La seconda parte di Stranger Things 4 delude già dalla struttura. Dividere in due volumi la serie per poi fornire una seconda parte composta da due episodi della durata di un’ora e venticinque e due ore e trenta mi è sembrata una scelta azzardata.
Che senso ha dividere in due parti una serie per poi fornire solo due episodi, peraltro lunghissimi? La scelta commerciale di condurre gli spettatori su Netflix a Luglio ha penalizzato fortemente la serie.
Come finisce Stranger Things 4
Nell’episodio 8 abbiamo tre team separati che non comunicano tra loro:
Il team di Nancy e Steve (con Eddie, Dustin, Lukas, Erika, Max, Robin) si trova ad Hawkings e deve trovare un modo per uccidere Vecna, per cui stila un piano di 4 fasi per colpire il mostro mentre Max fa da esca.
Il team di Mike finalmente trova Undici alla base segreta di Nina, pochi secondi prima che venga uccisa dai militari poiché ritenuta colpevole degli omicidi di Hawkings.
Il team di Hopper sta tentando di tornare negli Stati Uniti.
Il team di Mike e il team di Hopper iniziano ad agire per aiutare gli amici di Hawkings. Undici scopre che i suoi amici stanno escogitando un piano per eliminare Vecna, quindi raggiunge la mente di Max per uccidere il mostro prima che la sua amica sia spacciata. Nel frattempo, Hopper fa un passo indietro e decide di sterminare tutti i mostri presenti nella prigione per indebolire il male che sta colpendo la città.
Questi interventi “indiretti” consentono al team di Nancy e Steve di portare a termine il piano, ma non senza un prezzo da pagare. Non tutti gli amici usciranno indenni dal conflitto dell’episodio 9, ma soprattutto Vecna non sarà totalmente sconfitta. La battaglia è vinta, ma non la guerra: ormai Hawkings è infetta. Parte del sottosopra sta invadendo la città.
L’ultimo episodio è quello di ricongiungimento per compiangere gli affetti persi e quelli ritrovati. Undici può finalmente riabbracciare Hopper, e forse questa è la scena più commovente di tutta la quarta stagione.
Noioso, a volte banale e soprattutto privo di suspense, il finale lascia con l’amaro in bocca. C’erano tanti momenti clou che potevano essere sviluppati per lasciare qualcosa allo spettatore, dal ricongiungimento di Joyce e Hopper alla dichiarazione d’amore di Mike per Undici. Invece, eccetto il già citato momento finale tra Undici e Hopper, sono poche le scene degne di menzione. Tra queste, le due più rilevanti sono quella in cui Will inizia velatamente a confessare la propria omosessualità e quella in cui Dustin e Eddie combattono insieme nel piano contro Vecna. Per il resto la stagione risulta debole rispetto agli altissimi standard delle precedenti, e apre le porte ad una quinta non più così attesa.
Titolo originale: The Blues Brothers Regia: John Landis Soggetto e sceneggiatura: John Landis, Dan Aykroyd Cast principale: Dan Aykroyd, John Belushi, Carrie Fisher, James Brown, Ray Charles, John Candy, Aretha Franklin, Henry Gibson
Nazione: U.S.A. Anno: 1980
The Blues Brothers è un film cult talmente famoso che sfido chiunque a non conoscerne almeno una battuta
E se non vi viene in mente neanche una frase dei Blues Brothers, sicuramente conoscete l’immagine iconica dei due fratelli in abito nero, cravatta lunga e stretta e cappello in tinta e occhiali scuri Rayban. Oppure avrete visto la scena in cui Aretha Franklin canta “Think” o ascoltato il brano “Everybody needs somebody to love”.
Insomma, anche nell’ipotesi in cui non lo aveste mai visto, al vostro immaginario The Blues Brothers non potrebbe essere sfuggito.
Nonostante al momento dell’uscita nella sale sia stato poco apprezzato dalla critica negli Stati Uniti, è presto diventato un classico della nuova comicità demenziale “inventata” da John Landis, regista e, insieme al coprotagonista Dan Aykroyd, sceneggiatore della pellicola.
Il critico Paolo Boschi, parafrasando Italo Calvino, ha scritto che se “un classico è un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire, lo stesso vale per il film di John Landis, visionabile virtualmente all’infinito con nuovi particolari che colpiscono di volta il volta lo spettatore”.
Lo status di film cult è consacrato, da ultimo, anche dalla Cineteca di Bologna, che lo proietterà – nella versione restaurata del 2020 – al Festival del Cinema Ritrovato il 3 luglio 2022, alla presenza dello stesso John Landis.
La trama di The Blues Brothers è per lo più un pretesto
Il film è ambientato nella città di Chicago e la storia vede protagonista una coppia di personaggi, i Blues Brothers appunto, all’epoca molto popolari, portati in scena da Dan Aykroyd e John Belushi nella nota trasmissione televisiva “Saturday Night Live”.
La pellicola nasce per sfruttare questa celebrità, nutrita anche dall’uscita di un album d’esordio, Briefcase Full of Blues, che era stato anche doppio disco di platino nel 1978.
La sceneggiatura fu scritta da John Landis sulla base di un “canovaccio” di 324 pagine buttate giù in libertà da Dan Aykroyd (con cui in seguito avrebbe girato anche Una poltrona per due).
Appena uscito di prigione e ricongiunto con il fratello Elwood (Dan Aykroyd), Jake Blues (John Belushi) scopre che l’orfanotrofio cattolico dove sono cresciuti rischia di essere svenduto. Per salvarlo i due fratelli iniziano la ricerca dei loro ex compagni musicisti, per ricostituire la loro blues band, ricominciare a dare concerti e racimolare così i 5000 dollari necessari per pagare i debiti con il fisco e salvare l’orfanotrofio.
Prima di arrivare a esibirsi in un grande teatro, i fratelli Blues duetteranno con le più grandi star del blues, in un crescendo di sketch demenziali e divertenti numeri di musica e coreografie.
Per strada raccoglieranno anche un po’ di nemici, pronti a vendicarsi di loro per i motivi più disparati, a partire dall’ex fidanzata (Carrie Fisher) di Jake, che tenterà più volte di farlo fuori per vendicarsi di essere stata abbandonata sull’altare. A lei si aggiungeranno: una band a cui i fratelli avranno rubato un ingaggio, due poliziotti dal cui posto di blocco saranno scappati, un gruppo di nazisti a cui avranno interrotto e sabotato una manifestazione. Alla fine saranno inseguiti dall’intera polizia di Chicago a piedi, a cavallo, in auto e in elicottero, con un dispiegamento di mezzi a dir poco sproporzionato.
Come è facile immaginare, The Blues Brothers costò molto
Il budget iniziale era di 17,5 milioni di dollari. Ma secondo la produzione ne valeva la pena.
Purtroppo il costo lievitò a ben 27 milioni, a causa del prolungarsi delle riprese oltre quanto inizialmente programmato. I ritardi erano causati soprattutto dalla tossicodipendenza di John Belushi, ormai difficilmente controllabile.
Probabilmente, la maggiore abilità di John Landis nella regia di The Blues Brothers fu quella di riuscire a tirare fuori il meglio da Belushi, che era una star volubile, ma arrivato sul set era brillante, come nel film precedente girato con Landis, Animal House.
Il film era folle e il clima sul set lo era altrettanto, insomma. Tuttavia anche l’intesa tra Belushi e Aykroyd risultava perfetta, tanto che in molti considerano questo come il miglior film di entrambi.
La loro comicità è demenziale e irriverente, la loro presenza scenica prorompente. Si muovono in modo dinoccolato, ballano coreografie più o meno complesse mantenendo quasi costantemente un’espressione facciale imperturbabile, dietro gli occhiali da sole che Jake Blues/Belushi si toglierà solo una volta in tutto il film.
La musica è la spina dorsale di questo film, determina il ritmo dell’azione
The Blues Brothers è un vero omaggio alla musica nera statunitense. Il pubblico gode di un catalogo di memorabili numeri musicali con le più grandi star del rhythm & blues, diventati ciascuno delle scene di culto. Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown, Cab Calloway sono gli artisti più conosciuti anche al grande pubblico italiano.
Oltre a cantanti e musicisti, nel film ci sono anche diversi cammei, tra cui quelli della modella Twiggy, del regista Steven Spielberg, dell’attore John Candy.
Nato per omaggiare il blues e sfruttare un fenomeno televisivo e musicale, The Blues Brothers ha cambiato la storia del cinema.
Il critico Paolo Mereghetti lo definisce un film assolutamente geniale, perché perfettamente in sintonia con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi e perché “si è trasformato quasi immediatamente (anche per la presenza sulfurea di Belushi) in un fenomeno di costume e un canone di eleganza” (per l’outfit dei fratelli Blues).
3 motivi per guardare il film:
per la bellissima colonna sonora;
per la coppia perfetta composta da John Belushi e Dan Aykroyd;
per la scena in cui Aretha Franklin canta “Think”.
Quando vedere il film:
non c’è una stagione dell’anno più adatta rispetto ad un’altra per vederlo; basta avere voglia di un paio d’ore allegre.
Stefania Fiducia
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In scena fino al 10 Luglio, nella magica cornice del Globe Theatre di Roma, la “commedia” fortemente desiderata dalla Regina Elisabetta che fu letteralmente folgorata dal personaggio di Falstaff presente nell’opera dell’Enrico IV e V.
Il personaggio grottesco, a tratti commovente, di Falstaff è, infatti, protagonista assoluto all’interno dello spettacolo che vede la regia di Marco Carniti. Falstaff è interpretato magistralmente dall’attore Antonino Iuorio, il quale appare, a più riprese, totalmente “denudato” dalle sue emozioni.
Il Bardo scrisse questa commedia in soli 14 giorni, in un lampo. All’interno della trama vengono inserite le virtù drammaturgiche migliori di Shakespeare: l’amore, la gelosia, le beffe, i travestimenti.
La pièce vede come protagoniste “parallele” anche due donne, Madame Page e Madame Ford, che più che “allegre comari” sono “donne libere“: libere di pensare, di agire, di essere. Un’opera, quindi, paradossalmente rivoluzionaria e all’avanguardia, se la osserviamo da questo punto di vista.
Una commedia sicuramente basata sul gioco delle parti, sugli equivoci e, per certi versi, anche sull’istinto. La messinscena ricorda certamente la Commedia dell’Arte, con il personaggio di Lady Quickly che agisce come un Arlecchino servitore di due padroni. Insomma, i riferimenti e le velature proprie della Commedi dell’Arte non mancano.
Uno spettacolo lungo 2 ore e 30 minuti che merita davvero di essere visto. Lo spettatore non si stanca mai, anzi, è in preda alla curiosità, alla voglia di capire dove vada a finire la storia. Soprattutto si rimane incantati dalle storie e caratteristiche dei singoli personaggi.
La trama
Falstaff, a corto di denaro, decide di corteggiare due ricche donne sposate, Madame Ford e Madame Page, inviando loro due identiche lettere d’amore. Le due donne, una volta ricevuta la lettera, scoprendo che risultano essere totalmente identiche, vanno su tutte le furie. Lesa maestà! E decidono di vendicarsi, mettendo in scena uno scherzo che si snoda in modi diversi.
Lord Ford è geloso ed è impaurito dal fatto di poter essere tradito dalla consorte.
Parallelamente, c’è Anne, figlia di Madame e Lord Page, che vuole maritarsi. Ad Anne i suoi genitori non danno la possibilità di scegliere il proprio marito perché suo padre vuole che sposi Slender. In realtà Anne ama un giovane di nome Fenton.
Perché Falstaff rimane attuale?
Il personaggio di Falstaff non è destinato a tramontare poiché assolutamente attuale in tutto e per tutto. Simbolo della decadenza umana, fisica, spirituale e morale. Falstaff rappresenta il rovescio della medaglia, il lato “grottesco”, ridicolo ma tragico, caratterizzato da vanità, lussuria e avarizia. Tuttavia, l’uomo di Shakespeare è un uomo che incaglia, resiste, capisce e si auto compatisce. Seppur controverso, seppur caratterizzato da una natura umana giullaresca, lo spettatore trova alcuni elementi che lo legano con Falstaff.
Shakespeare lo rende un gentiluomo buffone, con un appetito insaziabile per il cibo, le bevande e le donne. Sicuramente bugiardo, non manca di astuzia. È uno dei personaggi più comici di Shakespeare, sebbene appaia per la prima volta non in una commedia, ma in un’opera storica, l’Enrico IV.
Il cast
Interpreti (in ordine alfabetico) SLENDER Tommaso Cardarelli MADAME QUICKLY Patrizio Cigliano MADAME FORD Antonella Civale NYM Roberto Fazioli MASTER FORD Gianluigi Fogacci FENTON Sebastian Gimelli Morosini ROBIN Dario Guidi FALSTAFF Antonino Iuorio GIUDICE SHALLOW Roberto Mantovani ANNA PAGE Valentina Marziali EVANS Gigi Palla MADAME PAGE Loredana Piedimonte PISTOL Raffaele Proietti MASTER PAGE Mauro Santopietro BARDOLFO Alessio Sardelli SIMPLICIO Federico Tolardo
Musiche MARIO INCUDINE Arpa dal vivo DARIO GUIDI
Aiuto regia MARIA STELLA TACCONE FRANCESCO LONANO
Assistente alla regia ILARIA DIOTALLEVI
Costumi GIANLUCA SBICCA Scene FABIANA DI MARCO Assistente scenografa GIULIA LABARDI
Se c’è un fiore più famoso in assoluto è la Rosa, che essa sia di qualsiasi forma, colore o profumo. La prima declinazione in latino la impariamo grazie ad essa, e la sua bellezza ci illude brevemente sull’inferno in cui ci si addentrerà, cioè la grammatica latina.
Indice
Droghe Vegetali, la tua dose floreale di cultura
È con questo splendido fiore, ispiratore di tanti autori e artisti nel mondo della cultura, che inizia la rubrica sui fiori dal titolo “Droghe Vegetali”, per appassionati e curiosi, dipendenti dai fiori! In questa sede racconterò le caratteristiche di fiori specifici e il loro abbinamento alla cultura, dalla musica al cinema. Iniziamo subito con la prima dose floreale.
Caratteristiche
Le rose sono piante arbustive di oltre 150 varietà, suddivise in botaniche, antiche e moderne. Possono avere qualsiasi dimensione, dai 30 cm fino a diversi metri. Sono a portamento rampicante, strisciante, a cespuglio o ad alberello.
Ci sono circa una trentina di varietà selvatiche, come la rosa canina, la rosa glauca e quella gallica.
Per le loro caratteristiche sono usate in medicina, profumeria, dermatologia e nell’aroma terapia. Possono avere un profumo molto intenso, delicato o non averne. I fiori di alcune rose sbocciano singolarmente e altri in gruppetti.
Esempio di fiori di rosa a gruppetto.
Le rose si distinguono anche per le loro forme e soprattutto per i colori. Alcune tipi hanno addirittura due colori. I loro colori determinano anche il significato: rosso è amore e passione, rosa l’amicizia, il giallo è la gelosia o la vivacità, l’arancione è attrazione, desiderio e fascino.
Significato
Come già accennato, la rosa è il fiore più famoso, citato e che ispira continuamente nella cultura.
Il suo significato, in generale, è l’amore e la purezza. Nei miti greci e romani, e in quelli cristiani, il suo significato è associato ad essi. Antoine de Saint-Exupéry la utilizzò per spiegare i legami d’affetto e cura in Il Piccolo Principe, mentre Saffo, la poetessa greca, la definiva la Regina dei fiori.
