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I 4 migliori adattamenti di Orgoglio e Pregiudizio tra cinema e serie

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Dopo più di 200 anni dalla pubblicazione di “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen, ancora fioccano trasposizioni, reinterpretazioni, sequel e spin-off.

Abbiamo parlato in due nostri podcast dei numerosi adattamenti a teatro e al cinema, ma ora vediamo quali sono quelli che su grande e piccolo schermo ci hanno fatto sognare di più. La sfida dell’adattamento consiste nel catturare l’essenza del romanzo e mantenere l’arco narrativo il più fedele possibile alle vicende del libro.

I migliori adattamenti in ordine cronologico

La lista che segue è naturalmente un’opinione personale e non vuole essere una classifica, troverete infatti i film e le serie in ordine cronologico di uscita. Iniziamo infatti dal primo adattamento hollywoodiano del romanzo.

“Orgoglio e Pregiudizio” di Robert Z. Leonard (film 1940)

Con Greer Garson e Laurence Olivier

È il 1940: gli Stati Uniti sono da poco entrati in guerra e “Via col vento”, prodotto dal medesimo studio, l’anno precedente aveva entusiasmato il pubblico e la critica. Di conseguenza, la pellicola si focalizza molto meno sulla lotta di classe e più sulla nostalgia della vecchia Inghilterra. Ma soprattutto l’ambientazione viene spostata di una trentina di anni in avanti risultando in uno stravolgimento dei costumi, molto più simili a quelli dell’amata Scarlett O’Hara. 

Anche i personaggi e le dinamiche del film vedono una serie di cambiamenti rispetto al romanzo per avvicinarsi al genere della screwball comedy (commedia a effetto), tanto in voga negli anni ’30. I vari balli sono condensati in uno, il signor Collins non è un uomo di chiesa e Lady Catherine si rivela essere d’accordo con il matrimonio dei due protagonisti.

Nonostante la divergenza dal libro, la pellicola è leggera, frizzante e molto godibile, sicuramente grazie alla magnificenza dei costumi e delle ambientazioni della Golden Age di Hollywood e grazie alla presenza scenica degli interpreti. L’Elizabeth di Garson e il Darcy di Olivier sono leggermente diversi, in alcuni punti anche più sfacciati e sarcastici, ma sicuramente molto affascinanti e affiatati.

Dove guardarlo: disponibile per noleggio o acquisto su Rakuten TV e Apple TV

“Orgoglio e Pregiudizio” di Andrew Davies (miniserie BBC 1995)

Con Jennifer Ehle e Colin Firth

Questa miniserie di 6 episodi è decisamente fra gli adattamenti preferiti dal pubblico, non solo per la splendida performance di Firth, considerato il Darcy perfetto, ma anche per l’accuratezza dei costumi e delle ambientazioni e per l’assoluta fedeltà alla trama del romanzo.

Tra le novità nella sceneggiatura, vediamo per la prima volta sullo schermo il punto di vista di Darcy su molti avvenimenti che lo coinvolgono, punto di vista del tutto assente nel libro ma che si amalgama bene nell’insieme e offre uno spunto nuovo anche ai lettori affezionati. 

Gli autori hanno fatto un lavoro eccellente anche nella scrittura dei personaggi secondari, lasciati da parte dai precedenti adattamenti per mancanza di spazio, che qui hanno modo di splendere e, avendo a disposizione 6 episodi, ci si è potuti sbizzarrire nel mostrare scene quotidiane che aiutano lo spettatore a immergersi completamente nell’atmosfera regency.

La serie ci lascia vedere l’aspetto più importante della storia, ovvero lo sviluppo di entrambi i protagonisti che arrivano alla scoperta di sé – anche mettendosi in imbarazzo e mostrandosi vulnerabili. Di sicuro questo adattamento su piccolo schermo rimarrà nella storia come uno dei più accurati e fedeli, quasi un modello a cui aspirare nella trasposizione di un romanzo.

Dove guardarlo: disponibile per l’acquisto in DVD o Blu-Ray su Amazon

“Orgoglio e Pregiudizio” di Joe Wright (film 2005)

Con Keira Knightley e Matthew MacFayden

Le quattro nomination al premio Oscar e le ottime recensioni non bastano a rendere giustizia alla bellezza di questo film: la fotografia, i costumi e la colonna sonora di Dario Marianelli sono sicuramente i punti di forza del film.

La sceneggiatura si prende delle libertà con i personaggi e i costumi sociali dell’epoca, è vero, ma tutto è fatto per rendere la storia accattivante e vicina agli standard moderni. Il film riesce a tradurre l’atmosfera del libro in qualcosa che il pubblico del XXI secolo capirà facilmente senza perdere l’essenza del periodo regency. Nella pellicola viene cambiato infatti il setting di alcune scene, molti dei dialoghi sono stati modernizzati e non sono così sottili e acuti come ci si potrebbe aspettare dalle buone maniere del periodo storico.

Anche se il film si prende alcune libertà con la storia e i dialoghi, è comunque un bellissimo prodotto che ritrae la tensione e la chimica tra Darcy ed Elizabeth in modo unico. Ottima performance di Knightley e MacFadyen: la prima ritrae una Elizabeth più sfacciata e irriverente, il secondo mostra il lato dolce e goffo del beniamino letterario.

Dove guardarlo: Netflix, Amazon Prime Video

“The Lizzie Bennet Diaries” di Bernie Su (web serie 2012-2013)

Con Ashley Clements e Daniel Vincent Gordh

“The Lizzie Bennet Diaries” è un adattamento in chiave moderna che potrebbe introdurre la bellezza del romanzo a chi non è fan dei film in costume.

Presentato su Youtube in formato vlog, la serie vede la studentessa di comunicazione Lizzie Bennet parlare al pubblico della sua giornata in segmenti che durano solo pochi minuti. Il pubblico la vede innamorarsi lentamente di Darcy mentre racconta (e talvolta rievoca) gli eventi della sua giornata. Anche altri personaggi vloggano le loro esperienze e offrono quindi prospettive diverse su uno stesso evento, consentendo al pubblico di avere un quadro più completo dei personaggi di quanto inizialmente consentito anche dal romanzo di Austen.

Dove guardarlo: Youtube

E ora tocca a voi: quali adattamenti avete preferito? Lasciateci un commento!

Veronica Bartucca

Per tutti gli appassionati di Jane Austen, ecco il blister culturale da non perdere: tappa la storia con tutti i nostri approfondimenti!

L’ospite inatteso: i consigli per fare bella figura

È capitato a tutti: un invito all’ultimo minuto di un ospite ed entriamo immediatamente nel panico! Eppure anche un invito last minute può trasformarsi in un momento piacevole. Bastano, infatti, alcuni semplici accorgimenti per organizzare tutto al meglio e non andare nel pallone.

La tavola, l’atmosfera, la scelta dei piatti da servire… ogni particolare può diventare l’occasione per prendersi cura dell’ospite in arrivo!

Qui di seguito alcuni semplici consigli per gestire un ospite inatteso al meglio e organizzare un ottimo banchetto, gustoso e bello da vedere.

La scelta del menu

Un’idea furba in queste occasioni è quella di pensare a dei piatti che siano semplici e veloci da preparare, via libera quindi ad antipasti di vario tipo e un primo da realizzare al volo. Una volta deciso quello che sarà il menù da portare a tavola, ci si potrà concentrare su aspetti secondari, come il dessert. A tal proposito, può essere utile pensare a tutte le ricette dei dolci più veloci da fare che vi vengono in mente e realizzarne uno, così da stupire i vostri ospiti, che sicuramente non si aspettano un dolce preparato in così poco tempo.

Piccolo promemoria: scegli sempre di cimentarti in piatti che hai già testato prima, specie se hai poco tempo a disposizione!

To-do-list

Prima di metterti ai fornelli controlla se in casa hai tutto l’occorrente: sia in cucina per le varie preparazioni, sia in sala da pranzo per la tavola. Oltre al necessario, hai bisogno anche di fiori per abbellire l’ambiente o di altri oggetti ornamentali? Fai una lista della spesa dettagliata, un’uscita veloce e assicurati di non dimenticare nulla. In questo modo avrei la certezza di non dimenticare nulla di essenziale.

Gestione del tempo

Quanto tempo impiegherai a preparare il tuo menu? Quando arriveranno i tuoi ospiti? Una volta trovate le risposte, pianifica il tutto. Per far sì di dare il benvenuto nel modo migliore, sarebbe opportuno che la maggior parte delle preparazioni avvenga prima che l’ospite arrivi.

È una buona regola di comportamento, infatti, dedicare attenzione all’ospite in casa. Del resto, non è il motivo centrale per cui vi riunite?

Un nido accogliente

Prima di iniziare a cucinare assicurati che la casa sia in ordine e di creare un ambiente confortevole, non solo in sala da pranzo ma anche nel tragitto che accoglierà gli ospiti dall’ingresso, alla sala fino al bagno. Accendi candele profumate anche in tali ambienti, mentre preferisci fiori o altre decorazioni per la tavola. Presta attenzione a tutti i dettagli.

La tavola

Apparecchia la tavola secondo il menu. Pensa a quali utensili, piatti e bicchieri serviranno. Se riesci, inserisci qualche elemento decorativo che ricordi il tema del tuo menu (dei segnaposti personalizzati?). Ma fallo solo se ti avanza del tempo e puoi dare quel tocco in più. Altrimenti, lessis more, specie in una occasione improvvisata!

Sii presente

Quando organizzi un’occasione di ritrovo a casa tua, è importante coltivare l’accoglienza e partecipare insieme ai tuoi ospiti. Le tue doti culinarie, il menu o la casa in ordine passano in secondo piano. Prepara bene in anticipo, dunque, ma crea momenti in cui puoi stare a tavola, partecipare e vivere come se il tempo si fermasse per un po’. Questo sarà sicuramente apprezzato dai tuoi ospiti!

Come abbiamo potuto vedere, con un po’ di organizzazione è possibile creare un’atmosfera piacevole e rilassante, gustando dell’ottimo cibo, anche con poco preavviso.

Luca: la recensione del film Disney Pixar ambientato in Italia

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Luca è il primo film Disney Pixar che ha alla regia un italiano. Un doppio onore per il nostro Paese dal momento che il film è stato candidato agli Oscar 2022, nella categoria Film d’animazione. Non è il solo film Disney candidato, comunque. Nella stessa categoria sono presenti anche Raya e l’ultimo Drago, e Encanto.

Tre film dal grande potenziale, in particolare Encanto. La sua canzone “Non si nomina Bruno” è stata ascoltata anche più della famosissima “Let it go” di Frozen.

È innegabile però quanto Luca sia più caratterizzato sulla cultura italiana, rispetto a Encanto e alla cultura colombiana. Nella versione inglese di Luca, i protagonisti sono doppiati da interpreti inglesi, mentre tutti gli altri sono doppiati da italiani che parlano in inglese, in modo che la pronuncia e l’accento italiano si sentano.

La trama e la modernità di “Luca”

La storia è ambientata in un paese ligure immaginario chiamato Portorosso, un mix tra il nome dei paesi Portovenere e Monterosso al Mare. Questo bambino marino, che non è certo un mostro, è incredibilmente incuriosito dal mondo in superficie.

Fin qui la trama sembra una versione maschile e italiana della Sirenetta. La differenza sostanziale, oltre che nello sviluppo della trama e del suo messaggio, è che Ariel aveva una vera e propria fissazione per il mondo fuori dall’acqua, forse alimentata soprattutto dal fascino del proibito, come qualsiasi cosa per una persona di sedici anni.

Luca ha una curiosità bambina per il nostro mondo, fatta di fantasie, che viene poi alimentata dai collegamenti tra le realtà marine e terrestri che incontra. La dimostrazione è che Luca segue Giulia a Genova per studiare, e non sposarla.

Luca, come molti film Disney Pixar, è estremamente moderno e contemporaneo, benché ambientato negli anni ’50.

Oltre all’ormai classico tema dell’inclusione, particolarmente caro alla Pixar, il film ne tocca altri molto delicati: l’abbandono di un genitore e i genitori separati.

Non sono argomenti sviluppati per tutta la trama e sono molto impliciti. È questo modo di “trattarli-non trattarli” che normalizza queste due particolari situazioni.

I rispettivi protagonisti inoltre non si lasciano condizionare la vita e ne traggono il meglio: Giulia fa la spola tra Portorosso e Genova per aiutare il padre e divertirsi, in estate, e studiare in inverno. Alberto è libero di andare dove vuole e sceglie di vivere col padre di Giulia, mentre lo aiuta anche con la pesca.

Luca non sarebbe il film speciale che è se non avesse anche una colonna sonora pazzesca! Ci porta indietro nell’Italia degli anni ’50, in pieno boom economico e creativo, e ci fa sognare con Luca.

È un film che deve essere visto e amato, e non solo in estate, perché l’amicizia, la curiosità e i sogni non hanno mai una sola stagione.

Alcune curiosità sul film

Inizialmente Portorosso doveva essere il cognome di Luca. La scelta di questo nome, oltre al mix del nome delle due città, era pure un tributo al film di Hayao Miyazaki “Porco Rosso”. Alla fine hanno scelto di chiamare Luca “Paguro” e la città “Portorosso”.

Secondo alcune persone, l’abbigliamento di Giulia e altre sue caratteristiche lasciano intendere che sia lesbica. Io penso che Giulia sia solo una bambina, e che sia se stessa. E soprattutto penso che non bisognerebbe etichettare un cappello o delle ciabatte come indicatori di questa o quella categoria di persone: stiamo ancora lottando per togliere l’etichetta “maschio” dal blu e “femmina” dal rosa.

I nomi delle vie che si vedono nel film sono riferimenti a tante cose diverse legate all’Italia e al contesto del film o del suo staff, ad esempio alla Piaggio o ad altri paesi delle Cinque Terre. Quali avete colto?

Il regista del film, Enrico Casarosa, è anche il regista del cortometraggio Pixar La Luna. Infatti il padre di Giulia, Massimo, è palesemente ispirato al padre del bambino del corto.

La macchia scura sul muso di Machiavelli, il gatto, è identica ai baffi di Massimo.

Ambra Martino

Alba de Céspedes e Anna Achmatova | Scrittrici in Dosi

L’8 marzo 2022 la newsletter mensile Mis(S)conosciute – scrittrici (e altre cose) tra parentesi ha compiuto un anno: 13 mesi di storie di scrittrici troppo poco note, di voci fuori dal coro, di riflessioni e di libri. 

A un anno dalla sua uscita, abbiamo deciso di riportare anche questo appuntamento scritto al nostro primo amore: l’audio.

Mis(S)conosciute – la Newsletter in Podcast è uno spin-off del podcast Mis(S)conosciute – Scrittrici tra parentesi: qui trovate riflessioni sulle autrici che raccontiamo sui nostri canali e nel podcast, ma anche altre cose, oltre la letteratura e la scrittura, di cui si parla troppo poco e che ci stanno a cuore.

Le tematiche principali sono le donne, le scrittrici, il femminismo e le sue declinazioni, la condizione della donna nella società di ieri e di oggi e qualsiasi altro tema che ci colpisca e che ci spinga a una riflessione più approfondita.

Le scrittrici protagoniste di Marzo 2022

Iniziamo insieme il “trip” di questo mese!

Bio(S)conosciute –  Alba de Céspedes

Bio(S)conosciute è lo spazio in cui raccontiamo la scrittrice del mese, alla quale dedichiamo un profilo con un focus sulla sua vita e opere letterarie.
La Bio(S)conosciuta del mese è la scrittrice Alba de Céspedes, una delle intellettuali italiane più popolari e produttive del ‘900: è stata contemporaneamente scrittrice, poetessa, radiocronista, giornalista, inviata speciale, direttrice responsabile di una rivista, partigiana e sceneggiatrice per il teatro, per il cinema e la tv. Nata a Roma l’11 marzo del 1911, figlia di madre romana e di quello che poi sarebbe divenuto per un breve periodo Presidente della Repubblica Cubana, ha iniziato a scrivere giovanissima e nell’arco della sua vita ha pubblicato una decina di romanzi, svariate raccolte di racconti e di poesia, dei racconti per l’infanzia, due opere teatrali, oltre a numerosi articoli per la carta stampata. Eppure, se non fosse per la ripubblicazione del romanzo Dalla parte di lei nel 2021 edito da Mondadori e della recente ripubblicazione della sua prima raccolta di racconti  L’anima degli altri edita nel febbraio 2022 da Cliquot, le sue opere, compreso il Meridiano pubblicato 11 anni fa, sono introvabili sia in libreria che nel mondo dell’usato. 

La domanda che sorge spontanea è “perché”? Non abbiamo una risposta: quello che cerchiamo di fare è ridare voce a una scrittrice fondamentale per la storia della letteratura italiana. 

Scrittrice legge scrittrice: Sara Sermini legge Anna Achmatova 

Uno spazio in cui una scrittrice ospite consiglia ai lettori di #missconosciute un’autrice da leggere: la sua autrice preferita, una scrittrice troppo poco nota, poco pubblicata, un libro poco conosciuto di un’autrice famosa o la scrittrice che secondo lei tutti dovrebbero leggere. 

Questo mese l’autrice e ricercatrice Sara Sermini ci ha letto, non solo tramite la parola scritta ma anche a viva voce, la scrittrice e poeta Anna Achmatova.

