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“Google Liquido – Verso una nuova internet”: il nuovo libro di Giorgio Taverniti

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192 pagine rivoluzionarie per spiegare una volta per tutte le reali opportunità di business del motore di ricerca

Google è cambiato, si è fatto liquido”, con questa frase Giorgio Taverniti, uno dei massimi esperti della SEO e del Digital Marketing, presenta il suo ultimo libro nel sito internet omonimo.

Sono passati dieci anni dal suo libro SEO Power, ma non è un caso: Google Liquido è il frutto esperimenti, esperienza e riflessione, ma anche di ripensamenti. Il libro, edito per i tipi di Hoepli, è la summa di uno studio decennale su un cambiamento tanto lento quanto impattante. Non è un manuale solo per tecnici, è un testo per capire la rivoluzione di Google, che, da motore di ricerca, si evoluto in un vero e proprio ecosistema liquido stravolgendo tutte le attività del Digital Marketing. Il problema è che non tutti se ne sono accorti… ancora!

 “Siamo fermi al 2007”

Google Liquido inizia con questa provocazione per riempire un vuoto di conoscenza e si rivela un libro di pensiero necessario per chi fa SEO, per chi la vende, ma anche per tutti i professionisti del Digital Marketing, della Comunicazione e del Giornalismo, inclusi i nuovi editori digitali, a cui non dovrebbero sfuggire le nuove potenzialità di business presenti sul motore di ricerca. Cos’è una risorsa? Qual è la nuova “tv del mondo”? E soprattutto: quali sono i nuovi social di Google? Queste sono le nuove domande che dovrebbero prendere piede al posto degli equivoci che sentiamo ancora oggi, come: dove devo inserire la parola chiave? Quante parole devo inserire per far posizionare un pagina?

Perché se Google è liquido, la SEO arriva ad abbracciare tutto e tutti: chi crea contenuti, chi li organizza, chi li condivide e anche chi li cerca. E quindi è un libro anche per gli utenti curiosi, quelli che ne vogliono sapere di più sulla misteriosa barra di ricerca che ogni giorno risponde  alle loro domande come un oracolo moderno.

Anche il libro è liquido

Google Liquido è un libro, ma anche un progetto di divulgazione: saranno prodotti ebook, video e podcast per approfondire i temi trattati e naturalmente c’è la FastLetter di Giorgio per restare sempre aggiornati su tutte le novità del settore. Dulcis in fundo, per chi avesse qualche dubbio sul libro, c’è il forum Connect.gt per confrontarsi direttamente con l’autore e con tutta la community!

Dove acquistare Google Liquido

Google liquido è acquistabile su Amazon o presso lo store di Hoepli e sarà presentato ufficialmente al Web Marketing Festival 2022.

Chi è Giorgio Taverniti | Hoepli

Riconosciuto come uno dei massimi esperti della SEO e del Digital Marketing, Giorgio Taverniti è stato autore di uno dei primi libri in materia, SEO Power (Hoepli, 2010), e del primo Corso Online SEO realizzato in Italia. Fondatore insieme a Cosmano Lombardo e Andrea Pernici di Search On Media Group, dal 2004 si occupa di supportare persone e realtà nei processi di digital transformation, attraverso attività consulenziali, formative e divulgative.

La sua attività di formatore e divulgatore si traduce nella fondazione e costruzione, insieme al Team di Search On Media Group, di eventi formativi in ambito digital, il più noto dei quali è WMF – Il più grande Festival sull’Innovazione Digitale del Pianeta.

Giorgio, inoltre, cura il canale YouTube “Fast Forward” e la newsletter “FastLetter”, fonti di aggiornamento continuo sui temi di sua competenza, perché al centro di tutta la sua variegata attività c’è sempre la necessità di condividere idee e conoscenza, creando luoghi di incontro, sia fisici sia online, per appassionati, esperti e colleghi.

Viaggi nell’antica Roma 2022: dal 2 giugno spettacoli notturni ai Fori Imperiali

Torna nella Capitale l’iniziativa Viaggi nell’antica Roma, il progetto multimediale per rivivere la storia del Foro di Augusto e del Foro di Cesare. Il progetto è promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e prodotto da Zètema Progetto Cultura. Ideazione e cura di Piero Angela e Paco Lanciano con la storica collaborazione di Gaetano Capasso e con la Direzione Scientifica della Sovrintendenza Capitolina.

Quando?

Dal 10 giugno al 2 ottobre 2022, ogni sera due straordinari spettacoli multimediali.

Di che si tratta?

Gli spettatori potranno tornare a godere di una rappresentazione emozionante e allo stesso tempo ricca di informazioni dal grande rigore storico e scientifico, accompagnati dalla voce di Piero Angela e dalla visione di magnifici filmati e proiezioni che ricostruiscono i due luoghi così come si presentavano nell’antica Roma.

I due spettacoli– fruibili in audiocuffia con ascolto in 8 lingue (italiano, inglese, francese, russo, spagnolo, tedesco, cinese e giapponese) –hanno modalità di fruizione differenti esi svolgeranno nel rispetto della vigentenormativa sulle misure riguardanti il contrasto e il contenimento del diffondersi del Covid-19.

Le repliche

Per il “Foro di Augusto” sono previste tre repliche ogni sera (durata 40 minuti) mentre per il “Foro di Cesare” è possibile accedervi ogni 20 minuti (percorso itinerante in quattro tappe, per la durata complessiva di circa 50 minuti, inclusi i tempi di spostamento).

Dove acquistare i biglietti

I biglietti possono essere preacquistati onlinesul sito www.viaggioneifori.itoppure direttamentesul postoe nei Tourist Infopoint.Per i possessori della MIC card e della Roma Pass è previsto il biglietto d’ingresso ridotto.

Alla scoperta del Foro di Augusto

Allo spettacoloal Foro di Augusto si assiste stando seduti su tribune allestite lungovia Alessandrina. Attraverso una multiproiezione di luci, immagini, filmati e animazioni, il racconto di Piero Angela si sofferma sulla figura di Augusto, la cui gigantesca statua, alta ben 12 metri, era custodita accanto al tempio dedicato a Marte Ultore. Con Augusto, Roma ha inaugurato un nuovo periodo della sua storia: l’età imperiale è stata, infatti, quella della grande ascesa che, nel giro di poco più di un secolo, ha portato Roma a regnare su un impero esteso dall’attuale Inghilterra ai confini con l’odierno Iraq, comprendendo gran parte dell’Europa, del Medio Oriente e tutto il Nord Africa. Queste conquiste portarono all’espansione non solo di un impero, ma anche di una grande civiltà fatta di cultura, regole giuridiche, arte. In tutte le zone dell’Impero ancora oggi sono rimaste le tracce di quel passato, con anfiteatri, terme, biblioteche, templi, strade.

Dopo Augusto, del resto, altri imperatori come Nerva e Traiano lasciarono la loro traccia nei Fori Imperiali costruendo il proprio Foro. Roma a quel tempo contava più di un milione di abitanti: nessuna città al mondo aveva mai avuto una popolazione di quelle proporzioni. Era la grande metropoli dell’antichità: la capitale dell’economia, del diritto, del potere e del divertimento.

Alla scoperta del foro di Cesare

Lo spettacolo all’interno del Foro di Cesare è itinerante. Si accede dalla scala situata accanto alla Colonna Traiana e si attraversa poi il Foro di Traiano su una passerella realizzata appositamente. Attraverso la galleria sotterranea dei Fori Imperiali si raggiunge quindi il Foro di Cesare e si prosegue così fino alla Curia Romana.

Il racconto di Piero Angela, accompagnato da ricostruzioni e filmati, parte dalla storia degli scavi realizzati tra il 1924 e il 1932 per la costruzione dell’allora Via dell’Impero (oggi Via dei Fori Imperiali), quando un esercito di 1500 muratori, manovali e operai fu mobilitato per un’operazione senza precedenti: radere al suolo un intero quartiere e scavare in profondità tutta l’area per raggiungere il livello dell’antica Roma. Quindi si entra nel vivo della storia partendo dai resti del maestoso Tempio di Venere, voluto da Giulio Cesare dopo la vittoria suPompeo e si può rivivere l’emozione della vita del tempo a Roma, quando funzionari, plebei, militari, matrone, consoli e senatori passeggiavano sotto i portici del Foro. Tra i colonnati rimasti riappaiono le taberne del tempo, cioè gli uffici e i negozi del Foro e, tra questi, il negozio di un nummulario, una sorta di ufficio cambio del tempo. All’epoca c’era anche una grande toilette pubblica di cui sono rimasti curiosi resti. Per realizzare il suo Foro, Giulio Cesare fece espropriare e demolire un intero quartiere per una spesa complessiva di 100 milioni di aurei, l’equivalente di almeno 300 milioni di euro. Accanto al Foro fece costruire la Curia, la nuova sede del Senato romano, un edificio tuttora esistente e che attraverso una ricostruzione virtuale è possibile rivedere come appariva all’epoca.

In quegli anni, mentre la potenza di Roma cresceva a dismisura, il Senato si era molto indebolito e fu proprio in questa situazione di crisi interna che Cesare riuscì a ottenere poteri eccezionali e perpetui. Grazie al racconto di Piero Angela si potrà conoscere più da vicino quest’uomo intelligente e ambizioso, idolatrato da alcuni, odiato e temuto da altri.

Altre Informazioni

Spettacolo al Foro di Augusto

Tribune lungo via Alessandrina, lato largo Corrado Ricci

Orari

Dal 10 giugno al 31 luglio: tutti i giorni ore 21.15 – 22.15 – 23.15

Dal 1° al 31 agosto: tutti i giorni ore 21.00 – 22.00 – 23.00

Dal 1° settembre al 2 ottobre: tutti i giorni ore 20.15 – 21.15– 22.15

In caso di pioggia gli spettacoli sono sospesi.

Durata

40 minuti a replica

Posti disponibili

max 188 persone a replica

Biglietti


Preacquisto online su
www.viaggioneifori.itoppure al call center 060608 (attivo tutti i giorni ore 9.00-19.00). Acquisto anche sul posto e presso i Tourist Infopoint.

Intero: € 15,00; – Combinato con Foro di Cesare € 25,00

Ridotto: € 10,00 – Combinato con Foro di Cesare € 17,00

La riduzione è prevista per: gruppi (superiori alle 10 unità),Forze dell’Ordine, militari, insegnanti, giornalisti, under 26, possessori di MIC card e Roma Pass.

Gratuito: disabili e accompagnatori, guide turistiche, bambini di età inferiore ai 6 anni

Disabili: previsti, su apposite pedane, 4 posti per ogni replica

(nel numero dei posti sono compresi anche gli accompagnatori)

Spettacolo al Foro di Cesare

Accesso dalla scala situata all’ingresso del Foro di Traiano, in prossimità della Colonna Traiana

Orari

Dal 10 giugno al 31 luglio: tutti i giorni dalle ore 21.00 alle 23.00 (ogni 20 minuti)

Dall’1 al 31 agosto: tutti i giorni dalle ore 20.40 alle 23.00 (ogni 20 minuti).

Dal 1° settembre al 2 ottobre: tutti i giorni dalle ore 20.00 alle 22.20 (ogni 20 minuti).

In caso di pioggia gli spettacoli sono sospesi.

Durata

50 minuti

Posti disponibili

max 50 persone a replica (ogni 20 minuti)

Biglietti

Preacquisto online su www.viaggioneifori.itoppure al call center 060608 (attivo tutti i giorni ore 9.00-19.00). Acquisto anche sul posto e presso i Tourist Infopoint.

Intero: € 15,00 – Combinato con Foro di Augusto € 25,00

Ridotto: € 10,00 – Combinato con Foro di Augusto € 17,00

La riduzione è prevista per: gruppi (superiori alle 10 unità), Forze dell’Ordine, militari, insegnanti, giornalisti, under 26, possessori di MIC card e Roma Pass.

Gratuito: disabili e accompagnatori, guide turistiche, bambini di età inferiore ai 6 anni

Per spettacoli in esclusiva scrivere a viaggioneifori@060608.it

Jurassic World – Il dominio: una presa in giro di dimensioni giurassiche

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Jurassic World? Non sono un fan!”. Voglio iniziare così: mettendo fin da subito le cose in chiaro e, per farlo, ho deciso di prendere in prestito una battuta che Ian Malcom, lo studioso del caos per eccellenza, dirà all’interno del sesto capitolo del franchise di Jurassic Park.

Nel bene o nel male, nel 2015 Jurassic World aveva dato il via alla nuova trilogia ispirata al romanzo di Michael Crichton, permettendo a vecchi e nuovi spettatori di visitare un parco a tema giurassico da sogno, tramutatosi ancora una volta in un incubo mortale. Tra sequel, reboot e omaggio all’iconico film di Steven Spielberg, la forza della nuova narrativa stava in un rapporto uomo-dinosauro in parte inedito. Se non siamo rimasti stupiti nel vedere ancora una volta l’essere umano che gioca a fare Dio, ostinandosi a fare esperimenti scellerati con il DNA animale, lo siamo rimasti di fronte al protagonista di questa trilogia: Owen Grady, interpretato da Chris Pratt. L’addestratore di Velociraptor portava con sé tutta la novità di questa fase, mostrando empatia e rispetto verso gli esseri preistorici, lasciando sottotraccia un messaggio ambientalista che sarebbe poi stato ampliato in seguito.
Una scelta azzardata, dato che la narrativa si basa sulla vicinanza a esseri straordinariamente pericolosi quale il T-Rex e compagni. Se imbocchi quel cammino, tu sceneggiatore devi essere consapevole di trovarti nel bel mezzo di un campo minato; cosa che probabilmente Colin Trevorrow, burattinaio dell’intera trilogia, non ha realizzato.

In Jurassic World – Il regno perduto, l’imminente eruzione vulcanica a Isla Nublar pone la società di fronte a un dilemma etico importante: i dinosauri, che l’uomo ha riportato artificialmente in vita, meritano di essere salvati?
Come ben sappiamo, e come abbiamo già visto anche nella trilogia originale, il ritorno sull’isola giurassica è obbligato ma, puntualmente, c’è un disegno oscuro alle spalle dei preistorici animali. Ancora una volta il “milionario cattivone” si è esposto per salvare le specie preistoriche da morte certa unicamente per scopi personali: venderli al miglior offerente, creare ibridi in laboratorio, addestrare armi letali senzienti che possano fedelmente rispondere agli ordini del loro umano padrone.
Non è molto originale, vero? Le già fragili basi poste con il reboot del 2015 iniziarono pericolosamente a vacillare ma la speranza era data dall’unico, vero obiettivo del quinto capitolo del franchise: liberare i dinosauri tra gli uomini.

Ed eccoci finalmente arrivati a Jurassic World – Il domino, il capitolo conclusivo di questo viaggio rocambolesco che, come dice lo stesso titolo, avrebbe dovuto mettere in palio il titolo di “specie dominante sul pianeta”. L’umanità avrebbe dovuto affrontare il dilemma più grande, trovandosi a condividere il pianeta con una minaccia pericolosa e imprevedibile.
Purtroppo, non è stato nulla di tutto ciò.

Hai fatto una promessa a un dinosauro?

Sono passati quattro anni dall’eruzione del vulcano di Isla Nublar e i dinosauri hanno iniziato a vivere a stretto contatto gli esseri umani. Immediatamente, è nato un mercato nero per la compravendita degli animali giurassici, così come veri e propri allevamenti intensivi. Claire Dearing e Owen Grady (Bryce Dallas Howard e Chris Pratt) portano avanti una lotta personale per sabotare questi traffici, cercando di portare in luoghi sicuri i dinosauri che vivono allo stato brado.

Tuttavia, l’impegno primario della coppia protagonista è quello di tenere al sicuro la piccola Maisie (Isabella Sermon), ricercata per la sua natura di clone della figlia di Sir Lockwood. Il desiderio di libertà della ragazza la porterà dritta tra le grinfie di un gruppo di bracconieri intenti a pedinare Owen per scoprire la posizione di Blue, il Velociraptor addestrato a Jurassic World che, nel frattempo, ha dato alla vita un cucciolo: Beta. Entrambe verranno rapite e l’ex addestratore prometterà a una furiosa Madre-Raptor che farà qualsiasi per riportarle entrambe a casa, sane e salve.

Dall’altra parte dello stato, la dottoressa Ellie Sattler (Laura Dern) sta indagando su una specie mutante di locusta che minaccia di distruggere l’intera catena alimentare. Le ricerche portano dritte alla Biosyn, una multinazionale guidata da un visionario multimilionario che ha riunito tra le Dolomiti centinaia di dinosauri, per poterli proteggere e studiare. L’ex paleobotanica si rivolge dunque alla vecchia conoscenza Alan Grant (Sam Neill) per aiutarla a intrufolarsi nei laboratori della Biosyn, sfruttando l’invito di un vecchio amico che lavora nella struttura alpina: Ian Malcom (Jeff Goldblum).

Nessuno ha parlato di insetti..!

Anche questa è una citazione tratta direttamente dal Jurassic World – Dominion. Una battuta che rende evidente quanto la produzione sia perfettamente conscia di non aver mostrato al pubblico quanto aveva promesso. Nei vari trailer che hanno anticipato l’uscita nelle sale, così come in tutta la campagna di marketing, nessuno aveva mai parlato di locuste giganti con DNA risalente al cretaceo. E non è di certo l’aver tenuto nascosta la vera linea narrativa il principale il problema. L’errore sta nel fatto di aver promesso, già 4 anni fa, di portare sul grande schermo la grandezza e la letalità della specie più pericolosa che abbia mai camminato sul pianeta nel mondo dell’uomo moderno (ricordiamo l’attacco di pteranodonti a Las Vegas al termine di Il regno perduto), riducendola poi a una mera comparsata.

Intitolando il sesto lungometraggio “Il dominio”, si ammicca pesantemente a una difficile convivenza tra specie che andrà a riscrivere, nel bene o nel male, gli equilibri dell’intero ecosistema. Peccato che, in questo sesto capitolo, i dinosauri sono un contorno, e nessuna delle azioni dei protagonisti è legata al loro futuro o alle azioni di questi nel mondo degli uomini. Persino il fatto che Owen vada alla ricerca della piccola Raptor, non è altro che una “quest secondaria” della missione principale: ritrovare Maise.

