Credo nelle seconde opportunità, ma solo se si è davvero disposti ad agire diversamente e a cambiare. Altrimenti è inutile.
Dopo la grande delusione dell’anno scorso avuta con La disciplina di Penelope, ho voluto riprovare con Rancore, il secondo romanzo che Gianrico Carofiglio ha dedicato al personaggio di Penelope Spada (pubblicato sempre da Einaudi). Ora che ho finito il libro posso dire che, se ci dovesse essere un terzo libro, non lo leggerò.
La lettura è passata come se non avvenisse proprio come è successo l’anno scorso con La disciplina di Penelope tanto che ad oggi potrei copiare e incollare la recensione che ho scritto un anno fa cambiando titolo e anno e descriverebbe bene il libro e le mie sensazioni in merito. Cambierei la metafora alcolica, però! Dissi che era stato come ordinare un buon vino bianco e ricevere il Tavernello. In questo caso, direi che avevo scelto coraggiosamente di ordinare il Tavernello e mi sono ritrovata a bere un liquido annacquato, privo di qualsiasi aroma o profumo.
Potete ascoltare il mio commento a Rancore anche su Spotify.
Rancore: la trama
Questa volta tocca a Marina Leonardi richiedere l’assistenza di Penelope per indagare sulla morte del padre, Vittorio. Ufficialmente, l’uomo si è spento a seguito di un improvviso attacco di cuore, ma la figlia crede che sia stata la sua matrigna, una donna giovane sposatasi con Leonardi (molto più grande di lei) solo per interesse. Il movente? L’intenzione del morto di cambiare il testamento e ridistribuire la sua fortuna in maniera più equa tra le donne della sua vita.
Non ci sono veri motivi per aprire un’indagine, solo i sospetti un po’ romanzati di una figlia che inconsciamente si sente in colpa e prova rabbia per non aver mai avuto un vero rapporto con suo padre. Nonostante questo, Penelope accetta per il nome del defunto. Il nome di Vittorio Leonardi è legato al suo ultimo caso ufficiale, quello che la spinse ad abbandonare la magistratura a seguito di errori imperdonabili.
La ricerca del possibile omicida porta Penelope a rievocare la fine della sua carriera e a raccontarla per la prima volta ad Alessandro, un uomo conosciuto al parco che riesce a colpirla per la sua sensibilità. Penelope arriverà in fondo alla sua indagine e alla sua storia, riuscendo finalmente ad emergerne e ad abbandonare il rancore verso se stessa.
Cosa non funziona (parte 2)
Continuo a sostenere che i casi raccontati da Carofiglio siano privi di una qualsiasi forma di pathos. Neanche tra le pagine di Rancore troviamo momenti di tensione o di suspense. Il caso si risolve nelle ultime pagine, ma attraverso un’azione che, su ammissione della stessa Penelope, andava fatta all’inizio delle stesse.
L’autore stesso sembra spiegarci la sua scelta, scrivendo nel romanzo:
“funziona così, nelle indagini. parli con tante persone, fai tante domande, le informazioni, spesso inutili, si accatastano le une sulle altre. passano i giorni e quello che vieni a sapere non serve a nulla, non ti porta – sembra – da nessuna parte […]. Bisogna continuare fino a quando – per caso, per fortuna, bravura, cocciutaggine – qualcosa si accorda inopinatamente con qualcos’altro”.
“Rancore”, Gianrico Carofiglio
Può essere che nella vita reale sia davvero così. D’altra parte, Carofiglio è un ex pubblico ministero e conoscerà queste dinamiche meglio di me. Posso anche accettare che nel mondo in cui viviamo tanto sia da attribuire al caso e che le cose spesso si risolvano per un colpo di fortuna (per non dire altro), ma il mondo letterario è un’altra cosa. L’arte imita la realtà non è la realtà. La trasfigura, le restituisce ordine e un senso più profondo. Si parte dal bisogno di comunicare qualcosa e si costruisce intorno una storia. Anche se si vuole raccontare la casualità, c’è bisogno di una struttura ricca di significato. Altrimenti il risultato non può essere interessante.
I gialli sono romanzi di intrattenimento da leggere per stimolare la capacità di ragionamento e l’attenzione verso i dettagli. Possono essere ambientati nella nostra quotidianità, ma serve una storia capace di catturare l’attenzione e in cui perdersi. Altrimenti, ci possiamo limitare ai casi di cronaca che leggiamo sui giornali.
La protagonista
Non è detto che in un giallo servono per forza gli investigatori geniali come Sherlock Holmes o Hercule Poirot, anche se sono le loro personalità ad aver dato fortuna del genere. Basta un personaggio che sappia incuriosire e interessare.
La vicenda di Penelope Spada viene finalmente rivelata in questo libro. La mia reazione è stata quella del suo ascoltatore, Alessandro.
“Alessandro aveva ascoltato in silenzio, senza intervenire né tantomeno fare commenti. alla fine mi aveva stretto l’avambraccio per qualche secondo, poi mi aveva chiesto se volessi essere riaccompagnata a casa”.
“Rancore” di Gianrico Carofiglio
Non si trova nulla da dire. Si avverte solo un sensazione che può essere tradotta con un “bah”.
Era interessante l’idea di unire la nuova indagine con il passato della protagonista. È una delle cose che spesso avviene nei romanzi gialli e che suscita maggior coinvolgimento da parte di chi legge. Alla fine, però, il nome di Leonardi è solo un pretesto per Penelope per ricordare la sua storia e riviverla. Non c’è una risoluzione di quel caso, non ci sono risposte alle sue domande. Il che va bene perché nella vita succede anche questo, bisogna accettare anche senza trovare delle risposte. Ma nei libri questo si traduce in mancanza di spessore, almeno per me.
Storia e personaggi mi sembrano buttati via senza particolare cura e senza che ci sia per loro la necessità di raccontare davvero qualcosa. Cosa dovremmo leggere nella protagonista? La necessità di sapersi perdonare anche per gli sbagli più grandi? Il bisogno di dominare i propri istinti? L’esigenza di doversi affidare a qualcuno per venir fuori dal proprio dolore? Non è chiaro e una volta terminato il libro non hai di certo la voglia di domandartelo.
Lo stile
La scrittura del romanzo continua a essere un punto a favore di Carofiglio. Lo stile è pulito, scorrevole, curato. Si può leggere in pochissimo tempo, nonostante le 239 pagine. Anche lì dove l’autore si concede alcune digressioni – come quella sul bosco e sui funghi del finale -, lo fa in maniera sobria e leggera.
Mi sembra una scrittura meta-comunicativa. Carofiglio spiega tutto (soprattutto le questioni giuridiche) e molto spesso si lascia andare a delle considerazioni che suggeriscono come leggere il romanzo. Lo fa in maniera intelligente e quasi impercettibile. Sicuramente, è uno degli aspetti migliori di tutto Rancore.
Chi dovrebbe leggere Rancore
Se siete anche voi della scuola delle seconde opportunità, accomodatevi. Altrimenti, vi consiglio di lasciar stare. È un ottimo romanzo estivo proprio per lo stile scorrevole. Quindi, se cercate qualcosa di leggero da portare sotto l’ombrellone, Rancore fa al caso vostro, ma non riponeteci troppe aspettative.
Cosa leggiamo il prossimo mese
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Ho deciso che per il prossimo mese ho voglia di un po’ di magia e di incanto. Ecco perché voglio leggere uno dei romanzi della collana A Twisted Tale di Giunti editore. In questi libri, eroi ed eroine sono quelli dei personaggi Disney, ma la loro storia ha subito un cambiamento significativo. Ho scelto Riflessi che ha come protagonista Mulan, uno dei miei personaggi preferiti, perché sono molto curiosa di conoscere questa versione alternativa di lei.
Chi mi fa compagnia? Abbiamo tempo fino al 15 giugno, data in cui uscirà la prossima recensione dei Postumi Letterari.
Io ne ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi… E tutti quei momenti andranno perduti, nel tempo, come lacrime nella pioggia.
Titolo originale: Blade runner Regia: Ridley Scott Sceneggiatura: Hampton Fancher e David Webb People Cast principale: Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Daryl Hanna Nazione: U.S.A., Hong Kong Anno: 1982
Blade Runner, cult del cinema di fantascienza, è uno dei maggiori capolavori di Ridley Scott.
Uscito nel 1982, quest’anno Blade Runner compie quarant’anni. Nel frattempo, sono uscite altre versioni del film.
La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Philip K. Dick del 1968, dall’evocativo titolo “Do androids dream electric sheep?”, tradotto in italiano in “Il cacciatore di androidi”. Di certo il titolo italiano è meno affascinante dell’originale, ma più affine alla trama del titolo.
Infatti, Blade Runner è un noir fantascientifico ambientato nella Los Angeles nel 2019, in un futuro in cui le automobili volano in un cielo sempre buio, tra smog e piogge acide. Gli esseri umani hanno colonizzato altri pianeti e gli androidi – chiamati “Replicanti” – sono prodotti talmente ben fatti da essere indistinguibili dagli esseri umani. In particolare, quelli del modello Nexus 6, dotati delle capacità intellettive di un essere umano, ma fisicamente superiori. Per questo sono impiegati nelle cosiddette colonie extra-mondo come schiavi. Sono in grado di provare emozioni e hanno una memoria composta di ricordi innestati.
Poiché sulla Terra i replicanti sono illegali, l’unità di polizia “blade runner” ha il compito di catturare quelli che vi si trovano, con lo scopo di procedere al loro “ritiro”, cioè eliminarli.
Il protagonista del film è Rick Deckard (Harrison Ford) ex poliziotto, ex cacciatore di replicanti, ex killer. Gli chiedono di rientrare in servizio nell’unità, per trovare e ritirare dalla circolazione quattro Nexus 6 in fuga dalle colonie. Consapevoli di essere degli androidi, hanno scoperto di avere un tempo limitato di vita (quattro anni) e che questo tempo sta per scadere.
Durante le indagini, Rick si innamora di Rachael (Sean Young), una replicante di ultima generazione, un esperimento all’avanguardia, perché non è consapevole di essere ciò che è.
La trama di Blade Runner è in equilibrio tra noir, fantascienza e filosofia
La trama del film parte da un intreccio fantascientifico, ma diventa il pretesto per riflettere su temi esistenziali universali: il senso della vita e delle esperienze che facciamo; la paura della morte e la voglia di sfuggirne; la costruzione dei ricordi.
Infatti, sei replicanti, capitanati da Roy Batty (Rutger Hauer) sono fuggiti da una colonia extra-mondo. Arrivano a Los Angeles allo scopo di entrare nella Tyrell Corporation, che li ha prodotti, perché sanno che la loro vita sta per scadere e vogliono che quella scadenza venga rimossa. Vogliono continuare a vivere. Due di loro, però, moriranno subito folgorati.
Rick dovrà dare la caccia prima a Leon (Brion James), sfuggito durante un test per il riconoscimento dei replicanti; poi a Zhora Salome, spogliarellista in un night club che muore durante la fuga; infine a Roy Batty e Pris (Daryl Hanna), i quali riusciranno ad introdursi nella casa del Dott. Tyrell, ingegnere e titolare dell’azienda produttrice, per ritardare la data della morte. Ma sarà tutto vano, anche per l’intervento di Rick Deckard, il quale nel frattempo decide di fuggire a sua volta con Rachael, a cui ormai ha rivelato la verità sulla sua condizione e che dovrà essere ritirata. La sua vita è al termine. Sempre che questo sia vivere, esclama Gaff (Edward James Olson), collega di Rick.
Le riflessioni esistenziali permeano il film con una costante malinconia, contribuendo a caratterizzarlo come un classico noir, così come il personaggio un po’ rude, un po’ fragile dell’alcolista Deckard e l’uso, nella prima versione, della sua voce narrante con i commenti alla Philip Marlowe.
Gli spunti filosofici sono un classico delle narrazioni distopiche e Blade Runner è, probabilmente, uno dei padri dei film di genere fantascientifico degli ultimi quarant’anni. Basti pensare anche solo alla saga di Matrix.
In questo caso l’approccio filosofico è un retaggio del romanzo di Dick, da cui Hampton Fancher e David Peoples hanno tratto la loro sceneggiatura. L’acme è il monologo finale del morente Roy, interpretato magistralmente da Rutger Hauer.
Perché Blade Runner è diventato un cult?
Come sempre, anche con Blade Runner, Ridley Scott riesce a mettere d’accordo profondità tematica e spettacolarità. Probabilmente sono questi i giusti ingredienti che hanno reso questo film un vero cult.
È il miglior film fantascientifico degli anni ’80 e il migliore di Ridley Scott, secondo Morandini, che sul film ha scritto che, dopo Metropolis di Fitz Lang, Blade Runner fu il primo film a proporre “un’immagine così suggestiva e terribile con la metropoli multirazziale, modernissima e decadente, ideata dall’artista concettuale Syd Mead e dallo scenografo L.G. Paull”.
L’atmosfera unica, poi ripresa da molte altre pellicole e serie TV (tra le ultime Altered Carbon), è merito in primis della fotografia di Jordan Cronenweth, premiata, tra l’altro con il premio Bafta. Tuttavia, in molti considerano essenziale anche la colonna sonora di Vangelis e gli effetti speciali di Douglas Trumbull.
Philip K. Dick, non convinto della prima stesura della sceneggiatura, quando vide un filmato di venti minuti con gli effetti speciali dichiarò entusiasta che il mondo creato per Blade Runner assomigliava esattamente a quello che aveva immaginato per il suo romanzo.
Nonostante il grande talento dei professionisti sopra nominati e l’innegabile fascino figurativo del film, l’Academy non riconobbe alcun premio Oscar né a Scott né agli altri.
Inoltre, all’inizio il film non ebbe neanche un grande successo di pubblico. Quindi, non si rivelò poi tanto vincente la scelta della produzione di imporre al regista Scott un finale consolatorio e la voce narrante del protagonista a legare e spiegare gli avvenimenti più enigmatici. Scott, infatti, avrebbe preferito lasciar parlare solo le immagini e i dialoghi, ma la produzione era preoccupata che il film fosse poco fruibile dal pubblico, che aveva sostanzialmente bocciato la versione del regista durante gli screen test preliminari all’uscita. Quindi, si imposero dei tagli per ridurre la durata entro le due ore e la voce narrante di cui sopra.
A costruire l’immortalità del film fu il pubblico di nicchia.
Poiché il film non era di facilissima fruizione, non fu un successo al botteghino all’inizio, Tuttavia, i cinefili e gli appassionati di fantascienza e del romanzo di Dick non mancarono l’appuntamento con il capolavoro di Ridley Scott e negli anni successivi il film circolò moltissimo in home video.
La presenza fin da subito di più di una versione della pellicola l’ha resa quasi un oggetto di studio per gli spettatori più nerd.
Infatti, è bene ricordare che di Blade Ranner esistono, ad oggi, sette versioni, che hanno reso sempre difficile ripercorrerne la trama e, soprattutto, capire una volta per tutte il vero dilemma della storia: il cacciatore di replicanti Rick Deckard è a sua volta un replicante? Nell’ambito della critica italiana, il più convinto di questa conclusione è stato Goffredo Fofi.
Già dall’uscita nel 1982 le versioni in circolazione erano due: la Domestic Cut per il mercato statunitense e l’International Cut per le sale del resto del mondo, che contiene scene ulteriori giudicate troppo violente per gli U.S.A. Queste versioni sono state precedute dall’originale Workprint Version, bocciata dagli spettatori degli screen test e da una versione ancora diversa proiettata solo una volta a San Diego nel maggio 1982 e conosciuta come San Diego Sneak Preview.
Il finale nella versione International Cut era stato totalmente stravolto, risultava sbrigativo rispetto al resto della narrazione – con cui si contraddiceva – e non ha mai convinto il pubblico che continuava a vedere e studiare il film.
Oggi questa versione è considerata non canonica, anche se ancora a disposizione sulle piattaforme streaming, perché non rispettosa dell’intenzione artistica degli autori, Ridley Scott per primo.
La versione definitiva e i sequel
Prima di arrivare alle versioni definitive approvate da Ridley Scott, Blade Runner subì ulteriori tagli nel 1986 per essere trasmesso in televisione negli Stati Uniti (la U.S. Broadcast Version).
Finalmente nel 1991 a scegliere dove tagliare la pellicola è stato chiamato il suo regista e l’anno dopo è uscita la versione conosciuta come Director’s Cut, che per la gioia dei fan ha eliminato la voce fuori campo e il conseguente effetto “spiegone”, che oggettivamente stonava. È stato modificato il finale in modo consono alla narrazione e aggiunta la scena del sogno dell’unicorno, che è considerata una delle chiavi principali per capire la vera natura del protagonista.
Infine, nel 2007 viene rilasciata la versione Final Cut, presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, molto simile a quella del 1991, migliorata negli effetti speciali e nell’aspetto cromatico.
Blade Runner è un film talmente cult che ne sono usciti degli anime e un sequel, Blade Runner 2049, diretto da Denis Villeneuve, di cui forse non si sentiva davvero l’esigenza.
Tornerà, forse, a dirigere i cacciatori di androidi Ridley Scott, in alcuni episodi della serie TV Blade Runner 2099, che sarà prodotta da Prime Video e ambientata 50 anni dopo il film del 2017.
3 motivi per guardare il film:
per il monologo di Rutger Hauer;
perché è un capolavoro che ha influenzato esteticamente ogni film di fantascienza girato successivamente;
per le atmosfere notturne in cui è ambientato.
Quando vedere il film:
in un pomeriggio o una serata di pioggia, per sintonizzarvi sull’ambientazione del film e immergervi meglio nella sua atmosfera
Stefania Fiducia
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»
Dopo tanta attesa finalmente arriva su Amazon Prime VideoThe Wilds 2, la seconda stagione delsurvival teendrama in cui un gruppo di ragazze viene dirottato con l’inganno su un’isola deserta per verificare il loro percorso di emancipazione.
