e rumorosa. La classe borghese di cui Vittoria fa parte vive una profonda crisi esistenziale, anime che vagano alla ricerca di qualcosa senza mai trovarla veramente. Questa sensazione di malinconica e solitudine dell’animo umano inizia il suo percorso con gli ultimi istanti di vita di una relazione tra Vittoria e il suo compagno Riccardo. Uomini e donne colpiti da un’infelicità inappagabile. Alienati, alla deriva e sorretti da fredde architetture che sembrano sostenere la pesantezza della vita. Proprio come Vittoria che si ritrova alla fine della sua relazione sola, stanca, avvilita, disgustata, sfasata, interiormente dimagrita.

Dal contesto sociale alla storia d’amore

Indubbiamente Antonioni è uno dei cineasti che maggiormente presentano una intelligenza raffinata e sensibile. Doti ben espresse nei suoi film, in particolar modo ne L’Eclisse dove, volgendo a termine della trilogia, disincanta lo spettatore con la crudezza della realtà: non c’è spazio per i sentimenti e i personaggi sono fagocitati da una realtà sempre più esigente e desatellizzante. La pellicola non teme di assurgere a una sorta di trasposizione di un saggio di problematismo. Dove per problematismo non si intende problema ma problematico come dimensione antecedente al problema stesso per il quale non c’è all’orizzonte uno spiraglio di soluzione. Questa tendenza è ben espressa nelle parole di Vittoria quando ripete a Riccardo “non lo so, non lo so”.  

Roma, la città romantica, dell’amore, diventa sterile di sentimenti. La felicità e l’amore stesso vengono costantemente ricercati senza essere mai trovati davvero. E cosi la storia tra Vittoria e Piero, interpretato dal giovane Alain Delon, fin dall’inizio si presta a non avere una direzione. L’idea e la rappresentazione di qualcuno o qualcosa di diverso dal contesto sociale di appartenenza, in grado di colmare il vuoto, è solo un illusione che sfuma nella scena finale.

Con L’Eclisse possiamo giungere alla conclusione che per Michelangelo Antonioni le donne sono l’elemento problematico, disincantato, distaccato dal reale e completamente alla deriva. Nel tempo ma sconnesse dal presente. Vagano giorno dopo giorno alla ricerca di non si sa di cosa o di chi. Totalmente insoddisfatte, inappagate dalla vita e a vita. Un ruolo, forse pregiudizievole, ma non tanto lontano dalla borghesia del tempo. Nella difficoltà di farsi carico di personaggi femminili drammatici, Monica Vitti ha retto molto bene la difficilissima prova di portare il personaggio di Vittoria, una donna disperata inconsciamente. 

Cinema, letteratura e psicologia

Come per i primi due film L’Avventura e La Notte, anche ne L’Esclisse il cineasta va oltre i tradizionali intrecci narrativi. Il cinema si fonde con la letteratura e la filosofia. La storia d’amore è solo un passe-partout  per narrare crisi esistenziali di una generazione che fatica a vivere. Non sorprende che la psicologia governa le pellicole della trilogia narrando stati depressivi, ansie, insicurezze e la solitudine.

Il cinema di Antonioni ha fatto la storia della filiera. Pur criticato e da molti snobbato, rappresenta indubbiamente un genere che si affaccia ad un pubblico di nicchia e che attira l’attenzione di Hollywood. E proprio tra le colline hollywoodiane Martin Scorsese afferma, in merito al finale de L’Eclisse, che «ci hanno suggerito che le possibilità nel cinema erano assolutamente illimitate». Questo perché la narrativa di Antonioni è ben lontana dal cadere nel prevedibile. La coppia sparisce senza ragione, di loro non v’è traccia, un finale che ha destato sconcerto e forse ancora un pò disturba sebbene oggi se ne coglie maggiormente l’anima artistica.

In Conclusione

La pellicola è più sostenibile delle due precedenti. È meno di nicchia ma per i temi trattati è sicuramente indirizzato ad un pubblico più critico. Monica Vitti è straordinaria, un’interpretazione eccelsa ben distante dai tradizionalismi dell’epoca. La presenza di Alain Delon è quel di più che innalza la pellicola non solo per il cast ma per l’opera in sè.

Tre motivi per vedere il film

  1. Per concludere la trilogia;
  2. Per la presenza di un giovanissimo Alain Delon;
  3. Per la magistrale interpretazione di Monica Vitti.

Quando guardarlo

In qualsiasi momento purché abbiate visto i primi due film della trilogia.

Angela Patalano

Hai perso l’ultimo cineforum?

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Registrare la radiazione termica grazie ai termometri a infrarossi

Nel corso degli ultimi anni ci siamo abituati a vedere spesso dei dispositivi che consentono di rilevare a distanza la temperatura di una persona: si tratta di modelli di termometro ad infrarossi studiati appositamente per verificare se il soggetto abbia la febbre senza alcun tipo di contatto. Gli strumenti di misura di questo tipo vengono utilizzati non solo in ambito medico, ma anche in diversi settori, come quello militare o quello astrofisico.

I termometri ad infrarossi permettono di misurare la temperatura di oggetti e superfici rilevando le radiazioni infrarosse che qualsiasi corpo (eccetto quelli che hanno una temperatura inferiore allo zero assoluto) emette. La radiazione termica infrarossi è invisibile all’occhio umano, ma questi speciali dispositivi riescono a rilevarla ed a fornire misurazioni della temperatura molto precise in tempi molto rapidi.

Le caratteristiche fondamentali di un termometro a infrarossi

Sul mercato sono presenti tantissimi modelli: per avere la certezza di acquistare un prodotto di qualità si può andare sul sito ufficiale di RS Components, che propone questo ottimo termometro a infrarossi caratterizzato da elevate funzionalità. Per riuscire ad individuare il modello più adatto alle proprie necessità ed alle proprie tasche è possibile selezionare i prodotti presenti nel catalogo online in base alle caratteristiche desiderate ed al budget che si ha a disposizione.

I fattori di cui si deve tenere maggiormente conto quando si sceglie un termometro ad infrarossi sono la scala di temperatura utilizzata, il rapporto tra distanza e copertura, la risoluzione, il tempo di risposta, le dimensioni e, ovviamente, la misura massima supportata e la precisione. Ogni termometro ha la sua scheda, dove è possibile trovare le foto, la documentazione tecnica ed altre informazioni quali il prezzo e le tempistiche per la consegna.

Funzionamento e utilizzo del dispositivo

Anche se ci possono essere delle differenze tra un modello e l’altro, in linea di massima tutti i termometri a infrarossi sono dotati di una lente, di un sensore, di un microprocessore e di un display. La lente consente di focalizzare la radiazione termica del corpo da misurare su un sensore, che rileva il dato e lo invia al microprocessore, che ha il compito di tradurre il segnale elettronico in dato leggibile. La temperatura misurata viene quindi mostrata sul display.

L’utilizzo del dispositivo in realtà è molto semplice. I modelli più diffusi hanno una forma ergonomica e si impugnano come una pistola: basta puntarli sul corpo da misurare, premere il “grilletto” ed attendere che sul display appaia il risultato. La presenza di altri oggetti può in qualche modo creare delle interferenze: per fortuna i termometri di RS Components possono essere calibrati in modo tale da limitare queste interferenze ed impostare il dispositivo in base all’utilizzo.

Vantaggi e possibili applicazioni

I termometri a infrarossi permettono di beneficiare di diversi vantaggi. Il beneficio più importante è rappresentato dalla possibilità di effettuare le rilevazioni a distanza quindi senza alcun contatto con il corpo o la superficie da analizzare. In questo modo si possono evitare i pericoli dovuti all’eccessiva vicinanza con il soggetto in questione, ma si possono anche misurare oggetti che si trovano in posto difficile da raggiungere o che sono in movimento.

