Home Blog Pagina 19

Monet in mostra al Palazzo Reale: dal Musèe Marmottan a Milano

0

A inaugurare la stagione autunnale di Palazzo Reale a Milano, è arrivata il 18 settembre l’attesissima esposizione dedicata al più importante rappresentante dell’impressionismo: Monet.

Prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia e promossa dal Comune di Milano-Cultura, la mostra è curata da Marianne Mathieu e realizzata in collaborazione con il Musèe Marmottan Monet di Parigi (da cui provengono le opere) e l’Acadèmie Des Beaux – Arts – Institut de France. 

Il Musèe Marmottan Monet raccoglie infatti il più grande nucleo di opere di Monet grazie ad una generosa donazione di Michel, suo figlio, avvenuta nel 1966. Questa mostra rientra nel progetto museologico ed espositivo “Musei del mondo a Palazzo Reale”, progetto nato per divulgare le collezioni dei più importanti musei internazionali.

“Organizzare una mostra così importante per la cultura europea e mondiale in un momento di ripartenza come quello che stiamo vivendo dopo la pandemia rinnova la vocazione internazionale di Milano e conferma il suo ruolo di centro culturale europeo.” Queste le parole del sindaco di Milano, Beppe Sala, il giorno dell’inaugurazione.

Il percorso espositivo prevede 53 opere tra cui le sue “Ninfee” (1916-1919), Il Parlamento, Riflessi sul Tamigi (1905) e Le Rose (1925-1926) organizzate in ordine cronologico che ripercorrono tutta la parabola artistica del Maestro impressionista e che il visitatore può leggere attraverso le sue opere fondamentali, così tanto fondamentali che conservate gelosamente nella sua abitazione di Giverny.

Come è organizzata la mostra

La mostra è suddivisa in 7 sezioni e curata da Marianne Mathieu, storica dell’arte e direttrice scientifica del Musèe Marmottan la quale sceglie di introdurre in visitatore alla scoperta di opere chiave dell’Impressionismo e della produzione artistica di Monet ponendo alla luce le sue mutazioni artistiche e i suoi diversi approcci.

Durante la visita si nota tutto l’excursus artistico del maestro impressionista a partire dai primissimi lavori en plein air e da opere di piccolo formato, ai paesaggi rurali e urbani di Londra, Parigi, Vétheuill, Pourville e delle sue diverse dimore.

Le sue opere si contraddistinguono per le sue corpose ma al tempo stesso delicate pennellate e quella luce fioca e talvolta accecante che ha reso celebri alcune sue opere come Sulla spiaggia di Trouville (1870) o Passeggiata ad Argenteuil (1875).

La mostra quindi si apre introducendo i visitatori in una sala allestita con mobili originali del periodo napoleonico come omaggio a Paul Marmottan, fondatore del Musèe.

Nelle diverse sezioni si nota distintamente il percorso artistico del Maestro.

Nell’Ottocento, lo sviluppo della rete ferroviaria e l’invenzione del colore in tubetto, permisero ai pittori di viaggiare e dipingere all’aria aperta. 

Monet, dovendo portare con sé l’attrezzatura, predilesse tele di piccolo formato più facili da trasportare. Si nota come il Maestro dedicherà l’intera vita a cercare di cogliere le variazioni luminose e le impressioni cromatiche interessandosi maggiormente al modo in cui il soggetto viene trasfigurato dalla luce.

Procedendo nel percorso, il visitatore viene invitato a provare, con esercizi visivi, quanto le diverse cataratte avute influissero sulle sue percezioni. E’ nel 1908 infatti che si ammala per la prima volta e da quel momento in poi non avrà più una visione limpida. Ma questo non lo impedirà di dipingere realizzando opere come Ponte Giapponese Salice piangente.

Chi conosce Monet sa che i fiori l’hanno accompagnato per tutta la vita.

Ed è proprio all’interno della mostra che si omaggia l’artista con le sue opere dai colori cangianti che trasmettono al visitatore la fragilità delle rose dipinta insieme alla caducità di ciò che ci circonda.

Una mostra che ti immerge in un passato remoto ma che ti fa apprezzare, anche attraverso il passaggio in alcune stanze interattive, la bellezza delle semplicità. Una passeggiata tra narrazioni poetiche e delicate interazioni alla scoperta dell’affascinante mondo dei colori della tavolozza del poeta della natura.

Il Maestro dell’impressionismo regala così agli occhi di chi guarda, lo stupore nel rappresentare la bellezza e l’armonia del creato dal suo “piccolo” universo”.

La mostra sarà allestita fino al 30 gennaio 2022.

Francesca Sorge

Tutte le immagini contenute nell’articolo sono a cura di Emanuela Sorridi per CulturaMente.

La bella e la bestia, 30 anni del 30° classico Disney

0

“Chi avrebbe mai potuto amare…una bestia?”

Titolo originale: Beauty and the Beast
Regista: Gary Trousdale e Kirk Wise
Sceneggiatura: Linda Woolverton
Cast Principale (voci): Paige O’Hara, Robby Benson, Angela Lansbury, Jerry Orbach, Richard White, David Ogden Stiers
Nazione: USA

Il 13 novembre 1991, nelle sale cinematografiche statunitensi, usciva per la prima volta un classico della Disney, destinato a passare alla storia: La bella e la bestia, in onda in streaming sulla piattaforma Disney+.

La trama

Belle è una ragazza che vive in un paesino della campagna francese, insieme al bislacco padre inventore Maurice. La ragazza passa le sue giornate a leggere e sognare di vivere avventure, fuori dalla sua banale e ripetitiva vita. Intorno a lei molte persone non comprendono la sua originalità e la sua indipendenza, pur ammettendo la sua ovvia bellezza. Proprio per questo, è vittima della corte di Gaston, aitante cacciatore, nonché vanesio ed arrogante personaggio, sempre seguito dal suo devotissimo e goffo aiutante Le Tont.

Un giorno il padre, partito per una fiera, si perde nel bosco e cerca rifugio in un castello. Qui trova oggetti parlanti e pensanti che lo accolgono, ma anche una spietosa bestia (che sembra essere il padrone di tutto) che decide di imprigionarlo. Belle, capito che il padre è nei guai vedendo tornare a casa il cavallo da solo, va a cercarlo. Trovandolo e parlando con il padrone del maniero, stringe con questo un patto: se stessa in cambio del padre.

La sua prigionia possiede lunghi e strani momenti, stringendo amicizia con i vari servi/oggetti del castello e capendo che qualcosa di magico circonda quel luogo: una magia gotica, punitiva e misteriosa. Cambia lentamente anche il rapporto tra lei e la bestia, in maniera dolce e romantica…

La tecnica, le ispirazioni e le collaborazioni

Già dopo Biancaneve e i sette nani, Walt Disney voleva dedicare un film basato sulla favola di Jeanne-Marie Leprince di Beaumont. Grande ispirazione e gran spunto venne dall’omonimo film di Cocteau del ’46, da cui si presero alcuni ingredienti originali, come gran parte della trama, l’antagonista (che nel film si chiama invece Avenant) e i servi-oggetti parlanti e moventi. Servivano però altri elementi, qualcosa che rendesse l’opera maggiormente disneyana.

La prima cosa fu l’aspetto della bestia. Vennero creati non si sa quanti bozzetti: molti quali utilizzati nel corso della pellicola come gargoyle nel castello. Si decise poi, per renderla più vera, di creare una vera e propria creatura animalesca, quasi fosse una chimera. Glen Keane, l’animatore responsabile del burbero principe in veste selvaggia, raccontò che, per trarre ispirazione, si recava spesso allo zoo. Guardando, in vari movimenti, gli atteggiamenti di diversi animali, unì il corpo di un orso alla testa di un bufalo, contornandola con una criniera da leone, delle zanne da cinghiale e le zampe da lupo. Unica cosa che rimase umana furono gli occhi. I movimenti invece risultano più artistici: facile vedere nelle pose le statue di Rodin.

Belle invece fu completamente diversa dalle altre eroine della Disney. Per prima cosa, l’età. Belle ha quasi 20 anni, facendola diventare la principessa Disney…più anziana di tutte: le altre sono quasi tutte adolescenti, se non bambine. Dopo il successo de La Sirenetta, si volle tornare ad avere una protagonista ribelle e sognatrice. Si prese spunto infatti da Kathrine Hepburn e la sua Jo in Piccole donne nella pellicola del ’33, cercando di unire il suo spirito anticonformista a quello di altri personaggi cinematografici: come non paragonare il suo sfogo della voglia di avventure in un campo collinare vicino casa sua al primo canto di Julie Andrews/Maria in Tutti insieme appassionatamente?

Per creare il film furono necessari ben quattro anni. Si riprese un vecchio “trucco” vincente di altre fortunate pellicole, ad esempio La spada nella roccia, come lo scegliere ad uno sceneggiatore allo storyboard (cioè la sequenza delle tavole disegnate); unendolo alle grandi tecnologie già usate ma non così in voga, come la computer grafica (meglio nota come Computer Animation), per donare sensazionalità non solo a scene magiche, quanto ad alcune più romantiche, come quella del ballo.

Il successo

Il film piacque subito al pubblico, anche per le voci che davano vita agli oggetti. Il candelabro Lumiere e la teiera Mrs Bric, in americano, ad esempio, erano doppiati da Jerry Orbach e Angela Lansbury; mentre la canzone finale sentiva la voce di Celine Dion. Anche la critica però applaudì. Il film era bello e diverso dagli altri: era un Disney, un cartone, ma aveva qualcosa di particolare.

I riconoscimenti non mancarono, tra cui 3 Golden Globe, ma il più grande avvenne nel 1992, quando venne candidato a 4 categorie di Oscar. La bella e la bestia concorse con ben tre canzoni alla categoria della Miglior Canzone, vincendone uno (Beauty and the Beast); al Miglior Sonoro; alla Miglior Colonna Sonora, aggiudicandosi la statuetta; e (più importante) al Miglior Film, diventando il primo lungometraggio animato nella storia del Cinema ad essere candidato a questa categoria. Immaginiamo che riconoscimento potesse essere questa candidatura? Ad essere ammessi erano solo 5 pellicole: neanche Biancaneve e i sette nani arrivò a tanto. Lo si scelse ad altri che divennero dei Cult, come Thelma & Louise, Hook-Capitan Uncino; concorrendo insieme a Il principe delle maree e il futuro vincitore Il silenzio degli innocenti.

3 motivi per vedere il film

  • il prologo
  • la colonna sonora
  • come tutti i Disney, insegna a credere nei sogni

Quando vedere il film

D’inverno, con qualcosa di caldo da bere e una coperta. Non ha età.

Francesco Fario

Ecco l’ultimo cineforum, qualora lo avessi perso

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Il mistero delle “Fantasme” di Claudio Marrucci

0

Quando il fantasma è donna cosa cambia nell’algoritmo del mistero? Il risultato è esponenziale perché, come racconta Claudio Marrucci nel libro Fantasme per Fefè editore, i fantasmi sono anime inquiete che tornano sempre sul luogo che li strappati alla vita terrena.

Quindi, se la damnatio memoriae dei narratori uomini ha oscurato le vicende femminili nella storia, le donne hanno un motivo in più per affermarsi in un cosmo che le vorrebbe dannate senza gloria, vittime del sentimento, manipolatrici invece di cavalieri erranti impegnati in virili duelli rusticani.

Le fantasme sono presenze straordinarie: occhi nascosti in cortecce d’albero, lune erranti, ninfe o moderne pasionarie a loro agio con il sentire notturno e lunare della loro condizione eterea di corpo astrale e vagabondo.

Claudio Marrucci è un poeta e uno scrittore e conosce perfettamente il valore dell’artificio nella scrittura, la capacità di rendere onesta la realtà usando esattamente il suo contario: il culto dell’irreale.

In questo squisito pamphlet di fantasme famose e meno conosciute si avvale delle belle grafiche di Carmela Parissi che ha curato anche la prefazione del libro. Le donne raccontate in questo libro sono venticinque  e si rivelano in prima persona, fiere di palesarsi nel racconto di una Storia che non ha tributato loro un’attenzione adeguata.

Nel libro, oltre ai monologhi delle protagoniste, vengono fornite le indicazioni per evocarle, la storiografia ufficiale, il luogo infestato dalla loro presenza e le indicazioni per raggiungerlo, delle vere preziosità da scoprire.

Sono certa che  chi leggerà il libro di Claudio Marrucci non avrà la percezione di aver a che fare con qualcosa di fantasioso perché la poeticità che esprime nei monologhi scritti ad arte rende la leggenda perfettamente compatibile con il principio di realtà, tanto il mondo dei viventi ha necessità di immaginare la realtà fisica in comunione con quella spirituale.

Le Fantasme sono presenze rassicuranti nella loro capacità seduttiva, fantastiche dark ladies perse nei labirinti di castelli, chiese, fortini di cui l’Italia è piena. Una mappa antropologica del cuore che le arcane signore ci svelano mostrandoci le stanze più segrete.

I motivi per leggere appassionatamente questo libro sono molteplici e riconducono alla seduzione della scrittura, alle storie tragiche e leggendarie che le fantasme portano come pesante fardello, il ritrovare somiglianze e affinità storiche e meccanismi consolidati tra vittima e carnefice.

Le donne descritte sono quasi tutte morte per cause violente, femminicidi ante litteram che fanno comprendere come il fenomeno dell’affermazione femminile sia radicato dall’alba dei tempi. Quello che il maschile afferma è la supremazia sulle cose del mondo immobilizzando i sentimenti in celle blindate dove ogni tentativo di volo deve essere prontamente interrotto.

Grazie alle Fantasme, eterne alleate.

Antonella Rizzo

La foto in copertina è di Dino Ignani

Sindrome di Burnout: ecco perché i millennials si ribellano

0

I millennials sono colpiti, in misura maggiore rispetto ad altri professionisti dalla sindrome di burnout. Questo è quanto emerso da recenti ed autorevoli ricerche.

La sindrome di burnout potrebbe essere confusa con una condizione di forte stress ma, a ben guardare vi sono delle sostanziali differenze.

Il burnout non comporta la totale incapacità di tener fede agli impegni presi e concluderli con successo ma, invece, ha a che fare con le sensazioni ed i sentimenti che colpiscono il soggetto.

La sindrome di burnout, infatti, si palesa e si manifesta con una sensazione di spossatezza e stanchezza che colpisce il soggetto richiedendogli il triplo dello sforzo per completare anche i compiti più semplici. Non si pensi, però, che il burnout sia una condizione che può colpire soltanto i professionisti che operano in settori particolarmente impegnativi e stressanti.

Il mondo digitale corre veloce, ci mantiene costantemente connessi, progredisce senza sosta. Questo, però, non significa che l’essere umano debba vivere al pari della macchina, sostenendo gli stessi ritmi. Quando ciò accade, inevitabilmente, nascono problemi fisici, emotivi e mentali.

Perché i millennials sono colpiti da burnout?

I millennials sono la generazione digitale 2.0. Sono nati e cresciuti con la tecnologia, dovrebbero essere abituati ai ritmi veloci del mondo digitale e dovrebbero conoscerne aspetti positivi e negativi.

Ed invece, stando a quanto dimostrato dalle ultime ricerche e statistiche sono proprio questi soggetti ad essere particolarmente colpiti dalla sindrome di burnout.

A questa generazione è stato passato il messaggio chel’efficienza è l’unica cosa che conta. Volendo azzardare,potremmo dire che questo tipo di sistema ha plasmato una generazione che non può concedersi pause, vacanze o momenti di relax. L’unico imperativo riguarda la produttività che nonconosce orari né la distinzione tra giorni feriali e festivi.

La direzione presa dallo sviluppo tecnologico, ha fatto sì che i millennials assorbissero e facessero proprio il pensiero che per essere produttivi e per affermarsi professionalmente è necessario ed indispensabile essere reperibili sempre, rispondere alle mail anche di notte oppure durante il weekend e le ferie.

Ed ancora, tra le altre cause vi sono: stipendi troppo bassi se confrontati con la mole di lavoro e di responsabilità, un mondo del lavoro troppo precario che non consente di far progetti a lungo termine, l’incertezza economica legata anche alla condizione di lavoratori autonomi.

Con un limite di errore piuttosto minimo, si può affermare che i millennials sono affetti da tecnostress, ossia dall’incapacità di far fronte alla comunicazione ed ai bombardamenti tecnologici. Tutto ciò, inevitabilmente, comporta una forte condizione di stress e di esaurimento psicofisico.

Come reagiscono i millennials al burnout?

Una recente analisi della società, ha dimostrato che in Italia i millennials colpiti dal burnout sono in percentuale maggiore se confrontata con altre categorie.  Tra le cause vi sono, per citarne qualcuna, i ritmi di lavoro ingestibili, la necessità di dover spingere sempre più degli altri e dei colleghi, porsi obiettivi sia professionali che privati poco ragionevoli e poco realistici.

I millennials colpiti da burnout modificano il proprio modus vivendi ed operandi, al fine di guarire dalla sindrome e di tornare ad una vita più serena. Sicuramente, tra i consigli più importanti da seguire vi è quello di porre dei limiti ben definiti tra vita privata e professionale, con degli orari flessibili ma non completamente assenti. E soprattutto, riposare, dedicare del tempo a sé stessi, prendersi cura di sé praticando sport ed adottando un regime alimentare sano, ritagliarsi del tempo per i propri hobby e per le proprie passioni.

Film sulla cannabis: come se ne parla sul grande schermo?

0

I film che trattano l’uso ricreativo della cannabis hanno creato un vero e proprio mercato a partire dagli anni ’70, quando sono comparsi sul grande schermo.

Oggi, molti pregiudizi sulla marijuana stanno svanendo e in varie parti del mondo la gente sta riflettendo riguardo ai suoi usi ricreativi e benefici (questione attualmente discussa in vari paesi europei al fine di legalizzare la cannabis).

Inoltre, il suo uso e la sua relazione con la moda, la musica e la gastronomia, sono innegabili e ciò che oggi la rende al centro dei dibattiti sono i suoi effetti benefici come la capacità di alleggerire lo stress e l’ansia.

Le impressionanti caratteristiche di questa pianta hanno ispirato il mondo della cultura in molte aree diverse.

Per saperne di più sulla cultura della cannabis, abbiamo guardato diverse commedie, documentari e drammi dei migliori film che affrontano questo tema in modo divertente e informativo.

Oggi, vogliamo presentarvi una breve lista dei film più interessanti sulla cannabis e la marijuana, ma poiché questi abbracciano più generi ed epoche, realizzando una classifica, è un po’ sciocco dire che un film è migliore dell’altro.

Perciò, nello spirito dell’armonia e del rilassamento, vi elenchiamo tre film per approfondire il tema.

Quindi, quale film potreste guardare?

Quando pensate a un film sulla cannabis, cosa vi viene in mente? Una coppia di fumatori alla ricerca del pasto per soddisfare la loro fame chimica?

Forse alcuni amici confusi, persi in una nuvola di fumo, che cercano di trovare la loro auto? Se per le nuove generazioni vedere un film sulla cannabis è una rappresentazione della società odierna, che ci crediate o no, la marijuana è stata ritratta nei film in modo differente nel corso del tempo.

Infatti, i registi hanno cercato di rispecchiare la società, in particolare la controcultura, e la marijuana è sempre stata una delle questioni preferite del momento.

Al giorno d’oggi, la maggior parte dei film che presentano la marijuana sono in qualche modo neutrali nella rappresentazione di questa sostanza, che è ancora illecita in molte parti del mondo.

Tuttavia, ci sono voluti decenni prima che i media popolari si evolvessero nella rappresentazione della marijuana, rappresentandola inizialmente solo come nemico sociale e successivamente con un approccio sempre più favorevole.

Che si tratti di un film in piena regola, di una rapida ripresa di un bong su un tavolo o di una canna in un cassetto, la marijuana è diventata una presenza comune nei film.