Il trailer
La trama
Dietro il progetto dell’Alba di Eva c’è Gretchen Klein, una donna che vuole rivoluzionare la questione di genere una volta per tutte, dimostrando che le donne sanno sopravvivere e fare squadra molto meglio degli uomini. Parallelamente a questo progetto – che abbiamo seguito nella prima serie – nella seconda abbiamo la conferma che ne sia andato avanti un’altro, ovvero Il Tramonto di Adamo.
Nella seconda stagione, quindi, non solo scopriamo cosa è successo nell’isola delle ragazze dopo l’attacco dello squalo, ma iniziamo a seguire anche le disavventure del gruppo di ragazzi. La storia ondeggia tra presente, passato prossimo e passato remoto. Da un lato, infatti, proseguono le interviste a ragazze e ragazzi dopo l’esperienza traumatica, dall’altro c’è la linea temporale dell’isola, a cui si aggiungono i flashback della “vita precedente” per inquadrare psicologicamente i personaggi.
Non è una serie solo per “teen”
Nei due gruppi ci sono varie categorie, varie “maschere” potremmo dire: questi profili consentono di analizzare molti aspetti attualmente protagonisti della società: per citarne alcuni, il dissidio tra religione e omosessualità, il bullismo, l’abbandono, la solitudine. Anche dal gruppo dei ragazzi possiamo imparare molto sul tema della violenza, tanto psicologica quanto fisica, sia come carnefici che come vittime. Prima regola, quindi, valida anche nella prima stagione: mai farsi ingannare dalle apparenze. Sicuramente il ritratto goliardico dei “maschi in gruppo” non deve distogliere l’attenzione dall’indagine psicologica, che ineluttabilmente torna sempre in primo piano. Quello che mi piace della serie è proprio lo sviluppo dei personaggi e l’analisi chirurgica delle personalità: il più delle volte i protagonisti sanno tirare fuori lati (più o meno spiacevoli) totalmente inaspettati.
Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere
Se dovessimo evidenziare delle differenze tra i due gruppi, quello che sembra evidente è che il gruppo dei ragazzi si unisce subito ma molto superficialmente. Le ragazze, invece, seppur più lentamente, creano una vera e propria “comunità”, complice anche il fatto di essere rimaste più tempo sull’isola rispetto ai ragazzi (50 giorni VS 34). Quello che è chiaro è il voluto risalto dato al personaggio di Leah, proprio come esempio di donna che comprende le proprie debolezze e le usa a suo vantaggio per diventare l’effettiva leader dei sopravvissuti. Non si può dire lo stesso di qualche ragazzo: attualmente sono emerse varie personalità, ma nessuna ha avuto lo stesso risalto di quella di Leah, o quantomeno una speculare evoluzione.
Una terza stagione in cantiere (spoiler alert)
Il finale della seconda stagione lascia prevedere che ce ne sia una terza, ve lo anticipo. Ma questo è solo un motivo in più per vedere una serie che ha ancora molto da svelare sull’animo umano! In questa terza serie con molta probabilità i due gruppi dovranno unire le forze per riuscire a sopravvivere. Ma è tutto calcolato, nonostante le apparenze e i giochi di potere: sta per avere inizio la fase tre dell’esperimento.
Curiosità
In memory of Jamie ( n.d.r. Tarses)
La produttrice della serie è morta nel 2021, per questo la sua memoria viene omaggiata nella seconda serie.
La canzone di IT
Nella scena in cui i ragazzi giocano insieme sulla spiaggia, la canzone di sottofondo è “It’s all right” degli Impressions, lastessa della scena di IT 1990 in cui il club dei perdenti si diverte a costruire la diga. Un’omaggio all’amicizia?
La scena di Matrix
In un sogno di una delle ragazze, viene omaggiato anche Matrix con una scena piuttosto esilarante: la scelta della pillola blu o rossa sotto forma di caramelle gommose.
Per chi non conoscesse i fratelli De Filippo è possibile rimediare grazie al film Rai che racconta la loro storia fino ai primi esordi.
La storia dei fratelli De Filippo è nota a tutti. Il modo più adatto per scoprirla, per chi non la conoscesse, è certamente con la visione del film I fratelli De Filippo, candidato anche ai David di Donatello.
Il film documentario vanta un cast di talento e quasi tutto napoletano. Gli attori si riprendono i loro meriti con le loro interpretazioni, riscattando il cinema napoletano dallo stereotipo dell’attore-macchietta.
A tal proposito, Biagio Izzo merita una menzione particolare, dimostrando che il suo talento va ben oltre la sola comicità. Neanche in una scena ha dato l’idea di essere poco credibile nel suo ruolo.
La stella del film è Mario Autore
La somiglianza con Eduardo De Filippo, nell’aspetto e soprattutto nella voce è allucinante. O forse bisognerebbe dire “da allucinazione”, perché sembra davvero che ad interpretare il giovane Eduardo ci sia egli medesimo.
In I fratelli De Filippo, film disponibile su Rai Play, si illustra la storia dei tre fratelli dal ricongiungimento di Peppino, il più piccolo, con la madre, Eduardo e Titina, fino alla loro prima rappresentazione di Natale in casa Cupiello.
Nel film si capiscono bene le dinamiche tra Eduardo e Peppino, e i caratteri dei tre fratelli, che poi prenderanno strade diverse.
Nel film, Eduardo De Filippo ha molto spazio: la sua creatività si palesava già, insieme alla sua intraprendenza, che stimolava la sua voglia di avere uno spettacolo tutto suo, totalmente slegato dallo stile teatrale e dalla compagnia degli Scarpetta, padre e fratellastro.
Mi sarebbe piaciuto vedere di più su di loro, benché sia pur vero che raccontare i primi anni della loro carriera, con tutte le difficoltà incontrate, richiede spazio nella pellicola.
La realtà è ben altra
I fratelli De Filippo meritano più di un solo film per raccontare la loro storia. Servirebbe una trilogia o una serie tv, esattamente come avviene per altri personaggi storicio dello spettacolo.
Almeno, però, abbiamo i loro film e le loro opere da goderci.
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
L’ultima puntata di Ulisse si è conclusa con il più lontano viaggio nel passato di questa stagione. Per indagare sull’uomo di Neanderthal e la sua scomparsa, Alberto Angela ci ha fatto scoprire la vita di questo ominide di 60 mila anni fa.
Prima della venuta dell’homo Sapiens dall’Africa, in Europa e in parte dell’Asia e del Medio Oriente, esisteva questo piccolo uomo dalle caratteristiche fisiche un po’ diverse dalle nostre.
Si sa poco ancora delle usanze di questo nostro lontano parente e possiamo fare solo molte ipotesi.
Ad esempio, non sappiamo se avesse delle usanze legate alla morte, come le abbiamo noi. Questo dubbio è nato dall’analisi dei pollini trovati su uno scheletro.
Un altro grande mistero dell’uomo di Neanderthal è il cannibalismo.
Per quali ragioni lo praticavano? Era legato ad un rito funebre o un altro in particolare? Era legato a un sacrificio, a un valore simbolico o per nutrimento?
Grazie all’archeologia è stato scoperto che non erano dei feroci cacciatori cavernicoli, e che avevano una certa sensibilità.
Dalle analisi e dagli scavi archeologici effettuati nelle zone in cui sono stati rinvenuti resti dell’uomo di Neanderthal (o suoi antenati), si è constatato che la sua presenza sia durata circa 350 mila anni.
Il Neanderthal non era la sola “razza” di uomo presente nel mondo, prima dei Sapiens.
In altre parti c’erano altri uomini, e anche loro sono scomparsi. Alcuni di loro sono l’homo Erectus, l’uomo di Flores e l’uomo Drago.
Il DNA ha svelato che i Neanderthal non si sono proprio estinti, perché circa il 2% del del genoma delle popolazioni al di fuori dall’Africa viene dall’unione di alcuni Neanderthal con altri Sapiens.
Per tantissimi anni, dai 5 ai 10 mila anni, infatti, le due specie di ominidi hanno convissuto.
Alla fine, però, solo l’uomo Sapiens è sopravvissuto, dando origine alla nostra specie sul pianeta. L’uomo di Neanderthal è come scomparso nel nulla e la domanda che ha sempre accompagnato gli studiosi è stata Perché l’uomo di Neanderthal si è estinto?.
La vera domanda da porsi, secondo Jean-Jacques Hublin, è “Come ha fatto l’uomo Sapiens a far sparire gli altri gruppi?”.
Noi europei non discendiamo nemmeno da quei primi gruppi di Sapiens che hanno convissuto coi Neanderthal per qualche millennio; noi proveniamo dai Sapiens arrivati più tardi in massa.
La nostra specie è il frutto di varie popolazioni africane, che si sono mescolate e aumentato la variabilità genetica, facendo fare il resto all’evoluzione e alle condizioni climatiche.
Tutte queste importanti conoscenze su questo essere umano non si sarebbero potute avere se non fosse stato per la scoperta di resti umani atipici, diversi dai nostri, che hanno concesso di studiarlo meglio, e di saperne di più anche sui primi Sapiens che hanno popolato il mondo.
Proprio quei primi Sapiens sono gli artisti di tante figure di animali affrescate, per di più con tecniche all’avanguardia: sfumature, prospettive e tratti usati in epoca moderna.
Ambra Martino
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Questa parola simboleggia lo spazio virtuale in cui avvengo le interazioni e gli scambi tra gli utenti. Le persone reali, tramite l’utilizzo di avatar digitali, potranno interagire e vivere una vera e propria seconda vita. Un’idea simile, ma senza l’implementazione della tecnologia VR (Virtual Reality), è quella del progetto Second Life, nato del 2003, che propone un mondo digitale esplorabile e condivisibile con altri utenti, dove possono essere attuate tutte le azioni del mondo reale, dal lavoro al divertimento. I più lungimiranti intravedono nel meta-verso la nuova frontiera dell’insegnamento e della comunicazione. Le implicazioni nella didattica possono essere molteplici. Immaginate di poter usare un laboratorio virtuale in cui gli studenti possono apprendere da esperienza diretta le competenze scientifiche necessarie per completare la loro istruzione.
E-learning e meta-verso, un’opportunità per il futuro?
Ricorrere all’uso dei mondi virtuali per l’interazione modificherà e rinnoverà gli equilibri già esistenti, in particolar modo nel settore dell’apprendimento? Cross e colleghi (2007) hanno elencato una serie di possibili vantaggi fra i quali: una motivazione intrinseca più elevata, data dalla dimensione ludica, il flusso d’informazioni più diretto, la possibilità di ripetere qualcosa in tempo reale in caso di mancata comprensione e il poter partecipare più attivamente al processo d’apprendimento. Questi vantaggi saranno ulteriormente supportati dalla co-presenza “fisica” possibile all’interno dei mondi virtuali, andando perciò oltre l’approccio asincrono tipico dei tutorial online e delle lezioni videoregistrate. È questo aspetto, spesso sottovalutato, a rappresentare il valore aggiunto forse più interessante del metaverso, assieme a quello di poter sviluppare nuove e più evolute comunità d’apprendimento (Beamish, 1995).
La necessità di nuove competenze relazionali
Abbiamo evidenziato le potenzialità insite nel novello Web 3.0 e nel meta-verso. L’implementazione di avatar, o proiezioni olografiche, nell’esperienza del meta-verso modificherà plausibilmente anche un elemento fondamentale della comunicazione, ossia il linguaggio del corpo. È grazie ad esso che l’uomo è in grado di interpretare gli stimoli sociali anche prescindendo dall’idioma utilizzato per parlare. Pensate, per esempio, a quando viaggiamo e non conosciamo la lingua del posto in cui andiamo, tendenzialmente ci esprimeremo a gesti, i più arditi tentano anche di riprodurre i suoni della lingua che ascoltano, esattamente come fanno i bambini quando apprendono.
Il buon comportamento: questioni di “Metiquette”
Nei fatti, nel metaverso torneremo plausibilmente ad essere bambini e quindi ad apprendere nuove forme di relazionalità, così come ad esprimerci in maniera socialmente competente, utilizzando tutto il nostro corpo, o quantomeno una sua proiezione virtuale. Nel mondo di cui abbiamo fatto particolare esperienza durante la pandemia, ossia quello dell’e-learning attuale, la modalità di interazione non valorizza particolarmente le competenze relazionali non avendo poi molti modi di esprimerle. Nel metaverso anche per i più grandi alla fine sarà come “tornare di nuovo a scuola”. Dovranno apprendere di nuovo ciò che si può e non si può fare. Chissà a questo punto chi sarà il primo a coniare il termine “Metiquette” per indicare il buon comportamento di un utente nel metaverso? Ops, a quanto pare siamo stati noi!
A poco più di un mese dal primo tour negli stadi Marco Mengoni pubblica No stress, l’ultima canzone inedita.
Il singolo si ascolta in loop, per il suo ritornello orecchiabile e per il ritmo incalzante che cattura subito. Forse è un inedito fatto uscire proprio in vista delle date estive e, quantomeno non ha un testo così scontato come Lo stadio di Tiziano Ferro.
Il video
A onor del vero, il testo di No stress, un po’ in italiano e un po’ in inglese, è confusionario e sembra non avere senso. Dà quasi l’impressione di essere un flusso di coscienza della mente distratta e sovrappensiero di Mengoni.
Si intuisce un po’ dalla frase “Santa Britney liberata” che, oltre a mandare in visibilio i fan, fa riferimento alla vittoria di Britney Spears sulla sua famiglia per la sua custodia.
La parte più intrigante è l’introduzione al ritornello, che crea uno stacco dalla canzone per anticipare la strofa “Ehy Baby, no stress…”. La canzone ha i presupposti per diventare una hit ed è l’ennesima prova che le canzoni di Mengoni non sono solo per piangere.
Chi ha assistito a un suo concerto lo sa molto bene.
Lo staff di Marco Mengoni ha anticipato l’uscita di No stress, l’ultima canzone, con una promozione davvero singolare e all’ultima moda.
Dodici ore prima l’uscita del singolo sulle piattaforme di musica in streaming, i fan hanno potuto accedere nel metaverso di Nemesis, in cui hanno partecipato a un quiz e hanno potuto godere di alcuni contenuti multimediali sul cantante.
I vincitori del quiz su Nemesis hanno ottenuto un biglietto virtuale che gli ha consentito di partecipare a una corsa nel metaverso; i vincitori avranno in premio la possibilità di incontrare Mengoni.
Dai profili Sony è stato possibile compilare un questionario per essere scelti per un altro evento, questa volta nella nostra realtà, per dipingere o disegnare insieme a Marco, che ha frequentato l’istituto d’arte e si dedica alla pittura.
L’evento, come quasi tutti gli altri organizzati da Mengoni e dal suo staff negli ultimi 5 anni, si è svolto a Milano. Questa volta, però, i fan non si sono limitati a ingoiare il rospo come le altre volte ed è scoppiata la polemica, perché nel modulo bisognava spuntare la casellina alla domanda “hai il domicilio in Lombardia”.
La cosa ha fatto indignare molto i fan che si sono sentiti giustamente discriminati. Se un fan di Santa Maria di Leuca ha la possibilità di partecipare all’evento, perché escluderlo solo per il suo domicilio?
I fan di Mengoni si sono chiesti di chi sia la responsabilità, se della Sony o del suo staff. A Marco Mengoni comunque si perdona tutto, perché il rapporto dell’artista coi fan rimane stretto e colmo d’affetto. A mezzanotte, appena uscito il nuovo singolo, il suo fandom era pronto su Twitter a commentare e a festeggiare No stress con l’hashtag #MengoniNoStress.
Mi sono imbattuto l’altro giorno in questa frase sentita di sfuggita:
“La comicità di Totò era impareggiabile, è stato il più grande comico!”.
E mi sono trovato da principio d’accordissimo, salvo poi riflettere, e cambiare parere. Non ero più d’accordo, perché, proprio come in un film di Totò, mi son sentito travolto in prima battuta da allegria, ed in seconda battuta, da tristezza.
Totò non era un comico da ridere e basta, una macchietta, un giullare. Chi pensa questo non ci ha capito nulla.
Totò era ben altra cosa rispetto al semplice sorriso.
In ogni suo (e dopo ci soffermeremo sul perché di questo “suo”) film vi è sempre un significato nascosto e profondo che ogni spettatore dovrebbe cogliere. Non ci si deve fermare all’iniziale comicità, altrimenti non si è spettatori, ma semplici occhi che lasciano alle immagini e al suono la possibilità di riflettersi.
La comicità era impareggiabile, questo è fuor di dubbio, però Totò non era soltanto il più grande comico. Non è un caso se al di fuori della scena troviamo, da quel che si dice e da quello che ha lasciato intravedere, una persona totalmente differente rispetto al personaggio conosciuto da tutti.
Se poi entriamo nel dettaglio, anche qui c’è il rischio di incepparsi: era un personaggio? Chi può dirlo? L’uomo era una cosa, l’attore un’altra. O forse no? Chissà.
Spingendoci fino in fondo possiamo sicuramente notare un sottile filo comune tra il Totò uomo, così apparentemente diverso dall’idea che ognuno si è fatto di lui, e il Totò attore, visto nell’ottica più profonda e meno superficiale.
Si potrebbe obiettare (e qui a spiegare quanto di cui sopra) che il velo di serietà o, se vogliamo, di tristezza, oppure ancora, di riflessione sulla vita umana potrebbe non essere propriamente dettato da Totò ma dai vari registi che si sono alternati nei film. Per smontare tale congettura si provi a mettere qualsiasi altra figura al posto dell’unico e solo protagonista di questi film per vederne i risultati.
Si provi a comprendere perché i registi gli davano carta bianca, assecondando il suo noto metodo di recitare a braccio, quasi senza copione.
Capite perché ogni film è stato suo nel senso più intimo del termine?