Chi si aspettava dunque di vedere gli animali giurassici protagonisti di distruttive camminate tra palazzi, ponendo l’umanità di fronte a difficili scelte etiche, rimarrà enormemente deluso. Ancora una volta, la sceneggiatura di Colin Trevorrow è priva di originalità, riportando il tutto al filantropo pazzo che riunisce i dinosauri in un unico luogo per i suoi discutibili scopi. Come se non bastasse, siamo di fronte a un multimilionario mal scritto e macchiettistico, interpretato da un Campbell Scott costretto a portare sul grande schermo una palese versione caricaturale di Tim Cook.

A nulla serve il ritorno del famigerato trio composto da Sam Neill, Laura Dern e Jeff Goldblum vittime sacrificali di una narrativa scadente, assoldati unicamente per alleviare i dolori degli appassionati di lunga data. Attraverso molte delle loro battute, ci si rende conto che la sceneggiatura di Trevorrow si sbeffeggia da sola, ammettendo in più occasioni di essere consapevolmente inadeguata.

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

Non si tratta unicamente del discutibile valore del contenuto, ma anche della maldestra gestione dei tempi e delle modalità di racconto. Allo spegnimento delle luci in sala, segue un banale servizio televisivo che ha l’obiettivo di ricapitolare la situazione post Isla Nublar e spiegare allo spettatore tutto quelle che deve sapere sulla nuova minaccia (ovviamente non mi riferisco ai dinosauri, ma alla multinazionale di turno e al suo scellerato leader). Una trovata facile che dimostra fin da subito la poca cura intellettuale dietro il lungometraggio che avrebbe dovuto salvare la “Trilogia World”.

Lo dimostra anche il fatto che, con l’esclusione del nostalgico momento di ritrovo tra gli storici Ellie Sattler e Alan Grant, il primo atto è a dir poco soporifero, risultando eccessivamente didascalico nell’intavolare la narrazione e incapace di far realmente interessare chi guarda alle sorti della piccola Maise o dei protagonisti di questa nuova fase. Il tutto è dato dall’incapacità di non aver saputo creare delle solide basi nei capitoli precedenti, rendendo il ritorno sullo schermo di Laura Dern e Sam Neill, così come le sequenze con la comparsa di qualche sporadico dinosauro, l’unico motivo per continuare la visione.

Tuttavia, la situazione non migliora in seguito e, come abbiamo già visto, la sceneggiatura svela tutti i suoi cliché e la pigrizia nel non volere davvero dare una svolta al franchise. Tra dinosauri che pesano svariati quintali presi al lazo e portati a spasso come se nulla fosse; tra i nostri eroi che dopo i più disparati incontri, tuffi in acque gelide e schianti mortali restano sempre belli, puliti, asciutti e incolumi, non possiamo di certo aspettarci troppo attenzione ai dettagli. Infatti, anche tutta la parte tecnica è rivedibile nelle scelte sceniche e di costumi, con l’eccezione della computer grafica nel terzo atto che sfodera più di qualche bella sorpresa.

La conclusione della trilogia sequel dell’universo Jurassic è dunque un fallimento su tutta la linea capace, in questo sesto capitolo, di ritrovare le vibes dell’opera originale in una sola scena, dove una credibile Bryce Dallas Howard è costretta a immergersi in uno stagno per aver salva la vita.

Portare una narrazione su scala globale era indubbiamente di difficile realizzazione, ma si poteva e si doveva puntare alla spettacolarizzazione dell’incontro tra i mastodontici dinosauri e l’insuperabile delirio di onnipotenza dell’essere umano, andando così a chiudere con convinzione una trilogia maldestra. Quello che è stato distribuito nelle sale cinematografiche è invece il risultato di una partita che non si è nemmeno scelto di giocare. Non è sufficiente riempirsi la bocca un messaggio ambientalista sacrosanto per rendere accettabile una produzione di questo tipo che, come se non bastasse, sbeffeggia lo spettatore negli ultimi minuti conclusivi mostrandogli finalmente ciò che era stato promesso. Con la loro gigantesca presenza sul grande schermo, i dinosauri hanno la capacità di ridimensionare l’ego dell’essere umano e questo gli ha da sempre permesso di scrivere pagine importanti della Storia del Cinema e della cultura pop contemporanea. Purtroppo, però Jurassic World – Dominion non lascerà nulla, se non il desiderio di essere dimenticato il più presto possibile.

Michele Finardi

“Inedita”. Vivian Maier in mostra ai Musei Reali di Torino

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Dal 9 febbraio 2022, le Sale Chiablese dei Musei Reali di Torino ospitano la mostra di Vivian Maier (1926-2009), una delle massime esponenti della cosiddetta street photography.

Come si intuisce dal titolo “Inedita”, l’esposizione che giunge in Italia dopo una prima tappa al Musée du Luxembourg di Parigi (15 settembre 2021 – 16 gennaio 2022), racconta aspetti sconosciuti o poco noti della misteriosa vicenda umana e artistica di Vivian Maier.

Approfondisce nuovi capitoli o propone lavori finora inediti, come gli scatti realizzati durante il suo viaggio tra Torino e Genova, nell’estate del 1959. L’ artista è nota sulla scena internazionale a partire dal 2007 anno in cui il suo corpus fotografico è stato scoperto a pochi anni dalla morte, avvenuta nel 2009. 

L’esposizione è composta da oltre 250 scatti che narrano principalmente la strada e la città (Chicago) in cui viveva, raccontando la vita che animava i quartieri popolari e documentando i cambiamenti sociali del proprio tempo. 

Sguardi, gesti, espressioni, colori e infanzia si intrecciano nel percorso espositivo. 

La mostra, curata da Anne Morin, è organizzata da diChroma photography in collaborazione con i Musei Reali e la società Ares di Torino, la John Maloof Collection di Chicago e la Howard Greenberg Gallery di New York.

L’esposizione è sostenuta da Women In Motion, un programma di Kering per evidenziare il ruolo delle donne nelle arti e nella cultura.

Foto di Angela Paduos per CulturaMente

La vita

Il percorso di Vivian Maier, sebbene atipico, è quella di una delle più grandi fotografe del XX secolo. Nata a New York nel 1926 e trasferita in Francia con la madre, in seguito alla separazione dei suoi genitori, rientrerà nella città natia nel 1938.

Dai 1951 in poi lavorerà sempre come tata e vivrà nelle abitazioni dei suoi datori di lavoro e con il suo primo stipendio acquisterà la sua prima Rolleiflex.

Nel 1956 si trasferirà per sempre a Chicago entrando in servizio presso la famiglia Gensburg e prendendosi cura dei tre figli: John, Lane e Matthew.

Durante la sua vita viaggerà tanto: Canada, Egitto, Yemen, Italia, Thailandia e ancora Francia e nel mentre subirà il lutto della madre e del fratello (morto in un ospedale psichiatrico).

Verso la fine degli anni novanta, i figli della famiglia Gensburg la ritroveranno ridotta in miseria e si prenderanno cura di lei anche finanziariamente.

Morirà nel 2009 in una casa di riposo.

Dopo la sua morte 

Verso la fine del 2007, John Maloof, un agente immobiliare di 25 anni, alla ricerca di fotografie per illustrare un libro di storia locale, acquista all’asta una parte dei beni di una persona sconosciuta, comprendete una gran quantità di fotografie, pellicole e negativi.

In quegli scatoloni Maloof scopre, su una busta, il nome di Maier e, cercando su internet, tramite qualche annuncio funebre, riesce a risalire ai fratelli Gensburg con i quali ricostruirà la storia della fotografa.

Nel 2011 Maloof organizza la sua prima mostra di fotografie a Chicago “Finding Vivian Maier” producendone anche un documentario che la renderà famosa al mondo.

Foto di Angela Paduos per CulturaMente

La mostra di Torino ai Musei Reali (2022)

Il percorso di Vivina Maier, sebbene atipico, è quella di una delle più grandi fotografe del XX secolo.

La mostra visitata rappresenta una delle più complete con oltre 250 scatti realizzati tra il 1950 e il finire degli anni ’80.

Il suo linguaggio fotografico unisce la fotografia umanista che deve probabilmente alle sue origini francesi e la Street Photography americana che rappresenta la sua cultura visiva. Attraverso gesti, dettagli, cronache, autoritratti, ritratti, Maier ci restituisce il quadro preciso della sua epoca. Un tessuto urbano osservato, studiato meticolosamente che riflette i grandi cambiamenti sociali e politici della sua storia.

Sono gli anni del sogno americano e della modernità sovraesposta in cui la Maier si inserisce creando un linguaggio visivo ricco e dettagliato.

Gli autoritratti della Maier attraversano tutte le sue opere tra le quali appare la sua dirompente necessità di manifestarsi attraverso diverse tecniche: disegno dell’ombra, il riflesso, il profilo proiettato, l’immagine nell’immagine e molte altre. Un’affermazione chiara e innegabile che il soggetto dell’immagine è proprio l’autoritratto in cui la Maier affronta se stessa quasi a invitare lo spettatore ad una specie di caccia al tesoro.

La sezione della mostra che racchiude la maggior parte degli scatti è quella dedicata alla strada. Per chiunque si sa, la strada favorisce l’osservazione diventando un palcoscenico che ti travolge.

Vivian Maier ripercorre quelle strade e quei quartieri immortalando attimi e dettagli dove ogni passante diventa attore e recita un ruolo a sua insaputa. Le scene che fotografa sono spesso aneddoti, coincidenze, attimi colti al volo che rientrano in quella geografia umana diventando soggetto di attenzione. L’ordinario così diventa, agli occhi dello spettatore, lo straordinario.

Gli scatti fotografici realizzati durante il viaggio in Italia, presentati per la prima volta a questa mostra, restituiscono allo spettatore l’Italia della “Dolce Vita”, del boom economico e delle bellezze culturali presenti tra Torino e Genova.

La mia totale attenzione è stata catturata dagli scatti che raccontano Segni. Le immagini che racchiudono questo capitolo arrivano al limite estremo della narrazione. Vivian Maier fa dei primi piani sui soggetti, sugli oggetti, sui dettagli con una intensità che talvolta fa perdere identità stessa. 

Mi chiedo se il suo lavoro l’abbia influenzata perché è la stessa capacità che hanno i bambini di guardare così nel minuscolo e di notare quel particolare che da senso a tutta la storia che c’è dietro lasciandoti immaginare un racconto che forse non è mai esistito. E dopo i dettagli, la Maier si interessa agli individui che si collocano in uno spazio-tempo sospeso creando un inventario di gesti nascosti. Protagoniste di questi scatti sono le mani alle quali viene attribuita un’ identità diversa con una storia in divenire.

L’infanzia ha rappresentato per Maier, ma non solo, il luogo delle immaginazioni, il posto dove la realtà lascia spazio alla fantasia. Grazie al suo lavoro di bambinaia, ha potuto anche lei guardare il mondo con i loro occhi e capire e immortalare la continua scoperta e stupore difronte alle cose che accadono.

La Maier documentava anche i volti dei bambini di cui si occupava: le espressioni, le miniature, i giochi di ruolo, gli occhi, le mani quasi a raccontare esattamente cosa stesse succedendo e cosa stessero provando.

Nel corso della sua vita, la Maier era solita per strada fermare le persone per fotografarle. I suoi ritratti parlano di povertà, di stanchezza, di marginalità, di sofferenza. 

Insomma, di tutto ciò che il “sogno americano” non raccontava. Una raccolta impassibile e austera dettata dall’immediatezza dello scatto che non dava spazio alla messa in scena dello nascondere ciò che si era.

Agli inizi degli anni sessanta cambia il suo modo di fotografare. La Maier inizia a giocare con il movimento e crea delle vere e proprie sequenze di film. Gira con la sua cinepresa Super 8 documentando tutto quello che passa davanti ai suoi occhi senza filtri.

Perché vedere la mostra

Si sa, a noi Spacciatori di Cultura piace scrivere di fotografia, l’abbiamo fatto anche con l’ultimo articolo di Cristian sulla mostra World Press Photo Exhibition. Alcuni fotografi aprono finestre sul mondo e ci permettono di vivere storie e epoche che non ci appartengono, di sentire il calore delle mani in uno scatto o gli occhi di un bambino che sorride, ci permettono di provare il dolore di una guerra o il profumo di un fiore.

Ed è quello che ha fatto la Maie nella sua vita: donarci pezzi della sua vita.

“Vivian Maier –  sottolinea Anne Morin– è una fotografa amatoriale che cerca nella fotografia uno spazio di libertà”.

Francesca Sorge

Le immagini contenute nell’articolo sono a cura di Angela Paduos per CulturaMente.

Obi-Wan Kenobi: recensione dei primi tre episodi della serie su Disney+

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La Forza è sempre potente nel mondo di Star Wars, ma da quest’estate è tornata a mostrarci un altro capitolo con l’inizio della nuova serie Obi-Wan Kenobi, iniziata lo scorso 27 maggio e targata Lucas Film, disponibile su Disney Plus.

Di che cosa parla/parlerà la serie è un po’ difficile da spiegare, perché si dovrebbe risalire a “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana”… Ci sono 3 trilogie, 2 serie tv e 2 film indipendenti – se escludiamo le serie animate – da raccontare! Purtroppo per fare prima, dobbiamo parlare agli addetti ai lavori, a coloro che amano e seguono l’universo dei Jedi e dei Sith.

La recensione dei primi tre episodi

La serie è nel mezzo della trilogia prequel e la trilogia classica, cioè 10 anni dopo alla nascita dell’Impero e alla trasformazione di Anakin in Darth Vader.

Nella galassia girano i cosiddetti Inquisitori, cioè coloro che danno la caccia ai Jedi, ormai diventati dei nemici ufficiali dell’Impero. Il più ricercato è ovviamente Obi-Wan Kenobi, il quale ha iniziato una nuova vita su Tatooine, monitorando da lontano il piccolo Luke, non senza le contrarietà di Owen, zio del piccolo. Obi è anche tormentato dal rimorso di aver fallito con Anakin, ignaro che sia vivo e, soprattutto, ciò che è diventato.

A far riprendere la spada laser ad Obi è Bail Organa, padre adottivo di Leia, che chiede all’amico di andare a riprendere la piccola, rapita da un cacciatore di taglie, a sua volta ingaggiato da un’inquisitrice – Terza Sorella – che vede la ricerca di Obi-Wan come una vera e propria ossessione.

Terza Sorella però agisce sotto ordine di Darth Vader, pronto ad affrontare Obi-Wan, come solo il signore del Lato Oscuro può fare…

La magia del cast originale

Dopo il flop de The Book of Boba Fett che ha deluso molti fan; la serie incentrata su Obi-Wan Kenobi sembra invece esserne all’altezza. Molti attori infatti della trilogia prequel riprendono i loro ruoli originali, in primis Ewan McGregor ed Hayden Christensen. Interessante anche il ritorno di Joel Edgerton, nei panni di Owen; e di Jimmy Smits in quello di Bail Organa: invecchiati dal 2005, ma giustificati dal fatto che, anche nella serie, è passato del tempo.

Altro grande elemento in comune è Sua Maestà John Williams (per chi non lo sapesse è il compositore per eccellenza di Hollywood con 5 Premi Oscar vinti su ben 47 candidature), già creatore della colonna sonora delle 3 trilogie.

Molti già criticano l’assenza di originalità, che il mondo di Star Wars è ufficialmente in declino; ma a mio avviso lo spirito originale c’è e – perdonate la ripetizione – la Forza è potente in questa serie e (chissà) potrebbe essere all’altezza delle aspettative dei fan.

Attendiamo di vederla tutta: ogni mercoledì uscirà un appuntamento nuovo, per un totale di 6 episodi. C’è tempo quindi per dare un giudizio definitivo.

Francesco Fario

“Banksy realismo capitalista”: le opere dello street-artist sono esposte a Bari

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BANKSY realismo capitalista, è un progetto espositivo a cura di Stefano Antonelli e Gianluca Marziani, prodotto e organizzato da MetaMorfosi Eventi con il supporto territoriale di Cime. La mostra è accolta a Bari fino al 12 giugno dal Teatro Margherita, storico spazio teatrale della città risalente al 1912 e fresco di un restauro che lo ha restituito nel 2018 come nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea.

Chi è Banksy?

Banksy, artista di origini britanniche, è considerato oggi uno dei maggiori esponenti della street art. Le sue opere, che si possono ammirare liberamente sui muri delle città di tutto il mondo, hanno lo scopo di far riflettere sul sistema e sul mondo in cui viviamo. I graffiti dell’artista contestano una società in cui spesso gli interessi economici sono considerati più importanti di qualunque altro valore e alimentano la guerra, l’inquinamento, il maltrattamento degli animali, il consumismo.

Banksy è una figura che attrae il pubblico non soltanto per il valore artistico delle sue opere, ma anche perché la sua identità è segreta. L’alone di mistero che lo circonda ha fatto diventare Banksy un vero e proprio mito dei nostri tempi e gli ha permesso di compiere azioni di guerrilla art, come per esempio le incursioni nei musei. Il Louvre è il primo museo “colpito”: Banksy ha attaccato al muro una Gioconda con uno smile sul volto. Nel 2005 lo street artist si è intrufolato al Metropolitan Museum di New York e ha appeso clandestinamente il ritratto di una dama che indossa una maschera a gas. In seguito al Brooklyn Museum ha affisso un condottiero settecentesco con in mano una bomboletta spray. Ma la sua guerrilla art non si limita alle incursioni.

Più recentemente a Sotheby una sua opera è stata letteralmente “fatta a pezzi” da un sistema inserito nella cornice dallo stesso autore.

Doveva trattarsi di un gesto ribelle. L’intenzione di Banksy era quella di distruggere il valore dell’opera, ma la tela è stata trasformata in performance e sistematicamente ha acquistato maggiore valore.

Banksy realismo capitalista in mostra a Bari

All’interno del bellissimo edificio in stile liberty del Teatro Margherita sono esibite le opere più famose e popolari di Banksy.