Tre film sul tema

  • Friday (1995)

Ice Cube, stanco dei film che ritraggono i quartieri afroamericani in cui vengono enfatizzati il ​​dramma e la violenza, decide di realizzare una commedia sulla cannabis di alto rango.

  • Il grande Lebowski (1998)

Un capolavoro del cinema. Il protagonista Leboswski,  un fannullone, assiduo fumatore di marijuana e accanito bevitore di White Russian, ci lascia la sua celebre frase: “amico, rilassati”.

  • Stordito e confuso (1993)

Richard Linklater dipinge un ritratto generazionale dell’era Reagan e della sua politica “Dì no alla droga”. Potrebbe non essere il suo film migliore, ma è uno di quelli che hanno catturato meglio il momento e l’importanza della marijuana come rito di passaggio all’età adulta.

Altri film come “L’Erba di Grace” (2000) e “Strafumati” (2008) trattano l’argomento in maniera umoristica, ma senza farsi beffa di chi fa uso di cannabis.

Inoltre, i documentari come “Super High Me” (2007) hanno intrapreso un percorso  che punta lo sguardo sulle forze politiche che stanno spingendo ad ottenere una vera e propria riforma.

Per avere una panoramica più ampia e completa dei film dedicati alla cannabis, potete consultare il blog di Cbdmania in cui vi è un articolo sui migliori film dedicati a questo tema.

Possiamo dire,quindi, che è evidente un notevole mutamento nei confronti della cannabis in quest’ultimo decennio.

Il tema sulla legalizzazione della cannabis, ormai sostenuto da diverse aree politiche, ha influenzato il mondo dello spettacolo e in generale è diventato decisamente più centrato su schieramenti pro-cannabis.

Gli ultimi cambiamenti a livello legislativo riguardano il Lussemburgo, primo Paese in Europa a legalizzare l’uso ricreativo della cannabis.

“Marta – Il delitto della Sapienza”: la recensione del documentario Rai

0

La vita è attesa. Da piccoli si attende impazientemente di diventare grandi, da grandi si attende impazientemente di sposarsi, di condurre una vita pacata e poi si cercano sempre nuovi obiettivi perché l’uomo si deve distrarre dalla nullità della vita

Marta – Il delitto della Sapienza è un documentario disponibile su Raiplay, diretto da Simone Manetti, prodotto da Rai Documentari e Minerva Pictures, nel quale l’oggetto del racconto è l’omicidio di Marta Russo avvenuto il 9 maggio del 1997.

La storia del delitto della Sapienza è passata alla storia ed è comunemente nota. Marta Russo è una studentessa di Giurisprudenza di 22 anni. Mentre sta camminando assieme a un’amica nel campus universitario, nei pressi di Filosofia del diritto, viene raggiunta alla testa da un proiettile vagante. La ragazza si accascia a terra e, purtroppo, morirà in ospedale cinque giorni dopo senza aver mai ripreso conoscenza. La sua morte sconvolgerà l’Italia e diventerà un caso mediatico.

Il trailer

L’omicidio di Marta Russo: la storia

A rendere la vicenda di Marta Russo un caso mediatico ci sono diversi fattori: da un lato il luogo dove si è consumato il delitto, ovvero l’Università, un posto istituzionale dove ci si dovrebbe sentire “al sicuro”; dall’altro lato le difficoltà riscontrate dagli inquirenti nelle indagini.

Dopo cinque anni di processo e indagini travagliate, che esplorano varie ipotesi (la pista passionale, la teoria dello scambio di persona, il movente terroristico-politico) l’omicidio di Marta Russo è stato attribuito, in Cassazione, a due assistenti/ricercatori di Filosofia del diritto: Giovanni Scattone ( giudicato colpevole di omicidio colposo) e Salvatore Ferraro (giudicato colpevole di favoreggiamento).

Nella prima sentenza si precisa che Scattone avrebbe esploso inavvertitamente un colpo, maneggiando una pistola forse senza neanche essere a conoscenza del fatto che fosse carica e Ferraro lo avrebbe coperto, tacendo. Il delitto fu definito colposo, e non volontario, perché, dalla posizione in cui si sarebbe trovato, Scattone non avrebbe avuto modo di esplodere un colpo mirato.

Entrambi i ricercatori si sono sempre dichiarati innocenti.

La curiosità del pubblico in merito agli eventi processuali è rimasta viva tutt’oggi a causa delle ombre che hanno caratterizzato le indagini: non è stato trovato un movente, se non quello della teoria del delitto perfetto; non è stata mai rinvenuta l’arma del delitto, ovvero la pistola da cui sarebbe esploso il colpo mortale; alla testimone oculare principale del delitto sarebbe stata “estorta” la testimonianza dagli investigatori nel corso degli interrogatori.

La recensione del documentario

Marta – Il delitto della Sapienza è un documentario il cui il racconto si fa imparziale rispetto alla condanna di colpevolezza di Scattone e Ferraro riportando non soltanto le testimonianze di giornalisti, poliziotti, avvocati di pubblica accusa, di difesa e parte civile, ma anche footage tratto dai telegiornali dell’epoca e dalle riprese di servizio degli inquirenti.

Ma non è soltanto questo il plus del documentario. La morte di Marta Russo è stata narrata diverse volte dal 1997 a oggi, utilizzando sia strumenti audiovisivi ma anche, più recentemente, il podcast, come è avvenuto in Polvere, il preciso, puntuale e intrigante racconto nato dalle ricerche di Cecilia Sala e Chiara Lalli.

Marta – Il delitto della Sapienza però consegna allo spettatore qualcosa di inedito: il racconto di Marta, della persona che era, delle sue riflessioni e aspettative attraverso i suoi stessi diari, ritrovati da sua sorella Tiziana a distanza di diversi anni dalla tragedia. E sono proprio le parole di Marta che lasciano lo spettatore senza fiato.

Io voglio fare il magistrato, avere tre figli ed essere felice con loro

Valeria de Bari

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Pasolini, Fotogrammi di pittura: in mostra i riferimenti artistici dietro ai film

0

La Fondazione Magnani-Rocca di Parma presenta dall’11 settembre al 12 dicembre 2021 una mostra intitolata “Pier Paolo Pasolini. Fotogrammi di pittura“. Lo scopo è evidenziare i nessi tra la produzione cinematografica pasoliniana e i modelli della storia dell’arte presenti dietro le opere. A pochi mesi di distanza dal centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini (avvenuta il 5 marzo 1922 a Bologna), il progetto – a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera – trae origine proprio da queste “corrispondenze” tra il mondo dell’arte e mondo del cinema che il poeta, ma anche pittore e regista, aveva ben presente.

Appena entrati, è possibile assistere ad una breve video-presentazione sulla figura di Pasolini come intellettuale, i suoi problemi dovuti allo scandalo che suscitarono le sue opere.

Due stanze, due meraviglie

La mostra presenta soltanto due stanze: nella prima vengono mostrati alcuni fotogrammi in bianco e nero di alcune scene, personaggi iconici dei film e sulla figura di Pasolini; nella seconda c’è un confronto tra alcune scene cinematografiche e le opere artistiche a cui fanno riferimento.

Un esempio è la scena ne Il Decameron (1971), dove Pasolini ricalca la propria immagine da quella del protagonista de La fucina di Vulcano (1630) di Velàzquez interpretando l’allievo di Giotto a cui compare in sogno una complessa macchina scenica con un “materno” Giudizio universale, nella citazione del modello giottesco della Cappella degli Scrovegni di Padova.

La Ricotta, cortometraggio del 1963, presenta la ricostruzione a tableau vivant di due celebri opere di manieristi toscani: la monumentale Deposizione di Cristo di Rosso Fiorentino (1521) e l’altrettanto imponente pala, di analogo soggetto, del Pontormo (1526-1528).

Rosso Fiorentino, Deposizione, 1521, olio su tavola. Volterra, Pinacoteca Civica
Fotogramma dal cortometraggio La ricotta di Pier Paolo Pasolini 1963

Nell’ultimo film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) sono Fernand Léger e i pittori futuristi a essere scelti come sfondo alle torture psicologiche e fisiche dei potenti sui giovani schiavizzati.

L’inquadratura immaginata come quadro fisso spiega la preferenza di Pasolini per campo fisso, messa in posa e i lunghi primi piani che sottolineano la ieraticità dei volti. Per definire l’intera produzione del regista dovremmo ricorrere, secondo Mauro Carrera, ad un termine spesso abusato, “poesia” (dal greco ποίησις, poiesis, “creazione”).

Potremmo quindi affermare che la stessa esistenza di Pasolini sia riconducibile alla medesima categoria semantica, quindi parlare di “poesia di vita“: la forza poetica della vita intesa come carme vitale, canto necessario, primo e ultimo, del vivere; dall’altro il coraggio di una vita vissuta come autentica testimonianza creativa, come opera d’arte in sé.

Le locandine: un’altra forma d’arte!

Nella seconda stanza è possibile anche vedere le locandine dei film. Negli anni in cui Pier Paolo Pasolini realizzò i suoi film, dal 1961 al 1975, la promozione pubblicitaria cinematografica – scrive Roberto Chiesi – era affidata soprattutto alle diverse tipologie di affissi cartecei (i manifesti, le locandine e le fotobuste).

L’affissione rivestiva infatti un ruolo di essenziale importanza nella pubblicità dei film in uscita nelle sale perché, oltre alla tv di Stato, esistevano soltanto poche reti televisive e quindi erano proprio le affissioni urbane ed extraurbane, di varia grandezza e formati, a costituire il veicolo migliore per informare i potenziali spettatori.

Le locandine possono essere osservate nell’ultima parte del mio video:

Comizi d’amore (1964) venne illustrato nella locandina e nel manifesto quattro fogli da un eccellente pittore di cinema, Otello Mauro Innocenti in arte Maro, che ritrae una coppia di giovani innamorati abbracciati (in tenuta estiva), un’immagine che però appare riduttiva rispetto alla ricchezza antropologica del film.

Un’invenzione fantastica di grande efficacia, anche se infedele al senso del film, è il disegno di Carlantonio Longi (1921-1980) per Uccellacci e uccellini (1966) che mostra Totò in gabbia, in balìa di un gigantesco uccello rapace, con intento umoristico che avrebbe dovuto “rassicurare” il pubblico del grande comico.

Enrico De Seta rivelò un eccellente talento in qualità di grafico, oltre che di disegnatore della locandina dell’Edipo re, nella creazione di quella di Medea (1969), dove alcune fotografie di scena del grande Mario Tursi vennero montate in modo da suggerire l’inquietudine e lo spaesamento della maga di Euripide.

Stranamente più convenzionale fu la scelta iconografica per un film di grande bellezza plastica e figurativa come l’ultimo della Trilogia, Il fiore delle Mille e una notte (1974), dove ci si limitò ad accostare tre fotografie di scena (neanche fra le più belle) di Angelo Perroni (1922-1993).

Per Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che sarebbe purtroppo rimasto il suo ultimo film, uscito postumo, Pasolini avrebbe voluto coinvolgere Salvador Dalì, ma sarebbe stata una “trappola”: lo aveva infatti scelto in quanto artista compromesso con un regime dittatoriale come il franchismo.

Ma la richiesta economica di Dalì fu inaccettabile e quindi preferì ricorrere a una fotografia di scena di Deborah Beer (1950-1994), trattata però in modo tale che sembrasse un’immagine sgranata e in bianco e nero, come se fosse stata ripresa quasi da una telecamera di controllo, dove si assiste a una situazione emblematica della “riduzione di corpo a cosa” mostrata nel film, con alcune ragazze e ragazzi portati al guinzaglio come cani.

La stessa situazione di abberrante umiliazione fisica e psicologica che campeggia nella seconda locandina del film, stavolta a colori.

Quello che diceva lo stesso Pasolini…

Rivelava Pasolini, pittore egli stesso per tutta la vita:

«Quello che io ho in testa come visione, come campo visivo sono gli affreschi di Masaccio, di Giotto, che sono i pittori che amo di più, assieme a certi manieristi (per esempio il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca, che ha l’uomo come centro di ogni prospettiva. Quindi, quando le mie immagini sono in movimento, sono in movimento un po’ come se l’obiettivo si muovesse su loro sopra un quadro, come uno scenario, e per questo lo aggredisco sempre frontalmente. Io cerco la plasticità dell’immagine, sulla strada mai dimenticata di Masaccio: il suo fiero chiaroscuro, il suo bianco e nero, o sulla strada, se volete, degli arcaici, in uno strano connubio di sottigliezza e di grossezza. Non posso essere impressionistico. Amo lo sfondo, non il paesaggio.»

Orari e costo dei biglietti

Orario:
dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).
Aperto anche 1° novembre e 8 dicembre. Lunedì chiuso (aperto lunedì 1° novembre in quanto festivo).

Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).

Ingresso:
Ingresso: € 12,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 10,00 per gruppi di almeno quindici persone – € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it

Il sabato ore 16 e la domenica e festivi ore 11.30, 15.30, 16.30, visita alla mostra ‘Miró. Il colore dei sogni’ e alla mostra ‘Pasolini’ con guida specializzata; è possibile prenotare a segreteria@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 17,00 (ingresso e guida).

Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera, saggi in catalogo di Mauro Carrera, Roberto Chiesi, Stefano Roffi.

Tutte le immagini utilizzate in questo articolo sono state concesse dalla stessa Fondazione per rassegna stampa.

Lorenzo Cardano

Inception – Il cinema come sogno da condividere

0

Dopo aver terminato le riprese del secondo capitolo della trilogia dedicata all’Uomo Pipistrello (Il cavaliere oscuro), nel 2009 Christopher Nolan e Warner Bros. danno il via alla produzione di quello che diverrà un vero e proprio fenomeno mondiale, capace di calamitare ancora oggi l’attenzione e le riflessioni del pubblico: Inception. Si tratta del film con il più lungo e discontinuo processo creativo della filmografia nolaniana, dato che la prima bozza di sceneggiatura venne redatta durante la lavorazione di Memento. Come per la sua opera prima Following, il soggetto nasce da un evento vissuto in prima persona dal regista, divenendo così la seconda pellicola completamente originale di Christopher Nolan che, sporadicamente, ha sofferto di paralisi del sonno.

Studiando il fenomeno, rimase affascinato dalla capacità della mente umana di creare e scoprire simultaneamente un vera e propria realtà alternativa, nonché dal diverso scorrere del tempo tra mondo onirico e realtà, rimanendo ossessionato dalla possibilità per un uomo di poter controllare i propri sogni. Ci vollero però quasi 10 anni per sviluppare completamente l’idea e presentare la sceneggiatura definitiva a Warner Bros. che, una volta supervisionata, mise subito il progetto in produzione con un budget di 160 milioni di dollari. Una volta distribuito nelle sale mondiali il film divenne un instant cult ed un successo commerciale da 837 milioni, che vanta quattro Premi Oscar su otto nomination totali.

Dreams Pay

Dom Cobb (Leonardo DiCaprio) è il più abile estrattore del mondo, capace, con il suo fidato collaboratore Arthur (Joseph Gordon-Levitt), di scovare e portare alla luce qualsiasi tipo di informazione dalla mente umana, addentrandosi nei sogni del soggetto da derubare. Avvicinato dal potente uomo d’affari Mr. Saito, precedentemente vittima di un difficoltoso colpo, al nostro protagonista viene proposto di eseguire l’operazione inversa: entrare nei sogni di Robert Fischer (Cillian Murphy) per innestare l’idea di frazionare l’impero energetico del padre. Un lavoro al quale il ladro non potrà sottrarsi, dato che gli verrà garantita dal businessman giapponese la possibilità di poter tornare negli Stati Uniti, dov’è ricercato per l’omicidio della moglie, e rivedere così i volti dei propri figli. Mettendo a rischio il suo stesso futuro (se fallirà verrà arrestato), Cobb dovrà riuscire a far attecchire l’idea in profondità, simulandone l’auto-generazione, e studiando un piano che preveda tre livelli di sogno.

Tuttavia, più ci si addentra in profondità nella mente umana, più il subconscio diventa un problema che può compromettere l’intera missione ed il passato oscuro di Cobb, dal volto dell’amore perduto Mal (Marion Cotillard), è particolarmente pericoloso.

La circolarità di un sogno da condividere

É interessante analizzare come il film di Christopher Nolan, ambientato nel flusso onirico, abbia come sequenza iniziale il risveglio di Cobb, il cui nome è un evidente citazione al ladro d’intimità della sua opera prima Following. Tra sogno e ricordo, con apertura dunque similare a quella già vista in Batman Begins, il nostro protagonista cercherà di richiamare l’attenzione dei figli, prima di svenire nuovamente ed essere portato al cospetto di un vecchio uomo che sembra riconoscere lui e la trottola che porta con sé. Ed ecco che, nel tempo di uno stacco ad effetto, lo spettatore e le parti in causa vengono catapultati su un differente livello temporale ed onirico, creando un primo conflitto nel pubblico che non ha gli strumenti (ad una prima visione) di capire dove si stia trovando e come ci sia arrivato. Con un gioco a ritroso verso la veglia, le scatole cinesi vengono svelate così come le potenzialità della mente umana e l’impossibilità di percepire i confini del sogno. Risultano dunque importantissimi, per decifrare l’opera e la struttura filmica del regista, i momenti di confronto tra Cobb ed il futuro architetto onirico Arianna (Elliot Page). La ragazza coglie la necessaria circolarità del mondo del sogno, riuscendo a superare la prova cui è sottoposta dal protagonista, disegnando un labirinto non squadrato ma tondo. Un’intuizione che le verrà successivamente spiegata e resa nota quando lei stessa non saprà spiegare come si sia ritrovata in un bistrot parigino, nella sua prima lezione di “sogno condiviso“.

Il regista pone dunque fin da subito l’accento sulla mancanza di passaggio conscio tra il mondo reale ed illusorio all’interno della sua opera (ma non solo, nessuno di noi ricorda l’inizio di un sogno), riportando tutto alla fruibilità circolare delle sua narrativa. Che sia l’inganno di Following, la coincidenza tra inizio e conclusione di Memento o il futuro che modifica il passato come in Interstellar e Tenet, Christopher Nolan vuole che il pubblico ritorni a rivivere gli inganni visivi e celebrali delle sue pellicole, calandosi verticalmente nella sua idea di cinema che qui, come in The Prestige, sta innestando nella mente dello spettatore. Se nella precedente opera tra i palchi magici londinesi, veniva esplorato il gioco di prestigio insito nella proiezione cinematografica, in Inception l’esperienza filmica viene associata sotto diversi aspetti all’esperienza onirica. Il buio della sala, diventa la chiusura degli occhi e l’abbandono della realtà per il sogno (il film stesso), dove il pubblico (Fischer) si troverà ad interagire con il fantastico creato per lui da: regista (Cobb), scenografo (Arianna), studio di produzione (Saito), attore (Eames) e produttore (Arthur). Con una prospettiva metacinematrografica, Christopher Nolan rende la proiezione un “sogno condiviso” dove il pubblico è partecipe e vittima al tempo stesso. Il team di Cobb, di cui il cineasta tira le fila, sta innestando una storia indimenticabile ed un dubbio finale che ancora assilla milioni di noi. Un sospetto identico, per modalità ed intenti, a quello di cui è stata ignara vittima Mal, portandola alla follia: è ancora un sogno o la realtà?

Non, je ne regrette rien..

La teoria dei sogni di Freud era l’idea che il mondo onirico fosse la rappresentazione dell’inconscio, cioè di tutta la dimensione psichica di modelli comportamentali, istinti ed emozioni di cui il soggetto non è consapevole. Un non visibile che sgomitava per vedere la luce, palesandosi sotto forma di sogno. Oggi sappiamo bene che il padre della psicoanalisi si sbagliava: non sogniamo esclusivamente quando abbiamo conflitti interiori e questi non sono assolutamente fenomeni patologici ma perfettamente normali. Tuttavia, Christopher Nolan prende ispirazione da questa teoria per sviluppare il personaggio di Mal (diminutivo di Malorie, nome che deriva dal francese “malheur” che significa infelicità, sfortuna), interpretata da Marion Cotillard e rappresentazione del senso di colpa del nostro protagonista.