Sara Sermini è nata a Varese nel 1986 e vive a Parigi, dove lavora come ricercatrice. Ha dedicato una monografia alla figura e all’opera di Amelia Rosselli: «E se paesani / zoppicanti sono questi versi». Povertà e follia nell’opera di Amelia Rosselli (Olschki, 2019).

Il nome di Anna Achmatova, poeta di lingua russa nata a Odessa alla fine dell’Ottocento, risuona in questi giorni di assurdità. Proprio di assurdità parlava Achmatova di fronte all’irruzione della storia nelle sue vicende personali, un’assurdità che imbianca i capelli – così scrive negli anni della seconda guerra mondiale:

«Assurdo, assurdo, assurdo! – Per quest’assurdità /

Presto incanutirò /

O diverrò completamente un’altra»

Su Substack è consultabile l’archivio della newsletter: attenzione però!  Dal numero di dicembre, il n.10, la newsletter non viene più salvata in archivio ma è “riservata” ai soli iscritti perché ogni mese proviamo a fare un regalo in più a chi ci segue con affetto e costanza, affidando alla mail mensile dei contenuti esclusivi, quando ci riusciamo qualche piccolo codice sconto in collaborazione con gli editori che pubblicano le autrici di cui parliamo, e le anteprime sui nostri progetti in corso e le idee per il futuro. 

Speriamo che vogliate farci compagnia!

Chi sono le Mis(S)Conosciute? Leggi l’intervista

Tutti i contatti e i canali social delle Mis(S)Conosciute sono reperibili nel box autore qui sotto!

Lo straordinario sentimento di Bianca nel libro “La signora M”

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La grande storia è custodita nelle biografie di ognuno ed è per questo che Maurizio Valtieri, con il romanzo La signora M per le Edizioni Croce ripercorre alcuni momenti della vicenda esistenziale dello scrittore e drammaturgo Ercole Luigi Morselli (1882-1921), attraverso i ricordi della moglie Bianca.

“Raccontare – scrive nella postfazione Walter Zidarič   – la difficile vita di Morselli attraverso il filtro dei ricordi, dei deliri, delle sofferenze ma anche delle aspirazioni, dei sogni e delle gioie di colei che fu tutto per lui, un tutto indissociabile e cioè compagna, moglie, sorella, madre, musa ma anche infermiera, segretaria, agente artistica, non è un’agevole impresa”.

Zidarič è professore ordinario di Letteratura e Civiltà italiana presso l’Università di Nantes ed è tra i maggiori esperti dell’intellettuale Ercole Luigi Morselli del quale, tra il 2017 e il 2021, ha raccolto e curato in due volumi tutte le opere.

Valtieri, che dei repertori letterari virtuosi ha fatto il suo punto di forza,  è riuscito benissimo a dare voce a Bianca Bertucci, la vedova di Morselli che nel 1925 si ritirò nel convento di San Giovanni Rotondo con la figlia Giuliana dopo la morte del marito.

Nella narrazione, lo scrittore si concentra particolarmente sugli anni 1905 e 1906,  periodo della nascita del forte sentimento tra i due.

Bianca Bertucci, promettente pianista romana, condividerà infatti le sorti alterne del suo amato con ostinata abnegazione. Lui, giovane intellettuale pesarese, elegante, avventuroso e pronto a conquistare il mondo, si avvicinerà più volte al successo e altrettante precipiterà nel fallimento artistico.

Solo nel 1919, quando il suo Glauco trionfa al Teatro Argentina di Roma, verrà celebrato come nuovo astro nascente della drammaturgia italiana. Non avrà però il tempo di godersi la fama, poiché due anni dopo morirà di tubercolosi. Bianca gli sopravviverà a lungo conservando nella propria anima e nel proprio corpo il ricordo di un amore assoluto che la condurrà alle soglie della follia.

“Ed è proprio di questo – precisa Walter Zidarič – che il libro di Maurizio Valtieri parla al lettore, facendolo penetrare con grande abilità narrativa nell’intimità della mente alterata di Bianca attraverso il lungo monologo interiore che ripercorre le varie fasi della sua esistenza nell’ombra di un marito così ingombrante.

Dando la parola a Bianca, permettendole cioè di raccontare la propria vicenda intima dall’interno, dal proprio punto di vista, Maurizio Valtieri – conclude Zidarič – ha saputo delineare in modo originale, convincente e, non da ultimo, rispettoso la traiettoria di un artista che merita senza alcun dubbio di essere riscoperto e rivalutato”.

Un lavoro di cesello e di maieutica che eleva la storia personale al rango di universale attraverso i temi forti della vita come i sentimenti, il destino avverso, il disagio mentale come stigma degli artisti.

***

Maurizio Valtieri è docente presso il Pantheon Institute – Penn State University in Rome. Inizia a scrivere in qualità di autore teatrale. L’opera più significativa rappresentata è Solitudini, Luigi Tenco e Dalida, a Roma presso il Tetro Greco.  Nel 2007 pubblica il suo primo romanzo 120, nel 2013 il romanzo L’albero dei rosari, nel 2017 la raccolta di racconti Confini di pelle e nel 2019 il romanzo La conversione dell’arcobaleno. 

Antonella Rizzo

Oscar 2022: nomination e vincitori recensiti da CulturaMente

Con un colpo di CODA, I segni del cuore è il film vincitore della 94esima edizione degli Academy Awards, avendo conquistato tutte le statuette nelle categorie cui era nominato: Miglior Film, Miglior Sceneggiatura non originale e Miglior attore protagonista (Troy Kotsur). Si ferma dunque a un solo Premio, andato per merito alla regia di Jane Campion, Il Potere del Cane che si apprestava alla cerimonia da super favorito e con ben 12 nomination! Tuttavia, è Dune ad accaparrarsi il maggior numero di vittorie, portando a casa ben 6 statuette, seppur tecniche.

É stata una cerimonia particolare quella della notte tra il 27 e il 28 marzo, svoltasi in presenza al Dobly Theater di L.A. dove, finalmente, si è tornati a respirare un’aria di normalità. In presenza, senza mascherine, con un pensiero all’Ucraina ma con la voglia di celebrare un cinema fatto di emozioni. Se i siparietti comici delle tre presentatrici Regina Hall, Wanda Sykes e Amy Schumer hanno lasciato molto a desiderare nella prima parte della nottata, si è passati poi a omaggiare la Settima Arte ricordando Il Padrino e Pulp Fiction. Due dei momenti che resteranno nella storia degli Oscar, insieme alle emozionanti premiazioni di CODA e al controverso discorso di Will Smith, resosi protagonista di una sconcertante reazione fisica ai danni di un Chris Rock, colpevole di una battuta di troppo e malriuscita.

Purtroppo, resta a mani vuote il nostro Paolo Sorrentino, con il suo film più intimo e personale É stata la mano di Dio, che nulla può contro il giapponese Drive my car. Per quanto riguarda gli attori non ci sono stati colpi di scena: Jessica Chastain e Will Smith hanno vinto nelle rispettive categorie da protagonisti per le loro interpretazioni in Gli occhi di Tammy Faye e King Richard – Una famiglia vincente; Troy Kotsur (Coda – I segni del cuore) e Ariana DeBose (West Side Story) si aggiudicano le statuette da non protagonisti. Colpo di scena invece per Kenneth Branagh e il suo Belfast per la sceneggiatura originale

Di seguito trovate l’elenco di tutti i film nominati, con l’indicazione dei vincitori e con i link per le nostre recensioni, scritte durante l’anno.

Miglior film

Miglior film internazionale

Miglior regia

  • Paul Thomas Anderson – Licorice Pizza
  • Kenneth Branagh – Belfast
  • Jane Campion – Il potere del cane (Vincitrice)
  • Steven Spielberg – West Side Story
  • Ryûsuke Hamaguchi – Drive My Car

Miglior attore protagonista

  • Javier Bardem – Being the Ricardos
  • Benedict Cumberbatch – Il potere del cane
  • Andrew Garfield – Tick, Tick … Boom!
  • Will Smith – King Richard (Vincitore)
  • Denzel Washington – Macbeth

Miglior attrice protagonista

  • Jessica Chastain – Gli occhi di Tammy Faye (Vincitrice)
  • Olivia Colman – La figlia oscura
  • Penélope Cruz – Madres paralelas
  • Nicole Kidman – Being the Ricardos
  • Kristen Stewart – Spencer

Miglior attore non protagonista

  • Ciaran Hinds – Belfast
  • Troy Kotsur – I segni del cuore (Vincitore)
  • Jesse Plemons – Il potere del cane
  • J.K. Simmons – Being the Ricardos
  • Kodi Smit-McPhee – Il potere del cane

Miglior attrice non protagonista

  • Jessie Buckley – La figlia oscura
  • Ariana DeBose – West Side Story (Vincitrice)
  • Judi Dench – Belfast
  • Kirsten Dunst – Il potere del cane
  • Aunjanue Ellis – King Richard

Miglior colonna sonora

  • Don’t Look Up
  • Dune (Vincitore)
  • Encanto
  • Madres paralelas
  • Il potere del cane

Migliori costumi

  • Cruella (Vincitore)
  • Cyrano
  • Dune
  • La fiera delle illusioni – Nightmare Alley
  • West Side Story

Miglior sceneggiatura originale

  • Belfast (Vincitore)
  • Dont’ look up
  • King Richard
  • Licorice pizza
  • The worst person in the world

Miglior sceneggiatura non originale

  • I segni del cuore (Vincitore)
  • Drive My Car
  • Dune
  • La figlia oscura
  • Il potere del cane

Miglior sonoro

  • Belfast
  • Dune (Vincitore)
  • No Time to Die
  • Il potere del cane
  • West Side Story

Miglior canzone originale

  • “Be Alive” — Beyoncé Knowles-Carter & Darius Scott (King Richard)
  • “Dos Oruguitas” — Lin-Manuel Miranda (Encanto)
  • “Down to Joy” — Van Morrison (Belfast)
  • “No Time to Die” — Billie Eilish & Finneas O’Connell (No Time to Die) (Vincitore)
  • “Somehow You Do” — Diane Warren (Four Good Days)

Migliori effetti visivi

Miglior fotografia

  • Dune (Vincitore)
  • La fiera delle illusioni – Nightmare Alley
  • Il potere del cane
  • Macbeth
  • West Side Story

Miglior montaggio

  • Don’t look up
  • Dune (Vincitore)
  • King Richard
  • Il potere del cane
  • Tick, Tick… Boom!

Miglior scenografia

  • Dune (Vincitore)
  • La fiera delle illusioni
  • Il potere del cane
  • Macbeth
  • West Side Story

Migliori trucco e acconciature

  • Coming 2 America
  • Cruella
  • Dune
  • Gli occhi di Tammy Faye (Vincitore)
  • House of Gucci

Miglior documentario

  • Ascension
  • Attica
  • Flee
  • Summer of Soul (Vincitore)
  • Writing with fire

Miglior film d’animazione

Miglior cortometraggio documentario

  • Audible
  • Lead Me Home
  • The Queen of Basketball (Vincitore)
  • Three Songs for Benazir
  • When We Were Bullies

Miglior cortometraggio

  • Ala Kachuu — Take and Run
  • The Dress
  • The Long Goodbye (Vincitore)
  • On My Mind
  • Please Hold

Miglior cortometraggio animato

  • Affairs of the Art
  • Bestia
  • Boxballet
  • Robin Robin
  • The Windshield Wiper (Vincitore)

Vincitori degli Oscar passati

I nostri Oscar preferiti nella Storia

Se poi di Oscar non ne avete mai abbastanza, ecco la dose di cultura che aspettavate: un’immersione totale nei vincitori più amati dalla nostra redazione.

La playlist delle migliori colonne sonore degli Oscar

In attesa dei prossimi vincitori, riscaldiamoci con le musiche più belle che hanno vinto nel corso degli anni.

Drive my car: la recensione del film di Hamaguchi plurinominato agli Oscar

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Drive my car è un film, ispirato alla raccolta di racconti Uomini senza donne di Haruki Murakami, che ha vinto il Golden Globe per il miglior film internazionale e ha conquistato quattro nomination – miglior film, miglior film internazionale, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale – agli Oscar 2022. Diretto da Ryusuke Hamaguchi è disponibile su Sky.

Il trailer

La trama

Un uomo e una donna sono nudi in un letto. Verosimilmente hanno appena finito di fare l’amore. La ragazza sta raccontando una torbida storia al suo compagno. È questa la prima scena di Drive my car, in cui ci vengono presentati i due protagonisti.

Yusuke è un attore e regista teatrale di grande fama. Sua moglie Oto è una sceneggiatrice di altrettanto successo che viene ispirata dal sesso: le sue storie nascono nei momenti di intimità e raggiungono il culmine con l’amplesso. La coppia vive una vita tranquilla, anche se si percepisce un’ombra ingombrante che oscura le loro esistenze. Un giorno Yusuke torna a casa e trova Oto priva di sensi.

Due anni più tardi, Yusuke, che non ha ancora metabolizzato la perdita della moglie, decide di accettare la proposta di mettere in scena lo Zio Vanja di Cechov al Festival di Hiroshima. Si lascia alle spalle la sua vecchia vita e si mette al volante della sua Saab 900 per dirigersi verso Hiroshima, città che è sia il luogo del dolore collettivo della storia, sia il posto del dolore individuale di chi ci vive.

Farà un’unica richiesta: il suo alloggio dovrà trovarsi ad un’ora di auto dal teatro in modo tale da poter ripetere ad alta voce i copioni teatrali, supportato dalle cassette in cui è registrata la voce della moglie defunta. Gli organizzatori acconsentono ma impongono al regista un’autista, Misaki, una giovane ragazza decisamente esperta al volante, che molto lentamente conquisterà la fiducia di Yusuke.

Le tematiche

Drive my car è un film denso di contenuto e di argomenti. A prima vista sembrerebbe un road movie a causa della costante presenza degli spostamenti in auto. Tuttavia in Drive my car il viaggio è soprattutto interiore e non geografico.

La Saab 900 è paragonabile al lettino dello psicanalista. L’automobile è il luogo in cui si crea un dialogo tra due persone accomunate dal tradimento, dalla perdita, dal rimpianto e dall’abbandono. Entrambi devono elaborare il lutto. Yusuke e Misaki sono quindi due sopravvissuti che cercano il senso della propria esistenza.
In Drive my car è evidente anche la riflessione del regista sulla parola, sul suo utilizzo e sul suo senso. Parlare non implica comunicare. A volte pronunciare le parole significa semplicemente produrre suono, ritmo, rumore. È evidente nelle scene in cui si ascolta ossessivamente la cassetta con la voce registrata di Otu, così come nelle prove teatrali in cui agli attori è semplicemente richiesto di leggere le proprie battute senza enfasi né recitazione.

Nell’ultima opera di Hamaguchi è proprio quando le voci si diradano che Yusuke e Misaki iniziano a parlarsi, comunicando. Con l’aumentare dei silenzi aumenta la reciproca comprensione.

La recensione

Drive my car non è un film che piacerà a tutti. Non perché la struttura del film è molto diversa da quella a cui siamo abituati noi occidentali (i titoli di testa appaiono dopo circa quaranta minuti), non perché i tempi sono dilatati, non perché allo spettatore è richiesto di empatizzare silenziosamente con dei personaggi anestetizzati dal loro stesso dolore.

Ma perché lo sforzo di guardare un film di tre ore non viene ripagato da una narrazione equilibrata e costantemente pregnante. Lo spettatore potrebbe avere l’impressione, durante la visione, che gli sia stato rubato del tempo e che Hamaguchi, nel potare avanti la sua riflessione sulla parola, l’abbia in qualche modo beffato.

Ad ogni modo è un film da guardare, scegliendo il momento giusto, quello in cui ci si sente disposti ad aspettare.

Valeria de Bari

“Racconto d’inverno” di Éric Rohmer: vivere nella speranza

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Titolo originaleConte d’hiver
Regia: Éric Rohmer
Soggetto e sceneggiatura: Éric Rohmer
Cast principale: Charlotte Véry, Frédéric van den Driessche, Michel Voletti, Hervé Furic, Ava Loraschi
Nazione: Francia
Anno: 1992

Si definiva un «cineasta passato alla critica»  Éric Rohmer. Forse per quell’inafferrabile ‘passatismo’, o forse per la capacità di indagare sempre la stessa materia, la più ardua e imprendibile: i sentimenti umani. Non che i compagni di strada – i “giovani turchi” dei Cahiers du Cinèma degli anni Cinquanta – non abbiano colto il grumo emotivo, il confine tra amicizia e amore che orienta i rapporti di coppia e spesso ne fa un terreno paludoso, instabile. Rohmer però va oltre, o meglio: disseziona sempre lo stesso punto.

Serge Daney distingueva i “bravi” registi dai “grandi” sulla base delle idee, sull’eccesso o la morigeratezza della stesse in ottica di messa in analisi, di rappresentazione variata, compiuta, lasciata a decantare pazientemente, senza mai deflagrare. Così è Éric Rohmer, un autore da tema unico, i cui film ruotano attorno alle incertezze sentimentali, ai percorsi di innamoramento, di amicizia, di resistenza relazionale. Il tutto prima che prenda forma, quando le sensazioni sono ancora un groviglio indefinito e i personaggi impacciati, entità collettive colte all’acme della “banalità”, in balia di un caso che può essere coincidenza o miracolo – il solo motore di un’esistenza piana.