In esposizione si possono ammirare delle vere e proprie icone della produzione dell’artista britannico riconosciute a livello internazionale per il potente messaggio che veicolano. Tra le serigrafie spiccano: Pulp Fiction, un omaggio al film di Tarantino, in cui i protagonisti Vincent e Jules impugnano banane al posto delle pistole; Monkey Queen che raffigura la regina Elisabetta con la faccia da scimmia; Girl with Balloon che nel 2017 è stata votata in un sondaggio come l’opera più amata dai britannici, e Love is in the Air, conosciuto anche come Flower Thrower, un lavoro su carta che riproduce su fondo rosso lo stencil apparso per la prima volta nel 2003 a Gerusalemme, raffigurante un giovane che lancia un mazzo di fiori.

L’esposizione ha il merito di far immergere lo spettatore nel mondo di Banksy. La mostra è esaustiva nel raccontare l’operato (lavori, performance, iniziative, la produzione di video) e la poetica dell’artista: la protesta contro l’autorità, la guerra, il capitalismo, il ruolo della religione nella Storia.

Informazioni pratiche

Banksy realismo capitalista

Teatro Margherita

Dal 9 aprile al 12 giugno 2022

dal lunedì al giovedì dalle ore 10.30 alle 20.30

del venerdì alla domenica dalle ore 10.30 alle 21.30

La biglietteria chiude un’ora prima

Biglietto intero € 10,00

Biglietto ridotto € 8,00

Valeria de Bari

Tutte le fotografie dell’articolo sono di Antonio Stasi.

Ai fan di Banksy ricordiamo che ad Amsterdam è possibile ammirare le sue opere tutto l’anno indoor al Moco Museum.

Colazione da Tiffany: siamo tutti un po’ Holly Golightly

Titolo originale: Breakfast at Tiffany’s

Regia: Blake Edwards

Sceneggiatura: George Axelrod

Cast principale:  Audrey Hepburn e George Peppard

Nazione: U.S.A.

Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany, comprerei i mobili e darei al gatto un nome!

Sessant’anni fa, “Colazione da Tiffany” ha debuttato nelle sale cinematografiche davanti a un mare di pubblico desideroso. 

Basata sul romanzo di Truman Capote e diretta da Blake Edwards, la storia è interpretata dagli attori acclamati dalla critica Audrey Hepburn e George Peppard. Un vero e proprio gioiello classico, che mostra come la bravura di Audrey Hepburn sia ancora oggi stimabile e inimitabile.

La storia di Holly

Tutto ruota attorno alla vita di un’eccentrica socialite di Manhattan, Holly Golightly (Hepburn), la trama aggiunge complessità ai suoi mezzi di sopravvivenza sbarazzini e spiritosi. Sebbene il film sia interpretato all’interno delle norme e dei costumi sociali del 20° secolo, i dilemmi di Holly rimangono senza tempo come sempre, instillando un senso di familiarità nel pubblico moderno.

L’energia instancabile di Holly in mezzo al trambusto delle feste piene di alcol sembra ritrarre uno stile di vita frivolo, ma il pubblico presto assiste al dolore e al peso nascosti sotto l’apparenza superficiale. 

In una scena particolarmente commovente, Holly, seduta sul suo balcone in un abito modesto, strimpella la chitarra e canta  la splendida “Moon River” in una melodia morbida. Un momento che rivela una protagonista diversa di cui non sapevamo l’esistenza, una ragazza di campagna che fa tutto il possibile per fornire una casa a suo fratello e a sé stessa.

Identificando perplessità e paura, come i “rossi meschini”, la sua unica cura è guardare le lussuose esposizioni di Tiffany and Co., un luogo che esclude tutto dalla “realtà”. In quel momento, la disperazione filtra attraverso gli schermi di vetro anche sessant’anni dopo, tirando le corde del cuore del pubblico. 

La voglia di libertà

Immergendosi più a fondo nel personaggio di Holly, è evidente che la sua infatuazione per la lotta per la “libertà”, in realtà si contrasta e instilla una percezione distorta dell’amore nella sua vita. 

A soli 14 anni iniziò la vita mondana di una donna sposata in campagna, ma presto fuggì per sfuggire ai limiti del conformismo. Dalla prima scena all’ultima, Holly ha tenuto fede alla convinzione che “le persone non appartengono alle persone”. 

Sebbene sia vera come affermazione in sé, le percezioni fuorvianti di Holly hanno plasmato questo motto nell’opposto, dove ironicamente si incarcera in una gabbia costruita dalla sua stessa mente e si rivolge all’indifferenza spietata invece che alla vera connessione. 

Con il passare dei decenni, le interpretazioni di “libertà” sono cambiate drasticamente, ma Holly rimarrà sempre una lungimirante le cui intenzioni apprezzavano l’indipendenza. Osservando impotente le sofferenze di Holly che si svolgono a causa della sua errata interpretazione, il pubblico impara a non commettere mai lo stesso errore nella propria vita. 

Perché Colazione da Tiffany è un film memorabile

Complessivamente, la laboriosità e l’abilità artistica di “Colazione da Tiffany” conferiscono indubbiamente al film un posto tra i più memorabili del 20° secolo. 

Mentre ogni secondo del film si dipana, il pubblico rievoca un ricordo non vissuto, entrando in un’opera d’arte che proietterebbe il suo segno nella storia. 

Sia che l’intento dello spettatore sia quello di divertirsi in una commedia spensierata o di riflettere su alcuni dei dilemmi filosofici alla base della società, questo classico senza tempo non è all’altezza di nessuna delle due categorie. 

Anche se numerose donne hanno affermato di essere l’ispirazione dietro la storia di Capote nel corso degli anni, ognuna è stata più sconcertante dell’altra. Sebbene nessuno tra i vivi possa approfondire questa verità, è nei poteri di questa produzione del 1961 consolidare un fatto: alcuni film possono invecchiare anche meglio del buon vino.

3 motivi per guardare il film:

  • Audrey Hepburn in uno dei suoi film gioiello
  • La colonna sonora che ha vinto anche, all’epoca, un Grammy Awards
  • L’atmosfera poetica della New York degli anni ’60

Quando guardare il film:

In una domenica d’estate, magari all’aperto, con un bel proiettore e tanti amici con cui condividere la bellezza.

Ilaria Scognamiglio

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Stranger Things 4: recensione della prima parte

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Ormai è un consolidato trend quello di spezzare brutalmente le serie, persino quelle in streaming. Nemmeno ho iniziato ad attendere la terza e ultima parte di The Walking Dead 11, che già ricomincio la corsa verso luglio per vedere la seconda parte di Stranger Things 4.

I primi sette episodi

La prima parte, approdata con sette episodi su Netflix verso la fine di maggio, ha riaperto le porte del Sottosopra. Devo ammettere che dopo un paio di episodi claudicanti in stile Dawson’s Creek, finalmente la serie ha ripreso il solito ritmo, nonostante l’infinita durata delle puntate: andiamo dai 50 ai 100 minuti. Onestamente non ricordo se anche nelle altre stagioni avevano questa durata, ma sono certa che le prime non mi sono pesate affatto, mentre questa volta ho dovuto rivedere gli episodi due volte perché mi addormentavo sempre.

Gli intrecci psicologici

In questa quarta stagione c’è un filone, come vi dicevo, alla Dawson’s Creek, in cui le coppie della serie iniziano a sfaldarsi. La distanza non aiuta né la coppia composta da Nancy e Jonathan, né quella di Michael e Undici. Ma le crisi vanno oltre quelle sentimentali: siamo nel pieno dell’adolescenza e la nostra supergirl, dopo il trasferimento in California con Joyce e i suoi figli, sta tentando disperatamente di avere una vita normale, ma viene pesantemente bullizzata sotto gli occhi del tenero Will. Dopo aver perso i suoi poteri e la sua unica figura di riferimento (Hopper), trovare una dimensione a cui appartenere è davvero difficile. Come Undici, anche Max è alle prese con una serie di crisi esistenziali, prima su tutte l’elaborazione del lutto del fratello Billy – morto alla fine della terza stagione: la sofferenza la sta allontanando da tutti, incluso Lucas.

In soldoni, il gruppo non è più quello di una volta: gli unici che sembrano continuare ad aver un rapporto sono Robin e Steve, oltre a Dustin e alla sua fidanzata hacker Suzie.

Vecna è il nuovo serial killer

Cosa c’è di meglio di un’apocalisse per rinsaldare i vecchi legami? Ad Hawkings ricominciano gli omicidi: le vittime vengono perseguitate da strane visioni e muoiono in modi orribili, come se fossero maledette. L’entità killer viene chiamata Vecna dai protagonisti, in onore di un personaggio di Dungeons & Dragon, gioco protagonista della serie sin dal principio. Naturalmente, l’unica che può occuparsi del mostro è Undici, che prima deve fare i conti col suo passato per riacquistare i suoi superpoteri. Anche lei è perseguitata da stralci di visioni, nel suo caso ricordi, che le fanno credere di essere responsabile di un massacro.

Le strade quindi si separano: Undici torna nel laboratorio segreto da cui proviene e dove il dottor Brenner faceva esperimenti sui bambini. Michael, Jonathan, Will e Argyle (un nuovo amico di Jonathan) si trovano tutti in California per le vacanze di primavera, quindi vanno alla ricerca di Undici. Il resto del gruppo (Nancy, Steve, Robin, Dustin e Lucas) è ad Hawkings e sta cercando di capire come fermare l’assassino infernale. Nel frattempo, i concittadini, alimentati dalle convinzioni del fidanzato di una delle vittime, iniziano ad incolpare l’Hellfire club delle morti. Il gruppo è solo una community di appassionati di D&D di cui fanno parte proprio Mike e Dustin, insieme al nuovo eccentrico personaggio Eddie.

La trasformazione di Hopper

E Joyce? Scappa con Murray in Alaska dopo aver ricevuto un pacco in cui le viene comunicato che Hopper è vivo: la trasformazione di David Harbour in Bruce Willis è clamorosa. Lo ritroviamo schiavizzato e alle prese col Demogorgone (il mostro della prima stagione), tenuto anch’esso in prigionia dai Russi.

I personaggi e il cast

Tiriamo quindi le somme di questa prima parte, più lenta e noiosa del solito per gli altissimi standard di Stranger Things. Dobbiamo ringraziare Murray e Joyce per le risate, Steve per il coraggio, Dustin per le intuizioni, Robin per l’ironia e Hopper… davvero per tutto. Maya Hawke riconferma la sua bravura di attrice: impossibile definirla una raccomandata (è figlia della celebre Uma Thurman). Winona Ryder è un assoluto punto di riferimento, un’attrice che mi è davvero mancata in questi anni Duemila e che sono felice di aver ritrovato in una serie così speciale come Stranger Things. David Harbour subisce una metamorfosi pazzesca che lo renderà senza dubbio il protagonista di qualche film sci-fi dove dovrà salvare il mondo: in questa quarta stagione sta dando davvero il massimo.

Non voglio screditare il resto del cast, ma a livello di scrittura dei personaggi, c’è un grosso dislivello a mio parere. Erica, la sorella di Lucas, appare per dieci minuti nei sette episodi ed è più efficace di molti altri messi insieme. Incluso il fratello.

L’omaggio a Nightmare con Robert Englund

Menzione d’onore a Robert Englund, il famoso interprete di Freddy Krueger che omaggia la serie con un cameo. Non mancano le menzioni esplicite all’horror A Nightmare on elm street, né tantomeno i riferimenti: le strane visioni omicide, che sembrano degli incubi “che uccidono”, le ambientazioni negli ospedali e i fumi delle caldaie sono dei chiari omaggi alla saga cult. Ma Nightmare non è l’unico horror omaggiato: le scene in cui Undici viene bullizzata ricordano moltissimo quelle del film Carrie – Lo sguardo di Satana. Anche Stephen King ha apprezzato, segnalandolo su Twitter insieme al disagio di dover aspettare luglio per vedere il seguito della stagione.

La quinta stagione sarà l’atto finale

Per quanto riguarda la storia, invece, credo che siamo arrivati alla fine dei giochi. Netflix ha confermato la quinta stagione, ma già nella quarta il sipario sta iniziando a calare, come anche l’attenzione. Il settimo episodio ci fa intuire che Undici dovrà salvare il mondo per l’ennesima volta e che i suoi amici stanno preparando come sempre il terreno per un gran finale.

La recensione della seconda parte

Alessia Pizzi

Scrittrici! L’enciclopedia delle donne geniali in un libro da collezione

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“Se avessimo ancora tutte le poesie di Saffo, forse nessuno si ricorderebbe di Omero.” 

Friedrich Schlegel

Scrittrici! di Katharina Mahrenholtz e Dawn Parisi (traduzione di Marco Piani) è l’ultimo gioiellino edito da Bompiani e dedicato alle biografie e alle opere delle scrittrici donne.

Perché un libro sulle autrici?

Si potrebbe sbuffare anche solo guardando il titolo, chiedendosi per quale motivo ci sia ancora bisogno di un libro interamente focalizzato sulla letteratura femminile. Oriana Fallaci ha sempre detto che non siamo una fauna a parte e in fondo aveva ragione. Ma il motivo è molto palese: a scuola si studiano pochissime scrittrici, non ci resta che dedicare loro qualche libro specializzato se vogliamo diffondere ai posteri anche i nomi delle donne geniali.

Internet un merito ce l’ha – basti navigare il progetto Enciclopedia delle donne – ma c’è anche da dire che negli ultimi dieci anni ne abbiamo fatta di strada se oggi finalmente questo tipo di opere sono tradotte anche in italiano. Sia ben inteso, infatti: Oltreoceano e in tutti i paesi anglofoni – da sempre devoti ai cosiddetti Women’s studies – tali approfondimenti sulle voci femminili esistono già da un bel po’.

Una questione di credibilità

E quindi spazio a tutte le donne che hanno ricevuto (o meno) credibilità nel corso dei secoli. Questo libro è un omaggio a tutte coloro che hanno dovuto usare pseudonimi o iniziali per vendere i propri libri senza sembrare donne (inclusa Joanne Kathleen Rowling della saga di Harry Potter), a tutte coloro che si nascondevano mentre scrivevano (Jane Austen), ma anche a tutte le scrittrici che per una vita hanno scritto di notte, solo dopo aver messo a letto i bambini (Alice Munro): scorrere le pagine di questo libro è un modo semplice e divertente per scoprire (finalmente?) le loro storie.

Un’edizione da collezione

Scrittrici! potrebbe appassionare anche solo dalla copertina: chi ha amato le Storie senza tempo, apprezzerà il formato rigido scelto da Bompiani: la consultazione del testo può avvenire anche in dosi perché strutturato inframezzando immagini e testo. Devo ammettere che per i miei gusti minimalisti a volte le grafiche sono davvero troppo fitte e caotiche, però ad alcuni potrebbero anche piacere.

Nel libro troverete anche una mappa del tempo per decidere il vostro approccio alla consultazione, ma soprattutto anche dei giochi da fare. Dulcis in fundo, la parte che mi è piaciuta di più sono le chicche per fare conversazione: piccoli aneddoti da ricordare per lasciarsi ispirare e fantasticare ancora di più sulla vita delle scrittrici.

Miseria puttana: un “piano-sequenza” sull’estate 1994 a Piombino

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Pubblicato dalla casa editrice La Bussola, Miseria puttana è l’opera d’esordio di Massimo Boddi, classe 1983, specialista della comunicazione e dell’editoria.

Disponibile nelle librerie da Aprile 2022 questo romanzo corale racconta la vita che si svolge a Piombino nell’estate del 1994: quella dei ragazzi che, terminata la scuola, sono liberi di tuffarsi in scorribande quotidiane; quella dei loro genitori impegnati nel lavoro in acciaieria; quella dei nonni che rappresentano un’inesauribile fonte di affetto e insegnamenti.

La trama

Siamo nell’indimenticabile estate del 1994 quando l’Italia è stata battuta dal Brasile in finale ai mondiali di calcio USA. Quattro amici adolescenti ammazzano il tempo in strada in attività “discutibili” agli occhi di un adulto. Simone, Cristian, Tommaso e Dario bazzicano le vie del quartiere, a volte vanno al mare, girano in bicicletta, rispondono agli attacchi di una banda di un altro quartiere che ha caricato i Liquidator “con del piscio”.

Non devono inventarsi niente di speciale per ammazzare le giornate. Stanno bene così, sono ragazzi di strada.

La recensione

Miseria puttana è un “piano-sequenza” in forma scritta, girato nella provincia toscana in uno specifico tempo, l’estate – stagione in cui i ragazzi abbandonano la routine fatta di impegni scolastici, sportivi, agonistici e “non hanno niente da fare” – e in uno specifico contesto, gli anni Novanta.

Questo romanzo permette al lettore di fare un tuffo nel passato e nei ricordi di un’epoca in cui nelle sale giochi il picchiaduro più diffuso era Street Fighter; si ascoltavano The Rythm of the night di Corona e Black Hole Sun dei Soundgarden e soprattutto si “cazzeggiava” in strada e non sui social network.

Il racconto è corale. Il protagonista principale della storia di questo romanzo di formazione è Simone, che sarà costretto, dagli eventi, a crescere e maturare. Tuttavia la narrazione non si limita a seguire esclusivamente la sua vita e il suo personale punto di vista.

In Miseria puttana l’immedesimazione del lettore con uno dei protagonisti è dato certo: come succede in tutta la provincia italiana ci sono i genitori che devono fare i conti con questioni economiche, lavorative e relazionali; nonni disposti a dispensare insegnamenti e cure; sorelle vittime di bullismo; i personaggi del paese; ragazze benestanti che danno tutto per scontato e ragazze outsider che fanno una vita più underground.

«Bella questa canzone» riconosce Simone. «Ti piace davvero o vuoi fare colpo su di me?» replica Maida di botto.«No, è davvero bella» giura sorridendo. «Cosa dice?» «Dice a tutti quanti di sparire perché la gente fa  schifo. Sarebbe un bell’affare se le serpi che sparano  merda su ogni cosa venissero risucchiate in un buco  nero. Ma non voglio annoiarti coi miei pensieri da  disperata.

La lettura di Miseria puttana vola. Lo stile della scrittura è ruvido, aspro, diretto, sporco e divertente e, infatti, la citazione a Bukowski nella quarta di copertina sembra proprio una dichiarazione di poetica.

Questo romanzo d’esordio ha il piacevolissimo profumo di una madeleine.

Valeria de Bari

Storia della bandiera americana: perché si festeggia il 14 giugno?