Per i greci e i romani le rose erano il simbolo dell’amore tra Adone e Afrodite: secondo il mito, Afrodite non riuscì a salvare Adone dall’attacco di un cinghiale. Mentre andava a soccorrerlo, si ferì con dei rovi e il sangue fece sbocciare delle rose rosse.
La rosa nella religione cristiana è legata al culto della Madonna, al Sacro Graal e al culto di alcuni santi, ad esempio Santa Rosalia di Palermo, Santa Rosa da Viterbo. E in particolare Santa Rita da Cascia.
Si narra che negli ultimi giorni di vita, Santa Rita chiese ad una parente, che andò a trovarla, di portare alle consorelle dei fichi e una rosa. La richiesta parve strana alla parente, dato che era inverno, ma appena tornò a casa trovò esattamente ciò che le era stato chiesto e tornò da lei.
Abbinamenti culturali
Se si elencassero la quantità di riferimenti culturali alle rose, si creerebbe una lista lunghissima, tra libri, opere d’arte, serie tv, film e canzoni. Ad esempio, Il nome della rosa e Il ciclo della Rosa di D’Annunzio. Quindi per ogni pianta o fiore abbinerò una canzone e un film che ne sia esplicitamente ispirato o che lo ricordi alla mente.
Canzone
Al tema della rosa, o delle rose, sono ispirate molte canzoni, in inglese e in italiano, o anche i nomi di artisti o band, tipo i Guns N’ Roses.
Per noi italiani non esiste canzone più famosa di Rose Rosse di Massimo Ranieri, che portò a Canzonissima nel 1969. Impossibile non cantarla a squarciagola, appena parte!
Oltre quelle rosse, le rose sono state cantate in altri colori: Rose Viola, di Ghemon, e Una Rosa Blu, di Michele Zarrillo.
Film
Il film che ho voluto abbinare a questo fiore è L’isola delle rose, con Elio Germano come protagonista. Il film, prodotto da Netflix, è ispirato alla storia della piattaforma artificiale, autoproclamatosi “stato indipendente”, al largo delle coste italiane nel Mar Adriatico. Il suo nome era Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, nato dal cognome del suo ideatore, Giorgio Rosa, o forse dalla sua volontà di veder fiorire le rose sul mare.
Che scusa poetica per fare l’eremita in mezzo al mare!
28 giugno 2022: una data da non dimenticare. Alle ore 21 le strade sono totalmente bloccate, trovare parcheggio è praticamente impossibile sul Lungo Tevere di Roma. Per le vie si alza in volo il nome di Cesare. Chi cammina e non sa, chiede se ci sia qualche partita importante allo Stadio Olimpico.
Ore 21.30: i fan stanno ancora salendo sugli spalti. L’Olimpico è pieno e sta per esplodere, tra emozione e temperatura percepita. Il pubblico è disparato: ci sono adolescenti, coppie, gruppi di amici e famiglie intere, inclusi nonni e bambini piccoli.
Date a Cesare quel che è di Cesare: l’amore di Roma abbraccia Cremonini, che mette d’accordo tutti. Lo show inizia con “La ragazza del Futuro“, ultimo successo del cantante. Per le due ore e mezza successive gli spettatori sono catapultati tra luci e fuochi, dolci ballate e hit da ballare.
Il concerto del 28 giugno 2022
Cesare Cremonini tiene il palco come cantante e musicista, alternando voce, chitarra e pianoforte. Uno show a 360° che avevamo pregustato già a Sanremo 2022 e che omaggia anche il passato, a partire dal duetto virtuale – su maxi schermo – con il concittadino Lucio Dalla, con cui Cesare canta “Stella di Mare”.
Durante la serata, Cesare indossa giacche di strass e canotte che lasciano intravedere i tatuaggi, oscilla tra la sua anima da showman e quella di semplice ragazzo bolognese che ha conquistato il pubblico negli anni Novanta, come frontman di una boyband.
Insieme ai suoi successi come cantautore – da Marmellata a Logico, da Poetica a La nuova stella di Broadway – Cremonini canta accompagnato dallo storico bassista “Ballo” anche i successi dei Lùnapop, e chiude la serata proprio con “Un giorno migliore”.
Che dire, è stato davvero un giorno migliore questo 28 giugno 2022: il pubblico canta insieme a Cremonini tutte le canzoni celebrando un grande momento di “normalità”, come non se ne vedevano da anni. Un grande concerto per tornare a ricordarci chi siamo e cosa amiamo, e quanto è semplice la vita in questi momenti. Alla fine di Poetica, Cremonini fa una pausa e il pubblico inneggia senza musica per tre-quattro volte una frase della canzone:
Anche quando poi saremo stanchi….
Un messaggio che suona forte nel cuore di Roma. Troveremo un modo per navigare nel buio.
Giugno, come molti ben sanno, è il mese in cui in tutto il mondo si festeggia l’orgoglio delle persone LGBTQIA+, ma soprattutto è un’occasione per ribadire la necessità dell’assenza di discriminazione, oltre che al riconoscimento dei diritti. Come è facile immaginare, l’argomento è un evergreen nei dibattiti da sempre, in campo sociale, politico e…letterario.
Un argomento quindi che non poteva non essere affrontato nelle nostre Interviste Impossibili, come è avvenuto per il greenpass.
Descrivere quanti e come hanno affrontato il tema potrebbe generare un saggio.
Già dai tempi antichi, personalità come Marziale, Lucrezio e Tibullo ne parlano, così come nelle commedie di Aristofane. Virgilio nelle Bucoliche dedica più di un’egloga all’amore e alle passioni omosessuali: pensiamo a Coridone e Alessi. Ci sono omaggi medievali in alcune chanson de geste e nelle opere del ‘500: alcuni sonetti di Shakespeare possono darcene un esempio, così come alcune commedie (Bassanio ed Antonio ne Ilmercante di Venezia).
Le critiche degli scrittori
Ne le sue Leggi incompiute, Platone, nonostante in altre opere sia stato favorevole, critica aspramente l’amore tra persone dello stesso sesso. Anche Svetonio nella sua Vita dei Cesari, per non parlare di tutta la letteratura religiosa e quella basata ad essa.
Il podcast
Anche questa volta ci siamo chiesti cosa avrebbero detto vari autori riguardo l’argomento, a partire da Alessandro Manzoni.
A seguire una delle cosiddette “3 Corone” della Letteratura Italiana, cioè Giovanni Boccaccio. E poi Pasolini, D’Annunzio, fino ad andare oltre manica con Oscar Wilde. I nostri autori, però, al finale, hanno lasciato i microfoni aperti, lasciando trapelare qualche opinione personale…
Seppur dette e affrontate in forma parodistica, per voci e atteggiamenti, come già avvenuto ne Le Interviste Impossibilisul Green Pass, le argomentazioni dei protagonisti si basano su vere opere, pensieri dichiarati in lettere o interviste, per non parlare di momenti raccontati da studiosi e non riguardanti le loro biografie.
Un modo come un altro per unire Ironia, Società, Attualità e…Letteratura!
Serena Garofalo e Francesco Fario
Vuoi ascoltare altri podcast sul Pride Month?
Ecco qualche consiglio, non in ordine di preferenza, da ascoltare sotto l’ombrellone insieme alla vostra musica preferita.
Ciuffi, cadillac, movimenti scatenati e molto altro. Il rockabilly apre le porte alla modernità usando il passato come trampolino.
La seconda guerra mondiale è finita da poco, e molti americani tornano a fare gli agricoltori. La sera dopo il lavoro nei campi si riuniscono per strimpellare qualcosa, una musica un po’ campagnola, a Roma si direbbe ‘burina’, che però ha una grande tradizione: si tratta del bluegrass e del blues, sonorità che arrivano dalla rak africana, frutto del lungo iter di mescolanza tra nord e sud del mondo. Questi ritmi sono veloci, incalzanti, impossibile rimanere fermi. Gli agricoltori del Nord America, gli hillbillies, sono punto di sintesi tra varie correnti musicali del periodo.
Il rockabilly nasce qui, è imbevuto di questo tipo di cultura: viene suonato prevalentemente da musicisti bianchi, con chitarra semiacustica o elettrica, contrabbasso e batteria. Questo genere è uno spartiacque nel mondo della musica, tra il prima e quello che verrà dopo, ovvero il rock ‘n’ roll.
Michael Ventura nel saggio “Hear that Long Snake Moan” dice: “Il rito voodoo della possessione da parte del dio è diventato lo standard di performance statunitense nel rock’n’roll. Elvis Presley, Little Richard, Jerry Lee Lewis, James Brown, Janis Joplin, Tina Turner, Jim Morrison, Wanda Jackson, Johnny Rotten, Prince – essi si lasciarono possedere non da alcun dio che potessero nominare ma dallo spirito che sentivano nella musica. Il loro comportamentoin questo stato di possessione era qualcosa che la società occidentale non aveva mai tollerato prima.“
Come ogni corrente musicale degna di questo nome, anche il rockabilly ha i suoi standard estetici, mutuati dalla cultura afroamericana. I Nord Americani, più emancipati e meno machisti dei loro connazionali del Sud, riconoscono nei colori sgargianti e nelle scarpe da festa gli elementi imprescindibili della loro identità. La moda maschile si ribalta, acquisisce libertà, emancipa gli uomini da una serietà asfissiante. Camicie pastello o da bowling, larghe strisce verticali, tatuaggi, colori brillanti e -in seguito- i jeans, rendono i rockabilly bellissimi e conturbanti. Quando Elvis inizia la sua carriera, con make up e ciuffo impomatato, gli uomini strabuzzano gli occhi, le autorità lo vedono come un pericolo, le donne invece si innamorano all’istante, come racconta il credibilissimo fil Elvis di Baz Luhrmann.
I capelli sono infatti un tratto iconico dei rockabilly, in occasione dell’uscita di Elvis, nelle sale italiane dal 22 giugno 2022, la catena di barber shop Bullfrog collabora con Warner Bros. Pictures per far rivivere gli indimenticabili look del re del rock nelle sue barberie. Provate anche voi a diventare rockabilly per un giorno, con un taglio Pompadour, Executive Contour o con il più sexy di tutti: il Tirabaci!
Taglio Pompadour
Anche le ragazze rockabilly prendono in prestito accessori e look dalla cultura black. In fondo il blues è l’avo di questa nuova musica, che avvicina i neri e i bianchi in un momento in cui negli Stati Uniti c’è ancora la segregazione razziale, e libera i corpi dei giovani, bisognosi di scatenarsi tra ancheggiamenti e acrobazie. Scollature a cuore, bustini, make up importante, foulard e code di cavallo fanno una strage di cuori negli anni 50, creando il mito della cowgirl sexy e della pin-up. Se ci pensate, sono ancora delle reference erotiche potentissime anche ai nostri giorni.
Una gita al Summer Jamboree
Per vedere con i vostri occhi quanto ancora sia potente ed esteticamente mozzafiato la cultura rockabilly, vi propongo una gita nella bellissima Senigallia. Dal 30 luglio al 7 agosto potrete assistere al Summer Jamboree, uno dei più importanti festival della cultura vintage! Cadillac sul lungomare, concerti rock n roll, hawaiian party, corsi di danza swing e jive: il paradiso della cultura anni 50 in terra.
Le interviste della rubrica “Spaccio di Genere” – sono innanzitutto storie.
Sono storie appartenenti alla comunità LGBTQIA+, storie di passioni, di dolore, di amore, di lotta, di condanne e di orgoglio.
Ma non solo.
Sono anche storie di cultura, di musica e di arti performative, come quella che sto per raccontarvi.
Ho conosciuto Tyranna tramite amici in comune e sono rimasta affascinata dalla sua professione dal background storico e artistico che si nasconde dietro. Chiacchierando un po’, siamo andati indietro nel tempo, siamo arrivati al Settecento, passando per la fluidità di genere, per la Chiesa romana, per gli atti omofobi e per l’epopea dei castrati.
Tyranna è un art performer, attrice e contro tenore, vive e lavora in Puglia.
Sì, è una donna d’altri tempi con una grande preparazione storica.
La nostra conversazione, ahimè telefonica per oggettive distanze chilometriche, porta ad una riflessione ampia sulla storia, sulla ciclicità degli eventi e sul bisogno di definizione che l’uomo ha avuto in un certo momento della sua vita. Quello stesso bisogno che lo ha portato a definire ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Quello stesso bisogno che ha condannato le generazioni future ad una vita di giudizi, offese, minacce, omicidi e atti omofobi e razzisti.
Tyranna, raccontami di te e delle tue passioni…
La mia passione è nata dagli studi che ho fatto: ho studiato canto al conservatorio e ho scoperto di essere un contro tenore. Questo mi ha permesso di avere un utilizzo vocale esteso come quello femminile.
Studiando e appassionandomi al repertorio, ho fatto ricerche e ho scoperto di poter unire l’aspetto vocale a quello artistico dando vita al mio repertorio: utilizzo la mia vocalità all’interno di rappresentazioni barocche anche interpretando ruoli femminili.
Il percorso è stato quindi naturale e nel tempo mi sono ritagliato una parte nelle opere del Settecento.
Nel corso del tempo mi è stato chiesto di partecipare a delle serata o a delle riprese cinematografiche nel ruolo di travestito e ho così unito i mondi che sembrerebbero non paralleli ma restano uniti da un unico filo conduttore: la perfomance artistica sotto un‘ottica storica.
Questa passione mi ha portato man mano nell’ambito teatrale a ritagliarmi anche degli spazi in rappresentazioni di opere semi serie dove interpretavo ruoli femminili con la mia voce di contro tenore.
La parola “travestito” ha storicamente un’accezione negativa in quanto veniva (o viene?) associata alle persona trans. Mi chiedevo come mai usassi questo termine e cosa c’è di sovversivo in quest’arte
In verità di sovversivo c’è ben poco o niente, nel passato e nell’ambito culturale, il travestitismo aveva una connotazione sociale importante. Nel tempo ha ricevuto un’accezione negativa in quanto la società moderna ha iniziato a non accettare più l’idea dell’uomo travestito. Facendo un percorso all’indietro però, il travestito veniva molto riconosciuto dalla società.
Gli studi sul travestitismo rappresentano una compagine storica notevole in quanto racchiudono tutta la catergoria di uomini che si travestivano da donna per emularle esclusivamente in ambito teatrale.
Il travestitismo è una forma rivoluzionaria dell’epoca (parliamo di Barocco) che poi è andata dimenticata.
La storia ci insegna che il travestimento è sempre esistito, basti pensare che il “Femminiello” napoletano si ispira a Ermafrodita. Una connotazione persa prima e che forse sta recuperando nella narrazione sulle tematiche di fluidità di genere?
No, quello no perché si dovrebbe recuperare un modello storico completamente diverso.
Il repertorio a cui mi riferisco appartiene ad una classe sociale abbiente ed effimera che tendeva a divertirsi a teatro e apprezzava il ruolo del travestito. Quando si è evoluto il mondo, portando un’omologazione e un adattamento e alla società post rivoluzione francese e a quello che richiedeva, l’impersonificazione di questi attori non trovavano più pubblico. Per ben due secoli quindi abbiamo vissuto con la voglia di vedere a teatro quello che era la vita quotidiana.
Oggi viviamo di avatar tra le tante identità digitali che possediamo. Grazie all’idea di potersi reinvetare forse, adesso è più semplice accettare questo.