Un altro vantaggio è rappresentato dalla facilità di utilizzo. E poi c’è la velocità con cui avviene la misurazione: non ci sono da affrontare le lunghe attese richieste dagli strumenti di misurazione della temperatura più tradizionali. I termometri a infrarossi sono molto usati in ambito clinico, ma sono strumenti importantissimi anche in ambito commerciale e industriale e nel campo dell’edilizia. Giusto per fare un paio di esempi, permettono di monitorare la temperatura dei generi alimentari e di controllare la temperatura dei materiali.

I 3 migliori adattamenti di Assassinio sull’Orient Express tra cinema e serie

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Un treno fermo a causa di una bufera di neve, un omicidio a bordo e il detective Hercule Poirot: questi gli elementi chiave di “Assassinio sull’Orient Express”, uno dei gialli più memorabili di Agatha Christie. 

Pubblicato nel 1934, il romanzo continua a sconcertare i lettori di tutto il mondo anche grazie alle sue trasposizioni sullo schermo.

I migliori adattamenti in ordine cronologico

L’adattamento di “Assassinio sull’Orient Express” presenta una sfida difficile: non solo ruota attorno a un noto finale misterioso, ma coinvolge anche un ampio spettro di personaggi. Tre sono le trasposizioni più famosi del romanzo, vediamo insieme i loro punti di forza e le loro debolezze. Troverete i film e le serie in ordine cronologico di uscita.

“Assassinio sull’Orient Express” di Sidney Lumet (film 1974)

Con Albert Finney, Sean Connery, Lauren Bacall e Ingrid Bergman

Questa pellicola è stata la prima trasposizione cinematografica del romanzo. Con il suo cast d’eccezione e la meticolosa scenografia, il film ha ottenuto un grandissimo successo del pubblico e sei nomination all’Oscar che hanno fruttato una vittoria a Ingrid Bergman per migliore attrice non protagonista.

Il montaggio di apertura delle scene del rapimento, inframmezzato da ritagli di giornale sul caso, suggerisce ciò che accadrà, in contrasto con la storia originale in cui apprendiamo del caso Armstrong solo più avanti nell’indagine. A parte questo e pochi altri momenti, la pellicola è abbastanza fedele al romanzo.

Tuttavia il film presenta una nuova interpretazione di Poirot. La versione di Finney di Poirot è abbastanza piacevole, ma le qualità più simpatiche del personaggio sono in qualche modo minimizzate a causa di una performance leggermente tesa. Trasformare il giovane Albert Finney rendendolo più affine alla controparte letteraria ha richiesto un’imbottitura, trucco per capelli più scuri, naso finto e, naturalmente, gli iconici baffi finti. A questo proposito, Sebbene ad Agatha Christie (che sarebbe poi deceduta due anni dopo l’uscita in sala della pellicola) sia piaciuto il film, secondo quanto riferito è rimasta delusa in particolar modo proprio dalla resa dei baffi. 

Questo adattamento, acclamato dalla critica e dal pubblico, è servito come una sorta di tributo al vecchio glamour di Hollywood, mettendo in risalto soprattutto le splendide performance del cast.

Dove guardarlo: disponibile su noleggio o acquisto su Chili, Rakuten TV, Google Play e Apple TV

“Assassinio sull’Orient Express” di Philip Martin (episodio della serie TV “Agatha Christie’s Poirot”, 2010)

Con David Suchet e Hugh Bonneville

Nel 2010, David Suchet è entrato nei panni di Poirot per il 64° episodio dell’omonima serie TV. Questa trasposizione guarda al romanzo in modo più ombroso e oscuro, scegliendo di evidenziare il tumulto emotivodi Poirot ed esplorando le questioni della moralità e della giustizia. 

Pensieroso, condiscendente e gravato dalla sua ricerca della verità, il ritratto di Poirot è più serio e cupo. La dedizione di Suchet a incarnare fisicamente questo personaggio, tuttavia, è evidente attraverso la sua attenta attenzione a ogni dettaglio. Durante questo episodio, vediamo più tempo dedicato alla dimostrazione del processo di deduzione di Poirot mentre scopre nuove prove e arriva alla risoluzione del caso.

L’episodio include una serie di scene intense che non provengono dal romanzo; alcuni elementi vengono modificati per aggiungere un’altra dimensione al mistero originale. E infine, il finale si discosta dal romanzo aggiungendo un po’ più di drammaticità e mostrando la lotta di Poirot con la sua coscienza.

Dove guardarlo: Amazon Prime Video

“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh (film 2017)

Con Kenneth Branagh, Willem Dafoe, Johnny Depp, Judi Dench, Penelope Cruz, Michelle Pfeiffer

Nel 2017 un nuovo Poirot arriva sul grande schermo con un adattamento ricco di azione. Il regista e attore protagonista Kenneth Branagh presenta la sua interpretazione della storia classica con una svolta drammatica. 

L’adattamento aggiunge sequenze di inseguimenti e confronti alla storia. Vengono apportate modifiche ai personaggi secondari per un cast etnicamente più diversificato, con il conseguente commento sulle tensioni razziali. In questa versione, Arbuthnot è una fusione di due personaggi del romanzo, mentre Bouc diventa un playboy più giovane che è una sorta di Watson per l’Holmes di Poirot.

La caratterizzazione di Poirot da parte di Branagh è un notevole distacco dalla sua controparte del romanzo. Oltre a un retroscena romantico, Poirot ha un legame personale con il caso di omicidio. A differenza del Poirot letterario, che è fiero e orgoglioso della sua capacità di risolvere i crimini grazie alle sue ‘celluline grigie’, il Poirot di Branagh è stanco del mondo e vorrebbe semplicemente riposare. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, i baffi di Branagh sono probabilmente anche più grandi di quanto Agatha Christie stessa avesse immaginato.

Con un cast stellare e una scenografia accattivante, la pellicola del 2017 mette insieme la sensibilità odierna a certi temi e la storia originale.

Dove guardarlo: Disney+ 

Voi quale Poirot preferite? Fatecelo sapere con un commento! E se vi piace leggere i confronti fra trasposizioni di una stessa opera, potete dare un’occhiata a questo articolo su Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen.

Veronica Bartucca

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Moonfall: l’unica catastrofe da evitare è il film

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Probabilmente la cosa migliore di Moonfall è l’inserto speciale che mi hanno consegnato prima di entrare in sala, un piccolo gioiello cartaceo tutto dedicato al film e alla luna, e realizzato in collaborazione con l’agenzia spaziale italiana. Iniziamo bene, eh?

Il trailer

Una pellicola inaspettatamente inconsistente

Dal trailer le aspettative sul film erano altissime: catastrofe in stile Armageddon. La luna esce dall’orbita e minaccia la vita sulla terra. Protagonista Halle Berry come dirigente della Nasa, affiancata dall’ex astronauta Patrick Wilson, che molti appassionati di horror ricorderanno per la saga di The conjuring. Invece – mi duole dirlo – questo film ha dei dialoghi totalmente inconsistenti.

A parte la simpatica – ma ormai inflazionata – parentesi in stile “Don’t look up”, dove un appassionato della luna (John Bradley aka KC Houseman) non viene creduto quando afferma che il satellite sta uscendo dall’orbita, tutti i dialoghi del film non hanno davvero senso. E pensare che Halle Berry è stata felicissima di interpretare il ruolo di Jocinda Fowler perché “è una donna intelligente che deve farsi largo in un mondo di uomini”, ma soprattutto perché intrigata dal regista Roland Emmerich, un vero esperto di film “catastrofici”.

Roland Emmerich fa un buco nell’acqua

Qui iniziano le note dolenti, visto che il regista in questione ha diretto due cult tra i disaster movie, ovvero “Indipendence Day” e “The day after tomorrow”. Posso affermare tranquillamente che Moonfall poteva restare nel cassetto dei progetti dimenticati: nessuno si sarebbe fatto male.

