“La voce della luna”: l’ultimo, poetico Fellini

la voce della luna

Titolo originale: La voce della luna
Regia: Federico Fellini
Soggetto e sceneggiatura: Federico Fellini, Ermanno Cavazzoni, Tullio Pinelli
Cast principale: Roberto Benigni, Paolo Villaggio, Angelo Orlando, Marisa Tomasi
Nazione: Italia
Anno: 1990

L’ultimo, delicato Federico Fellini. Poetico, spietato, forse il più bello. C’è un filo rosso che lega La voce della luna alle pellicole degli esordi, come un cerchio che si chiude saldando assieme ruoli e motivi del regista più cannibalizzato, soggetto ai moti di indifferenza della critica nostrana. In un’epoca ancora affetta da contenutismo, l’uscita dall’alveo della funzione referenziale suscita strali, accuse di insostenibile pedanteria legata al gioco dell’allusione, a un esercizio di stile vacuo e costantemente fuori misura. Fellini in realtà è un saldatore estetico. Ibrida melodie soavi che si richiamo a distanza – tutte sue, e solo sue, in un impasto di luci e ombre.

Tradurre l’incomunicabilità

L’accusa di nostalgismo, di una piccineria borghese e spicciola, divide lo sguardo parziale – ideologicamente orientato – da quell’espressionismo visivo che è cifra nascosta del nostro autore, come a voler ingabbiare il suo istinto monstre, lo sforzo creativo provocato dal riflettere sul tempo e sulla storia, al di là delle barriere, dei pre-testi della tradizione.

Con La voce della luna torna il Fellini della provincia, capace di compiere e torcere il Poema dei lunatici di Ermanno Cavazzoni (coinvolto nella sceneggiatura insieme a Tullio Pinelli) per affrontare di petto la melma dell’odierno benessere, il rumore assordante dell’incomunicabilità. Per farlo ingaggia due attori di livello, i comici più amati dal pubblico italiano: Roberto Benigni e Paolo Villaggio. Ogni tratto del loro essere – dal carattere istrionico alla beceraggine d’antan – subisce un’evoluzione. Non uno strepito, non un filo di eccesso. Nelle mani del cineasta gli interpreti assumono forme nuove, più misurate e melanconiche, come tracce di un mondo altro, all’apparenza smarginato.

Di vagabondi e pazzi

Ivo Salvini (Benigni), un po’ Pinocchio e un po’ Leopardi, sente da sempre la voce della luna, un richiamo già udito, sfibrato, eppure carico di tremori. È un sognatore ‘sbandato’, posto ai margini della società come l’ex prefetto Adolfo Gonnella (Villaggio), paranoico compagno di viaggio con l’ossessione della vecchiaia. I due si incontrano a metà strada, in un percorso privo di meta che ben ricorda quello dei Vitelloni (1953), con l’andamento picaresco ri-declinato in chiave ‘interiore’, laddove il topos del flâneur torna alle origini baudelairiane, a un’idea di viaggio come penetrazione dell’animo umano, delle persone con cui dividere un frammento dell’esistenza.

Il vagabondare di Ivo è puntellato da figure in margine alla norma, individui colti nel momento della frattura, dello scarto fra questi e il mondo: l’oboista autorelegatosi nel loculo di un cimitero, l’uomo che siede sui tetti tra le antenne, i fratelli svitati intenti a catturare la luna per infilarla in un granaio. Tutti con un carico di pesi e angosce (sentimentali, anche, come dimostra la vicenda di Nestore, lasciato dalla procace moglie – modello Gradisca – per un motociclista di passaggio), tutti costretti all’esilio del quotidiano, nell’infinita gamma di sfumature di una sola alienazione: quella prodotta dal nuovo progresso.

Tv, pubblicità, frastuono

C’è Pasolini in controluce, i drammi della mutazione e dell’ossessione identitaria, persino l’«illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale». Tuttavia, la Rivarolo del film è epitome dell’«“Italietta” […] piccolo-borghese, fascista, democristiana», ormai avviata al trionfo berlusconiano tra spettacoli, fanfare, nani e ballerine. La televisione come strumento di persuasione, di ‘docile’ livellamento collettivo, è un magma visivo e acustico cui si approssima un reale fantasmagorico e opaco, sordo alle voci di fondo, assuefatto all’erosione della tridimensionalità storica.

L’Ivo-Benigni cerca la luna nei pozzi, là dove finiscono le rimozioni, i desideri, il senso di colpa della gente comune. La sua diversità, come quella di Gonella, permette la diffrazione del racconto dominante, rovescia le consuetudini di un mondo ‘normale’, intossicato dal cortocircuito tra realtà e modelli finzionali. Emblematica, in tal senso, la scena della luna con il volto dell’amata Aldina (Nadia Ottaviani), che nel dialogo con Ivo si schiarisce la voce per urlare, d’improvviso, un aggressivo “Pubblicità!”, come a marcare il ruolo di un pessimo ‘antropocentrismo’, causa – e a sua volta effetto – del massacro sulla natura.

L’Italia a pezzi

L’Italia di Ivo e Adolfo è sfilacciata, non ha più un nucleo, una cifra, una connotazione pseudo ‘politica’. Sono lontani i tempi della memoria viva, del romanzo popolare alla Amarcord (1973) o dello pseudo cosmopolitismo della Dolce vita (1960). Tutto è rumore, caos, manifestazioni scomposte, come la sagra della Gnoccata (con aspiranti al titolo di “Miss Farina”) e i ritmi infernali della disco dance.

In questa prospettiva La voce della luna è un film di contrasti, giocato sullo squilibrio tra la babele acustica e le esili voci colte da Ivo – certo del dono del silenzio, del fragile e (in)utile viatico per la ri-comprensione del mondo.

Tre motivi per vedere il film

  1. Le prove di Villaggio e Benigni, epurati delle scorie machiettistiche
  2. L’atmosfera onirica e sospesa
  3. Le musiche di Nicola Piovani

Quando vedere il film

Dopo aver visto (e rivisto) l’intera filmografia di Fellini. Sarà più facile cogliere i riferimenti, l’intertestualità ricercata.

Riferimenti bibliografici

Pier Paolo Pasolini, Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango, in “Paese Sera”, 8
luglio 1974.

Ginevra Amadio

Hai perso l’ultimo cineforum? Eccolo per te!

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera»

Giornalista pubblicista, laureata in Lettere e Filologia Moderna. Lettrice seriale, amante irrecuperabile del cinema italiano e francese.

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui