Tyranna Mc Queen e l’arte del travestitismo (intervista)

Tyranna Mc Queen intervista trans

Le interviste della rubrica “Spaccio di Genere” – sono innanzitutto storie. 

Sono storie appartenenti alla comunità LGBTQIA+, storie di passioni, di dolore, di amore, di lotta, di condanne e di orgoglio.

Ma non solo.

Sono anche storie di cultura, di musica e di arti performative, come quella che sto per raccontarvi.

Ho conosciuto Tyranna tramite amici in comune e sono rimasta affascinata dalla sua professione dal background storico e artistico che si nasconde dietro. Chiacchierando un po’, siamo andati indietro nel tempo, siamo arrivati al Settecento, passando per la fluidità di genere, per la Chiesa romana, per gli atti omofobi e per l’epopea dei castrati.

Tyranna è un art performer, attrice e contro tenore, vive e lavora in Puglia.

Sì, è una donna d’altri tempi con una grande preparazione storica.

La nostra conversazione, ahimè telefonica per oggettive distanze chilometriche, porta ad una riflessione ampia sulla storia, sulla ciclicità degli eventi e sul bisogno di definizione che l’uomo ha avuto in un certo momento della sua vita. Quello stesso bisogno che lo ha portato a definire ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è accettabile e ciò che non lo è. Quello stesso bisogno che ha condannato le generazioni future ad una vita di giudizi, offese, minacce, omicidi e atti omofobi e razzisti.

1Tyranna, raccontami di te e delle tue passioni…

La mia passione è nata dagli studi che ho fatto: ho studiato canto al conservatorio e ho scoperto di essere un contro tenore. Questo mi ha permesso di avere un utilizzo vocale esteso come quello femminile.

Studiando e appassionandomi al repertorio, ho fatto ricerche e ho scoperto di poter unire l’aspetto vocale a quello artistico dando vita al mio repertorio: utilizzo la mia vocalità all’interno di rappresentazioni barocche anche interpretando ruoli femminili.

Il percorso è stato quindi naturale e nel tempo mi sono ritagliato una parte nelle opere del Settecento.

Nel corso del tempo mi è stato chiesto di partecipare a delle serata o a delle riprese cinematografiche nel ruolo di travestito e ho così unito i mondi che sembrerebbero non paralleli ma restano uniti da un unico filo conduttore: la perfomance artistica sotto un‘ottica storica.

Questa passione mi ha portato man mano nell’ambito teatrale a ritagliarmi anche degli spazi in rappresentazioni di opere semi serie dove interpretavo ruoli femminili con la mia voce di contro tenore.

2La parola “travestito” ha storicamente un’accezione negativa in quanto veniva (o viene?) associata alle persona trans. Mi chiedevo come mai usassi questo termine e cosa c’è di sovversivo in quest’arte

In verità di sovversivo c’è ben poco o niente, nel passato e nell’ambito culturale, il travestitismo aveva una connotazione sociale importante. Nel tempo ha ricevuto un’accezione negativa in quanto la società moderna ha iniziato a non accettare più l’idea dell’uomo travestito. Facendo un percorso all’indietro però, il travestito veniva molto riconosciuto dalla società.

Gli studi sul travestitismo rappresentano una compagine storica notevole in quanto racchiudono tutta la catergoria di uomini che si travestivano da donna per emularle esclusivamente in ambito teatrale.

Il travestitismo è una forma rivoluzionaria dell’epoca (parliamo di Barocco) che poi è andata dimenticata. 

3La storia ci insegna che il travestimento è sempre esistito, basti pensare che il “Femminiello” napoletano si ispira a Ermafrodita. Una connotazione persa prima e che forse sta recuperando nella narrazione sulle tematiche di fluidità di genere?

No, quello no perché si dovrebbe recuperare un modello storico completamente diverso.

Il repertorio a cui mi riferisco appartiene ad una classe sociale abbiente ed effimera che tendeva a divertirsi a teatro e apprezzava il ruolo del travestito. Quando si è evoluto il mondo, portando un’omologazione e un adattamento e alla società post rivoluzione francese e a quello che richiedeva, l’impersonificazione di questi attori non trovavano più pubblico. Per ben due secoli quindi abbiamo vissuto con la voglia di vedere a teatro quello che era la vita quotidiana.

Oggi viviamo di avatar tra le tante identità digitali che possediamo. Grazie all’idea di potersi reinvetare forse, adesso è più semplice accettare questo.

La vita di oggi consente di riconoscere più identità differenti e la possibilità di ricrearle con la differenza che prima era un argomento rilegato al teatro mentre adesso ci si può ricostuire varie identità grazie ai social network.

Basti pensare che tutt’ora fare la Drag Queen in Italia non è come farla in America. Non abbiamo ancora identificato il Drag Queen come arte.

In Italia, figure di travestimento e di performer in televisione si vedono da poco.

Pensiamo a Drusilla Foer. Lei è un travestimento artistico fatto di personalità attorno al quale è stato creato un personaggio. Possiamo dire che oggi, in Italia, sei accettato solo se sei un personaggio artistico mentre in passato un attore teatrale non si identificava sul ruolo singolo ma su diversi e per questo veniva accettato.

Riconosco che sia un tema difficile da comprendere.

4Hai introdotto involontariamente l’argomento Drag Queen. Come ti poni rispetto alle teorie femministe che hanno spesso considerato il drag come misogino e degradante per l’immagine della donna?

Premettendo che non sono Drag Queen, non condivido questo pensiero in quanto credo che il travestimento sia, da parte di un uomo, un elogio alla femminilità.