In realtà è davvero un peccato perché l’idea di fondo ha del potenziale e segue il filone megastrutturista dei primi anni Duemila: la luna sarebbe stata creata artificialmente da una popolazione aliena e l’allunaggio del 1969 avrebbe celato questa scoperta all’umanità. Sicuramente una nota originale nel panorama cinematografico di genere, non alimentata dalla scarsa profondità dei personaggi.

Che dire, una grande delusione. Sconsiglio la visione, l’unica catastrofe è quella di aver pagato per vedere questo film.

Alessia Pizzi

A Twisted Tale: in edicola le favole Disney riscritte

Giunti Editore arriva in libreria con A Twisted Tale, una nuova e avvincente collana firmata Disney Libri, già successo internazionale con oltre 2 milioni di copie vendute nel mondo, tanto da essere celebrata persino dal New York Times.

La nuova collana Giunti Editore


E se tutto fosse andato diversamente?
È questa la domanda-filo conduttore dei romanzi pubblicati nella collana: ispirati ai grandi e celeberrimi capolavori Disney conosciuti da tutti, la storia si sviluppa però con un’evoluzione inattesa e inaspettata, un plot twist, appunto. Ariel, Aladdin, Elsa, Mulan: le protagoniste e i protagonisti delle favole Disney che tutti conoscono si cimentano in nuove storie per il target young adult.

Veronica Di Lisio, Direttore di divisione ed editoriale Disney Libri per Giunti Editore, ha affermato:

“Grazie a questi romanzi, i classici Disney vivono una nuova vita fatta di avventura, mistero, azione, pathos. La loro struttura narrativa avvincente permette, da un lato, di ingaggiare un nuovo lettore, il giovane dai 16 anni in su, che apprezza il mondo Disney in un modo nuovo e più vicino a lui; dall’altro, di mettere in luce i lati nascosti della personalità dei protagonisti e tutta la loro ricchezza emotiva”.


Quando esce e quanto costa?

Dal 13 aprile saranno in libreria al prezzo di € 14,00 i primi 6 titoli della collana A Twisted Tale, che prevede un piano di almeno 15 titoli da pubblicare entro il 2023.


C’era una volta un sogno, L. Braswell, p.432

E se Aurora non si fosse mai svegliata? Cosa sarebbe accaduto se il bacio del principe Filippo non avesse spezzato l’incantesimo?
Sembrava tutto così semplice: un drago sconfitto, una principessa da svegliare con un bacio e invece… con un ultimo, disperato, incantesimo, Malefica ha condannato tutto il regno ad un sonno senza fine. Solo Aurora, pur prigioniera di quel mondo onirico, potrebbe trovare il modo di uscire dall’incubo superando mille ostacoli. Gli agenti della strega seguono ogni suo passo e la principessa deve capire chi siano i suoi veri alleati per rompere il maleficio e conquistare il ruolo che le spetta di diritto.

Ciò che un giorno era mio, L. Braswell, p.512


E se la regina avesse bevuto la pozione sbagliata?
Ha conosciuto solo il mondo ristretto della torre in cui è rinchiusa, eppure a suo modo Rapunzel è felice. Solo isolata da tutti può evitare di ferire o uccidere qualcuno con il potere terribile dei suoi capelli d’argento. O almeno questo è ciò che madre Gothel le ha fatto credere E se non fosse davvero così? Che sapore avrebbe la libertà? Decisa a riprendersi la sua vita, Rapunzel trova degli strani alleati, ma scopre anche che chi ha sempre detto di amarla in realtà è la sua peggior nemica.

Riflessi, E. Lim, p.384

E se Mulan dovesse viaggiare nel regno degli spiriti?
Sulle nevi del passo Tung-Shao, durante il terribile attacco degli Unni, il Capitano Li Shang protegge Mulan con il proprio corpo e viene ferito gravemente.
Per salvare il proprio comandante, senza rivelare la propria vera identità, la giovane è costretta ad affrontare un viaggio difficile e pericoloso nel Regno degli Spiriti. Con la sola guida del leone guardiano ShiShi, affronta demoni, fantasmi, sortilegi, miraggi.
È una angosciosa corsa contro il tempo, una missione dall’esito incerto e forse fatale, ma se riuscirà a portarla a termine, Mulan potrà ritrovare soprattutto… se stessa.

Recensione e podcast

Il libro è stato protagonista di una delle letture del nostro Bookclub I postumi Letterari.

Un mondo nuovo, L. Braswell, p. 384

E se Aladdin non avesse tenuto la lampada?
In una città, Agrabah, che diventa ogni giorno più povera, due destini si incrociano. Due persone che non potrebbero essere più diverse: Aladin, un ladruncolo in costante lotta per la sua sopravvivenza, e Jasmine, una principessa in cerca di emancipazione dalle crudeli leggi di palazzo, capiscono di essere i soli a poter salvare il regno dalla distruzione.
Insieme chiamano il popolo alla rivolta, insieme provano a sconfiggere Jafar che, impadronitosi della lampada magica, vuole non solo il potere assoluto ma cerca addirittura di dominare sulla vita e sulla morte. Questa è una storia che parla di supremazia e di ribellione, di coraggio e anche di amore…

Parte del tuo mondo, L. Braswell, p. 496

E se Ariel non avesse sconfitto Ursula?
Da cinque anni ormai Eric è sposato con la perfida Vanessa. Continua a sognare una sirena dalla voce incantevole, ma è convinto che sia solo un prodotto della sua fantasia.
Invece Ariel esiste davvero ed è diventata la regina muta di Atlantica. Distrutta dal senso di colpa per avere causato il sacrificio del padre, ha rinunciato al suo sogno d’amore e cerca di governare con saggezza, senza ricevere alcun sostegno dalle frivole sorelle.
Eppure, non tutto è perduto. Forse è arrivato il momento di rimediare agli sbagli del passato e di riportare Tritone sul trono che gli spetta di diritto. Ma il potere della strega è grande. Per fermare la Sirenetta, è disposta a portare morte e distruzione sia sulla terraferma sia negli abissi…

Gelo nel cuore, J. Calonita, p. 320

E se Elsa e Anna avessero perduto il proprio passato?
Poco prima di salire al trono, la futura regina di Arendelle è assalita dai dubbi: sarà in grado di affrontare una responsabilità così grande? E soprattutto, per quanto ancora riuscirà a controllare e a tenere nascosto lo strano potere che ha appena scoperto di avere?
Mentre una spaventosa tempesta di neve e ghiaccio sconvolge la cerimonia di incoronazione, strane immagini si affacciano alla mente di Elsa, tanto vivide da sembrar vere: scene di giochi e risate con una bambina allegra dalle treccine rosse.
E se non fossero visioni, ma ricordi di un passato misteriosamente cancellato dalla mente di tutti? E se quella bambina esistesse veramente? Elsa ha un’unica via di salvezza: affrontare una difficile ricerca per riempire il vuoto del proprio animo e… ritrovare una principessa perduta.

Le autrici

LIZ BRASWELL
Dopo la laurea in Egittologia e dopo aver lavorato per dieci anni come produttrice di videogiochi, Liz Braswell ha iniziato a scrivere con lo pseudonimo di Tracy Lynn, fino a svelarsi con il suo vero nome nella saga Le nove vite di Chloe King. Vive a Brooklyn con il marito e due figli, un gatto, un cane, tre pesci e cinque piante di caffè, che spera in futuro producano abbondanti chicchi della sua bevanda preferita. Liz è autrice di Parte del tuo mondo, Ciò che un giorno era mio, Un mondo nuovo e C’era una volta un sogno della collana A Twisted Tale.

JEN CALONITA
Per sua stessa ammissione, da piccola odiava leggere, ma quando ha scoperto i libri non ha più potuto farne a meno. Vive a New York con il marito, due figli e due chihuahua che ha chiamato Jack Sparrow (omaggio al capitano di Pirati dei Caraibi) e Ben Kenobi (personaggio della saga di Star Wars). Appassionata da sempre della produzione Disney, coltiva il sogno di trasferirsi, un giorno, nel castello di Cenerentola, a Walt Disney World, in Florida. Nella collana A Twisted Tale ha pubblicato Gelo nel Cuore e anche Specchio, Specchio.