Palesandosi con violenza e sfrontatezza, scopriamo che la presenza costante di Mal nei sogni condivisi di Cobb, non è altro che un meccanismo inconscio di auto-sabotaggio del nostro protagonista che continua a colpevolizzarsi per l’innesto riuscito ai danni della moglie. Un legame onirico tossico e malsano, raffigurato dalla fede al dito di lui unicamente nell’esperienza onirica, di cui Dom non può fare a meno, tanto da mettere a repentaglio l’incolumità della sua squadra e delle missioni. L’intero film è dunque, tra le altre cose, l’elaborazione ed il superamento del lutto del ladro di sogni che riuscirà, grazie all’improvvisazione ed al metaforico filo di Arianna, a trovare l’uscita dal labirinto di rimorsi cui si è rinchiuso, auto-innestandosi l’idea di lasciare andare le ombre del passato e tornare a vivere, per i suoi figli. La sofferenza e l’accettazione sono tasselli fondamentali per la rinascita. Ed ecco che “Non, je ne regrette rien“, la canzone utilizzata nel film per sincronizzare “il calcio”, e dalla quale Hans Zimmer ha ideato una delle sue migliori colonne sonore, diviene anche il manifesto del superamento del senso di colpa del personaggio di Leonardo DiCaprio: il primo protagonista nolaniano a vincere l’ossessione scaturita dalla perdita dell’amore.

Il ritorno a casa ed il criptico finale

Nonostante la confessione del peccato del marito, Mal tenterà di persuaderlo a restare nel conforto di un mondo illusorio, similare per intenti al “sogno lucido” di Abre los ojos (o del più conosciuto remake hollywoodiano Vanilla Sky), poco prima di morire al suo fianco. Con la conclusione del film Christopher Nolan fa la stessa cosa, chiedendo allo spettatore di rimanere nel sogno (nella proiezione) grazie alla criptica sequenza finale. Come ben sappiamo, Cobb corre a riabbracciare James e Philippa non curandosi del comportamento della trottola-totem ed il regista decide di chiudere la pellicola su un piccolo tentennamento dell’oggetto, negando l’esito della verifica del piano di realtà anche al pubblico. L’ennesima astuzia del cineasta ha dato il via a non poche speculazioni e teorie di cui si dibatte ancora oggi.

Tuttavia, queste non sono altro che mero passatempo per gli appassionati, posto sul primo livello di lettura dell’opera quale consecuzione di eventi. Dall’anello quale vero totem di Cobb (credenza errata, dato che la fede compare solo nel sogno quale simbolo del legame persistente con Mal), allo studio dei vari livelli onirici, alle dichiarazioni del regista in risposta alle insistenti domande di Michael Caine, la chiave di lettura sta principalmente in una battuta ripetuta più volte all’interno della pellicola: “Stai aspettando un treno, un treno che ti porterà molto lontano. Sai dove speri che questo treno ti porti, ma non puoi averne la certezza. E non ha importanza“. Il treno in questione non è altro che il film stesso che speriamo porterà ad un lieto fine, di cui non possiamo averne certezza per la discussa sequenza conclusiva. Ma, non a caso, la realtà è che tutto questo non ha importanza: “perché saremo insieme“. Il ritorno a casa, tematica fondamentale nella poetica nolaniana come vedremo molto bene in Dunkirk, è completo: il protagonista non è più ossessionato dalla colpa e può dunque iniziare una nuova vita con i suoi figli. Si tratta dell’unica realtà che conta.


Christopher Nolan esplora il mondo onirico, immergendolo nella sua idea di cinema architettonico fatto di labirintiche strutture ad incastro, che va a contrapporsi con forza alla visione proposta dalla principale fonte d’ispirazione della pellicola hollywoodiana: “Paprika” di Satoshi Kon, citato ed omaggiato più volte. In conclusione, Inception è un atto di fede che il regista chiede allo spettatore di compiere, lasciandosi trasportare in un’esperienza condivisa all’interno della fabbrica dei sogni per eccellenza: il Cinema.

Michele Finardi

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Eternals – L’MCU verso una nuova Era

0

Dal 03 Novembre è approdato nelle sale italiane l’attesissimo 26esimo capitolo del Marvel Cinematic Universe che, come il precedente “Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli“, ha il difficile di compito di mantenere viva l’attenzione del pubblico dopo la conclusione della cosiddetta “Saga dell’Infinito“. Con la visione di Eternals, si ha però l’impressione che i Marvel Studios abbiamo trovato la formula vincente per il rinnovamento nella diversificazione stilistica, forti dei successi ottenuti con James Gunn e Taika Waititi. Con estrema lungimiranza, affidano il progetto Eterni alla talentuosa Chloé Zhao che, come vedremo più avanti, firmerà un film super-eroistico come non si era mai visto prima.

“Quando ami qualcosa, la proteggi”

In principio..

Dieci esseri dotati di straordinari poteri, chiamati Eterni e provenienti dal pianeta Olympia, vengono inviati sulla Terra per volere del Celestiale Arishem, affinché possano proteggere la giovane razza umana dalla minaccia Deviante. Guidati dall’Eterna Primaria Ajak (Salma Hayek), il gruppo veglia sull’umanità giorno dopo giorno, fino all’uccisione di quello che sembra essere l’ultimo gruppo di Devianti sul pianeta azzurro. Esaurito il compito affidatogli, gli Eterni si trovano a discutere sull’insensatezza del veto posto dal Celestiale di non interferire con i conflitti degli uomini. In crescente disaccordo, si trovano costretti a separarsi fino a che, secoli dopo in una Londra moderna, Sersi (Gemma Chan) e Sprite (Lia McHugh) vengono assaliti dalla furia di uno di quei mostri creduti sconfitti. I Devianti sono tornati e sono determinati a sterminare i dieci eroi nell’ombra che, nel tentativo di riunirsi, scopriranno la verità sul loro incarico.

Chi sono gli Eterni?

Nati dalla penna di Jack “the King of comics” Kirby, gli Eterni sancirono il ritorno del Re in casa Marvel, dopo la parentesi quinquennale alla concorrente DC Comics. Da sempre affascinato di criptoarcheologia e dalla “Teoria degli antichi astronauti“, le immortali e stratificate opere di Kirby hanno da sempre fuso spazio, mitologia e creazionismo, toccando però l’apice di queste influenze negli anni ’70. È proprio in questo periodo che Kirby realizzò il “Quarto Mondo” (Saga dei Nuovi Dei) per DC e, pochi anni dopo, Eterni per Marvel. Esseri immortali che, grazie alle loro azioni e capacità, vennero resi oggetto di miti e leggende. Non è dunque un caso che la guerriera Thena abbia un’assonanza netta con la dea Atena, così come il velocista Makkari a Mercurio, Ikaris ispirò Icaro, Sersi a Circe per le sue capacità di trasmutare la materia, fino ad arrivare all’immutato Gilgamesh.

Questa premessa è necessaria per andare a cogliere citazioni, riferimenti e zone d’ombra nel film di Chloé Zhao, dove si è deciso di cambiare in maniera significativa l’origine del gruppo “divino”. Nei comics infatti, i Celestiali sono partiti dalle scimmie presenti sul pianeta Terra per creare tre diverse razze: gli Eterni come esseri superiori, i Devianti come loro mostruoso opposto ma anche l’uomo come “anello di congiunzione” tra i due estremi. Fa dunque sorridere il primo piano della statua di Charles Darwin al Museo di Storia naturale di Londra, nei primi momenti della pellicola, e sarà interessante scoprire quali ripercussioni avrà questa modifica di origine Eterna nel mondo Marvel cinematografico, con l’ampiamento della narrativa alle origini dell’Universo stesso. Thanos, l’antagonista per eccellenza del MCU fino a questo momento, nei fumetti è anch’esso un Eterno, anche se diverso nell’aspetto a causa della “Sindrome Deviante” e, con la presentazione di un nuovo personaggio nel 26° capitolo MCU strettamente legato al Titano Pazzo, la curiosità sulle scelte di Marvel Studios sulla trasposizione cinematografica aumenta vertiginosamente.

Il film MCU delle “prime volte”

Seppur Eternals sia il 26° capitolo del franchise Marvel, primeggia sotto diversi aspetti. Si tratta infatti della prima pellicola degli Studios co-sceneggiata e diretta da un Premio Oscar: Chloé Zhao, la quale si propose a Kevin Feige al termine delle riprese di Nomadland, nel 2018. Questo retroscena non è di poco conto e la dice lunga sull’oculatezza del produttore rimasto affascinato dal talento asiatico, tanto da acconsentire alle sue richieste di poter girare in luoghi reali e con luci naturali. Un’estetica nuova, raffinata ed elegante, mai esplorata nel contesto super-eroistico Marvel (non confondiamoci con l’iper realismo della trilogia nolaniana), capace di fondersi perfettamente con la solennità dei personaggi in causa. La Zhao si conferma fuoriclasse in grado di gestire la macchina in più contesti, portando a schermo delle scene action fluide, chiare e coinvolgenti. Ed è proprio qui, nelle 2 ore e 30 di narrazione, che assistiamo ad alcuni dei quadri visivamente più riusciti dell’intero MCU, dove l’infinitamente grande si scontra con l’infinitamente piccolo ed i legami vengono suggellati da panoramiche mozzafiato. L’azione cede il passo all’introspezione, cosa che non tutti potrebbero gradire, ma andando a donare a ciascun personaggio la giusta tridimensionalità, riprendendo alcune dinamiche delineate su carta da due mostri sacri quali Jack Kirby e Neil Gaiman.

Purtroppo, la pellicola è stata al centro di un aberrante shit-storm ancor prima dell’uscita e dell’anteprima mondiale, tanto che vanta ingiustamente il triste primato quale: film MCU con la media voto più bassa. L’onda d’odio ed indignazione è scaturita dal fatto che, per la prima volta, viene portato a schermo un eroe/padre dichiaratamente omossessuale. Nonostante il titolo sia stato censurato in alcune parti del mondo (ed in altri persino bandito), Kevin Feige ha promesso che non si lascerà scoraggiare. “Questo è solo l’inizio”, afferma il produttore, assicurando che i Marvel Studios saranno in prima linea per quanto riguarda l’inclusività e la rappresentazione delle minoranze. In Eternals, abbiamo anche l’occasione di conoscere un’inedita versione femminile di Makkari, interpretata dalla bravissima attrice sorda Lauren Ridloff, che abbiamo già avuto modo di conoscere con “The Walking Dead” e con il bellissimo “Sound of Metal”.

Inoltre, per la prima volta in un titolo MCU, viene confermata l’esistenza della DC Comics con un paio di divertenti momenti, nei quali vengono citati noti personaggi della concorrenza. Attraverso chiari parallelismi tra Ikaris e Superman, sia verbali che visivi dato che un paio di frame ricordano chiaramente Man of Steel di Zack Snyder, e con l’esilarante paragone tra la coppia Kingo-Karun con la più cupa Batman-Alfred, si ha l’impressione che i Marvel Studios abbiano voluto omaggiare il super quale icona moderna, senza sterili divisioni. Una sana rivalità porta al miglioramento e chi più può goderne siamo noi. Dopotutto, citando la regista asiatica: “a chi non piacciono Batman e Superman?”

Famiglia, legami e umanità

Se da un lato si tratta dell’inizio di una nuova Era per Marvel Studios, dall’altra c’è il volere di continuare ad esplorare le dinamiche familiari ponendole, ancora una volta, sotto una diversa luce. Partendo da un orfano miliardario, passando per una famiglia disfunzionale di divinità nordiche, all’inconsistenza dei legami di sangue ed alla famiglia intesa come persone che si scelgono (Avengers, Guardiani ecc..), con Eternals abbiamo una struttura più complessa, dove i ruoli si confondono.

I Dieci Eterni, generati dal Celestiale Arishem, sono in prima battuta loro stessi un nucleo familiare. Ajak viene all’unanimità riconosciuta come Madre-guida e, con il passare dei millenni, nel gruppo Eterno nasceranno sentimenti amorosi, sopite rivalità e gelosie fraterne che verranno esplorate nel corso della pellicola. Tuttavia, il tempo trascorso a stretto contatto con la razza umana, fa nascere in ciascuno di loro un vero e proprio sentimento genitoriale verso quest’ultima. Come custodi degli abitanti della Terra, gli Eterni soffrono non potendo interferire nei negli scontri degli uomini e, dunque, non potendo proteggerli fino in fondo: non dai Devianti, ma da loro stessi. Come vedremo, questa non è che l’ennesima similitudine con la quale i 10 individui straordinari (inizialmente in sceneggiatura erano 12) dovranno fare i conti. Ognuno di loro rappresenta un diverso aspetto della natura umana e, così come gli individui che hanno dichiarato di proteggere, saranno comunemente afflitti da dilemmi morali ed etici, dove la vera vittoria è il coraggio di agire per ciò che si crede giusto.

Nonostante siano le vere divinità delle civiltà che si sono susseguite sulla Terra, il gruppo Eterno è costituito da legami e sentimenti fatti di contrasti e chiaroscuri. Amore, fratellanza, fiducia fanno da contraltare a paura, egoismo e senso di impotenza, in un mosaico familiare di debolezze che devono essere superate nel momento in cui ciò che hanno di più caro, l’umanità, è nuovamente in pericolo. Ed ecco che i Marvel Studios portano i loro eroi nuovamente a interrogarsi sull’importanza della vita stessa, in questo caso partendo dalla scoperta delle loro vere origini, fino ad un arrivare al dover dare un valore a ciascuna esistenza. Ma, come vedremo durante il film, non in maniera cosi equa e casuale come fece (l’Eterno?) Thanos.

Alle porte del Multiverso, i Marvel Studios diversificano ulteriormente a livello stilistico, aprendo la narrativa a orizzonti creazionistici di un franchise potenzialmente senza limiti. In più, come se non fosse sufficiente introdurre Eterni e Celestiali, quest’ultimi presentati in maniera ben diversa dall’Ego visto in “Guardiani della Galassia Vol.2”, nelle due scene post-credits fanno la loro comparsa ben tre (avete letto bene: tre) nuovi personaggi. Una cosa è certa: il futuro sarà tutto da scoprire ma l’MCU è ancora desideroso di stupire.

Michele Finardi

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Il mutuo appoggio” di P. Kropotkin: in natura la collaborazione paga più della lotta

0

Kropotkin, nato nobile in Russia a metà dell’800, è stato un figlio del suo tempo. Ribelle, anarchico, grande intellettuale ma anche grande scienziato, girò il mondo e l’Europa.

Criticò per tutta la vita le idee del socialismo scientifico e quelle del darwinismo sociale, secondo le quali il più forte è legittimato a schiacciare il più debole. I suoi principi di etica e di anarco-comunismo, invece, lo resero sempre più consapevole che l’anarchismo è in perfetta sintonia con lo sviluppo e i metodi della scienza, che esso ha basi scientifiche indiscutibili e, soprattutto, dimostrare che la vita umana ed animale è prevalentemente basata sulla cooperazione e la solidarietà, piuttosto che sulla lotta.

Il libro “il mutuo appoggio”, edito da Elèuthera, viene scritto da Kroptokin in Gran Bretagna, in un momento della sua vita in cui era finalmente libero, dopo anni in cui era stato ricercato, vessato, imprigionato. È una raccolta di saggi di natura scientifica, con molti esempi di ricerche e osservazioni sul campo, ma tutto è al servizio dell’etica umana e animale. I primi capitoli sono dedicati alle dinamiche di organizzazione e difesa di comunità animali, dagli insetti alle aquile passando per gli ungulati e i roditori.

“La forza delle formiche è nel mutuo sostegno e nella fiducia reciproca. E se la formica si trova al vertice dell’intera classe degli insetti per le sue capacità intellettive; se il suo coraggio è uguagliato solo da quello dei più coraggiosi vertebrati; e se il suo cervello –per usare le parole di Darwin- “è uno dei più meravigliosi atomi di materia del mondo, forse ancora più del cervello dell’uomo”, ciò non è forse dovuto al fatto che nelle comunità delle formiche il mutuo appoggio ha preso per intero il posto della lotta reciproca?

La seconda metà del libro è dedicata invece a una ricerca etica nelle comunità umane, dalle tribù di Boscimani fino alle unioni sindacali e alle classi lavoratrici. Descrivendo il mutuo appoggio come una pratica profondamente intrinseca alla natura dell’uomo, lascia intendere che, chi pensa il contrario, è stato probabilmente fuorviato da teorie economiche disumane.

Perché è importante leggere questo libro

Personalmente, posso dire di far parte di quella fetta di umanità che si è sempre sentita dire “sei troppo buona”, “pensi troppo agli altri”, “devi imparare a girarti dall’altra parte” e mi sono sempre sentita in qualche modo diversa. Ora che il termine buonismo è diventato un insulto, ora che pensare ai più fragili della nostra globale comunità umana è diventato radical chic, questo libro mi fa sentire a casa. Ora ho le prove che il benessere di tutti è più importante del singolo egoismo.

Ecco cos’era quella spinta alla solidarietà che ho fin dall’infanzia! Era il mio DNA di Homo sapiens che ruggiva dentro di me!

E poi, lo dicono anche gli Stark in Game of Thrones: “Quando la neve cade e i venti bianchi soffiano, il lupo solitario muore, ma il branco sopravvive”.

Micaela Paciotti

Il tempo delle mele: icona di intere generazioni

TITOLO ORIGINALE: Il tempo delle mele / Le Boum

REGIA: Claude Pinoteau

GENERE: Commedia, Romantico

CAST: Claude Brasseur, Brigitte Fossey, Sophie Marceau, Denise Grey, Alexandre Sterling, Sheila O’Connor

ANNO: 1980

NAZIONE: Francia

Oggi vi parliamo di un film cult che nel 2021 ha compiuto ben 41 anni, Il tempo delle mele ovvero la commedia francese teen per eccellenza, un vero e proprio mito degli anni ’80, diventato simbolo dell’amore adolescenziale. Una delle pellicole più famose della storia del cinema, il lungometraggio francese di Claude Pintoeau è una vera e propria icona, ironico e con un pizzico di malizia che ha fatto impazzire gli adolescenti per generazioni.

Nel film conosciamo una giovanissima Sophie Marceau, nei panni della tredicenne Vic alle prese con la sua vita da adolescente, che sarebbe di lì a poco diventata una vera star nascente, tanto che ancora oggi in Francia è una delle attrici più famose e stimate.

La storia di Vic alle prese con l’amore

Il tempo delle mele racconta la storia della studentessa tredicenne Vic, che inizia una nuova scuola a Parigi dove la sua attenzione si rivolge presto ai ragazzi. 

A una festa incontra Mathieu, giovane bruno e aitante, e per lei è amore a prima vista. Sembra che anche Vic gli piaccia, ma il suo comportamento freddo a scuola il giorno dopo si rivela sconvolgente. 

I genitori di Vic, François (Claude Brasseur) e Françoise (Brigitte Fossey) sono pazienti e comprensivi nei confronti della figlia adolescente, ma preoccupati per i loro problemi personali di coppia. Quindi Vic si rivolge a sua nonna Poupette ( Denise Gray ), una donna fantastica dalla mentalità molto aperta, che riesce a far incontrare lei e Mathieu durante un soggiorno a Deauville, nonostante sappia dove probabilmente finirà questa prima avventura.

Valori sempre attuali per generazioni

Nonostante siano passati decenni dall’uscita de Il tempo delle mele, il film resta sempre attuale e per questo continua a funzionare ancora oggi. Le emozioni, i problemi familiari, la scoperta del sesso e la spensieratezza degli anni adolescenziali, rimangono sempre nonostante la tecnologia e le innovazioni che abbiamo al giorno d’oggi.

