Miley Cyrus appende il “martello” al chiodo e si dà finalmente al country

miley cyrus 2018

Miley Cyrus è un prodotto Made in Disney. È una di quelle bambine prodigio americane, tipo Britney Spears e Christina Aguilera, che da Disney Channel sono approdate nel mondo del pop.

Il passaggio non è stato indolore. MTV proiettava immagini di icone pop tutte uguali. Under 30, sexy ma comunque naive, carne da macello. E le canzoni? tasto dolente. Canzonette, tormentoni da discoteca. Il pop appiattisce le timbriche, non c’è nulla da fare. E una Christina Aguilera che canta Genie in a bottle non è la stessa che canta Fighter.

Dopo la fase in fasce di Hannah Montana, la sitcom dove era attrice e cantante adorata da tutte le bambine, Miley ha testato quella teen pop-rock (Seven Things), fino ad approdare a quella sexy di rito (Can’t be tamed), ma Miley non è Britney. Non ha la voce graffiante e il falsetto sensuale da gatta morta,  non balla ancheggiando. Quindi ha optato per il ruolo della ragazzaccia coi capelli rasati (Wrecking Ball).

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Inaspettatamente – ma non troppo dopo il duetto con la “madrina” Dolly Parton in Jolene nel 2010 – Miley Cyrus nel 2018 appende il martello al chiodo, smette di dondolarsi nuda sulle palle demolitrici e si butta a capofitto nel genere country.

La prima hit del suo sesto album è Malibu. Il video mi ha fatto sorridere: codine di cavallo ai lati della testa, spiagge incantevoli, un Lassie da accarezzare come nei migliori spot televisivi e tanta tenerezza. Insomma, un forte cambio di stile. Poi è arrivata Younger Now, che dà il nome all’album lanciato alla fine del 2017, dove Miley si traveste da Elvis, e alla fine Nothing Breaks Like a Heart, prodotta da Mark Ronson, quello di Uptown Funk (feat Bruno Mars) per intenderci.

La canzone è molto ripetitiva e non è di grosse pretese a livello di estensione vocale, eppure è un gioiellino. Lascia emergere il timbro di Miley, che anche dal vivo riesce a cantarla perfettamente accompagnata da chitarra e violini. La sua voce è sporca, graffiante, tocca bene le note basse e calde: il country, che poi è un country pop, le calza a pennello.

Molte persone sotto al live su YouTube hanno commentato scioccate, scrivendo che non avevano idea della voce di Miley. Purtroppo o per fortuna il genere fa la differenza. Il pop continua a voler sfornare cantanti tutte uguali, come hanno raccontato anche Lady Gaga e Bradley Cooper nel film “A star is born”. Avete mai sentito Lady Gaga cantare jazz con Tony Bennett? Tutto un altro mondo rispetto a Poker Face. Sicuramente conta anche il fattore età: queste mini star a vent’anni non sanno chi sono e mediamente si lasciano guidare dai produttori o dalle famiglie, se sono figli d’arte. Nel caso di Miley, la sua manager è stata sua madre, Letitia “Tish” Cyrus, che di mestiere fa la produttrice. Chissà se l’ha ideata lei la trovata del martello!

A Stars is Born arriva in dvd e blu-ray

Scherzi a parte, Miley, ripercorrendo la vena country del padre Billy Ray Cyrus, ha saputo finalmente tirare fuori le sue potenzialità dopo un decennio che potremmo definire “sperimentale”. È vero che ci sono voci con maggiore estensione vocale, ma ci sono anche tante timbriche interessanti. Specialmente in un genere come il country questa è una componente importantissima.