Di seguito uno stralcio di una testimonianza di Franca Faldini, compagna di Totò negli anni 50, riguardo la collaborazione con Pasolini in “Uccellacci e uccellini” del 1966, a riprova della tesi in analisi.
“Basti sapere che si davano del tu, e Antonio non ha mai permesso ad alcuno di trattarlo con confidenza; vinta la prima diffidenza, quel senso di inferiorità che lui nutriva sempre nei confronti della cultura, i loro rapporti furono di grande stima. E da parte di Totò di grande soddisfazione. -Finalmente mi sento compreso- diceva”.
Trovare comprensione esclusivamente dopo una collaborazione con un altro genio non è un lavoro da attori che hanno il solo scopo di intrattenere la platea, tutt’altro: è segno di una profonda ricerca verso se stessi poiché incompresi dai più. E questo conferma il non poter essere unicamente di dominio pubblico, di massa.
Questo conferma che Totò era arte. Fresca, limpida, pulita. Era questo: far piangere col sorriso e far sorridere con una lacrima.
Proponiamo di seguito degli esempi come traccia tangibile.
Dal film “Un turco napoletano” del 1953 la frase: “Ho paura, quello è un deputato!”.
La chiamiamo ironia? Sì, ma dal sottilissimo velo pungente che è proprio il motore che spinge a riflettere. Sembra una battuta, la recita in un contesto apposito ma è tutt’altro che allegra se si va più nel profondo.
E ancora, emblematica la famosissima scena in “Toto e Peppino e…la malafemmina” del 1956 con i due protagonisti appena giunti a Milano che interrogano il vigile. La scena è senz’altro comica ma è di un tragico non indifferente.
Un tragico celato a meraviglia dalla spettacolare grandezza dei due, un tragico che è un chiarissimo testamento sociale di denuncia nei confronti di quel Sud che non sa e non vuole uscire da se stesso.
Potrei andare avanti, ma credo possa bastare così.
Allora chiudiamo con una domanda spontanea, lecita: “E se oggi ci fosse Totò?”
Beh, quel che è certo è che oggi servirebbe, tantissimo! O forse no.
No, ritratto, non servirebbe: Totò ci è servito quando c’è stato, oggi sarebbe certamente una meteora in questo mondo vuoto privo privato ed effimero, in questo presente di nulla sarebbe quasi, addirittura, fuori luogo.
Distaccandoci da un discorso nostalgico nei confronti degli anni passati, è più che mai evidente che la cultura di oggi manchi di un personaggio di spessore, ma Totò era al di là dello spessore.
Perciò prendiamoci quel Totò, del suo tempo: rivediamolo, trasmettiamolo per ore e ore in tv piuttosto che far vedere di continuo i soliti talent, le solite uguali puntate di programmi triti e stritolati.
O forse di nuovo no, dai.
Lasciamo a Cesare quel che è di Cesare: se in tv Totò viene trasmesso, salvo nei giorni di ricorrenze, sui canali così “lontani dai principali” ci sarà un motivo e quel motivo è lo spettatore, che non è mai un osservatore.
Sono antitetici.
Lo spettatore si aspetta qualcosa, l’osservatore va a cercare qualcosa.
Lo spettatore non ha bisogno di Totò, perché al massimo si fa due risate senza capirne altro e preferisce lasciarsi guardare dai conduttori televisivi che come estenuanti repliche si ripetono esattamente identici da anni.
E un po’, a quanto pare, l’aveva capito anche lui:
“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però, per venire riconosciuti in qualcosa, bisogna morire.”
No, Totò sta bene dove è stato, nel contesto, nel tempo, nella storia.
È una figura mai nata e mai morta, che non ha bisogno di un tempo o di esser collocato poiché unico, inimitabile ed irripetibile. Potete starne certi: nonostante tutto Totò oggi c’è ancora; a teatro, al cinema, in tivù, dovunque!
Titolo originale: Stagecoach Regista: John Ford Sceneggiatura: Dudley Nichols Cast Principale: John Wayne, Claire Trevor, Andy Devine, Thomas Mitchell, John Corradine, Louise Platt, Donald Meek, Berton Churchill, George Bancroft Nazione: USA
Ci sono film che, inserendo qualche ingrediente in più, hanno cambiato completamente il genere d’appartenenza: tra questi c’è sicuramente Ombre rosse di John Ford del 1939.
La trama
Siamo nel 1880. Da una piccola cittadina dell’Arizona parte una diligenza diretta verso i territori del Nuovo Messico. A prendere parte del viaggio ci sono Lucy Mallory (Platt), intenta a raggiungere il marito ufficiale di cavalleria; il mite venditore di alcolici Samuel Peacock (Meek), la prostituta Dallas (Trevor) e l’alcolizzato dottor Boone (Mitchell), entrambi cacciati via dalle dame della “lega della moralità”; il giocatore d’azzardo Hatfield (Corradine) e Rapahel Gatewood (Churchill), banchiere in fuga con il denaro della sua stessa banca. Oltre a loro, il postiglione Buck (Devine) e lo sceriffo Wilcox (Bancroft), che segue la diligenza poiché vorrebbe catturare il fuorilegge Ringo (Wayne), un uomo in cerca di vendetta degli assassini di suo padre e suo fratello.
La diligenza si muove e, anche dopo aver incontrato Ringo e preso in custodia, si ritrova a dover affrontare un viaggio nel deserto con l’imminente minaccia da parte della tribù indiana di Geronimo. Le personalità si scontrano, i caratteri si parlano, mostrando onesti furfanti e malefici galantuomini. Vedranno battaglie, battute, abbandoni, morti e nascite. Una volta arrivati a Lordsburg (meta finale della diligenza), il destino raggiunge tutti, facendo avere ad ognuno la fine che merita.
La rivoluzione nella trama
Tratto dal racconto La diligenza per Lordsburg di Ernest Haycox, Ombre rosse segna il ritorno al genere western di John Ford dopo 13 anni di lontananza. Molto però è cambiato dai tempi di I tre furfanti, in primis la sua esperienza. Ha vinto un Oscar per la Miglior Regia nel 1936 con una pellicola drammatica (Il traditore), ma anche affrontato altri diversi generi come quello storico (Maria di Scozia). Nel racconto di questa pellicola, Ford è un regista che non vuole più farsi notare ma aggiungere qualcosa di nuovo, iniziare a fare veramente la differenza.
Già nella trama, si comincia a intravedere la vera novità. Per la prima volta nella storia del Cinema, in un film western non ci si sofferma solo sui duelli o la corsa all’oro, ma sui conflitti sociali.
Gli standard e i cliché del genere vengono rispettati: la corsa con gli indiani, la storia d’amore, le varie sparatorie, la voglia di una nuova vita. Il regista non ne usa uno solo però, li unisce e crea anche dei personaggi che diventeranno dei veri e propri stereotipi dei western. I loro confronti, le loro dinamiche e quella trama nuova permettono ad Ombre rosse di diventare un vero e proprio cult, tanto da far rivalutare completamente il genere, prima considerato quasi di serie B.
La rivoluzione tecnica
Rispetto ai vecchi standard, Ombre rosse di John Ford rivoluziona anche la tecnica e il gioco della telecamera. Campi e controcampi si alternano come vuole il gioco classico della costruzione filmica di quei tempi; ma ci accorgiamo che Ford, per donare più linearità alla trama e attenzione alle dinamiche dei personaggi, usa una tecnica che per l’epoca può sembrare un errore, ma in realtà è tutt’altro: lo scavalcamento di campo.
Pensiamo alla scena della stazione di posta, dopo il furto dei cavalli, quando Dallas ha in braccia la piccola con Rigo vicino a lei. L’uomo vede Dallas da sinistra a destra, la quale guarda nelle stesse direzioni, quasi sembrando sia di spalle.
I vari livelli di interpretazione
Molti e molti saggi hanno provato a dare una forma d’interpretazione ad Ombre rosse. Marc Ferro, in un saggio del 1980, ad esempio, lo paragona alla Storia, non solo intesa come quel periodo vero e proprio; ma anche come (cito) “fonte” ed “agente” della storia, poiché ci aiuta anche ad analizzare la società cinematografica americana post-new deal, nel momento stesso in cui la sta cambiando.
Quelle che a mio avviso sono da considerare e meno scontate sono legate al genere cinematografico e al rapporto con l’etnie.
Il primo è l’esaltazione di come la pellicola riesca, nonostante l’appartenenza ad un genere specifico, quale il western, riesca ad unirne altri molto noti. Primo fra tutti, quello romantico. Si aggiunge poi quello che è diventato uno dei classici dei film americani, cioè il road movie, cioè i film sul viaggio.
La seconda invece è forse più legata alla xenofobia. Impossibile non notare la cattiva rappresentazione di indiani e messicani: i primi seguono la tradizione negativa dei western, che li vede come figure senza anima; mentre i secondi vengono descritti come abili ladri, capaci di rubare cavalli mentre altri suonano ed “incantano” i ricchi yankees.
Premi e riconoscimenti
Ombre rosse concorse agli Oscar nel 1940. Un anno importante, dove Victor Fleming, in qualità di regista, concorse con Via col vento che si aggiudicò 8 statuette, tra cui quello alla prima attrice afroamericana; e con Il mago di Oz, che ne vinse 2 lanciando anche una delle più grandi star di Hollywood, quale Judy Garland.
Il film di John Ford era candidato per 7 Oscar, vincendone 2, quali la Miglior Colonna Sonora e il Miglior Attore Non Protagonista a Thomas Mitchell, il quale vinse la statuetta per questa commedia e non in qualità di padre di Rossella O’Hara.
3 motivi per vedere il film
Thomas Mitchell, drammaticamente comico in uno dei suoi ruoli più iconici
Berton Churchill, in una parte…così opposta a lui
Sentire dalla bocca di Louise Platt, durante l’inseguimento tra gli indiani e la diligenza, una delle frasi più note della cinematografia
Quando vedere il film
È il classico film da cineforum: è da studiare, da capire. Non è il classico film western, ma è la nuova vita dei Film Western. Pomeriggio, con pop corn.
Francesco Fario
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Dopo la presentazione del 15 aprile al De Nieuwe Kerk di Amsterdam, il “World Press Photo 2022” arriva al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Fino al 12 giugno.
Sin dal 1955 il “World Press Photo” è l’ambìto premio che riconosce i meriti dei migliori fotogiornalisti da tutto il mondo. Un’occasione per ripercorrere, attraverso le immagini, temi e momenti più salienti dell’anno precedente ma anche una raccolta che spinge chi guarda a interrogarsi sullo stato della società e del pianeta.
Come funziona il “World Press Photo 2022”
Giunto alla sua 65° edizione, il “World Press Photo 2022” ha valutato i lavori di 4.066 fotografi provenienti da 130 Paesi, per un totale di 64.823 foto e progetti. Innanzitutto le giurie regionali hanno selezionato 4 categorie – Singole, Storie, Progetti a lungo termine e Open Format – per ciascuna zona mondiale: Africa, Asia, Europa, Nord e Centro America, America del Sud, Sud Est asiatico, Oceania. La giuria globale ha poi stabilito i 24 vincitori regionali e, tra questi, 4 vincitori finali.
I vincitori del “World Press Photo 2022”
La vincitrice del World Press Photo of the year è Amber Bracken, fotografa canadese per il New York Times. Per la prima volta ad aggiudicarsi questo titolo è una fotografia che non ritrae persone: si tratta, invece, di una fila di abiti appesi a delle croci di legno. Il titolo “In ricordo dei bambini indigeni morti presso la Kamloops Indian Residential School” contribuisce a denunciare una storia poco conosciuta: quella dei piccoli scomparsi all’interno di una delle tante scuole canadesi nate per costringere all’integrazione gli indigeni più giovani. Lo scatto si riferisce al rilevamento di 215 tombe non contrassegnate, che potrebbero riferirsi ad alcuni dei bambini che frequentavano la scuola e svanirono senza lasciare traccia.
I premi delle restanti 3 categorie hanno un elemento in comune: l’indagine sull’impatto ambientale. Matthew Abbott si guadagna il World Press Photo Story of the Year con “Saving Forests with Fire”: progetto realizzato per il National Geographic/Panos Pictures che illustra come gli aborigeni australiani usino una pratica nota come combustione a freddo, che consiste nel bruciare residui vegetali del sottobosco per evitare l’eventuale sviluppo di fiamme di più vaste dimensioni.
Matthew Abbott Australia, per National Geographic/Panos Pictures – “Saving Forest with Fire”
Il World Press Photo Long-Term Project Award va, invece, al brasiliano Lalo de Almeida, con “Amazonian Dystopia”: una denuncia circa lo stato della foresta pluviale amazzonica, in particolare a causa delle politiche del presidente Bolsonaro. Per il World Press Photo Open Format Award, riservato a chi utilizza anche altri media, è stata scelta l’ecuadoriana Isadora Romero: il suo video “Blood is a Seed (La Sangre Es Una Semilla)” si concentra sulla scomparsa dei semi legata alla migrazione forzata, passando per la colonizzazione a cui corrisponde la perdita di conoscenze ancestrali. Infine una menzione d’onore per l’italiana Viviana Peretti per “A portrait of Absence”: nove anni di documentazione fotografiche sulla vita delle famiglie colombiane che sperano nel ritorno dei propri cari spariti nel nulla.
Nonostante alcune novità, come l’ammissione in concorso di una realtà fotografica manipolata purché ciò sia dichiarato, il “World Press Photo 2022” si fa notare per una certa monotonia. Un focus sull’origine dell’attuale situazione ucraina, a partire dal conflitto in Dombass del 2014, e la scelta di premiare come foto dell’anno uno scatto tutto sommato abbastanza retorico, con tanto di arcobaleno sullo sfondo, non aiutano. Secondo chi scrive avrebbe meritato di più la palestinese Fatima Shbair, con i suoi bambini che si radunano alla luce di alcune candele a Beit Lahia, Gaza, dopo una protesta. Così come il reportage significativo e un po’ pop dell’Argentina Irina Werning che ha come oggetto Antonella: una ragazzina di 12 anni di Buenos Aires che giura di tagliarsi i lunghissimi capelli solo dopo aver potuto riprendere le lezioni scolastiche in presenza.
Irina Werning – Allestimento reportage
Perché visitare la “World Press Photo Exhibition 2022”
Ideata dalla World Press Photo Foundation di Amsterdam, promossa da Roma Culturee organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography, la “World Press Photo Exhibition 2022” presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma raccoglie le 122 foto finaliste del prestigioso concorso ed è capace di informare e stimolare lo spettatore.
Cristian Pandolfino
Foto in evidenza: Amber Bracken for The New York Times | Singles, North and Central America, foto dell’anno dell’edizione 2022 del World Press Photo
Scopri le ultime edizioni del World Press Photo Exhibition
Un uomo, la Storia mondiale e il mese di maggio: di chi potevamo parlare se non di…Napoleone Bonaparte?
Lui, il generale che ha cambiato le sorti d’Europa, diventando protagonista della prima fase della Storia Contemporanea, tanto da essere definita età napoleonica. Difficile catalogare bene la presenza e l’ispirazione che l’imperatore ha dato sulle scene. Ogni tanto è stato protagonista di spettacoli di burattini o di marionette.
Indice
La puntata del Podcast su Napoleone
I più pigri possono cliccare play e lasciarsi accompagnare dalla voce di Francesco Fario in questa puntata di Backstage.
Gli spettacoli simbolo di una satira di costume o di potere
Nei primi del ‘900 abbiamo alcuni esempi: pensiamo a Totòche nel suo ultimo spettacolo del ’56 A prescindere, si vestiva da Napoleone. Nel mondo del varietà invece, un altro grande nome ha dedicato un monologo a Napoleone: Ettore Petrolini. Anche nel mondo dell’avanspettacolo un altro attore gli dedicò un pezzo e questi era Renato Rascel. Da questo monologo del ’50, nacque l’omonimo film del 51, che vide come interpreti lo stesso Rascel, Marisa Merlini, Carlo Ninchi e Raimondo Vianello.
Renato Rascel in “Napoleone”, con Carlo Ninchi
Campo di Maggio (1935)
Sorte analoga, ma dallo spirito propagandistico, toccò allo spettacolo Campo di maggio del 1935, di Giovacchino Forzano, narrante gli ultimi 100 giorni di Napoleone. Lo spettacolo quell’anno divenne film, diretto dallo stesso Forzano. Sempre di questo autore, ma solo collegabile all’imperatore, è Don Buonaparte: un testo curioso, narrante lo zio di Napoleone, parroco in un paesino toscano, che vede l’avvicinarsi dell’arrivismo e dell’ipocrisia, nel momento in cui il nipote gli offre la porpora cardinalizia.
La commedia musicale francese
Tra i più recenti omaggi a Napoleone a teatro è l’omonima commedia musicale francese. Su un libretto di Serge Lama, le musiche di Yves Gilbert e la regia di Jacques Rosny, lo spettacolo narra la vita dell’impertatore e vide la prima messa inscena il 20 settembre 1984. Tra gli interpreti principali, lo stesso Lama nel ruolo di Napoleone e Christine Delaroche in quello di Giuseppina.
Madame Sans-Gene (1893)
Il più celebre spettacolo teatrale con Napoleone personaggio (e non protagonista) è Madame Sans-Gene, di Victorien Sardou, del 1893.
Questa è la storia di una lavandaia, Cathrine, dal carattere schietto, sposata con un maresciallo dell’impero napoleonico, il conte Lefebvre. Durante un ricevimento, la donna sgriderà le sorelle Bonaparte, per la loro albagia ingiustificata, date le loro umili origini. La cosa farà infuriare…lo stesso Napoleone. Nel 3° atto, la contessa e l’imperatore hanno un’accesa e divertente discussione, dove la donna non solo ricorda la sua devozione al sovrano, ma anche quanto questi, ai tempi del caporalato, aveva dei debiti di stiratura e lavaggio mai saldati.