I Racconti delle quattro stagioni

Dopo la serie dei Racconti morali e quella delle Commedie e proverbi, il regista francese elabora un ciclo più breve, ispirato alle Quattro stagioni e aperto da Racconto di primavera (1990), forse il meno riuscito. Non è una svolta né un cambio di passo – o di registro –, sebbene la traccia narrativa rallenti e si essicchi fino a coincidere con il nudo intrecciarsi dei rapporti tra i personaggi, visibilmente più intricato pur nell’estrema levità. Sicuramente Rohmer sfugge – come scrive Giancarlo Zappoli nella monografia dedicatagli – «a tutti i facili e abusati parallelismi che possano ricondurre alle vecchie stampe che campeggiavano in passato in alcune abitazioni e che illustravano le “stagioni della vita”». Non ha velleità didascaliche bensì il desiderio – tanto umano quanto anacronistico, fuori moda – di analizzare le impasse dei suoi protagonisti, il punto di coagulazione attorno a nevrosi minime, agli impacci del quotidiano.

Il Conte d’hiver (Racconto d’inverno, 1992) si apre in tal senso con un’estate che nulla a che fare con la gioventù della protagonista ed è piuttosto un umore, specchio di una solarità perduta che si riflette nella luce, elemento essenziale – parlante – del cinema di Rohmer. Qui l’atmosfera è inedita: gente anonima, le banlieu parigine, il métro affollato, il mercato. Al centro Félice (Charlotte Véry), parrucchiera dall’immaginario semplice, i cui ricordi scorrono al ritmo di soap-opera cozzando con il grigiore della sua vita, a indicare come l’inverno sia una stagione dell’anima. I flash luminosi, estivi del prologo rimandano all’incontro con il cuoco Charles (Frédéric Van Den Driesche), grande amore perduto a causa di un lapsus, quando al momento di salutarsi lei indica Courbevoie come residenza, in luogo dell’effettiva Levallois.

La fede e la meraviglia

Sembra impossibile, fastidiosamente inverosimile, eppure Racconto d’inverno altro non è il lento avvicinamento di Félice a Charles, il racconto placido, rettilineo, di un happy end da favola. Il senso di meraviglia emerge da più elementi: il sogno d’amore ingenuo, quasi senza speranza; il caso che orienta i destini (grande costante dell’opera rohmeriana); le illuminazioni che costellano quest’avventura fatata. La prima, fondamentale, è quella all’origine del titolo, ovvero l’identificazione di Félicie con quanto narrato nel Racconto d’inverno di Shakespeare.

È la scena finale a innescare il trasporto; qui la regina Ermione, presentata agli astanti come una splendida statua, comincia a muoversi e a parlare fra lo stupore del re Leonte, suo marito, e della figlia. Per la giovane si tratta di una rivelazione, la conferma che la speranza – meglio, la fede – può “svegliare” il passato e dunque far rivivere la fotografia dell’amato Charles.

Sogno o realtà?

La sequenza è emblematica perché interamente giocata sul rapporto verità/finzione, già indagato da Rohmer ne Il segno del leone (1962) e ne Il raggio verde (1986). Qui l’aspetto recitativo, di messa in scena, si svela nella scelta di far rivolgere la Paulina shakespeariana contemporaneamente al pubblico in sala (nel teatro del film) e allo spettatore: «Se leggeste questa storia in un libro pensereste che è una fiaba, ma invece è vera». Dinnanzi a Racconto d’inverno si avverte la stessa sensazione, ma il verosimile procede dai dettagli, dallo svolgersi di un quotidiano comune e per nulla fiabesco. È Félicie, semmai, a mescolare le carte, e non a caso Loïc (Hervé Furic), uno dei due uomini tra cui si barcamena, reagisce alla rappresentazione con un misto di stizza e razionalità.

La distanza tra i due emerge anche da un’altra scena, quella in cui il ragazzo ragiona dottamente di massimi sistemi con una coppia di amici mentre lei appare estranea, persa in un’idea di reincarnazione che deriva dalle favole. Sospesa tra Loïc – bibliotecario e intellettuale, troppo delicato per i suoi gusti – e Maxence (Michel Voletti), il parrucchiere spiccio dal quale lavora, Félicie non sa decidere fin quando il caso non interviene; per seguire la figlioletta entra in una cattedrale, si siede in silenzio («è la mia maniera di pregare») e «vede quello che deve fare». Abbandona i due contendenti e torna a Parigi con la bambina: «Il mio cuore appartiene a Charles, perciò non posso dare il mio cuore a nessun altro».

La scommessa di Pascal

È qui, in questa scelta impulsiva, quasi infantile, che sta il fulcro dell’opera di Rohmer. Ancora una volta, come in La mia notte con Maud (1969), egli torna a giocare con la scommessa di Pascal («Se l’anima non è immortale, il crederlo va vivere meglio che se non ci si credesse»), non chiama in causa Dio ma il destino, sebbene il carattere religioso emerga da vari dettagli, come il luogo dell’illuminazione (la cappella) o la sacralità della regina Ermione. Félicie scommette, dall’inizio alla fine: preferisce Maxence a Loïc perché detesta il parlare intellettuale, salvo poi mollare tutto e cercare Charles, che forse non troverà mai.

«Una vita piena di speranze vale più di delle altre», dichiara lei stessa. E allora interviene il caso, la Provvidenza divina che orienta i destini e connette i lapsus facendo incontrare i due amanti su un bus, in un idillio da fotoromanzo che sa di posticcio e commuove, oltre ogni ragionevole dubbio.
Ma è una scelta, questa, o una “premonizione”? Al di là dell’happy end smaccato, il pianto della figlia di Félice e Charles sembra dirci che nulla è poi scontato. «Piango di gioia», ripete meccanicamente, come ad ammettere il dubbio, l’incertezza, l’idea che la madre sia nuovamente in balia del suo destino.

Tre motivi per vedere il film

  • La levità dell’impianto
    La capacità di indagare i sentimenti più sfumati
  • La sequenza iniziale, carica di colori e umori

Quando vedere il film

Una domenica pomeriggio, dopo aver visto almeno uno dei Racconti morali.

Ginevra Amadio

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CODA – I segni del cuore: quando le parole non servono

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È un sogno a occhi aperti quello del piccolo-grande CODA che, senza fare rumore, si appresta a fronteggiare il favoritissimo Il potere del cane, nella notte più magica di Hollywood. Perché l’inaspettato cammino di CODA, acronimo internazionale per indicare i figli udenti di genitori sordi (Children of deaf adults), ha inizio più di un anno fa al Sundance Film Festival 2021, dove dominò sorprendentemente la scena, vincendo sia i due Premi di Giura che il Premio del pubblico, e calamitando l’attenzione di Apple che ne acquistò i diritti per la cifra record – per il festival – di 25 milioni di dollari.

Rilasciato nel nostro paese soltanto nel marzo 2022, oltreoceano venne distribuito sia nei cinema che in piattaforma streaming nell’estate scorsa, diventando in breve tempo uno dei film più acclamati del 2021, capace di inanellare prestigiose vittorie tra gli addetti ai lavori. Rimasto per molto tempo all’ombra di produzioni più rumorose quali Dune, West Side Story, Licorice Pizza e Belfast, nonché privo del valore cinematografico che questi hanno, CODA è riuscito però a imporsi per la sua sincerità, diventando uno dei probabili protagonisti della notte degli Oscar 2022.  

Liberamente ispirato al film francese La Famille Bélier, CODA – I segni del cuore racconta la storia di una diciassettenne con la vocazione per il canto, divisa tra la lealtà verso la propria famiglia e l’inseguimento di un sogno. 

Trama

Tutte le mattine, prima di andare a scuola, Ruby (un’incantevole Emilia Jones) esce in mare sul peschereccio del padre (Troy Kotsur, favorito per l’Oscar a migliore attore non protagonista), con il fratello maggiore Leo (Daniel Durant), entrambi sordi. La presenza della ragazza, unica udente del nucleo famigliare, è fondamentale per poter trattare il pesce pescato al porto con i rivenditori, nonché per rispondere alla radio in mare in caso di necessità. Tuttavia, nonostante lo splendido rapporto con i genitori, per Ruby la vita a Gloucester (Massachusetts) inizia essere un po’ stretta, per la mancanza di un qualcosa totalmente suo. Impulsivamente, decide di iscriversi al coro scolastico per avvicinarsi al ragazzo che le piace, scoprendo di essere molto più che portata per il canto. Il college è vicino e gli affetti di Ruby, stretti dalle difficoltà economiche e impossibilitati dal sentirla cantare, sapranno ascoltare i suoi desideri?

Tutta l’anima del Sundance in un unico film

È inutile girarci intorno: CODA è il classico Sundance Movie, nel bene e nel male. Il festival del cinema indipendente fondato da Robert Redford ha la peculiarità di sfornare, grazie anche ai suoi lab, nuovi registi attraverso piccole produzioni, spesso incentrate su drammi familiari o storie di formazione, dal budget risicato (in questo caso nemmeno troppo, essendo costato 10 milioni di dollari). Delle volte eccessivamente carichi di retorica e buonismo, i film da Sundance sono riconoscibili e noti per ricercare l’emozione dello spettatore. Si punta al cuore per restare nelle memorie e CODA non fa eccezione. Dal canto suo, pur non facendo della sua prevedibilissima trama la sua arma vincente, porta con forza il tema dell’incomunicabilità e del ponte interpretativo, come mai prima d’ora. 

Both Sides Now

L’ottimo Sound of Metal aveva già portato il tema della sordità affiancato al mondo musicale di fronte all’Academy, focalizzandosi però, per ovvi motivi narrativi, sul rigetto del deficit uditivo del protagonista. Se lì venivano eretti muri invisibili, l’approccio di CODA è all’opposto: vanno abbattuti.  
In questo gioca un ruolo fondamentale il cast, capeggiato da una perfetta Emilia Jones (nota per la Serie Tv Netflix Locke & Key) che regala una prestazione eccezionale sia per quanto riguarda il canto ma, soprattutto, per la credibilità nel calarsi nella parte di una child of deaf adults. Diversa tra i diversi, punto di contatto tra udenti e non, Ruby non si sente realmente appartenente a nessun gruppo. Se i compagni di classe la prendono di mira per il lavoro umile del padre, per l’odore di pesce che la segue dopo le mattinate in mare o per gli strani comportamenti, nell’intimità di casa vive la sua normalità fisica come un ostacolo nel rapporto con gli affetti, sentendosi un’esclusa tra gli esclusi. Non capita pienamente nonostante, fino a quel momento, abbia dedicato la vita per la sua famiglia.

L’alchimia tra la giovane attrice, che avrebbe meritato molto di più in termini di candidature hollywoodiane, e gli interpreti realmente non udenti della famiglia Rossi, si può quasi toccare con mano. Quest’ultimi, tra cui spiccano Troy Kotsur e una ritrovata Marlee Matlin, prima e unica attrice sorda ad aver vinto l’Oscar (per di più all’esordio) sono protagonisti di relazioni autentiche, cariche di humor e problematiche tangibili. I Rossi diventano inoltre soggettive attraverso il quale vivere l’esclusione e l’isolamento che contraddistingue la loro situazione e che, in un particolare momento del film, lo spettatore potrà percepire efficacemente insieme a loro. 

Per lunghi tratti il film è unicamente sottotitolato ma basta quel linguaggio fatto di gesti, quei segni del cuore della traduzione italiana, per caricare emotivamente ogni sequenza. Non servono parole quando si ha una sceneggiatura così capace di portare chi guarda all’interno di un nucleo che per primo si isola dal “mondo udente”, ma del quale non può non farne parte. Di una ragazza che si trova a essere, a discapito delle sue ambizioni personali, àncora (in mare e non) di salvezza per le persone che ama di più, nonché ponte tra la sua casa e il resto del mondo. Nonostante lo scivolone del risvolto amoroso, mai davvero incisivo e con tutti i cliché della coming of age story, la scrittura si riprende nei contesti pescherecci, dove gli effetti della crisi economica e della morsa capitalista che stritola i pesci piccoli, è ben rappresentata. Il tutto è permeato da una fotografia non particolarmente ricercata, quasi da sitcom, ma da una regia pulita e priva di sbavature.

Come Someghing’s Got a Hold On Me riecheggia nel mare nel nostro primo incontro con Ruby, CODA intona una melodia sua che tutti possiamo ascoltare. Una voce limpida e determinata che, come la sua protagonista, ha saputo tracciare un percorso vincente davanti a sé e al quale possiamo perdonare qualche piccolo eccesso. In cambio ci è stato dato molto di più.  

Michele Finardi

Abbigliamento personalizzato: come creare una polo efficace per il branding

Ad oggi, il mercato è estremamente competitivo e, per questo, un’azienda che vuole imporsi sui suoi competitors dovrà impegnarsi accuratamente a creare una campagna pubblicitaria che sia in grado di raggiungere un numero sempre maggiore di potenziali clienti, così da accrescere la propria brand awareness.

Attualmente una delle soluzioni migliori in tal senso è la distribuzione di gadget personalizzati con il logo della società. Tra gli articoli più richiesti ci sono capi d’abbigliamento come, ad esempio, le polo, una delle maglie più amate e acquistate anche online.

Non a caso, tante realtà decidono di usarle per diffondere il proprio brand, personalizzandole in modo originale per una strategia di marketing efficace e funzionale. Al giorno d’oggi puoi realizzare facilmente polo ricamate con il tuo logo anche online, affidandoti a portali specializzati come Easygadget.it, che propone un’ampia selezione di modelli realizzati in materiali e colori differenti.

Polo: quale modello scegliere?

La polo si presenta quindi come la classica maglietta a mezza manica con i bottoni che regolano l’ampiezza della scollatura, con “rinforzi” sul colletto e in corrispondenza delle asole. Di solito si porta comoda sui fianchi, ma ne esistono anche versioni più attillate per un outfit casual-chic, sempre rigorosamente in cotone pettinato per un effetto omogeneo in ogni parte. Chi lo desidera, ha a disposizione anche modelli in cotone piqué, ovvero con rilievi che ne aumentano la grammatura e conferiscono un tono più sportivo alla t-shirt.

Altro materiale molto usato, proprio per le versioni sportive, è il poliestere, che ha alta resistenza meccanica e se realizzato correttamente consente asciugatura e stiratura agevoli. Spesso si mixano il cotone e il poliestere per un risultato più durevole nel tempo e comunque di ottima fattura.

Le polo, di solito, possono essere unisex e presentare la classica tinta unita oppure delle rifiniture a contrasto sui bordi delle maniche e del colletto. Non solo, ma alcune versioni più trendy hanno anche grafiche specifiche come dei pois per chi desidera discostarsi dalla norma.

Come inserire il logo sulla polo

L’azienda che sceglie di personalizzare una polo, dunque, si affida spesso a portali organizzati come la già citata Easy Gadget per operare in autonomia in una procedura guidata e user friendly. Innanzitutto occorre decidere quale modello è più congeniale al tipo di destinatari, successivamente occorre abbinare nella maniera corretta la personalizzazione al colore di fondo: il bianco è una tinta molto diffusa per le polo, ma se il logo è molto chiaro si può prediligere un colore più acceso come il rosso, il blu o il nero. Ovviamente, se il brand si presenta in toni scuri vale l’esatto opposto.

In linea generale, meglio non eccedere con il mix di colori, specialmente se il brand è già molto complesso e prediligere una posizione laterale che sia discreta ma visibile al tempo stesso. In caso si trattasse di un capo d’abbigliamento della divisa da lavoro, ad esempio per il personale di un ristorante o di una struttura ricettiva, se il logo consta di una scritta, alla serigrafia si può anche preferire il ricamo, dalla sfumatura retrò ed elegante.

Su una polo si può riprodurre davvero di tutto, specie con la tecnica serigrafica: dalle immagini alle foto, anche nella medesima stampa. In fase di preventivo, poi, molti portali consentono anche di allegare un file nei formati consentiti al fine di comunicare esattamente il marchio desiderato. L’importante sarà visionare la bozza per essere certi di avere proprio il prodotto che ci si aspetta prima di procedere con l’ordine.

La diffusione del brand avverrà così in maniera spontanea e per mezzo di un capo di abbigliamento utile e intramontabile.

La persona peggiore del mondo: un film in dodici atti, prologo ed epilogo

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Dopo il passaggio al 74° Festival di Cannes, dove la protagonista Renate Reinsve ha vinto il premio di miglior attrice, candidato agli Oscar 2022 come miglior film internazionale e miglior sceneggiatura originale, il quinto lungometraggio di Joachim Trier (Oslo, 31 AugustSegreti di famiglia, Thelma) intitolato La persona peggiore del mondo è ora disponibile su Sky.

Trailer

Trama

La trentenne Julie non riesce a capire quale sia il suo posto nel mondo e cosa vuole essere nella vita. Una sera incontra un uomo del quale decide di innamorarsi e con il quale inizierà una convivenza. Aksel è un fumettista molto popolare, un uomo amorevole e desideroso di includere Julie a tutti i livelli nel suo progetto di vita. Julie, però, non si sente realizzata e questo le causa una sensazione perenne di frustrazione che si ripercuote sulla sua vita di coppia. Incapace di rispettare le aspettative della sua famiglia continua a inseguire sogni personali che cambiano in continuazione. Una sera, mentre cerca di trovare un modo per sentirsi viva, Julie si intrufola a una festa di nozze, dove fa la conoscenza di Eivind, un uomo con cui passa una serata decisamente divertente. Cosa deciderà di fare a questo punto Julie? Lo scoprirete guardando il film.