ELIZABETH LIM
Elizabeth Lim nella collana A Twisted Tale ha pubblicato Riflessi e È questo amore? Oltre a dedicarsi alla scrittura, ha un dottorato in composizione musicale e una laurea in Cultura dell’Estremo Oriente ad Harvard, e ha lavorato come autrice di colonne sonore per film e videogiochi. Cresciuta tra la California e Tokyo, abita a New York. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e hanno ottenuto un grande successo di critica e di pubblico.

Spencer: La principessa nella casa degli spettri

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Ci è stato detto che, in ogni favola che si rispetti, c’è una principessa destinata a una vita di felicità e amore dopo il superamento di alcune difficoltà. Ci è stato anche detto che, questa principessa avrebbe vissuto una vita da sogno, libera in un castello immenso e incantato, accerchiata da una servitù disposta a esaudire ogni suo più piccolo desiderio con sincero affetto. Eppure, la realtà è ben diversa e Spencer, presentato in concorso alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, non è una favola come tutte le altre, proprio come non lo è la sua protagonista.

Tra dramma di stampo biografico e thriller psicologico, con il suo più recente lungometraggio Pablo Larraìn si discosta dalla veridicità storica per attaccare ardentemente la repressione della libertà individuale, sia in un contesto storico che sociale, utilizzando, dopo Jacqueline Kennedy, un’altra icona femminile del ‘900: Diana Spencer.

Rompendo le regole del biopic tradizionale, il regista cileno decide di fotografare un momento chiave della tormentata vita di palazzo della Principessa di Galles, seguendola incessantemente e portando lo spettatore a vivere con lei la claustrofobia delle festività natalizie all’interno della disfunzionale famiglia reale britannica. Tra tradizioni antiquate e alienazione dalla realtà, Kristen Stewart è il meraviglioso volto di una donna fragile che, privata della sua essenza, inizierà a reclamare la propria individualità attraverso piccoli atti di ribellione che lei, prima di chiunque altro, sarà chiamata ad ascoltare.

Una favola tratta da una tragedia vera

É il 24 dicembre 1991 e la Principessa di Galles, di nascosto alla guida di una Rolls-Royce, si è persa tra le campagne di quella che un tempo chiamava casa, nel tentativo di raggiungere i famigliari nella tenuta di Sandringham. Arrivata a destinazione ben dopo la Regina, infrangendo così la prima di tante “tradizioni Windsor”, riceve in cambio la totale indifferenza dei presenti. Ciononostante, ogni suo spostamento all’interno del palazzo viene sorvegliato, così come ogni sua parola viene ascoltata e riferita. Oppressa e controllata all’interno del suo stesso matrimonio, nonché perseguitata dalla figura di Camilla Parker-Bowles, amante del marito Carlo, Diana riesce a non sentirsi giudicata unicamente in compagnia dei figli e della costumista Maggie (Sally Hawkins). Lo stretto legame tra le due non passa però inosservato e, nel giro di poche ore, verranno bruscamente separate, isolando ancora di più la principessa triste.

Non chiamatela Lady D

Non c’è spazio per le etichette in questa eccellente pellicola di Pablo Larraìn che, con le dovute libertà, decide di dare voce alla repressa Diana: una donna che vuole essere libera e autenticamente se stessa. “Ci devono essere due te”, le dirà il marito in una delle scene chiave della narrazione, ma è proprio questo suo naturale rifiuto di scindere la sua identità personale da quella pubblica, che contribuì a renderla la Principessa del Popolo. Un volto, una maschera che il regista decide di mostrare solo in parte, attraverso la genuina premura che la servitù, divisa tra la lontana famiglia reale e la vicina principessa, nutre nei confronti di quest’ultima.

Tuttavia, questo desiderio di mostrare un’inedita Diana quale donna alle prese con una personale battaglia psicologica per la libertà, e lontana dall’iconografia popolare, è ampiamente dichiarato fin dal titolo dell’opera che pone l’accento sul cognome da nubile di Diana: Spencer. Non è dunque un caso che la narrazione si svolga nelle strette vicinanze della sua dimora d’infanzia che, come vedremo, non è solo abbandonata ma persino recintata con del filo spinato, per tenere lontani i curiosi. Si tratta di un’immagine evocativa potentissima, metafora del lato più autentico della Principessa e di una vita precedente al matrimonio che deve restare inaccessibile, per chiunque. Una repressione forzata di stampo dittatoriale, mostrata fin dalle sequenze iniziali della pellicola, dove i primi a calpestare i corridoi freddi e desolati della tenuta di Sandringham sono le forze militari dell’esercito britannico.

Nessuno prima d’ora, si era mai curato di spogliare Lady D dall’abito mitologico che le è stato cucito addosso da tabloid, opinione pubblica e dal tragico destino cui andò incontro, reclamando la fragilità di una donna prigioniera di muri astratti. Non commettiamo dunque l’errore di considerare Spencer un derivato della serie Netflix The Crown quando è, in realtà, il suo contrario. Se il film di Larraìn ripudia la monarchia quale retaggio di un passato che va abbandonato, lo show seriale ne celebra l’esistenza senza condannarla mai, facendola diventare intrattenimento – di qualità – per la gente comune, storicamente attratta dall’agiatezza e dalle dinamiche delle classi altolocate. Se il primo è una critica aspra e violenta, il secondo è un messaggio promozionale di sensibilizzazione attraverso la fiction.

Una Kristen Stewart da Oscar

Indubbiamente, la decisione di Pablo Larraìn di affidare un ruolo così complesso e conosciuto all’ex Bella di Twilight ha fatto discutere i più. Tuttavia, la prima attrice americana ad aver vinto un Premio César, aveva già da tempo dimostrato di sapersi esaltare nell’incontro con un regista sapiente (vedi Sils Maria e Personal Shopper di Assayas o Café Society di Woody Allen) e, con il regista di cileno, nasce un’alchimia rara.

Grazie a questa collaborazione e con la meritatissima nomination quale miglior attrice protagonista agli Oscar 2022 (premio vinto poi da Jessica Chastain per Gli occhi di Tammy Faye), la giovane attrice sembra essersi finalmente presa la sua rivincita sul grande pubblico che, come la critica, ha in larga parte apprezzato il suo One-Woman-Show. Senza sbavature, Kristen Stewart è sempre presente a schermo, seguita da una camera che indugia sulla repressione delle emozioni tempestose che la protagonista prova. Ma se non sarà la voce di Diana a parlare, sarà la colonna sonora di Jonny Greenwood a farlo per lei. Le sue sono note furiose, capaci di esprime quello che la principessa non può nemmeno sussurrare perché, in quel castello infestato, tutti ascoltano tutto.

Scomposta e irrequieta, Diana è piegata nel corpo e nello spirito e l’attrice si fonde con il personaggio che è chiamata a interpretare, impreziosendo la sua performance con piccoli movimenti che autenticamente richiamano l’inadeguatezza. Perché lei è un agnello (sacrificale) in una corte di lupi. Fragile ma non per questo disposta a farsi spezzare dalle ingiustizie di un’istituzione figlia di un tempo che non c’è più. Alle piccole ribellioni del corpo, dove spiccano i disturbi alimentari, subentra la disobbedienza delle tradizioni e della scelta del vestiario, dove la Stewart segue benissimo l’evoluzione del suo personaggio fino alla liberatoria ripresa di sé attraverso una corsa già iconica. Un momento cinematografico che va ad affiancarsi a quelli visti in Licorice Pizza e La persona peggiore del mondo, sancendo il 2022 come l’annata delle corse verso la presa di coscienza dell’identità individuale.