Spettacolo poco conosciuto dai molti, ebbe il primo adattamento italiano nel 1900 al Teatro Goldoni di Venezia, con Viriginia Reiter nei panni della contessa. Il più noto rimane l’adattamento del ’58, avvenuto al Teatro Manzoni di Milano, con la regia di Giacomo Vaccari ed Elsa Merlini nei panni della protagonista. Da questa commedia il cinema ha tratto diversi film. Uno del 1925, con la regia di Perret, interpretato da Emile Drain nel ruolo di Napoleone e Gloria Swanson in quelli di Cathrine. Altra pellicola, forse più nota, fu del ’61, con attori del calibro di Robert Hossein, Gianrico Tedeschi, Carlo Giuffrè e Sophia Loren come protagonista.
Scena tratta da “Madame Sans-Gene” del ’61, con Sophia Loren e Robert Hossein
Tra cinema e letteratura
Nel cinema il personaggio di Napoleone è stato spesso collegato alla lettaratura Pensiamo a Guerra e Pace di di Lev Tolstoj. Nella pellicola del ’56, diretta da King Vidor, Herbert Lom interpreta l’imperatore francese, unendosi al cast con altre stelle del calibro di Audrey Hepburn, Henry Fonda e Vittorio Gassman.
Altro celebre Napoleone fu Vladislav Strzhelchik nel film del ’66, vincitore dell’Oscar come Miglior Film Straniero e passato alla storia per la sua eccessiva lunghezza (ben 484 minuti, quindi oltre 8 ore).
Napoleon, film di Abel Gance (1927)
Il film è considerato un punto fermo del cinema muto francese, fu pieno di innovazioni tecniche, come sovraimpressioni e la macchina da presa mobile. Sempre di Gance è da citare La battaglia di Austerlitz del ’60, narranti 5 anni di vita del monarca: tra gli interpreti un cast d’eccezione come Claudia Cardinale, Orson Welles, Vittorio De Sica, Leslie Caron, Michel Simon, Jean-Luis Trintignant e Pierre Mondy nel ruolo di Napoleone.
Altra pellicola sicuramente nota fu Venere imperiale del ’62, narrante la vita di Paolina Borghese, interpretata da Gina Lollobrigida, con Raymond Pellegrin nei panni di Napoleone: pellicola che diede alla Lollobrigida il David come Miglior Attrice Protagonista. Nel 1937 invece Clarence Brown dirige Maria Waleska, dall’omonimo romanzo di Gasiowroski,narrante la storia tra la contessa polacca e Napoleone: pellicola che ebbe un enorme successo e vide come protagonisti Charles Boyer e Greta Garbo.
Rod Steiger prende i panni dell’imperatore in Waterloo (1970)
La pellicola narra le vicende di Napoleone da Fointainbleu alla fuga dopo la sconfitta della storica battaglia. Insieme a lui, troviamo attori del calibro di Christopher Plummer nei panni di Wellington e Orson Welles in quelli di Luigi XVIII. Divertente idea del 2001 di Alan Taylor, che diresse Ian Holm in I vestiti nuovi dell’imperatore: pellicola dalla trama molto simile alla favola de Il principe e il povero, dove l’imperatore e un mozzo praticamente uguali si scambiano i panni, facendo vivere l’umile uomo come una leggenda vivente negli ultimi suoi giorni, donando invece a Napoleone una…seconda occasione.
Da non sottovalutare anche la commedia italiana N-io e Napoleone di Paolo Virzi. Qui vediamo, all’isola d’Elba, un insegnante anti-napoleonico, interpretato da Elio Germano, riceve il compito di riordinare la biblioteca dell’imperatore ed annotare le sue memorie, combattendo dentro di sé tra il desiderio di ucciderlo e l’ammirazione che lentamente l’uomo sta provando verso il corso.
Napoleone in televisione
Nel ’62, tra le rubriche di Studio Uno, il Quartetto Cetra dedicò una puntata agli ultimi 100 giorni di Napoleone, nella loro splendida ed unica maniera.
Quello più noto e visto a livello televisivo è nel 2002, con la regia di Yves Simoneau: Napoleon, con Christian Clavier nei panni di colui che tutto provò, come disse Manzoni. Ispirato dall’omonimo bestseller di Max Gallo, ci narra non solo l’eroiche gesta militari, ma anche la vita privata di Napoleone. Un cast stellare di varie nazionalità vide questa miniserie televisiva: tra questi Isabella Rossellini, nei panni di Giuseppina; Gerard Depardieu, John Malkovich, John Wood, Wnnio Fantastichini, Ludvine Seigner. Le riprese vennero effettuate in molte zone del mondo: parafransando ancora Manzoni, dal Marocco al Canada, dalla Francia alla vera Sant’Elena. Per questo furono necessari 2 anni di lavorazione, facendolo diventare una delle miniserie più costose d’Europa.
Beh insomma se ai posteri era data l’ardua sentenza, possiamo sicuramente dire che quella di Napoleone fu sicuramente vera gloria e il mondo dello spettacolo non poteva dimenticarlo.
Francesco Fario
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il 4 maggio 2022, a meno da un anno dall’ultima stagione, Summertime torna su Netflix con una terza e ultima stagione.
“Lola, Lola non chiudere gli occhi!”… e in sottofondo partono le note del grande classico “Nessuno mi può giudicare” di Caterina Caselli.
Questi i primi secondi di uno dei teaser che apre a degli scenari del tutto nuovi e inaspettati.
Tratta dall’opera letteraria “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia, “Summertime” è una moderna storia d’amore, ambientata durante l’estate, sulla costa adriatica.
Un’attrazione molto forte unisce Ale e Summer, due ragazzi che provengono da mondi molto diversi. Ale è ex campione di moto mentre Summer è una ragazza un po’ fuori dagli schemi che cerca di tenere unita la sua famiglia con tutte le fatiche che ne derivano. Il loro amore sboccerà con i primi drink sotto l’ombrellone e crescerà forte e indimenticabile come solo l’estate sa esserlo.
Nel corso delle due stagioni precedenti il loro amore viene messo a dura prova da diverse sfide che hanno portato i protagonisti a separarsi e a vivere in due paesi diversi. Nelle loro vite si affacciano amici, parenti, e storie diverse di vite che si intersecano inevitabilmente contribuendo a realizzare quelle che saranno due estati indimenticabili.
Il cast
La terza stagione è diretta da Francesco Lagi, Marta Savina e Alessandro Tonda.
Otto nuovi episodi prodotti da Cattleya e scritti da Enrico Audenino, Luca Giordano, Francesco Lagi e Vanessa Picciarelli.
Summertime vede un cast giovane dove agli attori delle prime due stagioni – Coco Rebecca Edogamhe (Summer), Ludovico Tersigni (Ale), Amanda Campana (Sofia), Andrea Lattanzi (Dario), Giovanni Maini (Edo), Alicia Ann Edogamhe (Blue) e molti altri- si uniscono anche Cristiano Caccamo, tra i protagonisti nei panni di Luca, oltre a Stefano Rossi Giordani(Stefano), Emilia Scarpati Fanetti (Federica) e Ludovica Ciaschetti (Viviana).
Ma non solo.
Nel cast troviamo anche Thony (Isabella) e Alberto Boubakar Malanchino(Antony), che interpretano rispettivamente la mamma e il papà di Summer e Blue.
Oltre a loro, anche Mario Sgueglia(Maurizio), nei panni del papà di Ale, Giuseppe Giacobazzi(Loris), in quelli del papà di Edo, e Marina Massironi (Wanda), che interpreta la sua compagna.
E ora procediamo con ordine..
Come è finita la seconda stagione
Avevo recensito Summertime 2 l’anno scorso, e se ricordate bene, ci aveva lasciato con un finale ricco di speranze ma con ancora troppe incertezze sul futuro. La riviera romagnola della seconda stagione vede cambiare Summer ed Edo che nel frattempo sono diventati una coppia, Ale inseguire il suo sogno sulla pista con Lola, fidanzata e collega, Dario vivere le sue giornate tra lavoro e flirte Sofia vivere liberamente la sua relazione con Irene.
Un’altra e ultima estate è finalmente arrivata sulla riviera più famosa d’Italia.
Summer sembra pronta a vivere la stagione estiva con una spensieratezza e serenità che non ha mai avuto, Dario riceve una proposta che non può lasciarsi scappare, Sofia ritorna con la paura di essere ormai un’estranea per i suoi amici e Ale è in preda a profondi sensi di colpa.
In questi nuovi episodi, i protagonisti faranno un ulteriore passo in avanti verso la scoperta di se stessi, dei propri sogni e delle proprie aspirazioni. La loro amicizia e l’arrivo di nuove persone all’interno del gruppo li porteranno a capire qualcosa di importante di sé e del proprio futuro. E in questo loro percorso di crescita, oltre a un più ampio vocabolario emotivo, apprenderanno che – a volte – volere davvero bene a qualcuno può anche significare il dover rinunciare a qualcosa di sé.
In otto episodi, accompagnati da musiche di diversi artisti (tra cui Sangiovanni con il brano Scossa), Summertime 3 non cambia format narrativo e l’ultima stagione evita il classico cliché finale che, per chi ha visto le altre due stagioni, avrebbe stonato con lo stile.
Per essere l’ultima stagione, Summertime3 non poteva concludersi in altro modo.
Perché guardare Summertime 3
Summertime3 non è solo un seguito delle prime due ma è purtroppo una vera e propria conclusione. Summertime3 profuma di estate, è piena di luce e conclude le storie di quasi tutti i personaggi con un epilogo per ciascuno.
Questa serie ci porta direttamente a Cesenatico dove avverranno la maggior parte dei colpi di scena che faranno restare incollato lo spettatore in trepida attesa della conclusione.
Il motivo principale per cui guardare questa stagione, quindi, è quello di avere una chiusura sulle storie.
Tra gli attori, c’è chimica e si vede in maniera chiara e quasi ti vien facile affezionarti ai personaggi e sperare il finale migliore per ognuno.
La terza stagione di Summertime è una buona conclusione della storia. Non aspettatevi un happy ending, ma, come già detto, dei finali ad hoc per ogni personaggio.
Le immagini che chiuderanno la serie ci restituiscono poesia e quell’assaggio di finale etereo che ci ricorda le fiabe, ma non sarà cosi: il finale per la maggior parte dei personaggi è dolceamaro.
Possiamo dire che anche le estati sono sempre dolceamare?! E che l’estate è sempre ricca di ricordi ma lascia sempre quella tristezza sul finire con le sue prime piogge settembrine e i suoi primi tramonti quasi in solitudine?!
Possiamo dire che sul finire di due anni di pandemia, c’era proprio bisogno di una serie così fresca piena di salsedine che ci fa scalpitare e non ci fa vedere l’ora che possa essere, finalmente, anche così per noi?!
Siamo pronti per le cotte passeggere, per i drink bevuti sulla spiaggia, per i cruciverba sotto l’ombrellone e per la voglia di ballare per tutta la notte con qualcuno che intoni alla chitarra, ancora una volta, “Nessuno mi può giudicare”. E come per i protagonisti di Summertime, attendere il finale migliore per noi!
Quarta e penultima puntata di Ulisse, dedicata alla Ville Lumière, tra l’altro città di nascita di Alberto Angela.
Per scoprire la Parigi di oggi, Alberto Angela ci parla della Belle Époque da Montmartre. La collina parigina è stata la culla del movimento impressionista, che è stato il frutto dei cambiamenti dell’epoca. A sua volta, l’impressionismo è stato la miccia che ha scatenato una rivoluzione nel mondo dell’arte, ancora molto rigido e legato alle accademie e agli studi.
La quarta puntata
Un periodo straordinario e decisivo quello della Belle Époque per Parigi
Nasce il teatro dell’Opera di Garnier, viene costruita la Tour Eiffel, dopo la vincita di un concorso pubblico da Gustave Eiffel. La fisionomia di Parigi cambia, compresi i suoi arrondissement, e tutto grazie a Napoleone III.
Il re sarà stato travolto dall’aria di cambiamento del secolo, che ha gettato le fondamenta del mondo come lo conosciamo e viviamo oggi.
Questo periodo storico dorato coincide con quello dell’impressionismo, in particolare col periodo di attività del suo maggior esponente, Claude Monet.
Monet è vissuto fino al 1926 e, quando la prima guerra mondiale finì, decise di regalare alla Francia e al suo amico e Primo Ministro Clémenceau delle grandi tele rappresentanti le ninfee, in stagioni diverse. Queste enormi tele, rappresentanti il suo soggetto più famoso e più ritratto, vennero esposte al museo dell’Orangerie.
Tantissime altre opere impressioniste sono conservate oggi in un luogo che nella Belle Époque è stato fondamentale per gli impressionisti stessi e per le persone di tutto il mondo, curiose delle novità in questa nuova Parigi: una stazione.
Il museo d’Orsay è testimone dal XIX secolo di questi artisti e, solo da alcuni decenni, delle loro opere.
Questo viaggio storico, in giro per Parigi e per la Francia, non poteva non passare anche per i luoghi abitati da un altro importante artista, che ha conosciuto e vissuto la Parigi della seconda metà dell’Ottocento: il travagliato e illuminato Vincent Van Gogh.
Il pittore, post impressionista, ci ha fatto conoscere la campagna francese, sotto una personalissima lente, e la vita di persone comuni.
La tappa finale è stata il Moulin Rouge, locale storico, famosissimo, nato come tributo ai tanti mulini di Montmartre. Il suo spettacolo più famoso è senza dubbio il can-can francese.
Alberto Angela ci ha illustrato il dietro le quinte del locale e del suo palcoscenico. Se parliamo del Moulin Rouge è obbligatorio tributare l’istrionico Toulouse-Lautrec, pittore e esponente della vita bohémienne.
Lo stile bohème appartiene a questo felice periodo francese, che ha riempito di bellezza l’arte e la storia. In particolare di questa splendida città.
Ambra Martino
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Disponibile su Netflix dal 22 aprile 2022, Heartstopper è una nuova serie tv di produzione britannica scritta e diretta da Alice Oseman.
Composto da otto episodi della durata di circa trenta minuti e tratto dall’omonimo graphic novel, Heartstopper si inserisce nel genere del teen-drama (come Skam e Sex Education).
Il trailer
La trama
Heartstopper è un termine inglese che indica un particolare stato emotivo in cui ci si sente come se il cuore si fosse fermato.
Sul vocabolario inglese troveremo questa definizione:
something so frightening or emotionally gripping as to make one’s heart seem to stop beating.
Quindi un Heartstopper è qualcosa che ci sconvolge, sia in senso positivo che in negativo, talmente tanto da farci sentire col cuore in gola.
Ed è così che spesso si sentono i due protagonisti del teen-drama: Charlie e Nick.
Charlie è uno dei pochi studenti gay dell’accademia Truham che ha fatto coming out e per questo è stato vittima di alcuni bulli omofobici. La sua corporatura esile e il suo essere nerd l’hanno reso un outsider, un loser. Nick al contrario è un ragazzo popolare, perché è il più bravo della squadra di rugby della scuola.
I due si ritrovano ad essere compagni di banco prima, amici poi e infine fidanzati.
Un amore contrastato
Heartstopper racconta la storia dell’innamoramento tra Nick e Charlie, due ragazzi che frequentano l’accademia Truham nel Kent inglese e che si trovano letteralmente agli antipodi. Nick è uno sportivo popolare, muscoloso, corteggiato dalle ragazze. Charlie è un bravo studente, un musicista nerd continuamente vessato dagli amici di Nick.
Non soltanto i due protagonisti sono molto diversi tra loro, ma lo sono anche i giri che frequentano. I migliori amici di Charlie sono degli outsider come lui, che a scuola vivono molte difficoltà sociali essendo spesso esclusi.
Al contrario il giro di Nick è composto da studenti ricchi e generalmente benvoluti, che in qualche occasione offendono e aggrediscono i loser della scuola. L’amore tra Nick e Charlie viene ostacolato da tutti i loro amici, come se i due ragazzi fossero Romeo e Giulietta o Renzo e Lucia dei nostri giorni. Per chi sta loro vicino questo fidanzamento non sarebbe da fare: riuscirà l’amore a trionfare?
La recensione
Heartstopper, a una prima lettura, è un prodotto che fa appassionare lo spettatore perché racconta, normalizzandolo, un amore contrastato tra due ragazzi che frequentano il liceo, affrontando i classici temi dell’universo adolescenziale come l’amicizia, la gelosia, il bullismo, la scoperta del proprio io e della sessualità. Ma non si limita ad affrontare il tema dell’amore tra due giovani. A una lettura più approfondita Heartstopper racconta dell’Amore universalmente riconosciuto: l’amore omosessuale, eterosessuale, l’amore tra fratello e sorella, padre e figlio, madre e figlio e anche l’amore per il proprio fedele animale domestico. E lo fa con garbo, eleganza, delicatezza e sensibilità.
Domenica 8 maggio 2022 è la festa dellamamma, una ricorrenza diffusa in tutto il mondo per celebrare questa persona così importante nella vita di ogni essere umano: la mamma. La decisione di dedicare un giorno alle madri è comune a molti Paesi ma la data non è la stessa in tutte le culture. In Italia, per esempio, non esiste un giorno fisso: la festa della mamma cade la seconda domenica di maggio.
Indice
Quali sono le origini della festa della mamma?
La prima festa della mamma dell’epoca moderna di cui siamo a conoscenza è stata celebrata nel Regno Unito, dove, nel XVII secolo, venne istituita la “Mothering Sunday”: nella quarta domenica di Quaresima i ragazzi che vivevano lontano dalle proprie famiglie potevano eccezionalmente tornare a casa dalle proprie madri. Sono stati però gli americani a istituzionalizzare il “Mother’s Day” nel 1914 grazie a due donne, madre e figlia: Ann e Anna Marie Jarvis rispettivamente ispiratrice e fondatrice della festa. In Italia invece la festa è arrivata piuttosto tardi: intorno agli anni ’50 Raul Zaccari, sindaco di Bordighera, volle istituire una giornata per festeggiare tutte le mamme della sua città. Successivamente la festa ha preso ufficiosamente piede in tutta la nazione.
