Michelangelo Antonioni e i film “dei sentimenti” con Monica Vitti

Michelangelo Antonioni e Monica Vitti nella trilogia dell'incominucabilità

Michelangelo Antonioni è uno dei registi più visionari e avanguardisti della sua epoca. Partendo dalle influenze dell’Esistenzialismo (lasciandosi ispirare da Camus) e dall’Intimismo intrinseco in molti scrittori novecenteschi, il cineasta esplicita la propria visione e il proprio pensiero in un modo di fare cinema completamente nuovo. Ogni opera si trasforma in poesia dove vi confluiscono l’arte, la filosofia, la psicologia e la sociologia. Grazie alla presenza di elementi avanguardisti e astratti, che caratterizzano la sensibilità artistica visuale di tutta la componente cinematografica del regista, ogni immagine è potenzialmente un’opera artistica pronta a staccarsi e ad emergere come se fosse slegata dalla sua narrazione. I personaggi sono delle tele su cui dipingere una psicologia contorta e complessa, non facilmente intellegibile agli occhi dello spettatore.

Il pensiero e la visione del regista si distaccano dalle correnti che pervadono la filiera cinematografica e con il suo estro visionario scardina il cinema classico, segnando la fine del Neorealismo e la nascita del cinema moderno. Con Antonioni assistiamo ad una destrutturazione della drammaturgia che viene rinnovata, dando vita a opere molto innovative per il tempo. Ogni pellicola diventa, così, il Manifesto per raccontare una realtà nascosta, fatta di crisi esistenziali e immobilità. Una modernità costellata da un non tanto latente pessimismo esistenziale, calato nell’alienante società moderna.

La tetralogia dell’incomunicabilità e l’uomo come mezzo per raccontare una società alla deriva

Questo suo esperimento inizia con la realizzazione della trilogia dell’incomunicabilità – una delle pietre miliari del cinema d’autore – detta anche esistenzialista o dei sentimenti. Le opere che ne seguiranno, ben tre film, hanno fatto la storia del cinema: L’Avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962). Tre pellicole in bianco e nero a cui seguirà Deserto rosso (1964) che rappresenta il suo primo film a colori. Questa aggiunta farà si che si parlerà sempre più di tetralogia.

Queste opere hanno rappresentato un vero punto di riferimento per critici, intellettuali e registi d’Europa e non solo. Queste quattro opere rappresentano la vetta della carriera di Antonioni in quanto rappresentano un caso unico in tutta la sua cinematografia.

Al centro delle pellicole si affrontano i temi dell’incomunicabilità, alienazione e disagio esistenziale, tematiche non troppo lontane dai nostri tempi. Per questa ragione la tetralogia diventa una testimonianza che racconta gli effetti della crisi e non le sue cause. E lo fa attraverso un cinema dove i tempi sono dilatati e gli spazi sono vuoti.

La società moderna viene messa sotto una macchina (da presa) a raggi X e viene scardinata dal perbenismo che aleggiava durante il boom economico, soprattutto nella borghesia. Ed è proprio questa modernità che diventa il presupposto per narrare l’incomunicabilità, una conseguenza inevitabile dettata dal contesto e dalla relativa condizione esistenziale in cui sono proiettati i personaggi. (M. Vannoni in Incomunicabilità e modernità tra Antonioni e Kieślowski).

Le nostre recensioni della tetralogia

La poetica di Antonioni

L’azione di Antonioni attraverso questa tetralogia si accosta all’operato di uno psicologo e continua, attraverso i suoi personaggi, come se fosse uno psicologo interno. Quella di Antonioni è una vera e propria poetica che […] tratteggia i caratteri di una mente, di una relazione, mantenendo come riferimento costante l’ambiente esistenziale ed emotivo nel quale ha preso forma quell’esperienza.

Antonioni mette in scena la filosofia di Giacomo Debenedetti con la sua epica dell’esistenza dove tra i personaggi e il mondo vi è una forte disconnessione, una rottura, dove i primi percepiscono il secondo come assurdo. Per il cineasta questa frattura è la conseguenza del boom economico. La disconnessione si manifesta attraverso la distanza, la noia, l’insoddisfazione e la mancanza di appagamento. In questo contesto non c’è più l’altro, ma ogni personaggio è ripiegato su sé stesso, sul proprio ombelico, avvolto da un forte egocentrismo.