Il tempo della prigionia di Pablo Larraìn

La poetica del regista cileno ruota fin dall’esordio intorno al tema della repressione della libertà in ogni sua forma. Che sia storica, attraverso personaggi realmente esistiti (Pablo Neruda, Jacqueline Kennedy e Diana Spencer) o attraverso l’ambientazione dittatoriale che fa da sfondo alla narrazione, che sia sociale e d’espressione o persino artistica e sentimentale (Ema), Larraìn utilizza il tempo ben più che come strumento narrativo.

Nel suo ultimo lavoro, la protagonista allude a un tempo indefinito all’interno della famiglia reale dove “passato, presente e futuro sono la stessa cosa“. Attraverso questa battuta, la sceneggiatura evoca gli spettri dei crimini del passato che vengono – con le dovute differenze – messi ancora in atto secoli dopo, mettendo in dubbio la stessa ragion d’esistere di Casa Windsor. Risponde inoltre a una lunga storia di tradizioni e dinastie, con un’istantanea di sole 72 ore in cui la protagonista, prossima a un esaurimento nervoso, si ribella al suo oppressore. Non è importante il “prima”, che possiamo solo immaginare e che, come il “dopo”, ci sono stati raccontati più e più volte. Quello che conta è che, in soli 3 giorni è possibile attuare una rivoluzione capace di portare alla liberazione, per poter finalmente essere sé stessi.

Per questo motivo, Spencer è un lungometraggio complementare a Jackie del 2016, quale trattato degli effetti psicologici ed emotivi di una prigionia identitaria. Se Jacqueline Kennedy viene isolata all’indomani dell’assassinio del marito, e privata del suo lutto, considerata prima per la sua carica pubblica e poi come donna, allo stesso modo Diana Spencer viene messa in secondo piano di fronte alla politica, agli interessi nazionali e di una famiglia acquisita. Il lutto qui è per se stessa e con ancora più forza, rispetto alla pellicola sopracitata, la protagonista viene espressamente denominata, dalla sua Regina, valuta: oggetto di scambio prima, essere umano poi.

In conclusione, Spencer è favola tratta da una tragedia vera, dove un principessa è rinchiusa in un castello infestato, tra spettri del passato e del presente. Con un collare di perle al collo, privata di ogni potere decisionale, il tormento è destinato a diventare disobbedienza per la riconquista della libertà negata. Pablo Larraìn si conferma uno dei più grandi registi contemporanei, ancora una volta sottovalutato nella stagione dei Premi, che trova in Kristen Stewart il volto perfetto per la sua principessa sofferente.

Michele Finardi

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David di Donatello 2022, le candidature e le recensioni della 67ᵃ edizione

Martedì 3 maggio si terrà la cerimonia di premiazione della 67 edizione dei Premi David di Donatello in diretta in prima serata su Rai1. La conduzione dell’edizione 2022 è affidata a Carlo Conti affiancato da Drusilla Foer. L’evento si svolgerà negli iconici studi di Cinecittà, celebrati nel mondo negli oltre ottant’anni di storia e sempre dì più, grazie al nuovo piano di rilancio, punto di riferimento delle più ambiziose produzioni nazionali e internazionali.

L’elenco dei vincitori degli anni passati

Negli articoli sono presenti, come sempre, le nostre recensioni.

I premi

La Giuria dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello assegna 21 riconoscimenti ai film usciti in Italia dal 1° marzo 2021 al 28 febbraio 2022 nelle sale cinematografiche e 1 Premio David per il cinema straniero. Eccezionalmente per il concorso David 2022, sono eleggibili anche i film italiani che siano stati distribuiti con modalità alternative alla sala.

  • 20 Premi David per il cinema italiano: film, regia, esordio alla regia, sceneggiatura originale, sceneggiatura non originale, produttore, attrice protagonista, attore protagonista, attrice non protagonista, attore non protagonista, autore della fotografia, compositore, canzone originale, scenografia, costumi, trucco, acconciatura, montaggio, suono ed effetti visivi VFX.
  • 1 Premio Cecilia Mangini per il miglior documentario di lungometraggio:una commissione formata da otto esperti in carica per due anni – Guido Albonetti, Pedro Armocida, Osvaldo Bargero, Raffaella Giancristofaro, Stefania Ippoliti, Elisabetta Lodoli, Pinangelo Marino e Giacomo Ravesi – ha il compito di preselezionare le dieci opere da sottoporre al voto della giuria per poi arrivare alla cinquina. Si intende in questo modo favorire una visione più sostenibile, informata e attenta del “cinema del reale” da parte della giuria. Dalla scorsa edizione il Premio David di Donatello per il Miglior Documentario è dedicato aCecilia Mangini.
  • 1 Premio David per il miglior film internazionale, destinato a una delle opere straniere distribuite in Italia.

Una Giuria nazionale di studenti degli ultimi due anni di corso delle scuole secondarie di II grado sceglie, tra una selezione di venti film, stabilita in sinergia tra Agiscuola, Alice nella città, Presidenza e Consiglio Direttivo dell’Accademia del Cinema Italiano: 

   o   1 Premio David Giovani, destinato al miglior film italiano con temi vicini alle nuove generazioni.

I film in concorso saranno visionati in base a un accordo tra le scuole e l’ANEC. Ogni regione italiana può essere rappresentata da una o più sedi di Giuria. La selezione dei venti film proposti per l’edizione 2022 rispecchia le date di eleggibilità al concorso per il cinema italiano, dal 1° marzo 2021 al 28 febbraio 2022. Anche quest’anno, per allargare la partecipazione a una più ampia platea di ragazzi, è stato coinvolto un gruppo di studenti under 17 che assegnerà una Menzione Speciale a uno dei cinque film candidati al David Giovani. L’iniziativa, realizzata da Alice nella città e Fondazione Accademia del Cinema Italiano all’interno del progetto “Scelte di Classe – Speciale David di Donatello”, si è articolata attorno a un percorso educational che ha coinvolto gli alunni nella visione delle opere accompagnata da approfondimenti didattici e masterclass con gli autori.

Un’apposita commissione, nominata dal Presidente e composta da Domenico Dinoia, Mauro Donzelli, Marzia Gandolfi, Francesco Giai Via, Paola Jacobbi, Maria Grazia Mattei, Claudia Panzica, Marina Sanna, Maria Carolina Terzi, assegna:

  • 1 Premio David di Donatello per il Miglior cortometraggio

Il David dello Spettatoreè un premio che intende manifestare l’attenzione e il ringraziamento dell’Accademia ai film e agli autori che hanno fortemente contribuito al successo industriale dell’intera filiera cinematografica.

  • 1 David dello Spettatore al film italiano uscito entro il 28 febbraio 2022, che ha totalizzato il maggior numero di spettatori e presenze nelle sale cinematografiche.

David Speciali, designati da Presidenza e Consiglio Direttivo, saranno assegnati a personalità del mondo del cinema.

Le candidature 2022 e le nostre recensioni

Segue l’elenco dei film nominati per ogni categoria: complessivamente queste sono le candidature ricevute per ogni film. Cliccando sul titolo potrete leggere la nostra recensione.