La festa della mamma oggi
Oggi questa ricorrenza è diffusissima ed è indubbiamente festeggiata in tutte le famiglie. Nelle scuole gli alunni preparano dei piccoli cadeaux per le proprie mamme in cui possono scatenare la propria creatività artistica. I ragazzi più grandi, invece, possono pensare anche a vari doni per la propria madre: da un mazzo di fiori a un oggetto di design, da una giornata in una spa a un biglietto per il teatro sono tante le idee regalo. Noi ve ne vogliamo regalare una insolita: una playlist di canzoni italiane dedicate alla mamma che potrete ascoltare e condividere con la vostra madre.
Canzoni per festeggiare mamma: regalale una playlist
Viva la mamma – Edoardo Bennato
Viva la mamma Affezionata a quella gonna un po’ lunga Così elegantemente anni cinquanta Sempre così sincera
Viva la mamma Viva le donne con i piedi per terra Le sorridenti miss del dopoguerra Pettinate come lei
Viva la mamma è uno dei brani più popolari di Edoardo Bennato. Uscito nel 1989 all’interno dell’album Abbi dubbi questo brano ci parla della nostalgia per il periodo storico degli anni 50. La mamma cantata in questa canzone appartiene ad un’epoca che non esiste più: il dopoguerra. Nonostante questo però l’amore di un figlio per la propria mamma è incondizionato e senza tempo. Ecco perché Viva la mamma è sempre attuale.
E yo mamma – Coez
Questa va per te che hai lottato per me C’è chi ha due genitori, ma tu vali per tre Per tutte le volte che ho perso la calma Tu m’hai dato un’arma, e yo mamma E yo ma’
E yo mamma è un singolo di Coez pubblicato il 28 aprile 2017 come quarto estratto dal quarto album Faccio un casino. È una dedica speciale a sua madre, una donna forte che l’ha sempre sostenuto e aiutato nelle situazioni difficili.
Amor de mi vida – Sottotono
Ventitrè anni suonati forse sono indipendente senza te forse sono autosufficiente è grazie a te se di questa vita gusto ogni sorso colgo il succo di ogni discorso se riuscirò a stare in piedi da solo è perchè godrò di ogni tua cosa che ho ogni tua dote oh, mi amor
Stesso genere, il rap, altra epoca. Siamo nel 1999 e Tormento dedica questa canzone a sua madre. Amor de mi vida è infatti un singolo dei Sottotono pubblicato dalla Warner Music.
In bianco e nero – Carmen Consoli
Guardo una foto di mia madre era felice avrà avuto tre anni stringeva al petto una bambola il regalo più ambito Era la festa del suo compleanno un bianco e nero sbiadito Guardo mia madre a quei tempi e rivedo il mio stesso sorriso
In bianco e nero è una canzone di Carmen Consoli, primo singolo estratto dal suo quarto album Stato di necessità del 2000.
Il brano ha partecipato al Festival di Sanremo dello stesso anno piazzandosi al settimo posto. È una canzone che ha il sapore del rimpianto e del what if. Il rapporto tra una madre e una figlia può non essere idilliaco rivelandosi complicato e conflittuale.
Madre – Gianluca Grignani
Oh, madre ti ricordi da bambino Quando con la mano inseguivo piano La bianca scia di un aeroplano Tra i palazzi del cielo di Milano Oh madre dimmi cosa mi è successo Che da un momento all’altro mi son trovato perso Senza pace in mezzo all’universo
Madre è un singolo di Gianluca Grignani, tratto dall’album “Una strada in mezzo al cielo” uscito nel 2016. La canzone è una ballata rock in cui il cantautore rivolge alla propria madre i dubbi e le paure, sicuro di trovare in una carezza materna il sollievo agognato.
Sono un ribelle mamma – Skiantos
Pronto, passami la mamma La mamma lo so che è ancora sveglia nella stanza Sono le quattro del mattino Avrei bisogno di parlarle un attiminoSto bene, non è un incidente no Guarda, mamma, non mi è successo niente Ma stanotte non torno li a dormire No mamma Resto fuori, non c’è niente da spiegare
La canzone è del 1987 ed è stata pubblicata all’interno dell’album Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti. Il personaggio di Sono un ribelle, mamma, lo conosciamo bene: è il ribelle che, mentre è in giro a fare una serata, avverte la mamma in ansia che, quella notte, non tornerà pregandola però di stirargli la maglietta (quella rotta). C’è qualcuno di noi che non l’ha mai fatto?
Di mamme ce n’è una sola – Guccini
Le mamme son tutte belle, Anche se vecchierelle Son come le stelle che brillan nel ciel, lalalala… Le mamme son tutte bianche, Son curve e stanche, Io voglio tornare, mamma!, da te.
Guccini in questa canzone immensa ci parla della solitudine provata dal figlio che ha lasciato la sua casa e la famiglia alla ricerca di fortuna. La nostalgia di sua madre è potentissima e l’unico desiderio del protagonista è tornare a casa per non andare più via.
A maggio debutta su Nexo+ il MiX Club coi film suggeriti, amati e caldeggiati dal MiX (in attesa della nuova edizione del Festival). Si celebra l’arte con il nuovissimo TINTORETTO – L’ARTISTA CHE UCCISE LA PITTURA e con la playlist dedicata alla GIORNATA INTERNAZIONALE DEI MUSEI; si viaggia in Europa con il documentario dedicato alla leggendaria linea sacra dell’Arcangelo San Michele (una linea retta che taglia l’Europa lungo 1000 Km esatti), in Cina per esplorare il design e l’architettura della futuribile Shangai, in India per festeggiare il mese che celebra il Buddha Purnima (il compleanno di Buddha); si riscoprono i grandi film premiati a Cannes in attesa di ritrovarsi sulla Croisette; si ascoltano le composizioni musicali di Luigi Nono; si approfondiscono i grandi temi legati al pianeta Terra con un nuova serie sul Regno Animale, un nuovo titolo sul cambiamento climatico e il documentario CINQUANTA PASSI – LA MEMORIA DEI GHIACCIAI; si studiano i meccanismi che collegano la Mafia e i colletti bianchi; si ricordano le marce della morte naziste nel nuovissimo documentario di Virginie Linhart
Per prepararci al meglio all’edizione 2022 che si svolgerà dal 16 al 19 giugno, torna la speciale collaborazione tra il MiX Festival e Nexo+. Ogni mese sulla piattaforma in streaming di Nexo Digital un titolo speciale andrà a comporre la playlist di “MiX Club”, dedicata a tutti coloro che come noi amano, sostengono e promuovono il festival del cinema di riferimento della comunità gay, lesbica, trans e queer. Il primo appuntamento con MiX Club su Nexo+ sarà il 29 aprile con Limiar di Coraci Ruiz racconto autobiografico di una madre che segue la transizione di genere del figlio adolescente: tra il 2016 e il 2019 lo intervista affrontando certezze e incertezze che lo pervadono, in una profonda ricerca della sua identità. Al contempo la madre, che si rivela in prima persona lungo la narrazione, attraversa a sua volta un processo di trasformazione, rompendo finalmente pregiudizi ormai logori.
Dal 4 maggio
ASPETTANDO “TUTANKHAMON. L’ULTIMA MOSTRA” AL CINEMA
In occasione dei 100 anni dalla scoperta della tomba del celebre faraone e in attesa dell’uscita al cinema del film evento “Tutankhamon. L’ultima mostra” (nelle sale dal 9 all’11 maggio), Nexo+ propone clip esclusive e inedito materiale di backstage per prepararsi all’evento sul grande schermo. Con TUTANKHAMON. L’ULTIMA MOSTRA – il documentario con la voce narrante di Manuel Agnelli, diretto da Ernesto Pagano e prodotto da Laboratoriorosso e Nexo Digital nell’ambito del progetto della Grande Arte al Cinema – gli spettatori cinematografici avranno un’opportunità straordinaria: incontrare il faraone, rivivendo i momenti unici della scoperta dell’archeologo Howard Carter e seguendo in esclusiva lo spostamento di 150 oggetti del tesoro di Tutankhamon per la più grande mostra internazionale mai dedicata al Golden Boy, che il fotografo Sandro Vannini ha seguito in esclusiva mondiale. L’ultima mostra in assoluto dedicata al tesoro perché, per volere del governo egiziano, ora questo patrimonio immenso diverrà inamovibile e potrà essere visitato solo nella sua sede del Cairo.
Dal 5 maggio
SHANGHAI – TRA SAPORI E DESIGN
Prosegue la collaborazione con Isplora per indagare il mondo dell’architettura: un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso le storie dei grandi progetti contemporanei.
In SHANGHAI – TRA SAPORI E DESIGN conosceremo il piacere della degustazione, la dimensione del gusto e dei sapori. Ambienti e spazi pensati per cultori ed amanti del cibo, buongustai, estimatori enogastronomici, sapienti intenditori di whisky e altri nettari. Il paradiso del Food & Beverage: una disciplina, potremmo dire, che ha trasformato le azioni del mangiare e del bere in momenti di intenso piacere, per cui le esperienze sensoriali necessitano di location di design, spazi la cui immagine sappia riflettere il proprio contenuto. Da un lato: Shanghai. Dall’altro: il sapere e la ricerca italiana. Un’esperienza che dà forma a una costellazione di locali di nicchia, perle di design nello scenario della grande e globale Shanghai di oggi.
Dal 6 maggio, a 32 anni dalla morte del compositore
LUIGI NONO – REALTÀ DI UN COMPOSITORE
Regia di Carlo Piccardi
Un nuovo titolo ad arricchire la costellazione RSI Radiotelevisione svizzera italiana. È l’intervista-ritratto del musicista Luigi Nono (1924-1990) realizzato nella sua casa di Venezia e a Reggio Emilia in occasione dei corsi da lui tenuti nell’ambito di “Musica e realtà”, progetto ideato per la diffusione della musica contemporanea. Una carrellata che comprende: Esecuzione parziale (in studio) di “A floresta” (1966) per voci, clarinetto, lastre di rame e nastro magnetico (solo 7.5304 / 7.10797: vs orig completa); L. Poli, S; K. Bove, U. Troni, E. Vicini (attori); J. Di Donato (cl); Esecuzione parziale di “Sofferte onde serene…” (1977), per pianoforte e nastro magnetico, Maurizio Pollini (pf); brani da “Al gran sole carico d’amore” (1975) rappresentato al Teatro alla Scala di Milano diretto da Claudio Abbado.
Dall’11 maggio
SULLE TRACCE DI UN ANGELO
Regia di Michelangeo Gandolfi
Serie in due episodi
Un nuovo titolo della costellazione RSI Radiotelevisione svizzera italiana. Questa volta si parte per un viaggio sulle tracce della leggendaria linea sacra dell’Arcangelo San Michele. La “Linea Michelita” o “Linea di San Michele”, una linea energetica che attraversa l’Europa, collega Saint Michael’s Mount in Cornovaglia con Mont Saint Michel in Normandia, la Sacra di San Michele presso Torino, la Grotta di San Michele sul Gargano, passa per l’Isola di Simi in Grecia e arriva a Gerusalemme. Una linea retta che taglia l’Europa lungo 1000 Km esatti. Un itinerario sulla strada dei primi pellegrini, tra i paesaggi più belli del mondo, alla ricerca dei segni che un angelo non comune ha lasciato sulla terra e tra la gente comune.
Dal 12 maggio
PLUTONE – C’ERA UNA VOLTA UN PIANETA
Regia di Ruth Chao
Inedito
Un viaggio lungo 4,8 bilioni di chilometri, verso l’estremo confine del sistema solare: il 14 luglio 2015, la sonda NASA New Horizons raggiungerà Plutone, a nove anni dalla sua messa in orbita. Un evento scientifico di portata storica, paragonabile per importanza all’allunaggio. Questo documentario, che mette insieme stupefacenti ricostruzioni in CGI e interventi di astrofisici, ricostruisce nei dettagli il progetto, presentando, allo stesso tempo, il pianeta più remoto e misterioso del nostro sistema solare, un “nano” di ghiaccio che è stato scoperto solo negli anni Trenta. Una serie di immagini spettacolari ci porteranno tra gli asteroidi della Fascia di Kuiper, direttamente al cospetto di Plutone e del suo gigantesco satellite Caronte. Scopriremo così perché la missione della New Horizons costituisce una tappa fondamentale nella storia dell’esplorazione dell’universo.
Dal 13 maggio
IL REGNO ANIMALE
Serie in 3 episodi
Inedita
Questa serie ci accompagna in un viaggio negli angoli più esterni del nostro pianeta, attraverso vasti paesaggi governati da persone abbastanza tenaci da aver resistito alle tempeste delle più grandi prove della natura. Il nostro pianeta ospita una serie di ambienti diversi, ognuno dei quali presenta ai suoi abitanti una serie unica di sfide. Per sopravvivere qui fuori, ogni creatura selvaggia ha dovuto adattarsi per diventare uno specialista di questi regni – dai deserti espansivi e spietati ai fiumi possenti e crudeli, sino ad arrivare alle foreste più profonde e segrete. Un itinerario che costeggia le vite straordinarie delle creature che abitano i Regni Selvaggi del nostro mondo.
Dal 18 maggio
TINTORETTO – L’ARTISTA CHE UCCISE LA PITTURA
Regia di Erminio Perocco
Inedito
Un racconto filmico originale ci conduce nei luoghi che videro muoversi e operare Tintoretto nella Venezia del Cinquecento, rievocando le atmosfere del tempo, le luci della città vibrante sull’acqua e i colori dei preziosi pigmenti che giungevano nella Serenissima come in nessun altro luogo e di cui Jacopo, figlio di un tintore, sapeva servirsi con straordinaria maestria. Irrequieto e caparbio, determinato nella costruzione della propria carriera, Tintoretto volle contrapporsi allo stile e alle mode del tempo, giungendo per primo a sfaldare la pennellata, a usare il non finito, imponendo prospettive diverse all’interno di uno stesso quadro, soluzioni inattese e audaci che – coniugando le esperienze della pittura, della scultura e dell’architettura – diedero vita a narrazioni complesse, storie che si svolgono dinnanzi agli occhi dello spettatore fino ad assorbirlo e a renderlo parte delle stesse. Tintoretto come un regista cinematografico ante litteram; Tintoretto che dall’esperienza del teatro (ove pure aveva lavorato) è stato capace di trasporre in pittura l’azione scenica e la forza espressiva dei movimenti dei corpi, come evidenzia il documentario con fascinosi tableux vivant; Tintoretto capace di infrangere le regole della pittura unendo la potenza del disegno di Michelangelo e la tavolozza di Tiziano: il “primo poeta maledetto della storia”.
Nuovo documentario della collezione firmata da RSI Radiotelevisione svizzera italiana. Al termine di una battaglia lunga decine di migliaia di morti, Mosul è stata liberata dall’Isis, ma il prezzo pagato è altissimo: stabili sbriciolati, case sventrate, chiese e moschee fatte esplodere, migliaia di cadaveri che giacciono ancora sotto le rovine, centinaia di migliaia di profughi costretti a vivere in tendopoli. La grande città del nord dell’Iraq che si affaccia sul Tigri, gioiello culturale e culla delle grandi civiltà della Mesopotamia, è assurta a simbolo della lotta contro l’estremismo islamista ed emblema delle tragedie contemporanee. Mosul, come Aleppo o Homs in Siria, è stata teatro di un conflitto devastante che ha ripercussioni su scala mondiale. Una squadra di Falò, la trasmissione di approfondimento della RSI, si è recata lì, in quella città martoriata, per raccontarci quanto successo e per tentare di capire come è possibile immaginare un futuro per i sopravvissuti, costretti a una vita di assoluta precarietà.
Dal 23 maggio, a 30 anni dalla morte di Giovanni Falcone
MAFIA, COCAINA E COLLETTI BIANCHI
Regia di Maria Roselli e Marco Tagliabue
Di mafia non si parla mai abbastanza. Questo reportage della RSI ricostruisce il flusso del denaro sporco e apre uno spaccato sconcertante sui “colletti bianchi” ticinesi. Cocaina, o meglio tonnellate di cocaina. Un boss dell’Ndrangheta tra i più ricchi e importanti d’Europa, Cosimo Tassone, uno che i soldi non li contava più. E poi “la lavatrice Svizzera”, un’agenzia finanziaria Luganese, la Viva Transfer, incaricata di cambiare in dollari i soldi che arrivavano in contanti in valigette trasportate da intermediari finanziari, per poi trasferirli in Brasile. Un nuovo titolo ad arricchire la costellazione di RSI Radiotelevisione svizzera italiana.
Dal 24 maggio
COSTRUIRE SUL COSTRUITO – PIETRO CARLO PELLEGRINI
Questo lungometraggio racconta la visione progettuale dell’architetto Pietro Carlo Pellegrini attraverso la pratica del “costruire sul costruito”, il concetto di riuso e del recupero attraverso un progetto attento e spesso minuto. La narrazione muove dai cenni biografici e dall’esperienza lavorativa dell’architetto Pellegrini, la cui produzione è influenzata da molteplici suggestioni: dalla storia al paesaggio toscano al cinema neorealista, passando per il teatro e la scenografia. Architettura come “gioco”, un gioco serio, un mestiere che nel futuro dovrebbe occuparsi sempre più di soluzioni a problematiche esistenti legate al tema della ricostruzione, dell’accoglienza e dell’ambiente. Un nuovo tassello della collaborazione con Isplora, ideata per esplorare il mondo dell’architettura: un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso le storie dei grandi progetti contemporanei.