La vita di oggi consente di riconoscere più identità differenti e la possibilità di ricrearle con la differenza che prima era un argomento rilegato al teatro mentre adesso ci si può ricostuire varie identità grazie ai social network.
Basti pensare che tutt’ora fare la Drag Queen in Italia non è come farla in America. Non abbiamo ancora identificato il Drag Queen come arte.
In Italia, figure di travestimento e di performer in televisione si vedono da poco.
Pensiamo a Drusilla Foer. Lei è un travestimento artistico fatto di personalità attorno al quale è stato creato un personaggio. Possiamo dire che oggi, in Italia, sei accettato solo se sei un personaggio artistico mentre in passato un attore teatrale non si identificava sul ruolo singolo ma su diversi e per questo veniva accettato.
Riconosco che sia un tema difficile da comprendere.
Hai introdotto involontariamente l’argomento Drag Queen. Come ti poni rispetto alle teorie femministe che hanno spesso considerato il drag come misogino e degradante per l’immagine della donna?
Premettendo che non sono Drag Queen, non condivido questo pensiero in quanto credo che il travestimento sia, da parte di un uomo, un elogio alla femminilità.
Mettere in atto una perfomance in cui un uomo interpreta una donna e soprattutto far accettare al pubblico che quel personaggio sia una donna, presuppone uno studio su caratteristiche e movenze che viene filtrato dall’artista stesso.
Solo così il pubblico potrà apprezzare questo esperimento visivo che si viene a creare solo perché c’è qualcuno che l’ha studiato per loro. Non è per niente misogino anzi, c’è un amore verso la figura femminile affinché se ne possa reinterpretare per rendersi più completi possibili.
Se si ritiene questo è solo perché non si è ben compreso il ruolo del performer e del Drag Queen e perché non si apprezza ancora l’arte. Mi sento di dire che è una visione femminista negativa come lo è stata sul travestitismo.
Il travestimento non sarà un’idea facilmente espugnabile per il semplice fatto che ci portiamo dietro un retaggio culturale che non l’ha mai visto di buon occhio. Nei secoli del Barocco questo non esisteva, c’è stata una evoluzione sociale che ha permesso di infiltrare concezioni negative a riguardo.
Quanto ha influito la Chiesa e il pensiero religioso sulla concezione negativa del travestitismo?
La Chiesa ha influito al contrario: non voleva che le donne ci fossero in teatro.
Ed è proprio per sopperire a questo ci fu l’epopea dei castrati: i bambini venivano castrati da piccoli per avere la voce del soprano (registro vocale appartenente a quello femminile) in modo da sostituire la presenza femminile sul palco.
Formalmente la Chiesa non accettava la castrazione ma la richiedeva perché garantiva una vocalità sorprendete nei suoi cori. Specialmente nel teatro di Roma, i ruoli femminili venivano interpretati da uomini.
I castrati sono esistiti fino a fine Settecento e, insieme al travestimento, garantivano un’interpretazione quasi impeccabile del ruolo femminile.
Da precisare che la Chiesa ne ha però sempre negato la presenza. Basti pensare che nella Cappella Sistina c’erano più di settecento castrati e la loro presenza veniva giustificata affermando che quegli uomini erano caduti da cavallo da piccoli.
L’ultimo castrato è morto agli inizi del Novecento questo fa pensare che la Chiesa li ha sempre cercati e avuti. L’artificio artistico dovuto alla presenza dei castrati era di grande stupore e per questo lo si proponeva.
Nonostante tutto, grazie alla castrazione, si è comunque avuta un’evoluzione nel canto in quanto i castrati avevano una capacità polmonare che permetteva una grande estensione vocale che è andata a caratterizzare la vocalità del Settecento e dell’Ottocento.
Possiamo dire quindi che storicamente c’è sempre stata una fluidità di genere in ambito artistico?
Assolutamente si. C’era fluidità ed era ben accetta. Il teatro ha mantenuto viva la concezione della fluidità in un periodo storico in cui si esibivano solo uomini che rappresentavano donne, le quali avevano intrighi amorosi all’interno delle trama dello spettacolo.
All’interno dello spettacolo vi erano uomini che si travesivano da donne che si travestivano da uomini.
Il Barocco era così: permetteva lo scambio di ruoli e non solo a teatro. Basti pensare ai cicisbei: amanti che si definivano omosessuali che accompagnavano donne già sposate agli eventi mondani. Il marito accettava ciò in quanto per lui, avere una donna accompagnata agli eventi mondani, restituiva quel valore politico che non avrebbe avuto se si fosse recata da sola.
Il tutto mentre il marito era con altre donne. La società che ne è seguita negli anni ha messo a bada questa vita “lussuriosa” andando a creare dei dogmi che hanno chiuso troppo gli usi e i costumi dell’epoca.
Tutto questo avveniva tra la nobiltà e il clero quindi in un contensto elitario e non comune. La società cambierà nell’Ottocento quando si inizierà ad avere il bisogno di definire qualcosa con delle accezioni negative.
Nelle generazioni di adesso per fortuna è più facile parlare di fluidità ed è un argomento accessibile a tutte le fasce d’età e a tutti le classi sociali permettendo a chiunque di confrontarsi.
Hai mai subito atti discriminatori durante le tue performance?
Io personalmente non ho mai subito atti discriminatori anche perché mi esibisco per chi ha piacere e voglia di vedere il mio spettacolo. In verità ho sempre ricevuto tanti complimenti dalle donne e questo mi fa comprendere che i miei studi hanno preso una direzione giusta.
Mi spiace dire che alcuni considerano le arti performative o le Drag Quenn del puro divertimento.
Non nego che questo discorso mi infastidisce: non gradisco che lo spettatore veda questo genere di spettacolo per divertimento ma preferirei che lo facesse perché ne è attratto, perché piace.
E torniamo così al discorso originale: il travestito diverte! E queste parole vengono spesso usate come insulto. Mi chiedo perché parole legate al travestitismo e all’omosessualità vengano ancora usati come appellativi per offendere? Perchè evidentemente si ritiene quest’arte e non solo ancora come qualcosa di negativo.
Vero è anche di come ci si rapporta con gli altri e a quanto sei e riesci ad trasparenza rispetto a quello che sei.
Mi ritengo fortunato, ho vissuto una situazione familiare idilliaca, sono cresciuto e non ho mai dovuto dir nulla, sono sempre stato libero di essere me stesso.
Nonostante ciò tanta strada è stata fatta ma tanta ancora c’è da fare.
Ci sarà sempre da confrontarsi con l’altro e l’altro sarà sempre diverso e non sempre calzerà alle nostre aspettative.
Le statistiche di Digital News Report, stimano che un italiano su tre ascolta un podcast almeno una volta al mese e che l’Italia è il sesto paese al mondo per fruizione.
Programmi audio culturali freschi che permettono a chiunque di potersi esprimere, a costo zero a volte, senza censure e senza intermediari. E anche in questo fantastico mondo multimediale, sono sempre di più i podcast che trattano tematiche LGBTQ+.
Se ancora non lo sapete, ogni anno a giugno si celebra il Pride Month: un intero mese dedicato all’accettazione sociale di sé stessi e degli altri e alla rivendicazione dei diritti LGBTQ+ civili e legali che spesso vengono ancora negati.
Un mese questo che ripercorre la storia dai moti di Stonewall ad oggi dove, la comunità LGBT+ fa sentire più forte la sua voce e sensibilizza l’opinione pubblica al tema. E allora ecco qua qualche consiglio, non in ordine di preferenza, da ascoltare sotto l’ombrellone insieme alla vostra musica preferita.
Indice
Eclissi
Con cadenza settimanale, Pietro Turano racconta storie di riscatto sociale appartenenti alla comunità LGBTQ+. Queste storie vedono come cornice musicale quelle originali di Umberto Gaudino che introducono e accompagnano l’ascoltatore nei 45 minuti circa di ogni episodio suscitando empatia e a tratti commozione. Perlomeno con me è successo così.
Recita la sinossi ufficiale: “Queste sono le storie delle invisibili e degli invisibili coperti da un’eclissi, ma soprattutto del loro riscatto: di chi, con le proprie forze o chiedendo aiuto, è uscito dal cono d’ombra e ha trovato la forza e lo spazio per tornare a brillare. Perché l’eclissi può toglierti la luce, sì. Ma è un fenomeno temporaneo, passerà”.
Il Podcast di Giulio Farronato e Nicola Noro nasce per dare voce alle minoranze nel mondo LGBT+. Le puntate si interessano alle minoranze nel mondo LGBT+. Raccontano di lesbiche, gay, bisessuali e trans di cui non parla nessuno. Si esce dagli stereotipi, ci si siede comodi e si approfondisce e parlare sono proprio i protagonisti.
Inoltre, per ogni argomento trattato, c’è sempre un esperto o un’esperta che aiuta a comprendere meglio portando la riflessione su altri livelli e cercando di superare i soliti cliché.
Le radici dell’orgoglio
Un imperdibile podcast settimanale che racchiude cinquant’anni di storia del movimento LGBTQ+ in Italia e che in quattro stagioni racconta la storia della militanza e della comunità LGBTQ+ italiana dal 1971 ad oggi.
Prodotto da Costantino della Gherardesca e con capo progetto Giorgio Bosso, il podcast diventa una versione pop raccontata da chi si occupa di storia del movimento LGBT+ da oltre trent’anni.
Nelle diverse stagioni viene ricostruita la storia della militanza LBGT italiana, dalla prima associazione per i diritti degli omosessuali ai giorni nostri.
Una vera e propria accurata ricostruzione del contesto in cui si è combattuta la battaglia per modificare la percezione dell’omosessualità.
Quid
Il podcast di QuiD (acronimo per Queer Identities) fa parte di un progetto più ampio sviluppato da Paolo Armelli e Daniele Biaggi.
Qualche anno fa hanno creato “una piattaforma crossmediale di informazione e cultura LGBTQ+” dove pagina Instagram e podcast procedono sinergicamente offrendo al pubblico uno spazio in continuo aggiornamento sulle tematiche del mondo LGBTQ+.
Il podcast è tendenzialmente composto da puntate brevi (non più di dieci minuti) che affrontano temi quali DDL Zan, serie tv a tema queer, linguaggio inclusivo, libri e tanto altro.
Lesbi..che?
Irene Moretti, giornalista e attivista, ha creato “Lesbi…che? Tutto quello avreste voluto sapere sulle lesbiche e avete sempre chiesto nel modo sbagliato”.
Una trasmissione di infotainment – informazione, divulgazione e intrattenimento – di Border Radio su una parte della comunità LGBT+ che per alcuni uomini esiste solo nel porno, quella del mondo lesbico.
Ogni puntata affronta e sviscera stereotipi legati al mondo lesbico attraverso l’interazione di ascoltatrici e ospiti in collegamento.
L’estate è appena cominciata ed è ancora molto lunga ma la cultura non va mai in vacanza per cui, buon ascolto.
Titolo originale: Il seme dell’uomo Regia: Marco Ferreri Sceneggiatura: Marco Ferrei e Sergio Bazzini Cast principale: Anne Wiazemsky, Marco Margine Nazione: Francia, Italia Anno: 1969
È un viaggio al termine del mondo il film più straniante, intenso e rivelatore di Marco Ferreri. Un’opera poderosa, che anticipa i moduli della distopia e dà un altro corpo all’attrice feticcio della Nouvelle Vague, Anne Wiazemsky, prima moglie di Jean-Luc Godard. Nessun prodotto culturale ha saputo narrare così bene la fine del mondo, riassumere – in forma raffinata e sarcastica – il timore di un’apocalisse che si avverte imminente, che da anni scuote le nostre coscienze.
Tra dissacrazione e rifiuto
Il seme dell’uomo, in tal senso, è una duplice summa: dello sguardo dissacrante di Marco Ferreri – il più istintivo dei nostri registi – e dei fantasmi dell’uomo novecentesco, segnato da un senso di colpa che procede dalla minaccia atomica come dimostra, del resto, il recente conflitto in Ucraina.
Si tratta di una favola post-apocalittica, in cui i protagonisti Cino (Marco Margine) e Dora (Wiazemsky) appaiono come novelli Adamo ed Eva del dopo bomba. In riva al mare, lambiti non a caso dall’elemento generativo per eccellenza (l’acqua), i due tentano di sopravvivere incarnando opposte visioni del domani: lui vorrebbe riequilibrare il mondo, conservandone le meschinità e gli idoli (la Chiesa, lo Stato, i meccanismi di affermazione/sopraffazione), mentre lei sfugge al suo ruolo, si rifiuta di proseguire nella riproduzione della specie conservano la sua verginità finché le sarà concesso.
Il seme dell’uomo: rompere la ciclicità?
Il tutto in forma dilatata, temporalmente sospesa, come a rendere ritmicamente l’assenza di mesi, giorni, ore. Tutto è saltato, nell’universo post-atomico, e tutto è intrecciato con il rifiuto delle convenzioni. Che Ferreri guardi con simpatia la posizione di Dora non stupisce, essendo egli dissacratore di ipocrisie e dati ‘certi’. Il progetto d’estinzione consapevole, quel rifiuto strenuo, all’apparenza naive, di cedere alle lusinghe del sesso, è il più potente atto d’accusa verso la società borghese. La giovane, sembra dirci il regista, ha capito che il seme dell’uomo produce empietà.
Nessun individuo nuovo potrà invertire il corso del mondo, cancellare lo stigma della colpa. E non è un caso che Cino fecondi infine la donna con l’inganno, confermando la meschinità, o peggio ancora la grettezza dell’uomo soggetto agli obblighi sociali, a ritmi di vita predisposti da altri, cicli ripetitivi che si compongono di nascita, sopravvivenza, riproduzione, morte.
Reliquie di umanità
Il museo dell’umanità predisposto da questi è piuttosto una gipsoteca inquietante, densa di reliquie, di simulacri abusati: frammenti di umanità che meritano la cancellazione. Nulla è lasciato al caso, nell’apologo di Ferreri, come a voler creare un manifesto programmaticamente interminabile, aperto – riguardo al medesimo tema – da Dillinger è morto(1969) e portato a un compimento ideale ne Il futuro è donna (1984), chiaro emblema di una visione libera, quasi – e qui si azzarda – diversamente femminista.
Questo sguardo impuro, controcorrente, da battitore libero ed eretico, fa di Marco Ferreri un autore prezioso, capace di fotografare la ciclicità degli errori umani attraverso un lucido – e quanto mai attuale – grido d’allarme contro l’apocalisse.
Tre motivi per vedere il film
L’estetica anni Sessanta
L’attualità dell’apocalisse nucleare
Lo sguardo disincantato di Ferreri
Quanto vedere il film
In questi tempi strazianti, di guerra e minaccia atomica
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Se per molti fare il primo tour negli stadi significa essere finalmente “arrivati”, per Marco Mengoni è in realtà solo un nuovo passo verso un futuro ancora più grande.
In questi giorni molti giornalisti hanno scritto tante cose belle su Marco Mengoni, sul suo primo tour neglistadi e, in un articolo, anche sui suoi fan. Quello che ha detto una giornalista di Tv Sorrisi e Canzoni, che i fan di Mengoni sapevano “prima di lui quanto lontano potesse arrivare”, è assolutamente vero. Infatti i fan sono rimasti meravigliati alla notizia di un tour negli stadi, ma non sorpresi.
Il concerto
Le due date (tre se si include la data zero) hanno lasciato senza parole i fan, pieni di orgoglio e senza più lacrime nei dotti lacrimali.