È STATA LA MANO DI DIO 16 

FREAKS OUT 16 

QUI RIDO IO 14 

ARIAFERMA 11 

DIABOLIK 11 

A CHIARA 6 

I FRATELLI DE FILIPPO 6 

ENNIO 6 

AMERICA LATINA 3 

L’ARMINUTA 3 

LA TERRA DEI FIGLI 2 

PICCOLO CORPO 2 

UNA FEMMINA 2 

7 DONNE E UN MISTERO 1 

A CLASSIC HORROR STORY 1 

COME UN GATTO IN TANGENZIALE – RITORNO A COCCIA DI MORTO 1 

GIULIA 1 

IL CATTIVO POETA

LA SCUOLA CATTOLICA

MARILYN HA GLI OCCHI NERI

MATERNAL 1 

RE GRANCHIO 1 

TRE PIANI 1

MIGLIOR FILM

Ariafermaprodotto da Carlo CRESTO-DINA (TEMPESTA) – Michela PINI (AMKA) – RAI CINEMA per la regia di Leonardo DI COSTANZO
È stata la mano di Dioprodotto da Paolo SORRENTINO, Lorenzo MIELI per la regia di Paolo SORRENTINO
Ennioprodotto Gianni RUSSO, Gabriele COSTA per la regia di Giuseppe TORNATORE
Freaks Outprodotto da Andrea OCCHIPINTI, Stefano MASSENZI, Mattia GUERRA (LUCKY RED) – Gabriele MAINETTI (GOON FILMS) – RAI CINEMA per la regia di Gabriele MAINETTI
Qui rido ioprodotto da Nicola GIULIANO, Francesca CIMA,
Carlotta CALORI (INDIGO FILM) – RAI CINEMA per la regia di Mario MARTONE

MIGLIOR REGIA

AriafermaLeonardo DI COSTANZO
È stata la mano di DioPaolo SORRENTINO
EnnioGiuseppe TORNATORE
Freaks OutGabriele MAINETTI
Qui rido ioMario MARTONE

MIGLIOR ESORDIO ALLA REGIA

Il cattivo poetaGianluca JODICE
MaternalMaura DELPERO
Piccolo corpoLaura SAMANI
Re GranchioAlessio RIGO DE RIGHI, Matteo ZOPPIS
Una femminaFrancesco COSTABILE

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

A ChiaraJonas CARPIGNANO
AriafermaLeonardo DI COSTANZO, Bruno OLIVIERO, Valia SANTELLA
È stata la mano di DioPaolo SORRENTINO
Freaks OutNicola GUAGLIANONEGabriele MAINETTI
Qui rido ioMario MARTONE, Ippolita DI MAJO

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE*

DiabolikMANETTI BROS., Michelangelo LA NEVE
L’arminutaMonica ZAPELLI, Donatella DI PIETRANTONIO
La scuola cattolicaMassimo GAUDIOSO, Luca INFASCELLI, Stefano MORDINI
La terra dei figliFilippo GRAVINO, Guido IUCULANO, Claudio CUPELLINI
Tre pianiNanni MORETTI, Federica PONTREMOLI, Valia SANTELLA
Una femminaLirio ABATE, Serena BRUGNOLO, Adriano CHIARELLI, Francesco COSTABILE

MIGLIOR PRODUTTORE

A ChiaraJon COPLON, Paolo CARPIGNANO, Ryan ZACARIAS, Jonas CARPIGNANO (STAYBLACK PRODUCTIONS) – RAI CINEMA
Ariafermaprodotto da Carlo CRESTO-DINA (TEMPESTA) – Michela PINI (AMKA) – RAI CINEMA
È stata la mano di DioPaolo SORRENTINO, Lorenzo MIELI
Freaks OutAndrea OCCHIPINTI, Stefano MASSENZI, Mattia GUERRA (LUCKY RED) – Gabriele MAINETTI (GOON FILMS) – RAI CINEMA
Qui rido ioNicola GIULIANO, Francesca CIMA, Carlotta CALORI (INDIGO FILM) – RAI CINEMA

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA

A ChiaraSwamy ROTOLO
DiabolikMiriam LEONE
Freaks OutAurora GIOVINAZZO
GiuliaRosa PALASCIANO
Qui rido ioMaria NAZIONALE

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

America LatinaElio GERMANO
AriafermaSilvio ORLANDO
È stata la mano di DioFilippo SCOTTI
Freaks OutFranz ROGOWSKI
Qui rido ioToni SERVILLO

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA

È stata la mano di DioLuisa RANIERI
È stata la mano di DioTeresa SAPONANGELO
I fratelli De FilippoSusy DEL GIUDICE
L’arminutaVanessa SCALERA
Qui rido ioCristiana DELL’ANNA

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA

AriafermaFabrizio FERRACANE
DiabolikValerio MASTANDREA
È stata la mano di DioToni SERVILLO
Freaks OutPietro CASTELLITTO
Qui rido ioEduardo SCARPETTA

MIGLIOR AUTORE DELLA FOTOGRAFIA

America LatinaPaolo CARNERA
AriafermaLuca BIGAZZI
È stata la mano di DioDaria D’ANTONIO
Freaks OutMichele D’ATTANASIO
Qui rido ioRenato BERTA

MIGLIORE COMPOSITORE*

A ChiaraDan ROMERBenh ZEITLIN
America LatinaVERDENA
AriafermaPasquale SCIALÒ
DiabolikPIVIO & Aldo DE SCALZI
Freaks OutMichele BRAGA, Gabriele MAINETTI
I fratelli De FilippoNicola PIOVANI

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE

DiabolikTitolo: LA PROFONDITA’ DEGLI ABISSI        Musica, testi e interpretazione di: Manuel AGNELLI
I fratelli De FilippoTitolo: FACCIO ‘A POLKAMusica di: Nicola PIOVANITesti di: Nicola PIOVANI, Dodo GAGLIARDEInterpretata da: Anna FERRAIOLI RAVEL
L’arminutaTitolo: JUST YOUMusica e testi di: Giuliano TAVIANI, Carmelo TRAVIAInterpretata da:Marianna TRAVIA
Marilyn ha gli occhi neriTitolo: NEI TUOI OCCHIMusica di: Francesca MICHIELIN, Andrea FARRITesti e interpretazione di: Francesca MICHIELIN
Piccolo corpoTitolo: PICCOLO CORPOMusica di: Fredrika STAHLTesti di: Laura SAMANIInterpretata da: Celeste CESCUTTI, CORO POPOLARE

MIGLIORE SCENOGRAFIA

AriafermaLuca SERVINO – Susanna ABENAVOLI
DiabolikNoemi MARCHICA – Maria Michela DE DOMENICO
È stata la mano di DioCarmine GUARINO – Iole AUTERO
Freaks OutMassimiliano STURIALE – Ilaria FALLACARA
Qui rido ioGiancarlo MUSELLI, Carlo RESCIGNO –Laura CASALINI, Francesco FONDA

MIGLIORI COSTUMI

DiabolikGinevra DE CAROLIS
È stata la mano di DioMariano TUFANO
Freaks OutMary MONTALTO
I fratelli De FilippoMaurizio MILLENOTTI
Qui rido ioUrsula PATZAK

MIGLIOR TRUCCO

DiabolikFrancesca LODOLI
È stata la mano di DioVincenzo MASTRANTONIO
Freaks OutDiego PRESTOPINO – Emanuele DE LUCA e Davide DE LUCA (prostetico o special make-up )
I fratelli De FilippoMaurizio NARDI
Qui rido ioAlessandro D’ANNA

MIGLIOR ACCONCIATURA

7 donne e un mistero                            Alberta GIULIANI
A ChiaraGiuseppina ROTOLO
DiabolikLuca POMPOZZI
Freaks OutMarco PERNA
I fratelli De FilippoFrancesco PEGORETTI

MIGLIORE MONTAGGIO

A ChiaraAffonso GONÇALVES
AriafermaCarlotta CRISTIANI
È stata la mano di DioCristiano TRAVAGLIOLI
EnnioMassimo QUAGLIAAnnalisa SCHILLACI
Qui rido ioJacopo QUADRI

MIGLIOR SUONO

AriafermaPresa diretta: Xavier LAVORELMicrofonista: Pierre COLLODINMontaggio: Daniela BASSANICreazione suoni e Mix: Maxence CIEKAWY
È stata la mano di DioPresa diretta: Emanuele CECEREMicrofonista: Francesco SABEZMontaggio: Silvia MORAESCreazione suoni: Mirko PERRIMix: Michele MAZZUCCO
EnnioPresa diretta: Gilberto MARTINELLIMontaggio: Fabio VENTURIMix: Gianni PALLOTTO
Freaks OutPresa diretta: Angelo BONANNIMicrofonista: Diego DE SANTISMontaggio: Davide FAVARGIOTTICreazione suoni: Mirko PERRIMix: Franco PISCOPO
Qui rido ioPresa diretta: Alessandro ZANONMicrofonista: Alessandro PALMERINIMontaggio: Silvia MORAESCreazione suoni: Gianluca GASPARRINIMix: Giancarlo RUTIGLIANO