L’analisi all’operato del cineasta è estremamente complessa e ampia. Si presta a numerose interpretazioni e connessioni. Tra le tante risulta interessante evidenziare come il brando di Lucio Dalla “Il fiume e la città” del 1970 presenti collegamenti con il cinema di Antonioni, quando recita: “Quanto ho camminato, non ho ragionato mai. […] Uno parte sempre e non arriva mai.” Parole ben rappresentate ne “L’ Avventura” quando i protagonisti si muovono nello spazio e nel tempo privi di una meta. E sempre in questo film, tristemente il cineasta, in maniera sottile, evoca la teoria darwiniana secondo cui sopravvive chi si adatta meglio all’ambiente. Questo trova riscontro nell’epilogo quando Claudia accetta passivamente l’infedeltà del proprio compagno. Ribellarsi a una tale circostanza, per lei, significherebbe abbracciare il medesimo destino dell’amica scomparsa, poiché gli insoddisfatti sono inevitabilmente condannati all’alienazione – sia essa fisica che mentale. (Giordano Pulvirenti in Antonioni: 60 anni fa usciva “L’avventura” con Monica Vitti).

La narrativa Antoniana

Alcuni elementi fondanti la poetica di Antonioni vengono già accennati, seppur non in maniera esplicita e penetrante nel Grido, come l’impossibilità di comunicare, l’interesse non per la collettività ma per l’individuo, la ricerca sul paesaggio come espressione dell’interiorità. Anche la narrativa segue una struttura piuttosto lineare e classica. 

Solo con la tetralogia si può finalmente parlare di “de-drammatizzazione”, ossia quel meccanismo che non fa procedere la trama, che non porta i personaggi in nessun luogo. E attraverso questo meccanismo la riflessione di Antonioni emerge con forza manifestandosi in maniera trasversale. Le tematiche coinvolte infatti non riguardano solo la narrativa, ma anche l’uso del mezzo, la suggestione scenografica e soprattutto la caratterizzazione dei personaggi.

In sostanza la cinematografia di Antonioni è in continua evoluzione. Parte della realtà e la mette in scena in maniera cruda, non con una narrativa sempliciotta ma focalizzandosi su una condizione reale da cui fa emergere una narrativa che non teme critiche. Il suo approccio cambia con Deserto Rosso (1964), la sua poetica sarà modificata da vari fattori quali l’uso del colore, un carattere più maturo e “internazionale” e soprattutto un nuovo tipo di indagine sullo sguardo e una riflessione metalinguistica.  

Proprio il colore consente al regista di esprimere al massimo il non detto, lo stesso cineasta in un’intervista rimpiange non aver potuto realizzare l’avventura a colori. Ciò avrebbe reso la pellicola ancora più profonda, dove i personaggi, il paesaggio e i colori avrebbero facilitato la manifestazione dell’interiorità dell’individuo e la sua percezione del mondo.   

L’amore incomunicabile e la precarietà dei sentimenti

La borghesia raccontata dal cineasta non è così sfavillante, ma è una generazione tremendamente sola e spaventata, cresciuta con retaggi culturali che conducono a crisi di identità costanti e una precarietà sentimentale che renderà l’uomo affamato di piacere ed egoismo. E proprio la precarietà dei sentimenti al centro dei film. Così assistiamo ad una fame di sessualità accompagnata ad un senso di rassegnazione ne L’Avventura; ad una sessualità macabra data dall’insoddisfazione (qui possiamo notare i primi approcci erotici che gli costarono la censura) ne La Notte e l’alienazione di una società rappresentata ne L’Eclissi dal mondo spietato della borsa.

E proprio nel rapporto uomo-donna che Antonioni mette in scena l’incomunicabilità e lo fa attraverso il ruolo femminile. Se, infatti, Claudia ne L’Avventura ricerca ancora un contatto con Sandro, Lidia ne La Notte sembra del tutto rassegnata all’impossibilità di comunicare con Giovanni pur rimanendo lì accanto, e infine ne L’Eclisse Vittoria, quasi a inizio film, si separa da Riccardo.

E proprio in questa società perbenista dove il sesso è vissuto come un tabù, Antonioni gli dà un ruolo fondamentale. Non sorprende se negli anni ’60 Antonioni subì numerose critiche e censure. Nelle sue pellicole il sesso non suggella l’amore tra due persone, ma è uno strumento per soddisfare il desiderio e il mero piacere. Non avvicina ma allontana, creando un ulteriore vuoto. Fomenta l’incomunicabilità e diventa il palliativo davanti all’impotenza di creare una connessione con l’altro.

«Non ti ho dato niente. È strano come soltanto oggi mi rendo conto di quanto ciò che si dà agli altri finisca con il giovare a se stessi» (La Notte)

Insomma, il suo cinema non aveva filtri, non temeva di raccontare quella generazione disorientata dalla guerra prima e dalla fatica di ricostruire poi. La generazione del boom economico osannata dal cinema fino a quel tempo, crolla vertiginosamente nelle pellicole di Michelangelo Antonioni.