Julie: essere donna oggi

La persona peggiore del mondo si concentra totalmente sul personaggio di Julie, una donna di trent’anni alla ricerca costante della propria identità. Nel prologo scopriamo che Julie, inizialmente, per il semplice fatto di essersi diplomata con ottimi voti, decide di iscriversi a Medicina, per poi scoprire che “più che il corpo è la mente ad affascinarla”. Di conseguenza decide di cambiare percorso di studi e di iscriversi a Psicologia, salvo poi cambiare nuovamente idea.
La protagonista è una donna intelligente e spontanea, che cerca e crede di poter cambiare identità molteplici volte per poi rendersi conto che, in questo mondo liquido fatto di infinite possibilità, bisogna poi scontrarsi con delle variabili come il limite del tempo e le richieste, non richieste, della società.
Julie è una millennial irrequieta, fragile, ironica, divertente, arguta e sarcastica, forse multi-potenziale, ed è impossibile non innamorarsi del suo personaggio poliedrico.

Tematiche

Trier inserisce in questo film innumerevoli riferimenti a questioni che fanno parte della nostra quotidianità rendendo la pellicola fortemente contestualizzata. Esempi sono il #metoo, il nuovo femminismo che si scatena sui social, mansplaining e womansplaining, la parità dei diritti, il rifiuto della maternità come risposta ambientale al sovrappopolamento della Terra, la libertà di espressione degli artisti, il sessismo, l’amore fluido.
Julie sembra infatti più interessata alle possibilità sentimentali che le si propongono nel corso della sua vita che alla stabilità relazionale. Perché fermarsi se c’è la possibilità di esplorare altre novità?
Tuttavia oltre a essere manifesto di una generazione con le sue specificità, La persona peggiore affronta anche tematiche senza tempo come la malattia, l’elaborazione del lutto, l’amore e il tradimento.
Di conseguenza la narrazione procede in dodici atti, in ognuno dei quali viene affrontato un tema diverso, fino ad arrivare all’epilogo dove il cerchio si chiude ed è la vita a vincere.

La recensione

La persona peggiore del mondo è un film molto interessante, che riesce a coinvolgere lo spettatore a più livelli: per il racconto del modo di essere, di credere e di comportarsi di un’intera generazione; per l’identificazione con la protagonista, le sue ansie, i desideri, le aspirazioni e l’incapacità di vivere; perché pur essendo inquadrabile nel genere della commedia romantica il film si trasforma in una tragicommedia dall’umorismo brillante, che fa ridere di gusto.

Valeria de Bari

 

The Walking Dead 11×14: la recensione dell’episodio

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Aspettative altissime e delusissime con “The Rotten Core”: il quattordicesimo episodio di The Walking Dead è una puntata come le altre che fa da cardine agli snodi della terza parte, in onda – si spera – da questa estate.

I conti in sospeso

Siamo nel palazzo assediato dalle guardie di Toby: Maggie socializza con la nuova compagna di Negan mentre tenta di salvare i “condomini” e scopre che è incinta. Questo dettaglio naturalmente non la lascia indifferente dato che Negan ha ucciso suo marito proprio quando lei stessa era incinta. La donna prova a convincere Maggie che Negan sta cambiando e che tutti hanno le mani sporche di sangue, tuttavia Maggie fa fatica a fidarsi del carnefice di Glenn, come anche suo figlio Hershel. Il piccolo si infiltra nel palazzo per sparare a Negan rivelando l’odio celato e alimentato in questi anni senza figura paterna. Un odio di cui non ricordo avvisaglie nei precedenti episodi, tra l’altro, quindi forse inserito un po’ con la forza.

Quando Toby viene definitivamente fatto fuori, Negan promette a Hershel che tra qualche anno potranno avere una resa dei conti. Certo è che questa nuova figura di Negan redento non è proprio convincente. Si può davvero cambiare così tanto? Sembra che tutto sia pronto per dare un senso allo spin off “Isle of the dead” con Maggie e Negan: un’altra forzatura di cui farei davvero a meno; mentre resta tanta l’attesa del film al cinema con Rick, personaggio che spero di rivedere nella puntata finale della serie insieme a Michonne.

Gli intrighi di Carol

Bando ai miei sogni: la vera manipolatrice della serie è sempre e solo Carol. In questo episodio la donna – con aria da finta tonta – racconta a Lance che il figlio di Pamela sta lanciando delle missioni fuori dal Commonwealth per raccimolare denaro visto che mamma gli ha tagliato i fondi. E indovinate chi manda in missione? Proprio Daryl e Rosita, che si ritroveranno chiusi in casa con un’orda di zombi da sconfiggere per evitare che succeda qualcosa ai loro pargoli, minacciati da Sebastian. Sarà il generale Mercer a salvare il duo, scoprendo quindi i loschi intenti del giovane. Si sente puzza di colpo di stato…

Nella terza e ultima parte della stagione finale, quindi, abbiamo dei conti in sospeso sia con Sebastian che con Lance; quest’ultimo aveva ingaggiato Toby per recuperare un carico di armi smarrito, il cui furto era stato erroneamente attribuito alla “nuova famiglia” di Negan: ora qualcuno dovrà spiegargli che Toby è morto in missione, e come possiamo dedurre dal trailer del quindicesimo episodio, toccherà proprio ad Aaron.

Solo la fine dell’episodio ci lascia intravedere chi può essere la reale artefice del furto: Leah, l’ex fidanzata di Daryl “graziata” a inizio stagione. Che intenzioni avrà?

Promo trailer dell’episodio 15

Le recensioni di tutti gli episodi

Tutte le recensioni dell’Undicesima stagione sono linkate nell’articolo che apre la stagione.

Alessia Pizzi

Aporia, l’installazione di Antonio Marras racconta il dolore dell’emigrante (Intervista)

Nella sua installazione-evento all’Istituto Italiano di Cultura di New York, curata da Valeria Orani, l’artista mette in scena l’addio di due emigranti e l’arrivo a Ellis Island, pieni di paure e speranze.

Ho conosciuto Antonio Marras tanti anni fa: tenne una lezione al master che stavo frequentando. Un momento che porto scolpito nella mia mente, perché sono davvero rari gli stilisti che, oltre a disegnare abiti, sanno immaginare il mondo e assurgere al ruolo di artisti. Marras è uno di questi: radici ben piantate nella cultura e suggestione sarda, con forti ali per volare ovunque, in tutto il mondo, in ogni direzione artistica.

Aporia a New York

L’evento Aporia ha inaugurato un’installazione site-specific dal titolo “Su per le antiche scale”, realizzata da Antonio Marras sulla scalinata dell’Istituto Italiano di Cultura a New York con una performance dal titolo “Andando Restando”, con la coreografia di Marco Angelilli, su disegni dello stesso Marras con Gabriel Da Costa e Francesco Napoli e accompagnamento del contralto Maurizio Rippa. La produzione è di  369gradi – AMINA>ANIMA (Soul) Project – Regione Autonoma Sardegna.

Nell’intervista che segue Antonio Marras ci racconta la bellezza, il futuro, l’artigianato e l’umanità.

Il tessuto è cultura, arte, sapienza antica. In questa installazione lo vediamo come tramite tra un passato e un futuro, come unica eredità di una terra e di un passato a cui si dice addio. Esiste ancora in Italia una cultura del tessuto? Riusciamo a traghettare anche noi questa grande eredità verso il futuro?

L’Italia è il regno della cultura del tessuto e sicuramente il marchio MADE IN ITALY è un vettore fortissimo. Io sono nato in mezzo ai tessuti. Da piccolo mi perdevo in mezzo a pile di stoffe, mucchi di tessuti, nella bottega di mio padre che li vendeva al metro. Il tessuto è, per me, materia da plasmare, modellare, mutare. Materia grezza, informe, progettata in un modo e trasformata in  altro e poi in altro ancora.

Mi attrae il processo in divenire, il non finito, l’opera aperta, la magia di un caos grezzo che prende via via corpo, si anima e alla fine diventa un qualcosa che si indossa e non solo…

L’emigrato viene visto come topos della ricerca di se stessi e del proprio destino, ma lo troviamo spesso anche al centro di dibattiti politici ed economici. La scelta del brano “New York New York” ci ricorda che Frank Sinatra era figlio di emigrati siciliani. Cosa possono fare la cultura e la moda per veicolare un messaggio di accoglienza?

Può tanto, tantissimo. Il messaggio di inclusione è fondamentale nella moda. La moda ha il merito di aver sdoganato i transgender, gli LGTB+, i diversi e ora sta lavorando contro il body shaming. Il messaggio di accoglienza è fondamentale perché la moda non si occupa di cose terrene, è superiore: si occupa di bellezza, di ricerca, di sogno, di cultura, di arte, di sperimentazione, di tradizione, di savoir faire, di artigianato e soprattutto di pace.

Si respira un clima apocalittico, inutile negarlo. Tra pandemia, guerra, povertà, il futuro può fare paura. Soprattutto, fa paura perdere ciò che si ha di bello e prezioso. Se potessi mettere in una “valigia per il futuro” 5 cose che rappresentano il tuo mondo, cosa sceglieresti?

Sì è vero, un clima terribile. Non bastava la pandemia che ha distrutto economie e speranze ma la GUERRA! Addirittura la guerra, quello che sembrava appartenere alla generazione precedente adesso è di fronte a noi. Un disastro.

Io porterei la mia valigetta, quella che ho comprato al mercatino di Portobello nel 1987. Una valigetta sgangherata legata a spago e chiusa con la sicura che sono riuscito ad aprire solo una volta a casa. Conteneva: ago, fili da ricamo colorati, una serie di passamanerie, campioni di tessuti da uomo e un uovo in legno da rammendo. Ecco non porterei né cripto arte né NFT, solo gli strumenti del lavoro a mano di una sarta.

Micaela Paciotti

Licorice Pizza: corse, rincorse e destini nel ritorno a casa di Paul Thomas Anderson

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“Vent’anni fa traslocai in questa casa in prossimità di un liceo e, una mattina, mentre tutta la scuola era bloccata per scattare le foto per l’annuario, per puro caso rimasi colpito da un adolescente particolarmente tenace che ronzava attorno a una ragazza molto più grande. Ricordo di aver pensato che sarebbe stata un’ottima premessa per un film e qualche tempo dopo la misi nero su bianco.”

Ci vollero però altri vent’anni prima che Paul Thomas Anderson riprese quel progetto lasciato nel cassetto, sentendo la necessità di dover tornare a girare nella sua California, omaggiando una città e un passato che ricorda con nostalgia. Un vero e proprio atto di purificazione, dopo la tossicità perfezionista e relazionale che abbiamo potuto ammirare ne Il filo nascosto, attraverso il quale l’autore sente di voler far rivivere le atmosfere e i luoghi dell’infanzia prima di tutto per sé stesso.

E se tutti noi abbiamo un luogo o una canzone capaci di farci tornare immediatamente indietro con gli anni, similarmente una macchina del tempo, per PTA si tratta di due semplici parole che, messe l’una vicino all’altra come lui stesso ha dichiarato, lo portano letteralmente alla salivazione per i ricordi che innesta: Licorice Pizza. Infatti, prima di ogni altra cosa, il suo è un film di sensazioni.

Letteralmente “pizza di liquirizia“, il riferimento è a una nota catena di negozi musicali, molto in voga nella costa occidentale statunitense negli anni ’70, che ha chiuso i battenti anni fa e di cui il regista era assiduo frequentatore. Pur non essendo mai presente a schermo, il negozio di musica permea la coming of age story di Paul Thomas Anderson del suo spirito nostalgico dal suono piacevole, caldo e avvolgente come quello di un vinile che, incessantemente, corre sul piatto. E si corre parecchio insieme ad Alana e Gary in questo Licorice Pizza che, a questo punto, penserete sia un lungometraggio autobiografico come i recenti É stata la mano di Dio o Belfast. In realtà è, per certi versi più similare a quanto fatto da Spielberg con il remake di West Side Story, perché i fatti – con l’eccezione dell’input iniziale – non raccontano il vissuto di un giovane PTA, ma di questo parleremo più avanti.

Trama

Nel 1973, in un liceo della San Fernando Valley, il quindicenne giovane attore Gary Valentine (Cooper Hoffman) incontra la venticinquenne Alana Kane (Alana Haim), assistente fotografo nel giorno di realizzazione degli scatti per l’annuario scolastico. Nonostante il divario d’età, il ragazzo incessantemente chiede alla giovane donna di uscire a cena, cosa che sorprendentemente avviene. Tra i due ha inizio un rapporto d’amicizia particolare, costellato da periodi di avvicinamento, alternati a liti e lontananze, che li porterà a comprendere cosa provino davvero l’uno per l’altra.

Giovani e adulti a confronto

Senza delinearne chiaramente la timeline, PTA decide di andare ben oltre la classica progressione narrativa e, proprio come avviene nelle nostre menti nel rivivere le memorie della gioventù, non dà importanza ai dettagli che indirizzano i protagonisti da un episodio al successivo. L’unica cosa che conta è l’evoluzione della relazione tra Alana e Gary, interpretati meravigliosamente da Alana Haim e Cooper Hoffman, entrambi al loro esordio recitativo.

Il ruolo della venticinquenne disorientata dagli affetti, e sminuita dalla società maschilista che la circonda, è frutto dell’immaginazione di PTA pur essendo scritto appositamente per la chitarrista e cantante delle HAIM: il gruppo di musicale di San Fernando Valley composto dalle tre sorelle Haim. Il regista non solo ha voluto unicamente Alana per interpretare la protagonista del suo affresco generazionale – a cui tra l’altro dà lo stesso nome – ma si porta appresso l’intera famiglia. I Kane sono gli Haim, e il fatto che la madre delle tre sorelle sia stata la sua insegnante d’arte al liceo (true story), rende ancora maggiormente l’idea di quanto Licorice Pizza sia un’opera fortemente personale.

Sull’altro piatto della bilancia, e non del giradischi, abbiamo Gary Valentine: un quindicenne che affronta il mondo adulto, dalla tv all’imprenditoria, con impudenza e disinvoltura. Se Alana è una giovane donna, intrappolata in una vita adolescenziale dal contesto che la circonda, Gary vive da adulto ma con la libertà e la spensieratezza del ragazzino che è. Tuttavia, come annunciato in precedenza, non ci troviamo di fronte all’alter-ego di Paul Thomas Anderson, ma bensì a una rivisitazione del passato dell’amico produttore Gary Goetzman. É a lui che l’autore si rifà per la scrittura del protagonista maschile ricalcandone le tappe: dagli spettacoli in tv e teatri, alla successiva vendita di materassi ad acqua, fino all’apertura di una sala giochi.

Chiunque altro avrebbe chiamato un giovane attore dal nome altisonante e belloccio ma PTA è, come per Alana, alla ricerca di naturalezza e genuinità. Affida così il ruolo a Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour Hoffman, presenza ricorrente nel cinema di Paul Thomas Anderson, che si rivela straordinariamente comunicativo e capace di bucare lo schermo con una facilità disarmante in ogni contesto.

É davvero difficile, se non impossibile, andare a ritrovare una coppia così ben assortita di attori protagonisti al debutto e dotati di tale magnetismo. Elevandoli a simboli di un sentimento puro e totalizzante come l’innamoramento giovanile, il regista li contrappone ad attori di tutt’altra nomea che andranno a rappresentare il deludente ed egoistico mondo adulto. Si tratta di tre personaggi strettamente legati al mondo del cinema, e dunque dell’illusione (il mondo degli adulti è inquinato e bugiardo), che PTA riscrive in chiave parodistica.

A Sean Penn è affidato il ruolo Jack Holden, deliberatamente ispirato a William Holden, famoso soprattutto per la sua presenza Viale del Tramonto, nonché per aver condiviso lo schermo con la leggendaria Grace Kelly in I ponti di Toko-Ri. Ed è proprio intorno al film del ’54 diretto da Mark Robson, qui rinominato Rex Blau e interpretato dal mitico Tom Waits, che ruota una delle scene chiave di Licorice Pizza.

L’unico a mantenere il suo nome reale è Jon Peters, colpevole di aver acquistato un materasso ad acqua dal giovane Gary Goetzman (sì, quello vero), la cui parte è stata affidata a Bradley Cooper che estrae dal cilindro una performance tanto piccola in termini di minutaggio, quanto enorme dal punto di vista iconografico. Quello che nel 1973 era semplicemente il compagno-parrucchiere di Barbra Streisand (attenzione all’accento: è Sand come “sabbia”!), è raffigurato come un folle eccentrico dalle smania omicida e ossessionato dal sesso opposto.

Su quest’ultimo punto è interessante analizzare come sia Peters che Holden tentino di approfittarsi di Alana, facendo leva sul proprio egocentrismo. Se il primo mitizza se stesso, citando le proprie battute cinematografiche per far cadere la ragazza nella propria rete, il secondo si avvicina a lei quasi fosse legittimato a farlo. Anche quando entrerà nella cerchia del candidato sindaco Wachs (Benny Safdie), Alana verrà trattata unicamente come oggetto. Sono queste relazioni unilaterali e bugiarde che portano la venticinquenne costantemente da Gary che, nonostante il divario d’età, è l’unico che è in grado di garantirle sincerità, spesso non verbale, e autenticità.