Nel racconto della storia di Vic e della sua famiglia, alcune delle tematiche ricorrenti sono la costante ricerca di qualcuno che ci voglia bene, che ci capisca, il rapporto amore/odio che chiunque nella vita ha avuto con i propri genitori, il voler sistemare qualcosa che si è spezzato, come il rapporto dei genitori della protagonista.

Insomma, Il tempo delle mele sembra descrivere le vite di tutti noi, nonostante sia stato girato 41 anni fa e forse, accompagnati dalla colonna sonora Reality di Richard Sanderson, è proprio questo che lo rivediamo sempre con il sorriso, motivo che lo ha reso uno dei film più iconici e ricordati degli anni ’80.

La star nascente Sophie Marceau

Sebbene all’epoca fu poco noto in Inghilterra e negli Stati Uniti, Il tempo delle mele in Europa sbancò i botteghini, portando Sophie Marceau al successo, che allora aveva solo 13 anni. La giovanissima attrice, infatti, cominciò proprio con quel film la scalata verso il successo, visto che tutti gli spettatori e i critici si innamorarono pazzamente di lei.

Una vera e propria rivelazione, che venne scelta proprio negli ultimi giorni di casting. Infatti, qualche giorno prima della chiusura delle audizioni, la produzione non aveva ancora scelto la protagonista principale.

Nonostante tutto il team e lo stesso regista, Claude Pinoteau, avessero cercato per mesi nei cortili delle scuole, nei centri sportivi e nelle società di casting alla ricerca della ragazza che avrebbe interpretato Vic, la giovane rivelazione si presentò spontaneamente, accompagnata dal padre, Sophie Danièle Sylvie Maupu.

Il regista venne colpito sia dal fascino della ragazzina che dall’intensità del provino: nacque così nel mondo del cinema Sophie Marceau. Il film, così, acquistò una delle protagoniste migliori che potessero trovare, nonché uno degli astri nascenti francesi di maggior successo.

Tre motivi per vedere il film:

  • Perché è un cult, e i cult DEVONO essere visti.
  • La colonna sonora diventata simbolo degli anni ’80
  • Sophie Marceau…che dire di più?

Quando vedere il film:

Quando preferite, sicuramente se vi sentite molto nostaglici e avete voglia di vedere un bel film che ha segnato una generazione.

Ilaria Scognamiglio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Il cinema di Pasolini rielabora il mito greco

0

Dopo aver trattato i film più controversi di Pasolini, facendo riferimento al testo di Serafino Murri, è ora il momento di vedere come l’intellettuale che più di altri ha criticato le trasformazioni neocapitalistiche e consumistiche abbia rappresentato anche attraverso un modo originale il mito greco.

Il mito greco in Pasolini

Il mito (dal greco μῦϑος «parola, racconto»), un tipo di narrazione che si trasmette oralmente o per iscritto, modificato attraverso ogni possibile forma artistica, vuole dare spiegazioni ai fenomeni che coinvolgono la vita dell’uomo.

La rielaborazione è dunque elemento essenziale del mito, in quanto l’autore che lo utilizza vuole trasmettere un messaggio scomodo di attualità alla società.

Emblematico può essere Euripide, il quale arriva addirittura a modificare in modo netto la tradizione mitologica (es. Elettra che sposa un contadino; la stessa tragedia Ifigenia in Tauride), per poter criticare l’atteggiamento di razionalismo troppo impostato ed orgoglioso, tipico degli ateniesi suoi contemporanei.

In modo analogo, anche Pasolini utilizza il mito per esprimere la sua polemica nei confronti del crescente consumismo dei suoi anni attraverso uno strumento abbastanza originale per la sua epoca: il cinema.

Edipo re (1967)

Intervista a Pasolini sul suo film Edipo re

Come si può evincere da questa intervista, la rappresentazione di Edipo (Franco Citti), tratta dalla tragedia di Sofocle, segue un’impostazione autobiografica e freudiana: dietro il mito si nasconde l’infanzia del regista, il suo modo di vivere la sua esperienza col corpo e i suoi impulsi più elementari.

Il film ripercorre i temi centrali di tutta la produzione cinematografica di Pasolini: la scoperta, la libertà di esprimere il proprio ἔρως e la maternità. Tali elementi si intrecciano e raggiungono una fusione nell’incesto.

Così scrive Serafino Murri nella sua opera Pier Paolo Pasolini:

La figura di Edipo interessa Pasolini non solo per la sua statura tragica, e neppure unicamente per le implicazioni psicoanalitiche che nella nostra cultura il mito tragizzato da Sofocle ha assunto nell’interpretazione freudiana. Pasolini, con questo film, affronta una volta per tutte la ansia autobiografica, il suo personale “complesso di Edipo”; ma l’autobiografismo attraverso il quale il regista riscrive la tragedia è piuttosto il superamento della necessità autobiografica, di quella istanza con cui, tre anni prima, sottoponeva la figura della Madonna a quella della propria madre nel Vangelo secondo Matteo, proiettando il mito del proprio presente sul passato.

Non bisogna dunque dimenticare che, in questi anni in cui Pasolini opera, per gli intellettuali italiani (tra cui anche Moravia) i riferimenti filosofici erano principalmente due: da una parte Marx, come strumento per comprendere i processi della rivoluzione industriale che ha dato origine al capitalismo moderno; dall’altra Freud, che permette di interpretare la sessualità, non più identificandola soltanto con gli organi riproduttori, ma come chiave di lettura dell’intera personalità, per capire l’evoluzione dell’individuo già a partire dall’infanzia (il complesso edipico, appunto, di cui è simbolo il film).

Il prologo è ambientato ai giorni nostri, incentrato sull’infanzia del regista stesso (tant’è vero che son mostrate alcune sue foto da bambino): l’intento è, quindi, di raccontare e superare, da parte di Pasolini, il suo personale complesso di Edipo. Importante, inoltre, è anche l’epilogo contemporaneo, in cui si racconta la sua identità di poeta e, in modo allusivo, il suo amore per i ragazzi.

La differenza principale con il modello dell’Edipo re è la rappresentazione esplicita dell’incesto: in Sofocle – a causa delle convenzioni del teatro greco – le scene troppo violente o troppo esplicite non venivano mai narrate, ma raccontate attraverso un messaggero; in Pasolini, al contrario, troviamo un Edipo che dice “madre” (c’è, quindi, la consapevolezza del legame incestuoso).

Lettera a Silvana Mangano

In una lettera a Silvana Mangano (16 novembre 1968), che era stata interprete di alcuni film pasoliniani come, appunto, Edipo re (1967) e Teorema (1968), Pasolini denuncia l’eccessivo attaccamento ai valori “apollinei” del buon senso e della razionalità più mediocre.

Il suo è, dunque, un invito ad accogliere l’aspetto del dionisiaco, caratteristica che – nel bene e nel male – fa parte della vita di ciascuno di noi. Anche in questo caso, esattamente come nei due film Edipo re e Medea, Pasolini rielabora un mito, o meglio una tragedia: Le Baccanti di Euripide:

Egli (Dioniso) è venuto in forma umana a Tebe per portare amore (ma mica quello sentimentale e benedetto dalle convenzioni!) e invece porta il dissesto e la carneficina. Egli è l’irrazionalità che cangia, insensibilmente e nella più suprema indifferenza, dalla dolcezza all’orrore. Attraverso essa non c’è soluzione di continuità tra il Dio e il Diavolo, tra il bene e il male (Dioniso si trasforma, appunto, insensibilmente e nella più suprema indifferenza, dal giovane pieno di grazia che era al suo primo apparire in un giovane amorale e criminale). Sia come apparizione «benigna» che come apparizione «maledetta», la società, fondata sulla ragione e sul buon senso – che sono il contrario di Dioniso, cioè dell’irrazionalità – non lo comprende. Ma è la sua stessa incomprensione di questa irrazionalità che lo porta irrazionalmente alla rovina (alla più orrenda carneficina mai descritta in un’opera d’arte). […] Quanti Pèntei, nella nostra società, cara Silvana: che prima vogliono tagliare i capelli lunghi del giovane Dio che compare loro e che essi non vogliono riconoscere, e poi finiscono con l’andare a spiare le Menadi, vestiti da donna, e con l’essere dilaniati da loro in una carneficina orrenda (Auschwitz, Dachau, Vietnam, Biafra). I Pèntei italiani sono dei mediocri, dei meschini imbecilli, neanche degni di essere dilaniati dalle Menadi. […] Per ritornare a noi due, noi abbiamo riconosciuto Dioniso: ma con paura, una paura nata nel mondo degli Infelici Molti. E ciò ci dà quella amarezza, che corregge e rende ambigua la felicità che abbiamo capito: rinuncia o impiego sono droghe con cui cerchiamo di riempire il vuoto lasciato da quella metà di felicità che non siamo in grado di godere.

Medea (1968)

Scena tratta dal film Medea di Pasolini

Il film si rifà all’omonima tragedia di Euripide, dove la regina barbara ha seguito con i figli Giasone a Corinto; qui viene a sapere che egli intende sposare la figlia del re Creonte e che lei stessa verrà esplulsa dalla città. Offesa nei suoi sentimenti più sinceri, Medea (interpretata dalla magistrale Maria Callas) decide di vendicarsi terribilmente.

Come, però, abbiamo detto, il mito è fatto per essere continuamente cambiato; Pasolini prende la vicenda euripidea e le attribuisce dei connotati della situazione a lui contemporanea.

Cito, di nuovo, le parole dell’opera di Murri:

Come già in Teorema e Porcile, l’amore di Medea non è sentimento che rasserena e tacita la coscienza, ma è conflitto irresolubile tra ciò che si sente e ciò che è ammesso sentire, tra ciò che si è e ciò che si diventa abbandonando la propria identità per qualcun’altro. […] Così, ancora una volta, sotto le mutate spoglie dell’individualismo a cui la società ha obbligato l’uomo-massa, si ripropone il rapporto irrisolto tra l’uomo borghese, di cui Giasone rappresenta l’archetipo eroico, e l’umanità altra, cancellata dalla coscienza borghese, ma pur sempre viva e reale, quella della maga Medea. Quando Medea sogna, sogna il mito di Euripide, visione irrazionale in cui si compie il destino magico dell’umanità. Ma la realtà moderna, quella di una Corinto ricostruita sulla Piazza dei Miracoli di Pisa, ha ben altra consistenza.

Questo elemento di aggiunta è evidente soprattutto nella contrapposizione dei due personaggi: Medea è allegoria di un mondo incontaminato, un’età dell’oro ormai perduta a causa del capitalismo, un’infanzia che – esattamente come per Edipo – è simbolo di libertà di espressione (anche e soprattutto sessuale) e innocenza; Giasone, al contrario, la razionalità cieca del mondo del consumo, con le sue logiche impersonali e mentalità da calcolatore.

Ecco come Pasolini, con parole critiche, rappresenta la condizione dell’uomo moderno, di cui è simbolo Giasone, frutto di una società alienante, il 28 dicembre 1968:

Nel mondo moderno, l’alienazione dovuta al condizionamento della natura è sostituita dall’alienazione dovuta al condizionamento della società: passato il primo momento di euforia (illuminismo, scienza, scienza applicata, comodità, benessere, produzione e consumo) ecco che l’alienato comincia a trovarsi solo con se stesso: egli, come il primitivo, è terrorizzato dall’idea della perdita della propria presenza.

Per concludere, le due pellicole rappresentano sì un ponte con la tradizione, ma in un modo estremamente innovativo: il mito diventa fonte per criticare la decadenza morale e intellettuale dell’epoca del consumismo, rivelando, però, anche interessanti aspetti della biografia dello stesso regista.

Lorenzo Cardano

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

“Like a Rolling Stone”: un libro che raccoglie inedite interviste a Bob Dylan

0

Bob Dylan non ha bisogno di presentazioni: è Il Cantautore americano per eccellenza e uno dei più celebri musicisti al mondo.

Nel 2008 è stato insignito del premio Pulitzer alla carriera e otto anni più tardi nel 2016 gli è stato conferito il premio Nobel per la letteratura “per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della musica americana”.

Tuttavia su Bob Dylan esiste un mito da sfatare: che il cantante sia schivo e riservato; che non abbia mai voluto che si sapesse fino in fondo come la pensava sulla politica, la musica, la vita; che non volesse rilasciare interviste.

Questo libro, edito da Il Saggiatore e disponibile in libreria dal 23 settembre 2021, è la dimostrazione del fatto che la scontrosità di Dylan nei confronti della stampa sia solo una leggenda metropolitana.

Like a Rolling Stone è il primo libro in cui Dylan prende la parola, in cui è lui stesso a raccontare la sua vita, il suo modo di pensare e di vedere il mondo e la sua straordinaria carriera.

Si tratta infatti di una raccolta di interviste, molte delle quali inedite, attraverso cui il lettore potrà fare un viaggio attraverso i sessanta anni di carriera, le decine di album e le canzoni che rappresentano delle pietre miliari nella storia della musica internazionale.

Chi non conosce Like a Rolling Stone del titolo? O Blowin’ in the Wind? O ancora The Times They Are A-Changin’?

In queste pagine scopriamo come sono nati questi brani, dove Dylan ha trovato le parole e gli accordi con cui emozionare intere generazioni.

A volte mi dicono “Scrivi una canzone su questo” e io lo faccio, ma non me ne sto seduto lì come fanno in tanti, ad aprire il giornale per scegliere qualcosa su cui scrivere. In genere è già tutto lì, nella mia testa, prima di iniziare … è così che compongo. Insomma potrebbe non essere un buon metodo, ma non mi rendo neanche conto di comporre una canzone quando lo faccio.

Comprendiamo la sua visione della musica.

]…] Uno può comporre tutte le canzoni di protesta che vuole e metterle su un disco della Folkways, ma chi le ascolta? Le persone che ascoltano quel tipo di dischi saranno comunque d’accordo con quello che dicono. Così non si riesce ad arrivare a chi la pensa diversamente. La gente non ascolta cose che non le piacciono […]

Scopriamo con che occhi guarda il mondo e quali sono le sue ambizioni personali.

Voglio solo continuare a scrivere canzoni […] Non mi interessa fare un milione di dollari. Cosa farei se avessi un sacco di soldi? Mi comprerei un paio di motociclette, qualche condizionatore e quattro o cinque divani.

Scopriamo il suo pensiero sul suo posto nella società.

Ci sono un sacco di cose che mi piacerebbe fare. Mi piacerebbe guidare un’auto da corsa lungo il circuito di Indianapolis. Mi piacerebbe tirare un calcio piazzato in una partita dell’NFL. Mi piacerebbe saper colpire una palla da baseball a centocinquanta chilometri all’ora. Ma bisogna sapere qual è il proprio posto. Ci sono cose che vanno al di là del proprio talento. […] Tutto quello che può valere la pena fare richiede tempo. Bisogna scrivere cento canzoni malriuscite per ottenerne una valida. E bisogna sacrificare molte cose per cui si può essere preparati. Che ti piaccia o meno ci sei dentro da solo e devi seguire la tua stella.

Like a Rolling Stone permette al lettore di accedere a ricordi privati, intime confessioni, battute taglienti, riflessioni sincere e autentiche sui grandi temi della vita, ripercorrendo oltre cinquant’anni nella carriera di uno dei più importanti artisti e cantautori del nostro tempo.

Valeria de Bari

“Klimt. La Secessione e l’Italia”: a Roma una mostra capolavoro

0

Con importanti prestiti, tra i quali quelli dal Belvedere Museum di Vienna e dalla Klimt Foundation, il Museo di Roma a Palazzo Braschi inaugura una mostra che fa sognare. Fino al 27 marzo 2022.

Sono passati esattamente centodieci anni da quella Esposizione internazionale tenutasi a Roma dove, nel padiglione austriaco progettato da Josef Hoffmann, sono presentati con grande successo otto dipinti di Gustav Klimt. Risale, invece, all’anno precedente la sua partecipazione con una propria sala alla Biennale di Venezia. Quello con l’Italia è, dunque, per l’artista viennese un legame determinante: basti pensare ai frutti dei soggiorni di fine Ottocento a Firenze, Genova, Verona e Venezia per studiare l’influenza che il Rinascimento ebbe sull’arte o a quelli a Ravenna datati 1903. Da qui scriverà alla madre che i «mosaici sono di incredibile splendore»: definizione che calzerebbe già ad alcune sue opere e che ne diverrà uno tra i caratteri più riconoscibili per almeno un decennio.  

La mostra, divisa in quattordici sezioni, illustra non solo la produzione artistica di Klimt attraverso 49 opere autografe: al centro della sua indagine, oltre al rapporto con il nostro Paese, ci sono le origini e le conseguenze di quel movimento poi noto come Secessione Viennese, le produzioni dei suoi seguaci e l’influenza che ebbe sugli artisti italiani.

Le origini della Secessione Viennese

Tutto parte da Vienna, come racconta la prima sezione: nel 1857 l’imperatore Francesco Giuseppe decide di farne abbattere le antiche mura e cingerla con una doppia strada alberata, la “Ringstrasse”. Tra coloro che, nel 1900, lavorano per la realizzazione e decorazione dei nuovi edifici che la costellano ci sono l’architetto Otto Wagner e Gustav Klimt. I due rompono con la tradizione, rivendicando il principio secondo cui «Tutto ciò che è creato con criteri moderni deve corrispondere ai nuovi materiali e alle esigenze del presente». Un atteggiamento che in breve si declina in cultura, letteratura, musica.

La seconda sezione si concentra sulla famiglia Klimt, soprattutto circa il sodalizio tra i due fratelli Gustav e Ernst che – insieme all’amico Franz Matsch – fondano la “Compagnia di artisti”, specializzata in dipinti su pareti e soffitti tanto da ricevere importantissime commissioni da teatri, musei e palazzi di rappresentanza. Con l’improvvisa morte di Ernst la compagnia si scioglie e, come narra la terza sessione, nel 1897 viene fondata la Secessione Viennese di cui Gustav è presidente. Tra le testimonianze qui esposte, le due versioni del manifesto da lui disegnato raffigurante Teseo che lotta con il Minotauro: l’originale e quella censurata dalle autorità, che imposero i genitali dell’eroe fossero coperti dal tronco di un albero.

La sezione successiva è dedicata al design del periodo: la progettazione di oggetti artistici è affidata a importanti aziende viennesi, come la “Johann Lötz Witwe” specializzata in vetri iridescenti, i manifesti delle numerose mostre rivelano una grafica innovativa e viene lanciata la rivista “Ver Sacrum”.

klimt-mostra-museo-roma-recensione-02
Moriz Nähr – Foto di gruppo con gli artisti della cosiddetta “Mostra di Beethoven” nella sala centrale del Palazzo della Secessione a Vienna; nella fila davanti, da sinistra a destra: Kolo Moser, Maximilian Lenz, Ernst Stöhr, Emil Orlik, Carl Moll; nella fila dietro da sinistra a destra: Anton Nowak, Gustav Klimt, Adolf Böhm, 1902. Gelatina d’argento, 13,9×19,8 cm. Klimt Foundation, Vienna © Klimt Foundation, Vienna

Klimt, l’Italia e le donne

La quinta sezione raccoglie storie, aneddoti e testimonianze dei primi viaggi in Italia dell’artista viennese: interessantissime le cartoline autografe da cui trasuda un genuino entusiasmo per quanto visitato e studiato. Klimt, infatti, ha già iniziato a mettere a frutto quanto osservato: prova ne è l’iconico “Giuditta” – a cui è riservata la sesta sezione – che, di fatto, può essere considerato il capofila di quei ritratti di donne dal fascino ambiguo che tanto spazio avranno nelle sue creazioni.