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La bandiera americana è un simbolo conosciuto in tutto il mondo. È stata l’ispirazione per canzoni, poesie, libri, opere d’arte e molto altro ancora.

Ma conoscete la storia della famosa bandiera a stelle e strisce?

La rivoluzione americana 

Nel 1775, all’inizio della rivoluzione americana (i cui eventi portarono all’indipendenza delle colonie dalla Gran Bretagna), nel corso di una riunione del Congresso Continentale a Philadelphia George Washington si fece avanti e si offrì volontario per prendere il comando delle truppe fuori Boston che si affacciavano su Boston Heights.

Quando lasciò Philadelphia, Washington portò con sé due bandiere. La prima era la Grand Union (o The Continental) e fu la prima bandiera sotto la quale combatterono i soldati continentali. Aveva il motivo a strisce rosse e bianche alternate con 13 strisce e ciascuna indicava una delle 13 colonie. Tuttavia si può notare che al posto delle stelle sul fondo blu, questa bandiera aveva la Union Jack (la bandiera inglese) in piccolo. Questa bandiera aveva un significato molto specifico. Significava che si stava combattendo come 13 colonie unite ma sotto il dominio britannico.

L’altra bandiera che Washington portò con sé è conosciuta come la Washington’s Headquarters Flag. Lo sfondo è interamente blu e ci sono 13 stelle disposte in uno schema noto come modello 3-2-3-2-3. Questo sarebbe il primo utilizzo del motivo a stelle su una bandiera americana e oggi si può vedere una copia di questa bandiera appesa davanti al quartier generale di Washington a Valley Forge.

Il 4 luglio 1776 il Congresso dichiarò la sua indipendenza dalla Gran Bretagna e quasi un anno dopo, il 14 giugno 1777, per stabilire una bandiera ufficiale per la nuova nazione, il Congresso approvò il primo Flag Act

“Resolved, that the flag of the United States be thirteen stripes, alternate red and white; that the union be thirteen stars, white in a blue field, representing a new constellation.”

Dopo il Flag Act

Tra il 1777 e il 1960, il Congresso approvò diversi atti che cambiarono la forma, il design e la disposizione della bandiera e consentirono l’aggiunta di ulteriori stelle per riflettere l’ammissione di ogni nuovo stato.

Oggi la bandiera americana è composta da tredici strisce orizzontali, sette rosse alternate a sei bianche. Le strisce rappresentano le 13 colonie originali, le stelle rappresentano i 50 stati dell’Unione.

La bandiera

Ma chi ha disegnato la bandiera a stelle e strisce come la conosciamo oggi?

A oggi, nessuno sa per certo chi l’abbia fatto o perché sia stata scelta quella particolare combinazione di colori e motivo. Sebbene la leggenda sostenga che la sarta e vessillografa Betsy Ross abbia realizzato la prima bandiera americana nel 1776 dopo che Washington gli aveva chiesto di farlo, le fonti primarie a sostegno di tale affermazione sono scarse.

Nel 1870 la leggenda di Betsy Ross prese piede quando suo nipote tenne una conferenza stampa propagandando il suo possibile ruolo nel cucire la prima bandiera. Nel frattempo, nel 1885, l’insegnante del Wisconsin Bernard Cigrand ebbe l’idea di una giornata nazionale della bandiera, che venne istituita per il 14 giugno in onore del primo Flag Act.

Veronica Bartucca

Via Buiocortile: la recensione dell’opera di esordio di Stefano Zibetti

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Pubblicato da Dialoghi nella collana Sogni, Via Buiocortile è il romanzo d’esordio di Stefano Zibetti, autore classe 1996, laureato in Beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

La trama

Il protagonista di questa storia è Ettore, un ragazzo timido la cui occupazione preferita è passare le giornate nella piccola libreria Inchiostro, nascosta in una traversa di via Buiocortile. Qui Ettore si sente completamente a suo agio tra il profumo della carta stampata e la ricerca di incredibili storie tutte da scoprire. In una domenica di febbraio, però, il misterioso proprietario della libreria sparisce misteriosamente, e il giovane protagonista si ritrova catapultato in una strana situazione. È in questo momento che Ettore infatti inizierà il suo viaggio.

La recensione

Avevo Imboccato la via nascosta da qualche minuto quando le pareti, prima identiche a quelle dei palazzi di via Buiocortile, avevano lasciato spazio a mura lisce e umide come quelle di una grotta […] Le domande che mi facevo fin dalla mattina erano rimaste senza risposta: che fine aveva fatto il signor Orlando? E quel libro chi lo aveva scritto? Ma soprattutto come potevo camminare in una via che, fino a qualche ora prima, neanche esisteva?

Via Buiocortile si serve di un espediente affascinante e ricorrente nella narrativa per ragazzi: quello del ritrovamento della porta d’accesso a un mondo alternativo e della missione da portare a termine nell’universo fantastico. È un meccanismo che ben conosce chi si ricorda dell’armadio de Le cronache di Narnia, solo per fare un esempio.

In Via Buiocortile Ettore dovrà risolvere un mistero recuperando tutta una serie di indizi per giungere in un luogo magico che, a sua volta, si trova in una via che normalmente non esiste. Il libro si divide in cinque capitoli: I segreti di via Buiocortile, il Cortile, Bianca, La missione, Al di là della via.

I primi due capitoli risultano interessanti: il lettore è invogliato ad andare avanti nella lettura per scoprire il mistero del cortile, proprio come Ettore, il protagonista della storia. I due capitoli centrali avrebbero potuto essere più approfonditi; lo svolgimento della missione sembra avvenire in modo superficiale e la linea narrativa sembra accorciarsi in un tempo diegetico che scorre molto velocemente. Per contro, la conclusione è intrigante e riuscita, perché lascia il lettore sospeso con diversi interrogativi e nessuna certezza.
Via Buiocortile è quindi un libro piacevole e scorrevole, seppur sbilanciato nella struttura.

Valeria de Bari

Viaggio a Dublino: the sweetest thing

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Si dice che chi visita l’Irlanda non riesca più a dimenticarla, perché l’isola offre dei paesaggi inediti e delle atmosfere suggestive.

Infatti l’Irlanda è conosciuta da tutti come un luogo fatato abitato da esseri mitologici come i folletti. E non è un caso se l’isola sia stata scelta come location per le riprese di Game of Thrones.

In Irlanda si trovano spesso “four season in a day” (quattro stagioni in un solo giorno) e sarà necessario vestirsi a cipolla, ma questa caratteristica climatica non sempre piacevole è compensata dalla bellezza del paesaggio caratterizzato da infinite sfumature di verde: l’Irlanda è per questo soprannominata l’Isola di Smeraldo.

Dublino, la capitale, è una città che offre, come tutta l’isola, un’atmosfera decisamente magica.

Per cominciare…

Le restrizioni di ingresso, dovute al Coronavirus, in Irlanda sono state eliminate. Ai viaggiatori che arrivano non è più richiesta prova della vaccinazione o di guarigione né il risultato negativo del test PCR all’arrivo.
L’aeroporto di Dublino dista 11 km dalla città ed è collegato col centro dai bus della Aircoach, della Dublin Bus e dell’Airlink. Per chi volesse in aeroporto poi c’è sempre la possibilità di noleggiare una macchina o prendere il taxi.
Se partite con i bimbi, c’è un servizio di babysitting gratuito nell’area delle partenze.

Siti storici

Gli amanti della letteratura e della storia non possono perdere il Trinity College, che si trova nel centro di Dublino. Costruito su un antico monastero agostiniano, il Trinity College occupa una superficie immensa dove si può respirare pace e silenzio.

Nel corso della storia questa Università ha visto passare per le sue aule personalità importanti e artisti del calibro di Samuel Beckett, Bram Stoker, Oscar Wilde.

All’interno del Trinity College si trova the Old Library, una biblioteca che contiene un’ incredibile collezione di manoscritti. L’edificio, costruito fra il 1712 e il 1732, conserva il fascino di ciò che è antico e consente al visitatore di immergersi in un’atmosfera rara.

Rimanendo in tema, tra gli edifici storici non possiamo non citare la Cattedrale di San Patrizio e la Christ Church. La prima, costruita in onore del patrono dell’Irlanda, St. Patrick, è stata eretta vicino al celeberrimo pozzo dove San Patrizio battezzò i suoi fedeli nell’anno 450.

La Cattedrale di Cristo (Christ Church) è la più antica delle due cattedrali protestanti. Infatti già nel 1038 era un piccolo tempio di legno creato per il re vichingo Sitri. Successivamente, nel 1172, ebbe inizio la costruzione della chiesa medievale. Questa cattedrale è stata restaurata quasi totalmente nel 1800 e ha subito vari cambiamenti, assumendo uno stile gotico.

Musica

Quando pensiamo alla musica di Dublino non possiamo non pensare subito anche agli U2 che qui hanno costruito la loro storia e il loro successo.

Nella capitale irlandese la band ha girato i video di Pride e Sweetest Thing, dove Bono, su una carrozza, si aggira nei dintorni di Fitzwilliam Square.

Se però vogliamo andare a fondo nella storia degli U2 sono tanti i posti che potremo visitare. La città è piena di luoghi, vie, locali dove la band ha fatto un pezzettino di storia.  Ve ne suggeriamo alcuni.

Il Mount Temple Comprehensive è la scuola dove tutto è iniziato con un poster per la ricerca di membri di una band affisso sulla bacheca dal quattordicenne Larry Mullen. Dei sei che risposero all’annuncio, tre sarebbero diventati futuri membri degli U2: Paul Hewson (Bono), David Evans (The Edge) e Adam Clayton. I quattro si riunirono per una jam session presso la casa d’infanzia di Mullen al 60 di Rosemount Avenue.  

Dublino è attraversata dal Liffey ed è caratterizzata dalla presenza di diversi ponti come l’Ha’penny Bridge, sito a Bachelors Walk. Qui gli U2 sono stati fotografati più volte, fin dagli anni ’70, da Paul Slattery.

The Clarence Hotel è l’albergo di proprietà di Bono e The Edge dalla metà degli anni ’90. Nel settembre del 2000 gli U2 si sono esibiti sul tetto dell’edificio per Top of The Pops, durante il tour promozionale di All That You Can’t Leave Behind.

Vico Road 10 a Killiney è poi l’indirizzo dove vive Bono, con la famiglia, nella Baia di Dublino.

Ad ogni modo attraversando la città è facile incontrare luoghi legati anche ad altre grandi celebrità come Cranberries, Enya, The Pogues, The Dubliners, The Corrs, Bob Geldof, Paul Brady, The Chieftains, Damien Rice, Ronan Keating. Li identificherete grazie a delle targhe a forma di vinile che rientrano nell’iniziativa del Rock ‘n stroll, un tour attraverso la storia della musica ideato dal comune di Dublino. La mappa è disponibile presso l’ufficio turistico di Grafton street, vicino al Trinity College.

Ristoranti e cucina

Se volete provare la cucina Irlandese, non c’è posto migliore di un buon pub.

I pub Irlandesi, infatti, servono i piatti tipici della tradizione locale.

La cucina Irlandese è molto semplice e gli ingredienti principali sono i prodotti genuini di questa terra, ricca di pascoli, zone costiere e corsi d’acqua. Tra i piatti della tradizione vi consigliamo l’Irish Stew, uno stufato di carne di montone e agnello; il Dublin Coddle, un piatto molto antico fatto con salsiccia di maiale, bacon, patate e cipolle; il Colcannon, cucinato con patate schiacciate mischiate a verza, sale e pepe; la fonduta alla Guinness nota anche come Irish Cheddar and Stout Fondue.

In Irlanda, ça va sans dire, si pasteggia con la Guinness, la tipica birra stout scura. A Dublino potrete visitare la Guinness Storehouse: attrazione dello storico birrificio irlandese che offre degustazioni, visite e bar panoramico.

Vita notturna

Per chi è in cerca della movida dublinese consigliamo il quartiere di Temple Bar.

È il luogo di ritrovo dei giovani dublinesi, il centro del divertimento. Qui troverete ristoranti di tendenza, gallerie alla moda, spazi espositivi e centri culturali, come la Gallery of Photography in Meeting House Square, il National Photography Archive e l’Irish Film Institute in Eustace Street 6.

Temple Bar è un reticolo di viuzze, caffè, bar, teatri e soprattutto pub!

Da non perdere… St Stephens Green

Il parco si trova nel centro di Dublino, alla fine della Grafton Street, una delle strade commerciali più importanti della città. Fu costruito nel 1664 ed è uno dei parchi più antichi d’Irlanda. I giardini furono poi ridisegnati all’inizio del XIX secolo in stile vittoriano e ad oggi conservano lo stesso aspetto.

Il parco dispone di zone con alberi, sotto ai quali ci si può riparare, prati sconfinati, una fontana e dei monumenti dedicati ad importanti personaggi irlandesi. Fate qui una sosta tra una pinta e l’altra, non ve ne pentirete!

Valeria de Bari

Dracula di Bram Stoker: gli adattamenti del libro gotico a teatro e al cinema

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Il 26 maggio è l’anniversario di uno storico libro gotico, la cui trama è stata fonte d’ispirazione per molti autori. Questo giorno infatti, nel 1897, l’irlandese Abrham Stoker vede la prima pubblicazione di quella che sarà la sua opera più nota: Dracula.

Ascolta il podcast

I rifacimenti sul palcoscenico

Uno dei primi rifacimenti su palcoscenico è del 1924, firmato Hamilton Deane, andata in scena per la prima volta al Grand Theatre di Derby il 5 agosto di quell’anno. Questo, infatti, fu il primo adattamento autorizzato per il teatro e vide Deane nel ruolo di Van Helsing e Edmun blake (e successivamente Raymond Huntley) in quello del conte vampiro. Ottenuto un enorme ed inaspettato successo, il testo attirò l’attenzione del produttore Horace Liverlight che, una volta ottenuti i diritti, lo fece revisionare dal commediografo John Balderston, che lo revisionò per un pubblico statunitense. Accorciando la durata, limando personaggi ed semplificandone la trama, il testo andò in scena al Fulton Theatre di Broadway il 5 ottobre del 1927, diretto da Ira Hards, e rimase in cartellone per ben 265 rappresentazioni. Secondo alcune fonti, nel cast americano venne proposto ad Huntley di continuare anche oltreoceano, ma lui rifiutò.

Venne così scelto un attore di origine ungherese, moro e dai modi aristocratici, non alle prime armi: Bela Lugosi.

Questi, nel suo primo ruolo in lingua inglese, divenne il volto per eccellenza del vampiro transilvano. Insieme a lui, ci fu Edward Van Sloan nei panni di Van Helsing: entrambi nel 1931 vennero scelti Tod Browning, per riprendere i loro ruoli nell’adattamento filmico dello spettacolo teatrale. Considerato il momento di partenza di tanti film e consacrando Lugosi come prototipo del vampiro con la v maiuscol, questo film fu un successo, sia di critica che al botteghino.

Lo spettacolo di Balderston venne riportato in scena nel ’73 a Nuntucket da John Wulp, poi nel ’77 da Dennis Rosa. Quest’ultimo vinse il Tony Award e rimase a calcare il palcoscenico per ben 925 repliche (praticamente 3 anni). Ultimo rifacimento di questo storico adattamento è stato nel 2011, con la regia di Paul Alexander, al Little Shubert Theatre di New York, con Michael Altieri nel ruolo di Dracula e George Hearn in quello del filosofo metafisico antagonista.

Ci furono altri omaggi su palco: si pensi all’adattamento di Thorton e Godber nel ’95 o quello del ’96 di Steven Dietz, tanto lodato quanto disprezzato da diversi critici. Un altro esempio di adattamento teatrale è italiano, scritto da Cavaluzzi e Sergio Rubini, andato in scena a partire dal 2018. A prenderne parte sono stati attori quali Luigi Lo Cascio, Lorenzo Lavia, Margherita Laterza, Roberto Salemi, Geno Diana e lo stesso Rubini.

Anche nel mondo dei musical, l’opera di Stocker ha avuto diversi omaggi

Di musical ce ne sono stati veramente tanti, a partire dagli anni ’70. Una delle più celebri è il canadese Dracula: A chamber musical, scritto da Richard Ouzounian e le musiche di Merek Norman. Oppure il fortunato Dracula, the Musical del 2001 (che ha avuto numerose edizioni negli anni); o il nostro Dracula opera rock, della Premiata Forneria Marconi del 2006, che vide un grande maestro quale Vittorio Matteucci nel ruolo del protagonista.

Dracula è stato anche il soggetto di molti balletti

Tra i più famosi, citiamo quello del 1997, adattato dai coreografi Michael Pink e Christopher Gable, per il centenario della pubblicazione del romanzo di Stoker. Oppure, sempre del ’97, la coreografia di Ben Stevenson dell’Houston Ballett vedeva le musiche di Litz; per non parlare di quella di David Nixon, del 2005, con le musiche di Rachmaninov, divenuto un vero e proprio cult nel periodo di Halloween.

Se immenso può sembrare il mondo su palco, chissà come potrà apparire quello sullo schermo. Prima però, dobbiamo fare una precidazione.

Dopo la pellicola del ’31 di Browning già affrontata, il personaggio di Dracula si discosta dal racconto di Stoker, diventando una vera e propria maschera, un Mostro, sinonimo della sua natura, evolvendo nel corso degli anni: si smetterà di vedere il vampiro brutto con le orecchie da pipistrello, che diventerà sempre più umano con sentimenti e progetti. Del primo gruppo, il mondo dell’animazione ha reso questa figura questi un prototipo. Pensiamo alla moderna saga cinematografica di Hotel Transylvania. Stessa cosa avviene in mille altri cartoni seriali, da il papero Conte Dacula a Bunnicula e Carletto, il principe dei mostri; passando per i Muppett e varie puntate di cartoni firmati dalla Hanna-Barbera’s, come speciali dei The Flintstones o Scooby Doo.