Dal 26 maggio
GHIACCIO FUSO
Regia di Paolo Bertossa e Simon Brazzola
I cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova il Pianeta e le sue risorse naturali: il ritiro dei ghiacciai, la deforestazione, l’inquinamento, la carenza d’acqua ad alte quote e gli incendi sono solo alcuni dei problemi che gli esperti stanno cercando di risolvere attraverso attività e progetti concreti. Il reportage di RSI ci porta nel cuore dei ghiacciai per affrontare la drammatica realtà del loro scioglimento e per scoprire le idee, talvolta originali, che mirano a salvarli. Un nuovo titolo della costellazione di RSI Radiotelevisione svizzera italiana.
CINQUANTA PASSI – LA MEMORIA DEI GHIACCIAI
Regia di Niccolò Aiazzi
Michele Cucchi è una guida alpina e un appassionato soccorritore di montagna – nel 2014 è riuscito ad arrivare in vetta al K2 – attivo in progetti ambientali volti a salvaguardare gli ecosistemi più fragili. Affiancato dai piloti di Air Zermatt – tra i più esperti in elisoccorso – recupera i corpi e gli oggetti di chi è morto nel tentativo di raggiungere la vetta del Cervino (Matterhorn), testimonianze di vite spezzate che emergono da uno stato di ibernazione a causa dello scioglimento dei ghiacciai dovuto al cambiamento climatico, mentre in Pakistan si occupa di programmi di educazione ambientale e nel villaggio nepalese di Chepuwa – un luogo intatto e primitivo – aiuta la comunità locale a confrontarsi con il crescente problema legato alla gestione dei rifiuti. Cinquanta passi è un documentario dal carattere forte, spettacolare e crudo che pone al centro il rapporto tra uomo e natura, tra presente, passato e futuro, provocando una profonda riflessione sull’esistenza e sul senso della vita stessa”. Un nuovo titolo della costellazione di RSI Radiotelevisione svizzera italiana.
Dal 31 maggio
IL NAZISMO E LE MARCE DELLA MORTE
Regia di Virginie Linhart
Negli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale, i campi di concentramento nazisti furono evacuati prima che l’avanzata delle truppe sovietiche e alleate potesse raggiungerli. Dei 700.000 prigionieri di quei campi, nel gennaio 1945 ne sarebbero morti tra 250.000 e 300.000: persone uccise dalla fame, dalla sete, dal freddo, dalla fatica, oppure fucilate durante le cosiddette “marce della morte”. Le immagini di queste marce si riducono a una manciata di fotografie scattate clandestinamente e di filmini amatoriali, come quelli che mostrano la partenza a piedi, nell’autunno del 1944, di 50.000 ebrei dal ghetto di Budapest alla volta di Vienna. Ci sono però le testimonianze di sopravvissuti come Marceline Loridan-Ivens, Simone Veil o Primo Levi, oltre che quelle di persone comuni, raccolte dalla televisione o dalla USC Shoah Foundation fondata da Steven Spielberg, una delle più grandi collezioni digitali del suo genere al mondo. Riunendo le riflessioni degli storici Christian Ingrao, Annette Wieviorka, Johann Chapoutot e Tal Bruttmann, Virginie Linhart documenta uno degli episodi più incompresi della follia irriducibile di un Terzo Reich che rifiuta di accettare la sconfitta fino agli ultimi giorni di guerra.
COVER STORIES
GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE FAMIGLIE
Nell’incipit di “Anna Karenina”, Tolstoj scrive: «Tutte le famiglie felici si somigliano. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Nella giornata internazionale delle famiglie proclamata dall’ONU che si festeggia il 15 maggio, Nexo+ vuole celebrare la famiglia, in qualsiasi forma, perché non esiste un solo modo di essere famiglia, ma ce ne sono infiniti. Tutti diversi e paradossalmente simili tra loro. Per questo abbiamo pensato a un’intera sezione dedicata al meglio del cinema, dei documentari, dell’arte, della danza e della musica su tutti coloro che si vogliono bene e si scelgono, giorno dopo giorno, per affrontare gioie e complicanze della vita quotidiana.
STAGIONE BIOGRAFIE
Ci sono vite che ci colpiscono così tanto da sentirle nostre, anche se non lo sono. Questa speciale cover story ripercorre le vite dei personaggi che hanno fatto la storia e di quelli che l’hanno attraversata in modo silenzioso ma sempre sorprendente. Personaggi storici e di fantasia, artisti e politici, ballerini e grandi stelle del Rock o del cinema, pittori, pittrici, scrittori, scrittrici… Uomini e donne che hanno resa la loro vita straordinaria e indimenticabile.
I FOCUS DI APRILE
HAPPY BUDDHA PURNIMA
Nel mese del Buddha Purnima, il compleanno di Buddha, Nexo+ ha preparato una speciale playlist dedicata alla magia dell’India e alle sue incantevoli storie. Al suo interno: il documentario “Yoga – I segreti di un successo” di Antonio Ferretti; il film “Il palazzo del Vicerè” con la tumultuosa storia d’amore tra due giovani durante gli anni della fine dell’impero britannico in India; “In India con i Beatles” con il racconto del soggiorno indiano dei Beatles nel febbraio del 1968; “Viaggio in India” in cui una coppia di neosposi parte alla ricerca di una risposta sulla propria diversità; il pluripremiato “Tra la terra e il cielo”, in cui personaggi tormentati e confusi approdano nella Valle del Gange, la città sacra degli indù; “Singing with Angry Bird” che narra la sfida di Jae-Chang Kim, il cantante Lirico coreano soprannominato Angry Bird, che prova a superare i pregiudizi e le resistenze grazie al canto dirigendo un coro di bambini dei bassifondi di Pune in India.
PREMIATI A CANNES
In occasione del Festival di Cannes, Nexo+ propone una speciale selezione di film premiati nella storia del festival. Dal più recente “Scompartimento N° 6 – In viaggio con il destino” di Juho Kuosmanen all’intramontabile “I diari della motocicletta” di Walter Salles; dai due capolavori di Ken Loach “Io, Daniel Blake” e “Il vento che accarezza l’erba” a “Il passato” di Asghar Farhadi; da “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand a “Forza maggiore” di Ruben Ostlund.
GIORNATA INTERNAZIONALE DEI MUSEI
Per celebrare la Giornata Internazionale dei Musei il 18 maggio, Nexo+ propone una playlist dedicata a questi luoghi magici che accolgono l’arte in tutte le sue forme. Documentari straordinari daranno la possibilità di scoprire da vicino il Louvre di Parigi, il Museo del Prado a Madrid, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Museo dell’Innocenza di Istanbul, L’Accademia Carrara di Bergamo, l’Ermitage di San Pietroburgo e tanti altri gioielli del nostro tempo.
TITOLI A NOLEGGIO
Dal 12 maggio
LA NOTTE PIÙ LUNGA DELL’ANNO
Regia di Simone Aleandri
Il film si compie tutto in una notte: la notte più lunga dell’anno, tra il 21 e il 22 di dicembre (solstizio d’inverno) quando il sole tramonta intorno alle 16.30 e sorge l’indomani alle 7.30. Una lunga notte di una piccola città di provincia, nella quale si intrecciano, anche solo per sfiorarsi, quattro vicende personali. Un politico ad un passo dal baratro, una cubista che ha deciso di cambiare vita, un ragazzo coinvolto in una relazione con una donna molto più grande di lui e tre ventenni senza ambizioni in cerca di emozioni forti. Sullo sfondo, lo sguardo stanco e benevolo di Sergio, l’anziano benzinaio che – nella stazione di rifornimento aperta tutta notte – veglia su questo piccolo mondo. Quindici ore di buio ininterrotto in cui il destino umano si fa eccezionale, poiché la notte fa perdere gli ancoraggi del giorno e gli eventi all’improvviso subiscono un’accelerazione.
Tutte le nuove uscite streaming
Prima di andare salva tra i preferiti l’articolo con gli aggiornamenti mese per mese delle nuove uscite in streaming su Netflix, Amazon Prime Video, Disney Plus e Nexo Plus. Riceviamo i cataloghi aggiornati a fine mese per il mese successivo direttamente dalle piattaforme. Troppo pigro/a per farlo? Allora immergiti subito nella nostra web story!
Regia: Michelangelo Antonioni Genere: drammatico Cast: Monica Vitti, Richard Harris, Carlo Chionetti, Xenia Valderi, Rita Renoir Anno: 1964 Nazione: Italia
Trama
Giuliana, vittima di un incidente d’auto che le ha procurato uno shock, è una donna insoddisfatta e depressa, un malessere acuito dall’assenza del marito. Il suo senso di insoddisfazione e di inadeguatezza la spingono sull’orlo del suicidio, complice l’alienazione di una modernità che pone le persone sempre più in una posizione di solitudine. L’ingegnere Corrado Zeller, amico e collega di Ugo (marito di Giuliana), sembra esser l’unico in grado riuscire entrare in connessione con quel mondo in cui Giuliana è persa. Nonostante l’arrivo dell’uomo nella vita della giovane protagonista la crisi depressiva non accenna a smorzarsi. L’uomo con cui Giuliana tradisce il marito, dopo un’intensa relazione fatta di sguardi e cenni d’intesa, riesce ad aiutarla, perché, a sua volta, è incapace di adattarsi alla realtà che lo circonda, da cui scappa viaggiando continuamente. Lo stato mentalmente precario della madre è aggravato ulteriormente dalla malattia di Valerio, il piccolo figlio di Giuliana. Tuttavia questa malattia si rivela essere un tentativo di attirare l’attenzione e non andare all’asilo.
L’inquietudine e il male di vivere a colori
Deserto Rosso (1964) è stata scritta a quattro mani con Tonino Guerra, prendendo l’idea proprio da quest’ultimo. Protagonista e musa ispiratrice è ancora Monica Vitti, oltre ad essere la sua prima pellicola a colori, il film rappresenta uno dei tanti capolavori della sua filmografia. La pellicola segna inevitabilmente una rottura con il passato generando la nascita di un nuovo modo di vedere e fare cinema. Deserto rosso porta con sé i germi del nuovo cinema: le luci e le ombre del passato sono state sostituite dal technicolor. Il cineasta coniuga sapientemente l’immagine a colori alla sceneggiatura. Ponendosi a conclusione della tetralogia dei sentimenti, il film ha trasformato il futuro della filmografia di Michelangelo Antonioni. Usando le parole di Andrej Tarkovskij:
“Antonioni fa parte della ristrettissima schiera di cineasti-poeti che si creano il proprio mondo, i suoi grandi film non solo non invecchiano ma col tempo si riscaldano”.
Ambientato nella parte periferica di Ravenna dove incombono le fabbriche la camera da presa mette su pellicola il senso di disagio esistenziale e alienante che riflette il mal di vivere in cui versa Giuliana. Il film inizia proprio con l’obiettivo di trasmettere un senso di angoscia e inquietudine figlio anche di un ormai boom economico decadente della borghesia del tempo. Il regista evidenzia il senso di smarrimento, di angoscia, e lo fa attraverso il paesaggio, con il porto nella nebbia, con la nave che arriva segnalando malattie a bordo. Non è tanto raccontare attraverso i suoi film il disagio e l’incapacità della borghesia di uscire fuori dalla sua comfort zone, ma quanto quello di raccontare la cruda realtà, quella che anche la nostra società vive.
Deserto Rosso rappresenta l’ultimo film che riguarda la poetica alienante dei sentimenti. L’intera tetralogia si focalizza su un’analisi che va oltre la visione neorealista dei sentimenti. Michelangelo Antonioni sconvolse, con le sue opere, la scena italiana con pellicole che trattavano tematiche reali e urgenti e straordinariamente contemporanee, come il disagio interiore e la disgregazione dei rapporti affettivi.
Rispetto all’Eclisse, Deserto Rosso è un film ostico. Volutamente compassato, con tanti momenti morti, ma valorizzato dalla forza delle immagini e dal talento di Monica Vitti. Il risultato è un’esperienza visiva e sensoriale che ha pochi eguali nel cinema italiano, e che è stata fonte di ispirazione anche per fotografi e videoartisti.
La magia della fotografia di Carlo Di Palma
Premiata con il Nastro d’Argento per la migliore fotografia, la pellicola è diventata un vero e proprio laboratorio di sperimentazione cromatica. A tal riguardo Antonioni affermò durante la conferenza stampa tenuta a Venezia: «La storia è nata a colori, ecco perché dico che la decisione di fare il film a colori non l’ho mai presa, non era necessario prenderla. (…) nella vita moderna mi pare che il colore abbia preso un posto molto importante. Siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (…) e che la gente si stia accorgendo che la realtà è a colori. Nel film ho cercato di usare il colore in funzione espressiva, nel senso che avendo questo mezzo nuovo in mano, ho fatto ogni sforzo perché questo mezzo mi aiutasse a dare allo spettatore quella suggestione che la scena richiedeva.»
Curiosità
Screenshot catturato (software utilizzato: VLC) e caricato da SunOfErat, minimamente modificato (eliminata letterbox).
È diventata celebre la battuta «Mi fanno male i capelli», in realtà citazione da una poesia di Amelia Rosselli. Maurizio Porro ha commentato affermando che nel contesto borghese in cui il film è inserito diventa un’allarmante battuta storico-sociale.Detta con la maestria, con la sensibilità, con la bravura di Monica Vitti […] è l’unica battuta neorealistica del film.
Esiste una discrepanza con riguardo al titolo: conosciuto come Deserto Rosso, e così indicato sulla locandina originale e sul Dizionario dei film Morandini, in realtà il titolo corretto dovrebbe essere Il deserto rosso, come indicato nei titoli di testa e riportato dal Dizionario dei film Mereghetti e dall’Internet Movie Database.
Tre motivi per guardarlo:
è il primo film di Antonioni a colori;
Monica Vitti con Deserto Rosso ha dato vita ad una delle sue migliori interpretazioni;
Perchè se avete visto i precedenti tre film non potete perdere l’ultimo della tetralogia.
Quando guardarlo
La complessità del film, caratterizzato da molti momenti morti, lo rende di non facile comprensione. Per questa ragione va visto quando si ha tempo e concentrazione.
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Nel secondo appuntamento di Ulisse – il piacere della scoperta, abbiamo scoperto un’isola magnifica, ricca di storia e di paesaggi fantastici. Non si tratta di un’isola sperduta in un angolo remoto del mondo, in qualche oceano, bensì della nostra Sardegna.
Alberto Angela ci ha portato in giro per tutta l’isola, a cominciare dalle dune di sabbia di Piscinas. Se c’è una cosa per cui si conosce la Sardegna sono le sue spiagge bianche e il suo mare blu, in cui andare in vacanza in estate. Poco altro si sa di questa regione, a differenza di altre. Già paragonandola solo all’altra grande regione insulare italiana, la Sicilia, il divario è ampio. Della Sicilia conosciamo moltissime cose.
La storia della Sardegna incrocia solo alcune volte quella della penisola.
L’isola è antichissima, era già emersa milioni di anni fa, e era fusa con Francia, Spagna e Corsica. Oltre alla sua geologia, il dialetto e il DNA dei suoi abitanti hanno lontane discendenze.
Il DNA dei Sardi è rimasto molto originale, nonostante l’influenza di altre popolazioni, e il 45% di loro ha un gene scomparso in tutti gli altri, tranne che nei baschi. Il loro dialetto, anzi, la loro lingua, è unica poiché alcune delle sue parole discendono dagli abitanti del Neolitico, che si spostarono sull’isola per un clima più mite.
Anche i Nuraghi e delle sculture in pietra sono caratteristiche di un antico popolo sardo. Successivamente sull’isola sono arrivati tanti altri popoli: fenici, greci, romani… Proprio i fenici hanno dato il nome Sardegna.
La parola in lettere fenicie Shrdn (pronuncia “Sherden”) è il nome più antico attribuito alla Sardegna trovato dagli archeologi.
Grazie alla troupe di Ulisse, abbiamo “visitato” i resti dell’antico teatro di Nora, le terme e una vasta villa romana, probabilmente appartenuta ad un importante romano proveniente dal Nord Africa.
La città di Nora ha subito la sorte di molti altri paesi della Sardegna. Dopo alcuni anni, la città si è spopolata: non era più una città di passaggio e utile agli scambi commerciali. Per questo è stata gradualmente abbandonata.
La stessa sorte, ma per motivi diversi, è toccata ad altri posti nell’isola. Ad esempio la chiesa di Saccagia, la Santissima Trinità, che fu un monastero che venne ampliato dalle maestranze pisane intorno al XII secolo, in stile gotico.
La chiesa è una meraviglia del suo periodo artistico. I colori degli affreschi e le altre decorazioni all’interno sono rimasti intatti. Lì si può osservare come appariva una chiesa del Medioevo agli occhi delle persone in quello stesso periodo.
La Sardegna è stata molto di più: è stata l’ultima terra in cui Garibaldi ha deciso di fermarsi, dopo aver contribuito all’Unità d’Italia, ha ospitato per secoli persone emigranti affette da malattie virali, i semplici carcerati, i criminali più disumani, tantissimi lavoratori e molto altro.
Soprattutto, è stata la prima regione all’interno della nostra penisola ad abolire l’obbligo delle donne vittime di stupro a contrarre matrimonio con i loro assalitori.
Fu merito di Eleonora d’Arborea, vissuta nella seconda metà del 1300. Una donna d’avanguardia.
Lei lasciò libera scelta alle donne e se non avessero voluto sposare il loro violentatore, agli uomini toccava una punizione che consisteva nell’amputazione di un arto. Alberto Angela ha svelato e raccontato così tanto della Sardegna che è impossibile memorizzare tutto. Lui e l’incredibile staff di Ulisse hanno saputo narrare in una singola puntata quello che altri avrebbero fatto in una serie tv di almeno sei episodi. Un duro lavoro in cui sono riusciti meticolosamente, meravigliando anche questa volta lo spettatore.
La terza puntata
In occasione del compleanno della Regina Elisabetta, è andata in onda la puntata di Ulisse, del 2020, aggiornata, dedicata alla sovrana inglese.