Inevitabilmente, è al ritratto femminile che è intitolata la sezione successiva: qui prendono posto quei disegni e quegli schizzi preparatori finalizzati a un minuzioso esame della figura per giungere alla posa perfetta. Questa può essere ben rappresentata dallo stupefacente “Ritratto di signora” del 1894 circa: la tecnica pittorica è praticamente fotorealistica, i dettagli dell’abito e dei gioielli impressionanti.

I “Quadri delle facoltà”: recuperare l’irrecuperabile

Quando nel 1894 il Ministero della Pubblica Istruzione chiese a Gustav Klimt e Franz Matsch di dipingere delle allegorie monumentali per l’Aula Magna dell’Università di Vienna non si aspettava di ritrovarsi di fronte a delle rappresentazioni di Filosofia, Medicina e Giurisprudenza così sconvolgenti. Klimt, infatti, coglie l’occasione per realizzare una vera e propria summa di ambiguità e morbosità, fatta di visioni inquietanti e controverse che indigna sia il pubblico sia la politica dell’epoca: l’artista rinuncia, così, all’incarico e restituisce l’onorario. L’Italia, invece, si interessa particolarmente a queste opere, tanto che “La Giurisprudenza” viene presentata a Roma nel 1911. I tre “Quadri delle facoltà” sono analizzati nell’ottava sezione: distrutti durante un incendio al castello di Immendorf alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nessuno di essi è stato fotografato a colori. Fa eccezione una figura della parte inferiore de “La Medicina”: Igea, dea della salute, di cui è esposta una collotipia a colori proveniente dal portfolio di Klimt, stampata e pubblicata dalla tipografia di stato di Vienna. Ma grazie all’impegno di un gruppo di ricerca all’interno di un progetto digitale realizzato da Google Arts & Culture è stato possibile, attraverso tecnologie informatiche quali l’apprendimento automatico e l’intelligenza artificiale per ricavare il colore originale dalle immagini in bianco e nero, creare delle repliche il più fedeli possibile a quanto perduto per merito della consulenza di Franz Smola, uno dei curatori e tra i maggiori esperti al mondo di Klimt. Il risultato è visibile al pubblico per la prima volta.

klimt-mostra-museo-roma-recensione-03
Gustav Klimt – Hygieia, particolare del quadro della facoltà La Medicina. Collotipia a colori dal portfolio Gustav Klimt. Eine Nachlese, a cura di Max Eisler, stampato e pubblicato dalla Tipografia di Stato, Wien 1931, 1900-1907 ìLitografia su carta, 48,1×45,5 cm Klimt Foundation, Vienna © Klimt Foundation, Vienna

La replica del “Fregio di Beethoven”

Sempre a proposito di repliche, straordinaria quella del “Fregio di Beethoven” ospitata nella nona sezione: dall’aprile al giugno del 1902 la XIV mostra della Secessione Viennese aveva presentato un omaggio al compositore tedesco attraverso svariate opere. La più grandiosa è di certo quella firmata da Klimt: un fregio murale lungo più di 34 metri, che può essere considerato una vera e propria interpretazione visiva della “Nona Sinfonia”. In esso, esseri femminili simboleggianti “l’anelito alla felicità” incontrano tre figure nude tra cui una coppia inginocchiata nell’atto di implorare un cavaliere: si tratta rispettivamente de “le sofferenze del debole genere umano” che si rivolgono a “l’uomo forte e ben armato”. Sarà lui, mosso dalle personificazioni della Compassione e dell’Ambizione a “intraprendere la lotta per la felicità” contro le “forze ostili” rappresentate da tre lascive Gorgoni accompagnate dalla Morte e da uno scimmiesco Tifeo cui si aggiungono le figlie Lussuria, Impudicizia, Intemperanza. Infine l’emaciata “angoscia che rode”, accosciata davanti alle spire del mostro. “L’anelito alla felicità” supera tutto questo, giungendo fino alla Poesia che lo placa, complici le figure femminili che rappresentano le Arti e che conducono al “coro degli angeli del Paradiso”: è questo il “regno ideale, l’unico in cui possiamo trovare la pace assoluta, la felicità assoluta, l’amore assoluto” rappresentato dai due amanti che si baciano con il Sole e la Luna loro testimoni. Fortunatamente, al termine di quella XIV mostra e a differenza di molte altre opere realizzate per la medesima occasione, il “Fregio di Beethoven” non viene demolito: rimosso dal muro, passa per svariati privati prima di essere confiscato dal regime nazista ed è restituito all’ultimo proprietario solo al termine della Seconda Guerra Mondiale. Negli anni ’70 viene acquistato dalla Repubblica d’Austria, restaurato e conservato presso il Palazzo della Secessione Viennese dove si trova tutt’ora sottoposto a vincolo di inamovibilità. Ecco perché sarebbe il caso di specificare più chiaramente in didascalia che, per quanto fedelissima e di straordinaria fattura, quella visibile a Roma è una replica.  

Uno sguardo ai paesaggi e uno ai successi italiani

Dalla sezione decima, dove impera il gusto assolutamente idealistico di Klimt e dei suoi per una natura paradisiaca, senza nuvole o altre sgradevolezze, si passa alle tre successive: la undicesima contiene varie testimonianze di quanto presentato all’Esposizione internazionale di Belle Arti di Roma del 1911; la dodicesima riguarda quanto esibito sia alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1899 sia in quella già citata del 1910: è qui che, oggi come allora, è possibile ammirare “Amiche I (Le sorelle)”; la tredicesima documenta la cosiddetta Secessione Romana e la relativa seconda mostra, tenutasi nel 1914.

L’ultima opera: un’irresistibile sposa

Il 6 febbraio del 1918, a 55 anni, Gustav Klimt muore a causa di un ictus che lo ha colpito il mese prima: la sua fine, improvvisa e prematura, ci lascia alcuni straordinari incompiuti, riuniti nella quattordicesima e ultima sezione. È il caso di un capolavoro poco conosciuto: “Ritratto di dama in bianco”, che incanta per l’enigmatico sorriso e il potente contrasto tra gli sfondi separati dalla figura. Impossibile, poi, distogliere gli occhi da quella che è considerata come la sua ultima opera: “La sposa”. Si tratta di una tela tra le più grandi mai dipinte dall’artista, in cui carica sensuale, onirica e disturbante giungono all’apice. La protagonista, che dà il nome al quadro e il cui soggetto forse deriva da un omonimo racconto scritto dall’autore viennese Arthur Schnitzler nel 1891, dorme avvolta in un manto blu. Accanto a lei c’è un uomo, la cui figura è quasi sommersa da un gruppo di donne in svariate posture: sono le diverse espressioni del piacere, i cui disegni preparatori sono anch’essi esposti. Dall’altro lato, una figura femminile inquietante: la veste, nonostante i decori, rimane trasparente rivelandone il sesso. L’espressione del viso, non solo perché quest’ultimo è soltanto abbozzato, ha un che di indecifrabile e maligno. Cosa voleva suggerirci Klimt? Non lo sapremo mai.

klimt-mostra-museo-roma-recensione-04
Gustav Klimt – La Sposa, 1917-18. Olio su tela, 165×191 cm. Klimt Foundation, Vienna © Klimt Foundation, Vienna

La signora perduta e ritrovata

Anch’esso appartenente all’ultima fase dell’artista, questo “Ritratto di signora” è al centro di un giallo ancora tutto da risolvere: dipinto sopra un soggetto dal viso identico ma abbigliato in maniera totalmente differente – e per questo a lungo ritenuto perduto – viene rubato dalla Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi il 22 febbraio del 1997. Passano più di vent’anni tra false piste, mitomani, medium, ipotesi più o meno verosimili: improvvisamente, il 10 dicembre 2019 il quadro riappare all’interno di un piccolo vano chiuso da uno sportello privo di serratura nel muro esterno dello stesso luogo da cui era sparito. Per la gioia di tutti coloro che, adesso, possono ammirarlo. “Ritratto di signora”, inoltre, rappresenta una sorta di anteprima della mostra “Klimt intimo”, che verrà inaugurata il 5 aprile 2022 proprio presso la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi a Piacenza.

klimt-mostra-museo-roma-recensione-05
Gustav Klimt – Ritratto di Signora, 1916-17 Olio su tela, 68×55 cm. Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi

Perché visitare la mostra “Klimt. La Secessione e l’Italia”

A differenza di quelle mostre dove l’aggiunta nel titolo di un tema oltre al nome del protagonista è una scusa per esibire un paio di opere autografe, molte riproduzioni e un numero infinito di seguaci o – peggio – emuli, la mostra di Palazzo Braschi è chiaramente il risultato straordinario di un’autentica intesa tra il Museo di Roma e non solo il Belvedere Museum o la Klimt Foundation ma anche collezioni private come la Neue Galerie Graz.

L’allestimento di Tagi2000 progettato da BC Progetti di Alessandro Baldoni e Giuseppe Catania con Francesca Romana Mazzoni non solo valorizza ma impreziosisce ogni opera, grazie all’utilizzo diffuso non di vernice dorata ma di autentica foglia oro.

La qualità delle opere scelte per accompagnare quelle di Gustav Klimt e approfondirne tematiche, periodo storico, influenza è eccellente.

Cristian Pandolfino

Foto in evidenza: Particolare da Gustav Klimt – “Ritratto di Signora”, 1916-17. Olio su tela, 68×55 cm. Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi

Un anno senza Gigi Proietti: quanto manca il Maestro? Parola ai colleghi

0

Oggi ricorre il primo anniversario della scomparsa di Gigi Proietti.

Inutile dire chi fosse. La sua carriera, il suo talento, la sua personalità hanno accompagnato gli spettatori di tutte le categorie. Dal canto al cinema, dal teatro al doppiaggio, dalla scrittura alla radio: tutto. Gigi Proietti era un’Artista completo. La sua scomparsa è stata un vero e proprio trauma per il panorama artistico italiano: nessuno era preparato.

Impossibile non chiedersi, nel panorama teatrale, specialmente capitolino, cosa avrebbe pensato o detto il Maestro: la sua assenza è fortemente tangibile. Perché però manca così tanto Gigi Proietti? Soprattutto: quanto manca Gigi Proietti? Lo abbiamo chiesto a diversi artisti.

Tra le prime a risponderci è stata l’attrice e regista Melania Giglio:

«Sono rientrata a Roma dopo la pandemia e nulla era al proprio posto. Non c’era niente che non mi sembrasse stonato. Non poter chiamare Gigi, non poterlo raggiungere al ristorante o casa. Non potergli chiedere “Allora? Che facciamo al Globe quest’anno?” Che enorme senso di vuoto. Ma a pensarci bene quello che più mi manca è la sua attenzione.

L’attenzione che solo un artista può avere nei confronti di altri artisti. Mi mancano le lunghe chiacchierate a discutere di come si sarebbe dovuto recitare un passaggio o un verso particolarmente complesso. O le discussioni su cosa sia oggi una recitazione veramente moderna, innovativa. Mi mancano anche i rimproveri. Perché Gigi aveva un modo di rimproverarti che conteneva una tale leggerezza… non si poteva non ascoltarlo. Accogliere le sue critiche, i suoi appunti era come trovare a terra un gioiello prezioso. Te lo tenevi in tasca, custodito.”Melania non stare in scena in modo troppo violento. Stai più indietro, fidati di te stessa“. Io ancora non mi fido di me stessa. In compenso ti sei fidato tu. Con quell’amorevolezza con cui sapevi prendere gli artisti per mano e farli crescere».

Altra commovente dichiarazione ce l’ha lasciata Marco Simeoli, attore, regista ed insegnante di teatro, nonché storico collaboratore ed allievo del Maestro:

«Quanto manca Gigi? Manca in una maniera enorme. Innanzitutto perché è andato via in un momento terribile, di pandemia e desertificazione del Teatro, nel senso quasi di annullamento del Teatro. La sua andata via è stata ancora più pesante, più terribile proprio perché è venuto a mancare un punto di riferimento per chi, come me, ci è stato accanto 30 anni e ha potuto goderlo nella sua totalità. A me, personalmente, manca tantissimo; ma anche perché mi mancano le iniezioni di affetto e di stima che, anche e soprattutto in silenzio, a volte solo con uno sguardo, era capace di trasmettere: in fondo eravamo entrambi molto timidi e abbiamo sempre avuto pudore nel manifestarci. Ed era quello un po’ che ci univa e lui apprezzava molto questo modo d’essere.

Assolutamente mancherà e manca tantissimo. Secondo me mancherà tantissimo ai giovani, perché mancherà chi come lui era capace di indicare il Teatro, come bisognava pensare il teatro. Mancheranno i suoi insegnamenti di arte e di vita, perché lui era capace con poco di dire che cos’era questo mestiere, sia sulle tavole del palcoscenico sia nella vita di tutti i giorni. Ognuno di noi, che ha avuto modo di stare accanto a lui per tanti anni, con assoluta modestia, cercherà (ed io in primis prendo come un impegno, perché sento che lo devo fare per il bene e l’amore che ho avuto per lui) di poterlo trasmettere. In ogni luogo e in ogni momento sarà possibile. Perché sono sicuro che serviranno e continueranno a servire a noi e a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo».

Aneddoti e storie ci sono stati raccontati anche dall’attore e regista Pietro de Silva:

«Lo conobbi nel lontanissimo ’78, quando mi prese per la commedia Il Gaetanaccio al Brancaccio (che non feci perché ero impegnato con lo Stabile di Torino). Poi mi si ripresentò l’occasione nel ’82 e mi chiamò per un’opera intitolata Come mi piace, un suo one-man show. Nel corso degli anni l’ho incontrato varie volte: ho recitato nel suo Globe Theatre; ma anche in tv, nell’Avvocato Porta, avevo delle scene insieme a lui. Non si immagina minimamente come un’Artista del suo valore possa… terminare. È come un magnifico film che non vuoi che abbia mai fine. La mancanza, a ridosso della sua scomparsa, è stata lacerante. Il raggiungimento di una cifra perfetta, gli 80 anni, festeggiato andandosene: un’uscita più teatrale non poteva farla.

Per chi l’ha conosciuto, dal vivo, per il suo entusiasmo e per il suo amore efferato per il Teatro, questa mancanza è ancora più lacerante. Per tutti noi che lo abbiamo frequentato, è stato come un padre. Ce lo contendevamo sentimentalmente. Ognuno di noi voleva un pizzico della sua attenzione. Lui, essendo circondato da tutto quest’amore collettivo, si prodigava per ricambiare. Era già una leggenda già da vivo. Io avevo una sorta di timidezza nei suoi confronti, nonostante lo conoscessi da prima del laboratorio, dai tempi di A me gli occhi, please. Eppure, non ho mai avuto la sfrontatezza o il caraggio di prendermi una tale confidenza da mettergli una mano sulla spalla da reputarmi amico.

L’ho sempre visto talmente grande…Avevo un rispetto nei suoi confronti che travalicava la quotidianità. Non mi sono mai sentito di trattarlo alla pari. Neanche però con tanta riverenza perché lui era una persona di un’umanità e di una semplicità incredibile. Gli piaceva da morire stare con i giovani: ti sentivi a suo agio, con lui. Era l’Essenza del Teatro stesso. Di fronte ad un grande contemporaneo, non sai reagire. Quando conobbi Eduardo de Filippo neanche riuscii a parlare per quanto ero sconvolto solo all’idea di essere nel suo camerino. Con Proietti non era così, perché potevi avere un rapporto più amicale.

Quando si stava dietro le quinte e vedevi il suo operato, capivi che potenza fosse. Mi manca come può mancare un Padre artistico. Mi manca il Proietti giovane, non diverso da quello maturo, quello che era un’esplosione di vitalità, un incanto per gli occhi. Unica consolazione è che ci resta tanto materiale d’archivio, di una straordinareità che lo lasceranno vivo e presente tra noi. Questa è la fortuna dei Grandi: è nell’Empireo degli Immensi, il più grande attore teatrale contemporaneo».

Francesco Fario

(Credits: le foto sono tratte dal libro fotografico di Tommaso Le Pera sul teatro di Gigi Proietti)

Midnight Mass: la miniserie horror contro la superstizione religiosa

0

Midnight Mass, miniserie attualmente disponibile su Netflix, è creatura di Mike Flanagan, ideatore anche di The Haunting of Hill House. La premessa è doverosa, perché Midnight Mass inizia come un giallo e finisce come un horror sovrannaturale.

Una trama lenta, ma interessante

Sarò sincera: mi sono addormentata più volte durante la visione dei sette episodi; il mio consiglio è di non guardare questa serie in un momento di stanchezza perché può dare il colpo di grazia. Midnight Mass non è sempre scorrevole: i dialoghi sono davvero lunghissimi e complessi. Tuttavia, l’idea della serie è molto originale, ed è possibile intuirlo già da come vengono intitolati gli episodi:

  1. Genesi
  2. Salmi
  3. Proverbi
  4. Lamentazioni
  5. Vangelo
  6. Atti degli Apostoli
  7. Apocalisse

Immancabile quindi la presenza di un prete, ovvero padre Paul (Hamish Linklater), che arriva su una piccola isola proprio mentre torna a casa anche Riley Flynn (Zach Gilford) dopo un periodo in carcere. In parallelo iniziano ad accadere eventi davvero molto strani, a volte anche miracolosi, a cui non si riesce a dare una spiegazione.

Tanti mali causò la superstizione religiosa

Tantum religio potuit suadere malorum scriveva Lucrezio nel suo De Rerum Natura, e questa serie potrebbe esserne il giusto esempio. Quello che rende Midnight Mass originale è proprio l’associazione del vampirismo alle scritture sacre del Cristianesimo. Un’idea senz’altro ardita, corredata di frasi precise – servite su un piatto d’argento dagli sceneggiatori – in cui un vampiro potrebbe serenamente identificarsi:

Questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati

Avrebbe potuto dirlo anche il Dracula di turno, battezzando tutti gli adepti col proprio sangue mentre promette la vita eterna dopo la morte. Ma non è Dracula il protagonista di questa storia, bensì uno strano angelo (poiché alato) che arriva in una comunità dove la superstizione religiosa prende piede con facilità: c’è chi si lascia andare completamente e chi non condivide la parola del prete, il quale si fa interprete del messaggio angelico di cura e redenzione attraverso il sangue taumaturgico della creatura.

E indovinate chi è la “perpetua” incallita? Samantha Sloyan (aka Bev), già nota per il ruolo di Penny in Grey’s Anatomy. In queste nuove vesti di timorata di Dio l’attrice è davvero inquietante. Anche lei interpreterà il messaggio dell’angelo a modo suo e sarà proprio la diversità tra la sua esegesi e di quella di padre Paul a offrire una chiave di lettura importante: il messaggio “divino” è interpretato dall’essere umano in modo inevitabilmente soggettivo.

Il significato polemico della miniserie

Raccontata così, Midnight Mass potrebbe sembrare una serie un po’ contorta, ed effettivamente lo è. La storia intreccia il tentativo di redenzione di Riley ai numerosi danni che può causare la superstizione religiosa all’intera comunità. E quando la serie raggiunge l’apice della violenza, emerge una frase molto importante, che sottolinea la rilevanza del libero arbitrio: niente può condizionare il nostro vero essere.

La denuncia non è nemmeno troppo sottile. Il culto inganna, la fede traina le masse senza porre troppi quesiti – spesso proprio a causa dell’interpretazione umana – generando una serie di mistificazioni che portano a discriminare. La gente crede di agire guidata da una “forza maggiore”, in questo caso demoniaca, che legittima a commettere i peggiori misfatti. Alla faccia della redenzione! Quello che emerge dalla trasformazione demoniaca della comunità isolana è che la natura umana non può essere deviata: si è quel che si è, senza dare le colpe ad altre forze. Al massimo a volte si usano degli alibi – anche religiosi – per tirare fuori la propria (bestiale) natura.