Divari che uniscono

Licorice Pizza è un film in costante movimento, cosi come la regia di PTA che segue i due giovani con costanti carrelli laterali e campi medi, che ne esaltano la vitalità. Il regista dilata inoltre la narrazione a suo piacimento, esaltando la danza perpetua di attrazione e repulsione crescente dei due protagonisti, destinata a esplodere nel finale. Allontanarsi per avvicinarsi sempre di più e, se non è il destino a metterci una pezza favorendo un incontro causale, sarà necessario venirsi incontro: correndo.

Il nono lungometraggio di Paul Thomas Anderson è infatti scandito dalle corse di Alana e Gary che rappresentano, meglio di qualsiasi parola, l’evoluzione del loro ipotetico amore. Tuttavia, sbaglieremmo a focalizzarci unicamente su questi momenti. Ci sono anche moto, auto e persino camion estremamente significativi che diventano metafore di un rapporto fatto di rincorse, brusche cadute, di ribellioni, di passi indietro o persino di discese chilometriche in retromarcia.

Siamo di fronte a un film per certi versi onirico e caleidoscopico, come il ricordo di una lunga estate adolescenziale che non vorremmo finisse mai e, in questo, la fotografia curata da PTA e Michael Bauman gioca un ruolo fondamentale. Studiando l’estetica, lo stile d’inquadratura widescreen e le tecniche d’illuminazione – o di non illuminazione – di film quali Manhattan e American Graffiti, la coppia ha deciso di girare su pellicola 35mm. Se tutto il mondo cinematografico va verso il 4K più dettagliato possibile, per la sua reminiscenza Paul Thomas Anderson opta per lenti che sporcano l’immagine, principalmente le Anamorphics Panavision serie C della old school anni ’60 e ’70, riconoscibili per il caratteristico bagliore blu, per il contrasto accentuato e le aberrazioni all’immagine. Perché il ricordo di sensazioni che non possiamo più provare, di luoghi che non possiamo più visitare, non possono essere nitidi, avvolti da quell’aurea eterea che li contraddistingue e li porta fuori dal tempo. Ma è giocando anche con la musica, come il titolo dell’opera vuole, che Licorice Pizza raggiunge definitivamente il cuore dello spettatore, introducendo e amalgamando magnificamente i brani di David Bowie, Nina Simone, The Doors, Paul McCartney e tanti altri con la dolce colonna sonora di Jonny Greenwood, ancora una volta straordinario.

Con le sue tre nomination Oscar 2022 l’ultimo meraviglioso lavoro dell’autore californiano, rilasciato in Italia il 17 marzo, si appresta a dire la sua in quel dell’Academy ma, comunque andranno le cose, risulta evidente che nel panorama cinematografico mondiale, Licorice Pizza e il cinema di Paul Thomas Anderson vivono, nella loro unicità, in uno spazio tutto loro destinato all’immortalità. Il ricordo di un tempo e di un luogo divenuti inaccessibili incontrano la pellicola per diventare tangibili ed eterni, rievocando sensazioni, stati d’animo e voglia di libertà che all’adulto sembrano precluse. Nella loro imperfezione e confusione, la genuinità e la purezza di Alana e Gary diventano i volti del Cinema più autentico, capace di portarci lontano dalla poltrona della sala cinematografica e spronandoci a di farci correre per le strade quando tutti sono incolonnati nelle loro auto. Una pellicola meravigliosa e piena di vita, che ci spinge a riabbracciare un qualcosa che tutti abbiamo toccato con mano, ignari di quanto fosse prezioso.

Michele Finardi

“Le figlie della Repubblica”: un podcast al femminile

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Tra i podcast in uscita in questo momento, uno in particolare ha attirato la nostra attenzione da Millenials quali siamo. 

Stiamo parlando di Le Figlie della Repubblicapubblicato da Corriere della Sera, curato dalla Fondazione De Gasperi, realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo – che racconta i grandi personaggi della politica italiana attraverso gli occhi delle loro figlie. 

Un podcast quindi, tutto al femminile. La narrazione restituisce un’immagine intima e privata di questi personaggi politici ricordando all’ascoltatore che i protagonisti politici della nostra Storia erano anche e prima di tutto degli uomini, dei mariti e dei padri.

Come è nata l’idea del podcast?

ll podcast nasce da un’idea di Martina Bacigalupi ed è stato realizzato da Ways – the storytelling agency.

È stata la signora Maria Romana De Gasperi, nostra Presidente Onoraria, a dare l’ispirazione per questo progetto. Ogni volta che ci racconta di suo padre, dalle sue parole emerge la figura dell’uomo prima che quella del politico: un Alcide De Gasperi determinato ma al tempo stesso sensibile, essenziale ma anche generoso. Per questo motivo ho pensato di raccontare quella parte della nostra memoria storica che non compare nei libri, attraverso testimonianze autentiche come quelle delle figlie che hanno guardato e accompagnato questi grandi personaggi”

Martina Baciagalupi

Questo podcast è stato scritto e diretto da Emmanuel Exitu, sotto la supervisione del Professore Antonio Bonatesta.

Alessandro Banfi è la voce narrante, che ha il compito principale di far comprendere agli ascoltatori il contesto storico in cui sono accaduti gli eventi raccontati in ogni puntata.

Chi sono le Figlie della Repubblica?

Le protagoniste delle prime cinque puntate sono Maria Romana De Gasperi che racconta Alcide De Gasperi; Serena Andreotti che ci dona un ritratto di Giulio Andreotti; Stefania Craxi che ci offre il suo punto di vista su Bettino Craxi, Flavia Piccoli Nardelli che ci parla di Flaminio Piccoli e Chiara Ingrao che narra l’essenza di Pietro Ingrao.

Le figlie della Repubblica con il loro ricordo accendono i fari sulle dinamiche umane e politiche degli esponenti politici che hanno creato un’ Italia democratica e repubblicana.

Queste donne donano all’ascoltatore le loro memorie attraverso una narrazione personale, inedita, soggettiva e profondamente intima.

Apprendiamo ad esempio che Alcide De Gasperi e sua moglie erano soliti fare lo “shopping immaginario” in via Cola di Rienzo, a Roma: sognavano di acquistare mobili e oggetti, non potendoseli permettere nella realtà. Scopriamo che nella famiglia Andreotti i pranzi erano “scoppiettanti” : Giulio Andreotti è descritto come un grande umorista e Stefania Craxi ci racconta di una politica che “si sedeva” a cena con loro ogni sera.

La recensione

Le Figlie della Repubblica è un podcast interessante che consigliamo caldamente non solo perché offre la possibilità di ripetere gli eventi più importanti della Storia italiana 1900, ma anche per l’originalità del racconto affettuoso che le figlie fanno dei loro padri.

Quello che abbiamo voluto raccontarvi è semplicemente un uomo. Non era un eroe, non aveva niente di diverso da noi. Era una persona normale che ha creduto profondamente in un ideale che ha messo al servizio del suo Paese.

Con queste parole Alessandro Banfi conclude la prima puntata del podcast riferendosi ad Alcide De Gasperi, un politico italiano, patriota leale, fondatore della Democrazia Italiana e presidente del Consiglio per otto governi di coalizione dal 1945 al 1953.

Artefice della rinascita dell’Italia nel post- fascismo, reputato esponente di primo piano della Repubblica italiana, considerato da tutti uno dei fondatori dell’Unione Europea.

Di lui ce ne parla sua figlia Maria Romana De Gasperi, fondatrice della omonima fondazione.

Il podcast ha infatti l’obiettivo di avvicinare le nuove generazioni ai protagonisti che hanno costruito l’Italia repubblicana e non c’è modo migliore di perseguire questo obiettivo se non coinvolgendo le loro figlie.

Valeria de Bari e Francesca Sorge

The Adam Project: un buddy-movie temporale tra presente, passato e futuro

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Chi da bambino non ha fantasticato, almeno una volta, sulla possibilità di poter sbirciare nel futuro per intravedere la propria versione adulta? Tra l’ingenuo desiderio di voler crescere il prima possibile e il fascino della rottura degli schemi spazio-temporali, personalmente avrei tanto voluto fare come il piccolo Adam in uno dei tanti divertenti momenti di The Adam Project, disponibile su Netflix dall’ 11 marzo 2022, interrogando il mio futuro me per sapere se all’università avrei fatto tanto sesso!

Dopo il successo di Free Guy, Shawn Levy ritrova Ryan Reynolds (che dirigerà nuovamente in Deadpool 3), continuando a portare il suo cinema leggero ed empatico, ma non per questo superficiale. Intenzionata a tener vivo ed esplorare il rapporto tra l’adulto e il bambino che è in noi, la sua filmografia riesce a parlare tanto ai grandi quanto ai piccoli, ponendo sempre l’accento sulle dinamiche familiari. Non dimentichiamo che, tra le altre cose, è anche il produttore esecutivo di una delle serie di punta del catalogo Netflix e che apertamente affronta temi generazionali e familiari in tinte nerd: Stranger Things!

Che sia però la storia di un padre che non può deludere nuovamente il figlio (Una Notte al Museo), di una famiglia problematica che si ritrova nuovamente sotto lo stesso tetto per un lutto (This is where I live you) o che sia costretta al trasferimento (Una scatenata dozzina), è evidente che questa volta Levy abbia voluto fare ancora di più. Il confronto tra presente, passato e futuro non è più astratto ed emozionale ma, per il protagonista di The Adam Project, diviene tangibile. Prendendo uno script che girava negli studi di produzione dal 2012 e servendosi del genere sci-fi, il regista gioca con il tempo e con le possibilità, portando l’adulto faccia a faccia con il suo Io dodicenne e con quei genitori di cui ha soltanto ricordi contraffatti dalla rabbia e dal tempo.

E se i viaggi nel tempo esistessero già?

2050. Il pilota Adam Reed (Ryan Reynolds) è in fuga dal suo tempo e, nonostante volesse far visita al 2018, finisce accidentalmente nelle vicinanze di quella che era la sua casa nel 2022. Incontra così la giovane versione di sé stesso (Walker Scobell), al quale rivela la sua identità e la motivazione del suo viaggio: impedire che il loro defunto padre (Mark Ruffalo) possa creare i viaggi nel tempo.

1 a 0 per i buoni!

Reynolds continua con la rappresentazione dell’antieroe spiritoso e chiacchierone che contraddistingue tutte le sue ultime performance. Una rinascita la sua che ha dell’incredibile anche perché, per quanto sia indubbiamente simpatico e bello, non possiamo di certo dire che sia un mostro di recitazione. Ha però trovato nei suoi limiti una chiave vincente e, in questo buddy-movie temporale, la sua performance dalla battuta sempre pronta viene supportata dall’altrettanto carismatico Walker Scobell. L’attore tredicenne si rivela essere un co-protagonista capace di mettere nell’angolo la propria controparte adulta a più riprese. Strizzando l’occhio a Spielberg, Shawn Levy ci presenta il piccolo Adam come il piccolo nerd coraggioso, preso di mira dai bulli e che, a causa del vuoto lasciato dalla perdita del padre, non sa come relazionarsi con la madre.

Giocando continuamente con le citazioni di film che hanno fatto del salto temporale la propria ragion d’essere, nei ruoli genitoriali ritroviamo la coppia Jennifer Garner e Mark Ruffallo dopo quel fatidico desiderio di 30 anni in un secondo, di ben 18 anni fa. Se la prima ci regala la miglior performance emozionale dell’intero lungometraggio, portando a schermo una mamma stanca, spezzata e innamoratissima del figlio, il secondo si adegua alle dinamiche del Reynolds-movie, con un interpretazione più improntata alla gag e alla leggerezza, spesso sopra le righe. Dopotutto: tale padre, tale figlio!

A completare il cast, troviamo una Zoe Saldana sicura, che ha fatto ormai suoi il ruolo della combattente (Gamora in Guardiani della Galassia, insegna) ma, per contro, una Catherine Keener davvero fuori posto, qui ringiovanita nella sua versione 2018 con l’uso della computer grafica. Una scelta visiva che allontana e che accentua la più grande mancanza di questa narrazione: un’antagonista di rilievo. La sua Maya Sorian è una villain abbozzata e piatta, motivata da un generalista brama di potere che non dice nulla. Il tentativo di giustificare la sua trasformazione in dittatrice temporale senza scrupoli, con l’accenno a una mancata vita privata per la sua totale devozione all’azienda che ha fondato, affonda definitivamente il personaggio.

Un futuro un po’ troppo prevedibile

Nei suoi 100 minuti di durata complessiva, The Adam Project diverte e appassiona, ma più per le dinamiche relazionali tra il protagonista adulto e la sua piccola versione di sé, che per i risvolti narrativi che non nascondono sorprese. Non si necessita di un particolari qualità extra-sensoriali o di una formula matematica per viaggiare nel tempo per prevedere l’epilogo del film. Tutto va esattamente come deve andare, senza intoppi e va bene così perché la bontà dell’opera sta nell’insegnamento che i due Adam traggono dal loro incontro. Impareranno insieme a elaborare il lutto, chi a soli due anni di distanza e chi a trenta, con il più giovane che riporterà alla memoria la realtà di quei ricordi modificati dal rancore. Se è vero che: è più facile essere arrabbiati che tristi, lo è anche il fatto che mentire a noi stessi per preservarci dal dolore non è la soluzione. Come non lo è prendersela con il primo genitore (o figlio) che capita a tiro.

Non è dunque importante se l’ultima fatica di Shawn Levy presenti qualche imperfezione o risvolto semplicistico. Non è importante se gli effetti visivi sono altalenanti. Giocando con la cultura pop del viaggio del tempo cinematografico, dalle alterazioni temporali di Ritorno al futuro ai Multiversi del Marvel Cinematic Universe, The Adam Project riesce nel suo intento di avvicinare nuovamente l’adulto al bambino. Intrattiene e non annoia, nonostante ci sia un piccolo calo di ritmo nella parte centrale, riportandoci a sognare di viaggi nel tempo, spronandoci a intraprenderli con la mente. Ritrovare il proprio passato, il proprio Io di tanti anni fa, abbracciarlo riscoprendoci viaggiatori fantastici, non è mai sbagliato. Possiamo imparare ancora molto anche se bambini non lo siamo più.

Michele Finardi

“FUORI!!!”: 50 anni di rivoluzione omosessuale tra le pagine di una rivista

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Il “Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano” festeggia 50 anni e Nero Edizioni ha pubblicato un almanacco contenente i primi tredici numeri della rivista del movimento. Ma procediamo con ordine.

L’associazione

Fuori! (acronimo di Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) è stata un’associazione, inizialmente di stampo marxista, nata negli anni settanta e dedita alla lotta per i diritti degli omosessuali. Poneva la questione omosessuale all’interno del conflitto classista tra borghesi e proletari. 

Fondata nella primavera del 1971 a Torino dal libraio Angelo Pezzana insieme ad altri attivisti e operante fino al 1982, fu la prima grande associazione gay italiana.

La goccia che fece traboccare il vaso e fece nascere il movimento fu l’apparizione sul quotidiano torinese La Stampa di un articolo del Professor Andrea Romero, primario neurologo, dal titolo “L’infelice che amava se stesso” nel quale si attribuivano responsabilità genitoriali e sociali all’omosessualità dei propri figli.

In questo articolo veniva anche citato un testo di Giacomo Dacquino, psicoterapeuta del tempo, il quale raccolse anni di terapia svolta con un ragazzo omosessuale e ne pubblicò un libro dimostrandone la cura possibile attraverso le pratiche di conversione psicoanalitiche.

Di tutta risposta, Angelo Pezzana inviò una lettera alla redazione de La Stampa firmata da lui e da altri suoi compagni mostrando stanchezza verso la pubblicazione di certi testi.

La Stampa rispose a questa lettera chiudendo ogni tipo di comunicazione e palesando il totale disinteresse nel trattare temi omosessuali. La lettera di Pezzana non venne pubblicata e di lì a poco nacque “Fuori!”

La rivista

La rivista venne pubblicata dal 1972 fino al 1982, con periodicità varia. Un  progetto editoriale unico e avanguardista nello scenario italiano. 

Una storia, quella della rivista, che vede prendere potere sul piano linguistico e su quello dell’ autodefinizione, «per via delle molte e fulminanti invenzioni grafiche e linguistiche che contiene, genialmente anticipatrici di alcuni tra i diorami digitali realizzati in decenni assai successivi», come specificato nella nota introduttiva. 

Angelo Pezzana si enunciava sul primo numero del Fuori! rivendicando i propri diritti:  

«Noi oggi rifiutiamo quelli che parlano per noi. […] Per la prima volta degli omosessuali parlano ad altri omosessuali. Apertamente, con orgoglio, si dichiarano tali. Per la prima volta l’omosessuale entra sulla scena da protagonista, gestisce in prima persona la sua storia […]. Il grande risveglio degli omosessuali è cominciato. È toccato a tanti altri prima di noi, ebrei, neri (ricordate?), ora tocca a noi. E il risveglio sarà immediato, contagioso, bellissimo.»

Le prime stampe vennero distribuite nei bagni pubblici, nei parchi, nei luoghi di battuage torinese e sempre più omosessuali si avvicinavamo all’associazione creando gruppi sparsi in diverse parti d’Italia.