Mettere in atto una perfomance in cui un uomo interpreta una donna e soprattutto far accettare al pubblico che quel personaggio sia una donna, presuppone uno studio su caratteristiche e movenze che viene filtrato dall’artista stesso.

Solo così il pubblico potrà apprezzare questo esperimento visivo che si viene a creare solo perché c’è qualcuno che l’ha studiato per loro. Non è per niente misogino anzi, c’è un amore verso la figura femminile affinché se ne possa reinterpretare per rendersi più completi possibili.

Se si ritiene questo è solo perché non si è ben compreso il ruolo del performer e del Drag Queen e perché non si apprezza ancora l’arte. Mi sento di dire che è una visione femminista negativa come lo è stata sul travestitismo.

Il travestimento non sarà un’idea facilmente espugnabile per il semplice fatto che ci portiamo dietro un retaggio culturale che non l’ha mai visto di buon occhio. Nei secoli del Barocco questo non esisteva, c’è stata una evoluzione sociale che ha permesso di infiltrare concezioni negative a riguardo. 

5Quanto ha influito la Chiesa e il pensiero religioso sulla concezione negativa del travestitismo?

La Chiesa ha influito al contrario: non voleva che le donne ci fossero in teatro.

Ed è proprio per sopperire a questo ci fu l’epopea dei castrati: i bambini venivano castrati da piccoli per avere la voce del soprano (registro vocale appartenente a quello femminile) in modo da sostituire la presenza femminile sul palco.

Formalmente la Chiesa non accettava la castrazione ma la richiedeva perché garantiva una vocalità sorprendete nei suoi cori. Specialmente nel teatro di Roma, i ruoli femminili venivano interpretati da uomini.

I castrati sono esistiti fino a fine Settecento e, insieme al travestimento, garantivano un’interpretazione quasi impeccabile del ruolo femminile.

Da precisare che la Chiesa ne ha però sempre negato la presenza. Basti pensare che nella Cappella Sistina c’erano più di settecento castrati e la loro presenza veniva giustificata affermando che quegli uomini erano caduti da cavallo da piccoli.

L’ultimo castrato è morto agli inizi del Novecento questo fa pensare che la Chiesa li ha sempre cercati e avuti. L’artificio artistico dovuto alla presenza dei castrati era di grande stupore e per questo lo si proponeva.

Nonostante tutto, grazie alla castrazione, si è comunque avuta un’evoluzione nel canto in quanto i castrati avevano una capacità polmonare che permetteva una grande estensione vocale che è andata a caratterizzare la vocalità del Settecento e dell’Ottocento.

6Possiamo dire quindi che storicamente c’è sempre stata una fluidità di genere in ambito artistico?

Assolutamente si. C’era fluidità ed era ben accetta. Il teatro ha mantenuto viva la concezione della fluidità in un periodo storico in cui si esibivano solo uomini che rappresentavano donne, le quali avevano intrighi amorosi all’interno delle trama dello spettacolo.

All’interno dello spettacolo vi erano uomini che si travesivano da donne che si travestivano da uomini.

Il Barocco era così: permetteva lo scambio di ruoli e non solo a teatro. Basti pensare ai cicisbei: amanti che si definivano omosessuali che accompagnavano donne già sposate agli eventi mondani. Il marito accettava ciò in quanto per lui, avere una donna accompagnata agli eventi mondani, restituiva quel valore politico che non avrebbe avuto se si fosse recata da sola.

Il tutto mentre il marito era con altre donne. La società che ne è seguita negli anni ha messo a bada questa vita “lussuriosa” andando a creare dei dogmi che hanno chiuso troppo gli usi e i costumi dell’epoca.

Tutto questo avveniva tra la nobiltà e il clero quindi in un contensto elitario e non comune. La società cambierà nell’Ottocento quando si inizierà ad avere il bisogno di definire qualcosa con delle accezioni negative.

Nelle generazioni di adesso per fortuna è più facile parlare di fluidità ed è un argomento accessibile a tutte le fasce d’età e a tutti le classi sociali permettendo a chiunque di confrontarsi. 

7Hai mai subito atti discriminatori durante le tue performance?

Io personalmente non ho mai subito atti discriminatori anche perché mi esibisco per chi ha piacere e voglia di vedere il mio spettacolo. In verità ho sempre ricevuto tanti complimenti dalle donne e questo mi fa comprendere che i miei studi hanno preso una direzione giusta.

Mi spiace dire che alcuni considerano le arti performative o le Drag Quenn del puro divertimento.

Non nego che questo discorso mi infastidisce: non gradisco che lo spettatore veda questo genere di spettacolo per divertimento ma preferirei che lo facesse perché ne è attratto, perché piace.

E torniamo così al discorso originale: il travestito diverte! E queste parole vengono spesso usate come insulto. Mi chiedo perché parole legate al travestitismo e all’omosessualità vengano ancora usati come appellativi per offendere? Perchè evidentemente si ritiene quest’arte e non solo ancora come qualcosa di negativo.

Vero è anche di come ci si rapporta con gli altri e a quanto sei e riesci ad trasparenza rispetto a quello che sei.

Mi ritengo fortunato, ho vissuto  una situazione familiare idilliaca, sono cresciuto e non ho mai dovuto dir nulla, sono sempre stato libero di essere me stesso.

Nonostante ciò tanta strada è stata fatta ma tanta ancora c’è da fare.

Ci sarà sempre da confrontarsi con l’altro e l’altro sarà sempre diverso e non sempre calzerà alle nostre aspettative. 

Francesca Sorge

Educatrice, 37 anni, pugliese di nascita ma milanese di adozione. Appassionata di musica, fotografia e lettura.

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