Anche il concetto di redenzione è molto soggettivo e personale. Riley Flynn (il cui nome, tra l’altro, mi sembra un omaggio alla serie tv Buffy) ne è l’esempio più eclatante: l’unico a doversi davvero perdonare è lui. Non spetta alla comunità giudicarlo bene o male per il suo tragico passato. In questo caso, il tramite di Riley verso la redenzione è l’amore per Erin (Kate Siegel), altra grande protagonista della serie. Erin porta infatti sul tavolo il delicato tema della gravidanza: stato di grazia o corpo alieno? Gli sceneggiatori qui hanno giocato pesante, perché il sangue dell’angelo fa camminare gli infermi e – allo stesso tempo – fa sparire i feti generati fuori dal matrimonio con la scusa di ripristinare lo stato “migliore” di noi stessi.

Tutti questi temi – che oggi sono caldissimi, sia per quanto riguarda la religione che per quanto concerne alcune discriminazioni ancora legate al culto – vengono traghettati sullo schermo attraverso l’espediente di una storia dell’orrore che coinvolge figure sovrannaturali. Una sorta di metafora che rende questa miniserie un horror “impegnato”, meritevole di essere visto.

Probabilmente sarebbe piaciuto anche a George A. Romero, maestro dei film horror come estrinsecazione dei mali della società.

Alessia Pizzi

Semonide di Amorgo, il poeta che dice cose stupide sulle donne

2

Non dobbiamo sorprenderci delle notizie di femminicidio che ancora oggi sentiamo al telegiornale: l’odio e la convinzione che la donna sia un qualcosa di negativo e inferiore sono condizioni purtroppo ben radicate nella nostra realtà sociale da secoli. 

Esiodo, la Bibbia e Omero: modelli di misoginia?

Questo è evidente soprattutto nel panorama della Grecia Antica: già in Esiodo, prima nella Teogonia, poi in Opere e giorni, si parla della prima creatura femminile, Pandora. Questa figura viene creata dall’argilla, materiale che per gli antichi rimanda alla quotidianità e al lavoro manuali, anch’essi simbolo di una condizione di vita povera

La prima donna dell’universo greco è paragonabile ad un’altra creatura femminile delle origini: Eva, come si può vedere dalla Genesi

Genesi 2; 18-24

18 Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile».

19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.

23 Allora l’uomo disse: è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta».

24 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. 

Anche in Omero il mondo femminile e quello maschile sono visti come paralleli e inconciliabili; un esempio può essere il confronto tra Ettore e Andromaca

In questo passo sembra emergere la contrapposizione tra l’etica maschile e guerriera e quella femminile della pace e della fecondità. All’attenzione per il piccolo e grazioso mondo degli affetti familiari di Andromaca viene messo in opposizione il sistema di valori della “cultura di vergogna”. Questo pregiudizio nei confronti del femminile viene poi ribadito da Semonide.

Semonide e la Satira contro le donne (frammento 7)

Semonide di Amorgo non inventa quindi nulla di nuovo. Il suo componimento è frutto di una mentalità presente in tutta società greca e non solo. Il fatto che sia un giambo riprende sicuramente l’aggressività dei toni dei componimenti di Archiloco. La Satira contro le donne riprende tutti i luoghi comuni sul mondo femminile: 

L’indole della donna Dio la fece 

diversa. Una deriva dalla scrofa 

setosa; la sua casa è una lordura, 

un caos, la roba rotola per terra.

Lei non si lava; veste i panni zozzi 

e stravaccata nel letame ingrassa. 

La prima categoria di donna descritta da Semonide è la scrofa, poi seguiranno anche altri paragoni tra tipologie femminili e animali. L’unica a salvarsi è la donna-ape, che “zitta e buona” si integra nel sistema familiare maschile. Tale componimento riprende εἰκάζειν (“paragonare”), per cui i partecipanti del simposio fanno a gara a comparare una persona ad un animale o oggetto. 

Un’altra Dio la fece dalla volpe

matricolata: è quella che sa tutto; 

non c’è male né bene che le sfugga.

Dice, sì, bene al bene e male al male,

ma s’adegua agli eventi e si trasmuta. 

Come sua madre è quella che deriva 

dalla cagna: curiosa di sentire 

e di sapere, vagola, perlustra; 

anche se non c’è un’anima, si sgola, 

e non la calmi né con le minacce, 

né se t’arrabbi e le fracassi i denti 

con un sasso, né a furia di blandizie, 

neppure stando in casa d’altri: insiste 

quell’eterno latrato senza scopo. 

Una gli dèi la fecero di terra 

e la diedero all’uomo: minorata, 

non ha idea né di bene né di male. 

Una cosa la sa: mangiare. E basta. 

Se Dio manda un dannato inverno, bubbola, 

ma lo sgabello al fuoco non l’accosta. 

Viene dal mare un’altra, e ha due nature 

opposte: un giorno ride, tutta allegra, 

sì che a vederla in casa uno l’ammira 

(“non c’è al mondo una donna più simpatica, 

non c’è donna migliore”). Un altro giorno 

non la sopporti neppure a vederla 

o ad andarle vicino: fa la pazza, 

e che s’accosta, guai! Pare la cagna 

coi cuccioli, implacabile: scoraggia 

nemici e amici alla stessa maniera. 

Come il mare che sta sovente calmo, 

non fa danno e rallegra i marinai 

nell’estate, e sovente in un fragore 

di cavalloni s’agita e s’infuria. 

Tale l’umore di una donna simile: 

anche il mare ha carattere cangiante. 

Una viene dall’asina, paziente 

alle botte. Costretta e strapazzata, 

il lavoro lo tollera. Se no 

mangia, rincantucciata, accanto al fuoco; 

avanti notte, avanti giorno, mangia. 

Così come si prende per amante 

chiunque venga per fare l’amore. 

Genìa funesta quella della gatta: 

non ha nulla di bello o di piacevole, 

non ha nessuna grazia, nessun fascino. 

Ninfomane furiosa, sta con uno 

e finisce col dargli il voltastomaco. 

E rubacchia ai vicini, e spesso ingoia 

le offerte prima di sacrificarle. 

Nasce dalla cavalla raffinata, 

tutta criniera, un’altra. Ed ecco, schiva 

i lavori servili e la fatica, 

la macina, lo straccio, l’immondizia 

e la cucina (teme la fuliggine). 

Anche all’amore si piega per obbligo. 

Si lava tutto il giorno la sporcizia, 

due, tre volte, si trucca, si profuma. 

Sempre pettinatissima la chioma 

fonda, fluente, ombreggiata di fiori. 

Una simile donna è uno spettacolo

 bello per gli altri: per lo sposo un guaio.

A meno che non sia principe o re, 

che di simili cose si compiaccia.

La prole della scimmia: è questo il guaio 

più grave che da Dio fu dato agli uomini. 

Bruttezza oscena: va per la città 

una tal donna e fa ridere tutti. 

E’ senza collo, si muove a fatica, 

niente natiche, tutta rinsecchita. 

Povero chi l’abbraccia, un mostro simile. 

Ma la sa lunga, ha i modi della scimmia.

La gente la deride? Se ne infischia. 

Certo, bene non fa: non mira ad altro 

né pensa ad altro tutta la giornata 

che a far del male, e a farne più che può. 

Una viene dall’ape: fortunato 

chi se la prende. E’ immune da censure 

lei sola; è fonte di prosperità; 

invecchia col marito in un amore

mutuo; è madre di figli illustri e belli. 

E si distingue fra tutte le donne, 

circonfusa di un fascino divino.

Non le piace di stare con le amiche 

se l’argomento dei discorsi è il sesso. 

Fra le donne che Dio largisce agli uomini ecco qui le più sagge, le migliori. 

Dario Del Corno su Semonide

«La poesia (di Semonide) si propone di offrire spasso a un gruppo di uomini, ed è improntata alla radicale misoginia tipica della società greca, nella quale la donna era tenuta in una condizione di avvilente subordinazione; tale intento è palese nell’esagerato accumulo di proprietà negative, che a volte si sovrappongono da un tipo all’altro. L’osservazione realistica non manca di tratti felici, ma tende a diventare maniera; e la descrizione tipologica soppianta la tensione individuale che aveva costituito la grandezza di Archiloco». [1]

Si tratta quindi di un’invettiva reciproca tra i sessi, un motivo molto popolare, che svolgeva un ruolo importante in quelle feste in cui il giambo era presente. La morale, presente alla fine, è che le donne sono senz’altro il male peggiore di tutti. 

Tuttavia, è importante leggere Semonide, perché, se si vuole davvero comprendere certe forme di discriminazione, è necessario saper ascoltare anche questo: non certo per condividerne le idee espresse, ma per notarne l’inconsistenza.

Il piacere femminile: frutto di una mente “squilibrata”

Spesso le donne erano accusate di aver un piacere e un’emotività esagerati. Da un punto di vista mitologico, questo è confermato dalle vicende di Tiresia: questo indovino nel corso della sua vita si trasformò prima in donna e poi ritornò uomo. Ebbe modo di sperimentare quanto sia un tipo di corpo che l’altro provassero piacere durante l’atto sessuale.

Durante una disputa tra Zeus ed Era, in cui ognuno sosteneva che il sesso opposto godesse di più durante il sesso, interpellato, Tiresia disse che il piacere si divide in dieci parti: nove vengono provate dalla donna e soltanto una dall’uomo.

Quindi, anche qui, si ribadisce uno degli stereotipi sulla donna: il suo mancato controllo emotivo.

Euripide e Senofonte: due voci fuori dal coro

Se Omero, Esiodo e Semonide non brillano certo per tolleranza verso il mondo femminile, non dobbiamo pensare che tutti i greci fossero uguali. Come in ogni epoca storica, anche in questo caso ci sono (fortunatamente) voci fuori dal coro: Euripide e Senofonte. Anche se ovviamente non possiamo ancora parlare di “femminismo”, questi autori risultano avere quel quid di apertura mentale in più che li può avvicinare alla sensibilità del lettore di oggi.

Il primo, con il suo teatro, mette in scena eroine trasgressive, che spesso rifiutano di conformarsi alla morale del tempo. Interessante è anche l’attenzione verso la fragilità umana: per i Greci essere donna non è soltanto un problema dal punto di vista biologico. Essere donna voleva dire essere deboli, essere sconfitti. Per questo Euripide, durante un periodo in cui gli Ateniesi non capiscono nulla di come gestire la Guerra del Peloponneso, mette in scena i vinti nella Guerra di Troia con un’umanità fuori dal comune.

Un’altra opera interessante per il tema delle donne è l’Economico dello storico Senofonte: “economico” non nel senso moderno di “gestione dei soldi”, ma di ciò che gira intorno all’οἶκος, la casa. Si parla quindi dell’amministrazione della casa, dove si nota che la donna inizia ad assumere molta più autonomia.

Desolazione

Oltre al Giambo contro le donne, Semonide riporta un altro importante componimento, passando dalla tematica sociale e misogina ad un aspetto più, se vogliamo, “filosofico” e astratto: 

Ragazzo, il Dio che tuona cupo, ha l’esito 

di ciò ch’esiste, e regola a sua posta. 

Non capiscono, gli uomini: viviamo 

come bestie, effimeri, ignorando 

come Dio disporrà la nostra fine. 

Ecco: smaniamo tutti a vuoto. Intanto 

ci nutre la speranza, la fiducia. 

C’è chi s’aspetta un certo giorno; un altro 

lascia volgere gli anni: ma un domani 

di grasce ci sarà: chi non crede? 

Poi l’uno, prima della meta, è colto 

dalla vecchiezza ingrata; gli altri si struggono 

per tristi morbi; vinti dalla guerra 

altri la Morte cala nella tenebra. 

Presi taluni in turbini di mare, 

fra cavalloni d’acque cupe muoiono, 

proprio là dove cercano uno scampo. 

Altri, per la sventura, si fa un cappio

e di sua scelta lascia il chiaro sole. 

Qui nessun male manca: innumerevoli 

sventure, danni, avversità impensabili. 

Datemi retta: non c’innamoriamo 

dei nostri guai, non torturiamo l’anima 

nell’ascolto morboso del dolore. [2]

Centrale in questo frammento di Semonide è il senso della precarietà dell’esistenza; a questo si ricollega l’esortazione del saper cogliere i frutti che la vita offre. Interessante è anche il riferimento al mare: come già in Archiloco, anche qui l’attenzione è posta sulle nuove attività dei ceti emergenti, ovvero i commercianti. 

Il senso dell’inconsistenza della condizione umana è una caratteristica presente in tutta la letteratura greca. Questo perché, ovviamente, la concezione greca era diversa da quella giudaico-cristiana: se nel mondo cristiano si parte da una condizione negativa, poi, attraverso varie sofferenze e una buona condotta, si viene “ricompensati” con la vita ultra-terrena.

Nella condizione greca, al contrario, gli uomini non sono soggetti ad un Dio che premia i “buoni” e punisce i “cattivi”, ma ad una Τύχη, una Sorte, che è cieca, come vediamo in molte statue, quindi fa le cose a caso.

La religione greca, inoltre, è estremamente poliedrica e diversificata: non c’è una Bibbia, un testo unico e definitivo. La Teogonia di Esiodo è una delle tante.

Anche gli Epicurei diranno che gli dei, in sostanza, sono indifferenti alle vicende umane. Non c’è un principio di giustizia. L’unica filosofia che, forse, può essere avvicinata alla concezione cristiana è lo stoicismo: in questa corrente, come si può evincere anche dalle opere di Cicerone e Seneca, c’è l’idea di un principio di giustizia, una mens divina, che governa il cosmo. Però il cristianesimo e lo stoicismo non sono proprio la stessa cosa.

Questa idea, che riporta anche Semonide nei suoi componimenti, del pessimismo di fondo della religione politeistica greca rappresenta uno dei maggiori motivi, oltre al grande contenuto omoerotico, per cui la lirica greca non venne ben vista dai cristiani.

Anche noi oggi siamo ottimisti?

Per quanto la nostra storia europea sia stata caratterizzata da fenomeni come Razionalismo, Illuminismo, Consumismo, ecc. forse noi siamo, ancora oggi, a nostro modo “cristiani”. Perché se il cristianesimo ha insegnato il tema dell’ottimismo (da una condizione brutta a una buona), anche il tema del progresso scientifico si basa su questo stesso ragionamento: da una condizione di ignoranza noi abbiamo fede che la scienza e tutte le sue conseguenze, come la tecnologia, possa condurci ad una esistenza migliore.

Sarà vero?

Bibliografia

[1] Dario Del Corno, Letteratura greca, Milano, Principato, 2020, p.100-101

[2] Lirici greci, Torino, Einaudi, 2020, p.17

Lorenzo Cardano

La sposa cadavere: da una leggenda ebraica russa al genio di Tim Burton

0

Mi sono, mi sono ritrovato già sposato… ma contro la mia volontà

Titolo originaleCorpse Bride
Regia: Tim Burton e Mike Johnson
Sceneggiatura: John August, Caroline Thompson, Pamela Pettler
Cast principale: Johnny Depp, Helena, Bhonam Carter, Emily Watson
Nazione: Regno Unito, U.S.A.
Anno: 2005

La sposa cadavere di Tim Burton è il film ideale da vedere ad Halloween, se siete un po’ fifoni.

Non c’è dubbio che quella de La sposa cadavere sia una storia horror. Allo stesso tempo, però, si tratta pur sempre di un cartone animato. Perfetta soluzione per un Halloween rispettoso della tradizione senza incorrere in notti insonni, come vi abbiamo già consigliato in passato.

Presentato alla 62^ Mostra del Cinema di Venezia e candidato all’Oscar come miglior film d’animazione nel 2006, La sposa cadavere è il primo lungometraggio animato girato da Tim Burton, insieme a Mike Johnson. 

Quest’ultimo era stato già l’animatore di Nightmare before Christmas, la precedente avventura di Burton nel genere, anche se “solo” come produttore.

La sposa cadavere è ispirato a una fiaba ebraica russa, nella sua versione del XIX secolo, qui trasportata in un’epoca apparentemente vittoriana.

Il film inizia con dei colori monocromatici; l’unica nota di colore è una farfalla blu.

Il giovane Victor Van Dort (voce di Johnny Depp) è figlio di ricchi commercianti di pesce e sta per sposare Victoria Everglot (voce di Emily Whatson), rampolla di una coppia di aristocratici sul lastrico. Il matrimonio è evidentemente d’interesse e combinato dai genitori, tanto che i due si conoscono solo il giorno prima delle nozze, al momento delle prove. Fortuna vuole, però, che si piacciano a prima vista. Ciò non basta a calmare l’ansia di Victor, che ad un certo punto lascia il palazzo degli Everglot per calmarsi e imparare a memoria il giuramento che dovrà pronunciare. Si incammina in un bosco lugubre. Mentre pronuncia le parole del giuramento, infila l’anello destinato alla sua sposa Victoria in quello che crede essere un ramo rinsecchito.

All’improvviso da sottoterra esce un cadavere che prende vita: una donna vestita da sposa. Victor sviene e, quando riprende i sensi, si trova in un mondo pieno di colori.

Ne La sposa cadavere Tim Burton fa incontrare due mondi dai colori diversi: quello dei vivi e quello dei morti.

Victor rinviene in un locale dove si sta festeggiando un evento felice: il suo matrimonio con Emily (voce di Helena Bhonam Carter), il cadavere vestito da sposa. Scoprirà la sua triste storia attraverso la canzone “Il jazz dell’aldilà”: una scena deliziosa, con cui Burton ha omaggiato “The Skeleton Dance” di Ub Iwerks, la prima delle Silly Symphonies di Disney.

Emily si era innamorata di un forestiero che l’aveva sedotta e spinta a fuggire con lui per sposarsi in segreto. Lo stava aspettando da ore, in piena notte, all’appuntamento convenuto, indossando l’abito da sposa, quando venne aggredita e uccisa proprio dall’amato, che l’aveva anche derubata di tutti i gioielli. La ragazza venne così intrappolata in una sorta di limbo, nell’eterna attesa del giuramento di matrimonio. Così, quando ha sentito il voto nuziale di Victor, Emily ha creduto che fosse rivolto a lei, ritenendosi da quel momento sua moglie.

Nel frattempo, scomparso Victor, si è insinua un altro pretendente per Victoria: il misterioso sconosciuto Lord Barkis, che scopriremo presto essere lo stesso assassino di Emily. 

Sappiate che la dolce Emily farà la cosa giusta e l’amore trionferà. Nel frattempo, non mancherà un divertente viaggio dei morti dall’oltretomba al mondo dei vivi.

Hai mantenuto il tuo giuramento: mi hai reso la mia libertà. Ora posso fare lo stesso per te. 

La sposa cadavere ha qualcosa di romantico, qualcosa di gotico, qualcosa di divertente.

In questo senso è un film perfettamente inserito nella poetica di Tim Burton: le atmosfere dark mescolate ad un sottile umorismo sono tipiche del suo stile.

Ritroviamo anche uno dei temi più cari a Burton: l’esaltazione dei reietti, degli emarginati, della diversità, dell’alterità. La giovane sedotta e uccisa ritrova il suo riscatto e esce dal suo limbo. Il ragazzo timido prende coraggio e sposa la ragazza che ama, la quale cerca in tutti i modi di ribellarsi alla morsa dei genitori e non si arrende alla scomparsa dell’amato.

Uno degli aspetti più interessanti della pellicola è il ribaltamento delle tradizionali visioni del mondo dei vivi e di quello dei morti

Il mondo dei vivi è cupo, lugubre, monocromatico. Dominano egoismo, avidità, malvagità. I vivi hanno corpi rigidi e le loro esistenze sembrano immobili e ripetitive. Il mondo dei morti è colorato, vitale, festoso. Dominano libertà e amore. I corpi dei morti sono scomponibili e il loro mondo sembra in continuo movimento. 

Emily è l’unico personaggio che riesce a uscire da entrambi i mondi, trasformando il proprio corpo in uno sciame di farfalle blu, come quella che si vede ad inizio film a colorare la scena grigiastra.