Quest’anno la regina ha festeggiato 96 anni, di cui 70 di regno.
A Giugno avverranno i festeggiamenti del primo giubileo di platino della corona inglese. Elisabetta II ha superato anche la rinomata e amata Regina Vittoria.
Proprio per questa occasione abbiamo rivisto l’intensa vita di Elisabetta.
Inizialmente lei, non avrebbe dovuto essere la futura regina. Tutto è cambiato nel 1936, poiché lo zio, Edoardo VIII, ha dovuto abdicare in favore del fratello Giorgio per due ragioni importanti: voleva sposare l’americana divorziata Wallis Simpson, e aveva delle simpatie per Hitler.
Alla fine degli anni ’30, in cui già si fiutava una guerra, un sovrano inglese filonazista era inaccettabile. Quasi sicuramente la storia d’Europa sarebbe stata diversa se il Regno Unito avesse supportato Hitler. Durante la guerra la famiglia reale trasmise un’immagine di sé agli inglesi di forza, coraggio e supporto. In primis la giovane principessa.
Dalla fine della guerra, nei dieci anni successivi, Elisabetta si sposò col Principe Filippo, ebbe i figli Carlo e Anna, e infine, nel 1952 diventò Regina, a 26 anni.
In tutti i suoi anni di regno la monarca si è dimostrata una figura solida, decisa e soprattutto umana.
Ha fatto degli sbagli, come è capitato a chiunque nella vita, seppur di tipo diverso. E da qualunque sbaglio lei abbia commesso, ha saputo riprendersi, rinnovando ancora l’affetto dei sudditi nei suoi confronti.
L’errore che certamente ha influenzato di più la sua vita, la sua immagine e quella della sua famiglia, è stato quello di forzare il matrimonio di Carlo con una ragazza nobile, d’animo e di sangue, di cui però non era innamorato.
Nella puntata si ripercorre tutta la vicenda: il matrimonio, la storia tra Carlo e Diana, senza tralasciare la vita di lei e il rapporto coi suoi figli.
La storia della sovrana è ricca di avvenimenti anche negli ultimi 20 anni.
Nel 2002 Elisabetta II ha perso sua madre e sua sorella a poche settimane di distanza. Qualche anno dopo Carlo si è sposato civilmente con la donna che è stata, oserei dire, l’amore della sua vita: Camilla. Nel 2011 il futuro erede al trono, William, ha sposato una donna borghese senza alcuna discendenza nobiliare.
Forse Elisabetta ha dato il suo consenso dopo aver saggiato a lungo la futura regina, o forse ha messo da parte la rigida – e ormai antiquata – idea di monarchia con cui è stata cresciuta e istruita, per la felicità del nipote e il bene della Monarchia inglese.
Qualche anno dopo si è sposato, dopo un brevissimo fidanzamento, anche Harry, il suo nipotino preferito, con un’attrice americana. La coppia, non molto tempo dopo, ha regalato la gioia di due nipotini e altrettanti dispiaceri.
Tutto è iniziato con una loro lettera in cui annunciavano di voler lasciare gli incarichi reali, senza parlarne prima alla famiglia reale e alla regina. Poi si sono trasferiti in America, da cui hanno accusato di razzismo gli Windsor, in un’intervista con Oprah Winfrey. Successivamente hanno anche annunciato la pubblicazione di un libro sulla famiglia reale.
Ad Aprile 2021, a quasi 100 anni, è venuto a mancare il principe consorte, suo marito Filippo. Sempre lo stesso anno, il figlio Andrea è stato accusato di stupro da una donna che, all’epoca dei fatti, aveva solo 17 anni.
Innumerevoli grattacapi per una donna di 96 anni che è Regina, madre, nonna e bisnonna.
Proprio per questo Sua Maestà ha catalizzato l’affetto e la stima dei suoi sudditi e di tante altre persone nel mondo. La Regina Elisabetta II è senza dubbio una persona dagli obiettivi ben chiari, determinata, tollerante, paziente, responsabile e saggia.
Sembra scontato per un sovrano, però la storia ci contraddice. Elisabetta è un vero modello e un esempio da seguire.
Ambra Martino
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Che meravigliosa scoperta alla stazione di Monte Mario di Roma! Un pannello gigantesco, proprio vicino agli autobus in sosta, con tantissime copertine di libri, tutte allineate.
Qualunque curioso, qualsiasi amante dei libri, ne viene attratto ineluttabilmente. Si avvicina alle copertine come se fosse in libreria e scopre che accanto ai titoli sono presenti i minuti di lettura e la spia di un regalo… un QR Code.
Indice
La biblioteca digitale dell’Urbe
Parla chiaro il messaggio sotto le copertine dei libri, il mini tutorial che fa sognare i lettori:
Non me lo faccio ripetere due volte, è una proposta troppo tentatrice. Così, ci provo. Prendo la APP per scansionare il QR Code – quella che solitamente uso per consultare i menu nei locali più tecnologici da quando c’è il Covid19 – e scansiono il codice di un libro a caso. Procedo verso il sito di Liber Liber e via: ecco che è possibile scaricare il libro gratuito in tutti i formati, e iniziare a leggere.
Ma che bella questa iniziativa: è raccontata anche sul sito dell’ATAC ed è realizzata in collaborazione con l’associazione Liber Libri, Forum del Libro, Biblioteche di Roma e Clear Channel Italia. Si chiama e-L.OV.+Viaggi+Leggi e pare coinvolga ben 18mila punti di accesso lungo la rete Atac. In questo modo i lettori possono immergersi nei viaggi immaginari mentre sono su tram, autobus e metropolitana: la biblioteca digitale e gratuita dovrebbe far felici tutti i lettori e stimolare anche chi di solito non legge, magari incuriosito dalla nuova proposta. Chissà quanto sarebbe stato fiero Giovanni Papini – di cui ho recentemente recensito un pamphlet sulle disgrazie del libro in Italia – se avesse potuto apprendere questa notizia dal futuro!
Moltissimi i classici a disposizione, ma soprattutto meravigliosa l’informazione sulla durata di lettura. In questo modo chi si sposta tutti i giorni potrà dedicarsi a letture più o meno lunghe a seconda della propria tratta.
Alcuni dei titoli
Non mancano all’appello le classiche Iliade e Odissea per chi vuole davvero viaggiare nel tempo, né classici come Il Piacere di D’Annunzio o Figli e Amanti di Lawrence, ma sono presenti anche racconti brevi e opere in lingua straniera. Ecco alcuni titoli che mi hanno colpita:
La donna di picche
Manoscritto trovato in bottiglia
Il vampiro della foresta
Quali stazioni ATAC aderiscono?
La mappa dei punti che aderiscono è fornita dalla stessa ATAC.
Non poteva mancare l’hashtag sui Social per supportare l’iniziativa: se anche voi leggete sui mezzi, postate una foto con #elov e #LiberLiber! Da quello che ho appreso sul sito Liber Liber, ci sono molte iniziative simili, denominate LiberClick anche presso mercati e hotel Romani. Che dire, viva la lettura.
È il 1980 e Carl Sagan, uno dei più grandi divulgatori scientifici dell’Era della Televisione, tiene incollati allo schermo milioni di americani con la docu-serie Cosmos – A Personal Voyage. La corsa allo Spazio si era conclusa, simbolicamente, pochi anni prima con una missione congiunta tra U.S.A. e U.R.S.S. (la Apollo-Sojuz) ma non per questo nel mondo della finzione cinematografica si era perso l’interesse per l’Universo e le sue infinite possibilità. Il successo a fine anni ’70 di film quali Star Wars, Incontri ravvicinati del Terzo tipo, Alien e Terrore nello Spazio profondo avvicinano il mondo dello spettacolo a quello scientifico. Da un appuntamento al buio pilotato da Sagan tra il fisico teorico Kip Thorne e la produttrice Lynda Obst, appassionatissima di scienza, nascerà una grande amicizia. Questo è il Big Bangdi Interstellar.
La producer di Contact (Sagan colpisce ancora!) e il futuro Premio Nobel, desiderosi di portare sul grande schermo un’avventura tra le stelle coerente con le attuali teorie scientifiche, scrivono un concept di otto pagine su un equipaggio di astronauti alle prese con un viaggio interstellare attraverso un wormhole che li avrebbe portati a relazionarsi con una razza aliena pentadimensionale. Il soggetto piace molto alla Paramount che, nel giugno del 2006, annuncia l’inizio della produzione di un misterioso film tra le stelle diretto da Steven Spielberg. Per ampliare e adattare per il grande schermo quando scritto da Throne e Obst, viene assunto un talento ormai affermato: Jonathan Nolan.
Il percorso di genesi di Interstellar si rivela però tortuoso. I crescenti dissapori tra DreamWorks e Paramount, rallentano la lavorazione fino all’inevitabile stand-by dovuto al divorzio tra le due case di produzione e alla conseguente rinuncia di Spielberg. Tuttavia, ilfuturo è già scritto, proprio come nell’opera che nascerà: Jonathan Nolan propone allo studio losangelino che sia il fratello a subentrare alla regia, avendo notato il suo enorme interesse per il progetto. Alle prese con la realizzazione di Inception, Christopher Nolan convince Warner e Paramount a negoziare per la sua direzione della pellicola, dando però la precedenza a The Dark Knight Rises e soprattutto permettendogli di modificare a suo piacimento la sceneggiatura del fratello. Interstellar diviene dunque un’opera epica tra labirinti di bugie e sfasamenti temporali, dove la fantascienza incontra il dramma famigliare, nell’eterna coesistenza tra intrattenimento e autorialità del cinema di Christopher Nolan.
S. T. A. Y.
L’uomo è nato sul pianeta Terra ma, se vuole sopravvivere, non è destinato a restarci. In un momento imprecisato del XXI° secolo, una “piaga” di proporzioni globali, nutrendosi di azoto e consumando ossigeno, ha reso il mais l’unica coltivazione ancora possibile, trascinando il genere umano a pochi decenni dall’estinzione. Non ci sono più eserciti, le università sono per pochissimi e un revisionismo storico negazionista induce la popolazione mondiale a interessarsi unicamente a lavorare la terra. Mentre il mondo è al collasso, nella stanza di una bambina avvengono strani fenomeni gravitazionali. Convinta di avere un fantasma che tenta di comunicare con lei, la piccola Murph e il padre Cooper (Matthew McConaughey), ex pilota aerospaziale convertitosi ad agricoltore, riescono a decifrare uno di quei messaggi: sono coordinate.
Pieni di curiosità per la singolarità dell’avvenimento, i due raggiungono il luogo indicato ritrovandosi faccia a faccia con quel che resta della NASA che, in totale segretezza, studia un wormhole apparso vicino a Saturno 48 anni prima. Cooper viene così a conoscenza delle missioni Lazarus e di come sia necessario per l’umanità trovare, nel più breve tempo possibile, un nuovo pianeta abitabile. Il cunicolo spazio-temporale ha permesso infatti l’esplorazione di 12 esopianeti nei pressi del buco nero Gargantua, al centro di una galassia distante anni luce dalla Via Lattea. Affidando la fattoria al suocero e al primogenito Tom, l’ex pilota si troverà costretto a intraprendere un incredibile viaggio tra le stelle, abbandonando i suoi figli nella speranza di poter donare loro, e all’intera umanità, la possibilità di sopravvivere.
Il tempo e la scienza di Interstellar
Dalla ripresa in soggettiva della polvere che si deposita sulla libreria di casa Cooper, al breve estratto di un video-documentario di un’anziana Murph, fino ad arrivare al risveglio del protagonista da un incubo ricorrente, vengono connessi in pochi secondi: futuro, passato e presente. Come ben sappiamo, nel cinema di Nolan il tempo, e il suo relativo scorrimento, hanno un’importanza fondamentale e ancora una volta il regista anglo-americano decide di iniziare la narrazione con un rapida occhiata all’epilogo di cui lo spettatore non è ancora a conoscenza.
Un incipit che non può non ricordarci il suo lungometraggio d’esordio Following, attraverso il quale l’emergente regista-sceneggiatore sperimentava quella frammentazione narrativa che sarebbe poi diventata il suo marchio di fabbrica. La linearità della fabula è infatti spesso deformata in favore di un labirinto circolare che intrappola spettatori e protagonisti: dall’indagine irrisolvibile di Leonard in Memento, agli enigmi di The Prestige, alle regole e ai livelli di sogno condiviso di Inception. Tuttavia, grazie alla scienza e all’incontro con Kip Thorne, in Interstellar la narrativa si evolve tridimensionalmente. Il cerchio disegnato su un foglio assume le sembianze una sfera (il wormhole), con il tempo che diventa a tutti gli effetti una forza con cui Cooper e compagni dovranno fare i conti, divenendo responsabili del suo scorrimento. Non è un caso che, proprio durante la stesura della sceneggiatura dove si ripete più volte che il tempo non può andare a ritroso, nacque l’idea per Tenet.
Con il fisico che restò a fianco della produzione per tutta la sua durata, furono studiate casistiche plausibili che potessero giustificare la diacronia dell’orologio terreste rispetto a quello dell’equipaggio dell’Endurance. Da qui l’idea di porre i 12 esopianeti nelle vicinanze di Gargantua, lo straordinario buco nero realizzato dalla troupe di Paul Franklin, responsabile degli effetti visivi, capace di mostrare dettagliatamente e verosimilmente la fisionomia del misterioso oggetto, quando ancora non ne avevamo nemmeno una foto che ne dimostrasse l’esistenza (arriverà nel 2019).
Sia tra le stelle che sulla Terra, la scienza reale e verificabile è intessuta profondamente nel film. Perché anche se non abbiamo le prove che i wormhole esistano, e soprattutto se è possibile che possano restare aperti così a lungo, anche se sono state prese enormi libertà con il tesseratto spazio-temporale del terzo atto, si è voluto rendere tangibile quanto mostrato a schermo. Per questa ragione il nostro pianeta natale non è mostrato come un mondo distopico e invivibile (cosa che avrebbe anche reso meno drammatica la necessità di andarsene), ma attraverso una fattoria accogliente che ci rimanda a un passato semplice e quotidiano. Il rimando alle Grandi Pianure d’America degli anni ’30 sconvolte dal cosiddetto “Dust Bowl”, il disastro ecologico di polvere scatenato dall’uomo e dal suo scellerato sfruttamento agricolo, è limpido. Così come le scenografie e i costumi sono similari a quelli utilizzati dalla NASA, per coinvolgere il pubblico in una narrativa quanto più reale e vicina.
Interstellar tenta dunque di limitare la fantascienza il più possibile, ponendoci di fronte allo spettro di un cataclisma del passato che abbiamo già conosciuto (per il quale ci sono tutti i presupposti affinché possa accadere nuovamente, è bene specificarlo), e di un futuro tra le stelle che come specie saremo, prima o poi, portati a considerare.
Padri, madri e figli
Immaginando l’umanità di fronte al prossimo passo evolutivo quale specie migrante nello spazio, il nono lungometraggio di Christopher Nolan è, prima di ogni altra cosa, una storia di emancipazione su più livelli. Partendo da una visione più ampia, il genere umano si trova costretto a recidere il legame viscerale con il pianeta Terra, quale casa e quale Madre. Dovendo abbandonare il nido, seppur non per scelta ma per necessità di sopravvivenza, i protagonisti agiscono in costante in conflitto tra i propri desideri individuali e quanto necessario fare per il proseguimento della specie umana. La bugia sull’esistenza di un “Piano A”, che vede il Professor Brand (Michael Caine) intento a risolvere un’equazione insensata e ricorrente, si rivela dunque essere una menzogna crudele ma necessaria affinché non ci siano ostacoli emozionali per il vero piano: il piano B, ovvero “la bomba di ripopolamento”. Tuttavia, a salvare gli abitanti della Terra e a guidarli verso l’esodo, sarà il legame affettivo indissolubile di un padre e una figlia.
La paternità e l’amore inappagato sono, come abbiamo visto più volte, due delle tematiche fondamentali intorno cui gravita la filmografia di Christopher Nolan, che qui si espandono ulteriormente. Vedovo, come la gran parte dei protagonisti nolaniani, nonché costretto all’abbandono dei propri figli senza alcuna certezza di poterli rivedere, Cooper si trova impossibilitato a vivere l’amore per ben due volte. Ciononostante, il suo sacrificio lo porterà a essere il padre-fantasma non solo della figlia ma dell’intera umanità, così come Murph e Amanda, interpretate rispettivamente da Jessica Chastain e Anne Hathaway, ne diventeranno simbolicamente le madri.
Nella freddezza del cosmo, dove non si può sfuggire alle rigide regole dalla scienza se non all’interno di un buco nero, ecco che la singolarità della vita stessa sta nell’emotività: nell’amore quale forza invisibile capace di trascendere spazio e tempo. Una testimonianza quantificabile e misurabile che ha ben più di un’utilità sociale e che in Interstellar viene utilizzata, con non pochi rischi, quale energia per inviare messaggi nel tempo. L’enorme lavoro per la costruzione visiva e ingegneristica del tesseratto pentadimensionale, regala un epilogo unico nella Storia del Cinema, prima del consueto gioco di prestigio che riporta in vita il protagonista.
Ritrovato con pochi minuti d’ossigeno ancora disponibili, il personaggio di Matthew McConaughey ritorna dalla morte dopo essere stato inghiottito da Gargantua rivelatosi essere, sorprendentemente, sia simbolo funereo che di vita. Il sacrificio temporale e il disallineamento dell’orologio di Cooper e Murph è però eccessivo e, se il padre non è invecchiato, la figlia ha quasi terminato i suoi giorni. Il tempo per loro è scaduto. I ruoli s’invertono e l’anziana Murph, circondata dai suoi ragazzi, ribattezza Cooper donandogli nuova vita e indirizzandolo verso Amelia, rimasta sola su un pianeta lontano. La figlia diventerà il fantasma del padre: luce e guida nell’oscurità del cosmo così come le stelle nel cielo terrestre, fantasmi di stelle lontane e defunte, lo sono per i naviganti in mare.