Monica Vitti: Musa ispiratrice e il “Virgilio” che accompagna lo spettatore nel purgatorio realizzato da Antonioni

Monica Vitti è la Musa del cinema dell’incomunicabilità. La sua voce roca, la bellezza dolce e graffiante e la sua incisiva espressività caratterizzano le pellicole del cineasta. L’attrice diventa l’elemento che fa crollare le maschere in ogni film, il dettaglio che fa emergere la fragilità della classe dirigenziale degli anni ’60. L’anti-diva del cinema italiano diventa una sorta di Virgilio della cinematografia che accompagna lo spettatore, pellicola dopo pellicola, in questo viaggio intimista e disorientante.

Nel capitolo iniziale della tetralogia L’Avventura la presenza di Monica Vitti si fonde con il paesaggio, i silenzi, le ampie inquadrature e gli sguardi perduti che giocano un ruolo fondamentale. Personaggi “dipinti” come infelici e precari simulacri deprivati della possibilità di comunicare e comprendersi. Con questa pellicola l’attrice conferma essere l’asse portante per raccontare il malessere della generazione portata sullo schermo da Antonioni. 

Nel successivo capitolo, La Notte la poetica intellettuale del regista diventa più fitta, avvallata dall’esigenza di raccontare qualcosa di più penetrante e ancora più urgente. La storia che il cineasta invita ad esplorare vede la Vitti come la chiave di volta nella relazione tra Giovanni e Lidia, sebbene relegata ad un ruolo secondario. Qui il cinema di Antonioni non accetta compromessi nella narrazione che assume i tratti di una parabola sui sentimenti

Nel terzo film, L’Eclisse (che chiude la trilogia) il percorso di Antonioni giunge al termine, anche se proseguirà con Deserto Rosso trasformando il suo esperimento in una tetralogia. Al centro della macchina da presa abbiamo l’uomo contemporaneo e la sua arida rappresentazione esistenziale. l paesaggio è solo uno sfondo asettico e desolato. La pellicola è quella che più assurge ad un’anima internazionale diventando un vero e proprio tassello del cinema moderno. L’attrice Monica Vitti non teme di mostrare la drammaticità della solitudine e lo fa con un personaggio che sembra restare costantemente in posa. Con una comunicazione sconnessa dove “non lo so” diventa un martellante mantra ripetuto al suo promesso sposo. I brevi attimi di felicità tra i protagonisti sono un vano tentativo di liberarsi dalle catene dello spleen. Una dimensione dove l’innamoramento non cede mai il passo all’amore, non si libera dalle catene del perbenismo, dalle pose plastiche strette in vestiti dal design perfetto. E qui Monica Vitti sfodera le sue grandi doti attoriali mettendo sullo schermo l’apatia della borghesia romana del tempo.

Infine, con Deserto Rosso la trilogia si trasforma in tetralogia. Si tratta del primo film a colori per Antonioni. Anche qui la crisi delle relazioni affettive nella società contemporanea è un invisibile protagonista. E, ancora una volta il malessere della società contemporanea viene raccontato grazie all’interpretazione di Monica Vitti e alla psicologia del suo personaggio. Ancora una volta il paesaggio si fonde con le persone che l’abitano. La Ravenna post-industriale rappresenta l’aridità interiore dei personaggi. La visione di Antonioni prende vita in un’opera di difficile compressione assurgendo al film più ostico di tutta la carriera di Antonioni.

Conclusione

In conclusione la tetralogia di Antonioni è manifesto struggente della pochezza dell’animo umano in una società moderna osannata invece dal cinema dell’epoca. Per trasmettere il senso di incomunicabilità durante il boom economico il cineasta si avvale di tre pellicole a cui farà seguito una quarta. Queste opere sono collegate da un sottile filo rosso che unisce un film all’altro. Ne L’avventura Claudia e Sandro dovrebbero sposarsi, ma ciò non avviene; avviene però ne La notte, dove i due protagonisti sono marito e moglie; ne L’eclisse, poi, la coppia si separa. Inoltre La notte, come da titolo, si svolge tutto nel corso di una notte e L’eclisse invece comincia la mattina presto. (M. Vannoni in Incomunicabilità e modernità tra Antonioni e Kieślowski).

Antonioni è un vero e proprio poeta visivo, un poeta dell’esistenza e soprattutto di tutto ciò che di inquietante ed incomunicabile. Il cineasta riesce a distaccarsi dal perbenismo non solo della società contemporanea ma anche da quella che Cinecittà voleva raccontare. E lo fa attraverso quattro pellicole in cui i sentimenti sono assenti e le persone sono disumanizzate. La pochezza dell’animo umano emerge con drammaticità raccontato la vera generazione del boom economico.

Angela Patalano

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Sulla carta sono laureata in Giurisprudenza ma la mia passione più grande è il Cinema e il mondo dell'entertainment in generale. Essenzialmente curiosa ed empatica. Goffa quasi alla Bridget Jones e tanto Geek.

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