Questa visione è resa molto bene dalla tecnica di animazione usata, quella dello stop-motion o “passo uno”. 

È basata sull’uso di pupazzi (quasi 500 in questo caso), oggetti e set reali (36 negli studios Three Mills di Londra isolati l’uno dall’altro da spesse tende nere). A ogni ripresa si gira un solo fotogramma (o poco più), modificando nelle pause la posizione degli oggetti ripresi. A ogni cambio di posizione si riprende un altro fotogramma. Ne La sposa cadavere Tim Burton e Mike Johnson non hanno usato cineprese, bensì macchine fotografiche digitali dotate di bracci articolati, pilotati dal computer, che riprendevano i pupazzi. La successione dei fotogrammi crea l’illusione del movimento continuo.

Questa tecnica prodigiosa, frutto di tre anni di lavoro collettivo, ha conquistato il critico Morandini, secondo cui La sposa cadavere “è un piccolo capolavoro ricco di qualità: fluida struttura narrativa; equilibrio tra toni lirici e cadenze comiche, tenerezza e ironia; sagace disegno dei 120 personaggi”.

3 motivi per guardare questo film:
  • per la scena degli scheletri che cantano a suon di jazz, omaggio al cortometraggio Disney “The Skeleton Dance”; 
  • perché è Tim Burton allo stato puro, compresi i suoi attori feticcio, Helena Bohnam Carter e Johnny Depp;
  • per la colonna sonora e le canzoni di Danny Elfman.

Quando vedere il film:

in questo film i morti tornano nel mondo dei vivi come nella notte di Ognissanti nella tradizione anglosassone oppure in quella tra il 1° e il 2 novembre in quella italiana o messicana. Per questo è perfetto da vedere nei giorni a cavallo tra ottobre e novembre. 

Stefania Fiducia

Se vi siete persi l’ultima puntata del cineforum, cliccate pure qui:

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

“Marilyn ha gli occhi neri”: la poesia della follia

0

Due personalità totalmente opposte che si incrociano.

Ero scettica. Il titolo non mi diceva molto. Un po’ mi incuriosiva, un po’ avevo dei pregiudizi sul cast. Stefano Accorsi non è stato mai tra i miei attori preferiti. Miriam Leone non l’avevo vista mai sul grande schermo. Ebbene, devo ammettere che il combinato disposto della loro partecipazione come attori protagonisti e la trama del film, valgono veramente tanto. Il mio voto è molto buono! Inevitabile notare la crescita professionale ed artistica di Stefano Accorsi. Nei panni di Diego, per tutto il film balbetta, e questo, lo dice una persona che ha fatto una piccola esperienza attoriale, non è poco! È davvero un attimo che rischi di cadere nell’esagerazione, nel comico, nel surreale, nel grottesco. Accorsi presenta un’interpretazione della malattia mentale, vera, autentica e delicata. E con lui tutti gli altri attori. Miriam Leone, nella veste anche lei di un personaggio alquanto bizzarro, è assolutamente unica. Il suo personaggio, che prende il nome di Clara, le calza a pennello: una donna creativa, istintiva, coraggiosa e bella!

Il film mette in luce le diversità dell’animo umano, le mille sfaccettature che toccano gli emarginati dalla società. C’è un momento che mi ha particolarmente toccato: quando uno dei due protagonisti parla dei cosiddetti “normali”. Ma esiste davvero questa “normalità”? Cosa può essere considerato “normale” e cosa no?

La trama:

Clara e Diego sono i protagonisti di questo film che ha la regia di Simone Godano. Entrambi con un vissuto molto caotico e particolare, entrambi con problemi di salute mentale di varia natura. Si incontrano in un centro di riabilitazione in cui, tra le altre cose, fanno anche terapia di gruppo. I due personaggi risultano apparentemente distanti ma in realtà trovano molte cose in comune. Tra queste, una sfida da affrontare e vivere insieme: aprire un ristorante aperto al pubblico all’interno di un locale del centro di riabilitazione. Tutto parte dalla creatività e vitalità di Clara. Dotata di molta, forse troppa, fantasia, inizia a scrivere tantissime recensioni sul fantomatico ristorante (prima ancora di iniziare qualsiasi tipo di progetto), pubblica foto accattivanti e, soprattutto, dà il nome alla sua piccola creazione di fantasia: il “Monroe”. Come la Diva di Hollywood Marylin.

Non voglio svelare troppo sulla trama, perché lungi da me fare spoiler. Alcuni momenti del film sono veramente commoventi. Ma la vera bellezza del film, a mio parere, sta nella sua semplicità. Nell’essere così come è. La bravura dei protagonisti sicuramente vale il film.

Il mio voto è 10 per entrambi gli attori protagonisti!

Note sul regista:

Romano, classe 77, studia cinema al DAMS e gira i suoi primi corti dal 2002. Nel 2010 il suo cortometraggioNiente orchidee” con Beppe Fiorello e Valeria Solarino viene presentato al Festival di Venezia. Inizia anche a lavorare come regista di diversi programmi televisivi. Nel 2017, grazie all’incontro con Matteo Rovere, esordisce al cinema con la regia di “Moglie e Marito” con Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak, film che ottiene la candidatura ai Nastri d’argento come miglior commedia e viene distribuito all’estero in più di venti paesi. “Croce e Delizia” con Alessandro Gassmann, Jasmine Trinca e Fabrizio Bentivoglio è il suo secondo film. Anche quest’ultimo ottiene una candidatura ai Nastri d’argento come miglior commedia mentre Jasmine Trinca vince il Globo d’oro come miglior attrice protagonista.

Serena Cospito

5 scene iconiche di film da trasformare in idee regalo

0

Il cinema, la settima arte, è quel mondo fantastico in cui prendono vita scene iconiche e indelebili che conquistano l’immortalità nella cultura collettiva e che oggi riproporremo in un modo originale e diverso dai soliti: il puzzle.

Come? Un puzzle?

Cosa c’entra il cinema con i tasselli di uno dei giochi più antichi e divertenti al mondo? Facile! In rete c’è un servizio fantastico percreare puzzle online offrendo alle persone la possibilità di selezionare un’immagine a cui sono legate che verrà stampata sui tasselli, confezionata e spedita velocemente a casa. Se ti interessa clicca e crea subito il tuo puzzle online e, se vuoi trovare ispirazione dal mondo del cinema continua a leggere per scoprire quali sono le 5 scene iconiche che ti consigliamo di stampare!

1.     American Beauty

Piccola premessa: questa non è una lista dei migliori film cinematografici della storia del cinema ma una rassegna delle scene che, secondo noi, conservano un particolare fotogramma dalla bellezza iconica e, quindi, ideale da stampare sul tuo puzzle da ordinare online. Per questo al primo posto c’è America Beauty e la distesa di petali di rosa con Mena Suvary distesa nuda e sorridente al centro della scena. American Beauty è un capolavoro del 1999 scritto e diretto da Alan Ball e Sam Mendes che ha vinto cinque premi Oscar, tre Golden Globe e sei Balta.

2.     Se mi lasci ti cancello

Altra scena indelebile nel mondo del cinema è quella di Kate Winslet e Jim Carrey sdraiati vicini sul ghiaccio. Lo script per girarla prevedeva un girato su un lago ghiacciato che, grazie all’inverno freddissimo che colpì New York proprio quell’anno fu realizzata senza troppi intoppi. Il titolo originale “Eternal Sunshine of The Spotless Mind” appartiene ad un’immensa sceneggiatura del 2004 che ha vinto l’Oscar l’anno successivo posizionandosi ai primi posti nella storia tra le pellicole ad alto impatto psicologico.

3.     Pulp Fiction

Pulp Fiction è un capolavoro indiscusso ed indimenticabile per l’intera storia del cinema. I protagonisti indiscussi di questo capolavoro sono Vincent Vega e Jules Winnfield, interpretati rispettivamente da John Travolta e Samuel L. Jackson. I due in completo formale affrontano una miracolosa sparatoria con una serie di scambi verbali e diatribe che fanno tanto pensare a Le Iene. La scena in cui imbracciano entrambi la pistola puntata, l’uno al fianco dell’altro è, almeno secondo noi, un’altra di quelle che andrebbero stampate sul puzzle da appendere in casa.

4.     E.T

Tutti conoscono la dolcissima storia di E.T. l’extraterrestre che si legherà a Elliot, un bambino che cercherà di proteggere il curioso essere ad ogni costo. Durante la notte di Halloween Elliot traveste E.T da fantasma per poterlo portare fuori casa senza dare troppo nell’occhio. I due si inoltrano in bici nella foresta ma Elliot perde il controllo e rischia di cadere in un dirupo così che E.T. salva la vita a entrambi con l’intramontabile volo. La bici si solleva in aria nel cielo blu illuminato dalla luna e atterrà nei pressi dove il piccolo extra terrestre riuscirà a inviare un segnale ai suoi simili per dirgli che sta bene. Purtroppo i due si separeranno tra le lacrime di Elliot e la riconoscenza di E.T. creando un finale commuovente che nessuno dimenticherà mai.

5.     I pirati dei caraibi

Infine se c’è una tra le scene più belle che meritano di essere immortalate in un bel puzzle da appendere in casa quella è la fuga di Jack Sparrow che scappa a gambe levate dai temibili Pelegros. Questi erano indigeni cannibali che avevano creduto che Jack fosse un dio sotto forma di uomo e, pertanto, si organizzano per mangiarlo e liberarlo dalla sua prigione di carni e ossa. Jack si ingegna per sfuggire a questa terribile sorte, recupera la sua Perla Nera e abbandona in modo rocambolesco l’isola. Scena da brividi!

Il Cavaliere Oscuro – Un labirinto di mezze verità e la caduta dell’eroe

0

“Tu hai dato il via a qualcosa”, dirà il neo tenente Jim Gordon all’Uomo Pipistrello, nella scena conclusiva di Batman Begins. Incassando 373 milioni di dollari al botteghino, Warner Bros e Christopher Nolan sono pronti a replicare quanto messo in atto da Sony e 20th Century Fox con i rispettivi cicli Raimi – Singer, annunciando quella che verrà poi ricordata come: Trilogia del Cavaliere Oscuro, e la sensazione che non si sarebbe trattato di un sequel qualsiasi era palpabile. Attraverso una campagna di marketing virale, la distribuzione in sala venne anticipata dalla costante nascita di siti web creati per gli scopi più disparati. Tra gli aggiornamenti sulla fittizia campagna elettorale di Harvey Dent a procuratore distrettuale, agli indizi sperperati da Joker sulle sue future azioni, il countdown al rilascio fu vissuto attivamente da milioni di appassionati. Tuttavia, la triste notizia della morte di Heath Ledger nel gennaio 2008, e le prime indiscrezioni dei tabloid sulla sua immedesimazione nel villain, avvolsero la produzione di un’aura maledetta che calamitò l’attenzione anche del pubblico generalista. Il desiderio intorno alla pellicola crebbe a dismisura tanto che, quando sbarcò nelle sale cinematografiche estive, incassò oltre 1 miliardo di dollari, divenendo uno dei film più amati di sempre.

“Credo che io e te siamo destinati a lottare per sempre”

Will the real Batman please stand up?

Dopo aver sventato la minaccia di Ra’s al Ghul e della Setta delle ombre, Batman (Christian Bale) e Gordon (Gary Oldman) puntano ad estirpare definitivamente la criminalità organizzata da Gotham. Braccata dal vigilante mascherato di notte e con la polizia sulle tracce dei loro risparmi di giorno, la mafia cittadina viene ulteriormente messa al muro dai risonanti arresti del neo procuratore distrettuale Harvey Dent (Aaron Eckhart). Nel tentativo di non soccombere, i malavitosi si ritrovano costretti ad assoldare lo “schiodato dal costume viola e la faccia truccata” che li ha appena rapinati: Joker (Heath Ledger), presentatosi come l’unico in grado di eliminare l’Uomo Pipistrello.
Il piano del supercriminale è quello di costringere Batman ad uscire allo scoperto mostrando la sua vera identità e, per farlo, mette sotto assedio la città. Prima ne colpisce le personalità di spicco, poi passa a terrorizzarne la popolazione, portando i suoi rivali a scontarsi gli uni con gli altri. Per Gotham City la notte non è mai stata così buia.

La trasformazione di Gotham City

Rispetto al film precedente sulle origini dell’eroe, possiamo fin da subito notare che la città di Gotham è profondamente differente. Rimanendo sempre un’entità forte e non semplice sfondo urbano, perdiamo però buona parte delle atmosfere noir e gotiche (già limitatissime in Batman Begins) entrate prepotenti nell’immaginario collettivo. Non ci sono più le nuvole di gas che fuoriescono dai tombini, la sporcizia e la degradazione sembrano quasi scomparsi. Il nero lascia spazio al grigio, Gotham diventa Chicago, Bruce Wayne si trasferisce dalla distrutta Villa Wayne all’attico extra lusso in pieno centro e la Batcaverna si trasforma in un sotterraneo spoglio. Christopher Nolan, che non lascia nulla al caso, decide dunque consciamente di trasportare definitivamente il personaggio all’interno della sua idea di cinema iperrealistico e qui possiamo ammirare alcune delle sue sequenze più iconiche, rigorosamente prive di computer grafica. Per la prima volta in un lungometraggio cinematografico, vengono girate alcune scene in formato IMAX 70mm (28 minuti totali), sfruttando la maggior nitidezza e profondità data da questo tipo di tecnologia. L’iniziale rapina nella banca mafiosa, il volo sopra la notturna Hong Kong, l’esplosione del Gotham General Hospital per mano dell’infermiera Joker, l’inseguimento automobilistico nei tunnel a suon di bazooka, sono momenti che tutti abbiamo nella memoria come punto di rottura qualitativo. Christopher Nolan rivoluziona dunque l’industria dell’intrattenimento (se vogliamo fermarci alla superficie del film in esame) dal punto di vista estetico, portando il coinvolgimento dello spettatore ad un altro livello.

Nuove maschere in città

Nel sequel di Batman Begins ritroviamo gran parte del cast, con l’eccezione di Rachel Dawes. Nonostante l’amica d’infanzia di Bruce Wayne, nonché suo amore inappagato, sia stato appositamente scritto per Katie Holmes, l’ex Joey Potter della televisione, rinuncia al ruolo per altri impegni lavorativi. La parte viene affidata a Maggie Gyllenhaal che, per chi vi scrive, riesce ad infondere al personaggio una maggior forza ed emotività rispetto alla precedente collega. A conquistare il cuore di Rachel, di Gotham City ed anche di Bruce Wayne, è il nuovo procuratore distrettuale Harvey Dent, interpretato da Aaron Eckhart. Determinato e creatore del suo stesso destino, Dent è un predestinato, come vedremo nella sua strabiliante prima apparizione in aula. Quando un tirapiedi di Maroni (Eric Roberts), subentrato a Falcone dopo il trattamento Crane, punta una pistola al petto del nuovo paladino di Gotham, ecco che questa s’inceppa, dando il tempo all’uomo di disarmarlo. A suon di spettacolari e mediatici processi, Harvey Dent s’impone come la forza più prorompente in città capace, come dirà Rachel, di “arrestare centinaia di delinquenti alla luce del sole e senza indossare alcuna maschera“. Eppure, è proprio questa mancanza che ne causerà la caduta, mostrando al sociopatico Joker il suo punto debole (Rachel) e fornendogli l’occasione per ribaltare il destino del white knight, come lo chiamerà nel finale del film. A prendere l’eredità di Jack Nicholson come nuovo principe del crimine è Heath Ledger che, per calarsi nel personaggio, si isola per più di un mese in una stanza di un motel, guardando film horror, leggendo libri su psicopatici ed annotando ogni pensiero su un diario, noto come “Diario di Joker“. L’attore plasma la nemesi di Batman sui suoi piccoli tic, ne inventa le movenze e ne cura il trucco personalmente. Vuole che Christian Bale lo colpisca per davvero durante l’interrogatorio, gira in prima persona i video con gli ostaggi presenti nel film: fa letteralmente evolvere il personaggio dentro di sé. È il ruolo della carriera, che l’ha portato a diventare leggenda ma che ha avuto traumatici effetti sulla sua persona, tanto da portarlo a quell’accidentale mix letale di antidepressivi e sonniferi, regolarmente prescritti, che ne causò la prematura scomparsa. Il Joker di Ledger è completamente differente dalla precedenti versioni cinematografiche e seriali. Mantenendo il mistero sull’origine delle cicatrici, resta così fedele non solo ai fumetti ma alla natura stessa del Male che rappresenta, privo di nascita e onnipresente. Sembra un squilibrato di poco conto, dai capelli unti e un costume da quattro soldi. In realtà, in uno dei suoi rari momenti di sincerità, confessa la sua vera natura di machiavellico calcolatore “in anticipo sul percorso“. Sempre un passo avanti ai suoi avversari e con un vestito cucito a mano, dice di “non essere il tipo da fare piani” ma, come sempre accade nel cinema di Christopher Nolan, siamo di fronte all’ennesima falsa verità. Joker è una bugia.

L’inganno di Joker e di Christopher Nolan

Non è un caso che il principe del crimine si palesi alla mafia con un trucco di magia: la sparizione della matita. Il Joker di Heath Ledger è un’illusionista e, proprio come Borden/Fallon in The Prestige (interpretati da Christian Bale) è completamente devoto alla sua arte. Professandosi agente del caos, in realtà il suo piano è rendere tale l’uomo che non lascia nulla al caso: Harvey Dent. La moneta che il procuratore di Gotham finge di lanciare come segno del destino, in realtà ha due facce identiche ma, dopo essere stato manipolato da Joker, ripudierà ogni decisione facendo sì che sia il caso a dominare la sua mano. Il clown trasforma volutamente e minuziosamente il paladino della città in quello che lui stesso fingeva di essere e, per farlo, scinde la realtà più e più volte ingannando i suoi rivali e lo spettatore, raccontando mezze verità. Così, nell’epica corsa contro il tempo per la salvezza di Rachel o Harvey, legati tra benzina ed esplosivi, indirizza volutamente Batman da Dent, fornendogli gli opposti indirizzi. Il tempo, tanto caro a Christopher Nolan, è in The Dark Knight una scelta che il nostro vigilante mascherato non può compiere: la sua nemesi ha scelto per lui e per tutti. Rachel stessa è convinta che sarà lei a essere salvata, e di questo ne è certo anche lo spettatore prima di venire smentito. Tutti cadiamo nella trappola dalla mente criminale numero uno di Gotham City, in grado persino di far ricadere la colpa su altri. Se ci facciamo caso, non agisce quasi mai direttamente. Fin dalla rapina che apre il film, lascia che siano gli altri a sporcarsi le mani e, spesso trovandosi in un diverso luogo, si limita ad essere il burattinaio che muove i fili dietro le quinte. Joker si limita a sussurrare, a dare una piccola spinta, sfruttando le debolezze altrui per condurli esattamente dove ha pianificato debbano essere per compiere azioni in suo nome. Fallirà soltanto sul finale con l’esperimento sociale delle due barche, dove né i cittadini né i criminali si faranno esplodere vicendevolmente (stando alle precedenti bugie, è corretto presumere che ciascun traghetto avesse tra le mani il detonatore che ne avrebbe causato la morte), dimostrando che c’è ancora speranza e desiderio di sacrificio nell’animo umano. Tuttavia, seppur appeso a testa in giù al Prewitt Building, Joker ha vinto. The Dark Knight è il primo film supereroistico dove il villain ha la meglio, nonostante l’Uomo Pipistrello cerchi di convincersi del contrario, sacrificando la sua figura. Distruggendo l’umanità in Harvey Dent e causandone indirettamente la morte, porta a compimento il suo piano facendo sì che sia il vigilante di Gotham a prendersi la colpa delle azioni Due Facce. Un’altra bugia viene raccontata alla popolazione, una verità al 90% (citando Interstellar dove il tema è cardine) a fin di bene, eppure è in questo momento che la trasformazione di Batman nel Cavaliere Oscuro avviene. Capendo il reale potenziale della sua figura, accetta la colpa di crimini che non ha commesso per diventare il capo espiatorio della città cui è devoto. Ci deve sempre essere qualcuno a cui dare la colpa.