La scaletta è stata una miscela perfetta di canzoni nei suoi 13 anni di carriera. Parte del merito è stato anche degli arrangiamenti del maestro e bassista Giovanni Pallotti, che lavora con lui ancor prima che Marco andasse a X-Factor.
Il concerto si è aperto con Cambia un uomo, prima traccia dell’ultimo album Materia (Terra) e primo singolo uscito per presentare il nuovo lavoro. Subito dopo, con grande shock per i fan, è partita Esseri Umani. Avviare il concerto con una canzone che canta “L’amore ha vinto, vince, vincerà” è un forte messaggio che Mengoni ha lanciato ed è un messaggio che lo rappresenta.
È una frase che rappresenta anche il suo percorso artistico e tutti i suoi traguardi raggiunti, perché è arrivato fin qui grazie all’amore dei suoi fan e grazie all’amore che lui ha messo in ogni suo progetto discografico.
Dopo le prime due canzoni, ha cambiato del tutto mood con l’ultimo singolo pubblicato, No Stress, il cui video è ispirato ad un videoclip di George Micheal, Flawless.
Super ospiti della serata sono stati Madame, Giuliano Sangiorgi e Gazzelle.
Giuliano Sangiorgi ha scritto la canzone Solo due satelliti che Marco ha registrato per l’album Le cose chenon ho, in cui Sangiorgi ha fatto un cameo. Madame e Gazzelle hanno fatto un cameo in due canzoni dell’ultimo album di Mengoni.
Inoltre Gazzelle ha scritto per Marco anche Calci e Pugni, inedito inserito nell’album Atlantico On Tour. Tra i due è nata anche una forte amicizia, basata su stima reciproca e sulle origini comuni nel Lazio.
L’assenza di canzoni dell’album Solo 2.0 in scaletta ha lasciato un po’ delusi i fan, ma la presenza di alcune canzoni di Re Matto e di Dove si vola (l’album di cover di Marco a X-Factor con l’inedito omonimo), ha reso contenti i fan più fedeli e quelli della prima ora.
In particolare è stata bella la versione di un Marco più adulto di Psycho Killer. La cover è mille volte più bella cantata da lui che nella versione originale.
La data romana del tour #MarcoNegliStadi ha concretizzato ancora una volta il talento di Mengoni dal disco al live.
Marco Mengoni, per il suo primo breve ma intenso tour negli stadi, ha disegnato un palco che ha messo in risalto il talento di ogni musicista e artista sul palco con lui e anche la sua capacità di showman. O, come si usa anche dire, il suo essere un animale da palcoscenico.
Marco Mengoni e la sua band con i coristi sul palco di #MarcoNegliStadi (Foto di Andrea Bianchera)
Dal primo all’ultimo minuto ha intrattenuto tutto il variegato pubblico dello Stadio Olimpico, con effetti scenici, con il suo talento e il suo carisma.
Non ha mancato anche di esporre in due monologhi il suo pensiero su alcuni temi a lui cari, come l’ambiente e l’equità tra le persone, mostrando tutta la sensibilità e la profonda introspezione di cui è capace.
Il concerto è stato così bello che il tempo è volato, per lui e per i fan, in un sali e scendi di emozioni, ma tutti carichi a mille e a loro agio.
Nei live di Mengoni è così, ognuno si sente a suo agio, ma Marco non si sente mai così a suo agio come a Roma, perché qui sta “comodo” come ha detto lui stesso ieri sera, mentre mimava col corpo di stare sbracato.
Come sempre, la canzone di chiusura è stata Io ti aspetto, con cui gli piace chiudere dal 2015 per dare carica alle persone alla fine del concerto, una carica per la vita di tutti fuori dal palazzetto, o dallo stadio in questo caso.
L’ultima canzone, con cui ha salutato definitivamente i fan, che hanno gioito immensamente per questo suo altro traguardo, è stata Buona Vita, che ha cantato in calzoncini, canotta e scarpe da ginnastica (commentando “quanto me piace vestimme da coglione”), per ballare e far ballare tutti prima di tornare a casa.
Il concerto di Marco Mengoni a Roma, allo Stadio Olimpico, è stato sorprendente ed emozionante.
È stato speciale, come lo è lui come artista, che in 13 anni di carriera è arrivato a questo traguardo col suo talento e con le sue forze, supportato da colleghi e uno staff che lo stimano, e da fan che lo ammirano e lo considerano una guida. Come una stella che brilla in mezzo al cielo a ricordarti la via.
Jennifer Lopez ha compiuto 50 anni e ne dimostra sempre dieci di meno: è pimpante e determinata a far ancora parlare di sé. Nel corso degli ultimi vent’anni l’abbiamo vista recitare, ballare e cantare fino a diventare un’icona mondiale: non ci dimentichiamo che Google Immagini è nato per la ricerca del suo jungle dress Versace indossato ai Grammy Awards del 2000. Tuttavia, ancora devo capire di preciso cosa sappia fare bene e, da quanto emerge in Halftime, il docufilm a lei dedicato su Netflix, questo non è un problema solo mio.
Trailer
Cosa sa fare davvero Jennifer Lopez?
J.Lo è sicuramente poliedrica, ma non possiamo ritenerla un’attrice da Oscar o una cantante talentuosa. Il problema non è la versatilità, prerogativa di tutte le star Oltreoceano: molte cantanti tentano anche la strada cinematografica, e l’ultima che ha avuto più successo è sicuramente Lady Gaga. Tuttavia, anche se Lady Gaga non ha ancora vinto un Oscar come migliore attrice, tutti riconducono la sua fama e la sua credibilità al suo talento come musicista, quindi in realtà nessuno si aspetta qualcosa da lei come attrice, e se dimostra un talento in più… tanto di guadagnato. Lo stesso vale per tutte quelle attrici che nel corso della carriera hanno dimostrato anche di saper cantare, come Meryl Streep, di cui nessuno mette in discussione la bravura nella recitazione. Il canto è un valore aggiunto.
Jennifer Lopez, invece, ha iniziato la carriera come ballerina, per poi proporsi come attrice e infine come cantante. Tuttavia, non è riuscita a distinguersi davvero in nessuna delle tre arti nonostante il successo “mainstream”: forse è per questo che non si riesce proprio a considerarla qualcosa di più di una diva. La difficoltà sta proprio nell’identificarla in un ruolo specifico. Non è tanto una questione di gusti, quanto più una riflessione oggettiva. J.Lo non convince mai pienamente, e da questo punto scaturisce la frustrazione di un’artista che ce la mette tutta, ma alla fine non riesce mai a risultare credibile nonostante i numeri (e i soldi) che fa.
La preparazione dello show al Super Bowl 2020
Nel docufilm Halftime la frustrazione emerge con forza. J.Lo è presissima dalla preparazione dello show omonimo del Super Bowl 2020, dove sarà protagonista insieme a Shakira. Per Jennifer lo spettacolo significa tutto e diventa un momento per affermare chi è e portare in scena i diritti dei latino americani durante il governo Trump. Il messaggio diventa così ossessivo che la cantante arriva a inserire delle gabbie in scena e delle bambine – tra cui la figlia Emme – che cantano e ballano “Born in the USA”, scatenando così le perplessità della National Football League.
Anche dividere lo show con Shakira sembra essere un problema. Torna quindi alla ribalta il problema del razzismo: perché lo spazio dell’Halftime, che di solito viene conferito ad un’unica star, deve essere diviso a metà tra due donne sudamericane? Sembrerebbe un affronto. Per rimarcare bene il concetto di libertà e uguaglianza, il documentario si chiude con Jennifer Lopez che canta “This land is your land” durante l’insediamento del nuovo presidente Biden, gridando “Let’s get loud”, il titolo della sua hit, nel bel mezzo della performance.
Una questione di credibilità
Durante la preparazione dello spettacolo per il Super Bowl, seguiamo Lopez anche nelle varie premiazioni del film Le ragazze di Wall Street, da lei prodotto e interpretato. Assistiamo quindi alla forte delusione di non ricevere alcuna candidatura agli Oscar nonostante i complimenti della critica e l’ennesimo messaggio di parità dedicato – in questo caso – alle donne che lavorano. E quanto più le istituzioni canoniche non considerano Jennifer, tanto più lei si impegna per essere vista e riconosciuta, rendendo il suo lavoro un continuo messaggio verso qualcosa di “più alto”.
Se osserviamo la differenza di Performance al Super Bowl tra lei e Shakira notiamo subito il registro differente. La cantante colombiana gioca sul palco, si diverte, non ha bisogno di dimostrare niente. Jennifer Lopez, invece, ne fa un caso di Stato e porta sul palco un’esibizione molto effetto wow e decisamente più costruita.
Capisco la nobile necessità, per chi ha tanta visibilità, di diffondere messaggi sui diritti umani, ma forse il Super Bowl non era il momento migliore per combinare balletti e inni all’integrazione. Ricordiamo che si tratta di uno show di intrattenimento durante una manifestazione sportiva, e alla fine già essere invitati come performer è un messaggio forte nel contesto dell’uguaglianza. Lo stesso vale per l’incitamento di J.Lo a far “sentire la propria voce” durante la performance della canzone patriottica per l’insediamento di Biden. Sarà stato un gesto opportuno?
Jennifer Lopez vuole strafare: c’è un senso di rivalsa in lei che ha bisogno di essere sfamato, ma che allo stesso tempo la porta ad auto-sabotarsi. Troppe cose tutte insieme, troppa confusione. Non si riesce a capire cosa le piaccia fare a parte far parlare di sé. Vuole affermarsi e questo non è un problema finché non diventa un’ossessione. Il documentario mi è piaciuto molto, ma quello che mi lascia in dubbio è la brama di credibilità che Lopez ha bisogno di raggiungere, nonché la sua frustrante corsa verso un altro tipo di successo. Lecito, ma forse un po’ troppo pesante e a volte fuori luogo.
Mi dispiace se soffre per dei mancati riconoscimenti: mi sembra una donna genuina, che sa quello in cui crede e si impegna tantissimo. Però ricordiamo anche quanto ci sia voluto per far vincere un Oscar a Leonardo DiCaprio. E parliamo di uno dei migliori attori di Hollywood degli ultimi anni. Quindi, per concludere, quello che mi chiedo è se questo documentario di Amanda Micheli non abbia voluto martirizzare troppo la figura di Jennifer Lopez, che alla fine dei giochi è una star miliardaria che sicuramente sarà ricordata per molte cose. Magari non come migliore cantante, magari non per aver vinto un’Oscar, ma facciamocene una ragione.
L’Accademia Nazionale di San Luca ospita la stimolante mostra “Grazia Toderi. Marco (I Mark We Mark)”. Fino al 30 luglio 2022
Con la mostra “Grazia Toderi. Marco (I Mark We Mark)” prosegue il processo di riscoperta e valorizzazione dell’Accademia Nazionale di San Luca come spazio espositivo: l’operazione si rivela ancora più ardita considerate le forme d’espressione della Toderi. A far da protagoniste, infatti, sono tre videoproiezioni delle serie “Marco (I Mark)” del 2019 e “Marco (We Mark)” del 2020 e del 2021. All’origine di queste c’è un proficuo scambio tra l’artista e il fratello Marco, agronomo, al quale Grazia chiede di realizzare delle immagini di materie e terre desertiche. Su di esse la Toderi proietta il suo sguardo fatto di mirini, luci, ombre, ordine, geometrie, illusioni, sfidando e giocando con le architetture delle sale al piano terra dello storico Palazzo Carpegna, oggi sede dell’accademia.
La mostra nelle parole di Grazia Toderi
«Sono nata negli anni Sessanta, quando l’umanità vedeva per la prima volta, grazie al video e al satellite, un essere umano in assenza di gravità e il proprio meraviglioso pianeta osservato dall’alto. Una nuova visione, geografica e rivoluzionaria, che abbracciava tutto il pianeta in un unico sguardo. L’immagine è qualcosa di estremamente complesso, ed essendo parte della nostra mente, quindi del nostro corpo, credo possa condurci a superare i nostri limiti… Dagli anni Ottanta sono ossessionata dalle mappe e dalle loro trasformazioni nel tempo. Di notte gli “sciami” di luci trasformano le città in astratte mappe luminose. Sono le nostre costellazioni terrestri. I loro toni sono rossastri, un rosso particolare e indefinibile che irradia le città e che ho chiamato “Rosso Babele”.
Passo quasi tutto il mio tempo a stratificare le immagini che ho scattato, una sull’altra. Ogni singolo fotogramma si trasforma in un altro, appena appena diverso, e così via, moltiplicandosi in migliaia di altri fotogrammi che corrono luminosi su una superficie e nel tempo. È così che nascono le mie proiezioni video». Lo spettatore, in effetti, si ritrova “proiettato” a suo volta all’interno di una serie di stimoli e suggestioni che invitano non solo alla contemplazione ma all’introspezione: cosa si sta guardando, da che prospettiva e quali possono essere i punti di vista?
“Grazia Toderi. Marco (I Mark We Mark)”. Allestimento Sala 1, Accademia Nazionale di San Luca.
Non sono le stelle che stanno a guardare
Nonostante si tratti di videoproiezioni, grande è l’effetto materico. A cui si aggiungono costellazioni e mirini, che dalla terra portano a un piano decisamente metafisico. Il mirino, strumento indispensabile per i rilievi e la fotografia in genere, è anche uno strumento di morte se applicato a un’arma. Ricorda anche la forma della croce, anch’essa simbolo di pace ma nel cui nome è stato versato tantissimo sangue. Conversare con l’artista mi porta a una riflessione: e se questa fosse la prospettiva di chi guarda il mondo da un luogo oltre le stelle?
“Grazia Toderi. Marco (I Mark We Mark)”. Allestimento Sala 3, Accademia Nazionale di San Luca.
Oltre la videoproiezione
Grazia Toderi ha ancora molto da raccontare: a dimostrarlo la serie “Orbite rosse” del 2009, dislocata lungo il portico del cortile. Si tratta di una ventina di piccoli disegni di grafite e stagno su carta su cui, nuovamente, è il movimento di chi guarda a creare vere e proprie animazioni fatte di luci e ombre. Percorrendo la rampa del Borromini ci si imbatte, invece, in una quarantina di disegni del ciclo “Eterno impersonale” del 2006, “Disappearing Map” realizzato tra il 2016 e il 2018, “Dissolving Babel” del 2019 che hanno come oggetto il mito della Torre di Babele. Infine, al termine della rampa, un pentagramma chiuso ad anello: su di esso sono trascritte le note del “Misericordias Domini, K. 222” di Mozart. Un modo geniale di chiudere il cerchio, perché se da un lato la forma del disegno si ricollega alla rampa ciò vale anche per il goniometro ospitato dalla prima sala.
Cristian Pandolfino
Foto in evidenza: “Grazia Toderi. Marco (I Mark We Mark)”.Allestimento Sala 2, Accademia Nazionale di San Luca.
Gigi D’Alessio torna nella sua città d’origine per festeggiare i suoi 30 anni di carriera: a Piazza del Plebiscito un mega concerto in due serate, che hanno lasciato Napoli a bocca aperta.
Una vera e propria festa: Gigi D’Alessio ha voluto regalare alla sua città, Napoli, quella “Mammà” che lui ha sempre nel cuore, due giorni pieni di musica.
Ma non una qualsiasi, bensì la sua musica, quella che ha accompagnato in trent’anni il popolo napoletano, che ha fatto piangere, sognare, divertire e emozionare.