In principio veniva pubblicata come mensile di liberazione sessuale e venduta nelle librerie e nelle edicole in circa 8.000 copie.

Dal 1973, per ragioni finanziarie, diventò un quadrimestrale venduto nelle sole librerie. In dieci anni i numeri pubblicati sono stati trentadue. Tra i membri del comitato di redazione della rivista vi erano Mariasilvia Spolato, Mario Mieli e Alfredo Cohen.

Di certo, gli attivisti della rivista non mancarono di esporsi e manifestare pubblicamente.

La prima uscita avvenne il 5 aprile 1972, a Sanremo, con la contestazione del “I Congresso Italiano di Sessuologia a Sanremo”. Le associazioni arrivarono da tutta Europa per far sentire la loro voce.

Fu definita «la Stonewall italiana», la prima manifestazione in Italia contro l’omofobia e ritenuta da altri il primo «Gay pride» nazionale, per manifestare l’orgoglio omosessuale.

Ma dal 1972 emersero le prime difficoltà finanziarie che portarono Angelo Pezzana ad avviare una stretta collaborazione politica con il Partito Radicale condividendone, negli anni a seguire, programma e ideologia.

Per la prima volta in Italia, cittadini dichiaratamente omosessuali furono candidati alle elezioni nel 1973.

La collezione completa della rivista è depositata presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma oltre che presso la Fondazione Sandro Penna di Torino.

La presentazione dell’Almanacco “Fuori!!!”

Qualche settimana fa presso la Fondazione Feltrinelli di Milano, si è tenuta la presentazione dell’almanacco Fuori!!!

La raccolta dei primi tredici volumi di “Fuori!” che ha segnato l’inizio di una storia d’amore bellissima tra gli omosessuali e le battaglie per i loro diritti.

Carlo Antonelli, produttore culturale e curatore e Francesco Urbano Ragazzi, curatore del volume, hanno scelto di catalogare in questo almanacco solo 13 delle edizioni (sul totale di 32, prima che l’esperienza si concludesse nel 1982)in un unico almanacco con riproduzioni fotostatiche dei cartacei originali, cristallizzando il periodo dal ’71 al ’74, quando il fronte era davvero unitario e ne raggruppava donne, uomini e transessuali.

Il tredicesimo numero presente nel volume fu redatto da sole donne lesbiche del movimento, che fecero nascere FUORI!DONNA.

La presentazione dell’almanacco, recuperabile sul canale Youtube, è stata introdotta da Max Tarantino, direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e condotta dai curatori. 

Prezioso l’intervento di Giorgio Bozzo, autore e produttore, ideatore del podcast “Le radici dell’orgoglio”, che racconta cinquant’anni del movimento LGBTQ+ in Italia. Un lavoro storico divulgativo, accettato e seguito piacevolmente da chiunque.

Nel suo intervento, rivendica il significato della parola ORGOGLIO riconducendola ad un significato prettamente storico.

Per lui, quelle pagine di storia non solo rimandano al sapore di un’epoca vissuta ma restituiscono ma la bellezza di chi ha rivoluzionato un modo di pensare e di lottare contro una società eteronormativa e fallocentrica.

Durante la presentazione sono intervenuti anche Elisa Cuter, scrittrice e ricercatrice (da Berlino), Marco Scotini del Department  Head di NABA e Direttore Artistico di FM Centro per l’arte contemporanea ed Elvira Vannini, fondatrice di Hotpotatoes.it.

All’interno dell’almanacco i contributi risultano preziosissimi: La Pagina di Nanda appartenente ai primi numeri, con i reportage sulla comunità omosessuale, i “diari” di viaggio di Mario Mieli da “Marocco miraggio omosessuale”, pagine dedicate al travestitismo e alla transessualità con il contributo di Monica Galdino Giansanti (che tralaltro rivendicò l’accezione di travestito), il contributo di Alfredo Cohen,  poeta e cantautore, autore tra le altre cose della prima versione di Alexander Platz resa famosa da Battiato e Milva. Ma ancora: l’attivista ecofemminista Françoise d’Eaubonne, amica di Simone de Beauvoir.

All’interno dell’almanacco si potrà notare come in calce ad ogni rivista pubblicata vi erano lettere scritte da lettori in cui raccontavano la loro tormentata e difficile quotidianità restituendo al lettore, o quanto meno a me, la sofferenza della discriminazione e l’orgoglio, lo stesso di cui parlava Giorgio Bozzo, di appartenere ad una comunità.

Interessanti sono anche le ultime pagine di ogni numero titolate “Soccorso verde”: un elenco, via via sempre più numeroso, delle prime sezioni del movimento sparse in Italia.

Un almanacco quindi che celebra, con una bomba disegnata in copertina, l’esplosione del movimento culturale e sociale fatta di persone e di eroi rivoluzionari che hanno fatto nascere un movimento che tutt’ora esiste, combatte e lotta per vedere riconosciuti i proprio diritti.

Tanta strada è stata fatta, ma tanta ancora ce n’è da fare.

Francesca Sorge

Victor Victoria, musical en travesti, ha quarant’anni ma non li dimostra

– Non mi importa se sei un uomo.

– Sì, ma io non sono un uomo.

– Non me ne importa lo stesso

Titolo originale: Victor/Victoria
Regia: Blake Edwards
Sceneggiatura: Blake Edwards, dal soggetto di Hans Hoemburg
Cast principale: Julie Andrews, James Garner, Alex Karras, Robert Preston, Lesley Ann Warren
Nazione: Regno Unito, U.S.A.
Anno: 1982

Victor Victoria è un musical ancora attuale, nonostante sia uscito al cinema ben quaranta anni fa

Qualche settimana fa abbiamo ammirato, sul palco del Festival di Sanremo 2022, Drusilla Foer, ovvero un attore uomo (Gianluca Gori) che finge di essere un donna dal fascino irresistibile e dall’eleganza impeccabili. La protagonista di Victor Victoria invece, è una soprano, Victoria (Julie Andrews), che finge di essere un uomo, il quale finge di essere una donna.

Il film sceneggiato e diretto da Blake Edwards è ambientato nella Parigi del 1934. Victoria Grant fa letteralmente la fame, perché non riesce ad essere scritturata, nonostante il suo enorme talento.

Victoria conosce Carroll Todd (Robert Preston), un cantante omosessuale, spiantato quanto lei, che le offre ospitalità e sostegno, dopo una scena esilarante in un ristorante, dove la donna ha finto di trovare uno scarafaggio nell’insalata per non pagare il conto.

Todd si accorge per caso che Victoria, in abiti maschili, sembra proprio un uomo e la convince a cercare lavoro come cantante fingendosi un uomo gay che si traveste da donna. Si inventa, quindi, il personaggio del conte polacco Victor Grazinski e lo presenta all’impresario Cassel (John Rhys-Davis), che gli fa fare un spettacolo nel suo locale, di immediato successo.

Il conte Victor inizia ad esibirsi in numeri musicali vestito da donna, con una voce pazzesca e, alla fine del concerto, si toglie la parrucca e rivela di essere un uomo.

Dal palco il suo fascino conquista il gangster americano King Marchand (James Garner), il quale resta sorpreso quando la cantante si rivela come il conte Grazinski e, soprattutto, scioccato quando si accorge di essere attratto da un uomo.

Il segreto di Victoria, però, gli verrà presto svelato, alla fine di una rissa rocambolesca in un locale, anche perché anche la donna si sta innamorando di lui. Ma non sarà l’unica rivelazione per Marchand. La relazione tra Victoria e King avrà le sue difficoltà. Tuttavia, la storia si concluderà con un happy end immancabile in una commedia hollywoodiana e, a maggior ragione, in un musical.

Con Victor Victoria Blake Edwards si conferma un maestro della commedia.

Questa commedia è stata spesso definita come uno dei film migliori di Blake Edwards, degno di quelli girati da un altro maestro del genere, Ernst Lubitsch.

Si tratta di un progetto in stile retrò, che si ispira ai musical della MGM degli anni ’40 e ’50.

Un bel musical, di quelli anomali in cui i dialoghi non sono mai cantati, un po’ nello stile di Cantando sotto la pioggia o La La Land e i numeri musicali sono inseriti nel loro contesto verosimile, quello dello spettacolo o del concerto inscenato nel film. La bella colonna sonora è di Henry Mancini, autore delle soundtrack di altri film cult di Blake Edwards, come Colazione da Tiffany e Hollywood Party. Vinse anche l’Oscar come miglior canzone.

La sceneggiatura vivace è dello stesso Edwards dal soggetto di un film tedesco del 1934 scritto da Hans Hömsburg, che aveva già avuto un primo remake nel 1957.

Oltre ai travestimenti, si mescolano anche i generi: il musical, la commedia con le gag di apertura che servono a delineare i caratteri, il film d’amore romantico. L’effetto comico è garantito dall’equilibrio puntuale tra umorismo di parola e comicità di immagine, grazie non solo alla regia ma anche all’immenso talento di protagonisti e caratteristi.

Oggi forse i dialoghi non passerebbero indenni dalla criptocensura di un eccesso di politicamente corretto, visto che sono pieni degli epiteti offensivi, ora – giustamente – inaccettabili per indicare i gay in un film.

In realtà, la storia è un inno alla diversità e all’apertura mentale, ma soprattutto all’accettazione di se stessi per come si è e degli altri per come sono.

Tanti sono gli stereotipi sull’omosessualità, il genere, l’identità di genere e la sessualità che questo film mette in luce e sbeffeggia.

Il fine di Victor Victoria è mettere a nudo le varie ipocrisie, presenti nella società occidentale all’epoca del film (inizio anni ’80), ma non del tutto e dappertutto scomparsi al giorno d’oggi. A distanza di quarant’anni esatti, il film è ancora molto attuale e sollecita ancora gli spettatori ad interrogarsi mentre ride e sorride delle gag e dei dialoghi.

La trama scherza sull’omofobia e sui pregiudizi, ma anche sull’impotenza maschile, la finzione dell’orgasmo femminile, i ruoli “tradizionali” dell’uomo e della donna.

Victoria potrebbe smettere di fingersi Victor Graziski, ma non vuole perché nei panni del conte ha avuto successo e ha scoperto che, come uomo, può fare molte più cose che come donna. Si è emancipata. Questa idea che una donna possa avere libertà e successo solo se “veste i panni di un uomo” è ancora molto presente nel paradigma del lavoro e del potere, che continuiamo ad agire ancora negli anni ’20 del XXI secolo, come fossero i ‘30 o gli ’80 del precedente.

Ma Victoria non è l’unica a fingere, anche King è un simulatore: è un uomo d’affari che fa affari con i gangster,  ma “finge” di non essere un gangster. Gli da fastidio che gli altri pensino che sia omosessuale, non gli basta conoscere la vera identità di Victoria e la verità sulla loro relazione. La sua idea della propria virilità, come del potere negli affari, è molto condizionata dai pregiudizi.

Un luogo comune che comunque ho trovato divertente nel film è ben espresso in questo dialogo tra Victoria e Toddy:

– King Marchand è arrogante e presuntuoso, uno sciovinista e un gran rompiscatole.

– Credo che potrei innamorarmene.

– Anch’io.

D’altronde, lo diceva anche Ennio Flaiano: i grandi amori si annunciano in un modo preciso. Appena la vedi, dici “chi è questa str**?”.

3 motivi per guardare il film:

  • per i numeri musicali e la voce di Julie Andrews;
  • perché commedie così a Hollywood non le sanno più scrivere;
  • perché è divertente.

Quando vedere il film:

quando avete bisogno di leggero divertimento e voglia di una sceneggiatura scritta bene.

Stefania Fiducia

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Canzoni per bambini da ballare fino all’ultimo respiro: la playlist

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La musica è fondamentale nella vita di ogni essere umano, sin dalla tenera età. È stato infatti dimostrato che la musica ha un duplice effetto positivo sullo sviluppo del cervello dei bambini, sia dal punto di vista emotivo sia da quello cognitivo.

Le ricerche sul comportamento dei bambini piccoli e gli studi sulle ninne nanne indicano che sin dalla nascita esiste una predisposizione musicale.

Ma il cervello del bambino è sensibile alla musica ancor prima di nascere.
Di conseguenza ascoltare musica con i propri figli è un’attività fondamentale se non necessaria, perché il linguaggio delle note stimola l’emotività, la socializzazione, la capacità di concentrazione e il senso motorio.
Ebbene sì anche il senso motorio: la musica non soltanto si ascolta ma si balla.


Canzoni per bambini da ascoltare su YouTube


Non vi propongo le classiche canzoni per bambini, quelle che sono contenute nelle playlist di baby dance per intenderci.
Per coltivare la sensibilità musicale di un bambino insegnandogli a selezionare e riconoscere i suoni è importante lasciare che ascolti, e balli, generi diversi: musica classica, pop, rock, punk, balcanica e neomelodica (al di là del nostro gusto personale).

Direttamente da Sanremo 2002: Chimica, Ciao Ciao, Dove si balla

Certamente qualcuno potrebbe obiettare che il significato del testo di Chimica è un po’ troppo per un bambino, ma vi assicuro che i nostri focalizzeranno l’attenzione sul ritmo e sul martellante ritornello che entra nella testa e non l’abbandona più.

Dove si balla è un esempio di musica dance che “pure un alieno la impara”, figuriamoci i bambini. Il momento topico della coreografia è sicuramente sul bridge della canzone, su quel papararapapapapa orecchiabilissimo e ballabilissimo.

E infine Ciao Ciao, un brano con cui ballare facendo lezione di anatomia. Tutti i bambini batteranno le mani, poi i piedi, muoveranno la testa, le gambe e sì anche il culo (che tradizionalmente nelle canzoncine è chiamato con l’appellativo sederino).


Tormentoni: Waka Waka, Iko Iko, Jerusalema

Questa canzone è stata scelta come inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, che si sono svolti in Sudafrica.

Il brano è stato scritto da Shakira e da John Hill che si sono ispirati al brano camerunese Zangalewa del gruppo Golden Sounds del 1986, da cui è stato ripreso quasi interamente il ritornello. Il brano, dal ritmo tribale, è stato suonato con strumenti Afro-Colombiani e con chitarre sudafricane e possiede il fascino tipico dei canti popolari africani.

Il brano, cover dell’omonima canzone delle Dixie Cups del 1965, è diventato popolare soltanto due anni dopo la pubblicazione, nel 2021, grazie all’utilizzo degli utenti di TikTok come colonna sonora nei video amatoriali.

Autore del brano è il DJ ventiquattrenne Kgaogelo Moagi, in arte Master KG.

La canzone è stata scritta in lingua Venda, una variazione del bantu parlata da poco più in un milione di persone in Sudafrica. Anche questo brano è diventato un tormentone grazie a Tik Tok dove Jerusalema è diventata la base di una challenge di ballo. Un successo assicurato anche per far ballare i più piccoli.

Influenze centroamericane: Guantanamera e La bamba

Direttamente da Cuba arriva la serenata suonata a tempo di bolero dedicata a una guajira guantanamera (“contadina della città di Guantánamo”).

La canzone, di origini messicane, è basata su un riff di chitarra che segue un giro in Do maggiore. Un ritmo swingato, orecchiabile e intramontabile.

Vento d’estate: Karaoke, Makumba, Un bacio all’improvviso, Amore e Capoeiera, Ciclone

Karaoke è un singolo dei Boomdabash e di Alessandra Amoroso. Pubblicato l’11 giugno 2020 è stato un grande successo estivo dal profumo di Puglia, con un mix tra reggae e pop.

Noemi, cantante romana, mette la sua voce graffiante in questo brano fresco che mischia pop e sonorità esotiche, duettando con Carl Brave.

Un bacio all’improvviso vede un altro duo composto da Ana Mena e Rocco Hunt. Di questo brano esiste anche la versione spagnola intitolata  “Un beso de improviso”.

Takagi & Ketra hanno lanciato Amore e Capoeira featuring Giusy Ferreri e l’artista giamaicano Sean Kingston, con Federica Abbate tra gli autori, il primo giugno 2018. Ascoltatissimo e cliccatissimo su Youtube questo brano sarà anche la colonna sonora delle vostre serate danzanti.

Takagi & Ketra non si smentiscono mai. Sono due produttori hitmaker per eccellenza: duo dal 2012, hanno collaborato con alcuni dei più importanti artisti italiani e internazionali. In Ciclone hanno coinvolto Elodie, Mariah – artista di Miami – e i Gipsy Kings.

Let’s rock: Twist and Shout, Song 2, Should I stay or should I go, Who said

Twist And Shout è un brano scritto da Phil Medley e Bert Berns che ha raggiunto i primi posti delle classifiche nel 1962 grazie a una cover degli Isley Brothers, riadattata un anno dopo dai Beatles. Twist And Shout divenne immediatamente un marchio di fabbrica dei Fab Four. Ha una melodia che costringe a muovere i piedi in un twist energico.

Song 2 è un singolo dei Blur che ha fatto ballare i Millenials dal 1997 in poi. Nel febbraio 2012, il ritornello di questa canzone è stato definito dalla rivista NME come il sesto ritornello più esplosivo di tutti i tempi. Anche i vostri bambini esploderanno in un ballo a perdifiato.