MIGLIORI EFFETTI VISIVI – VFX

A Classic Horror StoryNuccio CANINO
DiabolikSimone SILVESTRI
È stata la mano di DioRodolfo MIGLIARI
Freaks OutStefano LEONI
La terra dei figliRodolfo MIGLIARIRoberto SABA

MIGLIOR DOCUMENTARIO

Atlantidedi Yuri ANCARANI
Enniodi Giuseppe TORNATORE
Futuradi Pietro MARCELLO, Francesco MUNZI, Alice ROHRWACHER
Marx può aspettaredi Marco BELLOCCHIO
Onde radicalidi Gianfranco PANNONE

MIGLIOR FILM INTERNAZIONALE  

Belfastdi Kenneth BranaghUniversal PicturesGran Bretagna
Don’t Look Updi Adam McKayLucky Red, NetflixUSA
Drive My Cardi Ryusuke HamaguchiTucker FilmGiappone
Dunedi Denis VilleneuveWarner Bros. PicturesUSA
Il Potere del Cane – The Power of the Dogdi Jane CampionNetflixNuova Zelanda, Australia

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Il premio al miglior cortometraggio viene assegnato da una commissione composta da Domenico Dinoia, Mauro Donzelli, Francesco Giai Via, Marzia Gandolfi, Paola Jacobbi, Maria Grazia Mattei, Claudia Panzica, Marina Sanna, Maria Carolina Terzi.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO

Dioramadi Camilla CARÈ
L’ultimo spegne la lucedi Tommaso SANTAMBROGIO
Maestraledi Nico BONOMOLO
Notte romanadi Valerio FERRARA
Pilgrimsdi Farnoosh SAMADI e Ali ASGARI

Il miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2022 è: MAESTRALE di Nico Bonomolo.

Credits

L’immagine del David tagliata e inserita nella copertina è di Bruce The deus su Wikipedia con licenza creative commons 4.0

Secret Room by Yoox a Roma: 5 consigli per godersela al meglio

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Il primo aprile ha inaugurato la vendita esclusiva di Yoox, nella bellissima cornice di Palazzo Brancaccio.

Avete tempo fino al 10 aprile per partecipare alla meravigliosa esperienza di shopping organizzata da Moscova District Market (leader in Italia nell’organizzazione di private sale del settore moda), nel cuore di Roma. La suggestiva location Spazio Field all’interno di Palazzo Brancaccio (via Merulana 248) vi farà rimanere sbalorditi: oltre a custodire un capitale di storia, arte, cultura e tradizione, è stata riempita di abiti, accessori e alta moda da far capitolare anche la meno fashion victim.

Praticamente, il mio paradiso: 40.000 capi di abbigliamento, scarpe e borse, uomo, donna e bambino di prestigiose firme con occasioni fino al -90%, spalmate su 1800 mq.

Vi do 5 consigli per ottimizzare l’esperienza dall’inizio alla fine, dato che le cose da vedere saranno molte

  1. Gli ingressi sono contingentati, quindi bisogna prenotare sul sito, che è gratuito. Avrete 1 sola ora di tempo di permanenza, per dare agli altri la possibilità di entrare. Io sono andata di domenica mattina, errore madornale! Avete un’altra settimana di tempo per visitarla, quindi vi consiglio di prenotate in orari e giorni meno affollati.
  2. Una volta che entrate, si aprirà davanti a voi il paese dei balocchi: si spazia dal massimalismo al minimalismo. La tentazione di guardare attentamente ogni singolo capo appeso sarà fortissima, ma voi non dovete cedere! Prima di entrare fate mente locale su quello che state cercando: un pantalone? un capospalla? una gonna? una borsa? Poi fate un bel respiro e dirigetevi verso lo stand che vi interessa con piglio deciso. Io ho guardato circa 30 pantaloni prima di ricordarmi che non mi servivano.
  3. Gli abiti in vendita su Yoox spaziano da brand più accessibili, come Pinko o Liu Jo, fino ad arrivare ai mostri sacri della moda come Saint Laurent, Alberta Ferretti, Giambattista Valli, D&G. Anche in questo caso, vi consiglio di avere ben chiaro il budget a vostra disposizione. I prezzi sono scontati, è vero, ma moltissime cose sono comunque sopra i 400 euro. Ottimi affari, ma non per tutte le tasche. Se non avete in mente di spendere molto, evitate gli stand dell’alta moda. Io li ho guardati tutti, in estasi. Ma ho perso un sacco di tempo.
  4. Altro discorso per il reparto scarpe: qui davvero ci sono ottime occasioni da cogliere. Gli stand sono divisi per misure, quindi è molto più facile ed immediato individuare l’oggetto del desiderio. Mi raccomando: quando provate le scarpe, portate con voi anche la scatola, così da rimettere a posto successivamente tutto il pacchetto, altrimenti si crea caos per quelli dopo di voi!
  5. Prenotate 2 ingressi, magari a distanza di 48 ore. Un’ora sola è davvero poca e si esce con la sensazione di essersi persi il best buy della vita per mancanza di tempo!
Secret Room by Yoox a Roma 5 consigli _sandalo
Foto di Micaela Paciotti

Un plauso speciale all’organizzazione, che ha dispiegato una notevole forza lavoro per non creare né fila né assembramenti, ovunque c’erano persone dello staff a cui chiedere indicazioni e informazioni.

Micaela Paciotti

The Walking Dead 11×15: la recensione dell’episodio

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Dopo gli eventi tumultuosi di “The rotten core” è arrivato il momento della fiducia. “Trust” è il quindicesimo episodio di The Walking Dead 11, che si appresta a concludere la seconda parte di questa stagione col prossimo attesissimo episodio.

Il momento della verità

Eugene e Rosita raccontano a Connie la verità sugli intrighi di Sebastian perché confidano nel suo ruolo di giornalista per far emergere la verità sulle sue azioni. Nel frattempo viene informata anche Max (la “vera Stephanie”), che prova a chiedere supporto al fratello Mercher. Tuttavia, il generale tenta di insabbiare la questione in nome del bene comune: Max non la prende bene e conferma a Eugene il suo supporto per far emergere la verità. Così tra i due scappa il bacio…

Nel frattempo Mercer non ha il cuore leggero e si confida con Princess, con cui inizia ad avere una relazione seria, tanto da confessarle di aver ucciso due dei suoi uomini, riferendosi ai fatti dell’episodio precedente.

Cosa nasconde Carol?

Dopo aver salvato la vita di Ezeckiel corrompendo Lance, Carol sembra profondamente turbata. Ezeckiel si riavvicina alla donna e tenta di capire invano cosa stia succedendo. Nel frattempo chiede a Toni di eseguire un’appendicectomia fuori dall’ospedale, alterando così le lunghe file del Commonwealth, ma i due vengono beccati da una guardia: indovinate chi arriva a tirarli fuori dai guai? Naturalmente Carol, che ormai appare evidentemente immischiata nelle trame interne della comunità. Conoscendola, sappiamo bene che tirerà fuori la sua verità solo quando verrà colta in flagrante. Le domande con lei stanno davvero a zero.

I piani di Lance

Lance si dirige a Hilltop per trovare chi ha rubato le armi: non è molto convinto della versione dei fatti raccontata da Gabriel e Aaron sulla missione di Toby. Daryl convince Maggie ad aprire le porte della città, anche qui entra in gioco la fiducia: Lance inizia ad indagare, provando a minacciare persino il piccolo Hershel pur di avere informazioni. La situazione degenera precipitosamente: Maggie non tollera più l’invasione e Daryl prende le sue difese. E proprio mentre cerca di capire con Gabriel e Aaron dove si trovino le dannate armi rubate, Lance trova Leah e le propone un lavoro…

Momento malinconia

Quanto ci manca il ritmo delle prime stagioni di The Walking Dead? Tantissimo. In questi giorni sto facendo un re-watch e devo ammettere che la serie è degenerata tantissimo: durante la visione di qualche episodio (tipo questo!) stento davvero a tenere gli occhi aperti. Confidiamo in un finale stupefacente che chiuda la serie cult come si merita.