Questo articolo non vuole essere un panegirico per Miley, bensì un lancia spezzata a favore di tutte quelle ragazzine che vengono manipolate dallo showbiz e vendute come prodotti, spesso quando non hanno ancora ben capito cosa vogliono essere. Per le loro scelte sono spesso giudicate e ancora più spesso le loro doti vocali non emergono, mentre emergono i loro corpi nudi. Quindi, se è vero che le piccole star sono le prime a dovere e a potere fare delle scelte, è anche vero che finché le persone continueranno ad apprezzare prodotti omologati, i produttori continueranno ad impacchettarli.

Con queste parole vorrei solo stimolare una sensibilità diversa per apprezzare cantanti come Miley, che iniziano a percorrere strade diverse. Per citare quindi il celebre remake, anche se Miley è famosa già da tempo, forse a star is (finally) born.

Alessia Pizzi

 

Foto:  Wikimedia Common

4 Commenti

  1. Posto che, nonostante non sia esattamente un estimatore di Miley Cyrus, ho amato Nothing Breaks Like a Heart al primo ascolto vorrei sottolineare un punto della tua recensione: il peso che nel pop ha l’estensione vocale rispetto a timbrica interessante. Un esempio è dato da come la Cyrus, decisamente dotata di quest’ultima, affronti un celebre e ottimamente prodotto brano in origine cantato da Ariana Grande: https://youtu.be/2UjJGNA4BL0

    Il discorso sulle ragazzine “prodigio” made in Disney è molto complesso e ritengo la Cyrus, nelle fasi “Can’t Be Tamed” e “Bangerz”, stesse facendo quello che ogni adolescente faccia: ribellarsi all’autorità, in questo caso discografica, e sperimentare vari modi di essere. Solo che le celebrità hanno questo piccolo problema di doverlo fare sotto la luce dei riflettori e dei media. Ragion per cui Miley Cyrus ha deciso di proporre l’esatto opposto dell’immagine a cui aveva abituato il suo giovane pubblico. Ma, leggendone e guardandone le interviste, l’ho sempre trovata molto lucida, determinata e supportata da una famiglia abbastanza esperta di show e music business tanto non averla mai percepita come un’agnellino sacrificato sull’altarte come invece una Britney Spears e simili. La Aguilera ha avuto una fase sperimentale simile con l’album Stripped e poi ha fatto un gran salto di qualità con Back To Basics. Peccato in seguito abbia cercato di tornare alle stereotipate formule dell’inizio con Bionic e da lì non abbia più avuto una visione chiara, continuando a dichiarare intenzioni di rivalsa musicale tradotte in brani non proprio memorabili se non ridicoli: valga per tutti l’atroce Feel This Moment con Pitbull che campionava Take On Me rendendo il tutto ancora più dozzinale. Nemmeno la preziosa mano di Sia è riuscita a farla tornare davvero in auge. Capita quando ti rivolgi a un pubblico che ama la “novità”, meglio se collaudatissima ma che non si veda troppo.

    Sicuramente all’inizio è comodo esser paragonati a qualcun altro e il confronto non giova soltanto a “rassicurare” le orecchie di chi ascolta ma anche a inserirsi in un mercato già rodato. Ma alla lunga si rischia di scomparire non appena quel tipo di fenomeno si esaurisce. E quelli puramente commerciali, per antonomasia, sono destinati a durare quanto dura una tendenza: cioè poco. Ben lo sanno Meredith Brooks sulla scia di Alanis Morissette, Jessica Simpson su quella di Mariah Carey e Leona Lewis su quella della già citata Aguilera.

    Concludo con: Lady Gaga ha di certo un gran bagaglio personale a cui attingere per calarsi nella parte di chi racconta come le major tendano ad appiattire la personalità di un artista fino a farne un prodotto. Infatti neanche il nome d’arte è riuscita a trovarsi da sola.

    • Un’ottima analisi, come sempre! Devo ammettere di aver rivalutato moltissimo Miley e purtroppo sono molto d’accordo sulla Aguilera (che io veneravo) e sulla Spears. Lady Gaga mi piace da impazzire, ma se la senti cantare jazz ti chiedi davvero cosa ci faccia col pop…

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