Venerdì 17 e sabato 18 giugno 2022, Gigi D’Alessio ha trasformato Piazza Del Plebiscito, uno dei luoghi simbolo della città partenopea, in un grande palco, come non lo era più da anni.
Con lui tantissimi ospiti, in entrambe le serate. Da Amadeus a Fiorello, passando per Eros Ramazzotti, Alessandra Amoroso, Alessandro Siani, Rosario Miraggio, Mara Venier e tantissimi altri, tutti insieme al cantante per celebrare un traguardo importante come i 30 anni di carriera.
Una festa per gli occhi e per le orecchie: la musica immerge Piazza del Plebiscito
Gigi D’Alessio, che piaccia o no, ha organizzato, insieme al suo team e all’appoggio della Rai, un evento unico. Dopo anni che Piazza del Plebiscito a Napoli, luogo simbolico per la città, non ospitava un concerto lui è tornato, facendo confluire in piazza migliaia di fan accorsi da tutta Italia.
Un evento unico che, come lui stesso ha raccontato in conferenza stampa, ha dell’incredibile ed è stato tutto dedicato ai suoi fan, che da anni lo seguono e lo supportano:
“Sarà un grande karaoke! Il vero protagonista sarà il pubblico! Questa è una serata per loro, che mi sono sempre stati vicino. 30 anni di carriera sono tanti, ma senza di loro non sarei qui”
E proprio così è stato: Gigi è salito sul palco cantando tutte le sue canzoni più belle, iniziando con “Non mollare mai”, che negli anni è diventato un inno per molte persone che hanno tenuto duro nella vita e ce l’hanno fatta, proprio come il cantante napoletano.
Tra hit come “Una notte al telefono” e “Non dirgli mai”, cantato durante la prima serata il 17 giugno all’interno del San Carlo di Napoli, con un orchestra composta da sole donne, D’Alessio ha poi regalato emozioni con le sua prime canzoni, intonate a gran voce dal suo pubblico.
Brani come “30 canzoni”, “Annarè”,“Cient’anne”, “Fotomodelle un po’ povere” e tantissimi altri, cantati tra una pubblicità e l’altra perché, come lui stesso ha ammesso sempre ai giornalisti, non aveva intenzioni di fermarsi nonostante le reclame imposte dalla Rai. Il pubblico si è scatenato, regalando al cantante una gioia che mancava da tempo, soprattutto dopo due anni di pandemia che hanno tenuto tutto il mondo della musica bloccato.
Il concerto doveva continuare, e così è stato.
Gigi D’Alessio sconfigge anche la pioggia, un successone per lui e per la sua città
Nonostante il 17 giugno a Napoli il clima non era dei migliori, un’ora prima dell’evento in Piazza del Plebiscito, la pioggia ha lasciato il cielo partenopeo lasciando spazio ad un cielo sereno, che ha permesso alle migliaia di fan in fila da ore di godersi il concerto.
Durante la prima serata, poi, tantissimi ospiti si sono susseguiti sul palco, tutti amici del cantante accorsi per celebrarlo: da Eros Ramazzotti, che ha cantato con lui “Quanti amori”, “Un’emozione per sempre” e “Più bella cosa”, a Fiorello e Amadeus, che hanno fatto ballare e cantare la piazza, poi ancora Alessandra Amoroso, che ha cantato in duetto con Gigi “Un cuore malato”, Fiorella Mannoia, che ha regalato al pubblico il duetto “Assaje” e “Quello che le donne non dicono”, Vanessa Incontrada e tantissimi altri.
E poi è venuto il momento di LDA, Luca D’Alessio il figlio che ha seguito la carriera del padre. Lo abbiamo visto ad Amici 21, dove è stato più volte criticato proprio per essere “il figlio di…”, ma su quel palco Luca ha dichiarato pubblicamente che essere figlio di Gigi D’Alessiolo rende più orgoglioso che mai.
Anche la seconda serata, stavolta dedicata solo ed esclusivamente al suo pubblico in piazza, è andata alla grande: anche sabato 18 ci sono stati diversi ospiti. Gigi era molto più rilassato e si è dedicato completamente alla sua città, intonando molte più canzoni e godendosi quell’abbraccio caloroso che solo i suoi fan, la sua “famiglia”, gli sanno donare.
Il nuovo film di Baz Luhrmann sulla vita di Elvis Presley arriva nelle sale italiane dal 22 giugno 2022.
Elvis è stato già presentato con successo all’ultimo Festival di Cannes fuori concorso. Nondimeno si preannuncia, alla spettatrice scettica che scrive, come un film pericolosissimo. Si rischia non poco a voler raccontare la vita breve e intensissima del Re del rock, Elvis Presley, sulla quale tutti pensiamo di conoscere tutto ciò che c’è da sapere. Sembra quasi impossibile farlo in modo originale e coinvolgente.
Solo che poi si spengono le luci e già la comparsa del logo della casa di produzione Warner Bros, incastonato di diamanti e circondato d’oro e pietre preziose per l’occasione, prefigura che Elvis sarà uno spettacolo luccicante. D’altronde così ci ha abituato il regista Baz Luhrmann, se pensiamo solo alle sue celebri pellicole “Moulin Rouge!” e “Il Grande Gatsby”.
Come nel caso di questi due film, anche di Elvis Luhrmann ha scritto la sceneggiatura insieme a Craig Pearce, con l’aggiunta stavolta di Sam Bromell e Jeremy Doner, quest’ultimo anche coautore del soggetto.
La biografia di Elvis Presley (Austin Butler) è raccontata dall’io narrante del suo manager, il colonnello Tom Parker (Tom Hanks). Il film indaga il rapporto complesso e distruttivo tra i due nell’arco di tutta la carriera dell’artista e inizia subito con il presentare la sua tesi: se non fosse per il Colonnello Elvis Presley avrebbe fatto una fine diversa, a dispetto di quanto lui non voglia ammettere.
Tuttavia, la trama ripercorre tutti i temi essenziali della vita e della carriera dell’artista: i rapporti familiari, soprattutto il legame fortissimo con la madre Gladys (Helen Thomson) e il ruolo inadeguato svolto dal padre Vernon (Richard Roxburgh) nella gestione degli ingenti guadagni del figlio; l’amore profondo e il matrimonio con Priscilla (Olivia De Jonge); la tossicodipendenza; gli arresti della carriera.
Il titolo è solo il nome di battesimo del mito del rock, perché qui si empatizza con l’uomo, meno con l’artista, anche se il suo talento, la sua creatività e il suo ruolo rivoluzionario nella storia della musica riempiono lo schermo per tutto il tempo.
Perciò Elvis è un film entusiasmante, epico al punto giusto.
La parte più interessante di questo racconto cinematografico è il focus sulla forza dirompente della musica di Presley.
Il film rende perfettamente l’idea della portata rivoluzionaria del fenomeno. Fin dall’esordio, Elvis cambia il panorama musicale e sociale. È giovanissimo e si presenta al pubblico truccato e con il ciuffo di capelli che diventerà iconico; qualcuno lo definisce “effemminato”, ma comincia ad ancheggiare e tra le ragazze del pubblico si scatena un’eccitazione sessuale potentissima e sconosciuta, che addirittura spaventa sia loro sia la stessa madre del ragazzo, che pensa addirittura che lo vogliano uccidere.
Canta come un nero, ma è bianco; le sue canzoni sono inaudite: il blues dei neri ha incontrato il country dei bianchi ed è nato il rock&roll.
Tutto ciò scuote e cambia la società americana, sessualmente repressa e schiava del segregazionismo razziale, che Elvis Presley combatte con la sua stessa esistenza: tra i neri ci è cresciuto e dei musicisti afroamericani è amico e ammiratore. La sua non è quella che oggi chiameremmo appropriazione culturale, perché di quei ritmi e di quelle note lui ha introiettato lo spirito,
Tutto ciò farà di Presley un nemico per il Governo e per la destra repubblicana che lo ostacolano in mille modi, dall’incriminazione per il reato di libidine e perversione all’invio del precetto per il servizio militare di due anni in Germania.
Elvis Presley è interpretato da un credibilissimo Austin Butler.
Ottimo anche come cantante, Butler dà vita al mito bello, sexy, fragile, talentuoso, che adora, ricambiato, il suo pubblico e che desidera solo fare la musica che lo rende felice. Per Butler accettare questo ruolo è stato un gesto coraggioso, ricambiato dall’ottimo risultato raggiunto.
Tom Hanks nei panni del Colonnello si conferma un interprete eccellente, anche in questo personaggio detestabile, un vero villain, per sua stessa definizione, con cui è arduo empatizzare, a fronte di un “eroe” sì fragile, ma il cui talento ci spinge a perdonare ogni errore o debolezza.
Luhrmann e i co-sceneggiatori sono stati abili a raccontare la storia dai due punti di vista, benché l’io narrante sia solo quello del colonnello Parker.
La prorompente carica musicale ed erotica di Elvis ha creato un legame indissolubile tra lui e il pubblico, che diventa un alibi per il manager / imbonitore – in realtà un impostore – per giustificare lo sfruttamento subito dall’artista.
E riesce bene a Baz Luhrmann far capire quanto Presley abbia cercato invano più volte di affrancarsi artisticamente da questo rapporto per ridare alla propria carriera la direzione che voleva. Quindi, la storia di Elvis diventa metafora di ogni vita dove non basta il talento e non basta volere qualcosa per poterlo fare, perché resistere alle pressioni esterne è una sfida che non sempre si vince.
Elvis è una gallina dalle uova d’oro, come è d’oro la gabbia di Las Vegas dove Parker lo rinchiude fino alla morte. D’altronde, i carcerieri che l’agente mette a guardia sono difficili da eliminare: la droga (le pasticche gliele danno già a inizio carriera, ma alla fine diventano indispensabili per far reggere a Presley i ritmi disumani dei concerti e dei tour nazionali) e i presunti debiti contratti con il colonnello per le spese che avrebbe anticipato a inizio carriera.
Baz Luhrmann si conferma un maestro delle scene di massa e dello stile colorato e fumettistico.
IL regista costruisce un film dal ritmo sincopato, un collage di girato, immagini di repertorio, addirittura fumetti, in un veloce alternarsi di brevi flashback e flashforward. Ovvio che il montaggio diventi importantissimo e tornano, quindi, Matt Villa e Jonathan Redmond (come per “Il Grande Gatsby” e “Australia”), a mettere ordine al tutto. Alla fine Elvis risulta facile da seguire – più di altri precedenti film del regista australiano – e le due ore e mezza abbondanti scorrono piacevolmente.
Per un film come questo l’aspetto estetico diventa parte essenziale per costruirne l’identità creativa. Pulita, luminosa o oscura quando serve, è la fotografia di Mandy Walker.
Sono perfette le scenografie firmate da Karen Murphy (“A Star Is Born“) e da Catherine Martin. Quest’ultima è anche produttrice e costumista di Elvis. Per i costumi e per le scenografie Martin ha già vinto i premi Oscar sia per “Il Grande Gatsby” che “Moulin Rouge!”. Non mi stupirei se arrivasse un ter.
Last but not least in un film su un gigante della musica come Elvis Presley la colonna sonora conta moltissimo e bisogna dire che, anche sotto questo aspetto, la sfida è stata vinta a mani basse. Supervisionata da Anton Monsted, la soundtrack raccoglie ovviamente le canzoni dell’artista, sia nelle versioni originali, sia interpretate magistralmente da Austin Butler e da altri artisti come i Måneskin, ma anche diverse composizioni originali.
Il finale del racconto è lasciato soprattutto alle immagini di repertorio, in cui vediamo il vero Elvis Presley, soprattutto nelle ultime esibizioni prima della morte prematura e con un misto di nostalgia e rammarico lo amiamo un po’ di più.
Si alza il sipario della 36° edizione del Festival MiX, Il “Festival del Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer” nella suggestiva location del Piccolo Teatro Strehler.
“Uno dei sette teatri Nazionali che ha sempre raccontato, attraverso la cinematografia e l’arte teatrale, delle libertà di ciascuno”
Queste le parole dell’assessore Tommaso Sacchi durante i consueti saluti istituzionali.
Da oltre 35 anni, il “MiX Festival di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer” è il festival del cinema di riferimento della comunità gay, lesbica, trans e queer in Italia e nel mondo. Ogni anno, nelle sale di Milano, vengono portate le migliori produzioni della cinematografia indipendente a tematica LGBTQ+.
Tre giornate, oltre cinquanta proiezioni, eventi collaterali, musica, arte, danza e performance si alterneranno sui palchi milanesi.
E anche questa l’edizione è doppia: il Festival torna in presenza dal 16 al 19 giugno ma offrirà anche titoli in streaming on demand disponibili in tutta Italia.
La Storia del MiX Festival
È dal 1986, anno della fondazione che il Festival, pur non perdendo le sue origini relative all’impegno politico e al radicamento territoriale, ha attraversato l’identità che l’intera comunità LGBTQIA+ ha percorso negli ultimi decenni.
Nato come rassegna di cinema promossa da CIG Arcigay Milano,Altro Martedì, Babilonia e A.S.A., già dalla prima edizione proponeva una manifestazione culturale trasversale che, oltre a puntare i riflettori sul cinema indipendente, raccoglieva rivendicazioni e affermazione dell’intera comunità LGBTQ+ anticipando tendenze e percorrendo la strada del riscatto sociale e politico.
Nel 1993 diventa così il “Festival del Cinema Gay e Lesbico” di Milano fino ad arrivare alla sua prima edizione al Piccolo Teatro Strehler di Milano nel 2005 rientrando nei festival internazionali di New York, Copehaghen, San Pauolo e Città del Messico.
Un network questo dedicato alla ricerca sul linguaggio cinematografico tramite spazi dedicati alle realtà emergenti restituendo riflessioni, costruzioni di socialità e interconnessione con le persone.
Solo nel 2012 il Festival gode di organizzazione propria scogliendosi da CIG Arcigay Milano e dando vita all’Associazione Culturale MiX Milano APS.
Le case del festival
A testimonianza del crescere e dell’espandersi del Festival, il percorso l’ha portato alla prestigiosa sede del Piccolo Teatro Strehler e Piccolo Teatro Studio Melato fino a raggiungere chiunque, dal 2020, con la sua prima visione digitale.
Lo slogan di quest’anno, spiegano i direttori artistici Paolo Armelli, Andrea Ferrari e Debora Guma è un’esortazione a riappropriarci di quello a cui siamo stati costretti a rinunciare in questi ultimi anni.
L’amore.
È intersezione artistica, politica che non solo mette in discussione le sempre attuali e attive dinamiche del potere eteropatriarcale ma ne garantisce un “new differente”.
Il Festival infatti, già da alcuni anni ha intrapreso un percorso intersezionale per dare il suo contributo a questo tipo di opportunità.
Ad aprire la prima serata del Festival è stato Marco Cristoferi, in arte Kira, artista e perfomer che ha incantato tutti con la sua esibizione restituendoci la bellezza della diversità con la testimonianza della sua esperienza lavorativa.
Ma ancora, Matteo Fallica che con il suo monologo leggero, divertente, ironico e delicato ha tenuto incollati gli spettatori raccontando le sue “esperienze su Grinder”.
Queen of Accademy
Premiata a gran voce Luciana Littizzetto come “Queen of academy”, assente per aver contratto il Covid “dopo aver limonato il ministro Speranza, dice lei” ma comunque collegata tramite piattaforma streaming.