Should I Stay Or Should I Go è il momento di gloria dei Clash, un brano iconico che entra nell’immaginario musicale della storia del rock. 

Who said è il brano dei Planet Funk che ha avuto più successo. Cantato da Dan Black, il leader dei the Servant, ha un ritmo coinvolgente.

La colonna sonora di Fantasia

Un tocco di musica classica è importante in questa playlist e la colonna sonora di Fantasia rapirà l’attenzione dei vostri bambini. Fantasia è un film animato del 1940, dove, in ogni sequenza, un pezzo di musica classica, eseguito dall’Orchestra di Filadelfia, funge da protagonista assoluto. Le animazioni danno forma alla musica, mettendo in scena delle coreografie.

Dedico questa playlist a Bianca, la mia Musa, che balla senza sosta tutte queste canzoni.

Valeria de Bari

Red: Allarme “Panda Rosso” in casa Pixar!

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Dall’11 marzo 2022 è disponibile su Disney Plus il 25° lungometraggio della Pixar Animation Studios che purtroppo, come il precedente Luca, ha saltato la proiezione in sala. É un dispiacere enorme quello di non aver potuto godere sul grande schermo dell’esplosione di colori che accompagna la protagonista Meilin Lee nell’affrontare il cambiamento corporeo, emozionale e relazionale dato dall’adolescenza, qui metaforicamente rappresentato dall’enorme e tenerissima figura di un panda rosso.

Un animale, quello cinese dai colori della bandiera canadese, noto in natura per avere uno stretto legame con la propria madre e ideale per diventare simbolo di trasformazione, nonché perno di una narrazione dalle forti influenze orientali e biografiche, portate dalla talentuosa giovane regista.

Dopo aver vinto il Premio Oscar per lo splendido cortometraggio animato Bao nel 2019, sempre prodotto dalla Pixar e disponibile su Disney Plus, la trentaquatrenne Domee Shi affronta la sfida del primo lungometraggio con caparbietà e voglia di innovare, avvicinando per la prima volta il rinomato studio alla cultura orientale. Cresciuta a Toronto, figlia unica di genitori ultra protettivi, si è dimostrata all’altezza della fiducia in lei riposta, coordinando straordinariamente una produzione difficoltosa, svoltasi per la gran parte in lockdown e smartworking, che vanta una troupe in leading role completamente al femminile.

La prima regola nella mia famiglia: onora i tuoi genitori!

Toronto, 2002. Meilin è una tredicenne vivace, figlia modello di emigrati cinesi in terra canadese, con la passione per la matematica e i 4* Town, la boy-band del momento. Attenta a prendere ottimi voti a scuola e premurandosi di aiutare giornalmente la madre nella gestione del tempio di famiglia, la giovane si trova costretta a reprimere passioni, amicizie e persino certi lati di sé, pur di non dare dispiacere all’autorevole genitore. Ming è infatti una madre fin troppo attenta, spesso assillante, che non perde occasione di proteggere la “sua bambina”, persino seguendola e spiandola a scuola se la situazione lo richiede. Ben presto, Mei Lee scoprirà sulla sua pelle il perché di tutte quelle attenzioni quando un gene di famiglia, trasmesso di madre in figlia, la porterà a trasformarsi in un enorme panda rosso di fronte a qualsiasi sbalzo emotivo.

Compiacere gli altri o seguire la propria strada?

Bastano pochi minuti di narrazione per rendersi conto che Mei sia sempre di più messa all’angolo dalla madre Ming e dal peso delle aspettative che porta sulle spalle. Un malessere interiore, giornalmente represso per compiacere il prossimo, che platealmente si manifesta a protezione della giovane ma che viene immediatamente additata come la “maledizione di famiglia”. Oltre che a rappresentare metaforicamente l’adolescenza, e i cambiamenti che comporta, la trasformazione nel Panda Rosso è, per le donne della famiglia Lee, un vero e proprio segnale dall’allarme per reclamare l’indipendenza e la necessità di trovare la propria strada. Red si palesa immediatamente come film d’emancipazione tutto al femminile, che ruota intorno al difficile rapporto madre-figlia.

Nonostante ciò, così come lo era Luca, il film è incentrato sulla fase di transizione che porta i figli al graduale e naturale allontanamento dalla famiglia, verso un mondo meno protettivo ma tutto da scoprire, in una fase delicata come l’adolescenza. Un caos emotivo che tutti abbiamo toccato con mano e che porta al crescente divario con gli affetti di sangue, nato dal desiderio di non voler tradire amicizie e genitori, ma dove è impossibile accontentare entrambe le parti.

I dualismi che la dolce Mei si trova ad affrontare sono innumerevoli e la sua bestiale versione è soltanto la più evidente. La ragazza infatti si trova non soltanto a metà tra la fanciullezza e l’età adulta, tra quello che è e ciò che diventerà, ma anche tra due mondi di diversa cultura e distanza geografica. Da un lato c’è l’innato desiderio di portare avanti le tradizioni di famiglia ma, nel nuovo Paese, ci sono delle dinamiche che le precedenti generazioni non possono comprendere e che per la ragazza sono la normalità. Il microcosmo casa Lee si scontra con il macrocosmo Canada, i legami di sangue entrano il conflitto con le amicizie, l’assecondare gli altri cede il passo alla ribellione adolescenziale per fini personali.

L’importanza del colore rosso

Se pensate che i significati dietro al Panda Rosso siano finiti, vi sbagliate di grosso. La sua comparsa è sinonimo anche del cambiamento più caratterizzante nel corpo di una ragazza adolescente: il ciclo mestruale che, per la prima volta, viene sdoganato in film Disney attraverso un’esilarante scena di fraintendimenti. Un momento che avrà drastiche conseguenze per la nostra protagonista, portandola a una delle situazioni più imbarazzanti mai viste in un film animato. Ed è ecco che il rosso diviene anche il simbolo dell’esposizione al giudizio altrui, dinamica caratterizzante dell’adolescenza, sia da un punto di vista fisico che sentimentale. É quello il periodo dei primi amori, delle prime figuracce, degli sbalzi d’umore, di passionali ossessioni mentali per i propri idoli; tutti momenti uniti da un comune filo di colore rosso ci riporta immediatamente all’Oriente.

Per stessa ammissione della regista, i richiami al mondo dei manga e degli anime sono visibili nelle espressioni, nelle pose (da Pac-Man, a Dragon Ball, all’iconico salto di La ragazza che saltava nel tempo) e nei tratti dei personaggi. Discostandosi dunque dal classico look Pixar, si sono mescolati elementi disegnati a mano con influenze orientali, con impattanti conseguenze anche nella narrativa dell’opera. L’animazione orientale non è nuova a risvegli traumatici dei propri protagonisti, basti pensare al film capolavoro Your Name del 2016 di Makoto Shinkai o a trasformismi di cui la cultura pop made in Japan ne è piena. Da Ranma 1/2 a Sailor Moon, si tratta di una cultura che ha da sempre affrontato il tema della doppia identità di sé, e del conflitto interiore, con estrema lungimiranza rispetto al resto del globo. I rimandi anche alle creature classiche, mitologiche e cinematografiche non sono da meno dove, su tutti, spicca un omaggio a Godzilla che fa esplodere il cuore dal petto.

Il colore rosso è dunque onnipresente, in tutte le sue sfumature e in tutti i suoi significati, in ogni frame del film che risulta straordinariamente illuminato, colorato e animato, capace di vantare anche un eccezionale studio scenografico. Il tutto è diretto magistralmente da un indiscusso talento che ci ricorda di come tutti abbiamo un enorme Panda Rosso dentro di noi: un lato che non vogliamo mostrare, che cerchiamo inutilmente di reprimere in ogni modo ma che, prima o poi, è destinato a uscire. Per il nostro bene.
Ascolta il Panda Rosso che è in te! Accettarlo è la vera benedizione.

Michele Finardi

Stranger Things 4: data di uscita, trailer e novità

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Il 2 ottobre 2020, dopo tantissimi ritardi dovuti al Coronavirus, Netflix Italia ha confermato l’inizio delle riprese della quarta stagione di Stranger Things.

“Nel frattempo, nel Sottosopra…“

Stranger Things, Post Instagram

Dopo quasi due anni di attesa finalmentalmente è uscito il trailer ufficiale e sono state annunciate le date di rilascio della quarta stagione.

Il Trailer ufficiale di Stranger Things 4 (in italiano)

Il trailer mostra la nostra gang più matura e alla prese con una vita che non riesce proprio ad essere normale. Undici sarà chiamata ancora una volta a usare i suoi poteri per sconfiggere il male. Chi è il minaccioso mostro che si vede nel video?

Nuovi attori nel cast di Stranger Things: arriva Freddy Krueger

Una delle notizie più interessanti è che il nostro amatissimo Hopper tornerà tra noi. Insieme a lui, però, ci saranno una serie di nuovi personaggi tra cui spicca l’attore Robert Englund, noto per aver interpretato Freddy Krueger nella saga Nightmare on Elm Street. Robert Englund interpreterà Victor Creel, un uomo disturbato rinchiuso in un ospedale psichiatrico per un raccapricciante omicidio negli anni ’50. Insieme a lui arrivano:

Jamie Campbell Bower (Shadowhunters – Città di ossaSweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street) interpreterà Peter Ballard, un uomo premuroso che lavora come inserviente in un ospedale psichiatrico.

Eduardo Franco (La rivincita delle sfigateThe Binge) interpreterà Argyle, il nuovo migliore amico di Jonathan. Amante del divertimento in tutte le sue forme, consegna deliziose pizze per Surfer Boy Pizza.

Joseph Quinn (Caterina la GrandeCasa Howard) interpreterà Eddie Munson, un audace metallaro degli anni ’80 che gestisce The Hellfire Club, il club ufficiale di Dungeon & Dragons della Hawkins High. Odiato da chi non lo capisce – e amato da chi lo capisce – Eddie si troverà nel terrificante epicentro del mistero di questa stagione.

Sherman Augustus (Into the BadlandsWestworld – Dove tutto è concesso) interpreterà il tenente colonnello Sullivan, un uomo intelligente e senza fronzoli che crede di sapere come fermare il male ad Hawkins una volta per tutte…

Mason Dye (BoschThe Goldbergs) interpreterà Jason Carver. Jason sembra avere tutto nella vita: è bello, è ricco, è una star dello sport ed esce con la ragazza più popolare della scuola. Ma quando un nuovo male minaccia Hawkins, il mondo perfetto di Jason inizia a sgretolarsi…

Nikola Djurko (GeniusNella terra del sangue e del miele) interpreterà Yuri, uno squallido e imprevedibile contrabbandiere russo che ama le pessime battute, il denaro e il burro di arachidi croccante.

Tom Wlaschiha (Il Trono di SpadeJack Ryan) interpreterà Dmitri, una guardia carceraria russa che fa amicizia con Hopper. Dmitri è intelligente, astuto e affascinante… ma ci si può fidare di lui?

Quando esce Stranger Things 4?

Bella domanda. Quando arriva la nuova stagione? Molti siti si aspettano il ritorno della serie tv entro l’estate 2021, almeno in America, sempre su Netflix. Ma la verità è che probabilmente dovremo aspettare il 2022. Se non avete visto le stagioni precedenti forse non potete capire cosa ci rende così impazienti. Questa serie ha portato alla ribalta il mondo nerd rendendo protagonisti di un mondo dell’orrore una squadra di ragazzini fantastici. E il tutto con una malinconia anni Ottanta che non lascia speranze di recupero.

La data di uscita, anzi le date

Il volume 1 debutterà il 27 maggio, mentre il volume 2 il 1° luglio. Inoltre, Netflix conferma che ci sarà una quinta e ultima stagione, atto conclusivo della serie.  

Chi morirà in Stranger Things 4?

Ma perché la gente sul web si chiede chi muore in Stranger Things 4? Sicuramente, a differenza di quello che si poteva pensare nel finale della terza stagione, Hopper non è morto e il trailer della quarta ce lo conferma. La nostra Undici potrà presto tirare un sospiro di sollievo…

Quante stagioni ha Stranger Things?

Stranger Things è arrivato nel 2016: da quell’anno sono uscite tre stagioni. Prima di farla arrivare forse bisognerebbe fare un po’ di chiarezza sul web. Abbiamo scoperto che le persone si chiedono quando uscirà Stranger Things 5. Ci siamo persi qualche pezzo? Ecco le nostre recensioni.

Le location: dalla fittizia Hawkings alla Casa di Mike, viaggio nei set di Stranger Things

Come molte serie tv Stranger Things è stato girato in varie location nelle tre stagioni che abbiamo avuto il piacere di vedere. Più precisamente i set sono sparsi nei dintorni di Atlanta. La città dell’Indiana, Hawkins, è fittizia: si tratta realtà Jackson, un paesino in Georgia. Per quanto riguarda invece la casa di Nancy e Mike, è vera: si trova al 2530 di Piney Wood Lane a East Point.

Ma forse, dalla quarta stagione dovremmo dire addio alla nostra amata cittadina: vi ricordate lo slogan della stagione 4 di Stranger Things nel primo teaser?

“Non siamo più a Hawkins” 

Infatti pare che a dicembre le riprese della serie passeranno dalla Georgia al New Mexico…

Stranger Things: cast originale e Doppiatori italiani

Oltre al cast da url – pensiamo solo al grande rientro in scena di Winona Ryder – Stranger Things è diventata famosa prima di tutto per i giovanissimi e talentuosi attori protagonisti: Mike, Lucas, Undici, ma soprattutto Dustin, difficilissimo anche da doppiare a causa della sua parlata particolare.

Chi è il doppiatore italiano di Dustin in Stranger Things?

L’attore Gaten Matarazzo ha una rara malattia genetica che non gli consente la crescita dei denti. Nella scelta dei doppiatori italiani Netflix ha fatto un ottimo lavoro, scegliendo per lui il giovanissimo Mattia Fabiano.

PersonaggioAttore/AttriceDoppiatore/Doppiatrice
Joyce ByersWinona RyderGiuppy Izzo
Jim HopperDavid HarbourAlessandro Budroni
Michael “Mike” WheelerFinn WolfhardTommaso Di Giacomo/ Giulio Bartolomei
“Undici”/Jane HopperMillie Bobby BrownChiara Fabiano
Dustin HendersonGaten MatarazzoMattia Fabiano
Lucas SinclairCaleb McLaughlinLuca De Ambrosis
Nancy WheelerNatalia DyerVeronica Benassi
Jonathan ByersCharlie HeatonFederico Campaiola
Karen WheelerCara BuonoNunzia Di Somma
Martin BrennerMatthew ModineStefano Benassi
William “Will” ByersNoah SchnappLorenzo Farina /Emanuele Suarez:
Maxine “Max” MayfieldSadie SinkVittoria Bartolomei
Steve HarringtonJoe KeeryAlessandro Campaiola
Billy HargroveDacre MontgomeryMirko Cannella
Bob NewbySean AstinLuigi Ferraro
Sam OwensPaul ReiserAntonio Sanna
Robin BuckleyMaya HawkeEmanuela Ionica
Erica SinclairPriah FergusonAnita Ferraro
Murray BaumanBrett GelmanFrancesco Cavuoto

Siete in tempo per recuperare tutti gli arretrati, e nel frattempo godetevi questa performance canora del giovane cast agli Emmys 2016.

Alessia Pizzi

“La verità su tutto”: l’abbiamo trovata?

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Dopo Vita mortale e immortale della bambina di Milano ho deciso di puntare su un altro autore italiano molto stimato per la lettura di febbraio dei Postumi Letterari. Questa volta, però, il nome non mi era familiare come quello di Starnone o di Foer. Ho scelto La verità su tutto, libro pubblicato da Mondadori a gennaio di quest’anno e già proposto per il Premio Strega.

I Postumi Letterari: il club del libro di CulturaMente

Devo ammettere che è stata una lettura faticosa, impegnativa di cui mi riesce difficile parlare perché siamo di fronte a un libro di grande personalità che, però, non incontra affatto i miei gusti. Ricorrendo alla solita similitudine alcolica, siamo davanti a un vino prepotente, di quelli costosi, famosi, invecchiati bene, ma che non esaltano le papille gustative. Almeno le mie.

Non posso permettermi di dire che Vanni Santoni non sappia scrivere o non abbia un’idea interessante da comunicare a proposito di alcune tendenze della società contemporanea perché non risponderebbe al vero. Semplicemente, del suo modo di raccontare tutto questo a me è arrivato molto poco.

Audio recensione

Potete ascoltare anche la nostra audio recensione su Spotify.

La trama di La verità su tutto

La verità su tutto è il racconto in prima persona della ricerca spirituale di Cleopatra Mancini. Questa giovane donna dalla vita apparentemente perfetta – un buon lavoro accademico, una relazione stabile con un’altra donna, una bella casa – inizia a farsi delle domande sul male nel momento in cui crede di vedere online un video porno di una sua ex fidanzata da lei tradita e abbandonata. Credendo di essere lei la causa del dolore che vede riflesso negli occhi della giovane del filmato, Cleopatra inizia a riflettere sui torti fatti agli altri durante la sua vita e cerca delle spiegazioni su quale sia la vera natura del bene e come perseguirlo. Da qui inizia il percorso che la porterà prima a studiare letteratura e teologia e poi a scovare realtà spirituali in giro per l’Italia.