Dracula

I film e gli omaggi televisivi sono veramente innumerevoli

Da Dracula, sono venute fuori tantissime pellicole di vario genere, dall’explotation di Jesus Franco allo sperimentalismo di alcuni film di Andy Warhol: tutte con il vampiro transilvano come protagonista. Tra i più noti, dobbiamo citare la serie di film horror della produzione Hammer, che hanno visto (ben 7 su 10) l’attore Christopher Lee indossare i panni di Dracula. Alcune invece sono celebri parodie. Tra quelle da citare, Dracula morto e contento (ultima pellicola di Mel Brooks, con Leslie Nielsen nel ruolo del conte); Vampira, con David Niven; e Per favore non modermi sul collo, di e con Roman Polanski: quest’ultimo è stato fonte di ispirzione di un musical tedesco Tanz der vampire; ed alcune sue scene sono stare riprese da altri film, collegabili sempre al mondo di Dracula, come Van Helsing del 2004, con Hugh Jackman.

Le pellicole sicuramente più note però sono quelle fedeli all’opera di Stoker

Dalla pellicola del ’31 con Lugosi, venne prodotto un remake nel ’79 diretto da John Badham con due protagonisti d’eccezione: Frank Langella – nei panni di un Dracula sensuale e persuasivo – e Laurence Oliver nel ruolo di Van Helsing.

Di questa categoria, il più noto di tutti è quello del 1992, diretto da Francis Ford Coppola. Il regista volle seguire in maniera così fedele il romanzo, da intitolarlo proprio Dracula di Bram Stoker, anche per differenziarsi dalle altre produzioni. Costato ben 40 milioni di dollari, il film portò via ben 3 oscar, quali costumi, trucco e montaggio sonoro. Il cast vide star quali Gary Oldman, in varie parti ma soprattutto quella del conte vampiro; Keanu Reeves in quelle dell’avvocato Harker; Antonhy Hopkins in quelle di Van Helsing, mentre Winona Ryder interpreta Mina Murray.

Per concludere, il mito di Dracula non smetterà mai di ispirare registi, attori ed artisti vari, nel suo forte fascino gotico, in una storia d’amore che valica i tempi e le forze del male.

Francesco Fario

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Top Gun: Maverick: l’emozionante ritorno tra i cieli di Tom Cruise

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Sono passati 36 anni da quando un giovanissimo Tom Cruise calpestava l’asfalto delle piste del Top Gun con quel suo sorriso beffardo, scaldando i motori per diventare una delle stelle più affermate di Hollywood. Oggi, a 59 anni suonati, l’instancabile attore torna a sedere nell’abitacolo di un aereo caccia per compiere un’altra “Mission Impossible”: convincere il pubblico di non essere di fronte all’ennesimo sequel non richiesto e, per di più, oltre tempo massimo.

Per quanto possa essere iconico il film del compianto Tony Scott, rivedendolo oggi non può che saltare immediatamente agli occhi quanto sia una narrazione figlia di quei roboanti anni ’80 reaganiani, nonché una celebrazione della bandiera a stelle strisce che oggigiorno non può più funzionare. Sembra saperlo molto bene la produzione, qui capitanata da un Tom Cruise dal grande potere decisionale, che compie inaspettatamente tutte le scelte giuste, regalandoci un lungometraggio tanto adrenalinico quanto emozionante, perfettamente bilanciato tra presente, passato e futuro.

È tempo di una nuova missione

Pete “Maverick” Mitchell (Tom Cruise) è una leggenda vivente pluridecorata che, nonostante le continue pressioni, rifiuta categoricamente ogni promozione. Invecchiato, ma con la costante propensione alla disobbedienza, al Capitano di vascello Mitchell viene ordinato di tornare alla scuola di combattimento per piloti della Marina Militare Statunitense: la Top Gun.

Una volta arrivato scoprirà che il suo compito non è quello di recarsi personalmente in una nuova missione ad alto rischio, ma di preparare i migliori piloti dell’esercito statunitense a portarla a termine. Tra i giovani Top Gun vi è anche il figlio del suo ex navigatore e amico “Goose“, tristemente scomparso in un incidente aereo. Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller) non prende di buon grado il fatto che Maverick sia stato designato come suo insegnante, ma i due dovranno trovare un punto d’incontro o la missione si tramuterà in un massacro.

Non il solito blockbuster

Top Gun: Maverick è un film di miracoli, dentro e fuori dallo schermo. Lo spegnimento delle luci in sala è seguito dall’avvento dei titoli di testa capaci di riportare in un istante, come una vera e propria macchina dal tempo, a quel lontano 1986. Vengono riprese quasi pedissequamente le fasi iniziali: dall’insubordinazione di Mav, alla chiamata per il Top Gun, al primo goliardico incontro tra allievi e futuro insegnante alla vigilia della prima lezione. Esattamente come nel film di Tony Scott. Eppure, con l’incedere della narrazione, ci si rende conto di non essere di fronte a un sequel qualunque ne tantomeno alla semplice riproposizione del film originale in chiave moderna.

La visione del regista Jospeh Kosinski, già collaboratore di Cruise nel sottovalutato Oblivion, si sposa perfettamente con la sceneggiatura di Christopher McQuarrie che pone Maverick tra due fuochi con una tridimensionalità inedita. Da un lato dovrà vedersela con le ferite non ancora rimarginate di un passato che non ha avuto il coraggio di affrontare a viso aperto. Centrale in questo senso risulterà il ruolo della new-entry Rooster, interpretato dal sempre più convincente Miles Teller. Il loro rapporto, costellato da non detti e fraintendimenti, avrà un’evoluzione organica e credibile capace di innalzare notevolmente il valore emotivo del narrato, discostandosi dal banale rimpasto generazionale che affligge numerosi franchise.

Infatti, non si vuole mentire sulla non più giovane età del leggendario pilota che dovrà inevitabilmente anche fare i conti con l’inesorabile trascorrere degli anni. Maverick non è più una prima scelta e sa bene che il tempo passato tra le nuvole è superiore a quanto ne ha ancora davanti a sé. Le sue decisioni e le sue ribellioni, saranno dunque dettate non più dalla sfrontatezza della gioventù, ma in funzione di un insegnamento da tramandare o un’occasione da non sprecare. In questo secondo caso, è fondamentale il personaggio della vecchia fiamma Penny, interpretata da una stupenda Jennifer Connelly, perfetta per rappresentare la possibilità di una nuova vita ricca di speranza.

Dovremmo chiamarlo Maverick o Tom?

Tuttavia, i pregi di una scrittura di rara fattura per un blockbuster di questa portata non finiscono qui. Tre diversi superiori del protagonista si prestano, nelle loro azioni e nelle loro parole, a un’interessante chiave meta-cinematografica che inesorabilmente andrà ad accostare l’attore al suo alter-ego.

L’ultima star di Hollywood e l’ultimo pilota abile nel dogfight aereo verranno simultaneamente etichettati da un Ed Harris magnetico come: “razza in via d’estinzione”. Basti pensare alla roboante entrata in scena, a bordo di un elicottero brandizzato Top Gun, della star sul red carpet di Cannes 2022 per rendersene conto. Che piaccia o meno, Tom Cruise rappresenta una tipologia di celebrità che sembra destinata a sparire ma.. non oggi. C’è ancora chi che crede che il Capitano di vascello Mitchell/Cruise abbia ancora qualcosa da dare, un’eredità che qualcuno potrà continuare ad ammirare e che, si spera, qualcuno raccoglierà. Nel film questa figura è rappresentata da Tom “Iceman” Kazinsky, l’ex compagno interpretato da un Val Kilmer che siamo felici di rivedere.

Eppure, nonostante la sponsorizzazione di un pezzo grosso come Ice (nella finzione) e di un budget di 150 milioni di dollari (nella realtà) c’è chi ancora nutre qualche dubbio su quest’ennesimo revival anni ’80 e sul ritorno di Maverick alla Top Gun. Il Vice Ammiraglio “Cyclone” Simpson (Jon Hamm) è la rappresentazione proprio di quel pubblico da conquistare, scettico d’innanzi all’ultima fatica di Cruise & Co., che non potrà però che ricredersi di fronte a un’esperienza cinematografica totalizzante come Top Gun: Maverick si rivelerà essere.

Il realismo prima di tutto

Dopo averlo visto aggrapparsi a un aereo in fase di decollo (M.I. – Rogue Nation), fare freeclimbing senza rete di sicurezza (M.I. 2), rimanere appeso sul Burj Khalifa di Dubai (M.I. – Protocollo Fantasma), sembra impossibile stupirsi nuovamente di fronte all’ennesimo stunt di Tom Cruise. Eppure, nonostante si tratti di un film “Cruise-centrico”, questa volta lo spericolato attore trascina con sé anche i suoi giovani colleghi. Limitando all’essenziale l’utilizzo della computer grafica, in favore di un’esperienza più autentica e immersiva per chi guarda, la star hollywoodiana ha voluto che gli attori venissero addestrati per essere ripresi realmente all’interno degli abitacoli degli F-18 in svariate fasi del volo. Miles Teller, Glen Powell e compagni si sono dunque sottoposti a un training intensivo di tre mesi per imparare a volare in autonomia, per sopportare la forte accelerazione e, nel frattempo, gestire le camere IMAX montate all’interno degli abitacoli (Dunkirk docet). Ci sono veri aerei caccia che compiono le più disparate azioni in volo, veri G e autentica velocità.

Nonostante sia un film con svariati sottotesti per un blockbuster canonico, l’azione non manca ed è di un livello qualitativo estremo. Collezionando più di 800 ore di girato, superando dunque il record della trilogia Il Signore degli anelli, a Konsinki va dato il merito di aver posato sempre la camera nel posto giusto, gestendo magistralmente il ritmo di un lungometraggio che, minuto dopo minuto, diventa sempre più appassionante. Un montaggio incalzante ma mai schizofrenico, insieme a un comparto sonoro straordinario, tengono lo spettatore inchiodato alla poltrona e con il fiato sospeso in ogni ripresa aerea, quasi fosse lui ai comandi del velivolo. Un terzo atto al cardiopalma, tanto adrenalinico quanto emozionante, è la degna conclusione di uno dei migliori blockbuster degli ultimi decenni e non solo: siamo dalle parti dei migliori sequel di sempre.

Il ritorno a casa sarà dolcemente cullato dalla voce di Lady Gaga che firma con Hold My Hand una colonna sonora d’eccezione, capace di richiamare le indimenticabili vibes dell’iconica Take My Breath Away. Ciononostante, il desiderio è quello di restare in sala ancora qualche momento d’innanzi a quello che potremmo definire vero e proprio un miracolo, realizzato con passione e competenza. Un atto d’amore per il cinema e per la sala cinematografica, che suona tanto come l’eredità di una movie-star immortale: Tom Cruise.

Michele Finardi

“Legate da un sottile filo rosso”, dalla violenza si può uscire

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Si leggono una infinità di libri che parlano di violenza sulle donne ma pochi sanno descrivere il fenomeno centrando perfettamente l’argomento: uno di questi è a pieno titolo Legate a un sottile filo rosso di Anna Silvia Angelini per Bertoni editore.

Un’esperienza consolidata

L’autrice è alla seconda pubblicazione dopo La violenza declinata, scaturito anch’esso dall’esperienza diretta sul campo perchè, oltre ad occuparsi di scrittura e di eventi, Anna Silvia Angelini è responsabile dello sportello di ascolto Uscita di sicurezza in seno all’associazione AIDE Nettuno che presiede.

Il libro si legge tutto d’un fiato con la sensazione di percepire la follia distruttiva del maschilismo omicida come una tipologia umana perfettamente integrata nel tessuto sociale. E istintivamente, subito dopo, con il desiderio di allontanare il calice amaro dai nostri schemi mentali come estraneo alla propria esistenza, esorcizzando ogni probabilità.

Ma quando si comincia ad familiarizzare con le vite delle sei donne descritte dall’autrice, vite reali e non dissertazioni invisibili, ci si rende conto che il professionista signorile della porta accanto potrebbe rivelarsi un aguzzino, e non solo nei film horror.

Proprio l’approccio globale adottato dalla scrittrice inquadra il fenomeno del patriarcato in una dimensione culturale e fornisce l’illuminazione per scegliere lucidamente della propria esistenza: conoscere i meccanismi storici, antropologici e sociali che sono all’origine dei comportamenti transgenerazionali fanno di noi delle donne capaci di operare scelte dettate dalla progettazione consapevole in base ai valori di provenienza.

La struttura

La struttura stessa del libro dopo ogni narrazione torna a rievocare il Mito e l’Archetipo che ogni comportamento abusante contiene, perpetrati nei riti di violenza quotidiana atta ad affermare le pulsioni vitali attraverso comportamenti primitivi di sopraffazione e di umiliazione.

Non solo la violenza fisica figura infatti nei temi ricorrenti delle storie ma soprattutto quella psicologica, consumata secondo modalità facilmente confondibili con le risposte nevrotiche della quotidianità. L’alternanza tra le voci femminili, fiaccate ma non vinte dalla lotta, e la descrizione del contesto sociologico corrispondente fornisce una chiave di lettura immediata e appassionata malgrado la delicatezza dei temi trattati.

Ma le donne di Anna Silvia Angelini, legate tra loro da un filo rosso che rappresenta il colore del sacrificio estremo ma anche della forza interiore, non lasciano il lettore nello sgomento e nell’immobilità perché sono portatrici di vita per loro costituzione, valchirie e madri coraggiose, portatrici di un’etica nuova alla quale dovrebbe ispirarsi ogni organizzazione sociale.

D’altra parte la stessa autrice, donna poliedrica, abbandona la visione stereotipata dell’impegno sociale come dichiarazione di lotta oppositiva e sterile ed investe nella valorizzazione della bellezza, dell’inclusione e della solidarietà femminile come carta vincente per la consapevolezza di genere.

Non a caso ha voluto nel suo libro il contributo di Simona Battistelli, eccezionale artista e autrice delle immagini contenute nel libro a corredo di ogni paragrafo; Vittoriana Abate, giornalista Rai, che ha curato la prefazione e Monica Brandiferri, consigliera di parità della provincia di Teramo, che si è occupata della postfazione.

Un manuale di esistenza e resistenza.

Antonella Rizzo

Falcone, Borsellino e gli altri martiri della mafia raccontati dallo spettacolo

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Il 23 Maggio di 30 anni fa un evento importantissimo fermò il nostro Paese: la strage di Capaci, cioè un attentato – purtroppo riuscito – ai danni del giudice Giovanni Falcone.

Non voglio con questa puntata parlarvi della piaga sociale della mafia, ma semplicemente ricordare come il cinema e il teatro hanno parlato di quest’argomento e soprattutto di quelle personalità che hanno combattuto per un reale mondo migliore.

Giovanni Falcone

Nel 1993 Giuseppe Ferrara dirige un film intitolato proprio Giovanni Falcone, dove si parla degli ultimi anni del giudice palermitano. A prenderne i panni è Michele Placido. Si narra per la prima volta della figura di Falcone e si inseriscono personaggi di cui poi si parlerà molto in seguito: dagli altri martiri (come Rocco Chinnici e Ninni Cassarà) a coloro che lo volevano morto. Nel cast vediamo mille stelle del cinema italiano: Anna Bonaiuto, Massimo Bonetti, Gianni Musy e Fabrizio Gifuni.

Un altro omaggio al giudice Falcone è del 2006 con Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò cosa nostra. Diretto dai gemelli Frazzi, è stato un film per la tv con protagonista Massimo Dapporto, nei panni del giudice, affiancato da Elena Sofia Ricci, Emilio Solfrizzi, Francesco Pannofino e Cesare Bocci.

Nel  2012 il regista e sceneggiatore Claudio Bonivento dirige, sempre per la tv, Vi perdono ma inginocchiatevi. Qui, più che il giudice Falcone, il film per la tv si concentra su Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, cioè i 3 poliziotti della scorta del magistrato, con annesse storie delle famiglie: poliziotti che perirono nell’attentato insieme a Falcone. Il nome del film viene dal discorso che ha fatto la moglie di Schifani, Rosaria Costa, ai funerali del marito rivolta agli evidenti ma anonimi esecutori dell’attentato. Nel film vediamo attori quali Tony Sperandeo, Massimo Ghini e Silvia D’amico. Film dove la realtà piò essere romanzata per alcuni versi, ma la fine raccontano la stessa tragica realtà.

La strage inoltre viene citata in altri film

L’attentatuni ad esempio del 2001 ci parla delle indagini dopo la strage. In La mafia uccide solo d’estate del 2013 di Pif, alcuni personaggi si trovano loro malgrado testimoni di quando stava accadendo. Anche ne La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana si parla della strage: Lidia Vitale, che interpreta la sorella dei protagonisti, è un giudice e si trova a Palermo durante l’evento. Stessa sorte avviene ne Il divo di Paolo Sorrentino, con tanto di Camera dei Deputati nel minuto di silenzio in rispetto alla vita del giudice defunto; e ne Il traditore di Marco Bellocchio, con Pierfrancesco Favino nei panni di Buscetta che collabora con un Falcone – interpretato da Fausto Russo Alesi – dicendo la celebre frase:

“Dottor Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima Lei o io?”

Il discorso teatrale è più complesso, poiché non ci sono veri e propri spettacoli con trama, ma narrazioni, come Giovanni Falcone un uomo, di Bonzani e Morini; o elegie epiche, come Nel tempo che ci resta di César Brie, andato in scena quest’anno.

Paolo Borsellino

Non si può parlare di lui, però, senza ricordare un altro giudice che ben 57 giorni dopo la Strage di Capaci perse anche lui la vita. Un amico, oltre che un collega di Falcone. Stiamo ovviamente parlando di Paolo Borsellino.

Spesso lo troviamo in compagnia di Falcone: infatti nei film sopracitati ci sono anche attori che hanno interpretato il giudice Borsellino. In Vi perdono ma inginocchiatevi a prenderne i panni è Lollo Franco; in Giovanni Falcone è interpretato da Giancarlo Giannini; e in Giovanni Falcone, l’uomo che sfidò Cosa Nostra è Emilio Solfrizzi.

Malgrado però anche Borsellino sia stato ucciso nel ‘92, bisogna aspettare il 2004 per avere qualcosa che lo vede protagonista.

Il regista Gianluca Travelli infatti dirige uno sceneggiato tv intitolato appunto Paolo Borsellino. Nei panni del protagonista Giorgio Tirabassi, affiancato da Ennio Fantastichini nei panni di Falcone. Nel cast anche Elio Germano, Ninni Bruschetta e Claudio Gioè. È vero che nel 2003 c’era stato Gli angeli di Borsellino, ma era centrato sulla storia di Emanuela Loi, agente di scorta di Borsellino appunto: sulla stessa idea quasi di Vi perdono ma inginocchiatevi.