Il ringraziamento che condivide con il pubblico va alla società civile che ritiene molto più avanti di quella politica e auspica la nascita di nuovi percorsi di educazione sentimentale in tutte le scuole di ordine e grado promuovendo la bellezza della diversità come valore aggiunto.
Il Festival MiX inaugura così la Pride Week di Milano e si inserisce nella programmazione del Pride Month.
Un mese ricco di eventi che potrete trovare sulla pagina ufficiale del Milano Pride.
Se avete voglia di viaggiare e non sapete a quale Pride partecipare quest’anno, l’anno scorso vi consigliavo i cinque Pride più belli in Europa.
Milano è stata ufficialmente proclamata Zona di Libertà per le persone LGBTQ+, in risposta alle Free LGBT Zones polacche e ungheresi ed è diventata anche la prima città italiana ad avere un Registro di Genere dedicato ai cittadini transgender, non conformi e non binari.
La cultura, l’arte, la storia, il cinema sono tutti atti di ribellione verso un paese più libero e tutelante dei diritti delle persone. Il Festival MiX ne è una prova concreta.
Francesca Sorge
Le immagini contenute nell’articolo sono a cura di Emanuela Sorridi per CulturaMente.
“Questa è la mia famiglia. L’ho trovata per conto mio. È piccola e disastrata ma bella. Si, davvero bella.”
Regia: Chris Sanders e Dean DeBlois Genere: Animazione, avventura, commedia Anno: 2002 Nazione: USA
Trama
Sulla navicella spaziale della Confederazione Intergalattica c’è uno scienziato pazzo che ha creato un essere con l’obiettivo di distruggere tutto ciò che vede: esperimento 626. Considerato pericoloso, il piccolo mostro viene messo su una navicella per essere abbandonato nello spazio aperto. Riuscito a fuggire, arriva sul pianeta terra, sull’isola di Honolulu. Qui, fingendosi un cane, viene adottato da Lilo e chiamato Stitch. Lilo è una ragazzina orfana, povera e senza amici che vive con la sorella Nani. Una bambina difficile che soffre di attacchi di rabbia e che è a un passo dall’essere sottratta alla sorella dagli assistenti sociali.
Nel ventennale di Lilo & Stitch ricordiamo, con questa recensione, il classico Disney numero 42. Uscito il 21 giugno 2002, il film fu diretto da Dean Deblois e Chris Sanders. Nel 2003 ricevette la nomina all’Oscar come miglior lungometraggio animato, ma la statuetta fu assegnata a La Città Incantata di Miyazaki. Fin dalla sua uscita questa pellicola è stata classificata come un vero e proprio fiore all’occhiello per la Disney essendo l’opera animata che ha fatto registrare milioni di dollari.
La famiglia “Ohana” al centro della storia
Se per anni la Disney ha sfornato storie di principesse salvate da principi con il classico finale “e vissero tutti felici e contenti”, con Lilo & Stitch, il Colosso dell’entertainment per piccoli e non solo, ha portato sullo schermo valori come l’amicizia, la morale, l’importanza della famiglia e la lealtà. Dove l’amore prende strade diverse, si pone alla base la famiglia e l’amicizia. Infatti, il focus è su Nani, che con sacrifici e sforzi, riesce ad ottenere la custodia della sorella minore. Nella pellicola la famiglia di Lilo gioca un ruolo fondamentale: l’obiettivo è comunicare quanto la famiglia sia importante nella crescita di un bambino. Una bussola per il futuro e una guida per il presente.
Tutti abbiamo imparato la parola “Ohana” – una parola che Lilo e la sorella si dicono quando le cose vanno male, per ricordarsi di stare insieme. – termine che appartiene alla cultura hawaiana. Oggi viene usata universalmente quando si vuole far riferimento a qualcosa che richiama alla famiglia.
Ohana significa famiglia e famiglia significa che nessuno viene abbandonato o dimenticato.
La famiglia di Nani e Lilo diventa il “luogo” dove Stitch impara l’amore e cosa significa contare sugli altri e il non essere lasciati da soli. Infatti, Lilo insegna a Stitch il valore della famiglia attraverso la storia del Brutto Anatroccolo che Stitch ama farsi raccontare prima di dormire. L’anatroccolo viene abbandonato, ma alla fine riesce a trovare i suoi veri genitori e a essere felice. C’è un continuo rimando tra la figura di Stitch e quella del brutto anatroccolo.
Un lungometraggio ricco di valori
Non mancano temi di solidarietà, accoglienza e diversità. Vediamo, infatti, che la famiglia Pelekai prende Stitch al canile, e qui vi è un riferimento esplicito all’importanza della solidarietà e dell’essere consapevoli di certe realtà sociali a cui siamo ancora tutt’oggi sottoposti. Uno dei richiami più importante è proprio la diversità, Lilo sceglie Stitch proprio per il suo essere diverso da tutti gli altri. Gli sceneggiatori potevano far arrivare Stitch in qualsiasi altro modo a casa di Lilo, ed invece il canile e le scene che ne seguono non solo sono l’espressione di valori come accogliere il diverso, cosi com’è, e la solidarietà, ma richiama anche al cosiddetto Think out of Box, pensare fuori dalla scatola, dagli schemi precostituiti a cui siamo abituati. Questi preconcetti o pregiudizi possono influenzare il giudizio su ciò che in realtà è una persona o, in questo caso, una creatura.
Oltre i valori Lilo & Stitch si caratterizza per una trama scorrevole e leggera. La fantascienza inserita all’interno non crea problemi di comprensione né intacca la filosofia propria del cartone. Le scene sono spesso divertenti e creano un vero e proprio legame empatico con lo spettatore. Lilo, Nani, Stitch, Jumba Jookiba, Pleakley, sono dei personaggi che funzionano perché fanno leva sulla simpatia, sulla tenerezza e sui cliché come il gioco simbolico: pensiamo a Lilo che gioca a fare la mamma con Stitch.
“La nostra famiglia è piccola, e non ci sono giocattoli; ma se vuoi, tu puoi farne parte. Sarai il nostro bambino, e ti cresceremo con amore. Ohana significa Famiglia: Famiglia significa che nessuno viene abbandonato. Ma se vuoi andartene, puoi farlo. Io mi ricorderò di te. Io ricordo tutti quelli che se ne vanno.”
L’Animazione
Caratterizzata da colori vividi e disegni che per nulla rievocano l’impronta disneyana, Lilo & Stitch, quanto all’animazione ricorda vagamente i classici degli anni ’40 con i suoi sfondi acquarello. La perfezione viene raggiunta nelle scene ambientate nel mare, dove tecnicamente l’animazione raggiunge la perfezione. Anche le scene di surf tra le onde hawaiane sono rese con grande maestria. Il mare è mostrato con un’abilità che non ha nulla da invidiare all’animazione di Oceania, realizzata 15 anni dopo.
La colonna sonora
Anche le musiche si discostano dal classicismo disneyano. Essendo ambientato a Honolulu, Lilo e Stitch presenta una soundtrack interamente a tema: dalle canzoni hawaiane a Elvis Presley. Lilo, infatti, è un’appassionata del re del Rock ‘n roll, e proprio questa sua passione diventa una sorta di omaggio.
Curiosità: Come emerge dal film di animazione, Elvis Presley era realmente legato all’isola di Honolulu per via del suo disco Aloha from Hawaii. Nel 1973, nella capitale hawaiana si tenne un concerto di Elvis che fu trasmesso in diretta televisiva in più di 40 paesi del mondo e visto da circa 1 miliardo e mezzo di persone.
Dettagli divertenti
Come non notare la presenza di un personaggio estraneo alla storia ma che viene inquadrato varie volte mentre cerca di mangiarsi un gelato. La prima volta Lilo, che è un’amante delle fotografie, lo fa mettere in posa per fotografarlo e il gelato si scioglie e cade. In più scene accadrà lo stesso. Mentre l’uomo passeggia con il suo gelato, Lilo, Stitch o un’astronave aliena glielo faranno cadere e, per tutto il film, non riuscirà mai a mangiarlo.
Curiosità
Lilo e Stitch è il primo film d’animazione ambientato alle Hawaii. Per rendere il tutto più realistico, il regista si è servito di doppiatori hawaiani per Nani e il suo ragazzo David. Aspetto che, purtroppo, si perde nel doppiaggio italiano.
Il senso profondo di Ohana è stato compreso dalla produzione in sede di sopralluogo Inoltre, quando il team della produzione del film visitò Honolulu per trarre ispirazione per il film (pratica tipica dei disegnatori disneyani) si imbatté nel termine ohana. La loro guida spiegò che si tratta di un concetto di famiglia allargata che unisce gli abitanti della piccola isola in una comunità, oltre alla famiglia di sangue. In un territorio estremamente affascinante ma anche estremamente povero, il concetto di ohana diventa fondamentale per la sopravvivenza pacifica dei suoi abitanti. Per questo i produttori hanno voluto enfatizzare questo termine tanto che, alla fine del film, persino gli alieni entrano a far parte dell’ohana di Lilo.
In origine, Stitch era il leader di una banda intergalattica, e Jumba era uno dei suoi ex compari incaricato di catturarlo dal Consiglio Intergalattico. La risposta del pubblico di prova alle prime versioni del film portò alla modifica del rapporto tra Stitch e Jumba a quello, rispettivamente, di creazione e creatore.
Un’altra scena eliminata fu uno dei tentativi di Lilo di trasformare Stitch in un cittadino modello avvertendo i turisti sulla spiaggia con delle sirene di allarme tsunami.
La versione originale di Jumba che attacca Stitch in casa di Lilo risultò essere troppo violenta da parte del pubblico di prova, e venne rivista per renderla più comica. La scena originale faceva vedere Stitch che rompeva una condottura del gas per farla esplodere insieme a Jumba.
C’era anche una scena in cui Lilo presentava Stitch al pesce Pudge, che alla fine porta alla morte del pesce. Lilo poi porta il corpo di Pudge allo stesso cimitero dove sono sepolti i suoi genitori, e quindi Stitch impara le conseguenze delle sue azioni e acquista una migliore comprensione della mortalità.
Quando vederlo?
Il film d’animazione è divertente e leggero, ogni momento è quello giusto.
3 Motivi per vederlo
Vi porterà del buon umore;
Per innamorarvi di Stitch
Perché è un classico Disney
Angela Patalano
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Tutti pazzi per i podcast, specialmente i nostri amici di Fatti per la Storia che hanno appena annunciato l’uscita di Hipstory – La Storia raccontata in modo alternativo, un podcast di intrattenimento storico dal tono leggero e curioso.
La prima puntata è disponibile da Giovedì 9 Giugno su Spreaker e presto su tutte le piattaforme podcast come Spotify e Google Podcast. Noi Spacciatori di Cultura non ce la potevamo proprio perdere!
5 momenti in cui abbiamo rischiato la Terza Guerra Mondiale
Nel primo episodio Letizia Bonvin racconta i cinque momenti in cui, dalla seconda metà del Novecento in poi, il mondo ha sfiorato la Terza Guerra Mondiale. Una minaccia che, con la guerra in Ucraina e i suoi imprevedibili sviluppi, purtroppo ancora pende come una spada di Damocle sulle nostre teste.
Le puntate di questa prima stagione, dal titolo Greatest Hits, saranno incentrate su 5 eventi o fenomeni storici accomunati da un fil rouge, e raccontati secondo una classifica, come fossero delle canzoni in una hitlist radiofonica.
Dalla durata di circa trenta minuti e dalla cadenza di uscita bisettimanale, le storie saranno esposte dagli ospiti, come professori universitari, saggisti, giornalisti ed esperti di alcuni periodi storici in particolare, senza mai rinunciare all’humour e alla battuta.
Su Netflix è arrivato un nuovo teen drama intitolato Surviving Summer – Un’estate travolgente, una serie tv composta da dieci episodi e ambientata nel magico mondo del surf.
La trama
Summer Torres è una “punk-rock girl”, una skater newyorkese che, dopo l’ennesima bravata è stata espulsa da scuola e, di conseguenza, è stata spedita in Australia, nella piccola città di Shorehaven dove sua madre è cresciuta a pane e surf.
Qui la giovane adolescente ribelle è ospitata dai coniugi Gibson, amici di famiglia, che non riescono a gestire il suo spirito ribelle né il suo desiderio di rientrare quanto prima a New York. Dopo un primo tentativo di fuga fallito, Summer comincia ad abituarsi all’idea di trascorrere l’estate “dall’altra parte del mondo”, si lascia andare e, grazie al suo carattere non tarda a entrare nel giro.
Tra le nuove amicizie c’è quella con Ari, il figlio maggiore dei Gibson, un giovane surfista pieno di talento, che però deve fare i conti con un incidente traumatico.
A Shorehaven Summer passerà un’estate indimenticabile.
La recensione
Surviving Summer è sicuramente una serie dal sapore estivo, da gustarsi nei pomeriggi afosi ma senza troppe aspettative. Questo prodotto risulta, infatti, poco convincente sotto diversi aspetti.
La serie non presenta una trama complessa e ripropone alcuni dei meccanismi del teen-drama adattandoli al contesto: un paesino australiano in cui tutti sono pazzi per il surf, il vero protagonista di questo teen-drama. A questo sport sono dedicati tanti minuti in montaggio e in ogni puntata non mancano scene in cui i protagonisti cavalcano le onde.
I temi trattati sono lo scontro generazionale tra genitori e figli; l’adolescenza come fase ribelle per molti teen-ager; i primi amori; i tradimenti di alcuni amici. Questi argomenti sono affrontati in modo edulcorato e superficiale. Si ha l’impressione che la serie sia rivolta, più che agli adolescenti, ai pre-adolescenti. Basti pensare al fatto che in dieci puntate si vedono solo due casti baci, un po’ pochi considerando la quantità degli amori sbocciati nel gruppo di surfisti.
La serie finisce spesso per essere prevedibile e, di conseguenza, le vicende appassionano fino ad un certo punto e non creano coinvolgimento. Inoltre la narrazione è fuori dal tempo e sembra incoerente rispetto all’epoca in cui viviamo. La tecnologia è relegata a un ruolo marginale: i protagonisti della storia non comunicano mai utilizzando chat o social, per fare un esempio. Lo spettatore ha quasi l’impressione di essere tornato negli anni Novanta, quando, al massimo, per mettersi d’accordo ci si faceva una chiamata telefonica.
Anche la meravigliosa colonna sonora funziona come una capsula del tempo e ha un indiscutibile effetto nostalgia. Da Sweet Disposition dei Temper Trap a Midnight City degli M83 la serie fa fare un dolce-amaro tuffo nel passato. Forse la musica è l’unico elemento “travolgente” della serie.
Che bel tuffo nell’infanzia che ho fatto questo mese con la lettura dei Postumi Letterari! Non che potessi aspettarmi nulla di diverso da Riflessidi Elizabeth Lim, trattandosi di una rivisitazione della storia di Mulan.
Il film d’animazione della Disney è uscito nel 1998. Avevo poco più di sette anni e quando lo vidi al cinema per la prima volta mi piacque, ma ovviamente non potevo capire la portata rivoluzionaria del personaggio femminile protagonista né tutte le sfumature tematiche del racconto. Tutto questo è arrivato con la crescita e leggere il libro della collana A Twisted Talepromossa da Giunti Editore ha rappresentato un altro passo importante per comprendere ancora meglio l’importanza di questa storia.