Promo trailer dell’episodio 16: mid season finale (della seconda parte)

Le recensioni di tutti gli episodi

Tutte le recensioni dell’Undicesima stagione sono linkate nell’articolo che apre la stagione.

Alessia Pizzi

Ventuno interviste, undici canzoni e tre racconti per “Puzzle Pasolini”

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In occasione del centenario della nascita di Pierpaolo Pasolini, il cantautore Andrea Del Monte torna in libreria con Puzzle Pasolini per le Edizioni Ensemble.

Il libro è una rivisitazione dell’edizione del 2015, pubblicata con un altro titolo in occasione del quarantennale della morte di Pasolini. L’esperimento, che vede una collaborazione sinergica tra musica e parole, porta il contributo di personaggi straordinari della cultura contemporanea che provano a ricostruire il puzzle con l’immagine di uno degli intellettuali più controversi del Novecento. 

Le undici poesie contenute nel volume, scritte da esponenti di spicco della letteratura italiana, sono state musicate da Del Monte e si possono ascoltare dal QR code di Spotify posto nella bandella della quarta di copertina dello stesso libro o dai QR code sotto i testi delle stesse canzoni. Gli autori delle poesie/canzoni sono Renzo Paris, Alberto Toni, Giovanna Marini, Fernando Acitelli, Giulio Laurenti, Titti Rigo de Righi, Antonio Veneziani e Tiziana Rinaldi Castro, Claudio Marrucci, Ignazio Gori e Clea Benedetti.

Alla realizzazione delle musiche hanno collaborato John Jackson, che nei suoi trascorsi vanta una lunga collaborazione con Bob Dylan, e Roberto Cardinali, chitarrista nel film Loro di Paolo Sorrentino.

Nel libro sono contenute anche delle interviste rilasciate da una quarantina fra scrittori, attori, registi e ricercatori che hanno conosciuto Pasolini personalmente, hanno lavorato con lui o hanno approfondito le sue tematiche.

Le loro parole lasciano sulle pagine del libro tracce per approfondire e fare luce su questa icona della letteratura italiana.

Si tratta di Enrique Irazoqui, Ninetto Davoli, Federico Bruno, Alessandro Golinelli, Giuseppe Pollicelli, Franco Grattarola, Citto Maselli, David Grieco, Walter Siti, Maria Borgese, Igor Patruno, Alcide Pierantozzi, Fulvio Abbate, Lucia Visca, Susanna Schimperna, Pino Bertelli, Giancarlo De Cataldo, Tullio De Mauro, Emanuele Trevi e Renzo Paris.

Da ricordare che Walter Siti ed Emanuele Trevi sono vincitori del Premio Strega: il primo nel 2013, il secondo nel 2021.  Il volume è arricchito anche da tre racconti: Un uomo generoso di Franco Tovo, La sua passione per il calcio di Silvio Parrello e La sua solitudine di Renzo Paris. Franco Tovo è stato uno degli attori del film Mamma Roma, mentre Silvio Parrello è Er pecetto del romanzo Ragazzi di vita.

I tre ricordano in particolare i loro incontri con il poeta. Scrive Paris:

Pier Paolo mi voleva bene, sapeva delle mie origini sottoproletarie e temeva che prima o poi sarei diventato un ‘mostro’ come i suoi borgatari

Il Puzzle Pasolini è un tributo al grande intellettuale che ha lasciato una traccia viva nel panorama culturale italiano per la complessità profetica del suo pensiero. Una morte che ancora non trova un colpevole e un movente, segnando in modo indelebile la storia del Novecento.

Andrea Del Monte è chitarrista, cantautore e compositore di Latina. Nel 2007, con il singolo “Il giro del mondo” (brano ispirato dal film “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin) vince il Premio della critica al Festival “Il Cantagiro”. Al suo primo omonimo EP collabora John Jackson, storico chitarrista di Bob Dylan e l’etnomusicologo Ambrogio Sparagna. Con questo disco, raggiunge la Top 20 di iTunes.   Nel 2016, musica e canta la poesia “Supplica a mia madre” di Pier Paolo Pasolini. Infine nel 2019, pubblica il disco-libro “Brigantesse – Storie d’amore e di fucile”, in cui l’album si apre con la lettura di un brano da parte di Sabrina Ferilli.

Antonella Rizzo

Shopping a Palma di Maiorca: 5 negozi da non perdere!

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Per una settimana di mare o per un city break, Palma è una meta perfetta per ricaricare le batterie!

Palma di Maiorca è la capitale della più grande delle Isole Baleri, perfettamente a metà strada tra Algeri e Barcellona. Una città di grandissimo impatto visivo perché, parafrasando Rino Gaetano, ci troviamo in un luogo che è metà Africa e metà Europa. E si vede.

I palazzi moreschi affiancano i palazzi del modernismo catalano, le palme immense e i colori caldi si sovrappongono alle cattedrali di arenaria. Tutto qui è bellissimo e curato, dalle aiuole alle piazze, con i grandi ficus che profumano di esotismo. Anche i negozi non sono da meno, per essere una meta turistica non ci sono negozietti e bancarelle, bensì negozi dalla grande personalità artistica e artigianale. Compresi quelli che vendono cibo!

Ne ho scelti 5 che non potete perdervi nel vostro prossimo viaggio a Palma di Maiorca:

1. Masscob

Seminascosto dall’enorme ficus di Plaça del Mercat, questa boutique è bella già da fuori. Il duo di designer Marga Massanet and Jacobo Cobián crea collezioni in cui il maschile e il femminile si incontrano, dando vita a linee fluide e moderne. Un occhio di riguardo alla materia, sia del negozio -che è un piccolo gioiello di interior design- sia degli abiti, fatti da mani sapienti per durare a lungo. Perfetto per chi ama la moda minimal.

2. Stick no bills

Benvenuti nel mio posto preferito di Palma! Ci ho lasciato parte del mio budget, ma ne è valsa la pena: ho acquistato un un poster dal sapore vintage davvero stupendo. Questo showroom vende piccoli capolavori di grafica, ispirandosi all’art nouveau e alle illustrazioni degli anni ’60. Poster, cartoline, formati A3, che raccontano la vita di quest’isola attraverso personaggi da film: la donna sul treno, la ragazza che gioca a tennis, la coppia che si bacia sul motoscafo. Immagini stupende in grafiche accattivanti: what else? Ah, si, non sono neanche care!

3. Dont’t cry for me empanadas argentinas

Con questo geniale nome non potevo non notare il meraviglioso forno di empanadas argentine, adottate dall’alimentazione isolana. Il negozio è molto luminoso e ha i colori dell’Argentina: bianco e blu. Si possono scegliere vari gusti di empanadas, da mangiare passeggiando per il quartiere di Sant Miquel.

4. Pronovias

C’è poco da fare: Pronovias ha sbaragliato la concorrenza dei brand dedicati alle spose. Il negozio che affaccia su Plaça Major ha in esposizione la nuova collezione firmata da Vera Wang, ed è arricchito da foto di matrimoni famosi. Merita assolutamente un giro, anche se non dovete sposarvi!

Shopping a Palma di Maiorca_Trebol Home
Trebol Home

5. Trebol Home

Stoffe, tessili, scampoli, allineati e impilati per metri: se immagino il paradiso, lo immagino così. Se cercate un luogo dove perdervi, circondati da stampe e pattern, tinte unite e fantasie, Trebol Home fa per voi. Entrate e state certi che vi verrà qualche idea geniale su come rinnovare l’home decor!

Articolo e Foto di Micaela Paciotti