Dopo qualche tempo passato a meditare sia in solitaria che in una piccola comunità di 6 persone, Cleopatra incontrerà Kumari Devi, una giovanissima ragazza allevata dai genitori per essere una “dea”, una figura spirituale di riferimento per le generazioni future. Con lei Cleopatra avrà modo di iniziare una relazione stabile e positiva, di perfezionare il suo credo – tanto da diventare Shakti Devi – e di fondare una sua comunità. Il numero di adepti salirà progressivamente fino a creare delle divisioni importanti all’interno dell’organizzazione stessa. Perché una realtà così seguita può mai disinteressarsi di politica? La tragedia è dietro l’angolo.

Le domande che sorgono spontanee durante la lettura sono essenzialmente due: quanto c’è di realmente spirituale nell’organizzazione che si viene a creare? La liberazione della propria anima può collegarsi a quella della comunità?

Una questione irrisolta

Il libro di Santoni è ricco di riferimenti ai movimenti spirituali e ai pensieri filosofici che si costruiscono intorno all’idea di bene e di male. C’è molta carne al fuoco, tanto che orientarsi diventa complicato. Io, almeno, non sono riuscita a seguire molti dei ragionamenti o dei dilemmi spirituali. Sarà che di mio conosco poco, essendo in un periodo di vita in cui i concetti di fede e tutte le dimensioni mistiche sono lontani da me. Ma credo che il problema sia anche la forma con cui questi temi vengono presentati.

Quello che a me sembra abbastanza evidente è che male e bene sono davvero due facce della stessa medaglia, lo yin e lo yang, due ramificazioni opposte della stessa essenza. Nella realtà non esiste l’uno senza l’altro e non è possibile eliminare uno dei due, tanto più se si conduce una vita in comunità. Forse è nell’ascetismo che si può trovare il proprio centro e il vero distaccamento dalle cose concrete, liberandosi così di ogni emozione negative. La condivisione della spiritualità può funzionare fino a un certo punto o almeno così sembrerebbe dimostrarci la storia del libro. Cleopatra sente di essere arrivata a un punto di liberazione quando è sola a meditare in una capanna fredda e isolata. Per quanto progredirà spiritualmente insieme a Kumari, non riuscirà a evitare il disastro, né a salvare altri se non se stessa.

La realtà con le sue apocalissi (si menziona la pandemia e la crisi ambientale) alimenta e distrugge la spiritualità e la fede. È ciò che spinge le persone a cercare qualcosa in cui credere e allo stesso tempo le porta a dubitare e demonizzare tutto.

È molto concreto e realistico il ritratto che Vannoni fa della ricerca individuale e collettiva del bene e del male. Sicuramente è un tema che tocca la contemporaneità e che non lascia molto spazio a facili ottimismi.

I personaggi

L’altro grande ostacolo al raggiungimento del bene è la natura egoistica degli esseri umani. Questo è sempre stato chiaro anche a chi cercava risposte laiche ai mali terreni. Ne La verità su tutto lo vediamo bene nel personaggio di Cleopatra.

Nonostante la sincerità e la bontà delle sue intenzioni, non ho potuto fare a meno di vederla come un personaggio profondamente ego riferito e, per questo, profondamente umano. Ciò che muove tutto il percorso della protagonista è la sua idea di essere stata responsabile di una grandissima sofferenza inflitta a un’altra persona. Peccato però che attribuirsi così tanto peso nella vita di un’altra persona è un pensiero molto egocentrico. Una delle donne a cui Cleopatra va a chiedere scusa per uno scherzo di cattivo gusto fatto quando erano ragazzine, glielo dice apertamente.

“Mmm… che tu voglia metterti ancora una volta al centro dell’attenzione?”

Forse, la vera liberazione dal dolore consiste nel ridimensionarsi e nel vedere chiaramente qual è la propria posizione all’interno della vita delle persone e, più in generale, del cosmo.

Cleopatra nel suo percorso non è alla ricerca di maestri o maestre. Anche quando incontra Kamuri sente la necessità di mettersi in competizione con lei, di rendersi indispensabile nella sua vita, di lasciarle qualcosa. Il suo lato spirituale – che emerge prepotentemente nei sogni o nelle intuizioni spontanee che ha alle volte – è spesso messo a dura prova dalla sua personalità. E, alla fine, non riesce a rimanere fedele a ciò che mette in piedi lei stessa.

Nonostante sia Cleopatra a raccontarci la sua storia è difficile entrare in empatia con lei leggendo il libro. Alle volte, riesce difficile anche capirne le motivazioni o i sentimenti. La stessa cosa si può dire degli altri personaggi che sembrano quasi delle apparizioni allucinate del suo racconto. Sono abbozzi su cui bisognerebbe riflettere per capirne motivazioni e azioni, ma, personalmente, mi sono fermata non riuscendo a interessarmi o a incuriosirmi davvero di nessuno.

Lo stile

Ciò che mi ha impedito di “entrare in contatto” con questi personaggi e di godermi la lettura è stato lo stile.

Ripeto, non mi sognerei mai di dire che Vanni Santoni scrive male perché è evidente che non è così. Tuttavia, le sue subordinate lunghissime, le tante parentesi, i numerosi termini desueti e regionali (“fola”, “balenghe”, “bubbole”, “esicasta”, solo per citarne alcune) hanno reso a me pesante la lettura. Non usa virgolette o trattini per i discorsi diretti e c’è un punto in cui gli spazi e la disposizione delle parole nella pagina servono a restituire l’idea di frasi che arrivano all’orecchio della protagonista come da lontano. Ci sono anche poesie, frasi in inglese, dialoghi scritti in maiuscolo. Tutte cose che non incontrano il mio gusto.

Inoltre, il tempo della storia è molto dilatato. Santoni si sofferma su alcune scene in maniera molto puntuale e precisa e sorvola su tanti altri momenti. Sono 300 pagine che ho sentito e che ho fatto fatica a mandare giù.

Chi dovrebbe leggere La verità su tutto?

La lettura di questo libro è adatta a chi piace riflettere su temi filosofici, non disdegnando uno stile articolato. Non è una lettura leggera e non credo che sia indicata per ragazzi o ragazze.

Il prossimo appuntamento dei Postumi Letterari

Inoltre, se avete voglia di condividere la vostra opinione sulla lettura di La verità su tutto, scriveteci all’indirizzo e-mail bookclubculturamente@gmail.com oppure su uno dei nostri canali social (Facebook e Instagram). Organizzeremo una live per parlarne insieme.

Per il prossimo mese ho deciso di puntare su una lettura a metà tra il distopico e il fantascientifico: Le portatrici di Jessica Schiefauer (Fandango). Nella trama ricorda molto Il racconto dell’ancella, ma al rovescio. Non sono le donne a essere perseguitate per il loro genere, ma gli uomini. È un libro che mi è capitato di trovare sfogliando il Robinson e che mi ha subito incuriosita. Speriamo bene! Abbiamo tempo fino al 15 aprile per leggerlo.

Buona lettura a tutti e a tutte!

Federica Crisci

“La mia discendenza slava non impersona il mio amore” – Lettera Aperta

È sfortunato costume che la Forza abbia un ingresso tardivo: accade spesso che dobbiamo prima consultare tutte le nostre debolezze prima di realizzare il nostro potere. E il mondo è sempre stato un lento studente.

Ma un difetto assai peggiore è che il nostro imparare è per lo più tattile. Noi non padroneggiamo il superare una pietra senza prima inciampare in essa. E ancora la nostra conoscenza rimane abbastanza capricciosa da svanire non appena il dito del piede dolorante guarisce, e così i nostri occhi si sbloccano dal sentiero e prevedono nessun ulteriore pericolo. Il genio umano della prudenza viene
così trascurato.

Intanto, le nuvole di tempesta non crescono in una notte, e il terrore in Bielorussia e in Russia è stato nutrito per decenni, diventando un insaziabile Gigante, dagli altri che hanno innaffiato le sue patate e lavato i suoi piatti dopo cena. Finché, come accade, non ha raggiunto una dimensione tale che non c’è più spazio per contenere entrambi – il Gigante e gli altri. E questo breve saggio non vuole lamentarsi del primo.

Qualunque siano le caratteristiche mostruose che portano, e non importa quanto siano indesiderati, l’odio, il dispiacere e il dolore (in piccole o grandi proporzioni) continuano il loro dominio quotidiano e sono ancora ritenuti dai più una inesorabile o, anzi, una indispensabile parte della nostra vita, simile alla morte stessa.

Siamo truffati da nessun’altro che da noi stessi.

Per quanto siamo obbligati ad avere la certezza della morte, non esiste un obbligo di convivere con l’odio, il dispiacere e il dolore, il cui posto nella nostra vita non è sancito da altri che da noi stessi. Quanto è strano ciò a cui continua ad aggrapparsi la nostra mente collettiva: pensare ancora alla “guerra mondiale” come una possibilità e alla “pace mondiale” come a un ideale, immaginabile, irraggiungibile.

La Verità compete fraternamente con la Fede, con la Speranza, mentre l’Infelicità ora si diletta.

Noi ci sbagliamo nel credere che il Male sia mondano e il Bene, invece, assoluto. Ma l’Amore non è un angelo, una divinità, non è la più alta carica della propria carriera. Non è né un’invenzione costosa né un privilegio. E noi pensiamo che la grandezza sia dovuta solo in alcune posizioni o in certe occasioni.

Pace, Amore non esigono che un corpo accogliente. Io capisco, la Verità ci fa vergognare dei nostri difetti e ci indigna quando siamo infedeli ad essa. Ma quello a cui si dovrebbe guardare non è la guerra in sé, ma te stesso in essa. Fai un passo fuori dal tuo corpo e guarda:

la cura di tutti i mali è già venuta fuori da questa colluttazione naturalmente – nelle vesti dell’Unità.

Ci siamo creati le nostre catene e continuiamo a trascinarle senza guardie carcerarie che ci seguano. Le tradizioni della disunione umana, benché disumana, hanno da tempo perso la propria applicazione pratica.

Il mio Amore, simile a quello di molte persone nel presente, ha acquisito diverse nazionalità.

Io sono nato bielorusso, ucraino, russo, polacco – e l’elenco certamente è incompleto, e ovviamente cambia a seconda del punto di vista del lettore sulle mappe e sul sangue. Da piccolo, ho vissuto amando l’abbraccio che davo a mio nonno dal sedile posteriore della sua motocicletta andando alla nostra dacia nella campagna bielorussa; mi piaceva ascoltare le melodie di Ennio Morricone durante i viaggi in auto con la famiglia per visitare i parenti in tutta l’Ucraina; amo il mercato di Mykolayiv, che mi ha portato il mio primo personale libro usato, “Il cavaliere senza testa”, scritto da un irlandese-americano, Thomas Mayne Reid; amo pulire la spiaggia dai detriti di plastica vicino alla casa di famiglia di mia moglie in Italia; mi piace guardare il programma “Bake Off Italia”, pur preferendo la versione francese, “Le Meilleur Pâtissier”, per la sua tenerezza di produzione; mi piace la giocosa assemblea dell’Eurovision; adoro le serie TV coreane e la loro saggia morale; amo la letteratura di guerra bielorussa, le novelle russe del XIX secolo; ho studiato e vissuto in Bielorussia, Iran, Cina; per sei anni ho vissuto e sono maturato in Italia, ho studiato la letteratura italiana, inglese, americana e russa seguendo la sola commissione dell’amore e della scelta; e ora, mentre vivo in Scozia, sono un ricercatore di poesia anglo-americana in una università inglese…

Amo la mia totale incapacità di trasmettere pienamente dove e con chi io non mi veda. Ma sospetto di avere ragione nel credere che anche tu non potresti costringerti nella gabbia della “località”. Perché l’io è plurale oggi più che mai. Grazie all’Unità e alla Pace raccogliamo i fiori della cultura umana, mentre la guerra ci riporta alla sua famelica oscurità. E ogni estremità della Terra, prima o poi, trema dalle sue ripercussioni.

Il mio cuore è sconvolto per alcuni della mia famiglia, bloccati in Bielorussia e Ucraina,
ma non meno lo è per coloro che attribuiscono alla “fratellanza” uno specifico distintivo!

La mia discendenza slava non impersona il mio Amore, non lo limita nei miei occhi o nelle mie orecchie. E se oggi c’è chi si illude di credere nell’importanza di una divisione razziale, nazionale, sociale o di una qualsiasi altra divisione artificiale, questi danneggia prima di tutto se stesso ed è un ipocrita: poiché mangia ogni giorno dalle mani lavoratrici di un altro paese, ride e piange grazie alla
cinematografia di tutto il mondo, suda su una cura per coloro i quali potrebbe non conoscere mai. Questa persona oserebbe rinunciare al mondo per il proprio pregiudizio e fanatismo?

Noi stessi siamo quelli che, per caso o per volontà, mettiamo nei libri la discriminazione:
poiché tutti non sono che uno; poiché questa guerra – o qualsiasi – non è che la guerra mondiale.

L’amore viene sprecato mentre ci prepariamo ad amare. Impariamo dunque la prudenza e restiamo amici per sempre.

Lettera di Vladislav Areshka Tradotta da Cristiana F. Toscano

The Walking Dead 11: recensione degli episodi 11,12 e 13

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Proseguono le avventure dentro e fuori il Commonwealth: con una climax ascendente si parte dal noiosissimo episodio “Rogue element”, si passa per “Lucky ones” e si arriva finalmente a una puntata ricca di suspense, ovvero ” Warlords”.

Episodio 11: Rogue Element

Siamo catapultati nel dramma di Eugene in un episodio di una lentezza unica, motivo per il quale mi ritrovo qui a raccontarne tre insieme. Non sarei stata davvero in grado di recensire “Rogue element”. L’unica cosa che vi serve sapere è che il povero Eugene è stato ingannato e che Stephany non è quella che credevamo. La donna è fuggita all’improvviso dopo che Eugene le ha chiesto di convivere, e non si tratta di ansia da prestazione.

Episodio 12: Lucky Ones

Nell’episodio “Lucky ones”, Eugene è ancora in preda alla tristezza: ha appena scoperto che la donna con cui parlava alla radio è un’altra e non quella con cui stava condividendo la sua vita. L’uomo si sente ingannato e non riesce nemmeno a confidarsi con l’amica di sempre – Rosita – ormai diventata una poliziotta del Commonwealth. Il silenzio è d’oro visto che la radioamatrice che ha condotto Eugene dove si trova ora è Max, l’assistente di Pamela Milton, nonché sorella di Mercer, capo dell’esercito del Commonwealth. Qualcuno deve aver fatto subentrare la falsa Stephany per fare in modo che nessuno scoprisse che Max aveva portato dei forestieri alle porte della comunità. C’è speranza che Eugene e Max tornino come un tempo nonostante il grosso errore di valutazione dell’uomo? Secondo me sì. Come c’è speranza anche per Ezekiel e Carol: quest’ultima attua un grande gesto d’amore corrompendo Lance in modo tale che Ezekiel sia operato per primo e possa sopravvivere al tumore. Quello che resta oscuro è cosa abbia dovuto fare Carol per ottenere questa “misericordia” dallo spregevole Lance.

I riflettori di questo episodio sono puntati anche su Maggie, alle prese con la ricostruzione di Hilltop, mentre l’esercito del Commonwealth sta ripulendo Alexandria. Il malcontento delle persone è alto, tanto che molte decidono di lasciare la fortezza di Maggie, sedotti dai doni e dalla protezione del Commonwealth. Lo scopo della nuova comunità è creare alleanze per realizzare un nuovo mondo che assomigli al vecchio, ma Hilltop e Oceanside restano distaccate dalle mire di Pamela, che sembrano essere molto differenti da quelle del suo portaborse, Lance. La prima è una leader piuttosto sincera, anche nel palesare a Maggie che non ci trova nulla di male a essere la ricca governatrice della comunità; il secondo è un uomo instabile e debole che ha molta fame di potere.

Episodio 13: Warlords

Lance sembra muoversi nell’ombra per soddisfare il suo delirio di onnipotenza: ingaggia Toby, un ex agente della CIA residente del Commonwealth per guidare Aaron e Gabriel in una falsa missione di pace. Il risultato è che, mentre Aaron cerca di trattare con la setta religiosa che gli ha aperto minacciosamente le porte, Toby inizia ad uccidere tutti convinto che questa comunità abbia precedentemente rubato le loro armi. Aaron riesce a fuggire per miracolo, mentre Negan salva Gabriel e manda uno del team del Commonwealth da Maggie, che si mette subito in cammino con Lydia (e un altro ragazzo che ha una cotta per Lydia) per aiutare i suoi amici. Lungo la strada incontra Aaron e insieme tornano nel palazzo: nel frattempo scopriamo che Negan vive in questa nuova comunità e che Toby sta uccidendo tutti quelli che incontra per farsi dire dove sono le armi. Emerge fortissimo il malcontento di Hilltop, ma Maggie non è pronta a cedere: è convinta che il Commonwealth non sia così limpido come sembra.

L’episodio 13 è pronto per far spazio all’ultimo della seconda parte di The Walking Dead: come sappiamo la strada per il finale è ancora lunga. Ci aspetta la terza e ultima parte e gli 8 episodi conclusivi – probabilmente da Agosto 2022 – ma non disperate: hanno già annunciato lo spin off “Isle of the dead” con protagonisti Maggie e Negan.

Promo Trailer dell’episodio 14

Alessia Pizzi