In questo approfondimento non abbiamo potuto analizzare, per ovvi motivi, ogni singolo aspetto che rende Interstellar l’opera più maestosa e stratificata della filmografia di Christopher Nolan. Come dice la terza legge di Newton: “l’unico modo che gli umani hanno trovato per andare avanti è lasciarsi qualcosa alle spalle”, ma è importante non dimenticare la natura esplorativa della razza umana. Il sogno e la fantascienza entrano in rotta di collisione con la realtà. Il tempo diviene una dimensione tangibile, tra i silenzi del cosmo e l’emozionante colonna sonora firmata da Hans Zimmer. Interstellar è destinato a restare, a non invecchiare come il suo protagonista. É il prestigio a lungo ricercato: l’immortalità.
Michele Finardi
Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Noi, lettori affezionati, e Vincenzo Malinconico, personaggio dei romanzi di Diego De Silva, ci eravamo lasciati conI valori che contano (avrei preferito non scoprirli), un libro in cui l’avvocato di insuccesso più famoso d’Italia ci ha donato delle riflessioni molto profonde sulla vita.
Per chi non ne avesse abbastanza di consigli non richiesti in libreria è disponibile un libro intitolato Le minime di Malinconico che raccoglie le massime del nostro sugli argomenti più disparati: dai più filosofici come la vita, l’amore e i sentimenti, le relazioni a quelli meno seri come il modo di guidare dei tassisti e la sigla del tg del mattino di Canale 5.
Vi riporto alcune minime di Malinconico per farvi entrare nel mood e assaporare la filosofia dell’avvocato con cui è abbondantemente condito il libro.
Se questo è il prezzo della vita ne faccio tranquillamente a meno. Preferisco una vita insensata che ti regali qualche bella giornata (e soprattutto qualche bella notte) e non si faccia tirare per i capelli quando finisce. Con la vita meglio avere una storia disimpegnata che starci insieme con la paranoia di perderla.
Nella vita vera non posso cancellare, tornare indietro, ripensare a quello che ho detto, correggerlo. Allora scrivo, per prendermi la rivincita sulle parole. Per raccontare come sarebbe andata se avessi scelto quelle giuste.
La vita (lo capisci proprio quando aspetti qualcosa o qualcuno fa tardi) è fatta soprattutto di patteggiamenti. Di situazioni in cui – questa è la rivelazione che spiazza – ti scopri capace di una comprensione al ribasso che normalmente non ti spieghi, quando la riconosci per gli altri.
È impossibile non affezionarsi a Malinconico e al suo modo di rimuginare sugli eventiaccaduti, sulle proprie emozioni e sui comportamenti degli esseri umani. Da un lato empatizziamo con lui, le sue insicurezze e la sua generalizzata incapacità; dall’altro la sua inefficienza ci rassicura e ci fa sentire meno soli in un mondo in cui tutti aspiriamo alla perfezione. Malinconico si sente un fallito da un punto di vista professionale; ha un matrimonio finito alle spalle; è un padre con pregi e difetti. Chi di noi non si è sentito almeno una volta nella vita come lui? Le minime di Malinconico è un libro piacevole e divertente, ma allo stesso tempo saggio e filosofico.
Il misterioso castello di Federico II di Svevia ospiterà il 16 maggio la sfilata uomo/donna della maison guidata da Alessandro Michele.
Moda, cultura e arte accompagnano trasversalmente l’idea di bellezza di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci. Per questo, negli ultimi anni, ha spostato la location delle sfilate in luoghi di straordinaria importanza. Dopo la Dia-Art Foundation a New York, i chiostri dell’Abbazia di Westminster a Londra, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze e l’antico sito degli Alyscamps ad Arles, il 2022 sarà l’anno della Puglia.
Castel del Monte sembra essere il luogo ideale per connettere lo spirito visionario del passato e del presente. L’esoterico, il mistero, gli studi sui numeri e i simboli sembrano accomunare Alessandro Michele e Federico II di Svevia, lo stupor mundi. Uomo colto e illuminato, dotato di un’intelligenza straordinaria e profondo conoscitore della realtà politica e sociale, passò la sua vita a studiare, viaggiare, scrivere leggi e governare quattro regni: re di Sicilia, Imperatore del Sacro Romano Impero, Duca di Svevia e Re di Gerusalemme.
Scomunicato da Papa Gregorio IX perché si rifiutò di partecipare alle crociate, fu per tutta la vita appassionato della cultura araba, lingua che parlava fluentemente. La sua permanenza a Gerusalemme
La simbologia di Castel del Monte
Tempio, residenza, centro studi o hammam? Per secoli gli studiosi si sono interrogati sulla misteriosa simbologia dietro a questa imponente costruzione. Il numero 8 scritto in orizzontale rappresenta sia il simbolo dell’infinito che l’unione tra Dio e l’uomo. La pianta è un ottagono, ci sono 8 torri ottagonali, un labirinto di 8 stanze, 8 finestre per piano. Queste particolarità gli hanno sempre conferito un fascino magico, addirittura una delle leggende narra che custodisca il Sacro Graal.
Le stanze sono in successione, non ci sono corridoi, e per entrare e uscire spesso bisogna ripassare per la stessa stanza. Tutta l’architettura di questa costruzione -che sembra una corona- lascia il visitatore disorientato e sconcertato, forse per liberare la mente ed elevarla a pensieri più contemplativi.
Un altro mistero è che Castel del Monte non ha mai avuto cucine o camere da letto, quindi non era abitabile. A cosa serviva dunque? Le lunghe riflessioni negli hammam di Gerusalemme con intellettuali e matematici probabilmente gli fecero venire il desiderio di riprodurre un complesso termale nel suo regno.
I simboli alchemici in Gucci
Il direttore creativo Alessandro Michele, fin dalla prima collezione, ha sempre inserito simboli alchemici ed esoterici nella sua visione della moda. Cuccioli di drago, il serpente con tre teste, doppleganger, simboli antichi rivisitati nella modernità. Il terzo occhio -che tutto vede- è al centro del nuovo styling del Gucci Garden a Firenze. Perché la moda è onnipresente e onnisciente, riesce a guardare nel tempo e nello spazio, creando una sintesi perfetta tra tutto ciò che l’uomo crea, produce, sogna.
La donna e l’uomo che Alessandro Michele immagina e veste sono individui che amano l’arte, il sapere, il mondo dello scibile, proprio come lui. La cultura è il perno attorno a cui ruota la vita dello stilista, un esempio di intelligenza e passione per il mondo.
“Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti.”
Dracula
Regista: Francis Ford Coppola Genere: drammatico, horror, sentimentale Sceneggiatura: Jamers V. Hart Cast: Gary Oldman, Winona Ryder, Anthony Hopkins, Keanu Reeves Paese: Stati Uniti Anno: 1992
Quanto poteva essere complesso trasformare uno dei più celebri romanzi epistolari dell’orrore in un cult del cinema? Tale impresa viene perseguita da Francis Ford Coppola, che prende in mano la cinepresa e rende Dracula il principe dell’amore, oltre che del male. Il cast stellare aiuta il regista nell’impresa: Gary Oldman è un Dracula affascinante e sensibile, quanto spietato e assetato di sangue; la diva dell’epoca – Winona Ryder – è la virtuosa e coraggiosa Mina; Keanu Reeves è un inaspettato Jonathan Archer; Anthony Hopkins interpreta infine il genio nudo e crudo di Van Helsing. Certo, potrei anche dirvi che Monica Bellucci è stata scelta come moglie di Dracula per una scena hot con Keanu Reeves, ma diciamo che questo mi sembra più un vanto sul curriculum dell’attrice che un reale valore aggiunto alla pellicola.
Il mito di Dracula dal libro al film
Il Romanzo di Bram Stoker (1897) è composto esclusivamente da lettere e in tutta onestà vi dico che l’ho trovato sempre un po’ difficile da digerire, specialmente in lingua originale. Il merito di Coppola è di riportare sul grande schermo una doppia narrazione: una più squisitamente cinematografica, inframezzata dalla lettura dei vari diari dei protagonisti nelle scene di passaggio. Questo espediente consente al regista di conservare nel film il dettaglio che ha reso celebre il romanzo e di snellire il flusso del racconto. A rendere Dracula ancora più coinvolgente c’è il tocco del regista, specialmente nelle scene più cruente: Coppola decide di guardare (e inquadrare) con gli occhi del killer, quindi la cinepresa spesso si avventa sulle vittime come se lo spettatore fosse in prima persona il carnefice. Il tutto, naturalmente, affiancato da una colonna sonora impeccabile a cura di Wojciech Kilar.
L’umanità del mostro interpretato da Gary Oldman
Dracula è una delle figure più celebri per gli appassionati di film dell’orrore: il tema del vampirismo è diventato negli ultimi anni talmente famoso da conquistare anche le serie tv, basti pensare a Buffy L’Ammazzavampiri o a The Vampire Diaries. Il merito di questo film è quello di tirare fuori l’umanità del mostro, andando a toccare le corde del cuore. Un cuore che magari ha smesso di battere, ma che non ha dimenticato cosa vuol dire amare. Accade quindi che Dracula, mentre ospita Archer nel suo castello, vede la foto di Mina: la donna è identica alla sua antica principessa Elisabetta, uccisa con l’inganno dai turchi dopo che Dracula aveva sterminato il loro esercito per difendere la Chiesa. Da questo inganno nasce l’allontanamento di Dracula da Dio, che poi è anche il leit motiv del film. Lo stesso Dracula ribadisce più volte il tradimento subito: è un uomo ferito e solo che vaga sulla terra da quattro secoli con l’unico scopo di vendicarsi. L’incontro con Mina, però, cambierà tutto: più volte il conte si tirerà indietro e non vorrà morderla per non condannarla ad una vita di tenebra. Sarà questo amore inaspettato a sciogliere i nodi nel cuore del vampiro, a farlo riconciliare con Dio per poi morire in pace.
Un amore che… risveglia anche i morti
Tra un morso e un omicidio, insomma, il vero protagonista di questa storia è l’amore tra Mina e il Conte. Questo sentimento travolgente impatta nelle coscienze di entrambi i personaggi. Mina, la timida maestrina che vuole sposare Jonathan, col conte scopre la sua natura passionale di donna: nel film assistiamo ad una crescita furiosa del personaggio, protagonista indiscusso reso assolutamente impeccabile dalla bravura di Winona Ryder. D’altra parte il conte, appena si avvicina a Mina, è convinto di renderla vampira per stare con lei per sempre: mentre sta per morderla si rende conto di non poterlo fare. In quel momento inizia un corteggiamento meraviglioso, un’attrazione fatale che avvicina i due personaggi legandoli per sempre. Proprio questo legame, così lontano dagli schemi sociali, sembra essere l’unica cosa che va oltre tutto e tutti: la morte, i crimini, il giudizio, persino il matrimonio. L’amore che lega Mina al conte è incondizionato anche quando la donna scopre che è proprio lui ad aver ucciso la sua migliore amica Lucy. Dracula ha fatto sentire Mina viva per la prima volta tirandola fuori dalla vita ordinaria in cui era ingabbiata. Questo è un regalo eterno, più forte di ogni logica, che Mina non può dimenticare.
Sesso e Vampirismo
Da sempre il vampirismo è associato alla sessualità: basti pensare che lo stesso morso è una penetrazione di denti nella carne. Nel film di Coppola le scene sensuali sono molte e soprattutto decisamente morbose. Dalle tre vampire che abusano di Jonathan a Dracula in veste di uomo lupo che possiede Lucy in giardino, il film non lascia davvero spazio all’immaginazione. Il lato oscuro del vampirismo e del male è legato quindi alla libido e alla seduzione: una parte dell’esistenza che non può essere ignorata. In tal senso il film oscilla tra bene e male, virtù e vizio, luci ed ombre. Il contrasto è forte, ma l’approccio non è mai bigotto. Il dettaglio che mi ha incuriosita sempre è quello legato alla totale assenza di gelosia: se Jonathan viene praticamente abusato dalle tre vampire (che hanno il potere di controllare la mente), mi sembra che Mina sia davvero innamorata del conte. Eppure, i coniugi Archer vanno avanti nel film consapevoli della reciproca infedeltà, ma considerandola quasi su livelli totalmente indipendenti tra loro: da un lato la passione, dall’altra il matrimonio.
Quando avete voglia di un horror come si deve, oppure quando avete bisogno di credere nell’amore.
Alessia Pizzi
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Strutture funzionali al raggiungimento dei diversi livelli di un edificio, le scale a livello collettivo non vengono considerate solo un elemento architettonico, ma anche un simbolo di collegamento tra cielo e terra indispensabile per avvicinarsi al divino, basti pensare ai gradoni delle piramidi; oppure un emblema del superamento di un ostacolo, come insegnano molte scene cinematografiche e televisive che le vedono protagoniste. In ogni parte del globo sono tanti i Paesi in cui una semplice scalinata diventa una vera e propria opera d’arte, capace di attirare a sé numerosi visitatori grazie alle sue caratteristiche uniche e spingerli a percorrerla nonostante il sudore e la fatica.
Per la loro indubbia maestosità, le scale durante i secoli sono state progettate e messe in evidenza soprattutto nei luoghi pubblici, sia per raggiungere piazze che per entrare in edifici dal grande valore storico. Periodo di massima espressione per queste strutture è quello che va dal Rinascimento al Barocco, che ha lasciato una traccia indelebile nella storia dell’architettura. Tuttavia oggigiorno l’interesse per le scale è cresciuto anche nell’ambito privato, tanto da diventare un elemento imprescindibile all’interno delle abitazioni, al pari di altri elementi d’arredo.
Scale italiane conosciute
In Italia numerose fotografie di scalinate impazzano sul web e sui social. Una delle più belle è la scala elicoidale dei Musei Vaticani, formata da una doppia rampa che si innalza verso l’alto per consentire ai visitatori di accedere alle esposizioni, e che può essere discesa anche in senso contrario. Sempre a Roma, ai piedi della Chiesa Trinità dei Monti c’è la scalinata di Piazza di Spagna, composta da 135 gradini e divenuta protagonista di molti film nazionali e internazionali, oltre a essere stata scelta come set per varie sfilate di moda. L’architettura viene immortalata soprattutto in primavera, quando vasi di azalee la decorano da cima a fondo. A forma ellissoidale come quella dei Musei Vaticani anche la scala situata all’interno di Palazzo Mannajuolo a Napoli, in marmo a sbalzo e con balaustra in ferro battuto. Prende il nome del palazzo che la ospita la Scala Contarini del Bovolo a Venezia. Le scale a chiocciola erano inusuali per l’epoca e per il contesto, tanto che fino ad allora non ne era mai stata sviluppata una dalle dimensioni così grandi.
Lunga 130 metri e decorata con mattonelle di ceramica policroma, la scala di Santa Maria del Monte a Caltagirone, in provincia di Catania, funge da collegamento tra la parte antica della città e quella nuova.
Infine, tra i simboli più celebri della Costiera Amalfitana la scalinata del Duomo di Amalfi, che domina la piccola e pittoresca piazza sottostante, sempre brulicante di folla e di colori.
A rappresentare la metafora della scala come elemento da percorrere per raggiungere il divino c’è la struttura creata per raggiungere il Santuario di Fushimi a Kyoto: per arrivarci i pellegrini devono percorrere un lungo sentiero a gradini che si inerpica lungo una collina, fiancheggiato da migliaia di torii, porte rosse donate dai fedeli. Un percorso devozionale che col passare del tempo si è convertito in una delle principali attrazioni turistiche per chi visita il Giappone. Alcune scale a giorno si tramutano in opere d’arte, come è accaduto per la Estrada Selaròn, scalinata di Rio de Janeiro che porta il nome dell’artista che l’ha decorata con colori che omaggiano il popolo brasiliano e la sua bandiera, con l’obiettivo di ravvivare una zona degradata della città. Funzionale all’abbellimento di un angolo della città di San Francisco anche la 16th Avenue Tiled Steps, realizzata interamente a mosaico con 2000 tessere fatte a mano. Per il mondo esistono anche scale impervie e ripide, che solitamente attraversano luoghi naturalistici come l’Inca Stairs a Machu Picchu, struttura interamente scolpita nella roccia che conduce al Tempio della Luna, situato a 2693 metri di altezza. Sconsigliato percorrerla per chi soffre di vertigini: in alcuni punti l’inclinazione della scalinata arriva anche al 60%, seppur il panorama in cima sia mozzafiato. Richiede un buon allenamento fisico anche la scala che conduce all’Half Dome, nel Parco Nazionale dello Yosemite, sebbene da lassù sia possibile avere una vista indimenticabile sulla Yosemite Valley e sulla High Sierra.
Le scale e la modernità
Benché dal punto di vista culturale le scale più famose siano quasi tutte antiche, anche le architetture avveniristiche attirano la curiosità non solo dei turisti, ma anche dei proprietari di case. Per il loro design chiaro e definito, le scale moderne vengono particolarmente apprezzate all’interno delle attuali abitazioni, soprattutto le scale a sbalzo, che sanno riflettere lo spirito del tempo e riescono a ingrandire visivamente gli spazi, soprattutto con l’aggiunta di un parapetto in vetro, in grado peraltro di illuminare le stanze grazie alla filtrazione della luce attraverso la struttura. A valorizzare l’eleganza di questi arredi l’impegno di brand italiani come Zingonia Scale, che li realizzano seguendo precisi canoni estetici e funzionali. A fornire ispirazione, seppur in piccolo, sulla tipologia di struttura da inserire in casa, le tante architetture che si stanno diffondendo soprattutto nelle città, tra cui la spettacolare scala elicoidale dellaLondon City Hall, che avvolge a spirale i dieci piani dell’edificio dalla particolare forma a uovo schiacciato.