Yara: il giallo fa il giro del mondo su Netflix, ma la protagonista non è lei

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Marco Tullio Giordana porta su Netflix il giallo di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa nel Brembate e ritrovata morta tre mesi dopo a dieci chilometri da casa.

La scomparsa di Yara Gambirasio

Era il 2010. Yara esce dalla palestra, deve fare pochi metri per raggiungere casa. A casa non ci torna, però. Si esclude la fuga – è una ragazza serena – e si inizia a pensare ad un rapimento. Si aprono le indagini.

Il suo cadavere è adagiato su un campo quando lo trova per caso un aeromodellista: è morta di freddo Yara, dopo essere stata ferita atrocemente. Segni di abusi sessuali non ce ne sono, ma il DNA trovato sui suoi indumenti diventerà la chiave per trovare e arrestare l’ignoto 1, ovvero Massimo Bossetti, ancora oggi condannato all’ergastolo.

Il film, però, è su Letizia Ruggeri

Yara è protagonista solo apparente del suo film. I riflettori sono puntati sull’indagine condotta dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, interpretata da Isabella Ragonese. Il filo narrativo ondeggia tra la lettura fuori campo del diario di Yara e la vita di Letizia, sia privata che pubblica. Vediamo il pubblico ministero affrontare il caso sia nelle vesti di madre che empatizza con la famiglia di Yara, sia come donna vittima di discriminazione sul posto di lavoro. Le sue scelte sono poco credibili, i suoi metodi troppo poco ortodossi. Ruggeri non è ritenuta all’altezza del ruolo, “deve essere affiancata”.

Nella pellicola, ciò che viene sottolineato, è proprio la forza di Letizia e la sua volontà a risolvere questo caso per dare una risposta alla famiglia Gambirasio. Non c’è spazio per offrire reale risalto alla dinamica che ha generato il misfatto: si ipotizza che Yara conoscesse di vista Massimo, come può succedere nelle piccole realtà, e che sia salita sul suo furgoncino – in quel lontano 26 novembre – per tornare prima a casa. Giusto un’ipotesi: poche immagini si soffermano su questo dettaglio, perché ancora oggi nessuno sa la verità, a parte l’assassino. Quindi non c’è spazio per la versione di Massimo Bossetti (interpretato da Roberto Zibetti), che arriva giusto verso la fine del film, per dichiararsi innocente.

Yara è sicuramente un film ben interpretato dalla sua protagonista, che però non è Yara. Probabilmente ricostruire questa storia non è stato facile, e focalizzarsi sul punto di vista dell’eroina – in questa sede Letizia Ruggeri – era il modo più semplice per offrire una versione dei fatti che si prestasse alla resa cinematografica: trovare il colpevole e sbatterlo in prigione. I buoni hanno vinto, il caso è chiuso. In questa caccia all’uomo, però, non è possibile intravedere né il profilo di Yara – che sembra una bambolina di pezza messa a caso nel film – né tanto meno quello di chi è stato dichiarato colpevole della sua morte. L’abbozzo a matita di Bossetti è davvero troppo veloce.

Un titolo errato?

Le polemiche non sono mancate, naturalmente, da tutte le parti: i genitori di Yara hanno affermato di essere stati contattati dal regista verso la fine delle riprese, mentre la difesa di Bossetti dichiara che ci siano molte incongruenze con la realtà dei fatti. Tali imprecisioni porterebbero a rafforzare la posizione di colpevolezza di Bossetti, indicando – ad esempio – orari sbagliati per le celle agganciate dal suo telefono e suggerendo abitudini pedopornografiche che sarebbero state negate dagli avvocati.

Non posso entrare nel merito di queste scelte, ma un’imprecisione l’ho trovata anche io. Il caso di Yara sta facendo il giro del mondo dopo undici anni dalla sua morte. La memoria è doverosa, ma come dobbiamo intendere questo omaggio cinematografico? Sicuramente un titolo differente avrebbe avuto meno seguito, ma decisamente più senso.

Alessia Pizzi

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