Altro film da citare è Paolo Borsellino – 57 giorni, film tv del 2012, diretto da Alberto Negrin, dove si vede appunto ciò che accadde in quei 57 giorni tra gli attentati dei due giudici. Luca Zingaretti interpreta il giudice Borsellino, accompagnato da attori quali Aurora Quattrocchi, Andrea Tidona e Antonio Gerardi.

In altri film li vediamo praticamente co-protagonisti

Uno dei primi è lo sceneggiato tv del ‘07 Il capo dei capi, centrato sulla figura del boss Totò Riina, interpretato da Claudio Gioè: i personaggi di Falcone e Borsellino sono stati interpretati rispettivamente da Andrea Tidona e Gaetano Aronica. Nel 2016 invece Fiorella Infascelli dirige Era d’estate, dove Massimo Popolizio e Giuseppe Fiorello interpretano i due giudici trasferiti all’Asinara con le loro famiglie. 

Sorte analoga a quelli dedicati a Falcone sono gli spettacoli teatrali: sicuramente da citare Borsellino di e con Giacomo Rossetto, che venne selezionato al Torino Fringe Festival 2019. Altro spettacolo, con protagonista evidente, è stato Paolo Borsellino – essendo stato del 2006 diretto e scritto da Ruggero Cappuccio.

A teatro

Invece, il 28 giugno di quest’anno, al Piccolo Teatro Strehler di Milano andrà in scena Falcone e Borsellino, un racconto in musica e parole, scritto e diretto da Emanuela Giordano, con la recitazione degli allievi del Piccolo, accompagnati dal Coro e l’Orchestra del Teatro Regio di Torino.

Altri martiri omaggiati

Il cinema e la tv però hanno parlato però solo di Falcone e Borsellino? Beh, assolutamente no. Uno dei primi è stato Cento giorni a Palermo dove, sotto la direzione del già citato Ferrara, Lino Ventura veste i panni e ci mostra la storia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Insieme a lui il regista dirige anche Giuliana De Sio, nel ruolo della moglie del generale, Arnoldo Foa e Stefano Satta Flores.

A seguire c’è Il giudice ragazzino del ‘94. Qui un giovane Giulio Scarpati prende i panni di Rosario Livatino, giovane giudice siciliano che morì per mano della mafia a soli 38 anni: da qui l’appellativo. Insieme a lui, il regista dirige Leopoldo Trieste, Sabrina Ferilli, Regina Bianchi e Ninni Bruschetta.

Giulio Scarpati in “Il giudice ragazzino”

Nel ‘95 Michele Placido dirige a Un eroe borghese, dedicata a Giorgio Ambrosoli. A prendere parte al film ci saranno, oltre al già citato Placido, anche Laura Betti e Fabrizio Bentivoglio che interpreterà l’avvocato assassinato.

Tra i più famosi cito Alla luce del sole di Roberto Faenza, dove Luca Zingaretti prende i panni di Don Pino Puglisi; e La siciliana ribelle. Questo film, del 2009, narra la storia di Rita Andria (nel film Rita Mancuso). Storia non conosciuta da molti. Questa era una collaboratrice di giustizia, convinta da Borsellino, parlò e venne messa in protezione. Morto questo, smise di credere nella giustizia e impaurita per il suo destino si lanciò da un balcone.

Alcuni film invece hanno ricevuto fior di premi

Uno degli ultimi è stato La mafia uccide solo d’estate di Pif. L’ex conduttore de Il testimone oltre a raccontarci della storia d’amore di due giovani, ci mostra una serie di noti martiri, dal già citato Dalla Chiesa, passando per Rocco Chinnici e Boris Giuliano. Il film ha vinto due David, altrettanti nastri d’argento, un ciak doro, un globo doro e altrettanti premi. Un altro personaggio che ha ispirato alcuni film è stato Peppino Impastato. Nel 2016 Gianfranco Albano dirige Lunetta Savino in Felicia impastato, madre del giovane dopo il suo omicidio, che lottando e superando i pregiudizi, è riuscita a testimoniare al processo per la morte del figlio. A questo giovane martire però il più noto è I cento passi di Marco Tullio Giordana, dove Luigi Lo Cascio interpreta il giovane dal forte spirito civico. Il film vinse nastri d’argento, premi alla mostra del cinema di Venezia, David e mille altri premi.

L’ubiquità del Male

Ci sono altri film però dove ci viene descritto quanto il mondo della mafia sia a volte tentacolare e così vicino alle nostre vite. Un esempio è Il mafioso del ‘62 di Lattuada, con protagonista Alberto Sordi: film considerato da Scorzese uno dei suoi gangster movie preferiti. Nel ‘71 Damiano Damiani dirige Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica, dove si scopre quanto le alte vette possano essere tanto coinvolte quanto sorde a determinate organizzazioni. Altro film è del 2000 di Lucio Gaudino, che dirige Prime luci dell’alba, con Laura Morante e Giammarco Tognazzi, che racconta di due fratelli che si rivedono dopo la morte dei genitori in un agguato di mafia.

Nel 2004 esce Le conseguenze dell’amore diretto da Paolo Sorrentino. Malgrado il titolo, c’è poco di romantico: Toni Servillo, il protagonista, è un uomo molto abitudinario, dai mille segreti che vanno dall’uso di eroina al riciclo di soldi, finché la conoscenza di una barista non gli farà capire appunto le conseguenze dell’amore. Altro bel film da citare è del 2007 di Andrea Porporati: parliamo de Il dolce e l’amaro, dove vediamo il protagonista Luigi Lo Cascio diventare piccolo delinquente, fare carriera nel mondo mafioso, fino a trasformarsi a pentito e andare sotto copertura.

Uno dei più crudi a mio avviso è del 2012 di Salvo Bonaffini, intitolato Pagate fratelli, che ci racconta di un arresto negli anni ‘50 di quattro persone e il conseguente processo per associazione a delinquere, estorsione e concorso in omicidio: che cosa c’è di strano direte voi, beh peccato che i 4 fossero frati cappuccini.

A volte però la mafia e l’associazione mafiosa sono spunto per film comici o parodistici. Un esempio viene con I due mafiosi con Franco e Ciccio; oppure il celebre Johnny Stecchino, dove Roberto Benigni interpreta lo spietato mafioso pentito che porta il nome del film e il macchiettistico Dante che gli somiglia e dovrebbe essere ucciso al suo posto: cosa che creerà non poche gag.

Esistono anche molti spettacoli che affrontano questo tema

La maggior parte sono di lettura teatrale. Alcuni però hanno avuto un discreto successo. Traendo ispirazione dalle vite già citate, un esempio viene da Il mio giudice del 93 scritto da Maria Pia Daniele, che narra la storia di Rita Atria quasi come un’Antigone. Lo spettacolo ha avuto molti riconoscimenti: nel 94 partecipò alla rassegna Un palcoscenico delle donne diretto da Dario Fo e Franca Rame, e nel 2012 è stato al Teatro India di Roma con la regia dell’autrice.

Il mondo della mafia viene anche descritto, in maniera un po’ diversa, anche da Eduardo De Filippo in Il sindaco del rione sanità.

Chiediamolo ai libri

Alcuni film invece hanno preso ispirazione da alcuni libri. Uno dei primi è stata la pellicola del ‘99 diretta da Ricky Tognazzi dal titolo I giudici- vittime eccellenti, tratto da Nella terra degli infedeli di Alexandre stille. Qui vediamo Chazz Palminteri nei panni del giudice Falcone ed Andy Luotto quelli di Borsellino, affiancati da celebrità italiane come Lina Sastri, un giovane Pierfrancesco Favino, Anna Galiena, Mario Sbragia e il premio Oscar F. Murray Abraham nel ruolo di Buscetta.

Nel 72 Vittorio Schiraldi scrive Baciamo le mani con al centro la storia di un terreno conteso: storia che nel 73 diverrà film dall’omonimo titolo. Nel ‘84 Mario Puzo (per chi non lo conoscesse lo scrittore de Il padrino) scrive Il siciliano, un derivato del romanzo già citato avente come protagonista il bandito Salvatore Giuliano: il libro diventa pellicola nel 87, diretta dal grande Michael Cimino, con un cast stellare quale John Turturro e Christopher Lambert.

Nel ‘75 Arrigo Petacco scrive Il prefetto di ferro che due anni dopo anche lui diviene pellicola. La regia viene affidata a Pasquale Squitieri, con attori e attrici maestosi quali Giuliano Gemma, Stefano Satta Flores, Lina Sastri e Claudia Cardinale. Anche alcuni best seller sono diventati dei cult. Un esempio è Il giorno della civetta di Sciascia edito nel ‘61 e diventato un film nel ‘68, diretto da Damiano Damiani e interpretato da Franco Nero e Claudia Cardinale: entrambi per il film vincitori del David.

Altro esempio viene da Gomorra di Roberto Saviano nel 2006, diventato prima un film nel ‘08 poi una serie, ancora in attività.

Di quest’ultimo genere, dobbiamo citare Una femmina di Francesco Costabile, uscito a febbraio del 20220 e tratto dal libro inchiesta Fimmine ribelli di Lirio Abate: la storia si basa sulle storie di Maria Concetta Cacciola e Giusy Pesce.

Con questi film e spettacoli, si vuole ricordare fatti e persone perché non siano una rarità è giusto ricordare, a chi ha forza, di combattere e reagire. Ci sono realtà dove si pensa che non ci sia altra soluzione, che in realtà c’è. Questi esempi sono la soluzione.

Francesco Fario

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Salone Internazionale del libro 2022: la rinascita dei “Cuori Selvaggi”

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Con la primavera è tornato il Salone Internazionale del Libro di Torino dal 19 al 23 maggio 2022 nei Padiglioni 1, 2, 3 e Oval di Lingotto Fiere, oltre che negli spazi del Centro Congressi Lingotto.

Il programma della XXXIV edizione del Salone del Libro è stato presentato al Sermig – Arsenale della pace di Torino martedì 12 aprile 2022 da: Silvio Viale, Presidente dell’Associazione Torino, la Città del Libro; Giulio Biino, Presidente della Fondazione Circolo dei lettori e Nicola Lagioia, Direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

La fiera dell’editoria più importante d’Italia

Giunto ormai alla XXXIV edizione, il Salone Internazionale del Libro di Torino è la più importante fiera italiana nel campo dell’editoria e ospita case editrici di varie dimensioni e nelle sale convegni presenta, in base a un tema portante che varia di anno in anno, un denso calendario di conferenze, spettacoli, presentazioni di libri e iniziative didattiche.

E’ un progetto di Associazione Torino, la Città del Libro e Fondazione Circolo dei lettori, con il sostegno di Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte, Camera di commercio industria artigianato e agricoltura di Torino, e di Centro per il libro e la lettura – MiC, Ministero della Cultura, MAECI Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Italian Trade Agency ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Ministero dell’Istruzione, Ministero dell’Università e della Ricerca, Fondazione con il Sud e Fondazione Sicilia. Main partner: Intesa Sanpaolo. Gold partner: Esselunga. Partner: Smat, Reale Mutua, Miele Italia, Iren, Lavazza, Guido Gobino. Partner Salone Off: Italgas – Heritage Lab Italgas, Torino Outlet Village. Food & beverage partner: Yogi Tea, Rossopomodoro, HAM, Pacifik Poke. Con il contributo di: Museimpresa. Main Media Partner: Rai.

Cuori selvaggi

Cuori selvaggi è il tema della XXXIV edizione del Salone del Libro.

Dopo l’edizione online in piena pandemia, il Salone torna senza restrizioni e lo fa con il botto. Un fil rouge vedrà unire gli appuntamenti, le conversazioni, gli spettacoli, le letture, i concerti.

In questi tempi inquieti, il Salone del Libro invita la sua comunità di lettori e lettrici a correre selvaggiamente verso un orizzonte fatto di sentieri ancora non battuti e di sconfinata libertà.

Questa inquietudine si evince dal manifesto di quest’anno, curato dall’illustratore e autore italiano Emiliano Ponzi.

Torino diventa in questo periodo l’espressione della primavera e della rinascita diventando uno dei più importanti luoghi dove respirare questo clima e dove esplorare i nostri cuori alla ricerca della parte più luminosa e pura, in nome dell’amicizia, della pace tra i popoli, del dialogo e dell’amore per la cultura.

Le novità di quest’anno

Dopo il successo dell’edizione di ottobre, il Salone torna con un ulteriore ampliamento degli spazi di 10mila metri quadri, che portano a 110mila i metri quadri complessivi della superficie espositiva, con alcune importanti novità.

Da sempre laboratorio di riflessione e approfondimento, il Salone ha voluto prevedere – in un momento storico complesso, segnato da una violenza e una conflittualità che si credevano superate in Europa – una vera e propria Casa della Pace.

Uno spazio dedicato al dialogo, all’incontro, all’informazione sulle iniziative di solidarietà del territorio e al racconto di esperienze virtuose, in cui ONG, reti solidali, soggetti del terzo settore impegnati a diverso titolo sull’emergenza in Ucraina potranno condividere con i visitatori esperienze e storie.

Altra novità della XXXIV edizione sarà il Bosco degli Scrittori: un anfiteatro naturale di 200 metri quadri, un luogo pensato per immergersi fisicamente nel verde e partecipare a presentazioni e dibattiti sui grandi temi ambientali che caratterizzano il nostro tempo, ma anche uno dei punti di riferimento per le iniziative del Salone dedicate alla natura e alla sostenibilità.

Ma ancora: SalTo Live, il palco degli incontri all’aperto, con appuntamenti fino all’imbrunire, il Giardino delle Storie di Chora Media, un giardino sonoro pubblico e condiviso dove scoprire i podcast che raccontano l’attualità.

All’aperto si terrà anche la prima edizione del Calcetto Letterario, torneo di biliardino a scopo benefico organizzato da Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro ONLUS.

Altra novità del 2022 sarà uno spazio dedicato alla lettura dei Tarocchi curato da Lo Scarabeo, casa editrice leader del settore, che porterà un tocco di ispirazione, mostrando il lato sorprendente e artistico delle antiche carte.

Gli autori e le autrici italiani

Da nord a sud, come ogni anno si ritroveranno a Torino moltissime voci nostrane della contemporaneità che faranno conoscere al pubblico del Salone i loro ultimi lavori. Tra i tanti: 

​​Simonetta Agnello Hornby; Roberto Alajmo; Marta Barone; Jonathan Bazzi; Daria Bignardi; Gianni Biondillo; Claudia Bruno; Angela Bubba; Gianrico Carofiglio; Gian Andrea Cerone; Donato Carrisi; Elisa Casseri; Francesca Cavallo; Paolo Cognetti; Maurizio De Giovanni; Erri De Luca; Jacopo De Michelis; Diego De Silva; Pietro Del Soldà; Viola Di Grado; Andrea Donaera; Catena Fiorello; Goffredo Fofi; Giorgio Fontana; Antonio Franchini; Nicola Gardini; Ilaria Gaspari; Irene Graziosi; Vincenzo Latronico; Carlo Lucarelli; Loriano Macchiavelli; Antonio Manzini; Andrea Marcolongo; Lorenzo Marone; Melania Mazzucco; Marco Peano; Romana Petri; Massimo Picozzi; Roberto Piumini; Chiara Tagliaferri; Lidia Ravera; Pier Luigi Razzano; Gaia Rayneri; Luca Ricci; Alessandro Robecchi; Vanni Santoni; Alessandra Sarchi; Antonio Scurati; Giampaolo Simi; Elena Stancanelli; Nadia Terranova; Silvia Truzzi; Hans Tuzzi; Chiara Valerio; Walter Veltroni; Marco Vichi; Simona Vinci.

Attualità, legalità, diritti, scienze e ambientazione

Fare cultura significa sconfinare nell’attualità e nei racconti del contemporaneo.

Si muoveranno a partire dai grandi reportage realizzati in questi mesi in formato audio: Cecilia Sala e Marco Damilano, Annalisa Camilli, Francesca Mannocchi, Massimo Giannini, Ilaria Maria Sala e ancora Marco Travaglio, Beppe Servegnini.

A discutere di impegno sociale e legalità giungeranno al Lingotto: Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, per parlare di ILLEGAL – L’agenda della legalità (Paperfirst); l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Edmondo Bruti Liberati con Delitti in prima pagina.

Ancora, portavoce di svariate tematiche connesse ai diritti, non mancheranno: l’autrice e influencer femminista Carlotta Vagnoli; l’attivista Luca Trapanese che presenterà il suo primo romanzo Le nostre imperfezioni (Salani); la giornalista Selvaggia Lucarelli, voce del podcast Proprio a me (Chora Media) focalizzato sulle dipendenze affettive, che si concentrerà sul libro autobiografico Crepacuore (Rizzoli); la filosofa pioniera del pensiero femminista Rosi Braidotti autrice di Fuori sede: vita allegra di una femminista nomade (Castelvecchi). 

La contaminazione delle arti

Il Salone è da sempre un grande promotore di commistioni e lo dimostra anche in questa XXXIV edizione coinvolgendo esponenti del cinema, della musica, dello spettacolo, dell’arte e dello sport. Dal mondo del cinema saranno presenti: il grande regista e autore Werner Herzog, in collaborazione con Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea; ma anche Damiano e Fabio D’Innocenzo, Luca Zingaretti, Claudia Gerini, Roberta Torre, Mario Martone, Elio Germano insieme a Folco Terzani e ancora, tre letture mescoleranno arte attoriale e letteratura: Fabrizio Gifuni con Leonardo Sciascia, Donatella Finocchiaro con Luis Sepúlveda, Francesco Pannofino con Philip K. Dick. I Manetti Bros. Vasco Brondi, Ermal Meta, La Rappresentante di Lista e si terrà inoltre un omaggio a Marco Mathieu con i Negazione; molti altri artisti si esibiranno con piccole performance dal vivo sul palco di SalTo Live. Dallo spettacolo prenderanno parte al Salone: Roberto Bolle, per raccontare il suo rapporto con la danza; Luca Bianchini; Luciana Littizzetto con Anna Pavignano; Fabio Fazio insieme a Bruno Voglino; Arturo Brachetti e Massimo Gramellini che celebrerà il decennale di Fai bei sogni (Longanesi).