Non è stata una lettura alcolica. Tra le mani ho avuto una bella Coca-Cola con ghiaccio e limone fresca, zuccherina e frizzante. È sempre un piacere bere questa bevanda anche se la conosci da tanto e sono anni che la vedi in tavola.
Potete ascoltare il mio commento a Riflessi anche su Spotify.
Riflessi: la trama
Il libro si apre nel passo di Tung-Shao, il luogo dell’iconico scontro tra l’esercito degli Unni e quello delle nuove reclute dell’armata cinese. Nelle prime pagine leggiamo quanto già conosciamo: Mulan – o meglio Ping – e i suoi compagni si preparano ad affrontare i barbari in una battaglia corpo a corpo ben consapevoli delle loro limitate speranze di successo. Ad un certo punto, però, Mulan ha un’idea: prende l’ultimo dei razzi rimasto in dotazione al suo gruppo, esce fuori dai ranghi, lo punta contro la montagna e lo accende. L’impatto provoca una valanga che travolge gli Unni uccidendoli. Prima di essere seppellito dalla forza dall’onda di neve, Shan-Yu cerca di ammazzare il soldato che ha causato la sua rovina. Mulan sta per essere colpita quando il suo comandante Li Shang si fa avanti per proteggerla rimanendo gravemente ferito.
I libri raccolti nella collana A Twisted Tale rappresentano delle rivisitazioni delle storie di alcuni film Disney molto famosi. Tra Jafar, Elsa e Anna e la sirenetta, ho scelto Mulan perché si tratta di una delle mie eroine preferite in assoluto.
L’esercito cinese si mette in marcia per la Città Imperiale portando con sé il capitano moribondo. Mulan se ne prende cura affranta dal senso di colpa per non essere riuscita a difendersi. Una notte, mentre sta vegliando su Shang, appare il fantasma del generale Li, il padre del comandante. L’uomo rivela a Mulan che c’è un modo per salvare la vita del figlio: dovrà recarsi nelDiyu, il Regno degli Spiriti, e convincere Re Yama a lasciar tornare l’anima di Shang sulla Terra.
Mulan intraprenderà un viaggio nell’Aldilà guidata dal guardiano della famiglia Li, il leone ShiShi, mettendo a rischio la sua stessa vita pur di salvare il suo capitano. Questa discesa negli Inferi e la progressiva risalita saranno per lei un modo per scoprire il suo vero riflesso, accettarlo e accoglierlo.
Cosa significa guardarsi allo specchio
Il film d’animazione di Mulan, come un po’ tanti classici della Disney, viene ricordato per alcune delle sue canzoni. Farò di te un uomo è una delle più orecchiabili e popolari, ma ce n’è un’altra molto più bella che racchiude il senso di tutta la storia. Si tratta di Riflesso, cantata dalla protagonista appena tornata dal disastroso incontro con la sensale dei matrimoni.
Nel testo della canzone si parla dell’incapacità di riconoscersi nel riflesso che si ha di fronte. Un riflesso spesso distorto dalle aspettative sociali, della famiglia o di quelle che noi stessi abbiamo nei nostri confronti a partire da ciò che abbiamo imparato nel tempo. Per Mulan, che vive da donna in un’epoca in cui i ruoli sociali erano ben definiti, è difficile far emergere ciò che sente e ciò che si desidera perché questo è sempre accompagnato dal biasimo di chi la circonda. Nel film uscito nel 2020 questo tema diventa il fulcro di tutta la storia tanto che viene aggiunto anche il potere magico di Mulan incapace di sbocciare fin quando lei non riuscirà ad accettare davvero se stessa e la sua natura femminile.
Ma questa canzone si adatta anche a tutti e tutte noi. Nonostante in questa nazione siamo giuridicamente liberi di essere ciò che vogliamo, le trappole sociali e affettive che ci girano intorno sono tante. Cresciamo con tanti modelli ideali, di successo che interiorizziamo e vorremmo imitare a tutti i costi. Ma quell’immagine che cerchiamo di noi stessi è davvero quella che desideriamo? È davvero ciò che siamo? O è soltanto un’ombra che ci vuole imprigionare in una forma senza permetterci di essere il flusso vitale che siamo davvero?
Pirandello ci aveva visto giusto quando diceva che noi esseri umani tendiamo a rinnegare la vita e la possibilità di essere mille cose diverse pur di adattarci a un ruolo accettato socialmente. I confini, per il fatto stesso di essere delimitati, sono sicuri, stabili, gestibili. Possono essere limitanti, ma offrono una sorta di protezione nei confronti della vastità, dell’ignoto, di ciò che è costantemente in movimento. Ma è solo in queste situazioni che possiamo vivere la nostra complessità di esseri umani, osservarla e abbracciarla.
La casa di Mulan è un luogo protetto. La maschera di Ping è a suo modo un luogo protetto. Spogliarsi di tutto questo senza sentirsi in colpa per averlo fatto è l’unico modo in cui Mulan può davvero riconoscere se stessa nello specchio.
Come tutto questo è raccontato da Lim
Mulan non è solo la prima eroina in grado di salvare il proprio paese e se stessa senza l’aiuto di un uomo, ma è anche uno dei personaggi Disney che meglio ha raccontato cosa significhi crescere, conoscersi e accettarsi.
Questo è chiaro nel film d’animazione, nella pellicola uscita due anni fa e anche nel libro Riflessi. La storia potrà anche cambiare e sostituire il Regno degli Spiriti alla battaglia nel palazzo dell’imperatore, ma il tema non si cambia. Anche perché sarebbe stato come tradire il personaggio e tutto ciò che rappresenta.
In generale, il libro di Lim si attiene molto all’originale. Sembra quasi aver paura di scombinare troppo le carte in tavola. Ci sono tantissimi rimandi al film d’animazione. Tante piccole citazioni che solo gli e le amanti del lungometraggio sapranno cogliere. Lì dove la scrittrice osa un po’ di più – ovvero nel rapporto tra Mulan e Shang – si finisce per banalizzare una storia d’amore che nasceva come elemento assolutamente secondario (tanto che in Mulan del 2020 scompare del tutto) e si perde l’attenzione sulla protagonista. Per carità, le storie d’amore romantico piacciono sempre. La tenerezza che suscitano è senza paragoni, ma il mondo della narrazione moderna chiede anche altro.
La catabasi
L’elemento più interessante del romanzo Riflessi è la narrazione di una catabasi in piena regola: la giovane Mulan, in carne e ossa, viaggia nel mondo dei morti. Sul suo cammino incontra demoni, che vogliono ostacolarla ritenendo inaudito il suo passaggio tra gli spiriti, e antenati che la guidano e la consigliano sulla strada da intraprendere.
È stato difficile per me non cogliere dei parallelismi con l’esperienza di Dante descritta nellaCommedia. D’altra parte, in entrambi i testi (in modo diverso) si parla di un viaggio di salvezza che parte dal basso e arriva verso l’alto.
Che la scoperta della vita avvenga nel momento in cui si è più prossimi alla morte non è una novità. Tutte le poesie scritte ai tempi di guerra ce lo dicono. Ce lo dicono i due anni di pandemia e la tremenda situazione di guerra che viviamo (anche se a distanza) in Europa oggi. La catabasi è un mezzo che fin dall’antichità si usa proprio per dirci questo.
È bello trovare un libro moderno che racconta di tutto ciò. L’ambientazione fantastica del romanzo con tutti i suoi cambi di scenari è molto interessante e rappresenta uno degli aspetti più carini del libro.
Lo stile
Riflessi è scritto in maniera molto semplice. Lo stile è scorrevole, disimpegnato e adatto al mondo dell’infanzia. Non è un libro che leggi perché hai voglia di un romanzo artisticamente valido, ma per passare il tempo e intrattenerti. Il modo in cui è scritto esaudisce questo desiderio.
Chi dovrebbe leggere Riflessi
Credo che quanto sto per dire di Riflessi valga anche per tutti gli altri romanzi della collana A Twisted Tale. Sono libri che vanno presi in mano da chi è appassionato di film Disney ed è cresciuto con queste storie. Vanno messi nella borsa del mare e letti per rilassarsi. Sono adatti anche a un pubblico di giovanissimi/e per lo stile semplice, ma non so se chi non conosce le storie di partenza potrebbe appassionarsi del tutto alla vicenda. In Riflessi molte informazioni sul passato della protagonista vengono date per scontate e questo potrebbe essere un problema per chi si trova di fronte una storia del tutto nuova.
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Il prossimo appuntamento dei Postumi Letterari
Visto che quest’atmosfera di rivisitazione mi è piaciuta molto, ho deciso di continuare su questa scia anche per il prossimo mese. Solo che al posto dei film Disney, voglio dedicarmi al mito. Ecco perché ho deciso di leggere Il canto di Calliope di Natalie Haynes (Feltrinelli). Questo libro parla della caduta di Troia mettendo in primo piano la voce delle donne che compaiono nell’Iliade sporadicamente.
Non c’è nulla di più classico del racconto omerico e tante sono le storie che sono partire da quei 24 libri nel corso dei secoli. Vediamo cosa ha prodotto la modernità a riguardo.
Abbiamo tempo per leggere il libro fino al 15 luglio, data in cui uscirà la recensione del romanzo. Buona lettura a tutti e a tutte!
Dopo la versione “ibrida” dovuta alla Pandemia, l’Italia si presenta al Mondo con il più grande Festival sull’Innovazione Digitale del Pianeta: dal 16 al 18 giugno il WMF2022 arriva alla fiera di Rimini.
I più lo conoscono come Web Marketing Festival, ma di strada ne ha fatta parecchia, fino a trasformarsi in We Make Future, un evento che non abbraccia non solo il marketing digitale, ma che ospita personaggi di calibro nazionale e internazionale legati alla cultura e all’innovazione.
Lo afferma Cosmano Lombardo, ideatore e Chairman del WMF, che forse “la cosa più difficile è riuscire a comunicare tutte le cose che ci sono all’interno del WMF e lo spirito con cui le facciamo”. L’approdo in fiera è la realizzazione di un sogno nato ben 12 anni fa: un sogno che non poteva prevedere la Pandemia, ma che l’ha addirittura bypassata realizzando il festival in modalità ibrida nel 2020, con una nuova piattaforma streaming progettata ad hoc. E secondo Cosmano, almeno per ora, l’edizione 2020 è stata la più bella, forse proprio perché la più sfidante di tutte. Nel 2022 il WMF si sposta dal Palacongressi alla Fiera di Rimini, traguardando un sogno di 12 anni fa.
Indice
Il podcast Inside WMF
Una fiera internazionale
Organizzata da Search On Media Group, il WMF – We Make Future prevede oltre 100 eventi, 600 tra ospiti e speaker, 77 stage tra sale formative e open stage, partecipanti ed espositori provenienti da più di 26 Paesi, più di 250 espositori nell’area fieristica, oltre a un intero padiglione dedicato a startup e investitori italiani e internazionali.
Sul Mainstage attualità e trend del futuro con personaggi del calibro di Linda Sarsour, Nicola Gratteri, Pif, Andrea Scanzi, Federico Faggin, Stefano Quintarelli, Alan Friedman, Nino Cartabellotta, Mimmo Lucano, Giuliano Pisapia. Tanti gli eventi del mondo dello spettacolo tra concerti e set live con Irama, e Roy Paci. Da segnalare numerose presenze istituzionali all’interno di Future of Italy, per discutere del futuro e della crescita del nostro Paese.
La tre giorni sull’Innovazione
Tre giorni di condivisione, confronto e dialogo, per un Festival dell’innovazione che si conferma il punto di riferimento internazionale per la costruzione di un futuro equo e sostenibile. La decima edizione del WMF – il più grande Festival sull’Innovazione Digitale del Pianeta, scalda i motori con oltre 100 eventi e un parterre di ospiti e speaker mai così denso. Un evento grandioso con cui l’Italia si presenta sul palco mondiale consapevole di poter dare un contributo determinante per la cooperazione internazionale all’insegna dell’innovation diplomacy.
L’appuntamento è il 16, 17 e 18 giugno presso la fiera di Rimini, nuova location della manifestazione organizzata da Search On Media Group e che vede Main Sponsor dell’evento la Regione Emilia-Romagna. L’evento è patrocinato dalla, Regione Emilia Romagna, Comune di Rimini, Comune di Bologna, Agenzia Spaziale Italiana, Sport e Salute Spa, Clust-Er.
Il programma
Con un intenso programma ricco di speech, eventi di formazione, incontri B2B, awards, eventi musicali e ospiti da tutto il mondo, l’edizione 2022 del Festival si configura come la più ricca ed ambiziosa mai realizzata. Tantissime le novità del WMF2022, a partire dall’Innovation Fair con I nuovi spazi della fiera, che vanterà oltre 250 espositori per una fotografia attuale dello stato dell’imprenditorialità e dell’innovazione digitale – italiana e internazionale – e che fanno guadagnare all’evento più importante sulla formazione digitale – con 77 stage, più di 600 gli speaker e gli ospiti presenti – anche il titolo ufficiale di Fiera internazionale.
Partner ed espositori
Tra i partner e gli espositori Intel, Aruba, Huawei, Enel, Rai, ESA – Agenzia spaziale Europea, Chora Media, Ministero della Cultura, Mediaset Infinity, Mailchimp, Storyblock, Nexi, ISIPM, Mediaset Infinity, Manzoni, SiteGround, OPLON, SAP, Sprinklr, Active Powered, EURid e Il Sole 24 Ore. RDS è radio partner dell’evento.
Oltre 100 eventi in tre giorni, tra questi il WMF Future Show, che ospiterà tecnologie mai viste prima in Italia con dimostrazioni live, la possibilità di interagire con dispositivi tecnologici ancora sperimentali, e momenti di spettacolo. All’interno degli spazi fieristici atteso il primo volo in Italia – in esclusiva al WMF – del Jet Suit Flight Display di Gravity oltre alla presenza del robot umanoide Sophia – che co-condurrà alcuni panel del Mainstage. Le novità riguardano anche iCub, il robot umanoide dell’Istituto Italiano di Tecnologia, il cane della Boston Dynamics Spot e la band dei One Love Machine. Tra gli altri eventi anche la Digital Job Fair, la fiera sulle professioni digitali con momenti dedicati allo smart working e ai colloqui di lavoro.
Startup Fest
Un intero padiglione ospiterà il World Startup Fest, evento dedicato al mondo startup, scaleup e a investitori ed incubatori pronti ad incontrare nuove aziende e le loro idee innovative. Numerose le delegazioni di investitori e startup presenti da Croazia, Grecia, Repubblica Ceca, Spagna, Francia, Libano, Iraq, Egitto, Arabia Saudita, Serbia, Polonia, Israele e Portogallo. L’evento, divenuto nel tempo il punto di riferimento internazionale del settore, ospiterà infatti oltre 300 tra startup e investitori nazionali ed internazionali in uno spazio dedicato ai pitch delle startup e all’incontro sia a livello B2B che per i visitatori presenti in fiera. Attesissima inoltre la Finale della Startup Competition Internazionale più grande d’Italia – condotta anche quest’anno da Cosmano Lombardo e Diletta Leotta – che vedrà sfidarsi 6 progetti innovativi che si contenderanno gli 800.000 Euro di montepremi in palio. La vincitrice e altre 2 startup inoltre voleranno al Disraptors Summit di Praga. Da segnalare infine, all’interno di Scaleup for Future, la presenza di Roboze, azienda italiana selezionata come Technology Pioneers dal World Economic Forum.