Prima di concludere, è importante citare come il regista abbia affrontato, attraverso l’escamotage dell’enorme sonar per rintracciare Joker con il segnale dei telefoni cellulari, una tematica attualissima. 13 anni dopo l’uscita del film, viviamo in un mondo dove quel potere esiste, è molto similare e purtroppo, non è nelle mani di Lucius Fox. Dovremmo temerlo, eppure siamo stati noi ad accettarlo nell’ennesimo gioco di mezze verità.
Christopher Nolan rivoluziona il cinema d’intrattenimento nella forma e nel contenuto, adattando ulteriormente il personaggio fumettistico di Batman alla sua poetica e, per la prima volta, togliendone il nome dal titolo dell’opera. Attraverso il suo prestigiatore criminale, lo spezza nell’animo con la perdita dell’amata e lo trasforma in qualcos’altro: un eroe necessario, regalandoci uno dei titoli più influenti del cinema contemporaneo.

Michele Finardi

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Il Castello di Bracciano e l’infedele Isabella de Medici: folklore dell’orrore

0

Si staglia lontano e avvolto dal sole, l’antico castello di Bracciano, meglio noto come castello Orsini Odescalchi. È una delle fortezze più invidiate che il Lazio, che pure ne ha molte, vanta. Meta di molti visitatori ogni anno sia nella stagione calda che nella stagione fredda, questo luogo porta con sé un inequivocabile sentore di Storia.

Le fantasie più fervide però non potranno accontentarsi della neutra trama dei fatti avvenuti: il castello ha racconti anche per voi, più curiosi. Una leggenda nera infatti echeggia tra le sue mura e vede come protagonista la personalità di Isabella de’ Medici.

La fortezza Orsini Odescalchi: il bel castello sulle rive di Bracciano

Siamo nel Medioevo, tredicesimo secolo, quando i prefetti di Vico – che amministrano buona parte della Tuscia- costruiscono qui la loro dimora, simbolo non discutibile del loro potere. Il secondo periodo di commissione, vede il passaggio del testimone dai Vico agli Orsini: è in questo momento che il castello conosce uno dei momenti di massima espansione e cura, vista anche l’importanza crescente di Bracciano sul territorio Locale.

Arriviamo, a metà del cinquecento, ad una terza fase: Paolo Gentilini Orsini volle che la dimora passasse da castello a palazzo gentilizio. Bracciano di lì a poco sarebbe divenuta ducato e lui avrebbe preso in sposa la figlia illustre dei Medici, Isabella.

Per amor di chiarezza, continuiamo brevemente la storia: per un breve periodo ceduto ai Torlonia, il palazzo fu acquistato nuovamente dagli Odescalchi, grazie al fortunato matrimonio tra Sofia Branicka, principessa polacca, e Livio Odescalchi.

Aperto al turismo nel 1952 per volontà dell’ultimo discendente della famiglia, è oggi curato grazie ai fondi dell’associazione a lui dedicata.

La leggenda nera dell’infedele Isabella

Figlia di Cosimo II e, come detto, moglie di Paolo Odescalchi, le dicerie ci parlano d’una donna tormentata e tormentosa. Nelle lunghe attese, in assenza del marito, l’infelice si divertiva ad accogliere tra le sue lenzuola quanti uomini potesse. Questi incontri, diciamo d’amore, avvenivano in quella che oggi è chiamata Sala Rossa, ancor oggi visitabile.

Perché però il suo buon nome non venisse macchiato da questo suo piacevole passatempo, finito l’incontro, lasciava che gli amanti si accomodassero nella sala accanto. Mentre i miseri aspettavano qualcosa di non meglio precisato, cadevano in un pozzo a rasoio che non lasciava di loro alcunché.

Ora, il marito Paolo iniziò a sospettare dell’infedeltà della compagna e, avutone le prove o semplicemente accontentandosi del sospetto, la strangolò con un nastro rosso. Ora, su un fatto così sanguinario, non potevano non sorgere dicerie e leggende: c’è chi la vede, la lamentosa Isabella, aggirarsi ancora per il castello.

Il fatto, in realtà, non ha neanche una validità storica. La verità infatti fu decisamente un’altra ed ha tutto altro sapore. Il carteggio dei due mostra una coppia concorde: furono novelli sposi molto giovani, subito dopo la morte di Cosimo.

Quando il 16 Luglio del 1576 Isabella morì non fu per mano del marito ma per una malattia che la colse ancora giovane.

Walter Scott al castello di Isabella

È il maggio del 1832 quando Walter Scott, autore dell’ Ivanhoe, che in quei tempi soggiornava nella Capitale, decide di recarsi a Bracciano. La strada che al tempo portava alla dimore era impervia e priva di comodità: l’autore, accompagnato da una persona sola, era già anziano e malato e, quando riportò il ricordo di quella salita, lo ammantò di fatica e scomodità.

Ricordò di essere stato colpito dall’aspetto gotico delle torri che l’avevano accolto da lontano. La fantasia dello scrittore, però, dovette essere punta sensibilmente da quel che su quel luogo si raccontava: è facile immaginarlo mentre si tormenta, o è tormentato, dalle storie che, durante la notte, gli giungono alle orecchie dagli echi dei muri.

Quel che però ci è dato sapere che l’indomani, l’uomo che viaggiava con lui, lo trovò già vestito di tutto punto, pronto ad andare e però stranamente sensibile ad ascoltare la storia degli antichi signori di quel maniero.

Hai perso lo scorso articolo?

Serena Garofalo

La riapertura del Cinema Troisi è un coraggioso atto politico

0

Il Cinema Troisi di Roma ha riaperto ufficialmente il 21 settembre scorso, dopo anni di chiusura.

A restituire il Cinema Troisi alla città è stata l’Associazione Piccolo America, che con questo progetto mira a contribuire al miglioramento del territorio nel futuro. Il territorio è quello del celebre quartiere Trastevere della Capitale.

La  sala ora ha 300 comode poltrone amaranto, con posti riservati agli spettatori con disabilità e un sistema per spettatori audiolesi e ipovedenti.

È dotata delle tecnologie di proiezione più all’avanguardia progettate dalla storica azienda Cinemeccanica. Ad essa si aggiungono un bar-foyer, una terrazza, uno spazio polifunzionale per mostre ed eventi e un’aula studio-biblioteca, in linea con le istanze originarie dei ragazzi del Cinema America. 

Infatti, Valerio Carocci, portavoce dell’Associazione, ricorda quasi con spirito rivendicativo le parole di Bernardo Bertolucci sulle loro prime iniziative: “questi ragazzi di cinema non capiscono niente”.

D’altronde i ragazzi del Piccolo America non hanno cominciato questa avventura perché erano dei cinefili, ma perché erano dei giovani studenti che vivevano in periferia, ma studiavano nel centro storico e avevano bisogno di una sala, per studiare e per socializzare. Così è nata l’occupazione di un spazio chiuso, vuoto e semi abbandonato, il cinema Piccolo America. Lì hanno iniziato a riunirsi nel 2011 come “Assemblea Giovani al Centro”, nucleo originario dell’Associazione odierna. Alla fine lo hanno salvato dalla demolizione, con il sostegno del cinema italiano.

Poi è venuto il resto e quei ragazzi, che avevano cominciato il loro impegno civile e sociale con un’occupazione abusiva, hanno scelto l’incontro e il confronto – non sempre facile- con le istituzioni. Su tutto Il Cinema in Piazza: una rassegna cinematografica popolare in un’arena estiva a Piazza San Cosimato. Oggi le piazze sono tre: si è aggiunta quella del Parco della Cervelletta, poi quella di Ostia, quest’anno sostituita da quella a Valle Aurelia.

Questa decennale esperienza è stata per i ragazzi una palestra di democrazia.

E questo vuole essere, nel progetto dell’Associazione, lo spazio che in origine era il Cinema Induno e poi è stata la Sala Troisi. Ma non solo: il Cinema Troisi sarà anche “un laboratorio dei rapporti sociali” e, nel tempo, l’esperimento di “un modello per il rilancio del ruolo della sala cinematografica” nel tessuto sociale e culturale del territorio. 

Il progetto è stato reso possibile dal bando pubblico – vinto appunto dall’Associazione Piccolo America – con cui Roma Capitale ha concesso a canone agevolato l’immobile storico di Via Induno, ospitato all’interno dell’edificio dell’ex GIL, progettato nel 1933 da Luigi Moretti e inaugurato nel 1937. Negli anni il cinema era passato da proprietà pubblica a privata e viceversa.

Prima che iniziasse il restauro è rimasto del tutto abbandonato per otto anni. Nel frattempo ne era entrata in possesso Roma Capitale con sgombero forzoso. Vinto il bando, i ragazzi del Piccolo America hanno dovuto prima combattere una battaglia legale per difendere la concessione, impugnata da terzi davanti al Tar e al Consiglio di Stato; poi hanno dovuto impegnarsi nella sanatoria di irregolarità catastali e urbanistiche e di vari abusi edilizi, di cui sono venuti a conoscenza solo una volta entrati in possesso dell’immobile.

Finalmente hanno potuto iniziare il restauro, progettato e curato dalle architette Raffaella Moscaggiuri e Claudia Tombini, in accordo con l’associazione Piccolo America e sotto la supervisione della Sopraintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio di Roma. Ciò ha consentito un risanamento ampiamente conservativo dell’immobile, che ha incluso il ripristino della circolarità funzionale; il restauro dei pavimenti originali in marmo di Carrara, dei gradini e dei rivestimenti in travertino all’ingresso; il recupero dei bassorilievi; addirittura il ripristino dell’ampia vetrata assiale in terrazza, secondo il progetto originario dell’architetto Moretti.

Quello che colpisce è che oggi il Cinema Troisi è il risultato di un grande investimento transgenerazionale e un esempio di sussidiarietà orizzontale perché qui pubblico e privato si sono incontrati. 

Infatti, sull’idea dei ragazzi del Cinema America di riaprire un bene pubblico in disuso e restituirlo alla fruizione della collettività hanno investito (un totale di circa 1.500.000 euro) il Ministero della Cultura (il maggiore investitore) e la Regione Lazio con Lazio Innova tramite due bandi pubblici; ma anche BNL Gruppo BNP Paribas, la Siae, Otto per mille della Chiesa Valdese, il green partner Iberdrola e il digital sponsor TIM per la sala studio da 80 posti, tra interno e terrazza. Nondimeno, quasi 285.000 euro sono stai reperiti mediante fondi propri dell’associazione Piccolo America e da donazioni dei sostenitori raccolte durante le arene estive e online. 

Ma il progetto ha visto coinvolte anche le famiglie dei ragazzi del Piccolo America, che hanno messo a disposizione le case in cui vivono a garanzia di una linea di credito di € 700.000 euro aperta dalla BNL Gruppo BNP Paribas, grazie alla quale si sono potuti avviare il progetto e la realizzazione, in attesa che il Ministero della Cultura – a fronte della rendicontazione dei lavori – erogasse il saldo del contributo messo a disposizione, nell’ambito del “Piano Straordinario di per il potenziamento del circuito delle sale cinematografiche e polifunzionali”.

Tutti questi sforzi, raccontati dalla voce di Valerio Carocci, hanno reso emozionante l’inaugurazione del Cinema Troisi il 20 settembre in occasione dei dieci anni della nascita dell’associazione. L’inaugurazione è cominciata con la proiezione in anteprima per la stampa del film “Titane”, alla presenza della regista Julia Doucurnau e del protagonista Vincent Lindon.

La regista francese ha dichiarato di ammirare molto il lavoro dei Ragazzi del Piccolo America, la cui incredibile storia la commuove moltissimo. “Un cinema che apre è sempre una festa e, allo stesso tempo, un gesto coraggioso”. Le ha fatto eco l’attore Lindon, il quale ha aggiunto che aprire un cinema è anche un atto politico. Si è detto commosso e felice di poter partecipare all’inaugurazione di una sala, la cui apertura ha richiesto tanti sacrifici. Ha definito la lotta dei ragazzi del Piccolo America “titanica”, con un gioco di parole sul titolo del suo film. Un coraggioso atto politico, in un’epoca in cui abbiamo a disposizione a casa la serialità delle piattaforme, è quello d attirare i giovani in un posto dove mostrare loro che esiste qualcosa di diverso oltre internet; che si possono fare cose straordinarie da condividere nel piacere di una sala cinematografica. 

Il Cinema Troisi ha proiettato in anteprima nazionale dal 21 al 29 settembre “Titane” in versione originale. 

Ma dal 30 settembre ha iniziato a programmare anche “No time to die” di Cary Fukumaga, l’ultimo capitolo di 007, perfettamente in linea con la politica che i ragazzi hanno sempre seguito nelle rassegne. Infatti, Valerio Carocci ha sottolineato come “programmando le proiezioni de Il Cinema in Piazza e prima ancora del Piccolo America” abbiano sempre “cercato di soddisfare la fame di cinema della città, ma anche di alimentarla, provando a crescere insieme al pubblico”. Dal centro storico all’estrema periferia, dai grandi autori alle saghe più popolari, sotto i loro schermi hanno ospitato, in dieci anni, una nuova generazione di spettatori, che adesso sperano di accogliere al Cinema Troisi, che vuole essere un cinematografo nuovo e “inclusivo”, in termini di gusti, pubblico, proposte, scelte di programmazione. Ma l’ambizione più grande è che diventi un luogo di incontro e di confronto, dove gli amanti del cinema (ma non solo) possano sentirsi a casa.

Di sicuro molti romani sono e saranno felici e grati di tornare all’ex cinema Induno, per la seconda volta intitolata al grande Massimo Troisi. E passando davanti all’ex Gil non dovranno più sentirsi mortificati per l’abbandono dell’ennesimo spazio socio-culturale.

Stefania Fiducia

Foto di ©Flavia Rossi

Resident Evil Saga: le recensioni dei film in ordine cronologico

0

Il mio nome è Alice.

Nessuno degli amanti della saga di Resident Evil potrà mai dimenticare queste parole, e anche se alcuni gamers magari non hanno apprezzato la trasposizione cinematografica del celebre gioco Capcom sull’apocalisse zombi, nessuno potrebbe negare che è stata un successo.

Sarà perché i personaggi del gioco si intrecciano a quelli del film, sarà perché la protagonista è Milla Jovovich – eterea, tostissima, col cuore d’oro – sarà perché nonostante sia una saga basata su un virus che porta morte alla fine il centro resta sempre la vita, l’umanità, la speranza.

Alice incarna tutto questo: la bionda che ammazza i mostri del resto ha un altrettanto celebre e amatissima predecessora. Buffy, naturalmente. E visto che nel 2022 saranno passati ben 20 anni dall’uscita del primo film (e a Milla, recente protagonista di Monster Hunters, non sembra passarne nemmeno uno), ho pensato di farmi una bella maratona, quindi li ho rivisti tutti per commentarli.

I film commentati in ordine di uscita

Resident Evil (2002), regia Paul W. S. Anderson

La casa farmaceutica Umbrella Corporation lavora sotto il suolo di Raccoon City, in un laboratorio segreto. Proprio lì sotto inizierà la zombie apocalypse, di cui sarà protagonista Alice. Da dove proviene questo virus che rianima i morti? Ma soprattutto cosa c’entra Alice? La ragazza non ricorda nulla del suo passato, ma è decisa a uscire viva dai sotterranei dell’alveare. L’atmosfera è cupa ed è resa sempre più ansiogena dagli spazi angusti del laboratorio sotterraneo, una sorta di trappola mortale altamente tecnologica: a corroborare l’atmosfera, una colonna sonora che lascia il segno dal primo capitolo della saga.

Resident Evil: Apocalypse (2004), regia Alexander Witt

Alice è stata fatta prigioniera dai militari dell’Umbrella Corporation e si risveglia in una sorta di clinica. Uscita dall’edificio si rende conto che il T Virus è uscito fuori dall’alveare, quindi si arma e inizia a vagare per Raccoon City. In questo capitolo arrivano la splendida Jill Valentine (con top blu e minigonna, come nel gioco) e Olivera a supportare Milla: la sua missione stavolta non sarà solo uscire viva dalla città, ma anche salvare una persona speciale, che rivelerà qualche dettaglio in più sul virus.

Resident Evil: Extintion (2007), regia Russell Mulcahy

Nel terzo capitolo troviamo Milla in moto che gira per il deserto: questo a mio avviso è uno degli episodi meno intriganti, anche se arriva in scena Claire, altra protagonista del gioco, interpretata da Ali Larter, protagonista del primo Final Destination. Il Dottor Isaacs cerca di controllare Alice, ma soprattutto sta tentando di clonarla: nella base dell’Umbrella Corporation Alice scoprirà che il suo sangue può diventare la cura per l’infezione

Resident Evil: Afterlife (2010) regia di Paul W. S. Anderson

Alice attacca Wesker, il presidente dell’Umbrella, a Tokyo, dopodiché cerca di raggiungere l’Arcadia, in Alaska. Si ricongiunge con Claire, salva suo fratello Chris (altro personaggio storico di Resident Evil) e scopre che l’Arcadia è una nave pilotata dall’Umbrella per fare esperimenti a chi la raggiunge, credendo di trovare un posto sicuro. Proprio dopo aver ucciso Wesker, Alice e il team vengono attaccati da Jill, controllata e soggiogata dall’Umbrella.

Resident Evil: Retribution (2012) regia di Paul W. S. Anderson

Nello scontro con Jill, Alice cade in acqua: da qui inizia il vero gioco dei cloni. Veniamo catapultati una Raccoon City non infetta, poi a Tokyo, Mosca, New York. La razza umana si sta estinguendo e Alice si confonde tra i suoi cloni, fino a conoscere la figlia di una di questi. La piccola crede sia sua madre, data la somiglianza, così Alice decide di proteggerla ad ogni costo, spalleggiata da vari compagni di viaggio, sia umani che cloni. In questo episodio arrivano anche Ada e Leon, due personaggi del gioco, e torna anche Jill. Il quinto capitolo della saga è molto sentimentale: torna tra noi anche Rain, uccisa dal virus nel primo episodio. Nel finale, La Casa Bianca è l’ultima roccaforte dell’umanità sommersa dagli zombi

Resident Evil: The Final Chapter (2016) regia di Paul W. S. Anderson

Il sesto capitolo è “tutto in famiglia”: Milla e suo marito (il regista) decidono che la nuova regina rossa sarà interpretata dalla loro figlioletta, una Milla mignon. Questa somiglianza non sarà casuale: finalmente arriviamo alla conclusione di Resident Evil e tutti i misteri devono essere svelati. Perché Alice può essere l’unica cura contro il T Virus? Finalmente viene fatta luce sulla sua storia prima della contaminazione: passato e presente si intrecciano dando allo spettatore una storia che va oltre lo sparatutto, e che diventa quasi un romanzo di formazione. Resident Evil non è solo un film d’azione, è anche la storia di un’eroina: nel capitolo sesto il cuore di Alice è assoluto protagonista.

La Recensione di Welcome to Raccoon City (2021) regia Johannes Roberts

Quella che un tempo era la sede del colosso farmaceutico Umbrella Corporation, Raccoon City, è ora una città morente del Midwest. L’esodo della compagnia ha trasformato la città in una landa desolata con un grande male che si annida sotto la superficie. Quando questo male viene liberato, un gruppo di sopravvissuti dovrà collaborare per scoprire la verità dietro la Umbrella Corporation e restare in vita.

A distanza di quasi vent’anni, consiglio ancora questa saga. Credo sia un cult imprescindibile per tutti gli amanti del genere nonostante spesso sia inceppato un po’ troppo nelle dinamiche dello sparatutto.

Alessia Pizzi