Il Salone del Libro per giovani lettori

Il Bookstock è da quindici anni lo spazio di tutti coloro che amano scoprire e sperimentare: dei giovani, delle scuole, dei bambini e delle loro famiglie.

Sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo e collocato al fondo del II padiglione, il progetto per i lettori più giovani occupa dalla passata edizione una superficie di 7.500 metri quadri.

Sempre più vasto il programma delle attività e degli incontri pensati e offerti in prenotazione alle scuole, programmati dentro e fuori dal Bookstock.

Una marea di libri e persone

A colpire al Salone, come ogni anno, è anche la grande colonna di libri che è stata allestita in fondo al primo padiglione e che ci mostra tutta la sua bellezza non appena entriamo in fiera.

Il punto perfetto per scattare una foto o un selfie e per addentrarsi poi nel magico mondo del Salone e dei suoi espositori.

Dopo questi anni di pandemia in cui il rapporto con i libri era in 1:1, e’ stato destabilizzante per me ritrovarmi in quel flusso di gente persa nel flusso dei libri.

Una commistione di persone, anime, racconti, personaggi esistenti e inventati, pagine che scorrevano lungo le corsie di padiglioni così immensi ma anche così piccoli per poter contenere le storie e le vite di ciascuno.

Il giorno dell’inaugurazione è stato sorprendente notare l’elevato numero di case editrici e di genere letterari ancora a me sconosciuti che hanno ancora una volta confermato la bellezza di riscoprire la diversità come valore aggiunto.

C’erano file in ogni dove: chi in fila per un autore di manga, chi per ascoltare testimonianze, chi per riempire le proprie borracce d’acqua o chi, come me, per sentire Carlotta Vagnoli.

Ma ancora: microfoni, videocamere, installazioni visive, interviste, la cultura che attraversa il tempo e lo spazio del Salone del Libro in qualsiasi forma possa esistere.

Uscire dal Salone significa uscire con una sindrome di Stendhal e una successiva depressione ma ne vale sempre la pena andare e arricchire il sapere e l’anima.

Le edizioni precedenti

Francesca Sorge

Stanotte guardiamo le stelle: un libro per aprire gli occhi sulla guerra

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Stanotte guardiamo le stelle è un libro di Alì Ehsani e Francesco Casolo pubblicato da Feltrinelli. Alì Ehsani è nato a Kabul. Persi i genitori all’età di otto anni, è fuggito dall’Afghanistan. Dopo un drammatico viaggio durato cinque anni, dal 2003 vive a Roma. 

La trama

Siamo in Afghanistan negli anni Novanta. Alì è un bambino come tanti che trascorre le giornate tirando calci a un pallone con il suo amico Ahmed, in una Kabul devastata dalla guerra. Alì non ha conosciuto la vita prima della guerra: non sa cosa sia l’elettricità, non hai mai visto cinema e teatri aperti, non sa cosa vuol dire avere l’acqua corrente in casa.


Il giorno in cui, di ritorno da scuola, il ragazzino trova un mucchio di macerie al posto della sua casa, quella fragile bolla di felicità si spezza per sempre. Convinto inizialmente di essersi perso, si siede su un muretto e aspetta il fratello maggiore Mohammed, a cui tocca il compito di spiegargli che la casa è stata colpita da un razzo e che i genitori sono morti.


Non ha più senso per loro rimanere in Afghanistan. Inizia quindi il loro grande viaggio, che li porterà prima in Pakistan e poi in Iran. Ma l’obiettivo finale di Alì è quello di arrivare in un Pease in cui possa essere libero di guardare le stelle, come faceva da bambino quando il padre gli spiegava le costellazioni sul tetto di casa nelle sere d’estate.

La recensione

Stanotte guardiamo le stelle è un libro emozionante che appassiona il lettore e, al contempo, lo induce a riflettere su cosa la guerra significhi, su cosa effettivamente comporti nella vita di tutti i giorni e sulle difficoltà che gli emigrati debbano superare per ambire a un futuro migliore.
Le parole di Alì colpiscono dritte al cuore:

Le racconto che in Afghanistan c’era la guerra e che pensavo che tutto il mondo fosse in guerra perché non avevo mai visto altro. Che ogni giorno partiva un razzo che andava a colpire qualcosa, anche se non si capiva bene chi era contro chi. Non pensavamo mai che potesse colpirci, li vedevamo semplicemente passare sopra la testa come degli aerei […] Noi bambini giocavamo sempre a dondolarci sulle mitragliatrici.

E ancora:

Se quel giorno tu e papà avevate fatto tante consegne e avevate ricevuto tante mance, papà entrava in casa con un sacchetto di plastica con la carta dentro e un vago color rosso sangue del pezzo di carne che aveva comprato. Se invece andava male aveva solo un sacchettino trasparente col fondo pieno di riso. C’erano settimane di sacchetti rossi e mesi interi di soli sacchetti gonfi in fondo.

È agghiacciante che dei bambini possano avere questa familiarità con degli strumenti mortali, così come è incredibile la volontà di andare avanti nonostante tutto.

Quella che chiamavamo scuola altro non era che uno spiazzo accanto alle macerie della vera scuola con dei tronchi d’albero appoggiati a terra in modo che i bambini si potessero sedere. Le sedie vere erano state distrutte dai bombardamenti.

Molto di quello che noi, nati nella parte del mondo fortunata, diamo per scontato non lo è affatto per altri esseri umani: dalle razioni di cibo quotidiano alla libertà di espressione dei mezzi di comunicazione di massa. Ecco cosa dice Alì una volta arrivato in Grecia:


Mi siedo, c’è Squadra speciale Cobra 11, un telefilm che guardavo anche in Iran, e adesso capisco perché quando lo vedevo a Teheran non riuscivo mai a seguire la storia. Vedo che qui si danno un sacco di baci, si abbracciano, ci sono donne vestite all’Europea e intuisco che tutte queste scene a Teheran venivano tagliate dalla censura […]

Stanotte guardiamo le stelle è un libro che appassiona e commuove con delicatezza. È consigliato a tutti, adulti e ragazzini, perché il racconto sulle atrocità della guerra è sincero ma mai brutale. La storia è quella di Alì attraverso i suoi stessi dolcissimi occhi.

Valeria de Bari

Elena e Camilla. Storia di una famiglia Arcobaleno in Italia (Intervista)

Quando ho capito chi fossi realmente e dove mi avrebbero condotto le mie nuove consapevolezze, ho cominciato il mio percorso da attivista. L’unica cosa che mi ripetevo nel tempo, era quella di dover mettere a sevizio le mie capacità e i miei privilegi da donna istruita e provare a restituire alla società l’informazione, la formazione e quella “specie di concetto di normalità” che nel mio vissuto e background familiare, non c’era mai stato. Dovevo e volevo fare la mia parte nel mondo rispetto alla comunità a cui appartengo.

Ma prima, avevo bisogno di “normalizzare” il mio orientamento sessuale a me stessa. E ci sono voluti anni di terapia.  Ho alzato sempre di più il tiro fino a capire chi fossi realmente.

Francesca, 37 (o forse dovrei dire 38) anni, pugliese di nascita, milanese di adozione e fiera omosessuale (e no, non siamo ad una puntata di Ciao Darwin), scrivo per CulturaMente e questo è il momento di utilizzare le mie capacità per raccontare magnifiche esperienze di vita. La mia, magari, ve la racconterò in un altro momento.

Spaccio di Genere: le interviste sul mondo LGBTQIA+

Queste interviste – che in redazione chiamiamo “Spaccio di Genere” – sono innanzitutto storie. Ma non solo. Sono storie appartenenti alla comunità LGBTQIA+, storie di passioni, di dolore, di amore, di lotta, di condanne e di orgoglio.

La storia di Elena e Camilla

Elena e Camilla sono una storia genuina da raccontare: un amore cresciuto nel tempo e nelle distanze, costruito nelle battaglie per i diritti LGBTQIA+ e difeso tra le scale del comune dove vivono.

La loro storia è la storia di tante persone che si sono scelte e si sono amate, una di quelle storie che leggi suoi libri in adolescenza e pensi: “Ah, ma allora esiste sul serio un rapporto così?!”

Una storia che ti dona speranza e ti restituisce quella giusta dose di serenità e felicità.

I loro occhi brillano quando si raccontano e parlano del loro passato ma ancora di più quando parlano di Milo.

La bellezza della condivisione è proprio nei loro racconti.

Ho incontrato Elena, Camilla e Milo in un bar in Porta Venezia e abbiamo chiacchierato un po’. Era uno dei primi caldi pomeriggi milanesi quando il sole fatica a mostrarsi ma ti avverte che la primavera sta per arrivare e tu devi farti trovare pronta. Conosco Elena da qualche anno ma non conoscevo la loro storia.

Elena, Camilla, raccontateci un po’ di voi…

Ciao! Siamo Elena e Camilla, stiamo insieme da 8 anni e da 7 mesi siamo le mamme del piccolo Milo. Io Elena sono un’educatrice in una comunità di minori e Camilla invece un’insegnante alla scuola secondaria di primo grado.

Domanda d’obbligo: come vi siete conosciute? 

Ci siamo conosciute frequentando alcune serate LGBT in un locale, Elena faceva la volontaria per l’associazione che le organizzava in quel periodo.

Ci eravamo notate tempo prima anche se Camilla non frequentava assiduamente le serate e per un periodo invece è stata all’estero a studiare architettura. Poi finalmente due timide hanno preso coraggio e una sera si sono parlate! Da quella chiacchierata è cominciata la nostra storia.

Camilla, tu lavori a scuola, come hai vissuto il tuo coming out? In base alla tua esperienza, credi che la scuola abbia ancora molta strada da fare rispetto all’inclusione di alunni omosessuali, gender fluid o no binary? 

Tieni conto che sono un’insegnante precaria alla scuola secondaria di primo grado, quindi ogni anno o quasi ho cambiato scuola, sul lavoro il coming out é stato ripetuto ogni volta ed è forse l’unico ambito in cui ho fatto un po’più di fatica a farlo (e a rifarlo).

Nel resto della mia vita devo dire che ho avuto coming out molto semplici (seppur fossi già in università quando ho realizzato della mia omosessualità). Ho una famiglia accogliente su cui non ho mai avuto dubbi e lo stesso vale per gli amici o le nuove conoscenze. In ambito lavorativo mi ero fatta più remore, spesso a torto. Per quanto riguarda il tema inclusione potremmo aprire molte parentesi e parlarne per giorni. Diciamo che la scuola è molto più avanti di quello che si pensi, o meglio, lo sono gli alunni.

I professori non sono per nulla formati o informati su temi LGBT, e qualche volta mi è capitato di parlare direttamente con i ragazzi dell’argomento (che poi sono tanti argomenti quindi non si esaurisce mai il tema) perché per qualche motivo emergeva direttamente da loro (talvolta anche per qualche insulto volante che ho sentito in aula). Hanno risposto sempre bene alla possibilità di parlarne ed è emerso quanto in realtà alcuni di loro già sapessero (mentre altri quasi nulla). Ma si può e si deve fare molto di più, soprattutto per l’educazione alle differenze e l’inclusione, che spesso nella pratica degli insegnanti si concentra sulle diverse provenienze degli alunni e sulla disabilità, toccando solo marginalmente altre differenze.

Elena, la tua esperienza lavorativa ci insegna che la violenza fisica, psicologica, sessuale avviene quasi sempre nelle mura domestiche. Ma non solo. Tu sei mai stata vittima di atti omofobi? Ti va di raccontare? 

Per tanto tempo sono stata “nell’armadio” e solo da adulta ho fatto coming out e iniziato a vivere la mia omosessualità serenamente. Mi è capitato di essere oggetto di insulti o frasi dispregiative quando qualcuno per strada o al parco mi ha visto insieme a quella che allora era la mia ragazza. Avevo circa 20 anni e ricordo che una volta l’avevo accompagnata in stazione e un tizio aveva iniziato a rivolgermi insulti omofobi solo perché ci ha visto abbracciarci e salutarci prima che lei salisse sul treno. Ricordo la mia sensazione di disagio e rabbia di fronte a quella intrusione e anche la paura durante il tragitto da sola nel sottopasso per uscire dalla stazione subito dopo.

Nel corso degli anni sul lavoro mi è capitato di incontrare bambini con un’espressione di genere non conforme e, oltre che a volte notare la rigidità e il disagio di alcuni genitori nei loro confronti, talvolta questo aspetto ha messo in imbarazzo alcuni colleghi non sempre pronti ad affrontare questo tema. Ad esempio banalmente quando nella letterina di Babbo Natale un bimbo chiese giocattoli prettamente femminili. Nel caso specifico di un bambino che ricordo, sono orgogliosa di dire che il resto dei bimbi del gruppo non si è mai permesso di arrecare offesa o usato questa sua diversità contro di lui. Quello che ho cercato di fare nel corso del tempo, anche con un lavoro su me stessa, è di essere un esempio positivo, l’adulto di cui avrei avuto bisogno quando ero ancora nell’armadio.

Le cose nel tempo sono cambiate anche con i colleghi, ci sono un po’ più di strumenti e ora si collabora per una cultura dell’inclusione, l’abbattimento degli stereotipi e l’educazione alle differenze. Quando è nato Milo mi sono assentata dal lavoro per due settimane e al mio rientro ho raccontato ai bimbi che ero stata via tanto tempo perché nella mia vita era successa una cosa meravigliosa ed ero diventata mamma. I bimbi con stupore mi avevano guardato la pancia dicendo “ma tu non avevi un bimbo in pancia!”, al che ho raccontato come fosse nato dalla pancia della mia fidanzata perché ci amiamo tanto. I bambini sanno benissimo che nella vita si può avere un fidanzato o una fidanzata indipendentemente se si è maschi o femmine e per loro era una spiegazione semplicissima e chiara.

Da qualche mese siete diventate mamme di un bellissimo bambino, Milo. Volete raccontarci la vostra storia?  

La storia del piccolo Milo parte da un desiderio condiviso, da un po’ di tempo ne parlavamo e, quando avevamo finalmente deciso di intraprendere questa avventura, è scoppiata la pandemia. Da un lato ci ha dato la possibilità di fermarci e riflettere per bene, dall’altro ha ovviamente complicato le cose, dovendo noi recarci all’estero. Però siamo partite comunque. L’emozione era tanta, sono stati mesi carichi di desideri, terapie farmacologiche, aerei prenotati all’ultimo momento, fiati sospesi e attese. Poi è arrivata la gravidanza e la nostra famiglia si è allargata. Adesso ogni giorno è una scoperta e non vediamo l’ora di crescere insieme al lui.

Due donne lesbiche in Italia, come posso fare per diventare mamme?

Due donne lesbiche in Italia apparentemente non possono diventare mamme, o meglio quasi mai sono riconosciute entrambe legalmente come tali. Due donne lesbiche italiane non possono adottare e devono andare all’estero per affidarsi alla procreazione assistita (PMA) che in Italia è preclusa a omosessuali e single dal 2004 (prima si poteva). Poi i bambini nascono e sono figli di entrambe nella quotidianità e nella società reale (quella del contesto in cui si vive). Difficilmente lo sono sui documenti. Nonostante il monito della Corte Costituzionale sul fatto che questi bambini vadano tutelati quanto quelli di coppie eterosessuali, le strade possibili sono due:

-un fortunatissimo riconoscimento alla nascita grazie a qualche sindaco illuminato (sempre più raro dopo alcune sentenze della Cassazione e sempre impugnabile dalla Prefettura essendo un atto pubblico) 

-una lunga e dispendiosa (per soldi ed energia) stepchild adoption. (Precisazione: l’intervista è di qualche mese fa ma con una sentenza di febbraio, la Corte Costituzionale ha riconosciuto il legame tra adottato e nonni della mamma intenzionale) Che però non solo necessità di avvocati, tribunali e assistenti sociali, ma non può essere fatta prima di una certa età del bambino (per dimostrare che lui riconosce la mamma non partoriente come genitore) ed è un’enorme intrusione in cui la coppia deve dimostrare di essere tale, di aver voluto un figlio insieme, di essere riconosciuta come famiglia dagli altri. Il potere è sbilanciato dalla parte della mamma partoriente, che deve essere legalmente d’accordo e potrebbe, magari per una rottura della coppia, escludere totalmente l’altra mamma dalla vita dei figli. Nel frattempo passano anni e, anche qualora alla fine ci fosse una stepchild, è comunque solo una mezza tutela perché non prevede il riconoscimento del legame (anche ereditario) con la famiglia della madre adottante (quindi i nonni non sono nonni, gli zii non sono zii …)

Secondo voi, quanto influisce la chiesa cattolica su queste tematiche in Italia? 

Sinceramente non sappiamo cosa rispondere, assolutamente influisce, ma non sapremmo dire quanto. Basti pensare che la cattolicissima Spagna è avanti anni luce su questo tema.

Che futuro prevedete per vostro figlio? 

Per Milo speriamo in un futuro in cui essere figlio di due donne sarà solo una delle caratteristiche della sua vita, fatta di tante cose interessanti. Un futuro in cui ogni bimbo nato abbia gli stessi diritti e le stesse tutele, sia che sia nato in una famiglia etero che omogenitoriale.  

Come coppia genitoriale omosessuale, appartenete a “Famiglie Arcobaleno” un’associazione composta da genitori omosessuali di tutta Italia. Può sembrare un’auto ghettizzazione ma sappiamo bene che non lo è.

Quanto è fondamentale avere il supporto di altre famiglie che vivono la stessa situazione? 

È assolutamente fondamentale, per noi lo è stato soprattutto quando ci approcciavamo all’idea di avere un figlio per confrontarci su percorsi simili al nostro, per prendere decisioni e fare scelte ponderate. Più Milo crescerà, più sarà importante perché vivrà in un contesto pieno di famiglie diverse (tra loro e dalla sua), molti suoi amici avranno genitori eterosessuali e questa sarà la quotidianità. Con Famiglie Arcobaleno avrà modo di riconoscere la sua famiglia in mezzo ad altre più simili, di condividere momenti, e magari trovare sostegno in adulti e coetanei, a creare insomma un’esperienza comune. Per noi, oltre che fondamentale perché Famiglie Arcobaleno lavora e si batte perché vengano riconosciuti i diritti (e doveri) ancora mancanti alla nostre famiglie, sarà ancora e sempre terreno di confronto sui diversi temi che emergeranno durante la crescita di Milo e chissà occasione di amicizie.