Mainstage
Sul Mainstage – palco principale del WMF – attesa per la Cerimonia di Apertura che si terrà giovedì 16 giugno alle ore 9:45 in cui sono attesi ospiti e artisti a sorpresa. Durante la tre giorni saranno affrontati argomenti di attualità e individuati i trend del futuro con un folto parterre di ospiti provenienti da tutto il mondo tra cui Nicola Gratteri e Pif che parleranno di lotta alla mafia, e ancora Linda Sarsour, Andrea Scanzi, Federico Faggin, Stefano Quintarelli, Alan Friedman, Nino Cartabellotta, Siyabulela Mandela, Pupi Avati e Alessio Cremonini, regista di “Sulla Mia Pelle”. A presentare il Festival nella prima giornata la russa Natasha Stefanenko e l’ucraina Anna Sanfroncik, per un messaggio di pace e condivisione che sarà lanciato direttamente dal palco del WMF.
“We Make Future è un acronimo che pone un’attenzione concreta sui giovani, sull’innovazione e sul futuro: 3 keyword di cui oggi abbiamo davvero bisogno” ha spiegato Stefano Quintarelli, intervenuto nella conferenza stampa di lancio del WMF. “Sono onorato di essere presente sullostesso palco che ospiterà Federico Faggin, poco noto ai più ma inventore della tecnologia che ha dato il via alla microelettronica”.
Le tipologie di biglietti disponibili
Per permettere ai partecipanti di organizzare al meglio la propria partecipazione al WMF sono a disposizione diverse tipologie di ticket: oltre al classico Full ticket, che permette di prendere parte a tutti gli eventi del WMF, compresi quelli formativi, vi sono il Fiera ticket, con accesso all’area fieristica, a 21 open stage, allo Startup District e i momenti musicali, e il Visitor ticket, che, permette di assistere a tutti gli eventi che si tengono in fiera, tranne che alle sale formative.
Per potenziare il networking inoltre è stata ottimizzata la piattaforma dedicata ibrida.io, con cui sarà possibile, per tutti i partecipanti e le aziende, fissare meeting e contattare le persone.
Dal 2004 l’azienda ha l’obiettivo di diffondere la cultura digitale gestendo community, supportando attività di condivisione e svolgendo consulenza strategica e operativa, con il reparto Search On Consulting, nel settore del Digital Marketing e della Digital Transformation per grandi aziende. Dall’esperienza e dalla professionalità di Search On Media Group nascono poi la Business Unit Education – che organizza il WMF e altri eventi formativi – e la piattaforma ibrida.io – che gestisce eventi online, ibridi e offline, in modo personalizzabile e flessibile.
Basata sulla storia tratta dalla raccolta Vampires Never Get Old: Tales With Fresh Bite di V. E. Schwab e prodotta insieme a Felicia D. Henderson, Emma Roberts e Karah Preiss, First Kill con i suoi otto episodi arriva su Netflix per raccontare il tormentato amore tra una cacciatrice e una vampira.
Il trailer
La trama
I fan del Buffyverse saranno già in fibrillazione date le premesse: il teen drama ha come protagonista la relazione tra due adolescenti, riecheggiando l’amore proibito che Buffy e Angel hanno portato nel piccolo schermo durante i primi anni Duemila. C’è molto di Buffy nella serie, ma First Kill risente anche delle influenze di The Vampire Diaries e Twilight, inserendo in scena le ricche famiglie di antichi vampiri e le loro consolidate tradizioni. In Buffy, esclusa una comparsata di Dracula, i vampiri erano sempre rimasti relegati a una dimensione molto meno alto borghese.
Calliope e Juliette is the new Romeo e Giulietta
Calliope (Imani Lewis) è figlia di una famiglia di cacciatori di mostri, Juliette (Sarah Catherine Hook) è l’erede di una stirpe di vampiri “Originali”: questa tipologia di succhia sangue, oltre a essere più forte della media, può vivere alla luce del sole e quindi confondersi con gli umani molto facilmente.
Le due ragazze si incontrano a scuola e si piacciono dal primo momento: la loro passione scoppierà nonostante la natura avversa portando con sé una serie di tragici eventi. Per certi versi Juliette ricorda un po’ Angel, il vampiro con l’anima che non vuole uccidere per nutrirsi, mentre Calliope ricorda molto Kendra, la cacciatrice apparsa nella seconda stagione di Buffy, una ragazza totalmente dedita alla sua missione.
Da un lato, quindi, c’è una cacciatrice consapevole della propria natura, dall’altra, invece, c’è una vampira che non sa ancora bene qual è il suo posto nel mondo, tanto da iniziare a pensare di voler tornare umana. Il loro amore esplicitamente shakesperiano – dal nome della protagonista ai versetti citati durante gli episodi – riecheggia proprio quello di Romeo e Giulietta: le famiglie si opporranno fortemente all’unione delle due, anche se alla fine saranno costrette a collaborare per forze di causa maggiore.
Alcuni tratti distintivi della serie
First Kill ripercorre tutte le fasi del primo amore mentre la lotta tra vivi e non-morti fa da cornice: i componenti delle due famiglie diventano protagonisti della storia, inghiottiti dal vortice della passione adolescenziale. Finiscono sotto i riflettori, quindi, anche le due coppie di genitori: se Calliope ha una famiglia amorevole, Juliette fa parte di un antico matriarcato dove conservare le apparenze sembra essere fondamentale per la sopravvivenza. Ma anche in tal senso, i genitori di Juliette sapranno stupire, senza mai rinnegare una natura profondamente egoista che li vede più coinvolti nella loro relazione che nell’affetto nei confronti dei figli.
Come sono importanti le famiglie, nella serie è molto importante la comunità: uno dei momenti più esilaranti è quello in cui le mamme di Savannah decidono di formare un’associazione contro i vampiri, le M.A.A.M (Mothers Against All Monsters), e ricevere formazione da parte di uno dei fratelli di Calliope per poi cantare a squarcia gola Shania Twain mentre affilano paletti in giardino.
Tra drammi, melodrammi e qualche punta di comicità, la pecca maggiore della serie forse è la reale mancanza di suspense. Da un certo punto di vista è come se avessimo già visto tutto: l’amore tormentato, il dissidio familiare, la lotta per l’emancipazione e la sopravvivenza. Forse mancava solo la componente queer all’appello del già visto, ma anche questa ormai non è più una novità.
L’obiettivo principale di queste puntata, la missione primaria è salvare Leila, rapita da Reva/Terza Sorella e portata a Noor, nella roccaforte degli Inquisitori. Obi però deve riprendersi dopo lo scontro con Darth Vader, ma per la piccola i tempi sono molto stretti e quindi il Jedi è presto pronto per andare nella pancia del nemico e riportare la giovane a casa.
Questa volta però, oltre a Tala, ci sono anche altri guerrieri ad aiutarlo: coloro che sostengono i Jedi, coloro contrari all’Impero, coloro che utilizzano “il cammino”…
Qui si prova a fare – forse per la prima volta dalla fine della Repubblica – una prima incursione sotto mentite spoglie nel covo del nemico: un covo dove Obi-Wan scopre un’atroce verità. Leia intanto viene interrogata e prova a resistere a Reva, che prova a condizionarla e poi anche di torturarla. Ben e Tala però riescono nel loro intento, lasciando la Terza Sorella a bocca asciutta. La cosa ovviamente fa infuriare il lord dei Sith, ma Reva ha un asso nella manica…
Seguitano i rimandi del mondo precedentemente creato dall’universo di Star Wars.
Ritorna la vasca di Bacta, che ha rigenerato personaggi in tutte le trilogie, così come il protagonista di The Book of Boba Fett. Ci sono anche alcuni rimandi alla serie animata Clone Wars, così come ad alcuni videogiochi (si pensi ad alcune comparse e alla fortezza di Noor).
La volontà di questa puntata, nonostante la brevità, è il passare dalla trilogia prequel a quella classica. O per lo meno, provarci. Alcuni fan già stanno parlando di una sceneggiatura piatta, incoerente e soprattutto non attenta alla linearità della storia. Io, sinceramente, credo ancora che la storia possa ancora sorprendere e…mancano ancora due puntate per poter decidere chi ha torto o ragione.
“Sono di carne e sangue, ma non sono umano, non sono più umano da duecento anni“
Titolo originale: Interview with the Vampire Regista: Neil Jordan Sceneggiatura: Anne Rice Cast Principale: Brad Pitt, Tom Cruise, Kirsten Dunst, Christian Slater, Antonio Banderas, Stephen Rea Nazione: USA
Film e serie sui vampiri ce ne sono veramente tanti. Alcuni scelgono la via dell’horror originale, altri chiedono aiuto a libri e racconti: pensiamo alla fortuna che ha ottenuto nella storia Dracula di Bram Stoker. Tra i film più noti tratti da un libro sull’argomento, è da citare sicuramente Intervista col vampiro di Neil Jordan, tratto dall’omonimo romanzo di Anne Rice.
La trama
Siamo nel 1993. Louis de Pointe du Lac (Pitt) ha deciso di confessare al giornalista Daniel Malloy (Slater) la sua storia. Una storia non terrena, legata al filo l’immortalità e di una natura non-terrena. L’uomo infatti narra che tutto ha inizio a New Orleans nel 1791. La perdita dei suoi cari lo fa vivere nella dissolutezza e nell’autolesionismo, quando una notte una strana figura, Lestat di Lioncourt (Cruise), un vampiro in cerca di un compagno, rende Louis una creatura della notte, rendendolo quindi immortale: motivo per cui nel 1993 l’uomo è lì, pronto per essere intervistato.
Nonostante Lestat – prosegue il racconto – mostri a Louis le gioie e le tecniche del vampirismo, questi non è così adatto alla sua nuova natura: è ancora troppo umano, con una sensibilità troppo profonda e troppo rispettosa della vita umana.
Col tempo però deve rassegnarsi. Una notte infatti si immette in un quartiere dove impervia la peste e qui incontra Claudia (Dunst), che piange sul cadavere della madre. Abbracciandola, Louis decide di morderla e dissanguarla. Lestat invece, fiero della trasformazione dell’amico, compie una terza trasformazione con Claudia, la quale invece si dimostra un’abile cacciatrice.
Il tempo scorre e, nonostante l’apparenza, Claudia muta il suo comportamento: vuole crescere e diventare donna. I due padrini le rivelano che per i vampiri non il tempo non scorre: sarà quindi costretta in eterno a rimanere bambina.
Furia, vendette, viaggi, luoghi che cambiano, altri vampiri, storia e torture si uniscono nel racconto di Louis: cosa vorrà veramente da Daniel? Dove sono ora Lestat e Claudia?
Il trailer
Pubblicato come libro nel 1976, Intervista col vampiro è forse una delle più note pellicole – se non mi azzardo, addirittura la prima – dove la figura del vampiro perde la sua natura malvagia, mostrando dei lati più umani.
Louis e Lestat rappresentano l’eterna lotta tra l’accettazione e il vanto di qualcosa che ci appartiene, che fa parte di noi, della nostra natura, ma che sappiamo essere sbagliata. Nel primo caso, si accetta e si fa in modo di combatterla; nel secondo no.
La realizzazione della pellicola non fu una cosa semplice. In primis, l’adattamento dal libro al film
La storia originale infatti vedeva molti rimandi e allusioni anche all’omosessualità e la Hollywood di allora (come purtroppo quella di oggi) non era pronta ad affrontarla. Pochi sanno infatti che il personaggio di Armand (Banderas), nel libro è poco più di un diciottenne: come rendere il fascino e l’attrazione con Louis? Si decise allora di prendere un attore di un’altra nazionalità, come Banderas.
Pure l’idea di una famiglia formata da due uomini e una bambina preoccupava gli sceneggiatori di offendere i “ben pensanti”. Si provò per un momento di trasformare la parte di Louis in personaggio femminile: si erano già fatti nomi di due Premi Oscar come Cher e Anjelica Huston. Fortunatamente le varie opposizioni della Rice e la paura di una stroncatura da parte dei fan del libro, impedirono questo cambiamento.
Altro tema fu Claudia. Nel libro è una vera e propria bambina, intorno ai 6 anni: come poteva un’attrice così giovane donare quella famelica interpretazione? Si optò allora per un’adolescente Kristen Dunst che, durante le riprese, diede anche il suo primo bacio…a Brad Pitt: esperienza che, nonostante fosse invidiabile da molte sue coetanee, all’epoca la giovane ritenne disgustosa.
Di non poco conto, le scelte tecniche del film
La scenografia della New Orleans settecentesca, ad esempio, fu il risultato – secondo alcuni blog – di un’unione tra set e digitale. Un esempio viene dalle scene sull’acqua: per togliere elementi moderni, come pali della luce, vennero soprapposte in post-produzione delle navi di quell’epoca.
Gli effetti speciali però non servirono solo per la scenografia, ma aiutarono anche in altre scene. Si pensi infatti al taglio della gola di Lestat (tranquilli non è uno spoiler): un profano potrebbe vedere Tom Cruise, ma nella realtà è un doppio animatronic di Stan Winston, genio degli effetti speciali, che l’anno precedente aveva vinto il suo 4° Oscar con Jurassic Park.
La casa con la piantagione di Louis a New Orleans è vera e ben nota ad Hollywood: la Oak Alley Plantation, infatti, era stata in passato già usata per film cult, come Piano…piano, dolce Carlotta di Aldrich del ’64; e film tv, come il rifacimento del 1985 de La lunga estate calda.
Interessante anche parlare del trucco. Il primo fu il risultato – pare – di un curioso metodo, per quanto concerne tutti i vampiri: appenderli a testa in giù, per permettere il rigonfiamento dei vasi sanguigni.
Un altro imprevisto da considerare fu il ruolo di Molloy. All’inizio delle riprese, infatti, il personaggio era interpretato da River Phoenix, che morì durante le riprese. Sostituirlo non fu facile, ma Slater accettò e fu un degno erede, tanto che non si dimenticò di River: infatti – si racconta – che donò parte o tutto il suo cachet alle associazioni che l’attore sosteneva.
I due protagonisti furono anche loro un grande impegno
In primis, Tom Cruise. Questi dovette convincere l’autrice che era degno della parte. La prima scelta era Jeremy Irons, il quale – da poco uscito dalle riprese de La casa degli spiriti – non voleva ripetere nuovamente un set con molte ore di trucco alle spalle. Sorte analoga toccò a Johnny Depp e Tom Hanks, che invece scelse di prendere i panni di Forrest Gump, vincendo per il secondo anno consecutivo l’Oscar come Miglior Attore.
Cruise però riuscì ad ottenere la parte, convincendo in seguito anche la titubante Anne Rice. Si dice che, per meglio donare al suo personaggio il giusto carattere predatorio, passò giornate intere a vedere…documentari naturalistici sulla caccia dei leoni alle zebre.
Brad Pitt invece, non amò mai il progetto
L’attore infatti odiava le lunghe attese al trucco e non gli piaceva girare molte scene al buio. L’attore stesso infatti in un’intervista disse che, se non fosse stato per l’enorme penale che avrebbe dovuto ridare per rompere il contratto, aveva intenzione di lasciare il progetto in sospeso e andarsene.
3 motivi per vedere il film
La fotografia di Philippe Rousselot
I costumi di Sandy Powell
La regia di Neil Jordan, che dona a tutta la storia un’aria più cupa di quanto la si possa immaginare
Quando vedere il film
È gotico con una bella storia alle spalle. Invernale, la sera.
Francesco Fario
Un altro film cult sui vampiri che potrebbe piacerti
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