Mi piace pensare ad un’idea di associazione di famiglie a prescindere dall’orientamento sessuale. Crediate arriverà mai quel giorno? 

Associazioni di famiglie a prescindere dall’orientamento sicuramente esistono e fanno un gran lavoro. Personalmente reputiamo un valore aggiunto quello di avere un’associazione che ci accomuna anche per altro, ma probabilmente è un pensiero anche legato agli anni di attivismo. Quando si raggiungerà l’equità (o ancora meglio l’eliminazione dell’ingiustizia), nella società, nella quotidianità e nei diritti, quel punto forse associazioni come Famiglie Arcobaleno non saranno necessarie anche se credo che  continueranno ad esistere per comunanza di esperienze.  

Francesca Sorge

A spasso con gli alpaca: una passeggiata “fluffy” a Tarquinia

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In provincia di Viterbo c’è il più grande allevamento di alpaca in Italia: i Piani dell’Alpaca. Tra passeggiate e visite, si possono conoscere questi stupendi animali!

I piani dell’Alpaca a Tarquinia (Viterbo)

Per un’occasione speciale serve un posto speciale: e così, per il compleanno di un’amica, abbiamo organizzato questa gita a Viterbo. Tutta la zona circostante vale la pena di essere visitata, la campagna circostante, la selvaggia macchia mediterranea, il grande mandorleto, il secolare sughereto, lo sfondo del mare sono una cornice da sogno per una giornata a stretto contatto con la natura.

La tenuta è davvero straordinaria. Al suo interno si trova un agriturismo, una meravigliosa azienda agricola di oltre seicento ettari di terreno dove si coltivano cereali, foraggere, olio e mandorle. Soprattutto, dal 2015, si allevano alpaca.

L’animale degli Inca

Sin dall’antichità, circa 4000 anni fa, gli alpaca venivano allevati come animali domestici dagli Inca per la loro lana, il pellame e la carne. Venivano chiamati “l’oro delle Ande” e solo l’imperatore, la sua famiglia e i membri più importanti della corte potevano indossare capi realizzati in lana di alpaca. Erano anche oggetto di scambi e baratti, e garantivano la sopravvivenza della comunità.

Purtroppo, con la conquista spagnola avvenuta nel XVI secolo, gli alpaca rischiarono l’estinzione. Per salvare i loro preziosi animali, i peruviani li trasferirono ad altezze estremamente più elevate, abituando così questi camelidi al clima delle Ande Peruviane, costretti a sopportare temperature rigide di notte e calde di giorno con un tasso di ossigeno ridotto.

Una giornata fluffy

L’esperienza di interagire con un animale così antico e così bello è davvero indimenticabile. Sul sito de I Piani dell’alpaca potrete scegliere tra numerosi pacchetti: visita guidata, passeggiata o allevatore per un giorno. Vi verrà voglia di farle tutte, ma la più bella è sicuramente la passeggiata. Vi racconto la mia giornata speciale.

L’organizzazione

In primis, un plauso all’organizzazione. Tutte le attività si prenotano online per fasce orarie, per cui è impossibile trovare folla o fare la fila. Questo permette di godersi la giornata in grande serenità. Una volta arrivate ci hanno fatto fare una breve passeggiata, facendoci accomodare in una struttura della tenuta, in attesa del nostro turno. Dopo qualche minuto ci hanno accompagnato nel recinto degli alpaca, che sono animali amanti del branco e un po’ timorosi. Per questo ci sono alcune regole da rispettare, che vengono esposte da chi si prende cura di loro ogni giorno.

La passeggiata

A questo punto, molto ordinatamente, siamo stati chiamati e ci hanno assegnato l’alpaca per la passeggiata. Ogni animale ha un nome e delle precise caratteristiche del carattere: è importante ascoltare bene cosa fare e cosa non fare, soprattutto per non spaventarli o stressarli.

Il percorso della passeggiata, che si svolge in fila indiana, si snoda attraverso la tenuta. Il periodo migliore è la primavera o l’autunno, perché si cammina all’aperto con poche zone all’ombra. Dopo aver attraversato il suggestivo mandorleto, siamo arrivati a un grande prato, dove abbiamo avuto un po’ di tempo per scattare le foto e coccolare gli alpaca. In questo momento gli animali si rilassano, si rotolano sul prato e si lasciano avvicinare e accarezzare. Uno dei momenti più belli degli ultimi 10 anni!

Salutare gli alpaca nel recinto, alla fine della giornata, è stato un arrivederci, non un addio. Tornerò sicuramente per questa full immersion pelosa!

Micaela Paciotti

Foto di: Micaela Paciotti

Le canzoni più belle da dedicare ai propri figli

Durante la prima fase di questa pandemia da Covid-19 molte testate giornalistiche professavano un prossimo boom delle nascite dovuto alla quarantena. Ovviamente i dati Istat smentiscono; non solo infatti le nascite non sono in aumento, ma il clima di tensione e incertezza in cui viviamo sta portando a un calo significativo dei nuovi nati.

Insomma, non vivremo un cambiamento demografico come quello successivo al blackout di New York del 1965 (altra leggenda metropolitana?) ma qualcuno continua a far figli. Che sia per caso, per amore -e qui potremmo aprire infinite discussioni- o per un mero desiderio egoistico di trovare un significato alla propria esistenza nel creare una discendenza che possegga almeno in parte i nostri geni -e anche qui dovremmo un giorno parlarne- i bambini nascono e portano una serie di sconvolgimenti emotivi a cui nessun corso pre-parto può prepararci.

I figli rappresentano la forma di amore più puro e assurdo che esista, una condizione di soave dolore ed eterna preoccupazione a cui non ci sottoporremmo volontariamente per nessun altro motivo e pur essendo tutti figli non lo capiamo finché non diventiamo genitori. Per i figli si fa tutto, a loro si augura tutto e alcuni dei più grandi artisti della storia della musica hanno trasformato i loro pensieri in canzoni.

Quattro canzoni da dedicare a tutti i figli presenti, futuri, vari ed eventuali

Father and Son – Cat Stevens

Nel 1970 Cat Stevens ha 22 anni. Ha già inciso tre album e il 23 novembre pubblica Tea for the Tillerman, un capolavoro che contiene anche Father and Son. La canzone era stata inizialmente composta per la colonna sonora di un musical e successivo film ispirato alla Rivoluzione Russa, dove si racconta di un ragazzo che vuole unirsi ai moti rivoluzionari e del padre che cerca di dissuaderlo. Il progetto cinematografico non va in porto, ma il brano rimane, simbolo del conflitto generazionale che contraddistingue ogni relazione padre-figlio.

La canzone è una conversazione tra il padre, che consiglia al figlio di stare calmo, condurre una vita tranquilla, sistemarsi ed eventualmente sposarsi, e il figlio, che manifesta tutta la sua frustrazione nel non essere capito e ascoltato e dice di doversene andare a cercare la sua strada.

Anche la costruzione del brano è splendida. Non esiste un vero ritornello, la melodia si compone di strofe che alternano il punto di vista del padre, cantato con voce bassa e profonda, e del figlio, quando la voce di Cat si alza ed esprime tutta l’urgenza della gioventù.

Beautiful Boy (Darling Boy) – John Lennon

Beautiful Boy è la settima traccia dell’ultimo album di John Lennon, Double Fantasy, uscito nel 1980. John si rivolge al figlio Sean, che allora aveva cinque anni, e lo tranquillizza dopo un brutto sogno. Il testo contiene una serie di consigli e massime sulla vita, tra cui la famosissima ” Life is what happens to you while you are busy making other plan“.

La melodia è dolce, consolatoria e la voce di Lennon arriva come una carezza.

Hey Jude – The Beatles

Ok, lo so, tecnicamente non è dedicata a un figlio ma quasi. Accreditata al duo Lennon/McCartney, Hey Jude fu scritta da Paul McCartney per consolare Julian, primogenito di John, durante il divorzio tra i genitori. Ci sono vari aneddoti sulla composizione e sulla registrazione del brano, tra discussioni sui versi e sull’arrangiamento, ma ciò che conta è che Hey Jude, nel suo crescendo di forza e speranza che dura più di sette minuti, è uno dei più grandi capolavori della band.

Isn’t She Lovely – Stevie Wonder

Scritta e interpretata dal grande Stevie nel 1976, la canzone è dedicata alla neonata figlia Aisha e, nella sua versione originale, inizia con un campionamento del pianto di un bambino. Non è quello della figlia, ma sue sono le proteste a fine brano quando Wonder, durante il bagnetto, le chiede di uscire dall’acqua.

La canzone racconta la gioia e lo stupore di un padre che vede per la prima volta la sua bambina in tutta la sua bellezza. Wonder ringrazia il Signore e la sua compagna Londie per quella creatura nata dall’amore.

La playlist su Spotify

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Maria Gabriele e Valeria de Bari

“Di4ri”: la nuova serie per ragazzi firmata Netflix

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Netflix lancia la prima serie per ragazzi , “Di4ri”, 15 episodi, prodotta da Stand By Meche raccontano le storie e le emozioni di un gruppo di compagni di classe di seconda media. 

Di4ri debutterà il 18 maggio con la firma della regia di Alessandro Celli e da fine luglio sarà disponibile in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

Trailer

Trama

La serie tv vede ogni episodio raccontato dal punto di vista di uno degli otto protagonisti che diventa voce narrante e offre agli spettatori una sorta di diario personale.

Il racconto in prima persona permette di avere lo sguardo sugli avvenimenti della classe e su ciò che accade nelle loro vite.I  protagonisti così si raccontano direttamente allo spettatore palesando i loro sentimenti senza filtri.

In questo modo è visibile l’intreccio delle vicende di Pietro, Livia, Isabel, Daniele, Monica, Giulio, Mirko e Arianna che dà forma ad un racconto corale capace di restituire le diverse sfaccettature della vita dei preadolescenti.

Questa serie diventa il racconto di un’età in cui iniziano a sbocciare le individualità dei ragazzi con tutte le difficoltà del caso e si concretizzano in storie e vissuti rendendoti quasi nostalgica di un tempo che ormai non c’è più.

Certo, non ci sono i walkman, le musicassette, le Smemoranda da scrivere o le penne profumate ma Di4ri riesce comunque a portati indietro nel tempo. Ogni puntata si concentra sull’amicizia che li lega ma anche su ciò che li divide a partire dai bulli del terzo anno. 

Di4ri entra quindi nella vita e nelle emozioni di tutti i giorni dei ragazzi della 2D. Drammi, gioie, primi amori, primi baci divertimento e qualche volta anche qualche litigio dettato dall’incomprensione tipica di quella età.

Ma ancora: coming out, ricadute di un matrimonio in crisi, aspettative dei genitori, dislessia, ansia di crescere, solitudine e accettazione. 

Colonna sonora

Parte della colonna sonora è firmata dal giovane cantante milanese Tancredi il quale (come già detto dai produttori) farà più volte la sua apparizione come guest star all’interno della serie.

La colonna sonora infatti sarà sulle note di “Isole”, il suo nuovo singolo (Warner Music). La musica e gli accompagnamenti si sposano perfettamente con le varie situazioni apparendo fluidi e ben combinati.

Cast

I giovanissimi otto protagonisti di Di4ri sono Andrea Arru (Pietro), Flavia Leone (Livia), Sofia Nicolini (Isabel), Biagio Venditti (Daniele), Liam Nicolosi (Giulio); Federica Franzellitti (Monica), Francesca La Cava (Arianna), Pietro Sparvoli (Mirko).

Nel cast della serie è presente anche Fortunato Cerlino, nel ruolo del simpatico bidello Paolo.

Special guest sara’ Larissa Iapichino, campionessa juniores di salto in lungo, in una puntata che avrà al centro una gara di triathlon.

Recensione

Di4ri va ad arricchire il catalogo Netflix con una serie per ragazzi che mancava nel panorama italiano fuori dai classici palinsesti televisivi. 

Il target di riferimento è definito e si riferisce alla fascia d’età che va dagli 11 ai 13/14 anni. 

Una scelta azzardata per Netflix in generale soprattutto per la sezione italiana che solo da poco si è aperto ai teen drama come Baby o Skam Italia.

L’ambientazione scolastica diventa il centro nevralgico di ogni problema, quasi a voler riconoscere e restituire l’importanza dell’istituzione educativa in un periodo storico molto ricco e intenso come quello che stiamo vivendo.

È una serie di ragazzi per ragazzi dove risuona spesso il “nessuno è solo” (No man is an island, recitava John Donne e Tancredi nella sigla intitolata Isole ci racconta proprio del fatto che a volte due isole completamente diverse possono incontrarsi). 

Le tematiche affrontate sono indirizzate ai genitori: state con i vostri figli, ascoltateli, cercate di comprendere il loro punti di vista e le loro ragioni. 

In fin dei conti un pre-adolscente di cosa ha bisogno se non di empatia e amore?! Un consiglio? Sarebbe bello vedere questa serie con un adulto accanto: gli spunti di riflessione per entrambe le parti sono davvero tanti e confrontarsi e discutere dei temi abbasserebbe notevolmente l’asticella delle incomprensioni.

Nonostante sia una serie per ragazzi, mi trovo a dover riconoscere che alcune puntate vengono affrontate con superficialità non restituendo la giusta importanza al tema.

A tratti manca anche una buona presa emotiva. Ma ne scrivo io all’alba dei 38 riconoscendo che visto con gli occhi di un preadolescente può suscitare il giusto interesse.

Anticipazioni

Oltre a Di4ri, il primo original Netflix italiano per ragazzi, nell’area Kids & Family arriveranno il Mostro dei Mari, il nuovo film d’animazione che sarà disponibile dall’8 luglio con la regia del Premio Oscar Chris Williams  e la nuova serie “Kung Fu Panda the Dragon Knight”, prodotta da DreamWorks Animation.

Francesca Sorge

Eurovision Song Contest 2022: l’Ucraina vince la finale e l’Italia arriva sesta

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Dopo la vittoria dei Måneskin all’Eurovision Song Contest 2021, l’Eurovision è tornato in Italia, per la precisone al PalaAlpitour o al PalaOlimpico di Torino. Dopo 30 anni dall’ultima vittoria dell’Italia è lì che si è decretato il vincitore dell’Eurovision Song Contest 2022 nella finale di ieri sera.

Per seguire l’evento è stato possibile farlo in tv, su Rai Uno, oppure si è potuto l’Eurovision in streaming su Rai Play nella diretta di Rai Uno o nel “canale” RaiPlay, o anche sul sito dell’Eurovision. I biglietti per l’Eurovision Song Contest 2022 sono usciti un mese e mezzo prima, e sono spariti quasi tutti nel giro di poco tempo, per tutte le serate comprese quelle non in diretta.

Le polemiche a causa dell’organizzazione

Per un evento così importante, non di beneficienza e con partner così rilevanti, è stata fatta richiesta di volontari per aiutare nell’organizzazione. Inoltre, a queste persone è stato anche detto di organizzarsi da soli per il pranzo, poiché il buffet era per i vip. Per loro non c’era nulla, né buoni pasto, né coupon, pranzo al sacco con un panino e una bottiglia d’acqua.

A questo, si sono aggiunti anche i fan spagnoli che hanno criticato per settimane tutto il lavoro dell’Italia per l’evento. Possiamo tranquillamente dire che i fan spagnoli hanno avuto torto, dato che l’Eurovision Song Contest 2022, finale compresa, è stato un successo. Il merito è stato anche dei conduttori validissimi e ben assortiti, cioè Alessandro Cattelan, Laura Pausini e Mika.

Per ogni cosa c’è sempre della polemica che si crea. Sanremo insegna.

I grandi ospiti sono stati i Måneskin e Gigliola Cinquetti, rispettivamente vincitori dell’ultima e della prima volta all’ESC per l’Italia. I Måneskin hanno presentato la loro ultima canzone, Supermodel, e Gigliola Cinquetti ha cantato con eleganza la canzone con cui vinse il contest nel 1964, Non ho l’età.

Chi ha vinto l’Eurovision Song Contest 2022 nella serata finale?

Non è stato facile fare un pronostico quest’anno, perché ci sono stati dei pezzi molto forti, dal tema importante e qualcuno più leggero. I vincitori sono stati Kalush Orchestra, dell’Ucraina. Al secondo posto è arrivato Sam Ryder, del Regno Unito, e al terzo Chanel, per la Spagna.

E l’Italia?

L’Italia è arrivata al sesto posto, ed è un vero traguardo, dal momento che il Paese ospitante di solito viene penalizzato e arriva più in basso in classifica. Bravissimi Mahmood e Blanco per questo nuovo successo!
Speriamo, però, che prima o poi Mahmood riesca a vincere l’Eurovision: nel 2019 arrivò secondo per pochi punti.

Forse non è stata una vittoria al 100% per la canzone, e i voti sono stati più un segno di supporto per il gruppo e per tutta l’Ucraina. Forse non avrebbe avuto risonanza la loro canzone, se non fosse stato per la guerra e per il testo che ora si addice al momento, purtroppo. Senza dubbio è un capolavoro dal punto di vista musicale: il folklore, il rap, elementi tecno e strumenti classici/popolari sono mescolati bene tra loro. Il pezzo funziona alla grande, senza sembrare più adatto ad una sagra di paese come per il brano moldavo.

Artisti preferiti

Tra gli artisti che a me sono piaciuti di più rientrano alcuni che non sono arrivati in finale, altri che si sono posizionati bassi in classifica e alcuni nella top 10 dei vincitori. E questi sono: Mahmood e Blanco, Citi Zeni (Lettonia), Mia Dimsic (Croazia), Systur (Islanda), Suwoolfer (Norvegia), Konstrakta (Serbia), Achille Lauro (San Marino), WRS (Romania), Jéréme Makiese (Belgio), Chanel (Spagna) e Sam Ryder (Regno Unito).

Ambra Martino

Crediti immagine in evidenza: Press Kit Goigest, foto di Luca Brunetti